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23/09/2015

Ma chi ha vinto le elezioni in Grecia?

“Ce semo liberati di lui”, dice Renzi pensando a Varoukakis. “Tsipras uccide la sinistra”, è il titolo del Fatto quotidiano. “Bene Bravo Tris” titola invece il manifesto che, insieme a tanta parte della sinistra italiana, insulta Fatto e Unità per la loro interpretazione governista e "filo-Merkel" della vittoria di Syriza ed esulta per la terza vittoria elettorale in Grecia contro le destre e il Pasok in meno di un anno.

In effetti Tsipras batte per la terza volta (compreso il referendum di luglio) il Pasok e la destra di Nea Demokratia, e tiene a bada la crescita dei nazisti di Alba dorata; l’Europa si è liberata di Varoufakis (ossia della posizione politica non compatibile con l’austerity assunta nell’ultima fase delle trattative di cui è stato co-protagonista); e Tsipras ha sconfitto la sinistra interna che si era rifiutata di votare in parlamento il nuovo memorandum imposto dalla Troika e che ha scelto di presentarsi nella lista di Unità popolare, che con il 2,9% rimane fuori dal parlamento per soli 3.000 voti (anche grazie alla mancata convergenza con Antarsya che prende lo 0,8%).

Tutti e tre i punti di vista in fondo sono plausibili, ma la realtà è oggi profondamente diversa da quella piena di speranza di nove mesi fa, e ancora di più da quella entusiasmante di soli due mesi fa, quando festeggiavamo la prova di coraggio mostrata da Tsipras e dal popolo greco con il No al memorandum imposto dall’Europa.

Tsipras batte le destre perché a lui viene riconosciuto l’onore delle armi, di essersi battuto – pur uscendone sconfitto – contro i diktat della Troika, mentre i Governi precedenti li avevano supinamente accettati. Ma il voto del 20 settembre sancisce più o meno l’esatto opposto del referendum del 5 luglio. Se allora aveva vinto il coraggio del No, pur con le file ai bancomat e le rischiosissime incognite a cui portava una rottura mai desiderata con l’Unione europea, stavolta vince il presunto realismo del “meno peggio”, della inevitabile gestione proprio di quel memorandum. Il programma di Syriza non è più quello di Salonicco varato per le scorse elezioni, ma quello dettato dalla Troika che prevede tagli sociali, privatizzazioni, riforme liberiste del mercato del lavoro. Una dinamica depressiva che ha prodotto l’aumento dell’astensione di circa il 12% dei votanti, ossia 780mila greci in meno alle urne, con Syriza che con 325mila voti persi è il partito che cala di più in valore assoluto dallo scorso gennaio. Nove mesi in cui non solo è cambiato il programma di Tsipras, ma la natura stessa di Syriza. La scelta di andare a elezioni a settembre, facendo saltare il Congresso del partito, è servita a spingere fuori dall’organizzazione – e a conti fatti dal parlamento – i dissidenti, svuotando Syriza di qualsiasi processo democratico, tanto che lo stesso segretario nazionale Koronakis si è dimesso per perdita di ruolo dell'organizzazione. La democrazia tanto decantata da Tsipras, che ha avuto effettivamente il coraggio di presentarsi al voto per ben 3 volte in un anno, è stata invece completamente e clamorosamente saltata nelle strutture del suo partito.

Staremo a vedere cosa riuscirà a fare in questa situazione, che rispetto a nove mesi fa lo vede con un durissimo memorandum da applicare, un parlamento privo di tutta l’area più di sinistra di Syriza, e con un partito di fatto svuotato di qualsiasi funzione. La situazione rimane esplosiva, e le contraddizioni in Europa potranno riemergere nei prossimi mesi. Ma per il momento ci sembra più interessante trarre qualche lezione da questi intensi nove mesi.

La prima l’ha evidenziata magistralmente Alain Badiou, ossia che «le occasioni in politica sono rare e solo se si colgono nella pratica possono produrre una possibilità politica nuova». Dopo il referendum del 5 luglio Tsipras ha deciso di non cogliere l’occasione della rottura che lui stesso aveva contribuito a creare, allineandosi di fatto alla storia della socialdemocrazia del Novecento: «non solo non cogliere mai l’occasione ma, al contrario, lavorare con accanimento a fare come se questa occasione non fosse mai esistita». Del resto i continui riferimenti a Berlinguer del leader greco fanno intuire la cultura di riferimento, la stessa che abbiamo visto più volte nella sinistra italiana: la logica del “non si può fare altrimenti”, “non ci sono i rapporti di forza”, “non è ancora il momento”. Momento che così, puntualmente, non arriva mai.

La seconda lezione è che se è vero che in politica non esiste mai una sola scelta, come spesso invece tentano di farci credere, le alternative – i piani B – necessitano di capacità progettuale. Bisogna comprendere davvero come si esce dall'attuale economia dominante per non ridurre la politica, nel migliore dei casi, solo alla sua gestione leggermente più illuminata. Le difficoltà sono enormi e le idee ancora poche, come dimostrano anche le banalizzazioni lette sui piani B. Ma per costruire nuove idee serve un ritorno dell’elaborazione politica, uscendo dalla cultura che la riduce alla cosiddetta “arte del possibile”, che poi non è altro che l’accettazione delle compatibilità esistenti.

La terza lezione è però che la politica da sola non ce la fa. Qualsiasi accelerazione politica che non si ponga l’obiettivo di una ricostruzione sociale dopo lo sconquasso del vecchio movimento operaio è oggi perdente. Senza la ricostruzione di un blocco sociale in grado di produrre conflitto e vincolare ai propri interessi le possibili giravolte o debolezze di un leader, è lo stesso concetto di democrazia ad essere pian piano svuotato. Tsipras è ricorso per 3 volte al voto democratico, ma basandolo solo sul suo rapporto personale con il consenso del popolo, saltando qualsiasi struttura intermedia. È una tendenza che ritroviamo anche in Italia – pur con contenuti molto diversi se non opposti – con i vari Renzi, Grillo e Salvini. E che rischiamo di vedere anche nell’interessante esperienza spagnola di Podemos, dove le primarie per i candidati al parlamento per le elezioni del prossimo dicembre sono state blindate da Iglesias, bypassando i circoli di base e proponendo un voto online con sistema maggioritario puro per impedire sul nascere l’elezione di qualsiasi voce in parziale dissenso con il leader popolare. Servono invece urgentemente nuove strutture sociali, nuove esperienze di autorganizzazione e autogestione, esperimenti di mutuo soccorso e di solidarietà di classe in grado di produrre un’“accumulazione sociale” necessaria per qualsiasi esperienza politica. La stessa significativa esperienza greca di Solidarity for all e il suo rapporto con Syriza andrebbe analizzata più a fondo per capirne il ruolo e il possibile rilancio.

La ricostruzione di un nuovo blocco sociale dopo la sconfitta del vecchio movimento operaio rimane l’elemento non affrontato anche dalle esperienze più interessanti esplose a sinistra in Europa negli ultimi due anni. E con questo limite ha dovuto fare i conti anche l’ipotesi degli scissionisti di Unità popolare. È una sfida difficile e non breve, ma in questa fase ineludibile.

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