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28/04/2016

Arabia Saudita, il giovan principe promette un futuro neoliberista e filo turco

di Rachele Gonnelli

Anche l’Arabia Saudita si va modernizzando, secondo i dettami suggeriti dalle grandi società statunitensi. Un mega piano di riforma del Regno wahabita è stato annunciato dal principe Mohammed bin Salman con una accurata intervista alla tv panaraba Al Arabiya.

Il piano di riforme – denominato «Saudi Vision 2030» – che include tagli ai sussidi per abbassare il prezzo delle forniture idriche alle famiglie meno ricche, aumento delle tasse, riforma della governance pubblica e vendita di parte degli asset statali, si basa essenzialmente su due pilastri: accrescere il peso del settore privato in tutti i campi, in funzione di efficientazione del sistema, e cercare di ridurre la dipendenza dell’economia saudita dal petrolio e quindi dalla corsa al ribasso del suo prezzo al barile e dei suoi futures.

Non è solo per reclamizzarlo, ma per gestirlo, che è in campo il giovane e ambizioso principe Mohammed, secondo in linea ereditaria nella complessa gerarchia della casa regnante dei Saud.

Appena trentenne e già padre di quattro figli, laureato in Giurisprudenza a Riyad, il figlio dell’ottantenne principe ereditario Salman, è soprannominato «Mister Everything», per indicare il crescente potere acquisito alla morte dell’ex monarca Abdullah nel 2013: è infatti responsabile della politica economica e militare, ministro della Difesa e presidente della società petrolifera Aramco, un colosso che detiene numerosi primati come quello di essere il più grande esportatore di petrolio al mondo, di coprire da solo il 10% dell’intera produzione mondiale di greggio (attualmente 10,2 milioni di barili al giorno che potrebbe portare «immediatamente», come ha fatto sapere di recente lo stesso principe Mohammed, a 11,5 e in soli sei mesi a 12,5 milioni al giorno) e detiene le più ampie riserve di oro nero superando di dieci volte quelle della Exxon Mobil.

Proprio sulla Aramco si incardina la visione del portabandiera della nuova generazione di emiri. «Mister Everithings», che ama Churchill e L’Arte della guerra, ha impiegato due anni a redigere il piano seguendo come brogliaccio il rapporto McKinsey (la più importante società internazionale di consulenza aziendale made in Chicago che ha a libro paga persino Chelsea Clinton, figlia dei Bill e Hillary), intende privatizzare poco meno del 5 % della Aramco e con quella che definisce «la più grande offerta pubblica d’acquisto della storia» trasformarla in una holding aperta, entro il 2017, e quindi agire sui mercati con un fondo sovrano da 2 mila miliardi di dollari.

Questo nuovo attore finanziario che sarebbe costruito e seguito nei suoi primi passi da JpMorgan e Michael Klein, due tra le più grandi società di valutazione finanziaria americane, si piazzerebbe da subito come terzo nella classifica internazionale delle maggiori società d’investimento secondo le previsioni dell’agenzia Bloomberg, dopo il gigante Black Rock ma a pari merito con il fondo Fidelity.

Il principe dice nell’intervista che intende liberare il Regno dal giogo del petrolio entro il 2020, che vuole introdurre una Green-card per i permessi di lavoro agli immigrati entro cinque anni e realizzare il faraonico ponte sul Mar Rosso per collegare il Golfo all’Egitto e all’Europa.

Intanto con il padre non fa che espandere la produzione di petrolio e rafforzare la cooperazione con la Turchia in funzione anti-Iran.

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