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13/01/2018

A cosa somiglia una rivoluzione. Lenin e la politica economica sovietica


Pubblicato per Il Saggiatore lo scorso 29 Giugno, Economia della rivoluzione è un’antologia di scritti di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, ampiamente introdotta e commentata da Vladimiro Giacché, filosofo normalista, economista e presidente del Centro Europa Ricerche.

Quelli raccolti in Economia della rivoluzione sono dei testi che Lenin dedicò alla politica economica sovietica a partire dall’ottobre 1917, anno della presa del potere da parte dei Soviet, fino al marzo 1923, momento in cui la malattia che lo aveva colpito gli impedì di proseguire il suo lavoro per condurlo, quasi un anno più tardi, alla morte. Articoli, saggi, abbozzi di risoluzioni politiche, resoconti stenografici di interventi pubblici, appunti, promemoria. Economia della rivoluzione è un insieme eterogeneo di scritti – già editi in OpereComplete, pubblicate prima da Editori Riuniti e poi, ampliate, da Edizioni Lotta Continua – organizzati da Giacché secondo una scansione temporale: I) la presa del potere e i primi mesi di governo; II) lo scoppio della guerra civile e il comunismo di guerra; III) la Nuova politica economica.

Tre grandi capitoli all’interno dei quali prende corpo e si evolve la riflessione di Lenin, una riflessione che, nell’affrontare il problema dello sviluppo economico, continuamente si confronta con il portato della filosofia marxista e la sua ortodossia, riflette sulla necessità e sulla possibilità della formazione di una classe dirigente in un contesto arretrato, tratteggia i confini di una strategia politica costretta fra la ricerca del consenso, la dialettica con il capitalismo, l’imperialismo, si cimenta con i temi dell’emancipazione femminile.

Oltre cinquecento pagine che tornano attuali sia perché portatrici di una riflessione radicalmente alternativa al modo di produzione capitalistico, sia come esempio di un pensiero temerario, al tempo stesso rigoroso e pragmatico.

Accanto a un Lenin emancipatore, che tratteggia l’umanità nuova al servizio del proprio benessere e al riparo dallo sfruttamento, troviamo infatti uno spregiudicato Lenin “cartografo di contrade a venire” per nulla prigioniero di una tattica politica quando si tratta di rivedere l’atteggiamento del partito verso i “contadini medi”, quando ritiene necessario varare un piano di concessioni alle imprese estere per lo sfruttamento delle materie prime o quando giustifica un’alta retribuzione per gli specialisti della pianificazione e dell’organizzazione. Un Lenin sicuro del sapere scientifico e al tempo stesso, fiducioso nelle capacità di apprendimento e di evoluzione dell’uomo, pronto allo scontro con la propria storia politica così come all’eventualità dell’esplorazione, dell’errore.

Sono indubbiamente questi ultimi gli aspetti più interessanti dell’elaborazione di Lenin che il libro di Giacché ci restituisce, e cioè l’immagine di un politico fiducioso e, al tempo stesso, realista, quel tanto che basta per non poterne fare un “eroe” moderno da distruggere a colpi di disillusione.

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Tiziano Annulli: La sua produzione saggistica in passato si è già dedicata alla riscoperta di una storia e di un pensiero politico colpevolmente abbandonati; mi riferisco ad Anschluss (Imprimatur, 2013) così come a Il capitalismo e la crisi (DeriveApprodi, 2009). A questo proposito, che cosa significa per lei pubblicare un’antologia di testi di Lenin? Cosa rimane da esplorare del suo pensiero?

Vladimiro Giacché: Significa tornare a leggere un autore di fondamentale importanza non soltanto per la tradizione marxista, ma per la storia del Novecento nel suo complesso. I suoi scritti economici successivi alla rivoluzione d’ottobre sono ingiustamente trascurati, per diversi motivi: un primo motivo è rappresentato dal rilievo maggiore che è stato dato tradizionalmente al Lenin pensatore politico; a questo motivo negli ultimi decenni si è ovviamente aggiunta la crisi definitiva e la conseguente dissoluzione dell’Unione Sovietica. Tutta quella storia è diventata meno interessante, se non come oggetto di una demonizzazione postuma da parte dei “vincitori della storia” – i quali ignorano che questa stessa espressione è un’etichetta con una data di scadenza. Oggi ripubblicare e leggere questi testi significa dotarsi di una eccezionale fonte di prima mano – anche se ovviamente “di parte” – per decifrare gli eventi dei primi anni successivi alla rivoluzione. Ma anche qualcosa di più: infatti nelle soluzioni date ai problemi economici della Russia di quegli anni si affacciano per la prima volta le due grandi forme di organizzazione dell’economia tra cui oscillerà l’intera traiettoria storica dell’Unione Sovietica e delle democrazie popolari dell’Est europeo. Da un lato la centralizzazione del “comunismo di guerra”, dall’altro il più articolato rapporto tra proprietà statale e mercato che caratterizzò la Nuova politica economica (e che avrebbe rappresentato un punto di riferimento per tutti i tentativi di riforma del sistema). Qui c’è anche la risposta all’altra sua domanda: un aspetto sicuramente da esplorare del pensiero di Lenin è rappresentato dalla capacità di apprendere dagli errori, di imprimere correzioni di rotta anche molto brusche (per avere un’idea di quanto fu brusco e traumatico l’avvio della Nep basta leggere le memorie di Molotov sullo sconcerto che quella svolta suscitò nel partito comunista); ma sempre esponendo con grande chiarezza e onestà intellettuale i motivi degli errori e il percorso di apprendimento che doveva portare a un loro superamento. E qui gli scritti di Lenin degli ultimi anni ci offrono qualcosa di ancora più importante, anche se presente solo in filigrana: una messa in discussione di alcuni presupposti teorici marxisti che avevano informato le prime mosse dei bolscevichi al potere. Uno su tutti: l’idea che dopo la rivoluzione merce e denaro dovessero subito scomparire cedendo il passo a un diverso modo di organizzazione dello scambio. Questa idea, presente nella marxiana Critica al programma di Gotha, era largamente accettata in campo marxista (sia in ambito socialdemocratico, sia tra i comunisti), ma proprio l’esperienza della rivoluzione russa la mette concretamente in discussione – e Lenin è il primo a capirlo.

T. A.: Con Anschluss, lo studio della riunificazione fra Repubblica Democratica Tedesca (DDR) e Repubblica Federale di Germania (BRD) non era finalizzato solo alla confutazione della vulgata che ha sempre presentato l’Occidente come salvatore delle sorti di un socialismo sull’orlo del fallimento, ma interveniva in un dibattito, tuttora attuale, sulla bontà e sulla neutralità dei meccanismi europei di integrazione delle economie nazionali. Anche nel caso di Economia della rivoluzione si ha l’impressione che, oltre l’interesse per il pensiero di Lenin, il libro abbia degli scopi “politici” più legati all’attualità, e cioè re-introdurre il pragmatismo leninista nell’ambito delle discussioni legate al ripensamento del progetto comunista in Italia e, al tempo stesso, nutrire la discussione sulla natura e sugli sviluppi dell’economia cinese. Possono scritti di politica economica di cento anni fa dirci qualcosa sulla crisi del pensiero di sinistra e sulla sua subalternità?

V. G.: Io credo che possano dirci molto, anche se ovviamente non sono in grado di offrirci soluzioni prêt-à-porter per i problemi di oggi. Il primo insegnamento è nell’atteggiamento di fondo, di intransigenza sui principi e di rifiuto della mediazione ove essa confligga con le finalità che il partito rivoluzionario si è dato. Si tratta di un atteggiamento che rifiuta le compatibilità date e che punta a rompere una cornice istituzionale in cui le scelte sono per definizione obbligate. Da questo punto di vista Lenin si oppone frontalmente al suo predecessore a capo del governo, il socialista rivoluzionario Kerenskij: questi (un giovane “rottamatore” di 36 anni) da ministro della guerra del governo provvisorio nato dalla rivoluzione di febbraio non soltanto non aveva interrotto la guerra, ma aveva lanciato la fallimentare “Offensiva Kerenskij”; e da primo ministro si era guardato bene dall’attuare il programma di spartizione della terra tra i contadini proposto dal suo stesso partito – un programma al quale daranno attuazione, un solo giorno dopo la presa del potere, proprio i bolscevichi di Lenin. Oggi le “compatibilità” (a partire da quelle “europee”) sono sempre più anguste, la politica è ridotta ad amministrazione di decisioni prese altrove e si giunge a lodare la presenza di un “pilota automatico” alla guida delle economie del continente. Siamo quindi in piena “epoca Kerenskij”. Ma l’atteggiamento giusto è quello di Lenin: se non ci si può muovere entro la cornice data, è la cornice che va rotta e sostituita con un’altra.

Il secondo insegnamento si riferisce alla fase immediatamente successiva, e riguarda la lotta contro ogni velleitarismo “rivoluzionario”. A rivoluzione avvenuta, il rischio che Lenin deve sventare è quello delle fughe in avanti, della frase e del gesto rivoluzionario, propri di chi scambia i propri desideri per la realtà e così rischia di perdere tutto: è il caso della polemica di Lenin contro i “comunisti di sinistra” che non vogliono la pace di Brest-Litovsk con la Germania, e quindi determinano una situazione in cui la pace sarà molto più onerosa, o accusano Lenin di “deviazione di destra” e di voler introdurre in Russia il “capitalismo di Stato”. A quest’ultima accusa Lenin controbatte che il capitalismo di Stato sarebbe “un passo avanti” nella Russia dei piccoli produttori contadini dispersi. E negli ultimi scritti aggiungerà che il “capitalismo di Stato” in uno Stato non più retto dalla borghesia non può essere assimilato librescamente a quello dei Paesi capitalistici in tempo di guerra.

Qui c’è il terzo insegnamento: il rifiuto di ogni subalternità di pensiero. Sia rispetto al pensiero dominante, sia rispetto alla propria stessa tradizione. Che va continuata, ma anche innovata e modificata, non subìta.

T. A.: Con lo scoppio della bolla dei mutui Subprime e con l’importazione della crisi all’interno dell’area dell’Euro, in seno al dibattito economico ha ripreso slancio la necessità di ripensare in maniera critica sia il sistema economico di cui siamo parte, sia il ruolo che lo Stato è chiamato a esercitarvi. In Italia, espliciti richiami in tal senso sono arrivati, fra gli altri, da un economista come Emiliano Brancaccio, che pubblicamente si dichiara affascinato dal pensiero di Lenin. Secondo lei, ha ancora senso parlare di economia di pianificazione, e se sì, in che termini?

V. G.: Qualche anno fa Fredric Jameson ha detto che Wal-Mart dimostra che l’economia pianificata è possibile. Non si tratta di una boutade. Ogni grande corporation, sia essa di natura industriale, commerciale o finanziaria, oggi rappresenta una gigantesca centrale di pianificazione, spesso su orizzonti temporali tutt’altro che brevi; ovviamente pianifica sulla base della propria stella polare, del suo valore-guida: il perseguimento del massimo profitto nel minor tempo possibile. A quanto pare l’unica entità che secondo il pensiero dominante sarebbe incapace di pianificare è lo Stato, del cui ruolo ci si accorge solo in tempi di crisi, quando diventa vitale socializzare le perdite del settore privato (o dei suoi attori più forti e influenti). Ma, appunto, qui non si tratta di progettare lo sviluppo, ma di assumersi i costi dei “fallimenti del mercato”. Per poi, passata la bufera, tornare tutti al business as usual. Cosicché può addirittura capitare di leggere, sui report di banche da poco salvate da generosi interventi pubblici, preoccupate reprimende sugli eccessi del debito pubblico.

Fatta questa premessa, la mia risposta alla sua domanda è: ha senso parlare di pianificazione così come ha senso parlare di strategia. Lasciarla al “mercato” (ossia agli operatori privati più forti) è pericoloso e contraddittorio. Pericoloso perché l’obiettivo del massimo profitto può non conciliarsi con quello del bene comune, contraddittorio perché l’anarchia della produzione, pur mitigata da processi di concentrazione e oligopoli, non è la migliore premessa per l’elaborazione di una strategia razionale di sviluppo a livello macroeconomico. Detto questo, neppure una pianificazione onnicomprensiva può rappresentare la soluzione, soprattutto in un’epoca in cui l’informazione tende a essere estremamente distribuita e parcellizzata, e nessun agente appare in grado di possederla interamente. Da questo punto di vista trovo molto interessante (e singolarmente banalizzato dalle nostre parti) l’esperimento cinese, che mi sembra un tentativo di contemperare un’effettiva capacità di indirizzo delle grandi direttrici di sviluppo dell’attività economica da parte dello Stato (direttamente e tramite le imprese statali) con la sussistenza, e anzi la crescita, di un mercato di operatori privati indipendenti. Bisognerebbe studiarlo di più, e soprattutto intenderlo per quello che è: un modello economico, senza banalizzare ogni volta il discorso facendo ricorso alla scorciatoia del cliché “autocrazia politica + capitalismo sfrenato”, o alla contrapposizione a un presunto “capitalismo liberale” che non esiste più da nessuna parte. Già più pertinenti appaiono i tentativi di leggere questo esperimento con le lenti del “capitalismo di Stato”. Ed è interessante notare che proprio a questo riguardo non è mancato chi ha ravvisato una qualche continuità della Cina contemporanea con l’opera di Lenin: penso in particolare a un numero dell’Economist di qualche anno fa, con in copertina un Lenin “capitalista” con tanto di sigaro sotto il titolo “The rise of state capitalism. The emerging world’s new model”.

T. A.: Negli scritti di Lenin traspare costantemente la tensione a emancipare le masse dei lavoratori elevandone le competenze e la coscienza storica affinché si possa raggiungere un più alto grado di benessere, efficienza produttiva e consapevolezza. Allo stesso tempo, Lenin è inflessibile con le ambizioni dei politici comunisti quando queste si dimostrano irrazionali e dogmatiche, moderandone le pretese dirigenziali, esaltando il sapere tecnico “borghese” (seppur in ottica strategica) e invitando i funzionari al paziente lavoro dell’analisi e dell’apprendimento. Da questo punto di vista, che cosa ci insegna Lenin a proposito del rapporto fra partito politico, dirigenti e masse in un momento storico in cui l’accesso all’informazione pare aver avuto l’ironica conseguenza di aver delegittimato gli esperti più di quanto non abbia contribuito a riscattare le masse e dove si è sempre più fatto strada il principio di disintermediazione?

V. G.: Sì, tra gli aspetti più interessanti di questi scritti di Lenin vi è la valorizzazione – come diremmo oggi – delle “competenze”. Questo avviene in diversi momenti e in diversi modi. Già nel 1918, quando Lenin per un verso insiste sulla necessità di educare le masse a dirigere in prima persona lo Stato e l’economia (ci sono scritti straordinari sul carattere epocale di tale passaggio), dall’altro capisce che nell’immediato bisogna far ricorso a tecnici e specialisti “borghesi” e che a questo fine bisogna pagarli di più degli altri lavoratori (facendo quindi un passo indietro rispetto ad alcune decisioni egualitaristiche assunte in precedenza sull’esempio della Comune di Parigi). Anni dopo, quando si cerca di avviare il piano di elettrificazione del Paese e, su questa base, anche il primo tentativo al mondo di piano economico nazionale unificato, Lenin si scontra con l’atteggiamento burocratico di molti dirigenti comunisti nei confronti dei tecnici e del piano da loro elaborato. A questi dirigenti Lenin chiede “di comandare il meno possibile, anzi di non comandare affatto”, ma piuttosto di dimostrare la capacità di coordinare il lavoro dei tecnici “approfondendo la questione, studiandola particolareggiatamente”. Beninteso, la posizione di Lenin qui non è tecnocratica, ma antiburocratica e mirante a creare gruppi dirigenti in grado di conoscere almeno nelle loro grandi linee i problemi pratici con i quali si devono confrontare.

Oggi, come è noto, la bilancia tra tecnici e politici sembra essersi squilibrata a favore di primi. Nel nostro Paese si sono succeduti governi “tecnici” docilmente votati dai politici, e scelte assunte a livello “tecnocratico” – in un non-luogo imprecisato tra Bruxelles e Francoforte – divengono leggi imposte senza un dibattito degno di nota. In compenso, “tecnici” ed “esperti economici” non sono usciti bene da una crisi che non avevano previsto e per curare la quale – in grande maggioranza – hanno proposto rimedi sbagliati e controproducenti, come è ormai ampiamente dimostrato. Trovo salutare che in questo caso il principio di autorità abbia preso qualche colpo. E devo dire che, seguendo certi dibattiti sui social media, càpita di sorprendersi per la profondità e ricchezza di argomentazione di molti non specialisti, e per contro di scandalizzarsi per la pochezza argomentativa e talvolta la malafede di certi economisti di professione. Insomma, la disintermediazione non è necessariamente un fenomeno negativo. Continuo però a preferirle l’organizzazione: ossia la presenza di forze politiche organizzate che tornino a esercitare in modo non ambiguo e non menzognero un ruolo di rappresentanza sociale.

T. A.: Come interpreta il suo ruolo di studioso e di lavoratore all’interno del contesto politico e culturale italiano? Crede che abbia ancora senso definirsi un intellettuale, e se sì, in quale senso?

V. G.: Non sono un intellettuale di professione. Sono una persona che cerca di esercitare il senso critico e che dialoga volentieri con chi ha la stessa propensione. Ho la fortuna di lavorare – ormai da più di vent’anni – in un settore quale quello finanziario, che rappresenta un ottimo osservatorio su come oggi funziona (e come va modificandosi) il mondo; da qualche anno, ho anche quella di essere presidente del Centro Europa Ricerche, uno dei pochi centri di ricerca economica indipendente del nostro Paese. Non sono sicuro che oggi la definizione di “intellettuale” abbia senso. Di una cosa, invece, sono certo: il suo contenuto è andato cambiando in modo radicale negli ultimi decenni. In particolare in direzione di un distacco sempre più netto tra teoria e prassi politica come veniva intesa ancora qualche decennio fa, e per contro di un riavvicinamento a modelli “cortigiani” di rapporto tra i due poli. Semplificando un po’: sempre meno “intellettuali organici” a idee e prassi di trasformazione della realtà, sempre più intellettuali organici al potere e alla sua conservazione. Non è un passo avanti. Ma non credo che la storia sia finita. Neanche da questo punto di vista.

Tiziano Annulli intervista Vladimiro Giacché per lavoroculturale.org

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