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venerdì 25 maggio 2018

Paolo Savona un “sovversivo”? Ma va...

Non so se se ridere o piangere di fronte al teatrino che si è scatenato per la possibile nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia. Tutto l’establishment e la grande stampa si sono mobilitati ventilando i rischi di questa nomina. Gli ambienti UE – ma che cavolo sono? – fanno sapere che non gradiscono, mentre la risalita dello spread annuncia catastrofi ben più gravi, se effettivamente questo terribile personaggio dovesse diventare ministro. Mattarella si infastidisce per i diktat che gli imporrebbero di nominare nel governo una persona così pericolosa. A sua volta Salvini esalta Savona come l’amico del popolo che mancava e che aspettavamo.

Ma chi è questo pericoloso sovversivo chiamato Paolo Savona? È stato un seguace di La Malfa nel Partito Repubblicano, il partito che voleva l’austerità già negli anni settanta del secolo scorso. È stato dirigente della Banca d’Italia e direttore generale della Confindustria. È stato ministro di Ciampi e collaboratore del governo Berlusconi. È tra i promotori dell’università privata Luiss, ove insegna anche Conte, ed è entrato in una serie di consigli di amministrazione lunga una pagina. Fa parte dei circoli internazionali legati al capitalismo e ai governi USA, a partire dall’Aspen Institute.

Che cosa ha spinto questo borghese a tutto tondo, questo gran commesso del capitalismo finanziario, verso il lato oscuro della forza? Nessun comportamento concreto, ma solo opinioni contenute in qualche articolo e libro. Savona ha scritto che l’euro non è stato un vantaggio per l’Italia e che la Germania domina l’Europa, il che, come nel passato, non è una buona cosa.

Apriti cielo, per queste considerazioni che oramai si dicono stancamente nei bar, Savona è diventato il nemico dell’establishment, naturalmente per opera dell’establishment stesso. Che si è scatenato facendo credere che tema più di ogni cosa Savona ministro dell’economia.

Ma se questo pericoloso sovversivo diventerà ministro dell’economia cosa potrà davvero fare, visto che il suo capo di governo ha già assicurato piena obbedienza all’articolo 81 della Costituzione? Quello riscritto quasi alla unanimità dal parlamento che aveva votato la fiducia al governo Monti. Quello che inserisce nella nostra Carta l’obbligo di pareggio di bilancio voluto dal più feroce dei patti europei: il fiscal compact.

Io credo che il ministro Savona andrà a qualche incontro europeo e poi spiegherà che ha battuto i pugni sul tavolo e che ciò che ha ottenuto è il massimo possibile. Come han fatto tutti i suoi predecessori. Perché con la UE o si è disposti a disubbidire e rompere sul serio, o alla fine si continua con austerità.

Intanto però il teatrino mediatico sta convincendo l’opinione pubblica che finalmente il popolo ha trovato chi lo difenderà da banche, finanza e UE. Paolo Savona può sembrare un progressista solo perché finora ha governato il PD.

L’establishment è molto efficiente nell’inventarsi avversari di comodo, da sconfiggere senza fatica per dimostrare che non ci sono alternative.

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I giudici: “il PP è corrotto”. Governo Rajoy al capolinea?

Dall’autunno scorso il Partito Nazionalista Basco condizionava il suo sostegno alla Legge di Bilancio del governo PP-Ciudadanos – che da soli non avevano i voti sufficienti per approvarla – alla fine del commissariamento da parte di Madrid delle istituzioni catalane, sottoposte all’articolo 155 della Costituzione dopo la celebrazione del referendum dell’1 ottobre e la simbolica proclamazione della Repubblica Catalana. Ma mercoledì scorso, nonostante l’esecutivo spagnolo abbia deciso di bloccare il varo del nuovo governo catalano e di mantenere il 155, il partito della borghesia autonomista di Bilbao ha improvvisamente dato luce verde a Rajoy, in cambio di un lieve aumento delle pensioni e di alcuni consistenti investimenti nel Paese Basco, che il PNV potrà rivendicare nella prossima campagna elettorale.

Sembrava che il premier Mariano Rajoy potesse tornare a respirare. D’altronde il Partito Popolare, erede di quella Alianza Popular fondata nella seconda metà degli anni ’70 dalle ali più intransigenti del partito franchista e divenuto dopo neanche venti anni partito di governo, è sopravvissuto quasi indenne a momenti assai più complicati. Come quando, nel 2015, una grossa fetta del suo elettorato decise di abbandonare Rajoy dopo anni di sacrifici a senso unico inflitti alla popolazione sotto dettatura della Troika e numerosi casi di corruzione. In molti avevano predestinato il prossimo tracollo del PP e la fine del “regime del '78” prodotto dall’autoriforma del franchismo e dall’accordo con il grosso dell’ex opposizione antifascista. Ma le elezioni del 2016 – convocate vista l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo – videro una nuova ascesa dei popolari e la riconferma di Rajoy alla guida di un esecutivo che contò sul sostegno della nuova destra di Ciudadanos e sulla tolleranza dei socialisti.

Ma in molti si chiedono se gli eventi di queste ore saranno in grado di affondare definitivamente la destra postfranchista spagnola.

Poche ore prima che Rajoy ricevesse l’ok dei regionalisti baschi, finiva in manette per corruzione l’ex ministro e dirigente del PP Eduardo Zaplana, ex portavoce del primo ministro tra il 2004 e il 2008. In un vero e proprio crescendo, la Audiencia Nacional ha emesso ieri una sentenza durissima sul “caso Gürtel” scatenando un vero e proprio terremoto.

Il Tribunale ha condannato a un totale di 351 anni di reclusione 29 dei 37 accusati di aver organizzato una trama criminale tra il 1999 e il 2005, finalizzata a finanziare illegalmente il Partito Popolare e alcuni suoi dirigenti approfittando della gestione da parte della destra delle comunità autonome di Valencia e Madrid. La Corte ha condannato a 51 anni di carcere il capofila della ‘banda’, l’imprenditore Francisco Correa, e a 33 anni l’ex tesoriere del PP Luis Barcenas. La moglie di quest’ultimo è stata condannata a 15 anni di reclusione, mentre il vice di Correa a 37. Al sindaco del comune di Majadahonda sono stati inflitti 38 anni.

Quel che è più grave – per Rajoy e i suoi, ovviamente – è che la sentenza considera il PP in quanto formazione politica come responsabile dell’appropriazione indebita di almeno 245 mila euro, e certifica l’esistenza di una contabilità parallela del partito di destra, la cosiddetta ‘Caja B’. All’interno dei registri sequestrati a Barcenas compare anche il nome dell’attuale premier come ‘utilizzatore finale’ delle donazioni illegali intercettate grazie alla rete di corruzione gestita dall’allora tesoriere. I contributi non dichiarati provenivano per lo più da imprenditori che in cambio ricevevano favori e facilitazioni da parte dei governi locali gestiti dal PP. La sentenza afferma che l’impresa di Francisco Correa e il PP hanno creato “un autentico ed efficace sistema di corruzione istituzionale attraverso meccanismi di manipolazione della contrattazione pubblica centrale, autonomica e locale” contando sulla complicità non solo dei governi locali e regionali ma anche sulla collaborazione di alcuni esponenti di punta del governo statale che in cambio dei favori concessi alle imprese nell’aggiudicazione degli appalti pubblici ricevevano una “commissione” del 3 o 4%.

Di scandali di corruzione che hanno investito esponenti del PP fin dalla sua nascita il curriculum della formazione – definita dai rapporti europei, sulla base del numero di inchieste e condanne, il “partito più corrotto” del continente – è pieno zeppo.

Ma le conseguenze politiche del “caso Gürtel”, tutte da verificare vista l’assuefazione dell’elettorato di destra spagnolo alla corruzione, potrebbero essere maggiori rispetto al passato. Perché la sentenza colpevolizza in PP in quanto tale, e non alcuni suoi esponenti o dirigenti come era avvenuto in passato.

Nel tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica, ieri il governo ha scatenato una maxi operazione di polizia in Catalogna finalizzata a trovare le prove del presunto utilizzo da parte delle autorità di Barcellona di fondi pubblici per la cooperazione, destinati invece all’organizzazione del referendum sull’autodeterminazione. L’ingente mobilitazione di forze dell’ordine, l’alto numero di fermi e perquisizioni ha però portato ad un nulla di fatto.

Rajoy in una intervista si è difeso affermando che “il PP è molto più di dieci o quindici casi isolati di corruzione” (!). Ma stavolta la tegola che gli è piovuta addosso è davvero pesante. L’ex leader della formazione, José Maria Aznar, ha chiesto le dimissioni del segretario del partito nel tentativo di tornare in sella e di evitare che la formazione politica venga travolta. I sondaggi degli ultimi mesi segnalavano già un calo significativo dei consensi per il PP, che ora potrebbe diventare assai più consistente, ad un anno esatto dalle elezioni europee, da quelle comunali e di alcuni appuntamenti regionali.

Secondo i sondaggi – per quello che valgono – ad approfittare dell’ennesima crisi del PP sarebbe soprattutto Ciudadanos, il partito di destra nato in Catalogna nel 2005 per controbilanciare il vento indipendentista è da qualche tempo diventato una forza politica di consistente peso politico statale, capace di attirare i consensi in fuga dal PP e anche dal Psoe. Dall’inizio della crisi catalana i suoi leader Albert Rivera ed Ines Arrimadas hanno impresso un notevole giro a destra del messaggio della formazione, che si caratterizza ancora più del PP per la sua ideologia nazionalista e reazionaria e i suoi crescenti legami con l’estrema destra neofascista. Finora Ciudadanos è servito come “caja B” del PP, fornendo agli elettori scontenti un comodo approdo in grado di tenere a galla l’esecutivo e di rafforzare il ‘regime del 78’, passato da bipartito a tripartito. Ma la sentenza sul “caso Gürtel” potrebbe sancire lo storico sorpasso da parte della nuova destra.

Si capirà nelle prossime ore se Rivera, reduce da una kermesse ultranazionalista finalizzata ad un allargamento del partito ad altre aree politiche reazionarie, approfitterà del colpo inferito dalla magistratura al suo alleato Rajoy per buttare giù l’esecutivo e andare rapidamente ad elezioni anticipate che potrebbero decretarne la vittoria. Nel frattempo i socialisti hanno presentato una mozione di sfiducia che, col sostegno dei partiti di opposizione Unidos Podemos, Erc, PDeCAT, Compromis, Bildu e Nueva Canaria, potrebbe arrivare ad un passo dalla spallata.

Se a votare la sfiducia fossero anche i deputati del Partito Nazionalista Basco – o qualche ‘franco tiratore’ di Ciudadanos, il governo Rajoy potrebbe avere i giorni contati. Ma non necessariamente Madrid ne uscirebbe a sinistra.

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Aperti o chiusi? L’ideologia neoliberista alle corde

Con la scaltrezza tipica del giornalista medio italiano, l’inserto settimanale de Il Corriere della Sera (Sette) dedica la sua copertina all’ansiosa domanda: “Preferite una società aperta o una società chiusa?”, con tanto di finestre atteggiate alla bisogna.

L’ideologo-direttore, Beppe Severgnini, ha tranquillamente spiegato che in realtà sta parlando di politica: siamo pro o contro l’Unione Europea? Se rispondi “ok”, sei “aperto”, al contrario sei “chiuso”. Un modo esplicito di ridisegnare i campi politici in generale, in Italia, con Lega e Cinque Stelle tra i “chiusi” e tutti gli altri tra gli “aperti”, anche se sfortunatamente con minori consensi elettorali.

Un’operazione sbrigativa e pacchiana, visto che oltretutto i “meloniani” (i seguaci della Meloni) continuano a parlare male dell’“Europa” e a chiedere “orgoglio italiano” proprio come Salvini, anche se restano fuori dalla maggioranza di governo proprio come Berlusconi.

Ma per quanto giocata in modo sbrigativo e truffaldino, l’operazione ha un senso, per i poteri che editano il Corriere. Svuotata la “sinistra” delle sue ragioni sociali e quindi immolata sull’altare dell’europeismo a tutta austerità, quei poteri hanno il problema di costruire comunque un consenso intorno alla propria idea di governance. Dunque devono squalificare totalmente anche la destra (quella storica della Lega) e il neocentrismo acefalo dei Cinque Stelle, scatenando i propri cani. Le polemiche da quattro soldi sul curriculum di Giuseppe Conte (superate dalle precisazioni provenienti dagli Usa) e sul “pericolo Savona” sono manifestazioni deteriori di una prassi decennale, da parte del sistema mediatico, abituato a creare e distruggere – a comando – figure di improbabili “salvatori della patria” e di plausibilissimi Caimani.

Il senso è creare una nuova grammatica dei “campi” politici in grado di sostituire quella tra destra e sinistra, da tempo indistinguibili sul piano delle pratiche governative. Ma nel fare l’operazione si debbono anche mettere in atto degli slittamenti semantici. Per esempio, visto che è impossibile, ormai, convincere che l’Unione Europea è una buona cosa – il voto del 4 marzo ha certificato uno stato d’animo negativo dominante – allora bisogna ricorrere alla vecchia dicotomia tra “società chiusa” e “società aperta”, dove le parti del buono e del cattivo sono già assegnate insieme ai nomi. Chi mai potrà essere così stupido da rispondere “voglio una società chiusa”? Un po’ come avveniva ai tempi di Veltroni, che ci ha ammorbato per un decennio col “nuovo” contrapposto al “vecchio”...

Anche gli ideologi alla Severgnini fanno parte dello stuolo dei reazionari così intelligenti da “sollevare pietre e lasciarsele cadere sui piedi”. Perché, nel tentativo di camuffare il problema strategico principale, lo mettono involontariamente in grande evidenza.

E il problema è: chi comanda, qui?

La divisione aperti/chiusi è infatti tutta interna al “campo borghese”, si sarebbe detto una volta. E’ la divisione tra la parte del mondo imprenditoriale che ha avuto grandi guadagni da globalizzazione commerciale, delocalizzazione produttiva, finanziarizzazione dell’economia, e la parte che invece ha visto ridursi enormemente le proprie capacità “competitive” dentro un mercato di cui non controlla più le dinamiche.

Entrambe le parti hanno avuto vantaggi enormi dalla distruzione delle regole sul mercato del lavoro (precarietà, bassi salari, zero diritti, tagli delle pensioni, complicità dei sindacati “gialli”), il che ha permesso di tenere sotto traccia la divisione per molto tempo (dagli accordi di Maastricht ad oggi). Ma ora, dopo dieci anni di crisi e una “ripresa” che sta già finendo senza aver nemmeno permesso di ripianare le perdite, senza neanche una pressione efficace dei lavoratori organizzati, quella divisione è esplosa.

Attenzione. E’ una divisione che non riguarda solo l’Italia. E’ successo o sta succedendo in tutto il vecchio mondo occidentale. Negli Usa ha prodotto la vittoria di Trump, in Germania l’affermazione di Alternative fur Deutschland, nell’Est dei fasciorazzisti di ogni tipo, in Gran Bretagna la Brexit, ecc.

Banalmente, le popolazioni dell’Occidente hanno visto svanire le conquiste sociali e salariali ottenute nel secondo dopoguerra, e – scomparsa “la sinistra” ammaliata dal cosmopolitismo del capitale (l’esatto opposto dell’internazionalismo dei lavoratori) – la direzione politica del malcontento popolare è stata temporaneamente assunta dalla parte di capitale in declino. Il quale ha guardato per un po’ alla destra classica (in Italia: Berlusconi) per poi preferire un ritorno al nazionalismo d’antan.

Il quale non ha alcuna possibilità – e neanche la volontà, basta guardare a come i Cinque Stelle mollano una posizione dopo l’altra – di rompere con i vincoli dei trattati, ma si limita a ripetere il classico mantra “riformista di sinistra”: bisogna ridiscuterli, correggerli, modificarli. Dimenticando che ogni cambiamento va approvato all’unanimità dai 27 paesi, dunque è di fatto impossibile (a meno che non sia l’“Asse franco-tedesco” a imporlo con la forza).

Si capisce, a questo punto, che la domanda di Severgnini su “società aperta” o chiusa è una presa per i fondelli. Dovrebbe essere semmai: ci hai guadagnato o ci hai perso con i trattati europei e la moneta unica?

I lavoratori dipendenti di ogni livello e tutte le figure sociali più deboli (pensionati, disoccupati, precari, ecc) ci hanno rimesso. E tanto. Dunque non hanno alcuna ragione di schierarsi a difesa dell’Unione votando le formazioni “europeiste”. Né hanno qualcosa da guadagnare da un governo grillin-leghista che ha promesso molto, ma non potrà né vorrà fare qualcosa per loro. Basta uno sguardo sui beneficati dall’ipotesi flat tax per rendersene conto.

Quella divisione tra settori del capitale evidenzia un problema strutturale, insomma, ma non suggerisce nessuna “alleanza”. Perché battagliano tra loro su come suddividersi i profitti, ma sono pronti ad azzannare uniti chiunque si opponga rappresentando gli interessi del nostro blocco sociale, del nostro “popolo”. Quando parlano di “sicurezza”, non a caso, fanno a gara a chi è più duro con scioperi, occupazioni, proteste, ecc. Insomma, polizia schierata contro il popolo, non a sua “protezione”.

Dunque? L’ideologo Severgnini ci ha fatto almeno un favore. Ha messo in primo piano la questione principale: l’Unione Europea si può soltanto rompere o obbedirle ciecamente, ma non ci sono alternative “morbide”, “riformatrici”, ecc. Anzi, come diceva anche la Thatcher, “non ci sono alternative” e basta.

Sarebbe ora che anche nella cosiddetta “sinistra radicale” la si smettesse di giocare con le parole e ci si misurasse con i fatti. Il giorno che una eventuale coalizione popolare raggiungesse il mitico “51%” alle elezioni, troverebbe un Mattarella o chi per lui che ci tratterebbe esattamente nello stesso modo: veti a questo o quel ministro (a tutti, presumibilmente), obblighi internazionali da mantenere (con la Nato, oltre che con la Ue e l’euro), abbandono pressoché completo del “programma elettorale”. Altrimenti entrerebbero in azione “i mercati”, lo spread, la Commissione, i Moscovici e i Dijsselbloem, i Draghi e gli Schaeuble.

E’ questa situazione strategica che rende inutile, risibile, preistorica l’idea di “allargare” i contenitori politici con pezzi di ceto politico sinistrese maciullato dalla prova di governo, odiato dalla nostra gente, visibilmente alla ricerca di un trampolino di rilancio individuale. L’unico allargamento possibile viene dal radicamento sociale, dalla conquista di un ruolo, dalla serietà delle proposte, dal realismo del programma, dalla coerenza dei comportamenti pratici, dall’univocità della comunicazione, dal dare risposta concreta ai problemi in primo piano e che tutti – anche i Severgnini – devono affrontare.

Dunque avere un “piano B”, qualcosa che assomigli almeno a quello della France Insoumise, e un’alleanza internazionalista alternativa, è il minimo della pena, per chi davvero crede di poter cambiare questa parte di mondo. Altrimenti fa chiacchiere in libertà. Il nostro popolo, ormai, se ne accorge anche da lontano. E ti molla.

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Vietato criticare la scuola militarizzata! Mazzeo colpito da provvedimento disciplinare

Antonio Mazzeo, giornalista noto per la sua battaglia antimilitarista e per le sue indagine sulla borghesia mafiosa del messinese, è anche un docente dell’ICS “Cannizzaro-Galatti”. La scuola dove insegna – come molte altre nel territorio italiano – aveva organizzato un evento con la presenza di corpi militari, in questo caso quelli della Brigata Aosta. Il giornalista, in una sua ricostruzione pubblicata nel suo blog, scrive: «Con una lettera ai dirigenti di tutte le scuole statali e paritarie della Sicilia, l’Ufficio Scolastico Regionale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha invitato ad aderire e partecipare alle “Celebrazioni del centenario della Grande Guerra” organizzate dal Comando della Brigata Meccanizzata “Aosta” in sinergia con il Comando Militare dell’Esercito “Sicilia”. Si tratta nello specifico di “un insieme di eventi con lo scopo di coinvolgere gli studenti delle scuole secondarie di I e II grado della Regione Sicilia per rievocare i fatti salienti del Primo conflitto mondiale».

La “finalità formativa”, espressa dall’Ufficio scolastico regionale, è quella di «favorire, attraverso la partecipazione all’evento commemorativo, una conoscenza più approfondita della grande Guerra e la valorizzazione del contributo di una generazione di giovani italiani al conflitto bellico».

A queste parole dell’USR Mazzeo affianca il suo duro commento: «Ovviamente nessun accenno agli immani massacri di quella orribile guerra o ai comportamenti di tanti generali dell’esercito che mandarono a morire inutilmente i propri uomini in impossibili attacchi lanciati contro le trincee nemiche o, peggio, che decretarono la condanna a morte di chi ebbe l’ardire di dire signor no.

La “celebrazione” di fine maggio segue di qualche settimana gli eventi di occupazione da parte della brigata “Aosta” di alcune scuole di Messina per l’ennesima operazione di manipolazione storica sulla Grande Guerra con il progetto “Esercito e studenti uniti nel Tricolore”, realizzato in sinergia con i dirigenti scolastici “per promuovere tra i giovani il valore dell’identità nazionale”».

Evidentemente, questa capacità di critica non può essere ammessa nella “buona scuola” che non brilla certo per il peso che dà allo sviluppo del senso critico non solo negli allievi, ma nemmeno nei suoi dirigenti e spesso nei suoi insegnanti, passivi ricettori di ordini dall’alto, resi “professionali” dall’essere dei passacarte ministeriali.

Iniziative come quelle denunciate da Mazzeo si ripetono ormai a centinaia nelle scuole italiane e vengono spacciate come iniziative “formative”. Iniziative in cui vengono coinvolti non solo i corpi militari e di polizia italiani, ma anche quelli dei contingenti USA.

Forse qualcuno lo ricorderà, ma circa 5 anni fa fu proprio in occasione di un’iniziativa simile in cui l’arma dei Carabinieri del luogo si era presentata in una scuola della Val Susa per tenere un corso su cyberbullismo e i pericoli di internet. Peccato che i ragazzi a un certo punto si videro propinare un video di 20 minuti sulla storia dei Carabinieri (“Nei secoli fedeli”, anche al governo che varò le leggi razziali). Fu in quella occasione che una studentessa di 11 anni sollevò qualche dubbio sulla correttezza morale di chi andava a sparare lacrimogeni ai manifestanti No Tav. Scoppiò un caso locale che divenne nazionale e finì sulle pagine di “Repubblica” e “Il fatto quotidiano”.

Al carabiniere che contestava la legalità dei cortei notturni dei No Tav, la ragazza rispose “Ma a me sembra che i primi ad essere illegali siete voi. Sparate dei gas lacrimogeni che sono vietati da tutto il mondo, proprio voi che dovreste essere legali”...

La lotta antimilitarista di Mazzeo, che ha da sempre documentato tutti i rapporti tra scuola e corpi militari e i rapporti tra università, centri di ricerca, industrie e apparati militari, non è unica nel suo genere.

Dal suo versante, quell’organizzazione estremistica che è Paxchristi da cinque anni porta avanti la campagna “Scuole Smilitarizzate”. Anche il movimento No Muos ha assunto tra i suoi temi pure questo tema e il prossimo campeggio di agosto lo affronterà in una platea di centinaia di studenti proveniente un po’ da tutta Italia.

Si tratta di un problema sentito tra la società civile e nei movimenti. Mazzeo è noto per la sua produzione e per le sue posizioni. Sembra che a voler essere colpita sia la posizione politica, più che un atteggiamento dannoso verso l’istituzione...

Immediate sono arrivate le manifestazioni di solidarietà dei sindacati di base, in particolare dei COBAS, che ha lanciato una campagna in sostegno dell’insegnante. Solidarietà sta piano piano arrivando da altri sindacati, movimenti e organizzazioni politiche.

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Uscire o rimanere nella Ue e nell’euro? Decida un referendum popolare

In questi giorni abbiamo visto palesarsi davanti agli occhi di tutti il nocciolo della contraddizione che andiamo denunciando da tempo. Un governo espressione di un voto popolare “dissonante” che evoca una rimessa in discussione dei Trattati europei viene preso in mezzo ad una gabbia di ferro. Il fatto che le forze che esprimono il governo abbiano più volte abbassato il tiro, fino a diluire abbondantemente le critica alla gabbia Ue/Eurozona, non appare sufficiente a metterlo al riparo dalle bordate che arrivano dal Quirinale, da Bruxelles, dalle banche e dalla Confindustria, un arco di forze materiali che si rappresentano però con la metafisica identità de “i mercati”, una sorta di entità superiore e inamovibile nella priorità dei suoi interessi su tutto il resto.

Intorno alla nomina di un ministro, Paolo Savona, si è aperto uno scontro feroce a causa delle tesi, eurocontrarie più che euroscettiche, contenute in un libro in via di pubblicazione e in alcune interviste rilasciate negli anni precedenti. A nulla vale il curriculum di uomo dell’establishment di Savona: altissimo dirigente della Banca d’Italia e di Confindustria, addirittura ministro in quel governo Ciampi che attuò pienamente i diktat del Trattato di Maastricht. E forse proprio l’esperienza diretta e indiretta nei governi subalterni all’Unione Europea, ha portato l’economista Paolo Savona a capire che l’Eurozona si è rivelata una gabbia che distrugge sul piano economico/sociale il nostro e gli altri paesi periferici e privilegia la borghesia transnazionale europea, soprattutto quella tedesca.

Ma la contraddizione che si va incancrenendo e sulla quale occorre mettere i piedi nel piatto non è solo economica, è anche una emergenza democratica.

A questo punto se larga parte della popolazione di un paese esprime un orientamento che chiede la rimessa in discussione della gabbia dei Trattati europei e si sente rispondere che non può farlo in nessun modo, che tipo di vulnus democratico si è aperto? E’ uno squarcio, un infarto vero e proprio. Abbiamo letto in questi giorni editoriali che ci dicono che la Costituzione è ormai secondaria rispetto ai dettami “superiori” espressi nei Trattati europei. Abbiamo visto palesarsi come la sovranità popolare sia ritenuta irrilevante rispetto alle scelte di indirizzo in materia economica, industriale, sociale contenute nelle “raccomandazioni” della Commissione Europea. Abbiamo verificato come il “vincolo esterno” – introdotte come una clava dal governo Amato nel 1992, l’anno del primo massacro sociale e del Trattato di Maastricht – condizioni, imbrigli, imprigioni tutte le decisioni di un paese. In sostanza vediamo ripetersi, anche se con soggettività politiche diverse, lo scenario della Grecia del 2015 quando la maggioranza espresse con enorme coraggio l’Oxi, il No ai diktat contenuti nel memorandum della troika europea.

Ma nell’Italia della primavera del 2018 come nella Grecia dell’estate 2015, possiamo tutti verificare che è impossibile negoziare o rinegoziare con le autorità di Bruxelles e Francoforte. E allora? Allora diventa credibile, anzi indispensabile, tentare un’altra strada, altre soluzioni, altre alternative alla capitolazione e alla sopravvivenza nella gabbia della Ue e dell’euro, e della Nato ci sentiamo di aggiungere.

Da poco più di un mese la Piattaforma Eurostop ha messo in campo una campagna popolare adeguata alla posta in gioco e centrata sulla contraddizione che si va palesando: vogliamo un referendum popolare e democratico sulla adesione o meno ai Trattati europei. Non solo, se vincesse il No ai Trattati occorre agire conseguentemente con l’uscita unilaterale dall’Unione Europea e dunque dall’Eurozona (fare il contrario non è possibile). E’ quanto afferma sostanzialmente il Piano B con cui France Insoumise ha raccolto un quinto dei consensi popolari in Francia nel momento in cui si frantumavano tutte le forze politiche storiche (gaullisti e socialisti) e con cui ha sottratto consensi alla destra nei quartieri popolari e nei settori operai del paese.

E’ tempo di coraggio politico e di iniziative all’altezza della partita. La paura delle parole e della propria ombra che da anni ha sgretolato la sinistra residuale è ormai inservibile. L’europeismo “di sinistra” è obiettivamente collaterale alle forze liberali e inefficace contro il populismo di destra. La rottura del quadro esistente – di cui l’Unione Europea è un perno strategico – è il terreno internazionalista, popolare, democratico e di classe su cui è possibile svolgere un ruolo adeguato allo scontro in corso. E’ una battaglia semplice anche da declinare: vogliamo il referendum, vogliamo che le persone in carne ed ossa – e non il Quirinale o la Commissione europea – possano decidere sul proprio futuro.

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Il caso Bolkestein, i balneari ed il caos politico italiano

La confusione politica attuale in Italia non è frutto del caso. 

Per molti la direttiva europea “servizi” 2006/123/CE i cui lavori furono coordinati da Friz Bolkestein riguarda solo quei casini degli stabilimenti balneari, spesso ladri e cementificatori, e degli ambulanti che commerciano su suolo pubblico, poco inclini a fare scontrini. Oltre non si va. Peccato.
Questo esempio sui balneari e ambulanti si adatta bene a dimostrare come la politica nazionale abbia poco margine sui rivolgimenti sistemici che invece sono sempre stato dominio dei liberal di stampo anglosassone. La facile propaganda politica si fa su ciò che si vede, quindi: immigrazione incontrollata, competizione “sleale” e sicurezza. Tutte, chiaramente, “colpa della sinistra” si sostiene a destra. Con questi presupposti sociali e politici, perché di fatto sono legittimati dalle menti di tante persone, si va verso un inconcludente caos.

La direttiva “servizi” invece è stato un passo enorme dal punto di vista normativo le cui linee guida hanno uno spessore politico non di poco conto su tutto il territorio europeo. E’ una norma che regola il mondo delle masse che vivono del reddito da lavoro, è la norma infatti che definisce ancora di più la realtà del Mercato Unico Europeo e da forma alla Strategia di Lisbona. Quelle masse oggi in piena crisi a cui si chiedono sforzi, a cui si è fatto scendere il valore reale del reddito. Ecco proprio quelle dove ci stiamo tutti noi che facciamo parte del mondo reale. Dopo dodici anni dalla sua emanazioni si può fare un punto della situazione economica che si è generata da questa impostazione normativa.

In prima battuta c’è da rendersi conto del peso che l’economia dei servizi ha sul territorio europeo che storicamente aveva agricoltura e industria come settori principali. Oggi in Europa alcuni documenti istituzionali dicono che 9 lavoratori su 10 sono impiegati nei servizi e la direttiva stessa afferma che il 70% del PIL è prodotto dai servizi.

Di seguito si deve capire poi come la direttiva voglia entrare nel funzionamento della pubblica amministrazione dei vari paesi membri affinché la concorrenza e la libertà di impresa venga tutelata e promossa.
Siamo di fronte alla concreta implementazione dei principi di libertà che la destra liberale ha sempre professato, anteponendo quella particolare libertà dell’impresa come se fosse un diritto naturale. Inoltre i servizi finanziari, esclusi dalla direttiva, sono anch’essi regolati con leggi specifiche le cui norme arrivano a far affermare gli stessi principi di libertà della destra conservatrice.
Da una parte l’impresa deve poter agire liberamente sul territorio comunitario, dall’altra il sistema bancario e assicurativo deve poter fare la stessa cosa non condividendo troppo il rischio d’impresa.
Una vicenda molto complessa ma allo stesso tempo visibile e percepibile sulla quale vengono messe alla prova tutte le forze politiche presenti in Europa a tal punto di esser completamente spiazzate per l’insignificanza che esprimono. Abbiamo sotto gli occhi l’Italia ma anche negli altri paesi si ricorre a grandi coalizioni di governo perché i partiti in sé non hanno più la forza per stare in piedi, poiché nessuno ha la proposta vincente. Nessuna legge elettorale può aiutare i partiti che sostanzialmente sono stati sorpassati dall’affermazione delle norme che immesse nel sistema giuridico europeo penetrano nelle varie nazioni e mettono in stretto contatto il significato politico contenuto appunto nella norma e le procedure amministrative. Le norme hanno permesso lo sviluppo economico di aree che non necessariamente coincidono con i confini degli stati membri[1].

Ad oggi le idee espresse storicamente da forze politiche stile People’s Party for Freedom and Democracy hanno momentaneamente vinto, paradossalmente in un contesto di crisi e l’ex commissario in pensione Bolkestein si può permettere di dire che i balneari italiani e anche gli ambulanti non dovevano rientrare in questa direttiva!

Le forze di sinistra, in Italia, gioirono per quella che al tempo sembrava come una liberazione del demanio marittimo dallo sfruttatore, a cui sarebbe succeduto poi in realtà solo un altro sfruttatore, portata per mano da idee e uomini della destra conservatrice liberale del nord europa. Bolkestein è figlio d’arte in tal senso, suo nonno era già un ministro del governo olandese ed esponente del Free Thinking Democratic League.
Le forze di destra locali invece sono sempre legate ai signorotti più o meno borgatari e palazzinari che con l’impresa non hanno mai avuto niente a che vedere e nemmeno con una sana competizione. Una destra che è detestata a livello europeo in quanto fiscalmente sfuggente.
Sta il fatto che nessuna attività politica critica efficace è mai riuscita a scalfire la forza della governance europea orientata al rapporto cittadino-impresa; l’adeguamento di Forza Italia e del Pd alla gestione politica dettata dall’Unione Europea, Commissione e settori di Regolazione è tutt’ora in corso.

Oggi però sul nostro territorio si fatica enormemente per trovare o mantenersi un lavoro poiché l’impresa liberalizzata spesso non arriva neanche, pensiamo a porti e logistica, a partecipare agli stupidi e sconvenienti bandi lanciati dalle pubbliche amministrazioni, pensiamo quindi a un ciclo economico che si annichilisce non trovando mai rilanci soprattutto orientati al miglioramento della vita. Niente di questo vien fatto.
L’Europa a guida liberale lo sa, e nel 2017 Juncker scrive il suo Libro Bianco che la sinistra non ha neanche letto visto che professa certe idee che Juncker invece ha scritto prima, senza saperlo.
Confusione totale e il risultato è l’insignificanza e l’inconcludenza. Non è che la politica non ascolta i cittadini, è il fatto che la politica non sa più dove si trova, quale sia il suo piano di azione ed è infatti morente. Parla così di sicurezza e immigrazione invasiva perché è stata colpita e invasa essa stessa da chi ha avuto potere e lucidità per metterla in un angolo. Sindacato compreso chiaramente.
Il rapporto impresa-cittadino ha assunto il significato principale nelle aspirazioni di un maggior benessere (l’ascesa di Berlusconi era fondata su quest’idea), forse lo è sempre stato ma oggi il cittadino se esce dall’abbaglio della comunicazione mainstream capisce bene che la politica è irrilevante, molto più efficace un’associazione consumatori.
Da qui si inizia a comprendere il ruolo della pubblica amministrazione che deve liberare il campo da ogni ostacolo che possa limitare l’azione di tutte quelle imprese che prevedono di spostarsi per prestare i loro servizi.
Il dibattito di restare in Europa oppure uscirne è una gag comica. Restarci invece dentro a queste condizioni è davvero una realtà infelice poiché i raggruppamenti demografici cambieranno e il rischio di lasciare zone urbane semi deserte c’è ed è reale.
La libertà di impresa e la tutela della concorrenza su quale piano si giocano e per quali risultati?
Il binomio impresa-cittadino, entrambi liberi di guadagnare per poi gestire in proprio come spendere tali guadagni, fa in modo che siano i gusti a decidere le linee di sviluppo europeo compresi i flussi di import.

Alla “direttiva servizi” si sono sommate le precedenti direttive UE la 17 e la 18 del 2004 sulla concorrenza, appunto, che hanno lanciato i contenuti di base. Parallelamente esiste ed è in vigore tutta la normativa sulla Regolazione nei vari settori, dalla politica agricola fino ai settori della IT (information tecnology).
C’è da chiedersi oggi cosa si voglia fare di politicamente rilevante al fine di interrompere questa crisi in cui i liberal conservatori hanno condotto milioni di persone sulle spalle di altri miliardi di persone ancora più povere.
Di certo aver gioito e quasi idolatrato Bolkestein perché gli stabilimenti balneari e gli ambulanti andassero all’asta è stata una miopia enorme da parte del centro sinistra e della sinistra, dalla Gabbanelli fino all’amante della costa libera che però purtroppo nessuno pulisce. Le eventuali aste non sono un cambiamento di linea politica di gestione della costa, sono solo un avvicendamento di imprese nella speranza di far cadere i prezzi, che in questo preciso settore non cadranno mai fino a che la domanda rimane alta. Un po’ poco per una visione politica di successo nel tempo. La destra, sia Lega che FdI e FI, invece protegge le posizioni privatistiche più becere a tal punto di sognare la sdemanializzazione ossia la vendita delle superfici attualmente pubbliche. Il PD invece vuole le aste e non pensa mai a cosa sia successo nel settore manifatturiero e dei servizi che serviva tutto il settore balneare nazionale in questi otto anni di blocco.
Tornando a trattare della situazione generale, nell’imminenza c’è il rigore delle questioni di bilancio nazionale che spingeranno l’IVA al 25%[2] a partire dal 1° Gennaio 2019 come già anticipato nell’ultima finanziaria.
Il quadro che emerge è particolare, e grave, dove accanto alle idee liberali in concreto aumenta la pressione fiscale a tal punto che è sempre più un limite per la volontà di fare e organizzare azioni lavorative. Inoltre gli impiegati nella pubblica amministrazione, attualmente, hanno tutele incredibilmente superiori rispetto ai lavoratori dei settori privati, a parità di servizio spesso anche più scadente.
Quindi da una parte ci sono i regolatori della concorrenza che hanno creato un ambiente privato aggressivo, dall’altra uno Stato Apparato che non molla e vuole attualizzare in ogni caso la remunerazione dei suoi fattori. Per lo Stato la norma sul Pareggio di Bilancio è diventato uno scudo contro la crisi. Lo Stato tenta di salvarsi a spese della massa, questo chiaramente creerà reazioni in futuro.
Se l’Italia non trova una produttività fondata su settori legati al territorio in modo da redistribuire in maniera omogenea, potrebbe spopolarsi[3] offrendo intelligenza e manodopera ad altre aree del mercato unico europeo che non necessariamente sono i suoi pochi distretti.
Il leghismo come i movimentisti del 5 Stelle non si rendono conto della situazione e lo dimostra il fatto che non riescono ad andare oltre ad una trattazione molto superficiale[4]; Pd e FI sono europeisti della corrente che governa attualmente continuando a battere la strada, in salita, del rigore senza speranza che li sta portando ad esaurirsi. Con l’idea di Governo Neutrale il presidente Mattarella conferma il suo stato di paura, un argine molto debole per una situazione molto agitata.
Per Senza Soste, Jack RR
24 maggio 2018



Ragionamento fondamentalmente corretto ma abbastanza confuso, soprattutto in merito alle prospettive. Detto chiaramente non si capisce quale dovrebbe essere l'approccio nei confronti della UE e trovo opinabile il discorso sui dipendenti pubblici che presta terribilmente il fianco alla guerra tra poveri. 

Mutualismo di classe e interazione con il movimento sindacale. Intervista a Guido Lutrario

Proseguendo il dibattito aperto su Contropiano sulla questione mutualismo e conflitto sociale, abbiamo rivolto alcune domande a Guido Lutrario che coordina l’attività della Federazione del Sociale della Usb, una esperienza innovativa sul piano sindacale che si interseca moltissimo sia con le figure sociali sia con le contraddizioni presenti in quel campo di intervento e conflitto sintetizzato, a torto o a ragione, come mutualismo. Il dibattito proseguirà nel prossimo periodo sulle pagine del nostro giornale e, ovviamente nelle assemblee, a partire dalla due giorni di Potere dal Popolo a Napoli.

Si parla spesso di mutualismo come terreno di autorganizzazione. Se è chiaro come il mutualismo nasca con il movimento operaio e contadino nell’Ottocento, appare meno chiaro cosa possa essere il mutualismo oggi, nel XXI Secolo. Cos’è oggi il mutualismo?

Il mutualismo è un concetto ambivalente, può rappresentare una forma di organizzazione sociale utile per chi lotta, vuole affermare diritti e veder soddisfatte rivendicazioni di giustizia sociale oppure costituire una modalità con la quale le classi dominanti scaricano su “soggetti terzi” il contrasto alle condizioni di povertà e di grave disagio sociale ed economico provocate dallo sfruttamento capitalistico. Questa ambivalenza ha attraversato tutta la storia delle esperienze mutualistiche e cooperative, anche se oggi hanno finito per prevalere quelle forme completamente distorte di cooperativismo che hanno perduto qualsiasi nesso con le esperienze originarie. Ultimamente assistiamo poi ad una operazione molto pericolosa di assoggettamento di tutto il mondo del terzo settore e delle cosiddette imprese sociali nella gestione della povertà, soprattutto dal punto di vista del controllo sociale. Le modalità in cui viene gestita l’accoglienza oppure il sistema che è stato introdotto con il REI, il reddito di inclusione, prevedono un utilizzo degli operatori sociali e delle agenzie del terzo settore in funzioni di “tutor”.

In sostanza assistiamo ad uno scambio: da un lato si prevedono finanziamenti crescenti per questi soggetti, dall’altro li si coopta in una politica di controllo, assegnando loro la funzione di “prendere in carico” il soggetto debole e controllarne i comportamenti, consentendo al terzo settore di erogare sanzioni e provvedimenti punitivi finalizzati all’educazione del soggetto. C’è dietro questi provvedimenti una logica razzista nei confronti dei poveri, considerati incapaci di decidere del proprio destino, e quindi da correggere e tenere costantemente sotto tutela. La stessa elaborazione del REI è stata concertata con un fronte di organizzazioni riunito sotto la sigla di Alleanza contro la povertà, alla quale aderiscono dalle Acli alla Caritas, dall’Arci a Cgil, Cisl e Uil che ne hanno accettato pienamente la logica, rivendicando maggiori risorse in una logica di puro accaparramento.

Molto spesso si associa il mutualismo all’autorganizzazione quasi spontanea nei territori. Non pensi invece che il mutualismo possa funzionare ed essere efficace solo se è fortemente organizzato e in qualche modo centralizzato, chessò vedi la distribuzione nei gruppi di acquisto solidali e popolari o l’intervento nelle zone colpite da catastrofi?

C’è un mondo di piccole realtà autorganizzate in Italia che si è andato diffondendo a seguito di diversi fattori. Innanzitutto la crisi di prospettiva delle organizzazioni della sinistra ha liberato energie che hanno abbandonato disegni e speranze di grandi cambiamenti ed hanno preferito dedicarsi all’azione locale, limitata sia nello spazio che nelle finalità. Si tratta di esperienze caratterizzate spesso da un’etica molto radicale ed improntata al “saper fare”, finalizzata a ricostruire legami sociali e senso di comunità. Un altro fattore che influenza questa dinamica è l’aumento della povertà e la crescente necessità di far fronte a bisogni primari che si vive soprattutto nelle grandi periferie del paese. Queste esperienze, per quanto diffuse, sono complessivamente una realtà ancora molto debole, caratterizzata dal bisogno comune di garantirsi la sopravvivenza. Servirebbe un salto di qualità, un progetto di organizzazione comune capace di rappresentare un’idea completamente diversa di mutualismo da quella in voga nel terzo settore, fondata sul sostegno alle lotte per i diritti e contro le disuguaglianze sociali.

In molte discussioni, si mette talvolta in contrasto il mutualismo con il conflitto sociale, nel senso che il primo affievolirebbe il secondo. Come interverresti in questa discussione?

Se guardiamo alle difficoltà che si incontrano nella sindacalizzazione del mondo degli operatori delle cooperative sociali si capisce il senso di chi vede questo mondo come antitetico al conflitto. Tutto il terzo settore ha finito per diventare un ammortizzatore sociale ma anche una modalità efficace di gestione del disagio, al fine di prevenire tensioni sociali. Spesso gli operatori non si organizzano per rivendicare migliori condizioni di salario, rispetto del contratto, ecc. ed interpretano il loro ruolo professionale in modo da conservare e perpetuare il disagio, invece di stimolare l’organizzazione e la lotta dei soggetti in difficoltà. E’ un settore molto ampio che è destinato a crescere come numero di addetti, non solo perché il disagio sociale è destinato ad aumentare ma anche perché il settore della cura è uno dei pochi che ancora per diversi anni sfuggirà all’innovazione tecnologica sostitutiva di manodopera. Attraverso questo mondo abbiamo assistito in questi decenni alla privatizzazione morbida dell’assistenza. Se vogliamo invertire la rotta e rimettere il mutualismo in sintonia con il conflitto sociale dobbiamo contrastare la finanziarizzazione di questo settore, lavorare a dare all’operatore sociale un profilo completamente diverso, favorire una sindacalizzazione vera di questo settore di lavoratori. Da loro potrebbe venire un contributo di competenze e di idee molto importante.

Appunto, proprio per questo, secondo te lo strumento sindacale come può interagire con il mutualismo?

Questo credo che sia il tema centrale della questione: è proprio dalla rottura di ogni nesso tra mondo cooperativistico e mutualistico e mondo sindacale conflittuale che origina la grande deriva del terzo settore. Al centro dell’agire del terzo settore non ci sono più i diritti collettivi, così come non c’è un riconoscimento dei diritti di chi lavora in questo campo. Lo sfruttamento legato ai bassi salari, ad una forte precarietà, in molti casi anche al lavoro nero, ed una crescente dequalificazione vanno di pari passo con un’azione nei confronti di chi vive il disagio, che sia minore, migrante, tossicodipendente, anziano, ecc. che non mira al superamento del problema ma al suo mantenimento nei limiti della tolleranza sociale. Più in generale, il mondo della cooperazione in Italia è ormai indistinguibile da quello della grande impresa e come Usb siamo impegnati da anni a combattere per garantire i diritti minimi del lavoro a chi opera in queste aziende.

Ridare una prospettiva rivoluzionaria alle pratiche di mutualismo è possibile solo dentro una relazione forte con l’organizzazione sindacale di classe e dentro una rottura decisa con il sistema cooperativistico e del terzo settore, attualmente egemone in questo campo nel nostro paese. Costruire questo percorso è una sfida che USB ha già deciso di affrontare dando vita ad un ambito nuovo di organizzazione sindacale che abbiamo chiamato Federazione del Sociale. Non c’è un modello che possiamo perseguire ma dobbiamo inventare e sperimentare forme efficaci di connessione. Al centro c’è comunque la necessità di ricostruire l’organizzazione dei lavoratori al passo con le trasformazioni intervenute negli anni. Le tante pratiche di mutualismo, più in sintonia con il conflitto sociale, che si sono moltiplicate in questi anni ma che restano sparpagliate e sconnesse tra loro, hanno bisogno di un piano e di un progetto generali e il movimento dei lavoratori può rappresentare il loro collante. Un processo che costringa anche i delegati sindacali ad interrogarsi sul loro agire e ad introdurre modalità innovative per favorire il rapporto tra l’agire sindacale e le pratiche di solidarietà e di mutuo-aiuto dal basso.

Infine la questione più “rognosa”. Vorremmo evidenziare la preoccupazione che aleggia su molti compagni. A metà degli anni ’90, la stragrande maggioranza del movimento dei centri sociali si sbragò nell’accettazione dell’allora nascente settore no profit come possibile economia “fuori mercato” capace di produrre servizi e reddito sganciati dal lavoro salariato. I fatti ci dicono che fu un tragico inganno e che il terzo settore – o no profit – è stata una clava contro il welfare universale ed ha spianato la strada alla privatizzazione/esternalizzazione dei servizi. Non c’è il rischio che il mutualismo per l’organizzazione e gestione di servizi popolari di resistenza e sussistenza possa sembrare una capitolazione verso lo smantellamento del welfare?

L’antidoto sta nel rapporto con il movimento sindacale di classe. Questo è completamente mancato al movimento dei centri sociali e fin dai primi anni novanta diverse di queste realtà sono regredite verso forme più compatibili e meno conflittuali. C’è da dire che tra i centri sociali c’è stato e c’è tutt’ora chi cerca di misurarsi con i temi della precarietà e della sindacalizzazione del nuovo lavoro, provando a evolvere i centri autogestiti verso forme di moderne camere del lavoro. Sono tentativi interessanti anche se alcune volte risultano velleitari, che hanno il pregio di proseguire sulla strada della sperimentazione di nuove modalità di organizzazione sociale orientate al conflitto. La differenza spesso la fa la scelta di collegarsi ad un progetto generale, il desiderio di non indebolire le ambizioni, la spinta a non rinchiudersi in ambiti esclusivamente locali. Ma il salto di qualità si può dare solo nella saldatura tra questi esperimenti e le pratiche di mutualismo orientate al sostegno alle lotte e lo sviluppo di un moderno confederalismo sindacale di classe. Se ciò avvenisse ci sarebbe un balzo in avanti anche per tutto il movimento sindacale.

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