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mercoledì 9 agosto 2017

La tortura in Italia. La testimonianza di Vittorio Bolognesi


Recentemente si è riaperto il dibattito sulla tortura in Italia. La legge, approvata il mese scorso in Parlamento, è – al di là di alcune dichiarazioni di facciata – uno strumento totalmente inefficace per contrastare l’enorme mole di abusi e di vessazioni a cui sono, da sempre, sono piene le cronache nel nostro paese.

A testimonianza di come la tortura sia stata utilizzata a piene mani, con modalità pianificate e ferocemente gestite dagli apparati repressivi dello Stato, soprattutto contro i militanti che nei decenni scorsi praticarono la lotta armata in Italia, pubblichiamo la ricostruzione di Vittorio Bolognesi presentata ad un convegno contro la tortura svolto a Firenze due anni fa.

Vittorio Bolognesi è stato un dirigente della colonna napoletana delle Brigate Rosse, ed è stato condannato all’ergastolo.

Nelle settimane scorse ha rilasciato a Contropiano.org una intervista su alcuni aspetti del “sequestro Cirillo”, in occasione della morte dell’ex assessore regionale democristiano della Campania e della strumentale riproposizione, da parte dei media, di alcune falsificazioni divenute negli anni quasi dei luoghi comuni; falsificazioni iniziate già nei giorni stessi del sequestro, nella primavera del 1981.

La redazione napoletana di Contropiano.

Testimonianza e alcune considerazioni sulla tortura in Italia

Sono un compagno che ha militato nelle BR, ero operaio all’Ansaldo di Napoli dal 1969. Anche se da un po’ di tempo militavo nelle BR come irregolare, nel 1980 ho scelto la militanza a tempo pieno e sono passato in clandestinità.

Il due ottobre 1982 vengo catturato a Napoli; caricato in macchina, tra grida, pugni e calci riesco a gridare il mio nome e a dire di essere delle BR, sperando che qualcuno dei compagni con cui avevo un appuntamento in quella piazza capisse cosa stava succedendo e potesse evitare la cattura o qualche passante potesse diffondere la notizia dell’arresto.

Ero sceso poche ore prima alla stazione di Napoli Mergellina; dopo un lungo giro di spedinamento (ogni volta che ci spostavamo da un posto all’altro o dopo aver incontrato dei compagni facevamo dei lunghi giri a piedi o su mezzi pubblici per essere sicuri di non essere seguiti) per i vicoli di Napoli mi ero recato all’appuntamento che avevo con altri compagni e all’improvviso venivo immobilizzato da un numero sproporzionato di poliziotti in borghese.

Mancavo da Napoli da alcuni giorni e non sapevo che proprio i compagni che dovevo incontrare, uno dopo l’altro erano stati catturati e sottoposti a tortura.

Molti di loro non avevano resistito e a catena erano state scoperte tutte le case e catturati quasi tutte/i i compagne/i. Qualcuno era stato costretto ad indicare anche il luogo e l’ora dove mi doveva incontrare.

Vengo buttato fuori dall’auto nell’atrio della Questura di Napoli dove erano ad attendermi decine di poliziotti che si avventano su di me e mi massacrano di botte. A stento i poliziotti della Digos che mi avevano catturato riuscivano a sottrarmi a quel linciaggio. Come tutti i militanti arrestati in quel periodo venivo preso in carico da un nucleo di poliziotti addestrati a praticare la tortura in maniera sistematica che agivano sotto il comando di Ciocia (detto De Tormentis), Ciccimarra e Improta.

Negli ultimi anni questo è stato confermato da più di una dichiarazione e da scritti dei vari dirigenti e poliziotti che nell’81-82 facevano parte e dirigevano queste squadre di torturatori. Il fatto che la tortura sia stata decisa e organizzata a livello politico non è più un segreto per nessuno. Questo dimostra che quando lo scontro di classe e rivoluzionario arriva a un determinato livello anche lo stato più “democratico” usa tutti i mezzi a sua disposizione.

In Italia lo abbiamo visto chiaramente prima di tutto con le stragi, con la tortura, la legislazione emergenziale, la dissociazione, le carceri speciali, e, per arrivare ad oggi, l'isolamento per anni con il il 41 bis e gli ergastoli con fine pena mai (molti sono i compagni e le compagne che sono in carcere da più di 30 anni e più di uno ha superato i 35 anni).

Ammanettato, con le braccia dietro la schiena, la camicia e il giubbotto mi vengono calate sulle braccia ed anche il pantalone e le mutande mi vengono abbassate fino alle caviglie. Non è un caso che non mi tolgono gli abiti perché in qualsiasi momento, qualsiasi cosa accada, ti possono rivestire in tutta fretta.

Ti rendi conto che sei nelle loro mani e che hai a che fare con una squadra addestrata e strutturata per farti dire tutto quello che sai e che gli può essere utile per arrivare ad altri militanti e strutture dell’organizzazione.

Sei nudo, in ginocchio con il cappuccio sulla testa, arrivano botte da tutte le direzioni. Il tutto è intervallato da urla, minacce di morte... “nessuno sa che sei qui e ti possiamo ammazzare quando vogliamo...”. Dopo ore il dolore alle ginocchia e alle caviglie (spesso schiacciate dal loro peso) diventa quasi insopportabile, tutte le parti del corpo sono indolenzite e il dolore è un tutt’uno.

Psicologicamente ti attaccano sugli affetti famigliari, genitori, moglie, figlio. Fanno di tutto per aprire un varco, aprire un livello di comunicazione, rompere il muro di silenzio con cui avevo scelto di resistere e in cui mi ero rifugiato cercando di estraniarmi il più possibile dalla situazione che stavo vivendo. Non dovevo lamentarmi e non dovevo rispondere a nessuna provocazione, ero e sono convinto tuttora che questa sia la cosa migliore da fare in quella situazione per cercare di resistere il più possibile.

Per pochi secondi mi tolgono il cappuccio, vedo una compagna che dà un urlo e la portano via piangendo. Di certo la stavano torturando in un’altra stanza da dove sentivo le grida e l’hanno portata lì per farle vedere che mi avevano preso.

Dopo questo trattamento, che credo sia durato da quando mi avevano preso fino a sera, mi alzano di peso, mi tolgono i vestiti che avevo e mi infilano qualcosa, forse un pigiama. Sempre incappucciato vengo caricato in macchina dove dicono che mi portano in un posto dove mi ammazzeranno e altre minacce simili. La questura di Napoli è al centro e ho l’impressione che non ci siamo allontanati molto. Dopo poco tempo vengo tirato giù e di peso mi portano in una stanza, vengo denudato del tutto, steso su un tavolo e legato per le caviglie e i polsi ai piedi del tavolo. Ti dicono che da quel momento se vuoi che smettano e vuoi parlare devi solo segnalarlo con la mano.

Con forza ti aprono la bocca dove infilano manciate di sale e un tubo da dove l’acqua inizia a entrarti in corpo, non ti puoi opporre, ti otturano il naso e per respirare ingurgiti acqua salata, hai come la sensazione di annegare, ti dimeni sul tavolo, l’acqua continua a entrare ed esce dal pene e dall’ano. Quando le reazioni del corpo diventano sempre più deboli e stai per svenire, tolgono il tubo e ti alzano la testa. In quel momento, se ti va bene, con un boato vomiti e pian piano riprendi a respirare, ma mi è successo anche di rimanere come in apnea, in uno stato di soffocamento, senza riuscire né a vomitare né a respirare... pensi di morire, forse sono secondi, ma è un tempo interminabile... poi, con un boato, vomiti tutto!

Ogni volta ti chiedono se ti sei deciso a collaborare: ... “dici solo una parola e la facciamo finita”, non avendo risposta riprendono il trattamento. Sono sempre chiuso nel mio silenzio e sono sempre più terrorizzato dal fatto che possano riuscire ad annullare la mia volontà e farmi parlare. Se mi avessero dato la possibilità avrei preferito morire! In quei momenti ti rendi conto che la forza di resistere non è data solo dal fatto di essere un militante di una organizzazione combattente con il suo impianto politico e le sue regole, ma principalmente dal fatto che dei compagni e compagne per cui avrei dato la vita fino al giorno prima, avrebbero potuto subire lo stesso trattamento, essere ammazzati o finire in carcere per tutta la vita. Ma come è successo per molti dopo la tortura (che hanno continuato a collaborare come pentiti), non gli sarebbe bastato solo in fatto di estorcerti informazioni ma avrebbero continuato fino a distruggere la tua identità per dartene un’altra inventata da loro e farti diventare un soggetto attivo della propaganda controrivoluzionaria e un collaborazionista a tempo pieno.

Mi rendevo conto che anche la più piccola cosa che avrei detto sarebbe stata interpretata come un segno di cedimento e quel trattamento sarebbe continuato fino a che non mi avessero estorto tutto quello che sapevo.

Non so dire quante volte sono stato sottoposto a questo trattamento dell’acqua e sale e quanto tempo sia durato. Credo di essere svenuto perché c’è stato un momento in cui mi sono risvegliato raggomitolato per terra. Mi hanno preso e legato di nuovo al tavolo. Questa volta mentre il mio corpo reagiva sbattendosi sul tavolo in quella sensazione di annegamento, hanno iniziato a gridare che avevo fatto segno con la mano, che volevo parlare. Ho ancora la lucidità di capire che anche quello è un modo per farti dire qualcosa. Non so ancora da dove ho tirato fuori la forza, e quando mi hanno fatto riprendere fiato e slegato il polso ho alzato il pugno... dovevo provocarli, in quel momento era il mio modo di resistere. Ma, allo stesso tempo, la paura di non farcela era sempre con me... “fin dove vogliono arrivare e per quanto tempo ancora posso farcela” era il mio pensiero fisso. Con l’alzata del pugno si sono scatenati, ma le botte non le sentivo più.

Non so quanto sono stato tenuto in questo posto, di fatto essendo incappucciato perdi la cognizione del tempo e dello spazio. Mi ricaricano in macchina e mi riportano in questura, ma questo lo capisco solo quando mi toglieranno il cappuccio. Qui mi rimettono i miei vestiti e mi costringono di nuovo a stare in ginocchio con le braccia ammanettate molto strette dietro la schiena. Ricominciano le botte per provocare una mia reazione. Mi dicono che quello che mi hanno fatto fino a quel momento non è ancora niente rispetto a quello che mi aspetta e che alla fine sarò ridotto in uno stato che non potrò più camminare e rimarrò paralizzato.

Sento del vento che mi arriva sulla schiena, dal rumore credo si tratti di un ventilatore, sento dell’acqua gelida che mi viene versata sulla schiena, mi chiedo se è questo che mi dovrebbe paralizzare. Provo una sensazione di smarrimento, sento che stanno facendo qualcosa anche ai genitali... Qualcuno mi alza il cappuccio all’altezza del naso e vedo due bicchieri da dove viene versata l’acqua da una parte all’altra: “dicci solo una parola e ti facciamo bere...” è il momento più critico, l’acqua e sale fa il suo effetto e loro sanno bene che sto impazzendo dalla sete, è come avere un fuoco che ti arde in bocca e nelle budella e ti fa perdere la ragione.

All’improvviso vengo preso e portato in un’altra stanza, mi legano a una sedia e mi tolgono il cappuccio. Ho intorno quattro uomini incappucciati. Uno è seduto su una sedia di fronte alla mia e le sue gambe tengono strette le mie. Iniziano a picchiare da ogni lato al volto, in testa, sui fianchi, fisso gli occhi chiari di quello che avevo di fronte, loro vogliono che li vedo, ed è vero incutono più paura, in questo modo è più difficile estraniarsi. Riesco ad immaginare che dietro a tutto questo c’è una regia, qualcuno che valuta continuamente i passaggi successivi, non credo ci sia niente di improvvisato. Riesco a resistere anche a questo, ma il fuoco che ho dentro è sempre più insopportabile.

Non mi reggevo più neanche seduto, crollavo in avanti e sui lati come svenuto. Ogni tanto sento che qualcuno mi tasta il polso per sentire i battiti. E’ molto probabile che per un po di tempo abbia perso conoscenza.

Mi prendono di peso e mi portano in una stanza dove si trovano i “buoni”. Questi mi dicono che non sono lì per estorcermi notizie, vogliono solo discutere su alcuni documenti delle BR, vogliono che io gli dica qualcosa su quella o quell’altra frase.

“Come scrivete, chi vi capisce, che significa questa frase?” E’ solo un altro modo per instaurare un legame, per rompere il silenzio...

Inizio comunque a sperare che il peggio sia passato, chiedo di andare in bagno dove spero di poter prendere dell’acqua e portarmela alla bocca. Dopo un tira e molla mi portano in un bagno dove riesco a bagnarmi la mano e portarla alle labbra. Mi bloccano, minacciano di riprendere il trattamento e di peso mi riportano dai poliziotti che mi stavano interrogando. Penso di aver fatto una cazzata e di non avere più la stessa lucidità e padronanza delle mie azioni.

Per mia fortuna è finita li, credo che gli svenimenti che si erano succeduti li abbiano indotti a non andare oltre perché il morto non conveniva nemmeno a loro. Sono convinto che nella squadra di torturatori ci fosse un “medico” che monitorava il mio stato fisico.

Finalmente mi fanno bere, qualcuno mi raccomanda di farlo lentamente; seguono ulteriori tentativi e minacce per cercare di stabilire un dialogo, poi mi fanno le foto segnaletiche e spingendo la mano su un tampone prendono le impronte. Mi hanno chiesto se volevo fare la doccia, ma mi sono rifiutato dicendogli che l’avrei fatta solo quando mi portavano in carcere. Qualcuno di loro mi chiede se voglio incontrare mio padre che da giorni è sotto la questura e chiede continuamente di potermi vedere, vengo a saper in seguito che un poliziotto della celere che conosceva dei miei familiari li aveva avvisati della mia presenza in questura; rispondo che avrò tempo di vederlo. Mio padre al primo colloquio nel carcere di Cuneo, mi racconterà che gli avevano detto che avrebbe potuto vedermi solo a patto che accettasse di convincermi a collaborare.

Il giorno dopo devo incontrare il magistrato e l’avvocato, insistono perché io faccia la doccia, è chiaro che non vogliono che mi vedano in quelle condizioni... puzzavo, non mi reggevano le gambe, ero tutto un livido. Al magistrato ho detto che non avevo nulla da dire e che volevo essere trasferito in carcere per i motivi che lui ben sapeva.

La notizia del mio arresto era uscita quasi subito ma lui aveva dato tutto il tempo necessario per farmi torturare. Ho raccontato comunque tutto quello che era successo rivolgendomi all’avvocato... Non mi risulta che lui abbia mai detto qualcosa. Il magistrato ha fatto la sua sceneggiata minacciando che se mi succedeva ancora qualcosa avrebbe aperto un inchiesta.

Dopo l’interrogatorio sono stato tenuto per qualche giorno nelle celle di sicurezza della questura, ricordo che avevo un gran freddo e la cella era più sporca di un cesso pubblico che non viene ripulito da mesi, il letto e il cuscino erano un solo blocco di cemento.

Ho iniziato a fischiare l’Internazionale e da qualche cella più avanti mi ha risposto qualcuno con lo stesso motivo, era Stefano, uno dei compagni catturato qualche giorno prima. Aveva 20 anni, è stato condannato all’ergastolo, ed è in carcere da 34 anni.

Dovevo andare via di li, avevo sempre il timore che ricominciassero. Non ricordo se avevo trovato un pezzetto di legno o di plastica con cui ho graffiato l’intonaco e ho disegnato una grande stella a cinque punte e, se non ricordo male, la scritta BR. Dopo un poco è arrivato il dirigente della questura a minacciarmi e a fare le foto della stella.

Forse il giorno dopo mi hanno portato via degli agenti in borghese, erano gli stessi che mi avevano torturato. Qualcosa avevo visto, ma principalmente lo capivo dai loro commenti. Uno di loro si è persino voluto congratulare per la mia resistenza, aveva gli stessi occhi di quello che stringeva le mie gambe tra le sue mentre mi massacrava di botte.

Arriviamo al carcere di Cuneo, il maresciallo Incandela era lì ad attendermi con un gran numero di guardie in ufficio dove aveva preparato la sua sceneggiata, era al telefono con un ufficiale dei carabinieri e dalla loro discussione io dovevo dedurre che da Cuneo non potrà mai evadere nessuno. Questo è il messaggio che mi doveva arrivare... “da qui non uscirai più...”. Sono certo che dall’altro capo del telefono non c’era nessuno. Si “scandalizza” per come sono ridotto, ma non mi manda in sezione con gli altri compagni, mi fa portare nei sotterranei alle celle di isolamento dove anche lui ha il compito di cercare di farmi collaborare.

La cella era vuota, ho chiesto un libro, mi hanno portato la bibbia e Cent’anni di solitudine. Le visite del maresciallo fuori dalla cella erano frequenti, prova in vari modi ad instaurare un dialogo ma senza risultati, mi fa visitare più volte da un medico e potevo fare la doccia ogni giorno, era necessario che tutte le ferite e i segni lasciati dalla tortura rimarginassero prima che arrivassi in sezione. I compagni avevano saputo che mi tenevano lì e dopo varie battiture e proteste mi hanno tolto dall’isolamento.

Al primo colloquio mio padre mi raccontò di tutte le pressioni che gli avevano fatto mentre ero in clandestinità per cercarmi e indurmi a collaborare fino al momento della cattura. Anche mia moglie mi ha poi raccontato ai colloqui di tutte le perquisizioni di notte, del fatto che era sempre seguita e delle volte che veniva sequestrata insieme a nostro figlio che all’epoca aveva otto anni, portati in appartamenti e interrogati, lei in una stanza e mio figlio in un altra.

*****

La tortura ci ha trovati del tutto impreparati sia sul piano politico organizzativo, sia rispetto alla condotta che ogni singolo militante avrebbe dovuto tenere. Ognuno ha dovuto misurarsi soggettivamente con la tortura in quanto le organizzazioni combattenti dell’epoca avevano totalmente sottovaluto la capacità dello Stato di portare lo scontro a questo livello.

Bisogna considerare che nel periodo tra il 1981 e l’inizio ‘82 le tre componenti in cui si erano divise le BR avevano sviluppato 4 campagne politiche con più sequestri. A dicembre dell’81 viene sequestrato il generale americano Dozier e a Roma si tenta di sequestrare Romiti della FIAT. E’ da questo momento che la tortura diviene una vera e propria scelta politica e viene organizzata e sviluppata in maniera sistematica.

E’ probabile che gli USA abbiano spinto per una soluzione come quella adottata in Spagna dal Governo Gonzales che aveva dato mano libera agli squadroni della morte (GAL) e che aveva portato all’assassinio di molti compagni di ETA e di loro famigliari, sia in Spagna che in Francia.

Di questo certamente si discusse anche in Italia (i legami tra Craxi e Gonzales erano indiscussi) e alcuni esempi di tale tendenza li possiamo cogliere negli attentati al carcere di Cuneo a Moretti e Fenzi da parte di mafiosi. Un compagno anarchico fu ucciso dal clan dei catanesi disposti a proporsi come squadroni della morte in cambio di contropartite da parte dei Servizi Segreti. **

Ma lo stato italiano alla fine decise di gestire in proprio la lotta alle organizzazioni combattenti e si assunse in prima persona la responsabilità di istituire la tortura designando dei responsabili di una squadra di torturatori addestrati che interveniva e prendeva in carico i compagni arrestati.

Certo, la tortura veniva già praticata nelle caserme, ma da questo momento assume ben altro significato.

Nei primi mesi dell’82 ci rendiamo conto che la tortura è ormai praticata sistematicamente e, anche se con livelli differenti, nei confronti di tutti coloro che venivano arrestati. Militanti delle organizzazioni combattenti, ma anche compagni di base e proletari antagonisti. Gli arresti, nei primi sei mesi dell’82 sono nell’ordine di centinaia ogni mese e di fatto le organizzazioni vengono quasi totalmente smantellate.

L’incedere degli avvenimenti non consentiva di cogliere appieno quanto stava accadendo e di dare risposte adeguate. Lo stesso scontro politico che in quel momento caratterizzava le diverse anime delle BR ha influito non poco sulle decisioni politiche che si sono succedute.

Anche all’interno dell’organizzazione in cui io militavo all’epoca, BR-Partito Guerriglia, ci fu una grande sottovalutazione del problema. Anziché analizzare il fenomeno pragmaticamente e riconoscere che a determinati livelli di tortura diventa difficilissimo resistere, cosa che avrebbe consentito di prendere atto del nuovo livello dello scontro (con tutto ciò che ne doveva conseguire sul piano politico organizzativo e di condotta dei militanti) si affermò quasi per scontato che “alla tortura si poteva e si doveva resistere”, ritenendo che la capacità di resistenza dei singoli militanti fosse strettamente legata alla preparazione sul piano politico.

In alcuni casi vennero definiti traditori non solo quei compagni che parlarono sotto tortura facendo arrestare molti militanti e continuando a fare i collaborazionisti nelle caserme e nei tribunali, ma anche chi aveva ceduto sotto tortura e veniva portato in carcere perché si rifiutava di collaborare.

L’incomprensione di fronte a tutto ciò che stava accadendo ed il conseguente sbandamento politico che si determinò non lasciarono spazio al dibattito ed alla riflessione. Nelle carceri la pressione era fortissima, pestaggi e provocazioni da parte di squadracce erano continue, le sezioni speciali, l’articolo 90 con relativa chiusura di tutti gli spazi di socialità, i continui trasferimenti, gli arresti di centinaia di compagni e compagne... In questo clima le brigate di campo (che erano rappresentative di diverse le organizzazioni combattenti) arrivarono alla decisione di condannare a morte Ennio Di Rocco e Giorgio Soldati, (il primo delle BR-PG e il secondo di PL) che avevano parlato sotto tortura.

C’è da dire che non per tutti i compagni che avevano ceduto sotto tortura (e che dopo il trattamento subito si erano rifiutati di collaborare) fu presa questa decisione. Credo che le diverse valutazioni siano state dettate dalla quantità di notizie che ognuno aveva dato e dal grado di responsabilità che ricoprivano.

Di fatto non ci fu la lucidità politica di affermare chiaramente che questi compagni, come tutti quelli a cui sono state estorte notizie sotto tortura, nulla hanno in comune con tutti quelli che con la tortura o senza hanno scelto di collaborare dentro e fuori le caserme e i tribunali.

Credo sia inevitabile che quando avanguardie di lotta che vengono dalle fabbriche, dagli ospedali, dalle scuole, dai disoccupati, dagli studenti ecc. e si organizzano elaborando un progetto politico organizzativo (per iniziare a contrastare su un piano offensivo i progetti della borghesia con le sue politiche di sfruttamento, di guerra, di devastazione e saccheggio di territori e di rapina in tutti i paesi) commettano degli errori nell’elaborare e praticare una strategia rivoluzionaria adeguata e capace di reggere il livello dello scontro che è venuto a determinarsi in ogni momento storico.

Ed è all’interno di questa chiave di lettura che l’individuazione degli errori commessi non diventano un autocritica fine a se stessa, ma si va a legare allo scontro in atto traendo anche dalle esperienze passate gli strumenti per affrontarlo.

Le riflessioni che qui ho riportato sulla tortura, sugli errori e sull’impreparazione che come organizzazioni combattenti in generale e principalmente come BR-Partito Guerriglia abbiamo avuto, non sono solo mie, ma le ho discusse con molti compagni e compagne in tutti questi anni sia dentro che fuori dal carcere. Purtroppo per tante ragioni non siamo mai riusciti ad elaborare una riflessione collettiva.

La discontinuità e la frammentazione che si è venuta a determinare tra i compagni e compagne che hanno attraversato quelle esperienze è sicuramente un punto fondamentale su cui riflettere. Ricostruire la memoria di quegli anni individuando limiti, inadeguatezze ed errori a partire dallo scontro attuale, è sicuramente un compito che abbiamo ancora di fronte... ma non è questa la sede, anche se questi momenti sono dei piccoli tasselli che vanno in quella direzione.

Per finire va anche detto che oggi la tortura continuata ad essere praticata nei confronti delle compagne e compagni che si trovano in carcere attraverso l’isolamento, il “41bis” a cui sono sottoposti da anni.

E’ bene anche ricordare che attualmente nelle carceri ci sono molti compagni e compagne da più di 30 anni e qualcuno anche più di 35 anni con fine pena mai. In nessuno dei paesi europei e forse non solo, dei compagni vengono tenuti in ostaggio per tanto tempo. L’ergastolo, l’isolamento, il 41 bis è tortura al di la delle condizioni con cui viene praticato.

Libertà di tutte le compagne e compagni senza condizioni.

Intervento al convegno di Firenze sulla tortura

28/02/2015

** In realtà la ricostruzione qui è parzialmente inesatta. Nel carcere di Cuneo, nel 1981, ci fu un tentativo di uccidere Moretti e Fenzi tramite un killer cileno, tale Salvador Farre Figueras, in stretta collaborazione con gli agenti di custodia in quel momento di guardia (aprirono la porta per farlo uscire dal cortile una volta capito che il tentato omicidio era fallito). Lo stesso Farre Figueras aveva ucciso mesi prima un compagno anarchico, Salvatore Cinieri, alle Nuove di Torino. Il quel periodo gli uomini del generale Dalla Chiesa, tra cui lo stesso maresciallo Incandela, cercavano di reclutare detenuti comuni disposti ad agire come “squadroni della morte”, ovviamente in cambio di contropartite. A Farre Figueras, per esempio, che era stato condannato in primo grado per l’uccisione di due carabinieri, in appello fu tolto l’ergastolo e comminata una pena molto più lieve (NdR).

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