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15/04/2018

Fake wars

Proprio stamane sul Corriere un “anonimo” ufficiale militare italiano smentiva definitivamente la fake news sulle armi chimiche: «Dire che siamo preoccupati non rende bene l’idea. In verità siamo sconcertati da quello che sta succedendo in Siria. […] Prima di proseguire vorrei sottolineare una cosa: l’attacco dovrebbe essere una rappresaglia per l’uso di armi chimiche da parte della Siria. Ma francamente non si sono mai viste armi chimiche che colpiscono solo donne e bambini e che poi vengono lavate via con l’acqua». Fatta questa premessa, sempre l’ufficiale ricorda la situazione paradossale che sta vivendo la Siria, paese “sovrano” – nel senso di formalmente indipendente da altri Stati – invaso da anni da un paese Nato: «Nel caos siriano la Turchia ci sguazza. Non vede l’ora che la tensione salga in modo che possa continuare a fare i suoi comodi senza che nessuno fiati. In pratica la Turchia è un paese invasore della Siria del nord e adesso anche del nord dell’Iraq, e nessuno dice nulla».

Di fronte all’invasione conclamata, si decide oggi di bombardare il paese invaso e non l’invasore. Questa la legalità internazionale che tutti i paesi europei stanno avallando, chi direttamente – come Francia e Gran Bretagna – chi indirettamente, come Germania e Italia. Che, ripetendo il consueto schema, evitano la diretta implicazione nei bombardamenti salvo poi presentarsi con lo stuolo di medici, intelligence e imprese petrolifere a raccogliere i frutti dell’ennesimo paese invaso. Grazie al cielo (per la Siria), c’è la Russia. Se i bombardamenti di questa notte si sono risolti nel solito bluff mediatico trumpiano è unicamente per la presenza della Russia nella regione, a difesa della sovranità siriana. Certo i motivi di questa presenza sono tutto fuorché nobili e dettati da solidarietà internazionale. Sono, va da sé, interessi geopolitici contrapposti a quelli occidentali. Interessi, peraltro, che in questo anno hanno consentito proprio alla Turchia di coprirsi le spalle con la Russia per agire indisturbata nel Rojava. Ma bisognerebbe anche uscire dall’ignavia dirittoumanista che colloca i due interessi (quelli angloamericani e quelli russi) su di uno speculare piatto della bilancia: se non ci fosse la Russia e il suo sistema antimissile, Assad da tempo avrebbe fatto la fine di Gheddafi e la Siria la fine della Somalia: un failed state in parte controllato dall’Isis, in parte da proxy governments anglo-sauditi. Difficile inquadrare questo scenario nella prospettiva del “miglioramento” delle “condizioni di vita” della popolazione siriana. La critica ad Assad, pure doverosa, non può coincidere col ritorno del mandato occidentale in Medioriente, superando il conservatorismo alauita col neocolonialismo post-Prima guerra mondiale. E così il pagliaccio Trump con una mano assicura l’opinione pubblica liberale, dall’altra si muove con estrema cautela con la Russia. Questo lo scenario che ha portato all’operazione mediatica di questa notte. Uno show, in perfetto stile trumpiano.

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