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20/11/2017

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Conversazioni con Stalin, di Milovan Gilas

Ovviamente scomparso dalle librerie, torna rieditato da Pgreco Conversazioni con Stalin, il libro di memorie del dirigente comunista jugoslavo Milovan Gilas, al tempo della pubblicazione (1962) già compromesso con l’anticomunismo e di lì a poco definitivamente venduto all’Occidente. Nonostante ciò, si tratta di un libro bellissimo, per chi lo sa leggere. In prima battuta è semplicemente lo sfogo dell’ex dirigente in rotta col suo partito. Grattata via la superficie del rancore emerge il punto di vista intimo di un capo comunista, per anni ai vertici del movimento comunista jugoslavo, posizione che gli ha permesso numerosi incontri con la dirigenza sovietica e in primo luogo con Stalin. Da questi incontri Gilas ne ricava un’antropologia del potere sovietico e un’essenza del comunismo. Ma andiamo con ordine.


C’è un fatto che caratterizza i rapporti tra Jugoslavia e Urss, e che difficilmente si ritroverà nelle relazioni tra Unione sovietica e gli altri paesi del glacis: nonostante l’ovvia “devozione” per Stalin e l’Urss, il gruppo dirigente jugoslavo cercò di mantenere sempre le relazioni politiche su di un piano di parità e di indipendenza. Fatto questo reso possibile dalla particolare evoluzione della Resistenza jugoslava che, come noto, si liberò autonomamente dell’invasore nazi-fascista, ma non solo: in Jugoslavia si sviluppò parallelamente alla guerra d’indipendenza una massacrante guerra civile contro le formazioni monarchico-nazionaliste cetniche. Una doppia guerra che portò sia alla Liberazione che alla nascita di un nuovo Stato. Questo fatto impresse al comunismo jugoslavo la sua originalità nonché la predisposizione a salvaguardare gelosamente le conquiste epocali prodotte dalla Resistenza-Rivoluzione del ’41-’45. Di questa indipendenza sono intrise le pagine di questo diario.

Come detto, al momento di scrivere questi ricordi Gilas è già approdato all’anticomunismo, prima dissimulato da revisionismo antistalinista, di lì a poco apertamente filo-capitalista. Nonostante ciò, nel Gilas che ricorda gli anni tra il ’44 e il ’48 rimane vivida la grandezza dello sforzo sovietico contro l’invasione nazista: «sia come comunista, sia come jugoslavo ero commosso dalla cordialità e dal rispetto che mi dimostravano dappertutto [i sovietici]»; «allora ero prevenuto, e vedevo le cose con un entusiasmo dogmatico e romantico; ma oggi la mia stima delle qualità dell’Armata Rossa, e specialmente dei soldati russi che ne formavano il nucleo, non sarebbe inferiore». Altrove Gilas s’incarica di smentire l’incapacità sovietica nella gestione dell’esercito, soprattutto riguardo alle precedenti purghe staliniane che avrebbero indebolito l’organizzazione militare: «Stalin aveva operato purghe severissime, specialmente al vertice, ma l’effetto era stato minore di quanto si pensi perché nello stesso tempo egli non aveva esitato a innalzare ai gradi più alti uomini giovani e intelligenti; [...] Egli agì simultaneamente in due direzioni: introdusse nell’esercito un’obbedienza assoluta al governo, al partito e a lui personalmente, e nello stesso tempo non risparmiò nulla per migliorare l’efficienza e il tenor di vita dell’esercito e per assicurare agli uomini rapide promozioni». L’esercito rimaneva d’altronde, fino alla fine degli anni Venti, l’unica ridotta in cui ancora perduravano i segni dell’aristocrazia zarista: generali e colonnelli provenivano tutti dal cursus honorum pre-rivoluzionario. L’Armata Rossa che conoscerà Gilas sarà al contrario un esercito comandato da operai: «Konev era uno dei nuovi comandanti nominati da Stalin in tempo di guerra; [...] entrato nell’Armata Rossa subito dopo la rivoluzione (era allora un giovane operaio), pian piano era salito di grado. Anche lui però aveva fatto carriera sul campo di battaglia, come più o meno tutti gli alti ufficiali dell’Armata Rossa sotto il comando di Stalin nella seconda guerra mondiale». Il Gilas antistalinista e anticomunista degli anni Sessanta riconosce, tra le pieghe della sua invettiva anti-staliniana, i caratteri di una società nuova, di cui ancora allora intravedeva la grandezza. Anche le boutades sull’abuso di alcol tra i militari trovavano smentita nelle impressioni dell’autore: «Non tutti però bevevano [qui Gilas parla di una cena data in onore della delegazione jugoslava, n.d.a.]: gli ufficiali in servizio e quelli in contatto con il fronte non toccarono una goccia. E aggiungo che gli ufficiali non bevevano al fronte, tranne in momenti di assoluta calma. Pare che durante la campagna finlandese Ždanov avesse chiesto a Stalin di assegnare cento grammi giornalieri di vodka ad ogni soldato. La consuetudine s’era poi mantenuta».

Finalmente la delegazione jugoslava, Gilas in testa, riesce ad incontrare Stalin e Molotov al Cremlino (siamo nel marzo-aprile 1944). L’oggetto dell’incontro verteva sul riconoscimento del nuovo Stato jugoslavo nonché varie richieste di aiuti militari: «Rimasi entusiasta di questo modo franco, senza sotterfugi, di affrontare i problemi; non avevo mai incontrato questo atteggiamento nelle sfere ufficiali e tanto meno nella propaganda sovietiche. [...] Mi trovavo di fronte a un uomo che affrontava la realtà a viso aperto, dicendo pane al pane. [...] Quando accennai a un prestito di duecentomila dollari, rispose che le nostre richieste erano eccessivamente modeste: non capiva che cosa sperassimo di concludere con quei pochi soldi, ma la somma sarebbe stata stanziata immediatamente. Alla mia osservazione che, dopo liberato il paese, avremmo pagato il debito e anche gli invii di armi e di altro materiale, si infuriò: “Questo è un insulto. Come, voi state versando il vostro sangue, e vi aspettate che vi faccia pagare le armi! Non sono un mercante, noi non siamo mercanti! State combattendo per la nostra stessa causa, e abbiamo il dovere sacrosanto di dividere con voi tutto quello che possediamo!”».

Ma chi è lo Stalin che emerge dal racconto di Gilas? Una figura a dir poco contraddittoria. Come velocemente ricordato, l’antistalinismo di Gilas non gli preclude il riconoscimento di taluni fatti oggettivi. Ma è nei momenti “privati” che affiorano i caratteri di un’antropologia del potere sovietico che impressionerà, nel bene e nel male, l’ex dirigente jugoslavo. Ad esempio nelle cene a Kuntsevo, località alle porte di Mosca dove sorgeva la residenza di Stalin: «Una cena di questo genere durava normalmente sei e più ore, dalle dieci di sera fino alle quatto o alle cinque del mattino; si mangiava e si beveva lentamente, parlando un po’ di tutto. [...] Gran parte della politica sovietica veniva decisa, senza solennità né formalità, a queste cene, che inoltre rappresentavano lo svago più frequente e più comodo nella vita altrimenti austera e monotona di Stalin, e l’unico lusso ch’egli si concedesse. [...] L’atmosfera mi parve molto intima e amichevole. [...] Un visitatore non avvertito forse non avrebbe notato nessuna differenza fra Stalin e gli altri; ma una differenza c’era. Gli altri prendevano mentalmente nota delle sue opinioni, e nessuno lo contraddiceva con molto impegno. L’impressione era, tutto sommato, quella di una famiglia patriarcale, con un capo capriccioso i cui ghiribizzi tenevano in apprensione la gente di casa». E’ un passaggio questo straordinario e rivelatore. Gilas è appena uscito da quattro anni di carcere, e si appresterà a tornarci subito dopo la pubblicazione del presente libro. La delusione verso il comunismo è al suo massimo grado, eppure la cautela, addirittura la delicatezza, utilizzata nel descrivere il potere sovietico è sorprendente. Gilas non liquida nulla con frasette banali, con falsi senni del poi di cui sono piene le sterminate librerie dell’anticomunismo. Anche nel Gilas martoriato dalla repressione appare un rispetto del comunismo che tracima i suoi sentimenti. Nel constatare quella che per lui è la decadenza di un gruppo dirigente, Gilas non dimentica che è comunque il gruppo dirigente che ha edificato il socialismo e procede vittorioso nella battaglia contro il nazismo. C’è respiro storico nelle pagine in cui l’autore valuta i comportamenti di questi dirigenti, e veniamo qui all’aspetto rilevatore che queste pagine portano con sé.

Nel 1944 il gruppo dirigente sovietico è composto da militanti forgiati nel fuoco della repressione zarista. Valga per tutti la carriera altamente simbolica dello stesso Stalin: arrestato nel 1900 per un anno, viene nuovamente arrestato nel 1902; nel 1903 viene arrestato e deportato in Siberia per tre anni; nel 1904 evade dal confino siberiano e si dedica alle rapine di finanziamento della frazione bolscevica; nel 1908 viene di nuovo arrestato e deportato in Siberia; dopo pochi mesi fugge nuovamente, e nuovamente viene arrestato nel 1913 e internato a Kureika per quattro anni, uscendo solo nel 1917. Il curriculum staliniano è condiviso dal resto della dirigenza bolscevica: cospiratori di professione che per un ventennio hanno assaporato più galera che libertà. Andiamo avanti. Nel ’44 la Seconda guerra mondiale vira decisamente verso la vittoria alleata. L’Unione sovietica, sopravvissuta alla guerra civile, risorge dalla sue ceneri attraverso la resistenza di Leningrado (1.300.000 morti sovietici) e di Stalingrado (circa 500.000 morti sovietici), di gran lunga le due battaglie più cruente della guerra e probabilmente di ogni guerra del Novecento. Stalin, e con lui tutto il potere sovietico, sono letteralmente seduti sulla propria storia, esausti e tronfi. Il gruppo di cospiratori si è trasformato in organo dirigente della “seconda superpotenza” mondiale, e questo fatto ha probabilmente inciso nel profondo di una mentalità che si è ritrovata, venendo dal niente della loro povertà e dopo anni di repressione zarista, a gestire un potere immenso: hanno vinto. Gilas rileva «quanto era assurda tutta l’esistenza di quegli uomini, che ogni sera si riunivano a gozzovigliare insieme al loro vecchio capo; eppure da quegli uomini dipendeva la sorte dell’umanità». E’ questa l’amara e rassegnata riflessione di un altro combattente per il comunismo, impressionato da questa eccessiva «vuotaggine», qualcosa di «tragico e insieme di orribile». La tragedia di un declino umano, forse comprensibile, a cui seguiva l’orrore per la mancata e impossibile inevitabilità. Qui si situa uno dei nodi irrisolti del comunismo del Novecento: ogni vittoria rivoluzionaria rimane legata al gruppo dirigente originario. Il rivoluzionario si siede sopra la sua opera, se ne intesta non solo il passato ma anche il futuro, impedendo una reale dialettica che porti al passaggio di consegne all’interno di uno stesso modello politico. E’ il limite di chi, venendo dalle fila del proletariato, non lascia il potere conquistato al prezzo del sangue e del sacrificio: non c’è alcuna educazione borghese alla gestione del potere. Ma è il limite con cui si è scontrato ogni potere comunista nello scorso secolo. Gilas intravede un problema che però caratterizzerà anche la Jugoslavia comunista. Ma è la nostra storia, la storia cioè del proletariato e della sua educazione al potere. Fuori da questo c’è il ritorno alla borghesia, e infatti Gilas, e con lui gli Gilas d’ogni latitudine, non possono far altro che trasmigrare in Occidente e farsi discepoli capitalisti, via via degradando verso il più becero risentimento anticomunista.

Queste conversazioni con Stalin, a saperle leggere, ci raccontano della grandezza e della tragedia del comunismo del XX secolo, attraverso il dialogo (indiretto) tra due massimi protagonisti. S’impara molto anche dal nemico se colto negli interstizi di un ragionamento revisionista ma ancora indipendente.

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