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13/10/2017

Chi decide? L’esproprio che genera i “populismi”

C’è qualcosa di apparentemente incomprensibile, anche per gli analisti più seri, nell’emergere dei cosiddetti “populismi” in quasi tutte le regioni d’Europa.

Se escludiamo lo strombazzare di Renzi sul “Pd come argine ai populismi”, alcuni analisti, presi come sono dall’applicazione degli strumenti di interpretazione forniti dal pensiero unico neoliberista, al massimo arrivano ad identificare un “antagonismo tra centro e periferia” (Carlo Bastasin su IlSole24Ore di oggi, per esempio), sbrigativamente identificati rispettivamente come regioni più dinamiche e più arretrate sul piano economico. Nelle prime si svilupperebbe un “populismo da ricchi” – derivante da una percezione delle istituzioni pubbliche come “troppo lente” rispetto ai cambiamenti dell’economia digitalizzata – mentre nelle seconde prevarrebbe un “sentimento” di abbandono, isolamento, declino, che porterebbe a rivalutare visioni o identità nazional-regionali perse da un paio di secoli o alcuni decenni. 

Secondo questa chiave di lettura Catalogna e lombardo-veneto (ma anche Londra, Baviera, Olanda, ecc.) si assomiglierebbero molto, e così – sul fronte opposto – Italia meridionale, Grecia, Spagna, Portogallo, ecc.

E’ una chiave narrativa che nasconde e mistifica quel che vorrebbe “chiarire”. Catalogna e lombardo-veneto, per esempio, hanno generato due “populismi” praticamente opposti. Il primo radicale, indipendentista, socialmente evoluto, aperto ai flussi migratori e all’integrazione multietnica, con una forte attenzione ai diritti sociali e al welfare, e una altrettanto forte connotazione “etica”. Il secondo decisamente gretto individualista, opportunista, xenofobo, profondamente corrotto e corrompibile (non si possono dimenticare i profondissimi insediamenti delle varie mafie nel sistema economico lombardo, per esempio), che pretende autonomia fiscale e null’altro.

Dunque non è in questo modo che si possono inquadrare e comprendere fenomeni sociali e politici di così vasta estensione e dimensione.

Per capirci qualcosa dobbiamo mettere in fila gli ultimi 30 anni, a partire dalla “caduta del Muro”, in cui è stata costruita l’Unione Europea che solo ora cominciamo a vedere nella sua configurazione reale (in cui gli “ideali di Ventotene” contano come una mascherina di carnevale).

Un percorso faticoso e tortuoso, certamente, ma sempre guidato ferreamente da un interesse. Quello di un capitale multinazionale, sia industriale che finanziario, impegnato nell’imporre una progressiva concentrazione del potere decisionale complessivo in “istituzioni” sottratte all’influenza (e alle oscillazioni ondivaghe) della “sfera politica”. Non potendo qui ricostruire tutte le tappe per motivi di spazio, ci limitiamo a riportare due “sentenze” pronunciate dal più potente funzionario del capitale europeo, a lungo ministro delle finanze tedesco, ovvero Wolfgang Schaeuble.

Le elezioni non cambiano il problema, perché se le regole dovessero cambiare ogni volta che un nuovo governo viene eletto, l’Eurogruppo non avrebbe alcuna utilità e la zona euro collasserebbe”. (http://contropiano.org/)

E la più recente “proposta di riforma” dei trattati: “espropriare la Commissione europea dei poteri di controllo sui bilanci nazionali affidandoli al Fondo salva Stati (Esm) con una applicazione delle regole meccanica, ripulita da qualsiasi approccio politico e da ogni forma di flessibilità” (http://www.repubblica.it/ http://www.ilsole24ore.com/)

C’è una logica ferrea: l’economia è troppo importante per essere condizionata dai mutevoli orientamenti politici dei vari Stati, ossia dei popoli che scelgono i propri rappresentanti. Dunque occorre un “sistema” – Mario Draghi l’ha definito “pilota automatico” – entro cui le decisioni rilevanti sono prese in modo presuntamente “tecnico”. 

E questo sistema deve avere un potere superiore a quello dei singoli Stati; dunque intangibile per via elettorale.

In realtà è già in buona parte così. Ogni “legge di stabilità” – la più importante legge di qualsiasi Stato, quella che ogni anno decide le scelte politiche relative all’imposizione fiscale e alla distribuzione della spesa pubblica – viene definita in un percorso che vede ad ogni step la presenza di “istituzioni europee” che vagliano la corrispondenza delle scelte alle “prescrizioni”. Indipendentemente dal colore del governo di qualsiasi Stato, insomma, la politica economica e di bilancio è in mano a organismi sovranazionali inaccessibili alla verifica democratica.

La conseguenza di questa governance, col passare del tempo e dei governi, è che “la politica” non può più cambiare le cose che contano per le popolazioni. I tradizionali “corpi intermedi” – partiti e sindacati – che raccoglievano domande e bisogni sociali, trasformandoli in “programmi di riforma” economica o politica, realizzabili almeno in parte una volta arrivati al governo, sono stati così a loro volta svuotati di funzione. Nessun partito, oggi, in nessun paese dell’Europa comunitaria, può più presentarsi agli elettori con un programma credibile di “riforma”. Al massimo può promettere “più diritti civili”, oppure “meno immigrati”, o un mix delle due cose. Ma non salari decenti, diritti sul lavoro, welfare, sanità, pensioni, ecc. Lì ci possono essere solo tagli per ridurre la spesa e il debito pubblico.

Questa situazione appare sempre più chiara col passare degli anni. E dunque cresce il disagio sociale diffuso, creato proprio da questa evoluzione e dalla certezza di non poter modificare le cose per via ordinaria (partecipazione politica, voto, elezioni, ecc). In poche parole, la “democrazia parlamentare” non può più funzionare. Ma se non funziona, non si può neanche pretendere il consenso necessario per le decisioni più importanti, prese da “istituzioni” che non dipendono dai processi democratici.

La separazione tra decisione e democrazia parlamentare genera reazioni diversissime – a seconda delle popolazioni, dello sviluppo economico locale, delle culture e delle tradizioni – ma tutte accomunate dalla confusissima “necessità di riprendersi” il diritto a influire sulle decisioni importanti.

Chiamare tutto ciò “populismo” è quasi un infortunio del linguaggio. Perché riconosce involontariamente la natura del problema (“il popolo”, depositario della “sovranità democratica”, pretende in qualche modo di esercitare il potere di cui è stato espropriato), ma al tempo stesso la condanna come “indecente” e “arretrata”.

I diversi “populismi” che tanto preoccupano ogni establishment – ultimo, per ora, quello catalano – sono il sintomo di una malattia giunta allo stadio terminale. Ma per la quale le “istituzioni tecniche” non hanno alcuna cura da offrire. In fondo, sono loro la causa.

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