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sabato 5 agosto 2017

Sanzioni UE alla Russia e allargamento della NATO a est

Se l’inasprimento delle sanzioni USA contro la Russia minaccia di danneggiare i monopoli europei, allora si parla di “violazione del diritto internazionale” e si minacciano addirittura (ma dai!?!) sanzioni UE contro gli USA, come ha fatto ieri l’altro anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Se quegli stessi interessi rischiano di venire intaccati da contatti commerciali diretti, non ci si pensa tre giorni e si inaspriscono le proprie sanzioni contro la Russia. E’ così che, appena due giorni dopo che Donald Trump aveva firmato la legge “Sulla lotta contro gli avversari dell’America”, Bruxelles non ha voluto esser da meno e ha allargato l’elenco di funzionari russi colpiti da sanzioni.

Nel “libro nero” UE sono finiti il vice Ministro per l’energia Andrej Čerezov, il direttore del Dipartimento per il controllo operativo dello stesso Ministero, Evgenij Grabčak, il direttore dell’impresa “Tekhnopromeksport”, Sergej Topor-Gilka, oltre all’impresa medesima e alla società per azioni “Interavtomatika” (con partecipazione azionaria Siemens) che partecipano alla costruzione della centrale termica di Taman, nella regione di Kranodar. Il pretesto immediato, sarebbero due (sulle 4 contrattate nel 2015) turbine Siemens per la realizzazione della centrale che, non si sa come, sarebbero state fornite al destinatario all’insaputa (?!) della società tedesca. A inizio luglio, la Reuters aveva scritto che due delle quattro turbine erano arrivate in Crimea, in aggiramento delle sanzioni UE; il 27 luglio si era parlato di una fantomatica proposta della Siemens per ricomprare le turbine, ma “Tekhnopromeksport” sostiene di non aver ricevuto alcuna proposta in tal senso e anzi di averle comprate da una società terza.

La “motivazione” ufficiale per le sanzioni sarebbe quella della “violazione della sovranità dell’Ucraina” golpista. Per giustificare almeno lo stipendio dell’addetto stampa del Consiglio della UE, si è aggiunto che Bruxelles “non ha riconosciuto l’illegale annessione di Crimea e Sebastopoli alla Federazione Russa” e ha dunque “vietato la fornitura di apparecchiature chiave per progetti infrastrutturali in settori importanti di Crimea e Sebastopoli, incluse turbine per il gas nel settore energetico”. Per Siemens, che ha un giro d’affari annuo con la Russia di oltre 1 miliardo di euro, la questione delle turbine significa una perdita tra i 100 e i 200 milioni, ha dichiarato il direttore Joe Kaeser. Il Ministro per l’energia Aleksandr Novak, ha anche ipotizzato il possibile ritiro alla Siemens della licenza per le forniture alla Russia.

Il primo golpista d’Ucraina, Petro Porošenko, ha invece ringraziato la UE per la “meritata risposta” alla Russia e per il “potente segnale” di unità degli stati europei: la riconoscenza è tale, che il prossimo 24 agosto, giorno della “indipendenza” ucraina (dall’URSS) le truppe di almeno dieci paesi NATO marceranno per le strade di Kiev.

Il nuovo giro di vite UE si colloca sullo sfondo dell’inasprimento dei rapporti tra Washington e Mosca, della disputa sulle forniture di gas all’Europa – russo o americano – e dello schieramento sempre più pressante di forze USA e NATO ai confini occidentali della Russia. E tuttavia, assicura il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, questa continua a cercare il dialogo col suo potente vicino. “Mentre io e Lei stiamo conversando”, si è rivolto a Stoltenberg l’intervistatore della CNN, riportato da RT, “la Russia sta inviando migliaia di soldati alle frontiere con Estonia, Lituania e Lettonia, membri della NATO. Non considera questo un incremento di forza militare? Non è preoccupato per ciò che sta accadendo ai confini con i Paesi baltici?”. Al che Stoltenberg ha risposto di non vedere “alcuna minaccia immediata contro qualsiasi alleato della NATO, compresi gli Stati baltici. Tuttavia, consideriamo le esercitazioni russe ai confini baltici un esempio della condotta, che osserviamo da anni, di significativo incremento delle forze militari russe. Questo è uno dei motivi per cui la NATO ha risposto con il più rilevante rafforzamento della difesa collettiva dai tempi della guerra fredda. Abbiamo triplicato la Forza di pronto intervento della NATO, abbiamo rafforzato la presenza nel settore orientale dell’alleanza, abbiamo dislocato quattro battaglioni negli Stati baltici e in Polonia”. E, però, – c’è da sbellicarsi – “non vogliamo una nuova guerra fredda. Non vogliamo il confronto con la Russia e perciò agiamo in misura equilibrata e proporzionale. Continuiamo a cercare il dialogo con la Russia. E dobbiamo cercare di allentare la tensione”.

E’ forse questo lo scopo del più imponente hub militare della regione orientale, in via di realizzazione in Polonia, che diverrà il principale punto di transito della NATO, dopo che il comandante delle forze armate USA in Europa, Ben Hodges, ha detto che il sistema logistico dell’Alleanza è operativo solo fino al confine orientale della Germania e, in caso di conflitto, potrebbe opporre valida resistenza alle truppe russe solo sul confine polacco-tedesco.

E’ forse questo anche l’intento delle continue visite di Ministri e alti papaveri yankee e NATO nei Paesi baltici: domani sarà in Estonia il vice presidente Mike Pence. A Washington, scrive Pravda.ru, temono che le esercitazioni russo-bielorusse del prossimo settembre (le manovre NATO si sono svolte nel Baltico lo scorso giugno), possano rappresentare la prova generale di un attacco al Baltico, con le truppe russe che potrebbero essere a Tallin in 36-60 ore. Sembra che proprio di questo parleranno Pence, il primo ministro estone Jüri Ratas e i vertici militari di quel paese, che fu un sicuro alleato hitleriano nell’ultima guerra, che tutt’oggi onora i propri “eroi per la libertà” in grigioverde – il 29 luglio si è tenuta a Sinimäe, 20 km a ovest di Narva, la cerimonia annuale di commemorazione, presenti i veterani della 20° divisione delle “Waffen-SS” – e che ora è forte di un ciberpoligono, un centro per la sicurezza cibernetica NATO, carri armati USA “Abrams-M1A2”, trasporti truppe “Bradley”, e cacciabombardieri F-35.

I quali ultimi, tuttavia, come da tempo ripetono anche gli specialisti americani, sarebbero davvero un cattivo affare, non solo per chi è costretto a comprarli – Italia in testa, con una novantina di esemplari a quasi 150 milioni al pezzo: quant’è che diceva di risparmiare il bullo gigliato con l’attacco alla Costituzione? 50 milioni? – ma per gli stessi piloti. Sembra che a quelli americani abbiano addirittura proibito di guardare in TV le dimostrazioni di volo dei caccia russi Su-35 al recente salone aereo moscovita MAKS-17, tanto F-18, F-35 e “Raptor” sarebbero impotenti al suo confronto, soprattutto nello scontro aereo. Già nel 2008, scrive Pravda.ru, alla base USA di Hickam, alle Hawaii, erano state condotte simulazioni di battaglie aeree tra Su-35 russi e F-22, F/A-18 Super Hornet e F-35 americani: su 20 scontri, uno solo si era concluso a favore dei velivoli yankee.

E però, anche di fronte alla prospettiva, sempre più reale, di intesa russo-cinese (anche Pechino ha condannato ufficialmente le sanzioni USA alla Russia), gli yankee sono convinti di avere la meglio, pur in caso di conflitto su due fronti, come scrive l’osservatore di The National Interest, Robert Farley. Secondo lui, Washington potrebbe tranquillamente concentrarsi prima su un obiettivo e poi, con l’appoggio degli alleati europei, eliminare il secondo, dal momento che Russia e Cina rappresentano, dal punto di vista militare, “due impegni completamente differenti”. Del resto, sin dalla fine della guerra fredda, continua Farley, gli USA hanno adottato la “dottrina delle due guerre” contemporanee (Corea del Nord e Iran o Iraq), che oggi potrebbero essere quelle contro Russia e Cina. Per di più, scrive Farley, non sarebbe Washington ad attaccare, ma sarebbero o Mosca o Pechino ed è improbabile che esse coordinino le loro mosse, dato che hanno strategie e obiettivi diversi; ad esempio, Mosca potrebbe attaccare il Baltico (sempre là!!), se gli Stati Uniti fossero impegnati in grande stile nel mar Cinese Meridionale. E, così come nella 2° guerra mondiale, da una parte sarebbero impegnate truppe di terra, mentre dall’altra la gran parte della flotta, con l’aviazione su entrambi i fronti. Le forze USA potrebbero concentrasi all’inizio sul fronte asiatico, dove Washington non dispone di forti alleati, mentre nel frattempo il fronte occidentale sarebbe tenuto dai potenti alleati europei, in attesa dei colpi nucleari dei bombardieri USA.

Anche qui, conferendo con molta facilità il titolo di alleato a qualcuno e privando altri della stessa qualifica, Farley, in una fobia guerresca da generale Custer, suppone che sia sempre e comunque il fucile a comandare la politica, e non il contrario.

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