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16/04/2018

Hi tech, sempre più Asia e meno Usa

Capire quel che accade nel mondo dai giornali è quasi impossibile. La televisione – tutta e tutte, di Stato e private, dai Tg ai talk show – è anche peggio, perché riduce ogni argomentazione a una battuta secca, vuota, rovesciabile a piacere. Almeno in Italia e sui media mainstream.

Per sapere qualcosa – non tutto – dei movimenti profondi che preparano trasformazioni, rovesciamenti, cadute e ascese politico-economico-militari, bisogna guardare decisamente altrove.

Una articolata inchiesta del Wall Street Journal – non a caso uno dei principali quotidiani economici del pianeta, che ha come scopo principale quello di informare gli imprenditori per orientarne la capacità di investire (non quello d'imbonire un pubblico inconsapevole) – illustra con ricchezza di dettagli quale sia uno dei terreni strategici su cui si va combattendo da tempo una battaglia tra Usa e Cina, o meglio ancora tra Occidente e Asia.

Il terreno è ovviamente quello della tecnologia, dei nuovi brevetti, della ricerca applicabile alla produzione e dunque al business. Da sempre, qui, gli Stati Uniti e l’Occidente in genere hanno un vantaggio competitivo abissale. La Silicon Valley, per citare la concentrazione territoriale più famosa, è da 30 anni il simbolo di questa superiorità, il magnete che attrae investimenti colossali nella forma del venture capital. Che poi, volendola spiegare con parole semplici, sono quei capitali che vanno cercando nuove idee da finanziare, senza preoccuparsi di un ritorno immediato dalla realizzazione o meno di ogni singola idea. Sono insomma “capitali consapevolmente in cerca del rischio” perché hanno appreso, per esperienza diretta, che finanziando e realizzando 100 buone idee, magari 90 falliranno miseramente, ma quelle 10 che diventeranno realtà ricompenseranno svariate volte le perdite, garantendo alla fine profitti a volte inimmaginabili.

Quando gli Stati contavano ancora qualcosa tutto questo si chiamava ricerca, ed era finanziata dai fondi pubblici proprio perché per verificare se un’idea è buona o no tocca lavorare moltissimo. E la gente che lo fa va pagata, sostenuta, fornita dei mezzi strumentali per arrivare al risultato. Non sempre si ha successo, ma solo da quei fallimenti (e successi) nasce il progresso tecnologico.

Premessa un po’ lunga, ma necessaria per spiegare l’importanza – quasi epocale – dei movimenti dei venture capital sul pianeta, alla caccia delle idee buone.

Spiega il Wsj: fino a 10 anni fa il 75% dei finanziamenti privati alle “startup innovative” investiva il territorio statunitense (Silicon Valley, San Francisco, Seattle e altri luoghi ancora). Di conseguenza, tre scoperte mondiali su quattro si tramutavano velocemente in potenza industriale “basata” negli Usa, riversabile anche sul piano militare e dell’intelligence (le schedature di massa ormai sono subappaltate ai social network e ai motori di ricerca), con accordi obbligati tra società innovative e le varie branche dell’amministrazione a Washington.

Lo scorso anno, invece, il 40% dei 154 miliardi investiti globalmente a favore delle “startup innovative” ha premiato società cinesi o comunque asiatiche. Dieci anni fa la quota era intorno al 5%. Non che le varie Silicon Valley yankee siano ora neglette, ma la loro capacità attrattiva si è ridotta parecchio: solo il 44% (il 31% in meno). Per chi ragiona in termini di trend, il sorpasso è questione di settimane, al massimo qualche mese. E va sottolineata la quasi assenza dell’Europa in questa gara (il residuo 12% va infatti condiviso in parte anche con l’America Latina e l’Oceania).

L’elemento notevole è che la stragrande maggioranza dei venture capital rastrellano e investono capitali statunitensi, che però – come ogni capitale – ragionano in termini di profitto, non (troppo) su base “patriottica”. E quei capitali vengono infatti ricompensati con gli ampi margini di guadagno, mentre l’utilizzo e la proprietà (intellettuale e societaria) resta nelle mani di chi ha sviluppato la ricerca.

Ma aumenta velocemente anche la quota di capitali asiatici (non solo cinesi), che per molte diverse ragioni tendono a privilegiare l’investimento “domestico” o quantomeno continentale. Favorendo un veloce riequilibrio dei rapporti di forza economici e geopolitici.

Chi controlla meglio l’innovazione si garantisce infatti i vantaggi economici, industriali e militari della sua applicazione. Dunque scala rapidamente posizioni nei rapporti di forza mondiali, visto che questo mondo non ha affatto cessato di essere “competitivo”.

La novità sta unicamente nel fatto che chi pensava di controllare l’innovazione e quindi di controllare il mondo – e dunque spingeva sul tasto della “competizione” anziché su quello della cooperazione – non ha più quel monopolio, quella superiorità, quella capacità attrattiva che già da sola moltiplicava l’esibizione di potenza.

Merito anche del “metodo” cinese e asiatico, niente affatto “anarchico” o ultra-liberista come quello statunitense, che lascia completamente mano libera alle imprese e alla finanza, salvo correggere ex post eccessi di distorsione del mercato o vincolare contrattualmente le aziende considerate strategiche sul piano militar-spionistico.

Al contrario, dal Celeste Impero arrivano investimenti mirati, magari compartecipati tra pubblico e privato, ma tenendo bene al centro la “strategicità” di alcuni settori, a partire dai semiconduttori e la cosiddetta “intelligenza artificiale” (ieri IlSole24Ore ha pubblicato un preoccupato nonché ipocrita articolo sul vantaggio acquisito dai cinesi nelle tecnologie del riconoscimento facciale, criticando l‘eccesso di telecamere piazzate nelle strade e nei luoghi di grande concentrazione di massa, come se qui da noi – ormai da parecchi anni – la principale tecnica di investigazione poliziesca non fosse proprio l’analisi dei filmati delle telecamere).

Soprattutto, la strategia cinese punta su una forma moderna di cooperazione (“finanziare il partner locale per battere l’influenza Usa”), mentre quella di matrice anglosassone resta ferma a forme di imperialismo competitivo piuttosto datate (“costruiremo un prodotto migliore e conquisteremo tutti gli altri paesi”). Il che spiega anche la diversa accoglienza che le avances yankee incontrano ormai nel mondo (servitorelli stupidi a parte).

Il declino statunitense ha insomma profonde ragioni oggettive e il disagio politico che affligge la popolazione di quel paese – il neoliberismo sfrenato ha premiato pochi e condannato i più – è alla base del rovesciamento avvenuto contro l’establishment, reso manifesto dalla selezione di un “mule” inatteso come Trump. L’idea di poter recuperare centralità mondiale, o frenare il declino, per via politica ha però dei limiti fin troppo evidenti. La “guerra dei dazi”, chiunque la scateni, difficilmente produce vincitori. E in genere è chi l’apre a rimetterci di più e per primo.

Così dicasi della “supremazia militare”, che gli Usa indubbiamente ancora conservano. Ma non più tale da permetter loro di disporre a piacimento di ogni scacchiere. L’attacco “contrattato” contro la Siria, sabato 14, ne è una dimostrazione.

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