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22/08/2015

Gran Bretagna. Corbyn rovescia il tradizionale europeismo del Labour

C’è un nuovo capitolo della vicenda Corbyn da approfondire brevemente, quello relativo alla sua posizione rispetto all’Unione Europea.

Abbiamo già detto che in precedenti interviste, il candidato alla leadership laburista non ha dato per scontato il suo appoggio incondizionato alla permanenza nell’UE del Regno Unito, ma lo ha subordinato alla rinegoziazione dei trattati su importanti temi come la compensazione delle bilance commerciali, i diritti sociali, la tutela dell’ambiente.

Ebbene, per l’anno prossimo i Conservatori al governo dovrebbero promuovere un referendum a riguardo; il governo britannico, infatti, ha a più riprese dichiarato che intende rinegoziare i trattati che riguardano la libera circolazione delle merci e delle persone sul territorio comunitario.

L’intento politico è quello di tenere a freno le tendenze iper-conservatrici incarnate dallo UKIP di Nigel Farage; in concreto, vi sono settori del capitalismo britannico che temono di essere danneggiati dalla crescente integrazione fra le borghesie della zona-euro, che, come si è visto anche nella vicenda greca, sta subendo una fragorosa accelerazione.

Tuttavia, è assai improbabile che, una volta indetto il referendum, i Conservatori facciano campagna elettorale per l’uscita dall’UE, legati mani e piedi come sono alla City di Londra, la quale, per rimanere al centro dei mercati finanziari mondiali, pur dovendo coltivare un rapporto privilegiato con Wall Street, non può permettersi di recidere i legami con l’Unione Europea.

Sul tema del referendum è stato pochi giorni fa intervistato dall’agenzia Reuters Jeremy Corbyn, il quale, contrariamente a quella che è la messinscena solita del teatrino della politica britannico, in cui i Conservatori giocano il ruolo di critici dell’integrazione europea, con accenti “euroscettici” da parte dei falchi, mentre ai laburisti toccano roboanti dichiarazioni euro-entusiaste, ha ribadito che, se le cose non cambieranno in Europa riguardo i temi a lui cari, da leader del partito ne convocherebbe una conferenza straordinaria al fine di elaborare la posizione in merito  alla permanenza nell’UE, dando modo a tutte le sensibilità interne di esprimersi. In tal modo, osserva il giornalista della Reuters, potrebbe verificarsi un ribaltamento rispetto agli schieramenti classici, con i Conservatori a fare la campagna referendaria per il sì alla permanenza mentre il Labour potrebbe dire no.

Anche qui, ripetiamo ancora una volta, una cosa sarebbe ottenere un pronunciamento formale da parte della propria base contro l’Unione Europea, altra cosa sarebbe sfidare in concreto, pur forti di tale pronunciamento, la City di Londra, cioè uno dei cuori pulsanti della Finanza Mondiale, nonché parte rilevante dell’intera economia britannica (il che, per essere chiari, le conferisce una capacità ricattatoria tale da far saltare qualsiasi governo democraticamente eletto se sorretto esclusivamente dal responso elettorale). Il dato politico positivo, comunque, è che sempre di più la posizione sull’Unione Europea si pone come punto di demarcazione fra la sinistra subalterna e quella che vuole rompere le compatibilità. Questo dato, corroborato anch’esso dagli ultimissimi sviluppi in Grecia, va sottolineato e va “internazionalizzato” e approfondito poiché consentirebbe il sedimentarsi di un blocco sociale e, con esso, di un’area politico-sociale antagonista che sappia colpire, o almeno mirare al cuore dell’avversario di classe.

Intanto, sul fronte della campagna elettorale si segnala che, mentre continua la marcia quasi trionfale di Corbyn, ai cui comizi si segnalano numeri senza precedenti nella storia britannica che lo costringono spesso a dover ripetere l’intervento per i supporters che rimangono all’esterno delle arene, continua il lavorio burocratico della macchina del Labour per disinnescarlo; tale agitazione conduce anche a commettere strafalcioni, non voluti o forse sì: continuano, infatti, a giungere ai giornali britannici segnalazioni di registrazioni rifiutate a persone che in precedenza erano state anche membri a pieno titolo del partito e poi se ne erano distaccate per l’abbandono dei valori fondanti, che Corbyn sta riprendendo (alcune di tali segnalazioni a questo link)

Intanto, rimanendo in tema di politica estera, Corbyn ha affermato che il Partito Laburista deve pubblicamente chiedere scusa per aver trascinato il regno Unito nella guerra in Iraq “imbrogliando l’opinione pubblica”. “La guerra in Iraq è stata sbagliata di principio: un errore in politica estera di orrende proporzioni il cui prezzo si sta ancora pagando. Ha anche fatto perdere al Labour il voto di milioni di sostenitori naturali che hanno manifestato e protestato contro quella guerra”, ha affermato al Guardian, “per vincere nel 2020 abbiamo bisogno di ricostruire una coalizione con tutti quelli che si opposero alla guerra e che, di conseguenza, hanno perso fiducia nei nostri confronti”.

Il tema della guerra in Iraq mette particolarmente in difficoltà i rivali di Corbyn, i quali su di essa balbettano, avendola a suo tempo appoggiata, ma trovandosi ora a doversi confrontare con l’ostilità dell’opinione pubblica britannica, traumatizzata da quell’impresa bellica che, si ricorda, rappresenta anche il motivo che fece cadere in disgrazia Tony Blair.

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