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giovedì 17 agosto 2017

Caso Regeni, “i soliti sospetti”, la stampa e il mondo dei vinti

Ci sono morti che nessuno vuole avere sulla coscienza, ma il cui cadavere deve essere rapidamente sepolto per passare ad altro. Giulio Regeni è uno di questi, ma dopo oltre un anno non hanno ancora trovato una lapide convincente.

E forse mai ci riusciranno perché nessuna versione dei fatti sarà abbastanza plausibile: dal complotto contro il generale Abdel Fattah al-Sisi di spezzoni di servizi segreti a una trama internazionale che potrebbe coinvolgere più potenze straniere per danneggiare l’autocrate del Cairo e allo stesso tempo gli interessi italiani in Egitto, da quelli energetici alla Libia, dove il Cairo sostiene, insieme a Parigi, Mosca ed Emirati, il generale Khalifa Haftar.

I soliti sospetti sono la Francia e la Gran Bretagna, gli stati promotori insieme agli Usa dei bombardamenti sulla Libia di Muammar Gheddafi nel 2011. Ma potrebbero essercene anche altri perché con il mega-giacimento di gas di Zhor l’Eni ha assunto un ruolo importante per la diplomazia non solo energetica della regione orientale.

Quell’evento, l’attacco al raìs libico, dovrebbe essere segnato a caratteri cubitali sull’agenda italiana perché si è trattato della maggiore sconfitta del Paese dalla fine della seconda guerra mondiale: incapace e impossibilitata a difendere il suo maggiore alleato nel Mediterraneo, che soltanto sei mesi prima aveva ricevuto a Roma in pompa magna, l’Italia non solo ha perso la partita, ma ha dovuto persino unirsi ai raid aerei quando la Nato ha inserito i terminali dell’Eni tra gli obiettivi da colpire.

La nostra credibilità nei confronti dei partner della Sponda Sud è scesa a un livello molto basso e tutti ne hanno approfittato, dai governi alleati a quelli della regione, alle mafie dei migranti che hanno destabilizzato i nostri stessi confini. Ma in questi anni per i nostri concorrenti e presunti alleati, europei o arabi, è stato ancora più irritante constatare che nonostante la fine di Gheddafi, l’Eni rimane in Libia la compagnia più importante, che estrae due terzi del gas e del petrolio fornendo la corrente elettrica a tutto il Paese. Se l’idea era espellere gli italiani l’operazione non è riuscita. Non solo. Pur essendo in grave ritardo nei negoziati con Haftar, l’Italia ha sostenuto il governo di Fayez al-Sarraj riconosciuto dall’Onu e mandando una modesta flottiglia di navi sta faticosamente rimettendo in rotta di navigazione la guardia costiera libica, un labile simulacro di Stato. Più o meno lo stesso discorso vale per l’Egitto, un Paese dove i britannici ci avrebbero volentieri cacciato a pedate 70 anni fa ai tempi di re Farouk che, dopo il colpo di stato di Gamal Abdel Nasser, venne in esilio proprio a Roma mentre a Londra e al Cairo decidevano i destini della Libia mettendo in sella il senusso Re Idris.

Il caso Regeni, tra attualità e storia, si inserisce in questo contesto. Al di là delle polemiche sul ritorno dell’ambasciatore italiano in Egitto, che forse avrebbe potuto essere rimandato anche prima o in un altro momento, appare sconcertante quanto scritto, con straordinario e quasi sospetto tempismo, dal New York Times Magazine, ovvero che gli Stati Uniti avevano passato al governo informazioni sul coinvolgimento degli apparati di sicurezza egiziani, ma senza fornire prove e riferimenti.

Il governo italiano smentisce. Ora è difficile capire chi dice più bugie, ma forse è più facile comprendere perché escono queste notizie. Anche gli Usa devono giustificare la loro posizione: sono i protettori dell’Italia, ma anche i maggiori fornitori di aiuti militari all’Egitto e Al Sisi che garantisce la lotta al terrorismo islamico e buoni rapporti con Israele. Il caso Regeni disturba anche loro perché nonostante le pressioni di Roma non sono riusciti a ottenere nulla di concreto dal Cairo e la stampa – maledetta stampa – continua a scrivere di questo orrore. A britannici e francesi il caso Regeni torna oggettivamente comodo: ha congelato i rapporti diplomatici dell’Italia con il Cairo e minato – ma forse non abbastanza – la storica partnership tra i due Paesi.

L’Italia da 70 anni appartiene al mondo dei vinti e Giulio Regeni, nonostante lavorasse per istituzioni britanniche, è stato ricacciato, da morto assassinato, in quel mondo. Per i vinti, soprattutto quando sono rimasti vulnerabili e divisi, ottenere giustizia è più difficile: possono chiedere soltanto clemenza. Ma se continueranno a domandare verità e giustizia saranno un po’ meno vinti.

da IlSole24Ore, Alberto Negri

Fonte

Regeni - Il triangolo Italia - al-Sisi - Haftar

di Michele Giorgio – Il Manifesto

«I tentativi dell’Italia di esercitare pressione sull’Egitto per la brutale uccisione del ricercatore Giulio Regeni sono ostacolati dalla concorrente preoccupazione per la sicurezza nazionale: ottenere la cooperazione del Cairo in Libia». I colleghi del Guardian già il 16 maggio del 2016, in un articolo dal titolo «Realpolitik hinders hunt for killer of Italian researcher in Egypt», ci raccontavano il finale, al quale abbiamo assistito tre giorni fa, del film narrante la crisi diplomatica tra Italia ed Egitto. Una crisi culminata nel richiamo del nostro ambasciatore al Cairo e segnata dai rozzi tentativi di depistaggio messi in piedi dai servizi segreti egiziani indicati da più parti come i responsabili di quel crimine.

Protagonista del finale di questo film non poteva che essere Angelino Alfano, notoriamente avvezzo a ogni compromesso e cambio di casacca e perciò il più idoneo ad ignorare, in nome degli «interessi nazionali», le aspettative della famiglia Regeni e ad archiviare le pressioni dei tanti italiani che chiedono verità e giustizia per Giulio. E infatti il Guardian spiegava che «L’Italia e i suoi alleati che sostengono il governo di Fayez el-Sarraj in Libia appoggiato dall’Onu, sono impantanati in una lotta complessa in cui l’alleanza dell’Egitto è vista come chiave del successo del nuovo governo libico».

«Il ministero degli esteri dell’Italia – aggiungeva il quotidiano britannico – ha rifiutato di commentare il presunto appoggio dell’Egitto alle forze di Tobruk»,  guidate dal generale Khalifa Haftar, «ma lo scontro (in Libia) incarnerà i passi successivi che Roma prenderà sulla questione di Regeni». Il Guardian vedeva lontano.

Da allora di cose ne sono accadute tante in Libia e il potere di Khalifa Haftar, appoggiato sin da subito dal presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi (e da alcune monarchie del Golfo), si è fatto persino più decisivo, fino al punto da rivolgere minacce dirette alla missione italiana volta a fermare le partenze di gommoni e battelli con a bordo i migranti diretti verso l’Europa.

Agli occhi dell’Italia el Sisi è in grado di orientare le scelte di Haftar e di persuaderlo a non ostacolare i piani del governo Gentiloni. Pesano e non poco anche le elezioni politiche in Italia nel 2018. Angelino Alfano ha fatto il lavoro sporco però la responsabilità della normalizzazione delle relazioni con el Sisi è di tutto il governo, a partire dal presidente del consiglio.

Messo da parte l’assassinio di Giulio Regeni, adesso Roma si attende che el Sisi cominci a favorire in Libia i disegni italiani oltre a quelli dell’Egitto. Il Cairo, non si dovesse raggiungere l’unità nazionale in Libia punta in alternativa alla creazione di un protettorato egiziano in Cirenaica da affidare all’uomo forte Haftar disposto a combattere contro jihadisti e milizie islamiste armate e impegnato a garantire la stabilità lungo i 1.200 chilometri di frontiera condivisa tra i due Paesi, a cominciare dallo stop al traffico di armi diretto agli affiliati dell’Isis nel Sinai.

Stabilità che vorrebbe dire anche il ritorno massiccio di lavoratori egiziani in Libia, o in parte di essa, che attraverso le proprie rimesse sarebbero in grado garantire la sopravvivenza di parecchie decine di migliaia di famiglie in patria, come avveniva nell’era Gheddafi.

Per questo il Cairo da tempo riversa tutto il suo appoggio militare e diplomatico su Haftar e garantisce il flusso dei finanziamenti al generale libico dagli Emirati e da altre petromonarchie. Un interrogativo è d’obbligo. El Sisi, dopo aver incassato la fine della crisi diplomatica e il ritorno al Cairo dell’ambasciatore italiano, sarà davvero disposto a fare in Libia ciò che si attende Roma?  È una grande scommessa considerando il personaggio e il governo Gentiloni rischia di perderla dopo aver sacrificato la verità su Giulio Regeni.

Scindere Cassa depositi e prestiti

È ora di mettere seriamente mano al destino di Cassa Depositi e Prestiti, trasformatasi nell’arco degli ultimi 15 anni in una sorta di fondo sovrano tentacolare, che agisce – a volte su mandato del Governo, a volte per motu proprio – sempre in direzione della penetrazione dei grandi interessi finanziari privati sull’economia e la società. Eppure la storia e la missione di Cassa Depositi e Prestiti sono state radicalmente altre per oltre 150 anni: raccogliere e garantire il risparmio postale dei cittadini (oltre 20 milioni di persone che le hanno affidato 250 miliardi) e utilizzare questa enorme massa di liquidità per finanziare a tassi agevolati gli investimenti degli enti locali.

Una funzione pubblica e di interesse generale, svanita nel 2003 con la trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni (dunque rivolta al profitto) e con l’ingresso nel suo capitale sociale delle fondazioni bancarie.

Oggi Cassa Depositi e Prestiti finanzia la svendita del patrimonio pubblico dei Comuni e la privatizzazione dei servizi pubblici locali, in un contesto dentro il quale gli enti locali, dissanguati dal patto di stabilità e dal pareggio di bilancio, asfissiati dai tagli alle spese e agli investimenti, sono stati ridotti a promotori del saccheggio dei beni comuni da parte delle lobby immobiliari e finanziarie.

Nel contempo, l’azione di Cassa Depositi e Prestiti si è estesa a tutti i gangli dell’economia, della quale è rimasta l’unico colosso finanziario in grado di investire con un raggio a 360 gradi, ma senza nessuna strategia di medio e lungo termine decisa da una qualche assemblea elettiva (il Parlamento, che dovrebbe controllare e indirizzare, spicca per la totale assenza di discussione).

Intanto, il collasso del sistema bancario privatizzato (l’Italia è l’unico Paese che è riuscito a passare dal 74,5% di controllo pubblico sulle banche nel 1992 all’attuale zero assoluto) continua a drenare risorse pubbliche (ad oggi siamo ad oltre 30 miliardi) per “salvataggi” che non modificano alcun assetto strutturale, bensì perpetuano l’espropriazione di ricchezza collettivamente prodotta e il suo trasferimento alle lobby finanziarie. Senza una nuova finanza pubblica nessuna trasformazione del modello economico e produttivo sarebbe possibile e le decisioni di lungo termine sulla società rimarrebbero comunque appannaggio delle lobby finanziarie.

Qui entra in campo il destino di Cassa Depositi e Prestiti, per la quale va pensata una scissione strategica in due settori: uno legato alle partecipazioni societarie e all’intervento nell’economia, che dovrebbe avvenire sotto la direzione del Parlamento e dopo un’ampia discussione nella società sulla riconversione verso un nuovo modello economico che sia ecologicamente e socialmente orientato; il secondo legato all’urgente necessità della creazione di un servizio pubblico per risparmi, credito e investimenti, gestito territorialmente con il coinvolgimento diretto dei cittadini. Si tratta non di proporre una burocratica e, data l’attuale dislocazione dei poteri reali, inefficace nazionalizzazione, bensì di un processo di riappropriazione sociale della ricchezza prodotta.

Processo che può essere innescato solo da una forte e reticolare mobilitazione dal basso, che coinvolga cittadini organizzati, enti locali, settori produttivi territoriali, sindacati e lavoratori delle banche nella definizione di una finanza come “bene comune” e di una gestione partecipativa della stessa.

Socializzare subito la parte di Cassa Depositi e Prestiti che gestisce il risparmio dei cittadini vuol dire ripensare il ruolo del risparmio postale, la cui funzione sociale va collocata nei territori per svolgere la funzione di finanziare a tassi agevolati gli investimenti – pubblici e sociali – la cui destinazione sia il frutto di processi partecipativi delle comunità locali. Si tratta semplicemente di riappropriarsi di quello che ci appartiene. E di pensare ad un futuro fuori dall’austerità liberista.

Marco Bersani
Attac Italia
www.italia.attac.org
12 agosto 2017


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Il soccorso non sarà più così pronto. Esperienze dal vivo...

Il governo ha rivisto il servizio di pronto intervento. Ovviamente l’ha fatto in modo da risparmiare sui costi, ma con la retorica “modernizzatrice”.

Il vantaggio teorico è nel numero unico, ora il 112, cui ci si può rivolgere per qualsiasi evenienza, dall’infarto all’incendio sotto casa.Nulla di strano, in molti paesi funziona in questo modo, ed è effettivamente più semplice -specie in situazioni di emrgenza – dover ricordare un solo numero invece che tanti quanti sono i problemi che possiamo avere.


Gli svantaggi pratici sono invece immensi, a cominciare dal fatto che dall’altra parte della cornetta c’è un risponditore automatico, di quelli ormai in uso in qualsiasi grande azienda, e la cui “utilità” è tutta a favore dell’azienda, che così può tenere a distanza utenti e/o clienti, affidando l’eventuale risposta a un call center.


Il quale, come sappiamo, funziona con lavoratori pagati un fico secco, non sempre nati e residenti in questo paese (che quindi non ne conoscono le coordinate fondamentali, anche se sanno parlare questa lingua), sommariamente “formati” sulle risposte da dare nei vari casi.E che, soprattutto, possono rispondere solo quando il segnale arriva alla loro postazione, magari molti minuti dopo l’inizio della chiamata.


Le conseguenze sulla qualità del servizio sono chiaramente illustrate nel racconto di Francesco Iacovone. Per orizzontarsi meglio nella materia, comunque, potete vedere anche questo articolo e rileggere la tragica esperienza di Valentina Ruggiu alle prese con le bizze di un risponditore automatico. L’inumano è già qui.

*****

Nel silenzio della notte un tonfo secco, come un colpo di grancassa, e il cuore parte, impazzito. Un battito irregolare che supera di gran lunga le 200 pulsazioni al minuto e non ti senti più invincibile.

Solo in casa, le gambe tremano e l’unica salvezza è nella cornetta: “Pronto 118”... le mascelle faticano ad articolarsi e la voce è coperta dall’eco interna di un cuore che ormai va per i cazzi suoi, “...credo di avere un attacco cardiaco”.

L’operatrice non si scompone e mi tranquillizza, chiede il mio nome e comincia a farmi domande, ad infondermi sicurezza. Poi capisce la paura di chi si sentiva invincibile e ora crede di morire, solo in casa e troppo presto. Perché è sempre troppo presto per morire. Mi parla d’altro. Mi dice il suo nome, Tiziana, e mi assicura che rimarrà con me fino all’arrivo dell’ambulanza. Il suo tono è lieve e caccia via le mie streghe, mi asseconda, mi rinfranca. Mi parla ancora d’altro e trasforma quei minuti dell’attesa da interminabili a sopportabili.

Mi sento meno solo e mi attacco alla sua voce, alle sue parole. Sento le sirene dell’ambulanza e lei che mi dice: “Quando hai la diagnosi chiama, stanotte sono di turno. Fammi sapere. Ma stai tranquillo, vedrai che non è un infarto”. La corsa in ospedale e la sua profezia è stata confermata.

Allora c’era il 118, non c’era il numero unico delle emergenze. Allora non c’era quel disco che ti lasciava in attesa, in balia delle tue paure. Bastava spiegarla una volta sola la tua necessità, perché quel numero lo compone chi è in pericolo, spesso in pericolo di vita. E non ha troppo tempo da attendere.

Oggi non basta più e la storia di Valentina Ruggiu mi ha fatto pensare che forse allora… chissà… Mi ha fatto ripensare alla voce senza volto di Tiziana, alla sua umanità e alla sua capacità di rendermi sostenibile quell’attesa del tutto inattesa.

Anche Valentina ha riposto le sue speranze dentro una cornetta, ma ad attenderla ha trovato un disco: “Rimanga in attesa”. E mentre lei attendeva… e attendeva… e attendeva ancora… suo padre Gianfranco, professione cameriere, moriva.

Ripenso a Tiziana, alla sua voce che mi ha accompagnato oltre la paura. A quando l’ho richiamata dal pronto soccorso, felice per lo scampato pericolo. E penso che se quella maledetta sera di tre anni fa fossi morto, non sarei morto in compagnia di un disco che mi ripeteva “Rimanga in attesa”. Accanto avrei avuto Tiziana.

Ecco, allora ripensiamo tutti al ruolo dello stato sociale, di un servizio pubblico e di qualità. Ripensiamo ai tanti eroi che ogni giorno non ci lasciano in attesa, affatto. Grazie Tiziana, grazie di cuore!!

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Rafa Diez, segretario del sindacato basco Lab, sarà libero a giorni

Il compagno Rafa Diez sarà liberato dalle carceri dello stato Spagnolo fra pochi giorni. Rafa Diez è stato incarcerato nel 2009, mentre era Segretario Generale del Sindacato Basco LAB, con l’accusa di essere uno degli artefici della ricostruzione di Batasuna.

Rafa è stato detenuto lontano dai Paesi Baschi come avviene per la maggioranza dei compagni arrestati dallo stato spagnolo per allontanarli dai propri cari e dalla solidarietà militante.

Negli anni scorsi, i dirigenti della Federazione Sindacale Mondiale avevano più volte richiesto il permesso di visitarlo in carcere, ma ogni volta la richiesta era stata respinta. Ora verrà scarcerato perché è stata interamente scontata la pena.

La Fsm, nel dare la notizia, esprime tutta la sua gioia per la notizia della sua liberazione. “Un rivoluzionario torna alla militanza attiva tra la sua gente e i suoi compagni di lotta politica e sindacale!”

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Il leader del gruppo neo-nazista di Charlottesville era un marines statunitense

Dillon Hopper, autoproclamato “comandante” del gruppo Vanguard America con cui marciava l’attaccante James Fields, era un sergente nel corpo dei marines fino all’inizio di quest’anno.

Dillon Hopper è stato di recente pensionato come veterano delle guerre in Afghanistan e Iraq. Membri del suo gruppo suprematista bianco hanno marciato in Virginia lo scorso fine settimana.

Hopper, 29 anni, sta usando il suo ex nome, Dillon Irizarry, quando si presenta in pubblico per l’America Vanguard. Ma ha cambiato ufficialmente il suo nome a Dillon Ulysses Hopper nel novembre 2006, secondo i documenti del tribunale nel suo stato nativo, il New Mexico.

Il servizio attivo di Hopper con i marines è terminato nel gennaio di quest’anno, secondo un rapporto del Dipartimento della Difesa. Da quando è tornato negli Stati Uniti ha vissuto in California e Ohio. Il suo avatar di Facebook è attualmente un’immagine dei cartoni animati, con Donald Trump che costruisce un muro.

fonte: The Guardian

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Venezuela. L’ambasciatore italiano incontra la presidentessa della Costituente


Non sarà una marcia indietro, ma il tentativo di correggere la rotta è piuttosto evidente. Il governo italiano – supportato da una stampa mainstream mai così codina e falsificatrice – si era distinto tra i paladini della crociata contro l’Assemblea Costituente eletta nonostante la guerra apperta mossa da alcuni settori neofascisti della cosiddetta “opposizione democratica”, su input del governo statunitense.

Per essere più chiaro, Gentiloni stesso aveva affermato “non riconosceremo l’Assemblea Costituente”, firmando nel frattempo una lettera insieme al premier spagnolo di destra, Mariano Rajoy, dai toni mai visti nella diplomazia internazionale.

Ora, invece, è stato dato l’incarico all’ambasciatore a Caracas, Silvio Mignano, di accettare l’invito della presidentessa della Costituente, Delcy Rodriguez.

Forse a Palazzo Chigi hanno cominciato a sentire odor di fregatura, da parte dei partner europei, anche su questo fronte...

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Trump fa il “decisionista” contro i manager politically correct

Dopo l’uscita di diversi amministratori delegati dei colossi aziendali Usa dai consigli presidenziali dedicati a industria e politiche economiche, Donald Trump ha preferito scioglierli. “Invece di fare pressione agli uomini d’affari del Manufacturing Council e dello Strategy and Policy Forum, metto fine a entrambi. Grazie a tutti!”, ha scritto il presidente su Twitter, poco dopo l’ennesima dimissione degli amministratori delegati: nel primo pomeriggio infatti Stephen A. Schwarzman, a.d. di Blackstone e una delle persone di fiducia di Trump all’interno della comunità del business di New York, ha organizzato una riunione telefonica per decidere in che modo procedere. La decisione finale è stata quella di lasciare tutti insieme il consiglio.

Tra i nomi dei grandi manager dimissionari ci sono quelli di Laurence D. Fink del famigerato fondo BlackRock, Ginni Rometty di IBM, Rich Lesser di Boston Consulting e Toby Cosgrove di Cleveland Clinic. “Non c’è assolutamente posto per l’intolleranza, il razzismo e la violenza in questo Paese” perché “sono un affronto ai valori americani chiave”, ha detto in una dichiarazione lo Strategic and Policy Forum. La loro scelta segue quella di mercoledì mattina di Denise Morrison del gruppo Campbell Soup e quella di Inge Thulin di 3M.

Tutti si sono dimessi per le dichiarazioni rilasciata da Trump in seguito alla manifestazione di gruppi di suprematisti bianchi a Charlottesville, in Virginia, dove una manifestante di 32 anni è stata investita dalla macchina di un attivista dei gruppi della destra razzista. Trump dopo aver condannato i razzisti in ritardo di tre giorni, ieri, in una conferenza stampa, era rimasto equidistante ed ancora una volta dato la colpa ad “entrambe le parti” e alla “alt-left”, la sinistra radicale, come Trump l’ha definita.

Il primo a lasciare uno dei consigli di esperti del presidente era stato Kenneth C. Frazier, a.d. afroamericano del colosso farmaceutico Merck. Trump aveva accolto la sua decisione con rabbia: prima con un tweet, sostenendo che avrebbe avuto più tempo per abbassare il costo dei farmaci, poi con una dichiarazione, ricordando che non si tratta di una grossa perdita perché “Merck produce all’estero e non negli Stati Uniti e deve ritornare a produrre qui”.

Martedì invece, poco dopo la conferenza stampa di Trump, tre leader sindacali e attivisti no profit avevano lasciato il consiglio. Allo stesso tempo l’a.d. di Walmart ha pubblicato una lettera ai suoi dipendenti in cui condannava Trump e la sua gestione del potere.

Occorre sottolineare come questi “consigli di esperti” siano del tutto privi di potere ed hanno un valore del tutto formale e di immagine. Con Trump tuttavia avevano assunto un valore sempre più importante: i membri dei cosnigli infatti avevano il compito di difendere le idee poco popolari di Trump all’interno del mondo del business dove, come dimostrato da questa vicenda, Trump sembra avere più nemici che amici.

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Omicidio Regeni - "Renzi a conoscenza di chi ha ucciso Giulio"

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

«L’Italia non si accontenterà di nessuna verità di comodo. Potremo fermarci solo davanti alla verità». Così il 26 marzo 2016 l’allora primo ministro italiano Renzi reagiva al palese tentativo di depistaggio di polizia e servizi egiziani: la strage di cinque cittadini egiziani e l’occultamento dei documenti di Giulio Regeni a casa di uno di loro.

Lo ribadiva il 15 giugno: «Confermo il massimo impegno affinché sulla vicenda sia fatta luce». Prima di lui a parlare di «piste improbabili» e del rifiuto ad accettare «verità di comodo» era il ministro degli esteri Gentiloni, a poche settimane dalla sparizione di Giulio.

In questo anno e mezzo dichiarazioni simili sono fioccate. Tra le ultime quelle dell’attuale inquilino della Farnesina Alfano (il 17 gennaio alla Camera: «La prosecuzione dell’impegno per la ricerca della verità non verrà mai meno») e del nuovo premier Gentiloni che a fine dicembre ringraziava l’Egitto per «i segnali di collaborazione molto utili» (nei giorni precedenti Il Cairo ammetteva indagini della sicurezza su Regeni e diceva di aver identificato i poliziotti responsabili).

Alla luce delle rivelazioni del New York Times il castello di carta si sbriciola: «Nelle settimane successive alla morte di Regeni – scrive il giornalista Declan Walsh – gli Stati Uniti hanno acquisito informazioni di intelligence esplosive dall’Egitto: le prove che funzionari dei servizi egiziani hanno rapito, torturato e ucciso Regeni. ‘Abbiamo prove incontrovertibili della responsabilità ufficiale egiziana’, mi dice un funzionario dell’amministrazione Obama».

«Su raccomandazione di Dipartimento di Stato e Casa bianca – continua – gli Usa passarono queste conclusioni al governo Renzi. Ma per evitare di identificare la fonte, gli americani non condivisero il materiale né dissero quale agenzia ritenevano essere dietro la morte di Regeni. Quello che gli americani sapevano per certo, e che dissero agli italiani, era che la leadership egiziana era pienamente consapevole delle circostanze intorno alla morte di Regeni».

Roma sapeva ma ha tenuto opinione pubblica e famiglia Regeni all’oscuro. Ha ritirato l’ambasciatore Massari l’8 aprile 2016, il giorno dopo la presa in giro della prima visita a Roma degli investigatori egiziani (venuti a mani vuote) quando probabilmente già aveva ricevuto la nota da Washington: viene da pensare che l’obiettivo non fosse fare pressioni sull’Egitto ma allontanare dal Cairo Massari, che da subito ha seguito in modo approfondito e diretto il caso.

Una realpolitik disordinata che ha permesso l’intervento a gamba tesa di altri soggetti interessati alla normalizzazione: «L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi... ha discusso la questione con al-Sisi almeno tre volte – scrive il Nyt – E, secondo una fonte del Ministero degli Esteri italiano, Eni ha unito le sue forze a quelle dei servizi segreti per trovare una rapida soluzione».

Di incontri ufficiali tra Descalzi e al-Sisi non ne sono mancati nel 2017: all’inizio di gennaio, il 15 febbraio e il 28 marzo, per discutere dello sviluppo del mega bacino di gas sottomarino Zohr. Nel corso del 2016 è facile immaginare che l’ad Eni e il presidente egiziano si siano visti e abbiano messo sul tavolo la questione Regeni, così come avranno fatto alti funzionari del cane a sei zampe e dello Stato egiziano.

Il giro d’affari è enorme, da tutelare a beneficio di entrambi. Tanto da indispettire elementi dell’intelligence italiana e del governo e causare tensioni tra servizi e Farnesina. Lo sottolinea il Nyt, secondo cui gli 007 italiani hanno lavorato altrettanto alacremente per ripianare rapporti ufficialmente in rotta: «I diplomatici sospettavano che le spie italiane, per chiudere il caso, avessero organizzato un’intervista del quotidiano La Repubblica con al-Sisi».

Repubblica nega, ma è difficile dimenticare quell’intervista di metà marzo 2016, da molti ritenuta un palcoscenico ben agghindato in cui il presidente egiziano si è esibito nella parte del buon padre di famiglia, pronto a collaborare.

Uno show, quello di al-Sisi, ripetuto un mese fa di fronte a Nicola Latorre (Pd) e Maurizio Gasparri (Fi), presidente e vice presidente della Commissione Esteri del Senato: probabilmente allora, in anteprima, Roma ha garantito al Cairo il ritorno dell’ambasciatore.

Due giorni dopo l’agenzia Mada Masr, citando fonti italiane, lo dava per certo: entro settembre le relazioni si normalizzeranno definitivamente. Ma non sono mai apparse davvero in pericolo nonostante gli ostacoli posti alla Procura di Roma, che indefessamente tenta di racimolare elementi dalle briciole di materiale che la Procura egiziana gli gira. Delle tante denunce del team romano l’ultima è del 16 marzo: Pignatone e Colaiocco hanno accusato le autorità egiziane di reticenze e bugie.

Quelle briciole di materiale ad Alfano bastano per rinviare l’ambasciatore, come chiedono da mesi – con una campagna neppure troppo sottile – politici e commentatori in articoli ospitati da vari giornali italiani.

Infine, un occhio alla tempistica: vigilia di Ferragosto, ad un mese dalla visita di Latorre e a dieci giorni dalla ratifica da parte di al-Sisi della legge sulla distribuzione di gas in Egitto. Le compagnie straniere potranno ora vendere parte della loro produzione direttamente sul mercato egiziano. Eni, con Zohr produttivo da dicembre, è pronta.

L’Austria schiera i militari al Brennero

I carri armati per ora no. Specie se con scritte tedesche sopra, che fanno ancora un brutto effetto mediatico... Ma un po’ di soldati sì, ma “col compito di coadiuvare la polizia di frontiera”.

La scelta dell’Austria era nell’aria da mesi, vuoi per soddisfare il bisogno di rispondere a una psicosi da “invasione” inesistente, vuoi per capitalizzare elettoralmente queste iniziative.

Di fatto Vienna limita di molto la praticabilità dell’accordo di Shengen, che garantiva la libera circolazione tra i paesi aderenti all’Unione Europea sopprimendo i controlli alle frontiere sugli spostamenti delle persone. E’ chiaro infatti che con l’invio dei militari si compie sia un atto simbolico (una volta schierati, potranno essere implementati al bisogno), che una modifica delle procedure alla frontiera. I controlli vengono insomma ripristinati, con prevedibile attenzione al colore della pelle dei transitanti. Via libera dunque agli “ariani” e verifica degli “scuretti”.

Il governo Gentiloni prende così un altro sonoro ceffone da un partner europeo, dopo la ben più rilevante nazionalizzazione francese dei cantieri navali di Saint Nazaire. Le prime dichiarazioni uscite dal Viminale parlano di decisione “sorprendente e ingiustificata”, ma non annunciato reazioni di rilievo.

Lo stesso ministero dell’Interno si limita a far notare che nei primi sette mesi del 2017, alla frontiera italo-austriaca è stato inibito l’ingresso sul territorio nazionale a 1200 cittadini stranieri, a riprova semmai del trend dei movimenti migratori dall’Austria verso l’Italia. E dei controlli ormai attivi in entrambe le direzioni...

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mercoledì 16 agosto 2017

Alternanza scuola-lavoro. 2700 studenti, manodopera gratuita per l’estate

Facile da immaginare che sarebbe successo anche questo, nell’Italietta che gioca al ribasso con il presente e il futuro delle nuove generazioni. Qualche giorno fa, un indagine della Guardia di Finanza di Bassano del Grappa (VI) ha portato alla luce un traffico di lavoro nero che si estendeva in tutt'Italia, e che coinvolgeva 2700 studenti delle superiori, molti addirittura minorenni.

Non si tratta di migranti, o di bambini del terzo mondo messi a lavorare per meno di quattro soldi, ma dei nostri figli e delle future generazioni (certo, quelle di serie B, non certo figli dell’alta borghesia).

Il tutto rientrava nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro, quel frutto del male inventato con la buona scuola totalmente a servizio delle imprese e alla svendita del mondo della formazione. Nella pratica, come si legge in un articolo di Leonard Barberi sul Corriere della Sera, gli istituti scolastici firmavano prima l’accordo con le aziende, dopodiché un intermediario si occupava di “piazzare” i ragazzi nei vari locali, ristoranti e alberghi soprattutto che necessitavano di manodopera a basso costo per supplire al boom estivo di lavoro.

Manodopera a basso costo, perché il mediatore riceveva 60 euro alla settimana per studente piazzato a svolgere compiti che non rientravano minimamente nell’ambito del programma “formativo”. Manodopera gratuita, perché agli studenti non venivano versati contributi, né rimborsati di alcunchè. Si tratta di di 2700 ragazzi, che dalle scuole coinvolte nel giro soprattutto al sud Italia (Lazio Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) si sono trasferiti in diverse località del Trentino, Friuli, Veneto, Lombardia, Toscana, Umbria, Abruzzo, Puglia, Sicilia e Sardegna, per lavorare gratuitamente in virtù del loro “percorso formativo”.

Come dire... un sistema di continuità criminoso che percorre tutta la penisola, nessuno escluso. Per ora i denunciati per evasione fiscale (circa 200 mila euro di Iva evasa) e per somministrazione fraudolenta di manodopera sono sei, ma è forse bene ricordare chi sia il vero responsabile di questo giro criminoso che rende i lavoratori schiavi, siano essi italiani o migranti, giovani o vecchi. Un mondo della scuola che prepara i ragazzi a diventare schiavi, un mondo del lavoro che gioca al ribasso sui salari dei lavoratori per non parlare delle loro pensioni, un sistema di welfare praticamente inesistente.

La deresponsabilizzazione del governo di questo Paese, ormai supino alle direttive dell’Unione Europea, sta creando dei mostri che prima o poi, in qualche modo, esploderanno.

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Tra conoscenze e competenze si gioca una partita tutta politica

Negli ultimi anni vado leggendo articoli e libri dedicati al tema della didattica per competenze, nella speranza di smentire un mio caro amico, secondo il quale la letteratura sulle competenze non contiene altro che “fuffa”. Devo riconoscere che trovare sufficienti argomenti per contestare la sua ipotesi è veramente difficile. Tuttavia non è impossibile e, a guardar bene, in una questione apparentemente metodologica si può celare un’importante e complessa controversia politica.

Il sociologo ginevrino Philippe Perrenoud, che si è a lungo occupato del rapporto tra diseguaglianze e insuccessi scolastici, ha provato a penetrare questo tema nel suo ultimo libro (Quando la scuola ritiene di preparare alla vita. Sviluppare competenze o insegnare diversi saperi? tr. it. di E. Coccia, Anicia 2017), non solo mettendone a fuoco la complessità semantica, ma anche le implicazioni sociali e politiche, provando – finalmente – a scavare in profondità. Il vero tema, come emerge dalla sua analisi, concerne la scuola e la sua funzione nelle società democratiche e plurali.

La stessa valorizzazione del concetto di competenza non è legata soltanto alle attese o ai linguaggi del mondo aziendale. C’è dentro un ripensamento complessivo dello stare al mondo. Quando immaginiamo la figura di un medico competente, pensiamo probabilmente a un dottore preparato, esperto e capace di risolvere in positivo situazioni complesse. Perrenoud spiega bene che questa logica della performance ha oggi pervaso non solo le professioni, ma ogni sfera della nostra esistenza. Di fronte ai mali che occorrono nella vita di ciascuno, come la depressione, le dipendenze, le separazioni, le malattie, le crisi finanziarie, il nostro atteggiamento ultra-disposizionale tende ad attribuire a chi ne è vittima l’assenza delle necessarie competenze per evitare quelle disgrazie, o per non averle adeguatamente fronteggiate. Purtroppo Perrenoud acquisisce questo dato sociale, ma non lo contesta. Personalmente considero molto rischioso il paradigma che concepisce delle competenze alla vita, perché basato su un individualismo esasperato, e non è detto che la scuola debba necessariamente aderire alla società, soprattutto quando le dinamiche culturali sono determinate da fattori di natura economica.

Perrenoud ammette invece che occorrano, oggi più che in passato, alcune competenze per affrontare la vita e i suoi imprevisti, e che potrebbero essere facilitate da una rivisitazione del curriculum formativo, tale da offrire spazio anche a un’educazione giuridica e psico-sociale di base.

Non si tratta di inserire o rimuovere discipline, ma di domandarsi se e perché la scuola debba preparare alla vita, o soltanto agli studi futuri. Questo dibattito divide sovente gli apologeti della scuola “tradizionale”, organizzata per discipline e imperniata sulla valorizzazione di conoscenze da trasmettere alle nuove generazioni, e gli assertori di un approccio maggiormente attivistico, basato sulla creazione laboratoriale di situazioni-problema al fine di sollecitare la formazione di competenze complesse, da valutare attraverso prodotti e prestazioni. Tuttavia, la contrapposizione tra saperi disinteressati e competenze pratico-utilitaristiche è grossolana e semplicistica. Non è sufficiente costruire contesti d’apprendimento e situazioni complesse, affinché si approdi alla competenza, poiché per decifrare le risorse a disposizione chiunque dovrebbe aver acquisito preliminarmente un bagaglio di conoscenze e linguaggi, indispensabili anche per immaginare soluzioni possibili. Analogamente, nella didattica per discipline non solo si sviluppano determinate competenze, ma si creano le condizioni per una maturazione individuale che lascia accedere a nuove e impreviste competenze. Prese per sé, le due posizioni – quella che predilige una cultura basata solo sui saperi e l’idea di concentrarsi solo sulla capacità di mobilitare risorse per risolvere problemi – sono due assurdità.

Si potrebbe obiettare che le competenze in quanto tali – a differenza delle singole discipline – posseggono una natura più generale, che si pone al di qua delle distinzioni specialistiche, e che le rende di fatto una forma di preparazione alla vita. Anche Perrenoud è parzialmente convinto di ciò, e pertanto promuove l’approccio didattico per competenze. Tuttavia, egli avverte, questo non può avvenire a discapito di disonestà intellettuale o approssimazione scientifica. Ad esempio, da anni si ripete meccanicamente lo slogan delle competenze trasversali. Tuttavia, precisa il sociologo svizzero, esse non esistono affatto. Poniamo ad esempio il caso del “saper comunicare”. Come tutti possono intuire, il contesto, il destinatario, le motivazioni, il messaggio, il codice, il canale del processo comunicativo sono talmente variabili che non può assolutamente esistere una competenza trasversale chiamata “saper comunicare”. Probabilmente chi sarà molto esperto in una modalità comunicativa potrà godere di maggiore destrezza anche in altre varianti, e commettere meno errori di altri (poiché procederà attraverso analogie e intuizioni). Lo stesso si può dire per un’altra tipica competenza trasversale, come il “saper analizzare”. Se esistesse davvero questo tipo di capacità, e se fosse possibile educarla, “chiunque avesse quest’unica competenza potrebbe analizzare con altrettanta efficacia un mercato finanziario, un film, una roccia, una radiografia” (p. 88).

Le competenze, in realtà, sono sempre competenze specifiche, legate a un campo o a un tipo di disciplina (qualcuno lo spieghi anche ai tecnici del MIUR).

Se conoscenze e competenze sono reciprocamente incardinate, insegnare per discipline non è la stessa cosa che insegnare per competenze. La differenza residua. E non si tratta di una contrapposizione tra una concezione meccanica e un’idea significativa o costruttivista dell’apprendimento. Anche questa semplificazione è banale. Non esiste un insegnante che non sia costruttivista. È come immaginare un fisico contrario alla forza di gravità. Il costruttivismo, precisa opportunamente Perrenoud, non è una metodologia, ma è la spiegazione oggi più chiara e scientificamente affidabile di come procede l’apprendimento umano.

È però vero che la differenza tra le due radicalizzazioni didattiche esiste e resiste, perché in realtà concerne alcuni aspetti di politica scolastica, che finiscono per raggiungere questioni di politica generale. Il primo di essi è il tema dell’inclusione. Entrambi gli approcci possono essere considerati in certo senso “attivistici”, tuttavia lo sono in modo differente. Anche i più tradizionalisti tra gli insegnanti, infatti, fanno sempre leva sull’attivazione di processi cognitivi, che noi chiamiamo semplicemente “studiare”, che implica la capacità di ragionare, leggere, lavorare, porre e porsi domande, riassumere, gerarchizzare. E tutti questi combinati mentali avvengono durante il corso di una spiegazione, di un esercizio, di una lettura o di un dialogo. Nonostante l’indubbia mobilitazione di risorse interne da parte dei discenti, questo approccio didattico presenta un problema non secondario: per una parte degli studenti esso è completamente inefficace. Non tutti, infatti, sono in grado di “costruire le loro conoscenze al ritmo del discorso magistrale” (p. 98). La soluzione parrebbe dunque trovarsi in una didattica maggiormente inclusiva, basata su ricerche e progetti da svolgere in gruppo. Ma la cosa non è poi così semplice: “le pedagogie attive possono destabilizzare gli alunni che hanno bisogno d’un contesto rassicurante, di compiti precisi, criteri chiari per distinguere il vero dal falso” (p. 101), e anche il concetto di cooperative learning presenta alcune criticità. Ecco perché, secondo Perrenoud, occorre lavorare a un “costruttivismo controllato” (id.).

Questa riflessione sulla dimensione inclusiva/esclusiva della didattica ci conduce verso la vera questione politica in gioco.

Se il buon senso ci conduce a limare quella contrapposizione tra conoscenze e competenze, intuendone la naturale complementarità, il radicalizzarsi delle prese di posizione in difesa di una scuola dei saperi come contrapposta alla didattica per competenze (inevitabilmente interpretata dai suoi detrattori come abbassamento del livello generale di istruzione), ha una ragione squisitamente classista.

Le classi agiate e forse ancor di più le classi medie tendono a privilegiare una struttura della scuola destinata alla preparazione al proseguimento degli studi. Ecco perché i programmi vengono difesi nella loro completezza ed estensione, e alle discipline più tradizionali (in particolare la matematica, la lingua madre e la lingua straniera) vengono assegnati dei ruoli centrali. A questa istanza Perrenoud contrappone invece un ipotetico blocco sociale delle classi disagiate, che in gran parte concludono il percorso scolastico intorno ai 15-16 anni, e che avrebbero invece bisogno di una scuola che prepari maggiormente alla vita; ma le cosiddette “educazioni” (musicale, artistica, sessuale, civica, religiosa, alimentare, et similia), mantengono un ruolo marginale nei nostri sistemi scolastici.

Quindi, seguendo tale ragionamento, la scontro politico si consumerebbe tra una parte della classe dirigente, orientata a difendere le istanze delle classi medio-alte, unite a quelle dei professori – interessati esclusivamente a tutelare le proprie discipline e il proprio quadro orario – e una piccola porzione più illuminata dell’élite, che risulterebbe essere maggiormente progressista e promotrice di una società più equa e giusta.

Ciò che Perrenoud non vede, è che invece ci troviamo di fronte allo scontro tra un classismo esplicito (riconducibile alla prima posizione) e un classismo inconsapevole e radical chic. Non è infatti possibile non accorgersi che se a livello di scuola dell’obbligo la posizione di chi difende una didattica per competenze tout court schiacciasse completamente la didattica tradizionale, ci sarebbe una scuola più inclusiva ma un indiscusso abbassamento del livello di sforzo cognitivo. Questo implicherebbe una riduzione di quelle peculiari competenze necessarie al proseguimento degli studi. Ma chi sarebbe realmente colpito da questa conseguenza? Le classi medio-alte, come in parte già fanno, compenserebbero la perdita rivolgendosi al mercato della formazione privata (corsi d’inglese, lezioni private di matematica, approfondimenti promossi dalle stesse famiglie con percorsi d’arte o seminari estivi). Le classi disagiate, invece, rimarrebbero al palo con una modesta base culturale, e sarebbero automaticamente esclusi dall’ipotesi di proseguire gli studi. In altri termini, la posizione definita “progressista” da Perrenoud non solo dà per scontate le differenze sociali, ma rischia di evocare un sistema scolastico che le rafforzi. È invece del tutto evidente che solo lo sforzo di trascinare tutti gli studenti verso un livello più alto di formazione, cominciando dall’innalzamento dell’obbligo scolastico, garantirebbe una maggiore equità nelle possibilità d’accesso agli studi futuri.

Quanto alle competenze che preparano alla vita, occorre comprendere che proprio una migliore istruzione generale garantirebbe a chiunque velocità e capacità d’accesso autonomo alle informazioni utili nelle diverse situazioni impreviste cui siamo esposti nel corso della nostra esistenza, siano esse di tipo giudiziario, sanitario o ambientale. Si tratta di possedere un ordine mentale, capacità di disporre gerarchie, nessi logici e consequenziali, metodo di lavoro e capacità d’organizzazione. Perrenoud stesso riconosce che nessuna scuola può preparare alle competenze che presuntivamente ci occorreranno nella vita, ma “questa tesi non convalida assolutamente lo status quo: la scuola attuale non prepara tutti i giovani a costruire competenze nell’età adulta” (p. 245). È vero infatti, per le ragioni sopra esposte, che la scuola non è sufficientemente inclusiva. Quindi certamente bisogna temperale alcuni rigorismi dell’approccio didattico più tradizionalista.

Al di là di sterili contrapposizioni, è forse ragionevole, dunque, cercare una via di mezzo, come suggerisce Perrenoud, senza impostare l’intero curriculum sullo sviluppo di competenze. La sua proposta è allora estremamente interessante:

“Non basta, per sviluppare competenze, prevedere alcuni esercizi di trasmissione alla conclusione di ogni capitolo del programma nozionale. L’apprendimento della mobilitazione passa attraverso un raffronto ripetuto con situazioni che mettono in sinergia molteplici risorse, acquisite in momenti diversi della vita o del corso scolastico, spesso in più d’una disciplina. Non è irragionevole pesare di dedicare un terzo del tempo che si trascorre nella scuola a un tale addestramento” (p. 78).

Non è possibile qui soffermarsi ulteriormente sulle molte potenzialità di una integrazione articolata dei due approcci, ma indubbiamente questa – che potremmo chiamare “teoria del 30%” – è meritevole di considerazione, anche nei tavoli tecnici ministeriali.

Occorre comunque dare atto a Perrenoud di diffidare di tutte le soluzioni semplicistiche e banali. Egli analizza esaustivamente gli aspetti della questione e ne ammette le difficoltà. D’altro canto, in una società democratica discutere delle finalità della scuola non è solo un compito particolarmente difficile, ma dovrebbe diventare sereno problema di confronto cui abituarsi. Nessuno dovrebbe aspettarsi soluzioni univoche e definitive, questo vale per i ministri come per i docenti. Bisogna abituarsi a lavorare in condizioni di discussione aperta. Infatti “in una società pluralistica, chiarire durevolmente le finalità della scuola è un compito quasi impossibile, tenendo conto della complessità del problema e della diversità dei punti di vista di fronte ai quali ci si trova” (p. 198).

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Berlino è più uguale degli altri e mette la Bce sotto esame

L’Unione Europea è un dispositivo asimmetrico, fortemente coercitivo con i deboli e sostanzialmente succube dei forti.

La vicenda della Grecia potrebbe essere sufficiente per chiarire la prima parte del discorso, ma dalla Germania arrivano spesso iniziative che spiegano anche agli stupidi la seconda parte.

Vediamo perché. La Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe ha chiesto alla Corte di giustizia europea di pronunciarsi sulla legittimità del programma di quantitative easing, lanciato nel 2015 dalla Bce per sostenere l’inflazione nella zona euro acquistando titoli di stato e corporate sul mercato secondario (in borsa, in pratica). Il programma è ancora attivo, anche se su livelli meno intensi (60 miliardi al mese, prima erano 80). I giudici tedeschi, che sono stati interpellati con vari ricorsi presentati da gruppi di interesse interni, ritengono che vi “siano importanti ragioni” per considerare l’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce una violazione del divieto di finanziare direttamente gli Stati. In pratica, la Bce avrebbe superato i limiti definiti dai trattati.

Non è il primo caso in cui la Corte di Karlsruhe decide di “girare” alla Corte europea un quesito imbarazzante. Era avvenuto anche per il programma Omt della stessa Bce – programma peraltro mai attivato, che prevedeva l’acquisto di titoli di stato dei paesi in difficoltà, che in cambio si impegnavano nel farsi eterodirigere la politica di bilancio – e proprio quel precedente fa pensare che alla fine anche questa contestazione costituzionale finirà nel nulla. Anche perché la sentenza, attesa tra circa un anno, potrebbe arrivare quando il quantitative easing sarà concluso o agli sgoccioli. In quel caso, infatti, la Corte europea decise che il programma Omt era congegnato in modo tale da garantire che non se ne potesse fare “un uso sproporzionato”, e i giudici di Karlsruhe – che comunque avevano l’ultima parola – condivisero quella valutazione.

Il punto “istituzionale” esula però dal caso specifico. Qui abbiamo un paese – la Germania, non per caso – il cui organo costituzionale supremo è posto giuridicamente al di sopra delle istituzioni comunitarie. Se ne condivide le scelte, tutto bene, altrimenti le dichiara incostituzionali e invita gli organi dello Stato tedesco – nel caso specifico Bundesbank, la banca centrale – a non rispettare gli obblighi europei.

Nessun altro paese dell’Unione Europea possiede questa possibilità, un’autentica via di fuga da impegni comunitari considerati economicamente o politicamente svantaggiosi. Soprattutto, la Germania non intende affatto rinunciare a questa prerogativa attribuitale dalla propria forza economica.

Questa condizione indica chiaramente la direzione in cui avverrà l’ormai prossima “stagione di riforma dei trattati europei” per disegnare un’Unione Europea a “più velocità”.

Dopo le elezioni tedesche, con la probabile riconferma di Angela Merkel, Francia e Germania si troveranno nell’invidiabile posizione di avere due governo nuovi di zecca e decisamente stabili (al netto di possibili stagioni altamente conflittuali, specie dal lato francese), con le idee molto chiare sui propri interessi nazionali e con i “partner” in condizioni decisamente opposte. Specie Italia e Spagna. Non si contano ormai gli editoriali che “avvertono” la classe dirigente italica sulla necessità di identificare con chiarezza “l’interesse nazionale” prima di sedersi e firmare modifiche ai trattati, perché potrebbero facilmente ripetere gli errori tragici del passato. Particolarmente indicativo quello di Wolfgang Munchau sul Financial Times (tradotto e pubblicato sul Corriere della Sera), in cui arriva a suggerire al governo italiano che ci sarà da “dichiarare che la sua partecipazione alla zona euro non è scontata”.

Ma qualsiasi analista – anche “borghesissimo” – che si misuri con questo tema finisce per elencare una lista di mismatch assolutamente sfavorevoli per l’Italia (e tutti gli altri paesi Piigs), se dovessero restare dentro una Unione “riformata” dall’asse Carolingio, ossia tra Parigi e Berlino.

Il problema è che ormai è stata selezionata una classe politica (si fa per dire...) di infimo ordine. Incapace di progettare e pensare qualsiasi politica, piena di portaborse promossi a cariche per loro incomprensibili, capaci di pronunciare una battuta davanti a un “microfono amico”, ma rigorosamente in assenza di domande impegnative. Del resto, anche la professione giornalistica ha seguito identiche regole di selezione, negli ultimi anni.

Messa così, le previsioni non possono che essere plumbee. I segnali globali non danno alcuna certezza che l’attuale congiuntura di “crescita anemica” possa continuare a lungo. Al contrario, le “bolle finanziarie” in circolazione sono pressoché infinite e di grandi dimensioni (basti pensare alla valutazione assurda di una moneta totalmente virtuale come il bitcoin: oltre 4.300 miliardi di dollari...).

E nel panorama geopolitico non mancano davvero gli “spilli” che possono fare esplodere una qualsiasi di queste bolle...

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Varsavia: contenziosi storici per pretese territoriali moderne

Nella foto: l’ambasciatore tedesco Hans-Adolf von Moltke, Józef Piłsudski, Josef Goebbels e il Ministro degli esteri polacco Józef Beck, il 15 giugno 1934

Ciclicamente, Varsavia torna sulla questione del Tu-154 presidenziale, precipitato nell’aprile 2010 nei pressi dell’aeroporto di Smolensk-nord. Nella tragedia, perirono gli 8 membri dell’equipaggio e gli 86 passeggeri: il presidente Lech Kaczyński (gemello dell’attuale leader di Prawo i Sprawiedliwość, Jarosław Kaczyński), la moglie e le più alte cariche civili e militari del paese. Da allora, Varsavia non perde occasione per accusare Mosca dell’incidente, nonostante le registrazioni della scatola nera che indicano lo scambio di informazioni tra pilota e controllori di volo, il panico dell’equipaggio per lo scontro con gli alberi; nonostante le conclusioni della Commissione internazionale; malgrado le ripetute indagini abbiano appurato, ad esempio, sia la presenza di estranei nella cabina di comando (vertici militari che avrebbero obbligato all’atterraggio, nonostante il comandante, per la fitta nebbia, proponesse un altro aeroporto), sia errori nella strumentazione che avrebbero indicato una distanza da terra non veritiera, ecc. Si è arrivati al punto che, riesumando il cadavere di Kaczyński, nella bara sarebbero stati rinvenuti anche resti estranei. Nel 2015, era stata anche adombrata la possibilità di dispute interpolacche, in vista delle elezioni presidenziali, tirando in causa gli esponenti della formazione avversa, la Piattaforma civile di Bronislav Komorovski e Donald Tusk. Anche di recente, Varsavia è tornata a parlare di complotto russo, adducendo una presunta esplosione che si sarebbe verificata a bordo.

Ora, ai rapporti russo-polacchi che, in trecento anni, al minimo possono definirsi non facili, si sono aggiunte alcune esternazioni di massimi esponenti governativi. L’argomento è quello dello smantellamento di centinaia di monumenti dedicati in Polonia ai soldati sovietici caduti per la liberazione del paese dal nazismo, a proposito del quale l’ambasciatore russo a Varsavia, Sergej Andreev, aveva detto che getta ombre sui rapporti bilaterali e che la Polonia dovrebbe salvaguardare quei monumenti in segno di riconoscenza a chi ha salvato il paese dal nazismo. Ha voluto dire la sua il Ministro degli esteri polacco Witold Waszczykowski che, durante una lunga intervista al canale Wpolityce.pl (la domanda specifica del giornalista è al minuto 52:30 di wpolsce.pl) ha proclamato che l’Urss, insieme alla Germania, “porta la responsabilità per lo scatenamento della Seconda guerra mondiale”. Secondo Waszczykowski, l’Urss avrebbe “contribuito in modo significativo allo scatenamento della guerra, invadendo la Polonia congiuntamente alla Germania” e dunque, a suo dire, “non si può cominciare la storia dei rapporti polacco-sovietici e polacco-russi dal 1945, dal momento della liberazione dall’occupazione nazista”.

Gli ha immediatamente risposto il presidente della Commissione informazione del Senato russo, Aleksej Puškov: “No, signor Waszczykowski, l’inizio della Seconda guerra mondiale va fatto risalire a Monaco, allorché l’Occidente cedette a Hitler la Cecoslovacchia e anche la Polonia se ne prese il suo pezzetto”. Alla Duma hanno definito le parole di Waszczykowski un “ignobile tentativo” di riscrivere la storia, arrivando “al più alto grado di cinismo politico e di analfabetismo storico”. Il presidente della Commissione esteri del Senato, Konstantin Kosačev ha detto che nella dichiarazione si riflette la linea dell’attuale leadership polacca, volta a presentare il paese quale unica vittima della Seconda guerra mondiale e ha ricordato sia la partecipazione alla spartizione della Cecoslovacchia, sia come, nella prima metà degli anni ’30, proprio la Polonia rappresentasse la Germania hitleriana alla Lega delle Nazioni. Il vicepresidente della Commissione senatoriale di difesa, Frants Klintsevič, ha affermato che la Polonia si sta comportando da autentica “punta di lancia e piazzaforte NATO contro la Russia. Le provocazioni si susseguono una dopo l’altra e il paese è contagiato alla radice dal nazionalismo”. Alcuni storici hanno ricordato come proprio Varsavia avesse di fatto minato le trattative anglo-franco-sovietiche, minacciando nel 1938 e nel 1939 di dichiarare guerra all’Urss, se l’Armata Rossa avesse tentato di attraversare il territorio polacco per andare in soccorso alla Cecoslovacchia contro la Germania e altri accademici raccomandano a Varsavia di “guardarsi allo specchio e ricordare cosa stesse facendo la Polonia alla vigilia della guerra”: nientemeno che “dichiarare apertamente a Hitler di esser pronta a combattere insieme alla Germania nazista contro l’Unione Sovietica”.

Senza soffermarsi sul patto del 1934 tra Hitler e Piłsudski, un commento di Politobzor.net ricorda come anche Winston Churchill avesse scritto del ruolo polacco nell’anteguerra. Alle parole di Waszczykowski, secondo cui l’Urss prese parte alla guerra “nel proprio interesse”, in quanto essa stessa vittima dell’aggressione nazista, Politobzor esclama “e chi avrebbe mai pensato che l’Unione Sovietica avesse combattuto nel proprio interesse!? E nell’interesse di chi avrebbe dovuto combattere? Ma il caso volle che, allo stesso tempo, l’Armata Rossa liberasse i polacchi del governatorato generale tedesco e del loro “alto” titolo di subumani. E ancora, Stalin ritagliò per la Polonia una grossa fetta della Germania; ora, i polacchi “riconoscenti” combattono entusiasti i nostri monumenti”. E Politobzor cita il premier britannico: “...i tedeschi non furono gli unici predatori attorno al cadavere della Cecoslovacchia. Subito dopo la conclusione dell’accordo di Monaco del 30 settembre, il governo polacco inviò un ultimatum di 24 ore al governo ceco, per l’immediata cessione della regione di confine Těšín. Nel 1938, per una questione così insignificante quale Těšín, i polacchi rompevano con tutti i loro amici in Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Vedemmo come nel momento in cui su di essi si rifletteva uno scorcio del potere germanico, essi si affrettavano ad arraffare la loro quota nel saccheggio della Cecoslovacchia. Gloria nei periodi dell’insurrezione e del dolore; infamia e vergogna nei periodi del trionfo. I più coraggiosi dei coraggiosi troppo spesso erano guidati dai più vili dei vili! Ci sono sempre state due Polonie: una che combatteva per la verità e l’altra che strisciava nella perfidia...”. Parole di Winston Churchill.

Fu infatti proprio nel periodo più acuto della cosiddetta “crisi dei Sudeti” lanciata dagli hitleriani, che i polacchi approfittarono per presentare il loro ultimatum su Těšín. Varsavia mise in piedi uno speciale comitato per reclutare volontari per l’attacco; organizzò provocazioni armate in territorio cecoslovacco e fece poi irruzione a Fryštát, mentre l’aviazione violava quotidianamente il confine cecoslovacco. Dopo di che, commenta Politobzor, i polacchi oggi si risentono per il fatto che l’Unione Sovietica nel 1939 avesse osato riprendersi il territorio che la Polonia aveva invaso nel 1919-1920. In risposta a Waszczykowski, conclude Politobzor.net, gli si dovrebbero inviare le memorie di Churchill e che, dopo, provino un po’ a indirizzare anche agli inglesi una dichiarazione risentita.

In effetti, la sortita di Waszczykowski non costituisce una novità: nel 2014 l’allora premier golpista ucraino Arsenij Jatsenjuk aveva inventato la storia dell’aggressione portata “dall’Urss a Ucraina e Germania” hitleriana e lo scorso anno, il Ministro della difesa polacco, Antoni Macierewicz, aveva attribuito alla Polonia “il merito di aver respinto il tentativo della Russia bolscevica di conquistare l’Europa”, e poi aveva sentenziato che i massacri di polacchi perpetrati in Volinia dai filonazisti ucraini dell’OUN-UPA di Bandera e Šuchevič nel 1942-’44, erano stati provocati dall’avanzata dell’Armata Rossa. E sempre lui proponeva di istituire, quale giornata commemorativa dei massacri della Volinia non l’11 luglio (in quella giornata, nel 1943, oltre 100.000 polacchi furono trucidati dall’OUN-UPA) bensì il 17 settembre, data in cui, nel 1939, l’Esercito Rosso entrò sugli ex territori russi della Polonia. “Bisogna comprendere” aveva profetizzato Macierewicz, “che non ci sarebbe stato alcun 11 luglio, se non ci fosse stata l’aggressione sovietica del 17 settembre”.

Oggi, Vzgljad ricorda d’altro canto come già un anno fa il solito trio Varsavia-Kiev-Vilnius avesse adottato una dichiarazione congiunta in cui altro non si fa che ripetere il ritornello della storiografia liberale, per cui il via alla guerra sarebbe stato dato dal cosiddetto patto Molotov-Ribbentrop. Di fatto, con il patto di non aggressione del 23 agosto 1939, tornava all’Urss una parte di territorio della Seconda Reç Pospolita (la Terza sarebbe quella sorta dopo il 1989), addirittura molto meno e più a est di quanto proposto dalla stessa “Linea Curzon” del 1921, al termine della guerra tra Polonia e Russia sovietica e, in particolare, tornavano a Ucraina e Bielorussia le regioni annesse da Varsavia nel 1919-1920.

Svjatoslav Knjazev scrive su Svobodnaja Pressa che Waszczykowski, quale storico dell’Università di Lodz, conosce perfettamente la storia e dunque, con quelle affermazioni, mente in piena coscienza. L’allora Ministro degli esteri polacco Józef Beck aveva costruito la politica estera polacca partendo dalla coincidenza di interessi orientali a lunga scadenza tra Polonia e Terzo Reich e rifiutando le proposte sovietiche e cecoslovacche di un’alleanza antihitleriana. L’apice della comune politica aggressiva polacco-tedesca, scrive Knjazev, si ebbe nel 1938, con la Germania che, nel maggio, portava le truppe al confine cecoslovacco e Francia e Gran Bretagna che, a settembre, dichiaravano cinicamente che, in caso di guerra tra Germania e Cecoslovacchia, avrebbero appoggiato Praga, ma se Hitler avesse proceduto “per via pacifica”, avrebbe ottenuto tutto e presentavano dunque un ultimatum alla Cecoslovacchia, secondo cui se questa non avesse soddisfatto le richieste di Hitler e avesse tentato di difendersi con l’appoggio dell’Urss, ci sarebbe stata una “crociata” occidentale (Germania compresa) contro Praga e Mosca. Il 22 settembre Hitler discuteva col premier britannico Neville Chamberlain la spartizione della Cecoslovacchia tra Germania, Ungheria e Polonia; il 29-30 settembre si arrivava al patto di Monaco e il 30 stesso la Polonia annetteva Těšín. Allorché agli inizi del 1939 Berlino cominciò ad avanzare pretese anche nei confronti della Polonia, era troppo tardi. L’Urss, perso l’unico alleato nella regione, la Cecoslovacchia ormai smembrata, e sapendo che l’aggressione nazista prima o poi sarebbe arrivata, cominciò a operare per rimandare la guerra il più a lungo possibile, temendo un’alleanza franco-anglo-americano-tedesca contro di essa: uno di questi tentativi fu anche il patto di non aggressione con la Germania del 23 agosto 1939. La dirigenza sovietica sapeva che solo alla fine della terza pjatiletka, nel 1942, l’economia avrebbe raggiunto un livello tale da consentire di resistere all’aggressione; lo sapeva anche Hitler, che perciò si affrettò a scatenare la guerra contro l’Urss nel 1941.

Ma oggi, evidentemente, Varsavia si sente le spalle così ben coperte che, alla querelle con Mosca, ne aggiunge anche una con Berlino. Sergej Manikov nota su news-front.info che, non da meno di Waszczykowski, il suo collega al dicastero della difesa, Antoni Macierewicz, mentre insieme al leader di Prawo i Sprawiedliwość, Jarosław Kaczyński, chiede alla Germania compensazioni per la guerra, nel 73° anniversario dell’insurrezione al ghetto di Varsavia, ha parlato di “nostri vicini e in particolare i tedeschi, che distrussero la Polonia e ordirono massacri”. I “nostri vicini” sono dunque anche quelli dell’est. Ora, la Germania è il primo partner commerciale di Varsavia, con un giro di 100 miliardi di dollari annui e tra il 1989 e il 2004, anno dell’ingresso della Polonia nella UE, Varsavia aveva sempre dichiarato chiusa la questione delle riparazioni di guerra (nel 1947, le sole perdite materiali erano state valutate in 850 miliardi di dollari), sulla base degli accordi del 1970 e 1990. Dunque, quello attuale, somiglia molto a un tentativo di mostrare, sia a Bruxelles che a Berlino, che Varsavia non teme le critiche di nessuno, nemmeno quelle arrivate a luglio in relazione alla sua controriforma giudiziaria. E si comincia proprio ora a mostrare i muscoli a ovest, dato che nel 2019 Varsavia dovrebbe iniziare a pagare gli interessi su quei crediti agevolati (calcolati in 13 anni in oltre un quarto di trilione di euro) ricevuti dalla UE e sulla cui consistenza Berlino aveva avuto da ridire, considerando anche che la Polonia occupa il primo posto tra i paesi UE per volume di finanziamenti.

L’argomento di Macierewicz per tornare a parlare di riparazioni è questo: nel 1953 Varsavia aveva rinunciato a ogni riparazione di guerra da parte della DDR, solo perché “la Polonia degli anni ’50 non era uno stato indipendente” – come se oggi lo fosse, nota qualcuno – “e dunque oggi si possono di nuovo chiedere riparazioni”; tanto più che, continuano al Sejm polacco, “non la Polonia aveva rinunciato alle riparazioni, bensì la Repubblica popolare di Polonia, allora colonia sovietica; e aveva rinunciato alle riparazioni non da tutta la Germania, bensì da un’altra colonia sovietica, la DDR”. Quindi, ora si può procedere a chiedere di nuovo le riparazioni: circa 350 miliardi di dollari, due terzi del PIL polacco.

Da Berlino rispondono che Varsavia, in fatto di riparazioni, proprio grazie all’Urss aveva ricevuto grossi territori tedeschi: Prussia orientale, Slesia, Pomerania orientale, Brandenburgo orientale e ancora Danzica e Stettino. Oggi, conclude Aleksej Volodin su topwar.ru, i tedeschi etnici esiliati dai territori passati alla Polonia dopo la guerra, hanno tutti i fondamenti giuridici per chiedere la restituzione. La Polonia infatti, entrando nella UE, ha sottoscritto i documenti per cui la Germania stessa ha diritto di chiedere risarcimenti alla Polonia; tanto più che Varsavia, affermando di aver combattuto sia contro la Germania, che contro l’Unione Sovietica, mette in dubbio di fatto la partecipazione alla coalizione antihitleriana.

Del resto, la questione delle “restituzioni territoriali”, coincide con quanto sta facendo la stessa Polonia nei confronti di Ucraina e Lituania. Le pretese del solito Macierewicz nei confronti di Berlino e di Mosca e le paure polacche per irrealistiche richieste territoriali russe, scrive Sergej Latyšev su tsargrad.tv, servono solo a mascherare gli autentici appetiti polacchi sugli ex “territori orientali”. Ora, se Varsavia mostra delle remore a pretese ufficiali sull’area bielorussa di Brest (anche per l’esistenza, quantomeno sulla carta, di uno “stato unitario” russo-bielorusso), non così nei confronti dei “piccolissimi” vicini, come dimostra la vicenda, tutt’altro che formale, delle immagini da rappresentare sui nuovi passaporti polacchi: luoghi simbolo di L’vov e di Vilnius, che Varsavia, con riferimento alla Prima Reç Pospolita seicentesca, continua a considerare città polacche. A dispetto del “comune sentire” antirusso, la Polonia “della ricostituzione dell’indipendenza del 1918”, ha già in programma di realizzare a Lublino, capoluogo del principale voivodato orientale, un Museo dei territori orientali della Reç Pospolita e non fa mistero della propria ingordigia e del sogno di una “Polska od morza do morza”: dal Baltico al mar Nero, che configuri anche i piani esteuropei della NATO. Così che al Ministero degli esteri lituano, memori di come nel 1920 l’esercito polacco avesse arraffato Vilnius, ridenominata Wilno, dichiarano che “seguiremo lo sviluppo degli avvenimenti e abbiamo già informato i polacchi delle nostre valutazioni”. Stessa cosa a Kiev che, per di più, su questo problema, difficilmente potrà contare su UE, NATO o USA, anche perché a Washington fa molto comodo una forte Polonia puntata da un lato a oriente, ma, dall’altro, anche contro la potenza tedesca, quale cuneo per il definitivo sfaldamento della UE.

D’altronde, osserva Olga Sukharevskaja su RIA Novosti-Ucraina, sono note da tempo le pretese non solo polacche (Galizia), ma anche slovacche, ungheresi (per “l’unità di tutta la nazione ungherese”) e rumene (Bucovina settentrionale e parte della regione di Odessa) sui territori occidentali dell’Ucraina. Se i 144.000 polacchi (censimento 2001) sono abbastanza sparsi tra le regioni di Volinia, Žitomir, L’vov, Ternopol e Khmelnitskij, i 160.000 ungheresi vivono abbastanza compatti nella regione dell’Oltrecarpazia e i 150.000 rumeni costituiscono la stragrande maggioranza nelle province contigue di Gliboka, Gertsa o Novoselitsja e Bucarest e Budapest riconoscono loro la cittadinanza rumena o ungherese. Varsavia non conferisce la cittadinanza polacca, ma rilascia una “carta del polacco”: su gli uni e gli altri, le angherie e le aperte violenze delle squadracce nazionaliste e neonaziste. Ciliegina sulla torta, il Ministero della giustizia di Kiev ha presentato alla Rada un progetto per l’annullamento della totalità degli atti legislativi adottati in epoca sovietica, compresi gli accordi internazionali e, dunque, anche quelli sulle frontiere, sottoscritti a tempo non indeterminato.

Cosicché, se la stessa Kiev non riconosce i confini fissati in epoca sovietica, tanto meno si sentono tenute a farlo Ungheria, Romania, Slovacchia e ancor meno la novella “szlachta” e i moderni “panowie” della nuova grande Polonia, da sempre scontente del sistema di Jalta-Potsdam.

Dall’alto del Campidoglio, osserva sghignazzante lo zio Sam, controllando le mosse dei suoi sottomessi mortali.

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Rossi, le lacrime di coccodrillo del morto che cammina

Il presidente della Regione Toscana è ancora Enrico Rossi. È uscito dal partito che gli aveva garantito la vittoria alle ultime elezioni, ma non ci pensa neanche a dimettersi dalla carica, come sarebbe doveroso. Al PD del resto sta benissimo così. Andare a nuove elezioni ora sarebbe un salto nel buio, per cui meglio fargli finire il secondo mandato, mancano ancora tre anni e tante cose possono accadere. Prima ci saranno le elezioni politiche e tante altre scadenze che creeranno nuovi equilibri. Tanto ormai Rossi è un “dead man walking” e l’assessorato alla sanità, quello che controlla quasi l’80% delle risorse regionali, è saldamente in mano ai renziani nella persona della democristiana Stefania Saccardi. E i prossimi saranno tre anni di guerra per bande anche all’interno dello stesso campo renziano, che non sembra affatto granitico come qualche tempo fa. E si dice che i transfughi di MDP stiano già inciuciando con il loro vecchio partito nonostante le polemiche che tanto piacciono al telespettatore medio.

Nel 2015, lo ricordiamo, il PD raccolse il 48% dei voti ma una legge truffaldina evitò il ballottaggio, che era previsto nel caso che nessun candidato raggiungesse il 40% e non come accade di solito il 50%. Appena rieletto, Rossi si impegnò subito nell’impresa di disinnescare il referendum che decine di migliaia di cittadini avevano chiesto per abrogare la sua controriforma della sanità, un obbrobrio di cui ora, dopo quasi due anni di attuazione, sono ancora più evidenti a tutti gli errori e i veri obiettivi. Lo fece sostituendo il collegio di garanzia e approvando in fretta e furia una legge che abrogava quella sottoposta a referendum, ma ne lasciava inalterati i principali contenuti. Uno scippo vero e proprio insomma.

Rossi prima delle sue disavventure con i renziani è stato il padrone assoluto della sanità toscana per quindici anni. Da quando cioè nel 2000 fu nominato assessore regionale al ramo durante la presidenza Martini. E in questi anni la sua gestione si è caratterizzata per estremo autoritarismo, scarsa trasparenza, sprechi, tagli, ma tramite un marketing politico martellante è stato inventato un inesistente “modello toscano” efficiente ed egualitario.

La futura moglie nominata direttore generale a Siena e poi inquisita per abuso d’ufficio, il buco di 400 milioni all’ASL di Massa Carrara, la creazione di carrozzoni come l’ESTAR o le Società della Salute, ticket tra i più alti d’Italia e liste d’attesa infinite che impongono ai cittadini il ricorso al privato, la costruzione di nuovi ospedali con il meccanismo del project financing, anche questo pensato come cavallo di troia del privato, sono solo alcuni dei grandi risultati ottenuti da Rossi alla guida della sanità. E poi il colpo di genio finale, con le ASL smantellate e accorpate in enti dalle dimensioni tanto mostruose da paralizzarne il funzionamento, come in questo momento  stanno sperimentando sulla propria pelle lavoratori e cittadini. Una manovra giustificata in modo demagogico con la riduzione delle cariche dirigenziali, quando si sapeva bene che i direttori generali, amministrativi e sanitari in stragrande maggioranza sarebbero rientrati nel loro ruolo di dirigenti guadagnando forse più di prima.

Questo lungo excursus sulle imprese di Rossi ci serve a introdurre un commento all’intervista che il reuccio di Bientina ha rilasciato alla Stampa, intitolata “Rossi: sulla sanità abbiamo tagliato troppo. Ormai vicini al punto di rottura”. Il contenuto è davvero curioso. Rossi sottolinea che “la spesa nazionale è pari a quella del 2011, siamo sotto la media europea e questo non era mai accaduto”. Che “i reparti sono organizzati al limite: basta una malattia improvvisa, un cambio nei piani ferie all’ultimo momento per precipitare nell’emergenza” e che “bisogna tornare a fare assunzioni mirate, rinnovare i contratti bloccati da sei anni”. Che “i piani di rientro sono stati spesso delle cure da cavallo che hanno ucciso il paziente”.

Non sappiamo se davvero Rossi spera ancora, sparando questi proclami sulle colonne di un quotidiano nazionale, di lanciarsi nel firmamento della politica romana o europea. Le voci che ci arrivano non sono molto incoraggianti per lui, che ormai sembra sia stato scaricato da tutti. C’è anche un’altra ipotesi e cioè che queste dichiarazioni derivino da qualche terribile disturbo della personalità, una vera e propria schizofrenia che peraltro non stupirebbe nessuno, visti i continui eccessi di rabbia a cui Rossi ci ha abituato in tutti questi anni (e anche qui il marketing politico ha avuto successo costruendo il personaggio del politico tutto d’un pezzo, “decisionista” e intransigente).

Comunque sia, le dichiarazioni di Rossi suonano veramente come una beffa per milioni di cittadini toscani di cui è ancora il presidente. Se vuole cambiare rotta, sa come fare. Se non ha le mani libere e si sente solo un pupazzo nelle mani di poteri più forti di lui, si dimetta e vada a fare qualcos’altro. Tanto per male che gli vada gli daranno qualche incarico secondario e di sicuro non dovrà preoccuparsi, per la prima volta in vita sua, di cercarsi un lavoro fuori dalla politica.

Noi da parte nostra non ne sentiremo la mancanza.

Redazione, 14 agosto 2017

Faida tra jihadisti, giustiziati sette Elmetti bianchi


Le tecniche di disinformazione sono tantissime, e i media mainstream – con Repubblica in testa – le praticano tutte. Con le notizie internazionali (difficili da verificare anche per i professionisti dell’informazione) ci vanno giù di sciabola, senza guardare per il sottile. Tanto, chi vuoi che se ne accorga...

La storia degli “elmetti bianchi” in Siria ce la siamo sentiti raccontare in tutte le salse, con tanto di video. Una sorta di “croce rossa” di un gruppo jihadista, classificato per decisione Nato tra i “ribelli moderati” contro Assad, dipinta come eroi senza macchia e senza paura, campioni dell’umanitarismo oggi derubricato (da Minniti & co.) a reato perseguibile.

Nulla da dire sul lavoro delle varie croci o mezzalune rosse – ogni esercito o milizia deve avere la sua – ma se non si colloca con una qualche precisione quell’esercito o milizia in uno schieramento si finisce per scambiare un jihadista specializzato in soccorsi per un sincero democratico che vorrebbe solo elezioni libere.

Sette di questi “caschi bianchi” sono stati uccisi pochi giorni fa nella provincia di Idlib, una delle poche ancora in mano alle milizie “moderate”, in qualche misura protette dalla Turchia. I media italiani ne avevano parlato come di una probabile incursione delle forze speciali di Assad.

Per fortuna, un giornalista vero in Medio Oriente c’è, con ottime fonti e informazioni più che attendibili. La storia, che potete leggere qui, è alquanto diversa. Diciamo...

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Faida tra jihadisti, giustiziati sette Elmetti bianchi

Michele Giorgio da ilmanifesto.it

Siria. L’esecuzione, avvenuta con un colpo sparato alla testa delle vittime, dimostra indirettamente che gli Elmetti bianchi, celebrati in Occidente come la protezione civile siriana, sono in realtà parte dello scontro tra le fazioni islamiste armate che si combattono per il controllo della provincia di Idlib.

Hanno portato a termine la loro missione in pochi minuti. A Sarmin, nella provincia di Idlib, ieri quattro forse cinque uomini sono penetrati nell’ufficio degli “Elmetti bianchi”, hanno immobilizzato le sette persone presenti e le hanno giustiziate con colpi alla testa esplosi da pistole con il silenziatore. Una esecuzione in stile mafioso che, tra le altre cose, dimostra come gli “Elmetti bianchi” – la tanto osannata e premiata “Difesa civile siriana” nata nel 2013 per iniziativa dell’ex militare britannico James Le Mesurier – non siano affatto neutrali come affermano. Al contrario sono parte di una delle fazioni jihadiste, an Nusra (ramo siriano di al Qaeda), che si fanno la guerra per il controllo della provincia di Idlib. La strage è coincisa con un attentato suicida a Naseeb, nella Siria meridionale, che ha fatto una trentina di morti. Anche in questo caso si tratta di una faida tra jihadisti. Un kamikaze dell’Isis ha azionato la sua cintura esplosiva in un accampamento di Jaish al Islam, una formazione salafita armata sponsorizzata dall’Arabia Saudita e considerata “moderata” dall’ex presidente socialista francese Hollande.

Nessuno ha rivendicato l’esecuzione dei sette “Elmetti bianchi” a Sarmin. Tuttavia la città è stata teatro negli ultimi mesi di scontri a fuoco tra miliziani di Hay’at Tahrir Sham (Hts), controllato da an Nusra, e della formazione salafita radicale Ahrar al Sham che si sono conclusi con la vittoria di Hts. Le sette uccisioni a sangue freddo perciò potrebbero essere una vendetta di Ahrar al Sham. Ma non è escluso un coinvolgimento dell’Isis che sta cercando di penetrare nella provincia di Idlib. E forse anche di Jund al Aqsa, il gruppo armato che controllava Sarmin prima di essere costretto a lasciare la città al più potente Hts.

Comunque sia andata, si aggrava la conflittualità tra queste formazioni che l’Occidente e Paesi arabi come Arabia Saudita e Qatar avevano candidato a dominare la Siria e ad abbattere il presidente Bashar Assad. E la pesante sconfitta subita il mese scorso da Hts nel Qalamoun e ad Arsal ad opera dei combattenti del movimento sciita libanese Hezbollah, deve aver convinto alcuni gruppi che è il momento giusto per tentare la riscossa contro i rivali qaedisti. Ormai i jihadisti di tutte le origini si combattono ovunque nelle porzioni di territorio siriano che non sono state ancora liberate dall’esercito. In questo quadro pesa anche la guerra diplomatica ed economica che si fanno Qatar e Arabia Saudita. Faylaq ash-Sham, che tra il 2014 e il 2016 è stato armato dagli Usa ed è ora sponsorizzato da Doha, dopo aver combattuto un po’ per tutti e su diversi fronti, ora è in guerra con Jaysh al Islam, finanziato dai sauditi. Intanto a Badiya, nel sud est, i clan sunniti armati Maghawir si stanno arrendendo in massa alla forze governative. E dell’Esercito siriano libero, la milizia dell’opposizione “moderata” appoggiata e finanziata dall’Occidente democratico, ormai non si hanno più notizie.

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Il Pd celebra il fascista Pino Rauti intitolandogli una via

L’assessore del Comune di Cardinale, Umberto Marra, del Partito democratico, ha deciso di intitolare una via del paese a Pino Rauti. Chi è?, si chiederanno i più giovani... Niente di che, appena il fondatore del Centro studi Ordine Nuovo (da cui originò il gruppo neonazista italiano autore di numerosi attentati, in proprio o in collaborazione con i servizi segreti), rimasto sempre nel Movimento Sociale Italiano, diventandone per un breve periodo anche il segretario generale prima dell’avvento di Gianfranco Fini e della “svolta di Fiuggi”.

Ma come... un assessore del Pd, partito che finge di fare dell’antifascismo da operetta rimproverando Tizio, Caio e Sempronio, salvo intrattenere rapporti intensi con CasaPound quando torna utile (vedi qui, qui e qui)...

Va bene che a Cardinale, quel Pino Rauti lì, ci era nato; ma non sarebbe stato il caso di vergognarsene un po’ e dunque continuare a far finta di nulla (se non addirittura promuovere iniziative antifasciste per ripulire l’immagine del paese)?

A quanto pare, no. Questo paese ha dato i natali a un “puzzone”? Evviva il “puzzone”...

Qui di seguito la breve biografia politica di Rauti nella ricostruzione di Giulio Salierno, pubblicata da Mininum Fax e poi da Carmilla. Può essere utile per fronteggiare, in modo argomentato, qualche imbeccile del Pd che recita la parte dell’antifascista a giorni alterni.

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«Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie»: chi era davvero Pino Rauti

di Giulio Salierno*

Pubblichiamo, ringraziando l’editore Minimum Fax per l’autorizzazione, alcune pagine del fondamentale testo di Giulio Salierno Autobiografia di un picchiatore fascista [Minimum Fax, Roma 2008 (I ed. Einaudi, 1976), cap. 4, pp. 133-37 e 142-45: qui la scheda del libro, nelle quali l’autore, all’epoca dirigente giovanile della sezione Colle Oppio del MSI, racconta quali erano le tesi di Rauti sin dagli anni ’50.

Era ancora il turno delle sparate retoriche e fideistiche. Stavo per tornare di nuovo nel salone degli uffici quando vidi entrare in sezione Pino Rauti, il giovane leader della corrente spiritualista. Rimasi sorpreso. Non speravo che al dibattito potesse prender parte un uomo del suo calibro. Mi misi seduto in prima fila. Non volevo perdere neppure una parola del suo intervento.

Alto, magro, ascetico, Pino Rauti si muoveva con passi lenti, misurati. Sembrava indifferente alla curiosità che destava. Mi ricordava un gesuita.

Si accostò al tavolo della presidenza, chiese la parola e si sedette in attesa che gliela dessero. La sala si riempì di gente. La sua presenza aveva richiamato tutti quelli che prima, per sfuggire alla noia, si erano cacciati negli uffici. L’oratore di turno abbreviò il suo intervento per cedere subito il microfono a Rauti.

Il capo degli evoliani inforcò gli occhiali e cominciò a parlare a voce secca, distinta, e dopo un breve cappello d’obbligo entrò immediatamente nel merito della discussione:

«Presentarci come pecore all’opinione pubblica è un nonsenso. Significa raccogliere gli applausi di una massa di gente che, alle prossime elezioni politiche, preferirà la DC a noi proprio perché ci considererà deboli, inadatti a fronteggiare i comunisti e per di più sospetti per il nostro passato. Io non credo alle elezioni, non credo ai partiti, e non credo che il Parlamento rappresenti la nazione. Sono, quindi, convinto che dobbiamo mutare tattica e strategia se vogliamo contare qualcosa nel nostro paese. Dobbiamo essere lupi e farci conoscere come tali. Fingerci pecore equivale non solo a esserlo, ma – e lo dico per gli ammalati di parlamentarismo – significa anche impossibilità di raggiungere rilevanti risultati elettorali. Crede la direzione, piegando il ginocchio, di trasformare il MSI, agli occhi degli altri partiti, nel figliol prodigo a cui si spalancano le braccia per accoglierlo? Illusione, follia o forse... tradimento».

L’assemblea ascoltava con attenzione. Le tesi di Rauti non erano condivise dalla maggioranza dei presenti. Erano però apprezzate per le critiche radicali che esprimevano nei confronti della direzione e per i suggerimenti tattici e strategici che contenevano.

«Non possiamo sperare», continuava Rauti, «di poter ripetere ciò che Mussolini fece nel 1922. Malgrado i legami esistenti e quelli che si potrebbero incrementare con l’apparato statale, la polizia e l’esercito, non è ugualmente possibile effettuare un colpo di stato o un’insurrezione di destra tout court. Nel paese è in atto una guerra civile scatenata dalla sinistra, una guerra civile che i comunisti conducono in modo nuovo: con la forza della parola, della propaganda, dell’infiltrazione negli organismi dirigenti dello stato. Noi non possiamo e non dobbiamo batterci sul terreno di lotta scelto dall’avversario. Possiamo e dobbiamo, invece, smascherarne il gioco, costringerlo a uscire allo scoperto. Obbligare la sinistra, e in particolare i comunisti, a scegliere tra insurrezione o resa è il nodo di fondo della politica italiana. I comunisti sanno che la via diretta, quella del fucile per intenderci, sarebbe la loro rovina; dobbiamo obbligarli a percorrerla o a emarginarsi nel ghetto politico dell’isolamento e della debolezza. Solo così noi possiamo diventare l’arco di volta della lotta contro il comunismo e, per batterlo, ottenere gli appoggi internazionali necessari per conquistare il potere. Il punto è come arrivarci».

Parlò a lungo della strategia da seguire. Esponeva i concetti in modo suasivo, eppure sfumato, indiretto, mediato. Voleva essere certo che l’assemblea lo capisse, ma temeva anche di prestare il fianco ad accuse precise: una cautela dettata dalla necessità. In parole povere, la strategia da lui sostenuta avrebbe dovuto cominciare ad articolarsi nei seguenti capisaldi fondamentali:

a) Tattica diretta. Dall’aggressione fisica ai militanti della sinistra a uno stillicidio di provocazioni: una bottiglia di benzina qui, un manifesto strappato là, una bomba qui, una scazzottata là. E ciò allo scopo di far saltare i nervi all’avversario, trascinandolo alla rissa. A forza di ricevere provocazioni, in un crescendo sempre più galoppante, i comunisti avrebbero ceduto. Non avrebbero sopportato il disagio: si sarebbero esasperati e avrebbero reagito, o sarebbero riusciti a stare calmi e buoni, perdendo credito di fronte alla classe operaia.

b) Tattica indiretta. Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie. L’opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si sarebbe indignata e avrebbe invocato l’ordine senza curarsi da quale parte sarebbe venuto.

c) Esercito. Dimostrargli la necessità-indispensabilità di assolvere al proprio ruolo storico di difensore e custode dei destini e dell’avvenire della patria, inducendolo a gettare il peso determinante della propria forza e organizzazione nella lotta politica.

d) Legami internazionali. Creare una rete europea e mondiale di organismi, giornali, gruppi di pressione della destra estrema; entrare in contatto con i governi e i servizi statali stranieri interessati a impedire l’ascesa dei comunisti al potere nel nostro paese.

e) Indirizzo economico. Non suggerire ai potentati capitalistici mirabolanti soluzioni economiche, ma convincerli ad appoggiare un governo di estrema destra come unica e reale, anche se forse poco gradita, soluzione in difesa dei propri interessi.

f) Istituzioni. Stabilire solidi rapporti di amicizia e se possibile di affari con gli uomini chiave di tutte le istituzioni in cui fosse stato possibile infiltrarsi.

g) Chiesa. Farle capire in modo discreto che il suo futuro era legato al consolidamento di un vero regime di destra in Italia, mentre la DC poteva garantirgli solo il presente.

Questi erano i punti che si coglievano, dietro la maschera delle parole, nel discorso di Rauti, e sui quali, si capiva, dovevamo far leva per cementare intorno alla destra le istituzioni e la maggioranza della popolazione e costringere la sinistra a perdere senza battersi o uscire allo scoperto per essere vinta dall’esercito.

«Dobbiamo avere il coraggio di affermare», proseguì poi Rauti, passando dalle proposte politiche alle critiche di principio, «che noi consideriamo l’economia e tutto ciò che a essa è inerente – salari, stipendi, bisogni materiali – come un’appendice priva di valore dell’umanità. Noi dobbiamo porre sullo stesso piano sia la struttura capitalistica che quella socialistica. Al di là e al disopra dell’economia deve porsi un ordine di valori superiori, politici, spirituali, eroici; un ordine che non conosce e non concepisce classi economiche, e solo in funzione dello stesso possono definirsi le cose per le quali vale davvero vivere e morire».

[...]

Qualcuno tirò fuori dalla tasca un gesso e tracciò sull’asfalto un gigantesco fascio littorio. Rauti intervenne invitandolo a disegnare sì un fascio, ma quello della rsi. La differenza formale tra i due fasci è minima. Il littorio ha la scure sporgente a metà delle verghe annodate; in quello della Repubblica di Salò, invece, la scure è sulla cima, sopra alle verghe. A livello politico, però, la diversità è notevole. Per gli evoliani e i «socializzatori» il fascio littorio era, tutto sommato, il simbolo di un regime borghese e buffonesco, giustamente finito nella farsa del 25 luglio 1943. Con il suo richiamo, Rauti intendeva invitare il disegnatore al rispetto della correttezza ideologica.

«Voi “puri” siete peggio dei preti!», replicò l’improvvisato pittore, cui non andava giù di essere colto in fallo.

«Per noi», rispose Rauti, «il nazismo è una religione e la rivoluzione nazionalsocialista l’unico scopo della vita».

Intervennero tutti. Parlarono Aldo, Enzo, Mario e la discussione si fece aspra e accesa. Il dibattito di poco prima in sezione ci servì da stimolo. Fu uno scontro verbale tra attivisti. Niente pistolotti oratori. Il «leader» degli spiritualisti era abilissimo e politicamente lucido. Le sue tesi chiare e affascinanti.

«Dobbiamo metterci in testa», disse a un certo punto, «che siamo in guerra contro questo sistema. E come in guerra, il piano generale delle operazioni deve essere stabilito studiando, conducendo e coordinando le differenti azioni sui singoli fronti, adeguandole e dosandole per le diverse situazioni, alternando le une alle altre nei periodi “caldi” o “freddi”, a seconda della situazione strategica generale».

«Delineata la struttura d’attacco», proseguì Rauti, «occorre preparare gli uomini, gli organismi, i mezzi. Ci sono due settori a cui bisogna porre una cura particolare: quello relativo alla fase di propaganda e infiltrazione, e quello, invece, relativo all’ultima fase, quella dell’azione. Quest’ultima, però, interviene in un tempo successivo e difficile da stabilirsi in anticipo».

L’analisi di Rauti fu minuziosissima: passò dalla validità dei riflessi condizionati come forma di propaganda all’eventuale utilizzo di elementi fuoriusciti opportunamente indottrinati. Costoro possono rientrare in Italia per svolgere i compiti loro affidati, può trattarsi al limite di costituire un partito o di trasformarne uno esistente; oppure di creare organismi camuffati di fiancheggiamento o infiltrazione diretta negli organi dello stato.

Il capo degli «evoliani» parlò ancora dei mezzi di propaganda, sviscerando il concetto di irrazionalità e sostenendo la necessità di azioni che facessero leva su elementi irrazionali e inconsci. Spiegò la necessità di servirsi di slogan, simboli e miti e soprattutto di evocare come mito un’idea-forza. «Non è necessario», affermò, «che il mito sia giusto, bello, morale o vero: basta che colpisca, sia convincente e verosimile. Convincente non sul piano razionale, ma su quello emotivo e inconscio. Deve colpire, e colpire forte: magari allo stomaco. Colpire per la sua incisività, e quando questa venga a mancare, colpire per qualche particolare trovata a effetto».

Non avevo obiezioni da formulare dal punto di vista tecnico. Avevo avuto modo di constatare nella prassi la giustezza delle sue osservazioni. Anche in questioni futili o banali.

«La guerra rivoluzionaria», continuava a spiegare Rauti, «deve estendersi a macchia d’olio, penetrare negli ambienti più consistenti e influenti della vita del paese. Allargandosi, l’infiltrazione s’impadronisce di organi a carattere nazionale. Di solito si inizia con la stampa. Dobbiamo sfruttare l’aiuto diretto o indiretto di certe istituzioni chiave dell’apparato statale e quello di alcuni servizi stranieri per arrecare, col concorso di plurime e diverse attività clandestine e pubbliche, il maggior danno possibile ai nostri avversari, intaccandoli nell’apparato organizzativo, nella capacità di risposta a un’offesa esterna, nel morale e soprattutto nelle alleanze che hanno con gli altri settori della popolazione. Solo così gli attentati, le bombe, acquistano peso politico. La dinamite e la rivoltella devono diventare immagini, pubblicità subliminale. Il loro ruolo effettivo deve essere quello di agire a livello dell’emotività individuale e collettiva. Opporre alla ragione le istanze del profondo della psiche umana».

Aldo e Mario erano quelli che sollevavano le maggiori obiezioni. Aldo soprattutto insisteva sul perché dell’azione. «Sono d’accordo», gli disse, «che il colpo di stato è un piatto che va servito caldo, e io stesso odio l’abito borghese e amo e credo solo nella tuta mimetica, ma voglio sapere a vantaggio di chi e per conto di chi debbo uccidere o farmi uccidere».

La discussione proseguì per molto tempo e la chiuse Rauti, nel momento in cui ci separammo per andarcene a letto, dicendoci: «L’Europa deve riprendere la vocazione di sempre, la vocazione che ispira le grandi idee. Gli europei considerano oggi i loro problemi non in rapporto alle questioni politiche sul tavolo, ma secondo i riflessi del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia. Così noi europei stiamo alla finestra di fronte a tutti i grandi problemi, tra cui in Italia, e non solo in Italia, c’è in prima fila quello del comunismo. E dal modo con cui noi lotteremo contro il comunismo si deciderà la sorte non solo del nostro paese, ma del continente. Il marxismo attualmente è in espansione. Ma se noi sapremo finalmente aprire gli occhi sulla guerra rivoluzionaria, se sapremo reagire in misura adeguata, allora e soltanto allora potremo riprenderci e vincere».

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