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giovedì 6 luglio 2017

La trappola libica, le ferite che non passano

La discussione pubblica sui migranti che sbarcano, i rapporti con la Libia (quale delle tante?), le scelte dell’Unione Europee, il vicolo cieco in cui è infilato il governo italiano, la retorica sull’”accoglienza” che si trasforma in politiche securitarie apertamente razziste... Tutto un bailamme di parole in libertà che impediscono di capire la portata del problema, le responsabilità storiche (il presente è il risultato di quel che è stato fatto in passato), le possibilità concrete di impostare scelte al tempo stesso intelligenti e umane (ne abbiamo le scatole piene di ragionieri che trattano gli esseri umani come unità di conto, in stile Aushwitz).

Poi arriva un analista informato, lucido e impietoso – IlSole24Ore non lo licenzia forse perché ha la responsabilità di fare consulenza realistica per le imprese associate a Confindustria, sconsigliando così gli investimenti troppo rischiosi – e mette in fila tutti i tasselli necessari a orientarsi in un caos altrimenti inestricabile.

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La trappola libica, le ferite che non passano

Perché siamo nei guai? L’Italia in Libia nel 2011 ha dovuto accettare il bombardamento di Gheddafi e sotto la minaccia che venissero colpiti i terminali Eni si è accodata ai raid aerei. Ha perso così il suo più importante alleato nel Mediterraneo con cui aveva firmato un trattato cinquantennale soltanto sei mesi prima, legato dal cordone ombelicale di un gasdotto. Si è trattato della più devastante sconfitta dalla seconda guerra mondiale, inferta da una coalizione franco-anglo-americana, cioè da presunti alleati che hanno poi abbandonato la Libia al suo destino salvo poi flirtare con il generale Khalifa Haftar, con l’Egitto e bombardare l’Isis, senza però dimostrare la minima intenzione di riportare la Libia ai suoi confini originari.

Le frontiere dell’Italia sono affondate sulle coste della Sirte e i confini Schengen si sono dissolti nel Sahel. Adesso l’Unione corre debolmente ai ripari dopo anni di anarchia alle frontiere libiche che sono diventate pure quelle dell’Europa. Per fermare la rotta balcanica dei profughi sono stati promessi 6 miliardi di euro a Erdogan accettando che diventasse una sorta di autocrate mediorientale, non il candidato all’ingresso nell’Unione. E oggi l’Austria, presa a schiaffi da Ankara sul partenariato della Nato, schiera i corazzati al Brennero. L’impressione è che i membri dell’Unione alzino la voce senza esprimere la minima comprensione del problema che va ben oltre i migranti di oggi ma riguarda la stessa possibile disgregazione dell’Europa. L’Italia dopo Gheddafi è stata vista come un Paese sconfitto e che per di più non ha saputo reagire alla frantumazione della Libia puntando sui cavalli sbagliati. La Francia intanto è intervenuta in Africa e in Mali quando i suoi interessi sono stati minacciati.

Non c’è da stupirsi della mancata solidarietà europea: potrebbero i francesi, gli inglesi o gli americani ammettere di essersi sbagliati a eliminare Gheddafi accettandone le conseguenze? Il dittatore libico, come ha detto un rapporto dello stesso Parlamento britannico, non sarebbe mai caduto senza un intervento esterno. Dobbiamo stare molto attenti con alleati del genere perché sono gli stessi secondo i quali Assad era già finito sei anni fa. Abbiamo partecipato a missioni all’estero, dall’Iraq all’Afghanistan, che sono servite a ben poco ma non siamo stati in grado di difendere i confini reali e della nostra geopolitica. Tutto il resto sono chiacchiere. Tocca a noi decidere che cosa vogliamo fare del nostro presente e forse anche del nostro futuro, cosa non facile per un Paese che per 70 anni si è cullato sotto l’ombrello americano e della Nato.

Alberto Negri per IlSole24Ore

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