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giovedì 31 agosto 2017

Aumentano occupati e disoccupati. E le case dei “vecchi” fanno gola al mercato…

I miracoli della statistica non finiscono mai. E ogni volta si è costretti a guardare dentro le percentuali sparate come se fossero fatti inoppugnabili, per scoprire il diavolo nei dettagli.

L’Istat ha l’ingrato compito di «informarci» sull’andamento di molte variabili macroeconomiche, e quella sull’occupazione è in genere una delle più «sensibili» sul piano politico. Ci deve dare per forza notizie positive e l’Unione Europea, stabilendo i criteri validi per l’istituto comunitario – Eurostat – ha fissato anche quelli che ogni istituto nazionale deve adottare.

La premessa era indispensabile per districarsi nella notizia del giorno, decisamente contraddittoria: aumentano gli occupati, ma anche il tasso di disoccupazione. A un osservatore profano la cosa sembra impossibili, sul piano pratico. Ma nel mondo matematico astratto della statistica l’impossibile diventa possibile.

Il dato, innanzitutto: a luglio gli occupati sono aumentati dello 0,3% (59.000 in più) rispetto al mese precedente, superando la soglia dei 23 milioni, raggiunta solo nel 2008 (quando stava scoppiando la crisi ancora in corso). Per capire come possa aumentare l’occupazione in presenza di una stagnazione economica evidente, e mentre le prime forme di automazione vanno prendendo piede (l’«industria 4.0»), bisogna ricordare che per le statistiche europee viene considerata occupata una persona che – nella settimana in cui è stata effettuata la rilevazione – abbia lavorato almeno un’ora (1 ora). Un criterio decisamente «inflazionistico», perché se – in astratto – un datore di lavoro licenzia un dipendente a tempo pieno (8 ore) e ne assume otto per un’ora ciascuno, statisticamente ne risultano sette «occupati» in più.

Nonostante le forme di lavoro precario sia quelle dominanti nell'”aumento" degli occupati, questo non riguarda comunque la fascia di età più delicata – i 35-49enni – quelli che stanno formando o mantenendo una famiglia con figli minori.

Per di più, questo aumento riguarda soltanto i maschi, mentre l’occupazione femminile risulta addirittura in calo. Non è difficile capire perché: in una situazione di difficoltà, e con servizi sociali in progressiva riduzione, le donne vengono «spontaneamente» spinte verso il lavoro di cura domestico (figli minori o familiari anziani), rinunciando per ora al lavoro retribuito.

Ciò nonostante aumentano anche i disoccupati. Sono 65.000 in più, anche qui in crescita dello 0,3%. In questo caso, però, l’incremento riguarda anche le donne (a conferma della spiegazione intuitiva appena esposta) e quasi esclusivamente gli over 50 (quelli dallo stipendio più pesante, se occupati da molti anni). La ragione, anche qui intuitiva ma realistica, è che le aziende licenziano più facilmente i lavoratori anziani (specie se non specializzati), sfruttando a fondo l’abolizione dell’art. 18, per sostituirli con manodopera più giovane e a salario inferiore. Persino Dario Di Vico, ultraliberista vicedirettore del Corriere della Sera, trova curioso «l’accentuato ricorso delle imprese ai contratti a termine negli ultimi trimestri», segno che la nostra spiegazione (verificata sui posti di lavoro) coglie il punto.

Il tasso di disoccupazione, in questo bailamme, cresce comunque dello 0,2%, tornando all’11,3%. Quella giovanile riprende a sua volta a salire, attestandosi al 35,5%.

Com’è possibile?

Il segreto statistico sta tutto nella categoria degli invisibili, ovvero gli «inattivi», gente che non lavora e ha smesso anche di cercarlo. A tutti gli effetti pratici si tratta di disoccupati, ma non entrano nel calcolo fino a quando non si presentano a qualche agenzia di collocamento per dichiararsi ufficialmente in cerca di occupazione.

In questo modo tutti i paesi occidentali riescono a contenere la disoccupazione reale entro limiti «accettabili» per i discorsi dei governanti e le critiche delle opposizioni moderate. Negli Usa, per esempio, dichiarano una disoccupazione ufficiale inferiore al 5% anche se i senza lavoro veri arrivano all’astronomica cifra di 100 milioni. Ossia una persona su due (negli Stati Uniti ci sono circa 320 milioni di abitanti, sottraendo un terzo tra minorenni e pensionati...).

La forte diminuzione degli «inattivi» italiani (-0,9%. -115mila) ha anch’essa una spiegazione intuitiva e verificabile in ogni famiglia: la generalizzazione della precarietà ha abbassato i livelli salariali anche al di sotto della sopravvivenza, dunque in ogni nucleo familiare in cui siano presenti «braccia buone per il lavoro» aumenta la pressione per abbandonare la condizione di «neet» e «darsi da fare».

Una condizione del genere, nella retorica volgare del giornalismo mainstream, viene spesso – ancora! – definita come «conflitto generazionale». E qui arriva l’allucinante proposta del solito Di Vico per «riavvicinare le generazioni», che merita di essere letta per intero:
«la trasmissione delle eredità oggi troppo spesso arrivano dai nonni e dai padri ai figli con un timing sbagliato, quando cioè questi ultimi hanno già implementato le scelte decisive della loro vita e magari, non avendo le risorse necessarie, hanno rinunciato a frequentare un corso di alta istruzione, a fare un figlio in più, ad aprire un ristorante oppure a lanciare una startup tecnologica. Siccome una larga fetta della ricchezza dei seniores è di tipo immobiliare, non è impossibile renderla liquida e favorire così la trasmissione ai giovani».
Non serve una traduzione, ma la facciamo lo stesso: voi vecchiacci che siete proprietari di una casa, in qualche caso due, vendetela e date i soldi ai figli subito – prima di morire e lasciarle in eredità – così quelli hanno il capitale di rischio necessario per provare a mettersi in proprio; poi ci penserà «il mercato» a toglierglieli, nella maggior parte dei casi (i fallimenti sono sempre più numerosi dei successi).

La «proposta Di Vico» è una forma diversa del «dovete morire prima», ma ancora più precisa: se proprio riuscite a campare a lungo, dateci subito almeno i vostri averi, di modo che la «maggiore liquidità» che ne deriva potrà essere allocata in modo più «efficiente» dal capitale finanziario multinazionale. Pardon, «dal mercato».

Fatelo per i vostri figli e nipoti, dai...

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La crisi idrica e l’individualizzazione dei problemi del capitalismo


Scriveva due anni fa Giulio Moini nel suo Neoliberismi e azione pubblica che «il secondo tipo di depoliticizzazione riguarda il trasferimento di questioni di interesse pubblico nella sfera privata, ossia nell’ambito delle scelte individuali. Le questioni ambientali, ad esempio, non implicano scelte di governo o mutamento nei comportamenti delle imprese che producono beni e determinano inquinamento, ma diventano questioni che riguardano gli stili di vita e di consumo dei singoli. Il benessere individuale non è più conseguenza del funzionamento di un efficace sistema di welfare, ma diventa l’esito possibile di un individuo che responsabilmente si occupa di se stesso». Tale processo liberista di depoliticizzazione delle questioni sociali si adatta bene alla vicenda dell’acqua a Roma. Da settimane media e politici ci invitano a “consumare di meno”, a “chiudere-il-rubinetto-quando-ci-laviamo-i-denti”, e contestualmente la giunta Raggi, d’accordo con Acea, sta razionando l’afflusso di acqua nelle abitazioni private. Non mancano i quotidiani avvertimenti su quanti litri d’acqua potremmo risparmiare se solo facessimo le lavatrici a pieno carico o se, putacaso, facessimo la doccia al posto del bagno (ma chi diamine si fa il bagno caldo d’estate?). Tutto molto bello e, al tempo stesso, tutto molto inutile. Conviene infatti ricordare che nel mondo il consumo di acqua dolce è così distribuito: il 70% serve all’agricoltura, il 20% all’industria e solo il 10% è l’acqua effettivamente consumata per usi domestici (qui un interessante rapporto di Hera – azienda multiutility bolognese, ma si possono confrontare dati anche qui o qui). L’Italia è uno dei paesi più ricchi d’acqua al mondo, nonché uno dei paesi d’Europa dove piove di più. Il rapporto tra acqua disponibile e acqua effettivamente prelevata, nonostante sia uno dei più alti in Europa, si ferma al 32%. Bene, nel nostro paese così ricco d’acqua il 70% delle risorse idriche prelevate servono a soddisfare le esigenze agricole; il 20% quelle industriali; e solo il 9% per usi civili/domestici (il restante 1% serve per fini energetici). Tutto il dibattito italiano – e romano in particolare – sull’acqua si sta concentrando su quel 9%. Ma non è finita qui. Circa il 40% (altre fonti parlano addirittura del 50%) di quel 9% viene disperso causa guasti, cattiva manutenzione o incapacità gestionale delle aziende (Acea a Roma) che gestiscono la distribuzione dell’acqua. L’acqua che effettivamente utilizziamo come “privati cittadini” è il 5% del totale dell’acqua prelevata, che a sua volta, lo ricordiamo, è il 32% dell’acqua disponibile nel paese. Tutto il dibattito italiano – e romano in particolare – sull’acqua si sta concentrando su questo 5%. Oltretutto, conviene anche ricordare che quella percentuale non va incontro a esaurimento: il ciclo dell’acqua si rigenera costantemente. E così, colpevolizzati e moralizzati dal “parere-degli-esperti”, crediamo che lo spreco dell’acqua potabile sia un nostro problema individuale, risolvibile in buona sostanza grazie alla buona volontà di ciascuno, auto-provvedendo al razionamento dell’acqua domestica. Non è così, ma nessuno lo dice.
Finiamo così per prendercela coi “nasoni”, che “sprecano” (in realtà l’acqua utilizzata non viene mai “sprecata” nel senso di persa, visto che il consumo fa parte del ciclo naturale dell’acqua) l’1% del 5% dell’acqua potabile. Secondo il rapporto citato di Hera,
«se i dati di Legambiente risultassero esatti, la rete idrica italiana perderebbe ogni minuto circa 6 milioni di litri equivalenti a due piscine olimpioniche […] E’ evidente che il risparmio della risorsa acqua deve avvenire proprio a partire dal risanamento e dal graduale ripristino delle reti esistenti che evidenziano delle perdite rilevanti. A causa dell’inadeguatezza del sistema idrico e della disomogeneità della disponibilità delle risorse, pur avendo una grossa disponibilità di acque immesse in rete, per molte zone della penisola l’acqua potabile rimane un bene raro, che spesso viene centellinato a giorni o addirittura ad ore».
Questo afferma la multiutility bolognese cugina di Acea. Lo spreco dell’acqua è affare dei padroni, non delle singole persone. Ripetiamo: ogni minuto, secondo Hera (che cita Legambiente) si perdono 6 milioni di litri d’acqua. Ma noi continuiamo pure a chiudere il rubinetto quando ci laviamo i denti. Sapete quanta acqua consuma un italiano medio? 230 litri al giorno, cioè 83.950 litri l’anno, che moltiplicato per la vita media di un uomo (ottant’anni) fanno 6.716.000 litri. In pratica, consumiamo in tutta la nostra vita la stessa acqua che gli acquedotti italiani perdono in un solo minuto.

Affare dei padroni dunque. Acea è società per azioni quotata in borsa, con un capitale controllato in maggioranza dal Comune di Roma ma che risponde a vincoli di gestione di natura intimamente privatistica. La mission di Acea è quella di generare profitti da redistribuire ai propri azionisti. Nonostante il parziale controllo pubblico di quote del suo capitale, è di fatto un’azienda privatizzata che gestisce l’erogazione di un servizio pubblico, privatizzando di conseguenza il servizio nonostante il referendum sull’acqua pubblica del 2012. Da nessuna parte viene rilevata l’anomalia evidente, anzi, da più parti si indica come soluzione la cessione delle quote di capitale detenute dal Comune. Purtroppo, una formale ri-pubblicizzazione di Acea è una condizione necessaria ma non sufficiente alla risoluzione strutturale del problema, perché per risolvere il problema dello spreco idrico bisognerebbe trasformare il modello produttivo, consumistico e alimentare occidentale. Ma è un discorso che ci porterebbe troppo lontano.

Incendi. I danni della riforma Madia e il gioco delle tre carte

Appena insediato sul trono del Dipartimento di Protezione civile, Angelo Borrelli, laureato in Economia e Commercio, revisore contabile e dottore commercialista, sigla un accordo con il generalissimo Tullio Del Sette mentre i vertici del Dipartimento dei Vigili del fuoco, del soccorso tecnico e della difesa civile sicuramente giocavano con il loro nuovo aquilone.

“Gli ex Forestali torneranno in campo”, ecco l’affermazione del generalissimo che di fatto smentisce quanto contenuto nella riforma Madia, cioè la soppressione del Corpo Forestale e l’assorbimento del grosso tra le fila dell’Arma. Ormai è un dato di fatto: gli incendi verranno arrestati. E se anche esiste un legge, la n°225/92, ai vigili del fuoco spettano le briciole.

È il Morrone che imperterrito brucia da 12 giorni 12 a far dire al procuratore di Sulmona, Giuseppe Bellelli, che è tutto colpa dell’impoverimento dell’azione di protezione civile causato da una riforma che ha tolto dal campo i maggiori esperti della montagna, dei sentieri e delle tecniche di spegnimento in quota. Povera ministra Madia sono tutti contro di lei.

Per fortuna a salvare la Marianna nazionale rimane il protocollo firmato il 9 aprile del 2014 che, con il bacetto in fronte di tutti i sindacati di categoria ad esclusione della sola USB, imbriglia il corpo nazionale dei vigili del fuoco e ci fa diventare il fanalino di coda del soccorso. Con grande merito del nostro sottosegretario di stato, Giampiero Bocci, che malgrado terremoti, incendi e catastrofi di ogni genere si nasconde dietro un silenzio assordante. Per lui il corpo nazionale è solo Umbria.

E mentre i protocolli si firmano arriva il grido di incomprensione degli ex forestali transitati nei vigili del fuoco i quali si ritrovano ad essere dimenticati da tutto e tutti.

Un paio di evidenze, tra le tante: a inizio giugno, l’allora capo della Protezione civile nazionale Fabrizio Curcio denunciava che alcune Regioni – l’Abruzzo oltre a Basilicata, Molise, Marche e Umbria – avevano dichiarato di non avere a disposizione alcun mezzo aereo per intervenire in caso d’incendi boschivi impegnativi. E il governatore Luciano D’Alfonso dichiarava però che non era affatto vero che la Regione non si era attivata per prevenire gli incendi e spiegava che “fin dai primi giorni di maggio” era stato istituito un “tavolo tecnico con i Vigili del Fuoco; nei prossimi giorni sarà firmata la convenzione definitiva, così da garantire il servizio a partire dal 1° di luglio”. Evidentemente qualcosa non ha funzionato.

La verità: la regione Abruzzo è in forte ritardo nel varare il piano antincendio boschivo (L. 353/2000) di tutte le sue aree protette. E il Morrone checchè ne dicano brucia ed ad appiccare i focolai è proprio la riforma Madia che si è rivelata una vera e propria sciagura, in particolare per la decisione di sopprimere il Corpo Forestale dello Stato in nome di una semplificazione che, tuttavia, come già accaduto con le Province, non ha tenuto in alcun conto le prevedibili complicazioni che si sarebbero verificate. Oppure era tutto preventivato?

Le teorie complottiste, a noi di USB, non piacciono ma è pur vero che i fatti parlano da sé. Vesuvio docet.

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Perché i referendum in Lombardia/Veneto e in Catalogna sono assai diversi

Nelle prossime settimane si terranno due appuntamenti elettorali su materie apparentemente simili ma in realtà di segno molto diverso. Il primo ottobre dovrebbe svolgersi in Catalogna (il condizionale è d’obbligo) un referendum per l’indipendenza dallo Stato Spagnolo, mentre il 22 ottobre in Lombardia e Veneto si voterà per chiedere maggiore autonomia dal governo centrale italiano.

Come detto, ad uno sguardo superficiale le due consultazioni potrebbero sembrare equivalenti, ma le differenze sono notevoli.

I referendum in Lombardia e Veneto sono promossi e sostenuti dalla maggioranza dei partiti, dalla Lega fino al Pd, e mirano a ottenere una maggiore autonomia, soprattutto in campo fiscale, per le due regioni del nord Italia. Si tratta quindi di un proseguimento e di un approfondimento delle politiche, portate avanti prima dai governi di centrosinistra e poi da quelli di centrodestra nel corso del decennio scorso, che introdussero il cosiddetto ‘federalismo’. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: le imposte e i balzelli locali per i cittadini sono notevolmente aumentati, man mano che lo Stato cedeva competenze agli enti locali che a loro volta privati dei finanziamenti statali si vedevano obbligati ad aumentare la tassazione e a tagliare o esternalizzare importanti servizi. Col risultato che oggi i cittadini, i lavoratori, i pensionati pagano assai più cari servizi di qualità peggiore. Sul fronte dell’autogoverno, della possibilità cioè delle comunità locali di incidere maggiormente sulle decisioni di natura politica e territoriale, nulla è cambiato, anzi.

Di fatto i referendum indetti in Lombardia e in Veneto il 22 ottobre su iniziativa dei governatori Maroni e Zaia si inseriscono nel solco di quel ridisegno regressivo dell’assetto costituzionale e istituzionale tendente a facilitare una maggiore integrazione del nord del paese all’interno della struttura produttiva, economica e politica dell’Unione Europea. Nelle due regioni, come ha ricordato Sergio Cararo qualche giorno fa su Contropiano, si concentra quel 22% di imprese che realizzano l’80% del valore aggiunto e delle esportazioni di tutto lo Stato. Sono questi i territori che a Bruxelles, Parigi e Berlino interessa integrare e cooptare nel nucleo duro dell’Unione Europea, mentre il resto del paese si fa sempre meno interessante perché poco appetibile.

Comunque si tratta di referendum di tipo consultivo per i quali non è previsto alcun quorum, e l’impatto del loro risultato potrebbe essere assai scarso. Di fatto una sorta di megaspot a favore dei due governatori e delle loro rispettive maggioranze, anche se poi le consultazioni sono sostenute dal Pd e dai suoi cespugli. Certo, in caso di vittoria del Sì e di forte partecipazione alle consultazioni, i promotori e i loro sponsor – il padronato medio-piccolo, le lobby finanziarie locali agganciate agli ambienti europei che contano – potrebbero rivendicare più voce in capitolo nei confronti del governo e rosicchiare qualche privilegio in più. Ad esempio, ottenendo di poter stringere accordi ‘autonomi’ con gli ambienti economici tedeschi, finanziamenti ad hoc per migliorare le infrastrutture, agevolazioni fiscali o incentivi alle imprese o agli enti locali.

I riscontri positivi per le popolazioni delle due regioni sarebbero insignificanti. Anzi, com’è successo dopo l’introduzione del cosiddetto ‘federalismo fiscale’, i processi di concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di ambienti sempre più ridotti e di tipo oligarchico potrebbe subire una ulteriore accelerazione.

Mentre i due referendum in Lombardia e Veneto sono puramente funzionali agli interessi del padronato locale e del meccanismo di gerarchizzazione del territorio europeo gestito in maniera spesso spericolata da una borghesia continentale sempre più sovranazionale, il quesito catalano del primo ottobre ha risvolti assai più interessanti e di rottura.

La rivendicazione indipendentista catalana ha una storia pluricentenaria, in opposizione ad una costruzione nazionale spagnola di tipo autoritario e sciovinista che è ricorso alla dittatura per ben due volte nel ventesimo secolo (quelle di Miguel Primo de Rivera dal 1923 al 1930 e poi quella di Francisco Franco dal 1936 fino alla fine degli anni ‘70). Fu non solo per reprimere i movimenti dei lavoratori e i moti rivoluzionari che le classi dirigenti spagnole scelsero il terrore, ma anche contro le rivendicazioni indipendentiste dei baschi, dei catalani e delle altre nazionalità inglobate a forza in uno stato autoritario e feudale.

Dopo la morte di Franco all’interno del regime si affermò l’ala più modernista e liberale in economia (ma non per questo meno fascista) che era interessata a integrare la Spagna nell’allora Comunità Economica Europea e nella Nato. Così il regime non venne travolto ma semplicemente si autoriformò, cambiando pelle pur di continuare a garantire, con forme nuove, il dominio dell’oligarchia economica e politica.

Se il Movimento di Liberazione Basco, da posizioni socialiste rivoluzionarie, rifiutò e contestò a lungo l’autoriforma del regime accettata supinamente dalle opposizioni di sinistra spagnole, il movimento nazionalista catalano si integrò senza particolari scossoni all’interno del cosiddetto ‘Stato delle autonomie’. La borghesia catalana, ampiamente integrata sia a livello statale che internazionale, ha gestito il potere politico ed economico a livello locale in maniera pressoché ininterrotta dall’inizio degli anni ’80 fino ai nostri giorni. I partiti regionalisti e autonomisti catalani – in primis Convergència Democràtica de Catalunya – hanno a lungo relegato le rivendicazioni indipendentiste al livello simbolico, mirando ad aumentare il proprio potere e il proprio radicamento a livello locale in cambio del sostegno ai governi statali formati alternativamente dai due partiti nazionalisti spagnoli, il Partito Popolare e il Partito Socialista Operaio (sic!) Spagnolo.

Ma questo equilibrio si è rotto all’inizio del decennio. La gestione autoritaria e liberista della crisi economica da parte dei governi spagnoli – sotto dettatura Ue – e di quelli regionali ha provocato la politicizzazione di decine, forse centinaia di migliaia di catalani da sempre lontani dalla contesa tra il campo autonomista e quello nazionalista (spagnolo). In reazione ai licenziamenti di massa, agli sfratti con l’uso della forza pubblica e ai tagli a salari e al welfare le piazze si sono riempite: scioperi, manifestazioni, picchetti e assemblee hanno scosso la Catalogna.

Nel frattempo un blando tentativo di riforma dello Statuto di Autonomia varato dopo l’autoriforma del regime franchista, promosso dagli autonomisti e da alcune forze federaliste di centro-sinistra, ha visto una reazione sproporzionata e violenta da parte dello Stato e delle sue istituzioni. Un testo già ampiamente mutilato dagli stessi promotori catalani è stato ulteriormente sfregiato dalle istituzioni statali, manifestando così l’impossibilità di una riforma graduale e negoziale dell’autonomia di Barcellona.

La confluenza dei due processi – lotta contro l’austerity e lotta per una maggiore autonomia – unita ad una crescente mobilitazione sociale e politica contro lo stato e i suoi apparati repressivi, oltre che contro la corruzione e l’autoritarismo repressivo del governo regionale ha causato una frattura di tipo storico all’interno dello scenario catalano, con l’indebolimento dell’egemonia di Convergència – nel frattempo trasformatasi in Partit Demòcrata Europeu Català – e il rafforzamento di un variegato fronte indipendentista sorretto dalla mobilitazione permanente dell’associazionismo nazionalista trasversale e dall’affermazione elettorale di varie forze di sinistra, tra le quali le Candidature di Unità Popolare (Cup), anticapitaliste oltre che indipendentiste.

La mobilitazione a sinistra e indipendentista ha di fatto condizionato i regionalisti catalani obbligandoli ad abbracciare rivendicazioni di tipo nazionalista, che hanno portato alla formazione di un governo il cui obiettivo dichiarato è quello di traghettare la Catalogna verso l’autodeterminazione mediante un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale con Madrid e i suoi apparati. Il momento di rottura formale dovrebbe essere rappresentato dal referendum che il parlamento catalano si appresta a convocare per il prossimo 1 ottobre. Che il referendum si tenga veramente ed in forme ufficiali – per intenderci sulla falsariga di quelli realizzati in Scozia ed in Quebec – è tutto da vedere: i partiti nazionalisti spagnoli e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani l’esercizio del diritto all’autodeterminazione e stanno intraprendendo un boicottaggio che potrebbe arrivare all’intervento delle forze di sicurezza contro i promotori del referendum, alla sospensione dello statuto di autonomia di Barcellona e all’esclusione degli indipendentisti dalle istituzioni e dagli uffici pubblici, per non parlare dei ricatti sul fronte economico.

Ma le contraddizioni esistono anche nel fronte catalano: il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, ha già perso pezzi consistenti del suo schieramento politico e il sostegno di alcuni importanti dirigenti del suo stesso partito. Di fronte all’acuirsi dello scontro e all’avvicinarsi del momento della verità molti di coloro che, da posizioni catalaniste, hanno a lungo agitato la parola d’ordine dell’indipendenza scelgono di fare un passo indietro. In fondo gli spezzoni dominanti della borghesia catalana non hanno mai abbracciato pienamente la parola d’ordine della separazione da Madrid e la sua scelta sarà improntata ad un pragmatico bilancio costi/benefici. Se lo scontro con Madrid si facesse troppo duro settori consistenti e maggioritari di PDeCat potrebbero tirare i remi in barca, sospendendo la procedura di ‘disconnessione’ in cambio magari di un aumento dell’autonomia fiscale e amministrativa che poi è il succo delle rivendicazioni autonomiste della borghesia catalana. Una scelta che però non sarebbe né facile né indolore per il partito liberal-conservatore catalano, che a quel punto dovrebbe subire l’offensiva delle forze autenticamente indipendentiste e in particolare dei partiti di sinistra catalani, Erc e Cup.

Come detto, a Barcellona in queste settimane si gioca una partita molto interessante, dagli esiti non scontati e che avrebbe forti ripercussioni non solo sugli equilibri dello Stato Spagnolo ma su tutta l’Unione Europea. In Catalogna, nel fronte indipendentista, si scontrano due diverse tendenze politiche: una europeista, liberista, conservatrice sul piano sociale e affatto interessata a mettere in dubbio le attuali collocazioni internazionali, ed un’altra che insieme all’indipendenza chiede l’uscita dalla Nato e dall’Unione Europea, la rottura con le politiche liberiste e una forte rottura con gli attuali equilibri politici ed economici.

La Monarchia autoritaria spagnola perderebbe un pezzo consistente, e nascerebbe una Repubblica Catalana all’interno della quale i movimenti sociali e politici progressisti o esplicitamente antagonisti avrebbero un peso consistente in grado di contendere alle forze moderate la guida del processo di costruzione del nuovo stato, di mutare i rapporti di forza, di introdurre nel dibattito politico e nel processo decisionale degli elementi di rottura con la brutta china imposta dal processo di costruzione del polo imperialista europeo.

L’esito di questa dialettica è ovviamente tutt’altro che scontato, ma che la rottura di Barcellona con Madrid apra spazi consistenti alle rivendicazioni di classe è innegabile.

Per questo equiparare i referendum di Lombardia e Veneto con quello catalano è un grave errore da parte di forze che si richiamano al progresso e al cambiamento.

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La soluzione politica sugli anni 70 non c’è mai stata. Rilanciamo questa necessità

Far uscire dopo quasi quarant’anni di carcere gli ultimi ex brigatisti deve essere un impegno dei movimenti, di tutte e tutti. Non si possono dimenticare. Rilanciamo la necessità di una soluzione politica su quegli anni, soluzione che lo Stato finora non ha mai concesso.

La riflessione da fare sugli ultimi ex brigatisti/e ancora detenuti, della stagione degli anni settanta, che sono all’incirca una trentina, molti dei quali da più di trentacinque anni in carcere, è quella che è un po’ anacronistico che siano ancora detenuti!

Quell’esperienza e’ finita completamente da tanti anni e tutti sono usciti, ma rimangono in carcere solo loro.

Oltretutto non hanno l’ergastolo ostativo che gli impedirebbe la possibilità di uscire, basterebbe invece che facessero una semplice richiesta per accedere alle misure alternative, ma non lo fanno, non chiedono nulla!

Deve far riflettere questo!

Al di la’ dei reati commessi sono rimasti gli ultimi ad essere ancora detenuti dopo quasi quaranta anni, per una scelta che al fondo è ideologica.

In un periodo nel quale le ideologie non esistono più, tutto è stato distrutto in tal senso, loro perseverano a difendere l’idealità della loro scelta!

Al fondo seguitano a rimanere in carcere per affermare semplicemente che non erano assassini ma stavano dentro una cultura ideologica che ha attraversato il novecento.

Potrebbero uscire scrivendo semplicemente una lettera, ma non lo fanno!

Comunque al di la’ delle valutazioni, in ogni caso sono persone che si trovano nei carceri di massima sicurezza da più di trentacinque anni!

Sta a noi fuori, alle soggettività attente, a quello che rimane dei centri sociali, dei movimenti, fare in modo che possano uscire!

Perché’ dopo quasi quaranta anni di carcere qualsiasi pena è stata espiata!

Al di la della varie soluzioni che lo Stato ha adottato in relazione al fenomeno della lotta armata, prima con la legge sui pentiti, poi con la legge sulla dissociazione, poi con la legge Gozzini, (chiaramente completamente diverse una dall’altra e con giudizi diversi uno dall’altro) sono state tutte leggi ad personam, che non hanno viaggiato per una soluzione politica di quegli anni.

Lo Stato si è sempre rifiutato di applicare apertamente una soluzione politica.

La liberazione degli ultimi detenuti degli anni settanta delle br si muoverebbe in quella direzione!

Costruiamoci una mobilitazione!

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Traffico di migranti. L’Italia ha stretto il “patto con il diavolo”


Con un accordo sostenuto dall’Italia, il governo di Tripoli ha pagato le milizie implicate nel traffico di esseri umani per impedire aglii immigrati di attraversare il Mediterraneo verso l’ Europa. Sarebbe questa una delle ragioni della drastica diminuzione del traffico di immigrati nel Mediterraneo. Ad affermarlo è l’agenzia Associated Press e la notizia è stata ripresa con rilievo sulla stampa statunitense.

Questo accordo ha suscitato tensioni tra alcune delle forze di sicurezza libiche e gli attivisti delle Ong che si occupano di migranti, i quali denunciano come l’accordo arricchisca le milizie, consentendo loro di acquistare più armi e diventare più potenti. Nel caos del paese, le milizie possono in qualsiasi momento tornare alla tratta di esseri umani o rivolgersi contro il governo.

L’accordo – negato dalla Farnesina – continua a rafforzare il potere sul campo delle milizie libiche, che dalla caduta di Gheddafi nel 2011 hanno condizionato o combattuto i governi successivi della Libia, incluso quello attuale di Fayez Serraj, riconosciuto a livello internazionale ma debolissimo sul piano interno.

Il sostegno europeo all’accordo con le milizie non è una sorpresa. L’Unione Europea ha dato dieci milioni di euro al governo di Serraj per aiutarlo a fermare i migranti. In primo luogo, i soldi sono destinati a rafforzare la guardia costiera libica e il confine meridionale con Ciad e Niger e secondariamente a migliorare le condizioni per i migranti rinchiusi nei centri di detenzione. Sembra anche che i fondi possano essere utilizzati per “sviluppare un’occupazione alternativa per coloro che sono coinvolti nella tratta”.

I due mesi passati hanno visto un calo esponenziale delle traversate dei barconi di migranti nel Mediterraneo, un segnale leggibile dai sorrisi stampati dei leader europei a Parigi. Gli arrivi a luglio sono scesi di metà rispetto all’anno precedente, mentre ad agosto finora sono arrivati circa 2.936 migranti rispetto ai 21.294 dell’agosto 2016, un calo del 86 per cento. Ufficialmente si ritiene che i pattugliamenti più rigorosi della guardia costiera libica siano responsabili di questi cali. Gli arrivi complessivi del 2017 in Italia sono il 6,8 per cento in meno rispetto all’anno precedente: 98.145 finora rispetto ai 105.357 per lo stesso periodo dello scorso anno.

Ma la causa sembra essere in gran parte dovuta agli affari realizzati con le due milizie più potenti della città libica di Sabratha, il principale punto di partenza per i migranti per il pericoloso viaggio nel Mediterraneo. Le milizie, una conosciuta come “Al-Ammu” e l’altra come Brigata 48, sono guidate da due fratelli della grande famiglia al-Dabashi della zona.

Almeno cinque funzionari di sicurezza e attivisti con sede a Sabratha hanno detto che i miliziani erano noti per essere coinvolti con la tratta dei migranti. Un funzionario di sicurezza ha chiamato i fratelli “i re del traffico” a Sabratha. Nella sua ultima relazione in giugno, il gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia ha identificato al-Ammu come uno dei facilitatori principali del traffico di esseri umani.

Bashir Ibrahim, portavoce della milizia al-Ammu, ha affermato che un mese fa le due forze hanno raggiunto un accordo “verbale” con il governo italiano e il governo di Serraj per combattere il traffico. Ha detto che la milizia al-Ammu, composta tra i 400 a i 500 combattenti, è affiliata al Ministero della Difesa di Serraj, mentre la Brigata 48 rientra nel ministero dell’Interno.

Da allora, le milizie hanno impedito alle imbarcazioni dei migranti di lasciare le rive intorno a Sabratha e hanno detto ai contrabbandieri di porre fine al loro lavoro. In cambio, le milizie hanno ricevuto attrezzature, armi, barche e stipendi, ha detto Ibrahim.

La milizia al-Ammu, ufficialmente chiamata Brigata del martire Anas al-Dabashi, è stata inoltre pagata dal 2015 per proteggere il complesso petrolifero Mellitah a ovest di Sabratha, sito di un progetto congiunto tra la Libia e l’azienda petrolifera italiana Eni.

Ibrahim ha definito la situazione come una “tregua”, dipendente dal continuo flusso di rifornimenti e finanziamenti alla milizia. “Se il supporto alla brigata di al-Dabashi si ferma, essa non avrà la capacità di continuare a fare questo lavoro e il traffico ricomincerà” ha lasciato intendere il miliziano.

Nella sua pagina Facebook, la milizia ha scritto il 19 agosto di aver favorito il coordinamento tra l’ambasciata italiana con l’ospedale Sabratha per la consegna di tre spedizioni di assistenza medica del governo italiano. Il ministero degli Esteri italiano ha negato che Roma abbia fatto un accordo e ha detto che “il governo italiano non negozia con i trafficanti”.

Tuttavia, l’integrazione ufficiale delle due milizie nelle forze di sicurezza di Serraj permetterebbe all’Italia di lavorare direttamente con le milizie medesime che non sarebbero più considerate tali ma parte del governo di Tripoli.

Tale integrazione è probabilmente poco più di una formalità. Le milizie libiche spesso operano sotto l’ombrello delle forze di sicurezza, ma di fatto rimangono indipendenti, i miliziani mantengono la loro lealtà ai propri comandanti, dispongono di fondi e armi proprie.

I funzionari di sicurezza e gli attivisti di Sabratha intervistati dall’Associated Press hanno dichiarato che l’Italia ha realizzato l’accordo direttamente con i miliziani e che i funzionari italiani si sono incontrati con i leader delle milizie libiche.

Alcune settimane fa i rappresentanti del governo italiano si sono incontrati con i membri della milizia al-Ammu di Sabratha e sono giunti ad un accordo per far cessare l’attività degli scafisti, ha affermato Abdel-Salam Helal Mohammed, direttore generale delle Forze del Ministero dell’Interno incaricato di combattere il traffico di esseri umani, alla guida di un settore noto come Dipartimento per la Lotta alla Migrazione illegale.

Un anziano funzionario della sicurezza e un agente di polizia, entrambi di Sabratha, hanno anche affermato che l’Italia ha stabilito direttamente l’accordo con le milizie. Il funzionario della sicurezza ha detto che l’intelligence italiana e i leader delle milizie si sono incontrati e hanno stabilito un accordo senza la rappresentanza del governo coinvolto. I due hanno parlato in condizione di anonimato perché non erano autorizzati a parlare con i media. “I trafficanti di ieri sono oggi la forza anti-traffico”, ha detto il funzionario della sicurezza, avvertendo che le milizie rafforzeranno il loro armamento proprio con gli aiuti ricevuti. “Quando la luna di miele sarà finita tra loro e gli italiani, ci troveremo ad affrontare una situazione più pericolosa”, lamentando che le forze di sicurezza normali erano troppo insufficienti per affrontare i contrabbandieri. “Siamo troppo deboli di risorse e di armi per ingaggiare una battaglia con loro”.

Un portavoce del governo italiano ha dichiarato che l’Italia non commenta i rapporti sulle attività di intelligence.

“Quello che gli italiani stanno facendo a Sabratha è molto sbagliato... tu così stai legittimando le milizie”, ha dichiarato uno degli attivisti, Gamal al-Gharabili, capo dell’Associazione per la Pace, la Cura e il Soccorso, la principale organizzazione non governativa che si occupa di immigrati a Sabratha.

Diversamente, Essam Karrar, un altro esponente delle associazioni della società civile a Sabratha, ha elogiato l’accordo. “Ciò impedirà ai migranti di partire e allo stesso tempo offrirà opportunità di lavoro ai cittadini di Sabratha, perché molti sono parte della milizia”.

Negli ultimi anni le agenzie internazionali e i gruppi di diritti umani hanno documentato un feroce trattamento contro i migranti in detenzione in Libia, tra cui la tortura, l’abuso sessuale e la schiavitù.

Fonti: Associated Press, Washington Post, Ansa

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Lumpenproletariat ed esercito salariale di riserva


Le due definizioni marxiane che seguono si adattano benissimo alla situazione italiana così come questa si sta profilando e in relazione a come si sta muovendo il capitalismo europeo, la Comunità e il governo italiano in un quadro internazionale nel quale la guerra appare l’elemento maggiormente probante in zone delicatissime dello scacchiere strategico.

Quando si legge di 650 euro, 490 euro: si confrontano queste cifre con le percentuali della disoccupazione e della povertà ci si dovrebbe interrogare sul clamoroso deficit di politica economica, di struttura industriale, di prospettive di lavoro, di sfruttamento e di sopraffazione che rappresentano la cifra egemonica in cui si esprime la classe dominante.

Senza alcun ulteriore commento, se non riguardante non soltanto l’assenza di un serio contrasto a questo stato di cosa ma soprattutto la mancanza di una organizzazione politica capace di affrontare la realtà di queste contraddizioni.

LUMPENPROLETARIAT
Il sottoproletariato (in tedesco Lumpenproletariat, lett. “proletariato cencioso”), nelle moderne società industriali, è la classe sociale economicamente e culturalmente più degradata, priva di coscienza politica e non organizzata sindacalmente, i cui componenti traggono il loro reddito da occupazioni vicine a quelle del proletariato ma tuttavia occasionali o talvolta invece sfocianti nell’illegalità. Il termine sorge per definire la classe sociale economicamente più debole rispetto al proletariato, che, invece, può fare affidamento su un reddito stabile e sicuro, benché basso, e può vantare una maggiore consapevolezza di classe e una maggiore organizzazione dovuta all’inquadramento sindacale.

ESERCITO SALARIALE DI RISERVA
L’esercito industriale di riserva rappresenta un elemento indispensabile del meccanismo sociale capitalistico, esattamente uguale alle macchine di scorta e alle materie prime nei magazzini degli stabili­menti o ai prodotti finiti già immessi nelle botteghe. Né la generale espansione della produzione né l’adattamento del capitale al periodico flusso e riflusso del ciclo industriale sarebbero possibili senza una riserva di forza-lavoro. Dalla tendenza generale dello sviluppo capita­listico, l’aumento di capitale fisso (macchine e materie prime) a spese del capitale variabile (forza-lavoro), Marx trasse la conclusione: “Più grande la ricchezza sociale... maggiore l’esercito industriale di riser­va... più grande la massa in eccesso di popolazione consolidata... mag­giore il pauperismo ufficiale. Questa è la legge generale assoluta del­l’accumulo capitalistico”.

Questa tesi, indissolubilmente legata alla “teoria della miseria crescente” e per decenni tacciata di “esagerazione”, “tendenziosità”, “demagogia”, è divenuta ora l’impeccabile immagine teorica delle cose quali sono tanto più in considerazione dell’aumento della disponibilità a farne parte di larga parte della massa dei migranti.

650 EURO
Prende forma la proposta del governo per garantire ai giovani, che andranno in pensione integralmente con il sistema contributivo, una rete di sicurezza che garantisca loro un assegno minimo da 650 euro, in caso i contributi versati non siano sufficienti a raggiungere questa soglia.

485 EURO (MASSIMO)
Parte ufficialmente, dopo il secondo definitivo esame di ieri in Consiglio dei ministri, un nuovo strumento mirato a combattere la povertà delle famiglie: il Reddito d’inclusione (ReI). Il ReI – richiesto da tempo dalle Ong dell’Alleanza contro la Povertà – scatta dal primo gennaio del 2018, e consiste in un assegno mensile da 190 fino a 485 euro per un massimo di 18 mesi.

POVERTA’ IN ITALIA
Nel 2016 si stima siano 1 milione e 619mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta, nelle quali vivono 4 milioni e 742mila individui.

Nel 2016 l’incidenza della povertà assoluta sale al 26,8% dal 18,3% del 2015 tra le famiglie con tre o più figli minori, coinvolgendo nell’ultimo anno 137mila 771 famiglie e 814mila 402 individui; aumenta anche fra i minori, da 10,9% a 12,5% (1 milione e 292mila nel 2016).

La povertà relativa nel 2016 riguarda il 10,6% delle famiglie residenti (10,4% nel 2015), per un totale di 2 milioni 734mila, e 8 milioni 465mila individui, il 14,0% dei residenti (13,7% l’anno precedente).

DISUGUAGLIANZE
La classe operaia e il ceto medio “sono sempre state le più radicate nella struttura produttiva del nostro Paese ma oggi la prima – osserva l’Istat – ha abbandonato il ruolo di spinta all’equità sociale mentre la seconda non è più alla guida del cambiamento e dell’evoluzione sociale”. Si assiste quindi a una “perdita dell’identità di classe, legata alla precarizzazione e alla frammentazione dei percorsi lavorativi”.

Per l’Istituto ci sono interi segmenti di popolazione che “non rientrano più nelle classiche partizioni: giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, stranieri di seconda generazione che non hanno il background culturale dei genitori, stranieri di prima generazione cui non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito, una fetta sempre più grande di esclusi dal mondo del lavoro dovuta – sottolinea l’Istituto – anche al progressivo invecchiamento della popolazione”.

Ecco che nella nuova geografia dell’Istat “la classe operaia, che ha perso il suo connotato univoco, si ritrova per quasi la metà dei casi nel gruppo dei ‘giovani blue-collar'”, composto da molte coppie senza figli, e “per la restante quota nei due gruppi di famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri”. Anche la piccola borghesia si distribuisce su più gruppi sociali, in particolare “tra le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia”. Secondo l’Istituto “la classe media impiegatizia è invece ben rappresentabile nella società italiana, ricadendo per l’83,5% nelle ‘famiglie di impiegati'”.

I SENZA REDDITO – In Italia nel 2016 si contano circa 3 milioni 590 mila famiglie senza redditi da lavoro, ovvero dove non ci sono occupati o pensionati da lavoro. Si tratta del 13,9% del totale, con la percentuale più alta che si registra nel Mezzogiorno (22,2%) Si tratta di tutti nuclei ‘jobless’ dove si va avanti grazie a rendite diverse, affitti o aiuti sociali. Nel 2008 queste famiglie erano 3 milioni 172 mila, il 13,2% del totale.

GIOVANI NEET – In Italia i Neet, acronimo inglese che sta per giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano, sono scesi a 2,2 milioni nel 2016, con un’incidenza che passa al 24,3% dal 25,7% dell’anno prima. Nonostante il calo si tratta ancora della quota “più elevata tra i paesi dell’Unione” europea, dove la media si ferma al 14,2%.

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Afghanistan, le leggi anti-protesta


Che l’Afghanistan non sia un Paese “a democrazia crescente” è risaputo, solo la narrativa geopolitica dettata dalla Casa Bianca vuol farlo credere. Tranne poi oscillare attorno alla propria presenza armata sul territorio con un numero variabile di militari: ultimamente generali e Trump pensano di rispedirne in servizio effettivo quattromila. Così negli ultimi quindi mesi una parte della popolazione afghana, stanca di guerra interna e importata dalle missioni internazionali, aveva iniziato a protestare ricevendo in cambio le esplosioni mortali firmate Stato Islamico. Bombe rivolte anche contro i simboli dell’amministrazione Ghani, ma in varie occasioni lanciate sulle manifestazioni della comunità hazara, giudicata empia dai miliziani neri per il suo credo sciita. Di fatto l’obiettivo destabilizzante dell’Isis è, come altrove, quello di ingigantire le paure della gente inducendo sottomissione, e lanciare un messaggio anche ai talebani ‘ortodossi’ contattati dal presidente afghano per possibili accordi di cosiddetta pacificazione.

Come ambasciatore per questo piano è stato cooptato il noto signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar che è potuto rientrare nella capitale da cui mancava da molti anni. I suoi fan l’hanno accolto con tutti gli onori, ma per migliaia di famiglie Hekmatyar è il macellaio di Kabul, il fondamentalista che combattendo contro suoi simili (Massoud, Rabbani, Dostum) ha contribuito a seminare lutti fra la popolazione nel quadriennio di guerra civile di metà anni '90. Già difeso dal presidente Karzai, che ha impedito qualsiasi rivisitazione legale dei massacri antecedenti all’invasione statunitense del 2001, questo criminale è stato richiamato dall’attuale leader Ghani in appoggio al suo progetto di dialogo coi talebani che controllano molte delle 34 province.

Il desiderio presidenziale non prende corpo per via della spaccatura presente fra i turbanti, di cui una minoranza si rapporta al Daesh. I restanti capi talib vorrebbero trattare da posizioni di maggior forza, conquistata sul campo con le continue incursioni che rendono insicuro ogni angolo del Paese. Contro simili intrighi nei mesi scorsi s’è sollevato un pezzo di società civile che ha dato vita a manifestazioni definite “Rivolta per cambiare” e “Movimento illuminato”. Proteste spesso organizzate fra gruppi etnici, tajiko il primo, hazara il secondo, due minoranze che si considerano storicamente discriminate dai pashtun. La contestazione hazara era mossa da motivi economici, perché l’area di Bamyan (abitata da una parte della comunità) risultava tagliata fuori dal progetto Tutap (acronimo di Turkmenistan-Uzbekistan-Tajikistan-Afghanistan-Pakistan, le nazioni dove passerà una nuova linea elettrica).

Le alte sfere di Kabul, rapportandosi a questo business internazionale finanziato dall’Asian Development Bank, hanno optato per un passaggio della linea da nord attraverso il passo di Salang, da lì le proteste. Ma questo risveglio con cortei e sit-in, per i motivi più vari, comprese le contestazioni dell’accoglienza governativa a Hekmatyar, ora rischiano una reprimenda statale. E’ infatti in corso scrittura e riscrittura di un disegno di legge che ha l’unico scopo d’impedire manifestazioni di dissenso. Le misure vengono abilmente mascherate con l’intento di difendere da possibili attacchi terroristici chi partecipa ai sit-in; in realtà cerca di bloccare con divieti e iper responsabilizzazioni l’organizzazione degli stessi.

Un articolo del progetto di legge esautora la polizia dai compiti di verifica e di controllo che ricadono tutti su chi promuove il raduno, e in caso di disordini, violenze o peggio dovrà risponderne penalmente. S’impedisce ai minori di partecipare alle proteste, come pure agli stranieri e a personaggi noti, s’interdicono luoghi pubblici adiacenti a zone commerciali, sanitarie, d’istruzione oltre che agli edifici di rappresentanza amministrativa e governativa. Per timore di attentati i luoghi concessi potranno situarsi nella periferia estrema delle città o in aperta campagna.

Oltre all’isolamento visivo delle manifestazioni dai centri abitati, il governo cerca di rendere difficoltoso ai potenziali partecipanti il raggiungimento dei luoghi d’incontro e se questa dissuasione non dovesse bastare li intimorisce con le conseguenze legali. Perché dall’entrata in vigore della legge si potrà protestare solo se si propongono alternative. Chi non le ha, non avrà diritto di azione e parola. E qualora ne avesse certe richieste potranno venire considerate “irrazionali”, come sostiene un gruppo di senatori vicini all’attuale Esecutivo. Con simili restrizioni, che s’aggiungono alle tante già esistenti cui si può sempre applicare “il divieto dei divieti” giustificato dallo stato d’emergenza, gruppi particolari etnici o religiosi (ad esempio i Sikhs afghani) non potranno più chiedere protezione a difesa del diritto di fede. Per offrire legalità alla stretta repressiva contro ogni libero pensiero e dissenso, l’ennesimo governo fantoccio di Kabul chiede di presentare un “permesso di protesta” – lo definiscono così – che sarà soggetto all’insindacabile valutazione di un organismo preposto (finora si poteva manifestare annunciando luogo e giorno del raduno). Ghani cerca di salvarsi il cammino politico silenziando ogni voce civile e patteggiando coi taliban. Ma quest’agognato accordo non gli garantisce un futuro.

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Due cose sul Franco CFA (e sull’euro e l’Africa)


L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con cui quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.

Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.

Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilità del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, presso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.

Dietro questi due tecnicismi si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).

Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.

Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilità della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.

Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.

Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.

Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.

Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.

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Le provocazioni del “feroce dittatore”: più missili e più figli

La Repubblica Democratica Popolare di Corea ha proceduto nelle prime ore di ieri a un test missilistico, lanciando un razzo balistico a medio raggio Hwasong-12. Il missile, scrive oggi KCNA, “ha attraversato il cielo sopra la penisola Oshima di Hokkaido e capo Erimo del Giappone, lungo la traiettoria prevista e ha colpito esattamente le acque prefissate del Pacifico settentrionale”, dopo una corsa di circa 2.700 km, aggiungendo che il razzo, volando a una quota di 550 km, non ha impattato sulla sicurezza di Paesi vicini.

Immediata la reazione internazionale: dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, chiamato già ieri a esprimersi da Donald Trump e dal premier giapponese Shinzo Abe; alla rappresentante USA all’ONU, Nikki Haley, che ha detto che “è accaduto qualcosa di serio. Il troppo è troppo”. “Assoluta condanna” da parte inglese, slovacca, filippina, australiana, ecc. il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha ribadito che Pyongyang dovrebbe rispettare pienamente le risoluzioni ONU; l’omologo cinese Hua Chunying ha suggerito “a tutte le parti di studiare con calma e minuziosamente le relative risoluzioni” ONU, aggiungendo che esse consistono in almeno due parti: frenare lo sviluppo nucleare e missilistico della RDPC e riprendere i colloqui a sei – RDPC, Cina, Giappone, Russia, Corea del Sud e USA – per la completa denuclearizzazione della penisola coreana, intendendo con ciò anche la questione del sistema americano THAAD in Giappone e Corea del Sud, osteggiato da Pechino e da Mosca.

Le reti televisive mondiali hanno riferito dell’unanime condanna per “l’ennesima provocazione” e la minaccia “senza precedenti” nordcoreana. Il “quotidiano comunista” nostrano scrive oggi di “una tra le più gravi provocazioni di Pyongyang nella storia recente”. Il TG2, enfatizzando la “ferma presa di posizione” dell’italico Ministro degli esteri, il quale ha “espresso la più ferma condanna da parte dell’Italia”, ha notato di sfuggita che proprio nelle stesse ore della “provocazione”, le Forze di “autodifesa” giapponesi effettuavano esercitazioni con missili “Patriot” di fabbricazione statunitense; mentre alcuni F-15 sudcoreani facevano prove (reali) di bombardamenti terrestri su propri poligoni nelle vicinanze della frontiera nordcoreana.

In questo caso, il TG2 non ha parlato di provocazioni: non lo prevede il palinsesto delle manovre Ulchi-Freedom Guardian” (UFG) in Corea del Sud, che simulano l’invasione della RDPC. Soltanto Xinhua riporta le dichiarazioni nordcoreane, secondo cui il test di ieri rappresenta appunto la risposta alle manovre UFG, cui prendono parte 17.500 marines USA, reparti sudcoreani, britannici, australiani, canadesi, colombiani, danesi, olandesi e neozelandesi, per un totale di oltre 50.000 soldati.

Tantomeno si è parlato di provocazione – anzi, non se ne è parlato affatto – riguardo all’annuncio diramato ieri dal Ministero dell’energia USA dei test, condotti all’inizio del mese nel deserto del Nevada dall’aviazione yankee, della nuova bomba atomica B61-12. L’ordigno, (il “12” sta per la dodicesima modifica dal 2015) privo di testata nucleare, è stato sganciato da un F-15E, per verificarne le capacità di trasporto con tale velivolo. Il test rientra nel programma di estensione della durata di servizio della B61-12, dopo la prima prova condotta in marzo. La B61-12, considerata l’arma principale delle forze nucleari strategiche USA, può essere adattata ai velivoli B-2A, B-1B, F-15E, F-16C/D, F-16 MLU, F-35 e PA-200.

Balalaika.ru nota che la principale novità risiede nella possibilità di trasporto da parte di un caccia – gli USA ne possiedono migliaia – e non di un bombardiere pesante. Adottata nel 1968 al posto della B53 (di 9 megatoni), la B61 era molto più compatta: 320 kg, lunghezza 3,5 m e diametro 33 cm, aveva una potenza da 0,3 a 340 kilotoni. 180 di tali esemplari sono tuttora stivati nelle basi USA in Europa, in Germania e Italia. Il nuovo modello (circa 50 kilotoni, precisione sull’obiettivo entro i 30 metri, più preciso sistema di controllo e navigazione) può essere agganciato alle ali di aerei supersonici e utilizzata in conflitti “a bassa intensità”.

Il fatto di dover essere portata da un velivolo – a differenza dei missili – la rende naturalmente vulnerabile: ad esempio, dai sistemi missilistici S-300 e S-400 russi; ma non esposta, notano gli esperti russi, alla reazione di paesi non in grado di minacciare l’aviazione tattica e strategica USA, come la Corea del Nord, ad esempio, che dispone solo di vecchi sistemi sovietici S-75, S-125 e S-200. Altri esperti vedono una minaccia per la stessa Russia, in relazione alle continue manovre militari ai confini del paese e alle modificazioni apportate alle basi aeree nei Paesi baltici, in grado di accogliere l’aviazione tattica NATO; anche in questo caso, tuttavia, i sistemi “Iskander-M” possono annullare la minaccia della B61-12.

D’altronde, si può capire la reticenza del TG2 a parlare di “provocazione USA”: questa della B61-12 non era in fondo una vera “notizia”: tra le 6.800 testate nucleari USA, bomba più, bomba meno! Il mondo è pieno di tali provocazioni. Washington dispone di missili balistici con base a terra, della categoria “Minuteman-III”, in grado di portare fino a 3 testate di 350 kilotoni a una distanza di 13.000 km (in pratica: coprono ogni angolo della terra). La Russia ha 7.000 testate atomiche, montate su razzi R-36M2 “Voevoda” (con la più lunga gittata al mondo: 16.000 km) in grado di portare 10 testate di 750 kilotoni; possiede inoltre razzi RT-2PM2 “Topol-M” (11.500 km di gittata; 1 testata di 500 kilotoni) e RS-24 “Jars” (12.000 km; 4 testate di 300 kilotoni). La Cina dispone di 270 testate atomiche, portate da missili con gittata di 11.700, 13.000 e 15.000 km. L’India ha 130 testate, con missili di gittata di 8.000 km. Israele ha 80 testate e razzi “Jericho 3”, con gittata di 6.500 km, una testata di 400 kilotoni. Francia e Gran Bretagna, non dispongono di missili nucleari con base a terra: sono tutti stivati a bordo di sommergibili.

La RDPC ha oggi 20 testate (sulla cui potenza non ci sono dati certi) portate da razzi con 10.000, 11.500 e 15.000 km di gittata. RIA Novosti parla di razzi a corto raggio Hwasong-11, Hwasong 5,6,9, Hwasong-7 a medio raggio, Polaris-1 da sommergibili, Polaris-2 e Musudan a medio raggio, per lo più in fase di sperimentazione e missili balistici intercontinentali, di cui però non si hanno dati precisi. RIA Novosti nota anche come “i missili balistici della RDPC possano in futuro portare testate nucleari”; al momento, tuttavia, “non ci sono conferme che la Corea del Nord produca testate adatte a essere utilizzate da tali missili”.

La “provocazione” è dunque più che evidente. E, in assoluto spregio alle sanzioni che gli Stati Uniti, per il bene mondiale, hanno voluto che venissero adottate dalle Nazioni Unite e infischiandosene del comune sentire pacifista delle forze americano-televisive del mondo libero, Kim Jong Un ha aggiunto ieri provocazione alla provocazione ai danni della comunità telespettatrice mondiale: ha imposto alla propria consorte di partorire il terzo figlio. Non pago di far fucilare con la contraerea ministri e sottoministri, far sbranare dai cani parenti diretti e acquisiti, facendoli poi ricomparire vivi e rubizzi e sparigliando in tal modo ogni programmazione televisiva, il feroce dittatore si è posto l’obiettivo di moltiplicare così incessantemente il numero dei propri sudditi, che, in un futuro molto prossimo, a turno e a ritmo H24, minacceranno i palinsesti delle più oculate reti TV democratico-occidentali e a loro volta daranno alla luce sempre nuovi sudditi, moltiplicando a ritmo algebrico il numero delle minacce e delle provocazioni alla democrazia.

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mercoledì 30 agosto 2017

Materazzi Racconta: La Edonis e il fallimento della Bugatti italiana


Questa serie di video sono molto interessanti per farsi un'idea di cosa sia stata l'imprenditoria di questo paese in uno dei settori di punta non soltanto dello sviluppo capitalistico del secondo dopoguerra, ma anche del sempre incensato "made in Italy".

L’eroina democratica

Nonostante la defenestrazione della sua storica conduttrice, non siamo ancora riusciti a liberarci di Report, la bibbia televisiva della sinistra giustizialista. In compenso da ieri speriamo di esserci liberati del mito della Gabanelli, la giornalista forcaiola che in un impeto di sincerità ha dichiarato «l’appoggio totale al ministro Minniti».

L’appoggio riguarda “l’accordo con la Libia” (che non è un accordo con “la Libia”, ma con alcune fazioni che controllano il passaggio dei migranti sul proprio territorio), ma laddove l’eroina democratica si è superata è sulla vicenda dello sgombero di piazza Indipendenza: «La legalità è come il lavoro, è neutro, non può essere di destra o di sinistra [...] Come è possibile che un palazzo come quello sia stato occupato? [...] Quello era un edificio presidiato [...] E’ arrivato un gruppo di energumeni [i senza casa] a dire o sloggiate voi o vi facciamo sloggiare con la forza». Questa la caratura di un personaggio divenuto nel tempo portavoce delle istanze della sinistra forcaiola.

In Italia c’è sempre più una “questione Minniti”, attorno alla quale è in corso un posizionamento ideologico che racchiude una visione del mondo. L’operato di Minniti è riuscito meritoriamente a svuotare di senso le etichette politiciste presenti in Parlamento: destra, centro e sinistra (articolazioni parlamentari del clan liberista) rimescolano le proprie apparenti differenze per ritrovarsi attorno all’appoggio o meno alle politiche del ministro. E se non tutti i critici di Minniti possono annoverarsi tra gli “amici del popolo” (pensiamo a Saviano o alle gerarchie vaticane), di sicuro i nemici risiedono tra chi in questi mesi sta promuovendo la guerra ai poveri avviata dal ministro. E’ uno spartiacque, utile anche a fare chiarezza all’interno di una sinistra in crisi di giustizialismo.

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Analisi - L'iraq post ISIS e il referendum curdo

di Pietro Pasculli

Dopo l’annuncio della liberazione di Mosul lo scorso 9 luglio, celebrata il giorno seguente dal Primo Ministro iracheno Haidar al Abadi con un breve discorso alla Tv di Stato, l’emergenza è ancora lontana dal potersi definire conclusa. Se nella parte Est della città la vita riprende in modo graduale, la parte Ovest dopo nove mesi di battaglia è ridotta ad un cumulo di macerie. Oltre agli insormontabili problemi della ricostruzione, sono ancora in atto le operazioni di bonifica del territorio dalla costellazione di mine e bombe trappola lasciate dai miliziani, le quali continuano a causare vittime oltre che tra i civili anche nelle fila degli artificieri.

Il 21 agosto alle 8.52 ora locale, con un messaggio del leader iracheno allo Stato Islamico “o ti arrendi o muori”, sono cominciate le operazioni di liberazione di Tal Afar. La città turkmena, situata nella parte nord occidentale dell’Iraq a 70 km da Mosul è infatti sotto il controllo delle milizie del Califfato dal 2014 in quanto snodo fondamentale per l’accesso in Siria.

L’operazione intitolata “stiamo arrivando a Tal Afar” è stata affidata ad uno degli eroi della battaglia di Mosul, il generale Abdulamir Rashid Yarallah, coadiuvato dalle forze anti terrorismo, la polizia federale, l’esercito iracheno e dalle forze sciita  Hashd al-Shaabi nonostante la forte opposizione della Turchia. L’attacco incrociato terra aria, ha portato alla liberazione di diversi villaggi già nella prima giornata. Circa 30.000 civili hanno abbandonato il territorio, mettendosi in cammino per più di 10 ore in modo da raggiungere i centri di raccolta.

Ad oggi 27 dei 40 villaggi che circondano la città sono tornati nelle mani delle forze irachene, per quel che riguarda invece la conclusione delle operazioni a Tal Afar City, nonostante si fosse parlato di diverse settimane in quanto una stima tra i 10 ed i 50 mila civili ancora intrappolati all’interno della città avevano scoraggiato un uso massiccio dell’aviazione; nella giornata di domenica 27 agosto, ad otto giorni dall’avvio delle ostilità, le forze alleate hanno annunciato di aver preso il pieno controllo della città. Intanto secondo i vertici militari dall’inizio delle ostilità più di 100 miliziani sarebbero stati uccisi nelle operazioni di liberazione.

Le cose non vanno meglio a Kirkuk capitale dell’omonimo governatorato situata a 98 km a sud ovest di Erbil. Dopo la caduta di Mosul, lo Stato Islamico ha infatti trasformato l’area di Hawija comprendente la zona meridionale dei monti Hamrin in una base per i suoi guerriglieri. Le forze curde si trovano a fronteggiare quasi quotidianamente i numerosi attacchi delle milizie jihadiste, i più frequenti nel distretto di Doquq a sud di Kirkuk. Diversi Peshmerga hanno già perso la vita negli scontri a fuoco, ma ad oggi ogni tipo di attacco è stato comunque respinto.

L’area è fortemente compromessa e rischia di esplodere, come la bomba che il 15 agosto ha lasciato a terra cinque civili. Gli uomini di Barzani sono gli unici a presidiare l’area ma tali forze non sono sufficienti. Nonostante le difficoltà nel contenere gli attacchi, il governo di Baghdad ha infatti preferito investire tutte le sue forze a Tal Afar, causando ulteriori tensioni con Erbil.

Il paese è nel caos. Da quando Abu Bakr al Baghdadi ha dichiarato la nascita del califfato nel 2014 con la presa di Mosul, lo Stato Islamico è riuscito a rubare 830 milioni di dollari alle banche e riserve irachene secondo un rapporto della Banca Centrale; senza contare le confische alla proprietà e lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio. Alle difficoltà della ricostruzione, le spese di guerra ed i gravissimi problemi in materia di acqua e elettricità, il governo iracheno si trova ad affrontare un emergenza di sfollati interni (IDPs) che dal 2014 ad oggi ha raggiunto la cifra di 3.3 milioni di persone secondo i dati forniti da Lise Grande, responsabile umanitaria delle Nazioni Unite in Iraq in una conferenza stampa l’8 agosto a Ginevra.

Del milione di persone scappate alla battaglia di Mosul, 20mila non hanno ancora fatto rientro nella parte est. Per quel che riguarda invece i 230mila abitanti dei 15 quartieri completamente rasi al suolo nella parte occidentali della città ed attualmente residenti nei campi profughi di Dahuk e Kurdistan iracheno, le possibilità di un rapido rientro a casa sono molto scarse.

Nell’area di Tal Afar si contano circa 50mila persone scappate dall’inizio di aprile, esodo che cresce di giorno in giorno con l’intensificarsi delle ostilità. Ancora poco chiara è invece la stima dei rifugiati che hanno superato i propri confini nazionali per stabilirsi nella regione. Un arcipelago di campi profughi si snoda da Dahuk a Bagdad, milioni di sfollati alla quale i “due governi” non riescono a dare risposta. Con il passare degli anni infatti, molti risedenti dei campi  hanno trasformato le proprie tende in piccole strutture in muratura maturando anche una micro economia interna. Servizi in materia di sanità, assistenza sociale e integrazione sono invece unicamente offerti dall’Unhcr e dalle ONG.

A complicare un quadro già abbastanza desolante, nelle ultime settimane si è aggiunta una profonda crisi politica tra Bagdad ed Erbil. Il 25 settembre infatti, con la ratifica del Referendum sull’Indipendenza dal governo di Bagdad avvenuta il 14 agosto, i curdi saranno chiamati alle urne per decidere se continuare a vivere nella stessa famiglia di Baghdad o “da buoni vicini”.

I curdi iracheni, dopo decenni di occupazione militare, torture ed uno sterminio culminato con il genocidio di Anfal ('86 – '89) sotto la guida di Saddam Hussein, erano riusciti ad ottenere una parziale autonomia sancita dalla nuova costituzione irachena del 2005; dieci anni di collaborazione però non hanno dato i risultati sperati. I rapporti già in fase di deterioramento nel 2014, quando l’allora primo ministro Maliki decise il taglio di bilancio al Kurdistan in seguito a violazioni sulle esportazioni di petrolio, sembravano essersi ristabiliti dopo la grande intesa sancita nelle operazioni di riconquista di Mosul.

Ma in un meeting del 16 agosto con il Presidente del Parlamento iracheno Salim al-Jabouri, una delegazione curda ha presentato come ragioni dell’Indipendenza una lunga relazione in cui venivano evidenziati i 50 articoli della Costituzione che Baghdad avrebbe violato in questi anni a danno dei curdi. Tra questi spicca l’annosa questione dei confini e dei territori contesi all’art. 140, i quali secondo la carta costituzionale si sarebbero dovuti risolvere attraverso un Referendum da attuarsi non più tardi del 2007.

Il governo di Erbil ha fatto sapere a tal proposito che la partecipazione al voto interesserà  aree a presenza curda anche se attualmente sotto la giurisdizione di Baghdad. Nelle prime settimane di agosto infatti sono stati aperti numerosi uffici elettorali nelle province di Nineveh, Mosul, Kirkuk, fino alla città curda di Khanaqin situata a circa 400 km a sud est di Erbil. In questo scontro, al momento, tutto politico, Kirkuk rischia di diventare la vera Gerusalemme.

Il governo di Baghdad ha preso accordi qualche giorno fa con Teheran per la costruzione di un oleodotto che colleghi il governatorato all’Iran nonostante l’opposizione del capo degli affari del consiglio provinciale della città. L’accordo infatti violerebbe l’articolo 112 della Costituzione irachena che prevede il consenso dei governi regionali in materia di sfruttamento delle risorse energetiche. Talabani, leader del partito curdo PUK, ha accusato il governo di Baghdad di attuare una politica dell’inganno, mentre lo stesso governatore della provincia esprimendosi in modo favorevole sull’estensione del referendum alle aree contese, ha rimproverato il governo iracheno per aver lasciato i curdi soli nell’affrontare le milizie del Califfato mentre lo Stato maggiore organizzava la ritirata.

Ma la faccenda rischia di diventare molto di più di una semplice contesa curdo irachena. L’Iran, secondo partner commerciale curdo dopo la Turchia, il 13 agosto ha fatto sapere ad una delegazione di Erbil arrivata nel paese per firmare un accordo da 200 milioni di dollari in scambi commerciali, che un esito positivo del Referendum procurerebbe “non buone risposte” da parte di Tehran. La Turchia invece, nonostante un oleodotto curdo che rifornisce di petrolio il porto turco di Ceyhan, si è espressa con toni molto più forti il 17 agosto attraverso le dichiarazioni del Presidente Erdogan ed il Ministro degli esteri Meylut Cavusogl parlando di possibile guerra civile con interessamento dei paesi confinanti.

Gli Stati Uniti hanno cercato più volte di far slittare la data del Referendum proponendo incontri bilaterali con i rappresentanti curdi dopo le aperture di dialogo da parte del governo di Baghdad, ma Barzani sulla possibilità di un rinvio si è dimostrato categorico. Unica voce fuori dal coro ad oggi risulta essere quella di Netanyahu, triste paradosso di chi si impegna da vent’anni in uno sterminio in casa propria, salvo poi farsi garante dell’autodeterminazione dei popoli fuori dai confini nazionali.

Intanto nonostante i pronostici parlino di una vittoria schiacciante del Si, il dibattito interno alla regione non esclude possibili sorprese. Tutto questo lo si avverte man mano che ci si lascia alle spalle i check point del partito giallo procedendo verso il sud della regione. Al clima militante della provincia di Erbil fatto di conferenze e manifestazioni, si oppone il mutismo di Sulaymaniyah, roccaforte del PUK, dove la campagna elettorale  viene lasciata alle sole bandierine che da qualche giorno hanno invaso la città. Infatti sono parecchi i curdi che, pur senza dimenticare le atrocità del passato e riconoscendo gli attuali problemi di collaborazione con il governo centrale, ritengono che in questo momento ci sia più che ma bisogno di un unità nazionale arabo-curda.

L’8 agosto una campagna di opposizione al Referendum dal nome “No for Now”è stata lanciata da membri della società civile e alcuni esponenti politici. Un movimento imbavagliato e privo di spazi di dialogo che ha visto il rapimento di uno dei suoi leader Farhad Sangawi compiuto da uomini armati nella mattinata del 20 agosto, salvo poi essere liberato poco più tardi; un atto condannato dal capo dell’ufficio del parlamento curdo e dal legislatore Soran Omer che ha definito il sequestro un “infarto” contro tutti i popoli della regione del Kurdistan.

Di certo, lo stesso governo di Erbil non è immune da problemi di cattiva gestione, corruzione e svolte anti-democratiche. Barzani infatti continua a governare il paese nonostante il suo mandato sia scaduto da un anno e mezzo. E’ di qualche giorno fa appunto la richiesta congiunta di PUK e Gorran, secondo partito all’ultima tornata elettorale, di riattivare il Parlamento prima dello spoglio referendario in modo da stabilire insieme tempi e termini di un eventuale processo di transizione, ma il governo di Erbil è stato irremovibile.

Lo Stato Islamico arretra, ma le battaglie in materia di diritti civili, politici e di autodeterminazione sono ancora distanti dal trovare un vincitore.

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Gianni Lemmetti e le svolte a cinque stelle

Il passaggio di Gianni Lemmetti alla giunta romana di Virginia Raggi pone alcuni elementi di lettura che, provenendo da Livorno, possono essere utili anche nella capitale. Qualche passaggio, meno noto alle cronache nazionali, può aiutare a inquadrarli. Prima di tutto, quando la stampa mainstream calò in Toscana, subito dopo la vittoria di Nogarin, alla ricerca del titolo a effetto, come sempre, poco si curò di quanto era accaduto. Infatti la vittoria di Nogarin era qualcosa di ben diverso da quella di Pizzarotti, per composizione politica e fatti accaduti. Nogarin aveva certo ottenuto il 19 per cento al primo turno delle elezioni del 2014, come Pizzarotti, ma a differenza di Parma non pescò al secondo turno in un elettorato d’opinione o comunque politicamente fluido.

La vittoria di Nogarin fu infatti l’effetto di una reale e pubblica convergenza che permise, visibilmente e pubblicamente, al Movimento 5 stelle di presentarsi al ballottaggio del 2014 non con un patrimonio del 19 per cento, quello ottenuto nelle urne, ma con quello, frutto di una convergenza, del 41 (contro il 39 del centrosinistra che si trovò improvvisamente secondo). I fatti, a chi li conosce, sono abbastanza noti. Tra il primo e il secondo turno delle amministrative di tre anni fa le due liste civiche e di sinistra presenti sul territorio appoggiarono pubblicamente Nogarin. Questo dopo una riunione, tenutasi nella periferia livornese, dove per l’appoggio a Nogarin fu chiesta, e ottenuta, l’assenza di Grillo nella fase calda elettorale. Grillo era ritenuto un elemento divisivo e semplificatorio allo stesso tempo: le elezioni dovevano essere un fatto locale, giocate su dinamiche locali. Lo stesso Nogarin, come ricordano i presenti, alla riunione decisiva chiese aiuto per governare una città fermandosi a dinamiche, ed esigenze di governo, tutte locali.

Nogarin, arrivato in politica da pochissimo tempo, a differenza di Pizzarotti, si trovava così a capitalizzare il riflesso elettorale di oltre un decennio di seria opposizione territoriale al centrosinistra su molteplici temi. Opposizione fatta da movimenti, collettivi, comitati, occupazioni, sindacati di base etc.

Cosa è accaduto subito dopo la vittoria di Nogarin, che ha portato grillini e sinistra ognuno per la propria strada, meriterebbe un capitolo a parte. Ma qui il punto sono i fatti da leggere in un contesto nazionale. Poche settimane dopo la vittoria, e la rarefazione della presenza del mainstream mediatico nazionale (con le sue modalità di rappresentazione da società dell’avanspettacolo), Grillo si presentò a Livorno a festeggiare il risultato elettorale.

Lemmetti diventò invece assessore al bilancio nell’agosto del 2014, dopo un paio di mesi di difficili trattative all’interno del M5S, a grillizzazione compiuta della vittoria livornese. In poche parole, un tipo di assessore da normalizzazione grillina, con le proprie idee di tenuta del bilancio, lontano da movimenti e sindacati. E per “normalizzazione” si intende non solo verso l’esterno ma anche all’interno. Prima della stabilizzazione della posizione di Lemmetti in giunta – ricordiamo è arrivato due mesi dopo la vittoria di Nogarin – i “livelli” di governo del Movimento 5 stelle erano: meetup, gruppo consiliare, giunta, sindaco. Spesso in una confusione, e in una sovrapposizione, di ruoli piuttosto forte. Con i meetup capaci di silurare, tra l’altro immeritatamente, un assessore in 24 ore o di fare le verifiche dei mandati degli assessori. Oppure col gruppo consiliare in grado di opporsi dialetticamente verso giunta e sindaco.

Quando Lemmetti è andato via, passando a Roma, l’assessora che è subentrata è stata nominata nottetempo. Col resto dei soggetti prima citati semplicemente spiazzati. Lemmetti è così attore e prodotto, assieme, di una normalizzazione, e di una verticalizzazione dei livelli di decisione, interna ed esterna al Movimento 5 stelle locale. Il fatto che sia stato scelto per Roma, con la complessa situazione della capitale, fa pensare che Lemmetti possa essere usato anche nel Lazio, tenendo conto di un contesto ben diverso, per queste funzioni. Vista la benedizione dei vertici M5S sul suo operato e visto, anche, che a Roma è stato preceduto – ad Acea – dall’avvocato Lanzalone, che a Livorno è stato consulente dell’amministrazione sulla delicata vicenda del concordato preventivo di Aamps (la municipalizzata dei rifiuti).

La persona Lemmetti è seria, su questo non ci sono dubbi. E sicuramente il Movimento 5 stelle romano, a costo di causare crisi a Livorno come sta accadendo, ha comunque bisogno della sua capacità di stabilizzazione, se riesce a farla valere. Vista dalla Toscana infatti, la sequenza di assessori al bilancio nel comune capitolino è sembrata anche un affare di chiacchiere e distintivo che saltano, di caratteri che evaporano di fronte al lato crudo della politica. Lemmetti, almeno in Toscana, ha dimostrato sul campo di non spaventarsi. Detto questo, il problema appare politico, non riguarda solo Roma o Livorno ma, cosa non da poco, l’idea di governo, e di governance visto che si parla di enti locali, del Movimento 5 stelle.

Lemmetti ha una mentalità da ala anarco-liberista, imbevuta nella concezione della restrizione del bilancio pubblico (non è mai entrato, ad esempio, in contrasto con il patto di stabilità). Le sue posizioni espresse pubblicamente in consiglio comunale contro l’economia keynesiana – leggi intervento pubblico nell’economia – valgono più di qualsiasi articolo scritto. Del resto i tagli al sociale a Livorno (e le proteste dei lavoratori del settore) contenuti nelle manovre di bilancio, per quanto i bilanci comunali siano sempre più col “pilota automatico” inserito dal governo, chiariscono ogni dubbio in materia.

Anche il concordato preventivo, oggetto di un complesso scontro a Roma sulla questione Atac, sulla municipalizzata dei rifiuti livornese ha bisogno di una precisazione. Ha effettivamente salvato una azienda mal messa, tenendola fuori per adesso dalla rete toscana delle aziende dei rifiuti pensata dal Pd, ma almeno a due condizioni precise. Aumentando, con criteri da flat tax, la tassazione sui rifiuti e concorrendo a intervenire – basta leggere la relazione del curatore del concordato preventivo – sul contenimento del costo del lavoro.

Sul rapporto di Lemmetti col sistema bancario, per la questione Aamps e Spil (la partecipata che gestisce un ampio patrimonio immobiliare), è stato detto molto, di diverso segno, e possiamo anche mettere il tutto tra parentesi. Tanto il complesso bancario-immobiliare e finanziario romano è così differente da quello livornese, per complessità e dimensioni, che i paragoni servono a poco.

Una cosa, però, va notata. L’uomo, nonostante sia stato “acquistato” dal Movimento 5 stelle romano, vista dalla Toscana, per una evidente carenza di “mediani interdittori a centrocampo”, è anche incline alla concertazione. Sulla stampa livornese, infatti, non è sfuggito lo scambio di complimenti pubblici, tra Lemmetti e il suo predecessore del PD (area Monte dei Paschi...), riguardo all’impianto di tenuta, passato e presente, dei conti pubblici. Questo, in fondo, per dire cosa: Roma acquista un uomo d’ordine, interno ed esterno, con una concezione anarco-liberista, in salsa austerity dei conti comunali, dei bilanci pubblici.

Il metodo – quello di trasferire persone senza considerare le esigenze delle autonomie locali – a Livorno messo in discussione nello stesso gruppo consiliare M5S, ci dice molto anche del significato politico di questa scelta.

In generale, e alla fine, cosa possiamo dire: quello che nel Movimento 5 Stelle tiene sul piano della opinione pubblica al momento elettorale (mettere insieme opzioni di destra e di sinistra) non tiene sul piano della materialità di governo, dei concreti interessi divergenti che si manifestano ad ogni passo. Si tratta di scegliere, spesso in condizioni di drammatica complessità, e la parabola politica di Lemmetti porta l’asse di queste scelte verso destra e verso un sistema di verticalizzazione delle decisioni.

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Avanti Savoia!!!

Lo spettro Sabaudo torna ad aggirarsi per l’Italia. La ciliegina sulla torta ce l’ha messa la popolare ex conduttrice di Report, Milena Gabanelli, prendendo parte a sostegno del ministro degli Interni Minniti, della sua visione della società e del suo “pragmatismo” nella soluzione del problema immigrazione.

In un passaggio successivo dell’intervista rilasciata a Radio Cusano, la Gabanelli opera poi una piegatura dei problemi generali agli interessi di pancia: i propri. “Come è possibile che un palazzo come quello sia stato occupato? Quello era un edificio presidiato, perché gli uffici che occupavano quello stabile si erano trasferiti. In attesa di trovare nuovi inquilini era stata messa una organizzazione di security a presidiare l’edificio. E’ arrivato un gruppo di energumeni (gli occupanti nel 2013, ndr) a dire “o sloggiate voi o vi facciamo sloggiare con la forza”. Ma quello stabile è di Idea Fimit, la più grossa SGR italiana. Bisogna organizzarsi per rendere sempre produttivo quello stabile, perché al valore di quello stabile è legata la mia pensione, il più grande azionista di quella SGR è l’Inps”. Nulla di originale, visto che gli stessi argomenti erano proposti da IlSole24Ore, con una firma un po’ più “popolare”...

Non sappiamo se effettivamente la Gabanelli tema per le casse dell’Inps come altri lavoratori o abbia invece investito sulla sua futura pensione negli assai più generosi trattamenti previdenziali dell’Inpgi (l’ente previdenziale dei giornalisti, ndr).

La sincronia tra discorsi generali e interessi di bottega è parte delle umane miserie, ma diventa tossica quando viene manifestata da personaggi pubblici che con inchieste e denunce, negli anni, hanno acquisito credibilità, consensi, simpatie per restituire poi – nei momenti decisivi – messaggi funzionali al potere costituito. Lo abbiamo già visto con i Benigni, i Santoro e i Lerner nel referendum sulla controriforma costituzionale del dicembre scorso.

Ma l’endorsement della Gabanelli al ministro Minniti è solo un aspetto di una gigantesca regressione politica, civile, democratica e sociale in corso nel paese dal 2011, quello del governo Monti e Fornero, quello della lettera della Bce. Questa regressione è pregna di un modello di società e di relazioni sociali che non richiama tanto il ventennio fascista quanto il “modello Sabaudo”, quello della monarchia piemontese che divenne dominante in tutta Italia dalla seconda metà dell’Ottocento.

La rigidità, il cinismo ed infine la brutalità del regime sabaudo vengono studiati pochissimo e compresi ancora meno. Solo pochi ne hanno colto l’essenza, indagando però solo sulla spietata repressione del brigantaggio nel Meridione o sulle cannonate contro il popolo affamato ordinate dal generale Bava Beccaris.

Il modello Sabaudo è quello che importò il bonapartismo in Italia nella realizzazione di un unico paese rimasto però disuguale e oggi ancora fortemente – e forse maggiormente – asimmetrico rispetto a quello del passato.

Il modello Sabaudo è fortemente centralista intorno allo Stato (ieri monarchico oggi repubblicano) e al dogma delle sue leggi, anche quelle sbagliate. Il modello Sabaudo è autoritario nell’essenza. Aveva una logica coloniale che ha attuato prima brutalmente nel Meridione, poi nel Corno d’Africa e in Libia. Ha operato una feroce concentrazione delle risorse nel nord del paese sottraendole al resto del paese. Mantenendo e alimentando quella disuguaglianza che rende nuovamente attuale e irrisolta la “questioni meridionale”, come la definiva Gramsci.

I dati dell’oggi ci dicono che quella logica sta funzionando ancora e con maggiore forza. Le risorse, i finanziamenti, le tecnologie del nostro paese si sono concentrate nel 20% di imprese che fanno l’80% del valore aggiunto e delle esportazioni in Italia, e quelle imprese sono concentrate geograficamente in un’area che comprende Lombardia, un parte del Triveneto e dell’Emilia-Romagna. In due di queste regioni a ottobre si terranno dei referendum che chiedono una ulteriore autonomia fiscale dal “centro”, per poter aumentare le risorse a disposizione delle imprese.

Ma sono anche le regioni che danno maggiori consensi elettorali ai “moderati” e al Pd, tendenzialmente unificati in un partito bonapartista ben rappresentato da Minniti. I suoi diktat “legalitari” coincidono pienamente ed ideologicamente con quel senso comune in cui – indipendentemente dalla pruderie leghiste – riemerge con forza lo spirito Sabaudo del “noi siamo il motore del paese, gli altri si fottano”.

La crescente asimmetria sociale, economica, politica del nostro paese viene poi incentivata dal bulldozer “europeista”, che segue la stessa logica, legando al suo “nucleo duro” solo le regioni più ricche mentre precipita nelle periferie d’Europa quelle più povere.

Per gestire questa escalation delle disuguaglianze sono necessari autoritarismo e ideologia, non bastano più le slide e le smorfie d’avanspettacolo. Manganelli, leggi, visioni che si pretendono incontestabili e assolute. Da monarchia sabauda, appunto.

A questo servono i Minniti e le Gabanelli.

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L’accordo infame sui migranti mostra la ferocia di una Ue irriformabile

A me l’accordo sui migranti dei governi della Unione Europea fa ribrezzo. Prima di tutto per l’infamia di un progetto che, come fu detto dagli autori dello sgombero di Roma, serve a far sparire le persone, non a risolvere i loro e i nostri problemi. Lo scopo di tutta l’operazione è costituire campi di concentramento di migranti, chiamati ipocritamente hotspot, in piena Africa, impedendo così alle persone di giungere ai confini dell'Unione Europea. Naturalmente per fare questo bisognerà costruire basi militari, inviare soldati, corrompere ancor di più governanti già abbondantemente corrotti, pagare lautamente le bande di tagliagole che sul traffico di persone guadagnano.

Alla fine il costo per noi sarà ben superiore ai 35€ al giorno per persona dell’accoglienza. Al governo turco di Erdogan la UE versa 6 miliardi perché fermi, con i suoi metodi, i migranti. Costerà moltissimo, però i migranti non li vedremo più, già 18.000 sbarchi in meno, vanta Minniti, che gongola per gli elogi europei ricevuti. Dove sono? Nel deserto in attesa di sparire. Quando Salvini e Renzi dicono “aiutiamoli a casa loro” intendono questo: aiutare chi ci toglie di mezzo il problema, cioè le persone.

E poi ecco la tripla ipocrisia dei governi europei, che non solo nascondono le loro vere intenzioni sui migranti nel solito sproloquio sui diritti umani, ma usano gli sbarchi qui per sbarcare in Africa con un rinnovato colonialismo. Macron è il più sfacciato, ma tutti i principali governi UE cercano di metter piede in Africa, per petrolio, affari, prestigio.

Infine c’è la concordia delle due destre, quella di governo e quella cosiddetta di opposizione, Macron e Le Pen, PD e Lega. Sia chiaro, non mi stupisce il fatto che la Unione Europea che fa gli hotspot in Africa piaccia a tutte e due le destre. L’ho sempre saputo che alla fine sarebbero andate d’accordo. No, ciò che mi colpisce è la capacità che governi e finte opposizioni di destra hanno avuto di monopolizzare l’opinione pubblica, distogliendola dai problemi sociali più gravi e drammatici.

Il lavoro parallelo sulla minaccia migrante, alla fine è riuscito a far credere a tanta gente colpita dalla crisi che la causa dei loro guai fosse in chi sbarcava qui. Tuttavia questo trionfo sui migranti subirà la stessa sorte di quello delle politiche di austerità. Queste ultime hanno distrutto una montagna di diritti sociali e di solidarietà umana promettendo che alla fine ci sarebbe stato di nuovo lavoro e benessere per tutti. Imbroglio. L’accordo sui migranti finirà allo stesso modo. ‪

La UE, i suoi trattati, da Maastricht a Dublino, le sue politiche verso i propri cittadini e verso i migranti, l’austerità, lo stato di polizia, le guerre, sono il problema non la soluzione. La UE non è riformabile, può solo diventare sempre più feroce, verso tutti. Si può cambiare solo con politiche del lavoro e della solidarietà opposte a quelle liberiste in atto. Fuori da questa Unione Europea.

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Reddito di inclusione, un piatto vuoto

Rimaste vuote persino le sedie nella sala della festa del PD di Modena preparate per il comizio del ministro Poletti1, l’ennesimo annuncio dell’istituzione del Reddito di Inclusione Sociale è stato lasciato a Gentiloni. E Gentiloni ha ripetuto le stesse cose che Poletti aveva detto altre volte in precedenza, sempre per annunciare l’istituzione del RIS. Ma c’è un fatto nuovo: entrerà in funzione nel gennaio 2018 e consisterà da 190 a 490 euro mensili per famiglia, a seconda della sua composizione, sempreché abbia un reddito ISEE non superiore a 6 mila euro annui. L’erogazione avrà la durata di un anno e sarà condizionata alla realizzazione di “un progetto personalizzato volto al superamento della condizione di povertà”.

Ci vuole una buona dose di faccia tosta per legare esplicitamente l’assegno a questo obiettivo.

Comunque, le disponibilità di bilancio non basteranno per far fronte a tutte le domande, e sarà data priorità ai nuclei familiari con figli piccoli o in attesa di figli o con disabili o con disoccupati con più di 55 anni. Così che, anche formalmente, perderà il carattere di un reddito minimo di inserimento rivolto al superamento della povertà, bensì una misura di intervento su condizioni specifiche.

Resta un buon passo in avanti per l’Alleanza contro la povertà, con le sue 37 organizzazioni coalizzate tra cui le ACLI e le tre confederazioni sindacali. Rientra nel suo obiettivo di realizzare l’intervento nel tempo, tenendo conto della buona volontà del governo. Nel progetto dell’Alleanza c’è scritto testualmente: “si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po' meno peggio’ sino a rivolgersi – a partire dal quarto anno – a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.

Però, affinché questo avvenga, occorre correggere atteggiamenti e comportamenti dei nuclei che ‘sperimentano’ la povertà assoluta, obbligandoli a sottoscrivere un ‘patto di integrazione’ che attribuisce ad un funzionario (definito case manager) la gestione del nucleo familiare, e un ‘patto di servizio’ che obbliga tutti i componenti attivi a lavorare, gestiti da un funzionario del Centro per l’impiego, che lavorerà di intesa con il case manager.

Le confederazioni sindacali sono schierate dietro questo scandaloso progetto; nessuno a sinistra lo denuncia. Ci sono però vivaci gruppi di base cattolici della ‘Rete dei numeri pari’ che cercano di contrastarlo promuovendo il rilancio di una campagna per un ‘reddito di dignità’ volto ad affrontare la povertà relativa in cui versano oltre 8 milioni di persone. L’obiettivo è analogo a quello del ‘reddito di cittadinanza’ del Movimento Cinque stelle, ma rimuovono quelle forme di condizionalità al lavoro coatto che lo caratterizzano, che introdurrebbero surrettiziamente in Italia il famigerato Hartz IV2.

Note
1 http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/29/poletti-lincontro-alla-festa-dellunita-di-modena-e-un-flop-sala-deserta-e-sedie-vuote-per-il-ministro-del-lavoro/3823486/

2 cfr. G. Commisso e G. Sivini. Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Asterios luglio 2017.

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