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sabato 5 agosto 2017

Migrazioni, vere invasioni & ricolonizzazioni


Nel demenziale dibattito coatto sulle migrazioni e sui fantomatici piani di invasione e sostituzione negra o beduina della popolazione indigena ario-europea – un dibattito permanente che rappresenta una sorta di ininterrotta autoanalisi – inizia finalmente a farsi strada, attraverso i discorsi e i loro meccanismi logici e semantici, una verità. Ovvero il senso sostanziale che soggiace alla schiuma retorica di superficie con la quale vengono riempite le forme di coscienza.

La destrutturazione dell’idea di umanità – con la bagatellizzazione pedagogica del sacrificio dei sottouomini privi di valore, la loro spensierata assimilazione a Gegenstand fertilizzante e il concomitante revival impudico del linguaggio della crudeltà priva di freni inibitori, spacciato per coraggioso anticonformismo – è certamente un momento importante di questa scarna verità. Una sua parte indispensabile, perché mette in crisi l’edificio di sentimenti morali costruito nel corso della Seconda guerra dei Trent’anni. E cioè il pilastro ideologico-empatico della Rivoluzione democratica internazionale che ha condotto alla sconfitta del Terzo Reich e del suo progetto di Nuovo Ordine Mondiale edificato sulla base di una divisione razziale delle sfere di influenza, ma che aveva sfrondato provvisoriamente anche il liberalismo dai suoi presupposti Herrenvolk.

Tuttavia, la tendenza materiale è più concreta. E questo è perciò solo il passo preliminare per un obiettivo più sostanzioso.

La politica di respingimenti associata ad operazioni di polizia che dovrebbero arrestare preventivamente i flussi sul continente africano è uno spettacolo industrializzato che configura di fatto la piena rilegittimazione pubblica del paradigma coloniale, al termine di una escalation iniziata con la prima Guerra del Golfo in concomitanza con la fine della parabola sovietica e con la resurrezione dell’imperialismo dei Grandi Spazi e il ritorno del liberalismo ai suoi assetti predemocratici (neoliberalismo come protoliberalismo ingentilito dall’uso a convenienza dei diritti umani formali).

Il processo di decolonizzazione, già in crisi dagli anni Settanta in Africa e Vicino Oriente, è stato arrestato anche formalmente oltre venti anni fa e gli istituti imperiali tradizionali, a partire dal non riconoscimento della dignità e sovranità altrui e dunque dalla derubricazione di guerra e occupazione a operazioni di polizia contro entità meramente criminali, sono stati progressivamente ripristinati in forme nuove.

È l’armamentario concettuale di uno Schmitt che, anche sulla base dell’epopea nordica del Far West oltre che del tradizionale colonialismo britannico e di Versailles, teorizzava l’espansione nazista nelle Indie Europee dell’Est. E che – per calcolo o ignoranza – viene sempre rimosso da quelli stessi che ne citano a piene mani l’opera quando si tratta della presunta difesa della sovranità e della identità delle nazioni europee dal “capitale finanziario mondializzato”.

Da questo momento, l’invasione potenziale dell’Africa e cioè la vera e propria invasione militare è sempre possibile, anche se mai è messa totalmente in atto.

L’Africa non è soggetto di cooperazione e nemmeno occasione di investimento, come avviene nel caso della presenza cinese.

È invece Grande Spazio passivo virtualmente occupato. Il quale marca con la sua sola presenza resa forzatamente assente la differenza dello spazio sacro della libertà rispetto alla terra incognita al di fuori di ogni legge che non sia quella della forza – hic sunt leones.

E che, soprattutto, viene istituzionalizzato nella sua funzione di riserva (Bestand) di materia, energia e manodopera a basso costo. I cui flussi sono però d’ora in poi sottratti all’alea dello spontaneismo e dell’economia informale per essere regolati burocraticamente tramite procedure di assegnazione “neutrali” di quote, essenziali nella regolazione del mercato del lavoro come del mercato della paura.

Proprio quei provvedimenti militari che persino a sinistra vengono ormai comunemente invocati, costruiscono perciò quell’esercito industriale di riserva che a parole si dice di voler disinnescare in nome della difesa dei salari dal classe lavoratrice bianca, quando in realtà si è già ridotta questa stessa classe a mera plebe senza morale, né coscienza, né eticità.

Non si tratta naturalmente di un complotto, come ritengono gli spiriti semplici incapaci di astrazione, ma della normalità di funzionamento di un capitalismo che non distingue affatto tra cattiva finanza apolide e buona produzione nazionale e persegue invece sempre flessibilmente il massimo profitto nelle circostanze date.

Entriamo perciò nell’epoca in cui il colonialismo è pienamente riabilitato persino nel nome, ad opera anzitutto di sub-imperialismi che cercano disperatamente una nicchia di sopravvivenza ancora disponibile nelle gerarchie di comando statunitensi e a fronte dell’ascesa di quella parte di Barbarie asiatica – i Gialli – che nessuno potrà mai più arrestare.

Le forme postmoderne di questo stadio ulteriore del conflitto inter-imperialistico insito nel più vasto conflitto dell’imperialismo contro il genere umano è ovviamente tutta da studiare.

Due fatti consolano.

Da duecentomila anni a questa parte le migrazioni dei popoli – che siano etiopi, mongoli, arii o germani – sono alla lunga inarrestabili come la costruzione del genere.

Di una effettiva ricolonizzazione, l’Europa è sempre alla lunga ormai incapace, per fortuna.

Anche se ciò non toglie che il lavoro del negativo e il relativo dolore saranno immani nel prossimo secolo.

Chi pensa comunque di bestemmiare il nome di Marx per coprire queste cose, come chi pensa di farsi forte del richiamo a una classe operaia che sta invece contribuendo a rendere simile alle bestie feroce, verrà esposto al pubblico ludibrio come il servo inutile che è e non avrà più cittadinanza né amici a sinistra. Costoro si spacciano per bolscevichi ma sono come i socialdemocratici nel 1914.

Più Conrad, meno sciocchezze.

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