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16/10/2017

Fatah-Hamas, l’eterno incontro senza vie d’uscita

L’ennesimo tentativo di avvicinamento e collaborazione fra le due maggiori fazioni palestinesi (Fatah e Hamas), in atto da mesi e ufficializzato nelle ultime settimane, viene esaminato con interesse e anche con le debite precauzioni da analisti e dagli stessi militanti. Ricomporre uno scisma politico, con tanto di scia di sangue protrattasi per alcuni mesi fra il 2006 e 2007, non è semplice ma è possibile. Seppure alcuni leader sempre presenti, direttamente o indirettamente, possano intralciare più che favorire un processo per il quale alcune componenti (Fdlp) tifano, mentre altre non se ne curano (i nuclei del Jihad islamico e salafiti presenti soprattutto nella Striscia di Gaza). Interessati, invece, certi attori regionali, soprattutto quelli vicini: i governi israeliano ed egiziano.

Vediamo qualche scenario. Posto che le reciproche leadership – la vecchia guardia di Fatah legata ad Abu Mazen e la non più giovane leadership islamista di cui Haniyeh è ora l’esponente principe – guadagnano in prestigio internazionale se si presentano unite, gli osservatori più critici sostengono che il tentativo in corso sia un’operazione di realpolitik che coinvolge l’ipotesi di amministrare i reciproci territori. E li preserva da scalate di gruppi comunque presenti, i citati fondamentalisti, minoritari ma attrattivi per i più giovani. Questi gruppi lavorano sulle contraddizioni sociali esistenti, su fenomeni di corruzione che caratterizza da decenni la gestione dell’Autorità Nazionale Palestinese, oltre che su irrisolte questioni politiche.

Per far vivere i milioni di palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia il realismo amministrativo ha bisogno di risorse economiche. Quelle esistenti provengono in gran parte dalla Comunità internazionale, Stati Uniti in testa, e sono gestite dall’Anp. L’avvicinamento fra i due partiti palestinesi dovrà prevedere accordi sul delicato tema. Si vocifera che una delle concessione chieste ad Hamas è porre le proprie milizie armate (25-30.000 uomini) sotto la direzione della polizia dell’Anp. Essa, com’è noto, collabora con Israele, in tanti casi prendendone ordini o subendone smacchi di cui sono vittime i cittadini. La vicenda accaduta nel marzo scorso a Basil al-Araj non è che la punta dell’iceberg di una pseudo-sicurezza creata a misura della repressione d’Israele.

Al-Araj era stato arrestato dalla polizia palestinese con l’accusa d’essere vicino agli islamisti, rilasciato dopo alcuni mesi aveva trovato rifugio presso parenti. Nella casa dello zio a Bethlehem è stato raggiunto in piena notte da un reparto dell’esercito israeliano che l’ha assassinato. La vicenda ha avuto una certa eco perché il giovane era noto, e ha fatto dire a un esponente del movimento palestinese non violento come Mustafa Barghouti che quella morte era “un atto di uccisione illegale”. Di situazioni simili è costellata la vita quotidiana nei Territori Occupati e tale “normalità” è una delle molteplici ‘spade di Damocle’ disseminate negli Accordi di Oslo che la dirigenza di Fatah sottoscrisse con l’uomo simbolo, Yasser Arafat, padre d’una patria resa irreale dagli stessi presupposti dei patti.

Da parte sua Haniyeh ha di recente considerato irrinunciabile “l’arma della resistenza”, ma diplomaticamente fa intendere che vorrebbe concordare con Fatah quando e come usarla. Se, per convenienza, fosse costretto ad abbandonarla il movimento che fu dello sheikh Yasin e di Rantisi si giocherebbe la considerazione internazionale di cui ancora gode. Fra le due componenti c’è dissenso attorno al fantasma dell’Olp, che Hamas vorrebbe rivitalizzare e riformare e che, al contrario Fatah ha sotterrato da tempo rimpiazzandolo con l’apparato di potere dell’Anp. A tal proposito un potentato che s’è fatto tanti nemici fra gli islamisti e anche fra i suoi ex, mister Mohammed Dahlan responsabile della sicurezza di Fatah con amicizie divise fra la Cia e il Mossad, da anni auto esiliato negli Emirati Arabi con cospicui conti bancari, potrebbe rispuntare fuori in questa fase di trattative. C’è chi sostiene che abbia ancora mire su Gaza da cui fu cacciato appunto un decennio addietro. E’ un uomo forte e divisivo, potrebbe svolgere una funzione di guastatore e ottemperare, volutamente o meno, al desiderio israeliano più diffuso: tenere divisi i due fronti. Questo appare l’orientamento di Tel Aviv operando su entrambi: col compromesso a suo vantaggio nella West Bank e con la forza nella Striscia. Un proseguimento di quel che accade da un decennio. Creativo e pretenzioso, invece, il progetto del Cairo che col presidente golpista al Sisi, si candida a governare il tentativo di riconciliazione.

L’Egitto propone di formare un Consiglio di sicurezza per Gaza diviso fra i due partiti palestinesi e disegna per sé il ruolo di supervisore dell’organismo, cosa che entrambe le fazioni potrebbero non gradire considerandola sminuente. Inoltre significherebbe finire sotto il controllo oltre che dello Shabak, anche dei Mukhabarat. Certo, le forze di al Sisi s’interessano soprattutto alla presenza dei fondamentalisti armati che possono infiltrarsi nel Sinai e aprire varchi all’Isis, com’è già accaduto, ma proprio perché spiccatamente mirata la proposta potrebbe non trovare sponda. L’apertura del valico di Rafah per il rifornimento delle merci rappresenta la contropartita offerta come atto utile e di buona volontà verso i gazousi schiacciati dal blocco d’ogni rifornimento, dalla distruzione della rete dei tunnel e dal progetto del muro sotterraneo. Ora che Hamas ha preso formalmente le distanze dalla famiglia della Fratellanza Musulmana c’è qualche possibilità di rapporto con la politica del Cairo, ma nulla è scontato perché l’ingresso a Gaza dell’Autorità palestinese può diventare fortemente limitante per il partito islamico. Per quanto traspare che l’apparato dell’Anp non sia per nulla allettato dal coinvolgersi nelle mille emergenze della Striscia. Sulla riconciliazione pesa pure il fantasma della rappresentanza. Il mandato di Abu Mazen è scaduto sin dal 2009, il suo potere è illegale, però gli attacchi periodici lanciati da Israele sui due milioni che vivono ammassati nei 45 km quadrati della Striscia hanno fatto in modo che non si pensasse al voto. Così fra congelamento e disgelo della politica interna e delle ingerenze esterne, tutto resta irrisolto. Mentre le nuove generazioni palestinesi stanno perdendo, accanto a ogni opportunità di vita, anche il filo degli avvenimenti e brancolano in un limbo, peggio dei loro padri.

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