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24/02/2017

Il progetto Erasmus compie 30 anni, ma che fine fanno i trentenni oggi?

Siamo nati tra gli anni ‘80 e gli anni ’90. Alla nostra generazione è stato fatto un regalo – così almeno ci dicono – un’idea, un ideale, un’opportunità che, come un fratello maggiore, inizia a camminare con noi, a formarsi con noi, a capire il mondo con noi. Un fratello grande da cui imparare, a cui rivolgersi nel momento del bisogno e delle scelte. Il fratello Erasmus.

Qualcosa però è andato storto, o chissà non è mai stato come ci hanno raccontato. Il fratello buono forse è solo un venditore d’aria. Ci ha truffato tutti e vorrebbe continuare a farlo.

Ora però siamo diventati grandi e non ci facciamo più fregare.

La generazione Erasmus tanto millantata nelle aule universitarie, nelle conferenze governative, nei discorsi dei Magnifici Rettori italiani ed europei, si rompe nello scontro col piano del reale. Perché se abbiamo tutti in famiglia almeno un giovane universitario che chiede la borsa di studio per il progetto di mobilità europeo, abbiamo anche troppi esempi di genitori che perdono il lavoro, fratelli costretti a lavorare in nero o a voucher, sorelle obbligate a firmare dimissioni in bianco, o contratti a chiamata, senza diritti o con pochi diritti e comunque non lamentarti perché almeno hai un lavoro. Quindi o ti lasci sfruttare o vai via dall’Italia o ti ammazzi. Semplice e lineare.

Oppure, e questo è il punto, credi in te stesso, ti laurei prima degli altri, con voti più alti degli altri, contatti prima degli altri più professori, mandi curriculum come tutti gli altri e come gli altri speri di fregarli tutti, li lasci indietro, gli altri, perché tu sei migliore e ce la puoi fare e se poi ce la fai sarà perché tu non sei come gli altri, sei migliore degli altri, più adattabile, più creativo, più avanguardista, più unico degli altri. E ce l’hai fatta. Non te ne sei reso conto, ma hai vinto la tua guerra tra poveri.

Ora che però siamo diventati grandi abbiamo qualche argomento da contrapporre – non al progetto Erasmus in sé – ma al sistema Erasmus.

Primo punto: in un contesto di crisi generale, che vede un’intera generazione penalizzata da precarietà diffusa, incertezza esistenziale e massacro sociale, l’accesso all’università risulta sempre più difficile – negli ultimi dieci anni si registra un calo di 66.000 iscritti – provocando una dequalificazione complessiva del lavoro in Italia.

Secondo punto: la mobilità dello studente e del lavoratore non può voler dire mobilità imposta. Sembra quasi che vi sia “un’educazione al movimento”, al potersi e doversi muovere all’interno di confini non più strettamente nazionali: un adattamento del singolo funzionale allo studio e poi, ovvio, al mercato del lavoro. Ci spieghiamo meglio: scegliere di fare un soggiorno all’estero per fare esperienza o coltivare le passioni (anche professionali, ovvio) è ben diverso dall’essere costretti a emigrare in cerca di un lavoro, perché qui di opportunità non ce n’è, perché qui c’è solo sfruttamento, briciole e poco più. Non c’è da stupirsi quindi se il fenomeno dell’emigrazione forzata dei giovani verso lidi più felici abbia assunto dimensioni preoccupanti, e non possa più mascherarsi dietro alla favola dell’emigrazione temporanea per volontà.

Terzo punto: lo 0,4% dei giovani italiani partecipa ogni anno all’ormai consolidato programma Erasmus; la disoccupazione giovanile supera il 40%. Con queste cifre non serve dire altro.

Se Erasmus è il nome della nostra generazione nei telegiornali, Working Poor è il nome che troverete nella realtà. Buon compleanno progetto Erasmus, noi però ancora non sappiamo che pesci pigliare (dopo aver fatto l’Erasmus, ovvio).

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