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mercoledì 26 luglio 2017

La Francia sfratta l’Italia dalla Libia

Qualche tempo fa, in merito alla crisi libica (punto nevralgico della vicenda migranti, rappresentando il punto d’approdo dei corridoi aperti dall’Africa Centrale verso il mare – vedi vicenda Niger – ) ci era capitato di scrivere questo testo:

Come si è mossa (stupidamente) l’Italia:

Qualsiasi esecutivo, dotato di un minimo senso di realpolitik, si sarebbe mosso con i piedi di piombo nel mutato contesto internazionale.

Ormai da tempo è emerso come Faiez Al-Serraj, appoggiato dall’Italia che continua a puntare su di un ipotetico governo di solidarietà nazionale, controlli solo qualche edificio di Tripoli e che le milizie siano libere di fare il bello ed il cattivo tempo nella capitale. Insistere nell’appoggio al ridicolo “governo d’unità nazionale”, è non solo ridicolo, ma addirittura controproducente per gli interessi italiani.

Il premier Paolo Gentiloni ed il Ministro degli Interni Marco Minniti, due prodotti dell’establishment atlantico uscito clamorosamente sconfitto alle elezioni americane dell’8 novembre, hanno invece la brillante idea di muoversi come se nulla fosse cambiato, col risultato di aumentare esponenzialmente i danni alla già traballante posizione dell’Italia nel Mediterraneo. Gli esiti dell’azione del duo Gentiloni-Minniti sono così catastrofici che, ex-post, c’è da chiedersi se un un sano vuoto di potere a Roma non fosse e non sia preferibile.

L’Italia non solo continua così con l’appoggio al ridicolo “governo d’unità nazionale”. Non pago, Minniti (che pare svolgere contemporaneamente il compito di ministro dell’Interno e degli Esteri essendo il titolare della Farnesina impegnato nella eterna campagna elettorale del suo collegio di Agrigento) avvalla in contemporanea la riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli, chiusa dal 2015: “Libia, riapre l’ambasciata italiana a Tripoli” scrive la Repubblica, che etichetta la mossa di Minitti come “una scommessa rischiosa”7.

Il termine più adatto non è però “rischiosa”, ma semplicemente “idiota”: il governo Gentiloni, del tutto incapace di comprendere i mutamenti internazionali in atto, aumenta le puntante in Libia e lo fa scommettendo tutto il capitale politico italiano sulla fazione politicamente più debole, con l’effetto collaterale, tutt’altro che secondario, di alienarsi le simpatie del governo di Tobruk e di Khalifa Haftar, sempre più forti dopo il sostegno russo e la vittoria di Donald Trump.”

Oggi si è mossa la Francia:

Libia, Macron annuncia l’accordo tra Serraj e Haftar: cessate il fuoco ed elezioni in primavera L’intesa raggiunta nel pomeriggio al castello di La Celle- Saint-Cloud, alle porte di Parigi. Nella dichiarazione congiunta, l’impegno a fermare i combattimenti e ad avviare processo per voto nel 2018.

Naturalmente non tutto è risolto: anzi, a nostro giudizio , per dare reale consistenza all’accordo sarebbe necessaria una conferenza di pace con USA, Russia ed Egitto.

Almeno però, notata l’assoluta assenza dell’ONU che ormai ha abdicato a qualsiasi ruolo anche soltanto di mediazione diplomatica, ci si è mossi in una direzione realistica e non stupidamente come ha fatto l’Italia in questi anni parteggiando per la parte più debole e meno in grado di rappresentare un soggetto in grado di affrontare la crisi politico-militare libica.

Alla fine si dimostrano due cose:

1) L’assoluta assenza di una politica estera dell’Italia (e l’inutilità di Lady PESC voluta come fiore all’occhiello dalla solita propaganda del fu governo Renzi). Pensiamo al Ministro dell’Interno che va in Libia con i sindaci per fare i gemellaggi con i sindaci delle oasi del deserto. Cose da ridere se non ci fosse da piangere.

2) La gravità di questo stato di cose così come si presenta richiederebbe, se verificate seriamente, urgenti dimissioni del Governo per manifesta incapacità.

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La vera storia dell’”attentato” all’ambasciata israeliana in Giordania

Non c’è stato nessun attentato all’ambasciata israeliana in Giordania. E nessuno ha tentato di accoltellare la guardia della sede diplomatica ad Amman. Lo riferiscono giornali locali e i familiari di una delle vittime giordane, Bashar Hmarneh, medico ortopedico di fama appartenente ad una famiglia che conta nel tessuto sociale giordano. Colpito da vicino mentre cercava di soccorre l’altra vittima, Mohammed al Jauadeh, falegname freddato per un semplice sospetto dalla sicurezza israeliana.

La storia, raccontata da testimoni, rivela che Mohammed si trovava in quel luogo in quanto, contattato dal medico, era andato a montare una camera da letto in un appartamento che si trova nello stesso palazzo dove c’è la residenza dell’ambasciatore israeliano.

Mohammed non sapeva di essere vicino alla residenza diplomatica. Terminato il suo lavoro ha chiamato il padre, dicendogli di aver finito e che quindi sarebbe tornato a casa. All’uscita è sorpreso di vedere un addetto alla sicurezza, il quale, armato, lo fissa negli occhi e gli chiede cosa avesse nella cassetta degli attrezzi. Nasce un battibecco fra i due e l’uomo della sicurezza spara due colpi e lo uccide. Il medico, sentiti i colpi, corre verso Mohammed cercando di prestargli i primi soccorsi, e di nuovo la guardia spara anche contro il medico, il quale, ferito gravemente, muore in ospedale.

In seguito le forze dell’ordine giordane intervengono, assediano la sede diplomatica, chiedendo la consegna della guardia che ha sparato. La procura giordana apre un’inchiesta, sollecitata dalla pressione popolare, che rivendica giustizia per i due cittadini giordani.

Il primo ministro Netanyahu ha telefonato all’ambasciatrice israeliana e ai responsabili della sicurezza, rassicurando che l’agente non può essere interrogato in quanto gode dell’immunità stabilita dagli accordi reciproci stabiliti tra le parti.

Il responsabile della sicurezza israeliana si trova in queste ore ad Amman alla ricerca di un compromesso, che possa salvare capra e cavoli. Netanyahu, immerso nei suoi problemi personali con i tribunali israeliani per le accuse di corruzione e pressato dalla situazione incandescente a Gerusalemme, si trova ad affrontare proprio ora una difficile situazione con la Giordania, che ha la tutela sui luoghi sacri dell’islam in Gerusalemme.

Il Re della Giordania, Abdallah II, anche lui preso tra due fuochi, cioè la pressione popolare da una parte e la sovranità dello Stato dall’altra, non può permettersi che la sicurezza israeliana possa aprire il fuoco per un semplice sospetto uccidendo due suoi cittadini. Ovviamente non può e non vuole rompere le relazioni con Israele. Si troverà un compromesso?

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Giovedì 27, libere/i tutti. Presidio all’ambasciata tedesca

La stampa non se ne occupa. Ma Alessandro, Emiliano, Orazio, Maria, Fabio, Riccardo sono ancora detenuti ad Amburgo.

Sono in carcere per aver manifestato contro il #G20, vittime di una UE sempre più securitaria e repressiva, e della folle gestione della Polizia di #Amburgo.
 

Giovedì 27 luglio alle 16 a Roma vi chiediamo di essere presenti al presidio – conferenza stampa che terremo davanti all’ambasciata #tedesca (via San Martino della Battaglia/piazza Indipendenza) per chiedere la loro liberazione.
 

Non ci fermeremo finché non saranno liber@ tutt@.
 

Se toccano un@ compagn@, toccano tutt@.

#liberitutti #liberetutte


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Libia - Intesa francese tra Haftar e Sarraj

di Chiara Cruciati 

Una stretta di mano, stavolta a favore di telecamere, e un documento congiunto di dieci  punti: è il risultato dell’intervento a gamba tesa della Francia sulla crisi libica. Il neo presidente Macron riesce dove l’Italia – che ha “snobbato” Tobruk – ha fallito: ha fatto incontrare il primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli al-Sarraj e il generale Haftar, capo dell’esercito della Cirenaica.

I due, ieri a Parigi, hanno firmato un’intesa che ha al centro il cessate il fuoco e le elezioni nazionali entro la prossima primavera. Che un simile accordo regga resta da vedere visti i precedenti fallimenti, dovuti sia alle precondizioni delle due parti che all’effettiva incapacità di controllare l’intero territorio libico, diviso in una miriade di autorità diverse, clan, tribù e città-Stato.

Ma l’impatto simbolico del punto segnato da Parigi è significativo: la Francia, finora considerata – a ragione – ostacolo alla pacificazione si presenta come mediatore della crisi. “Oggi la causa della pace in Libia ha fatto un grande progresso”, ha detto Macron a margine di un incontro a cui Roma non è stata invitata, né tanto meno informata per tempo.

 Il presidente francese ha abbozzato ringraziando in pubblico il premier italiano Gentiloni per il lavoro fin qui svolto. Ma resta lo smacco per un paese investito da Ue, Usa e Onu della gestione della crisi libica e scavalcata ora dalle stesse Nazioni Unite del nuovo inviato Salame. Lui, nel castello di La Celle-Saint Cloud alle porte della capitale francese, era presente.

 Secondo dei dieci punti della dichiarazione congiunta di Tripoli e Tobruk è la tregua, l’impegno a “evitare il ricorso alla forza armata per qualsiasi motivo che non sia di anti terrorismo”. Primo punto, invece, è un’affermazione politica: “La soluzione della crisi libica non può essere che politica e passare per un processo di riconciliazione nazionale che unisca tutti i libici, compresi tutti gli attori istituzionali, della sicurezza e militari pronti a prendervi parte pacificamente e che includa il ritorno in sicurezza di tutti gli sfollati e i rifugiati”.

Al terzo punto le due parti si impegnano alla costruzione “di uno Stato di diritto in Libia, che sia sovrano, civile e democratico”. Il quarto punto fa riferimento all’accordo politico di dicembre 2015, siglato in Marocco sotto l’egida Onu, con cui è stato creato il governo di unità, ufficialmente mai riconosciuto dal parlamento ribelle di Tobruk. Nessun riferimento all’articolo 8, attaccato da Haftar e alla base dei precedenti fallimenti perché riconosce autorità sulle forze armate al potere civile, ovvero al premier.

Ora la parola passa ai fatti, alla riconciliazione effettiva che dovrà coinvolgere anche le milizie alleate di una o dell’altra parte e in molti casi tra loro ostili. Come le Brigate di Misurata, riferimento a singhiozzo di Tripoli, sotto il quale si sono poste per convenienza in alcune operazioni (come quella anti-Isis di Sirte), ma presto tornate all’autogoverno. Ci sono poi gli uomini legati all’islamista Ghwell, ex premier tripolino, oggi capace di controllare parte della capitale e spiana nel fianco di al-Sarraj. E infine le tribù e i clan che operano nel Fezzan, di cui non tutte riconoscono un’autorità esterna alla propria.

Ad emergere dall’incontro di Parigi, dunque, non è tanto l’accordo in sé quanto il protagonismo francese. Che ha degli obiettivi precisi (lotta ai flussi migratori e energia) e che passa per l’uomo più forte del complesso scacchiere libico, quel generale Haftar che l’Italia non ha saputo o voluto avvicinare ma che è chiaramente fondamentale ago della bilancia. Molto di più del debolissimo al-Sarraj. Proprio su questo ha giocato Parigi, sui timori strutturali di Tripoli che gode oggi solo dell’endorsement internazionale ma non controlla quasi nulla sul campo e sulla figura di Haftar, già ampiamente sostenuto dietro le quinte con unità speciali francesi.

 E se già si parla di progetti francesi di corridoi militarizzati nel deserto, al confine sud della Libia con Niger e Ciad, per bloccare a monte i migranti, di certo Macron ha gli occhi puntati sulle ricchezze del paese, le stesse che mossero – insieme alle iniziative pan-africane di Gheddafi, troppo lontane per l’Occidente dalle mire coloniali classiche – l’allora presidente Sarkozy e la missione Nato del 2011. Ovvero il petrolio libico, con la Total alla porta che punta allo strapotere dell’Eni, e la ricostruzione di un paese devastato da sei anni di conflitti

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Odio. Come ti privatizzo anche la censura

La senatrice del PD Filippin, con il concorso entusiasta di berlusconiani e centristi, ha presentato una legge per rimuovere le notizie scomode. Se la legge passasse, qualsiasi potente e prepotente di turno potrebbe rivolgersi al Garante della Privacy, che in cinque giorni cancellerebbe dalla rete e da qualsiasi altro luogo quella notizia, quel commento. Così anche la censura verrebbe privatizzata, come tutto il resto, e avremmo un funzionario del governo, questo in realtà è il Garante, che amministrerebbe la libertà di opinione per conto dei poteri forti.

L’avesse fatto il governo venezuelano sentireste che indignazione da parte dei professionisti dei diritti umani altrui. Invece da noi questa legge liberticida va avanti senza particolare scandalo, avvalendosi della copertura della Presidente della Camera e di tutta la compagnia degli indignati contro “l’odio”.

L’on. Boldrini da tempo ha richiesto misure contro le Fake News in rete, con uno strabismo da far invidia ad una ambasciatrice USA degli anni 50.

Così in un paese dove il 98% della stampa è in mano a gruppi di potere industriali e finanziari e dove abbiamo misurato con il referendum costituzionale il pluralismo reale delle tv. In un paese dove il pensiero unico, i suoi dogmi, le sue bugie sono presentati come verità assoluta dai mass media. In un paese dove basterebbe una settimana di verità su giornali e tv per far saltare il palazzo, in questo paese al novantesimo posto nel mondo per la libertà d’informazione, la presidente della Camera e il PD se la pigliano con la rete. Nella quale si annidano certo anche bufale e posizioni ignobili, ma che resta comunque la principale fonte di delegittimazione delle falsità e delle ipocrisie del potere. Che per questo vuole la censura.

Ora vengono messi in campo addirittura i sentimenti, una commissione parlamentare dedicata alla deputata laburista Jo Cox assassinata durante la Brexit, ha chiesto misure contro ogni forma di odio.

Gli odiatori dell’odio partono da veri fatti orribili, persecuzioni, violenze omicidi. Oppure da manifestazioni odiose di sessismo, razzismo e fascismo. Però si fa finta di dimenticare che le leggi per colpire questi reati ci sono tutte e se questo non avviene è per colpa di governi, autorità ed istituzioni, non della carenza legislativa.

Inventarsi ora il generico reato d’odio significherebbe affidare al potere il diritto di giudicare i sentimenti. Perché allora non obbligare per legge all’amore? Io che odio il capitalismo e gli sfruttatori, che faccio mie le parole del grande Edoardo Sanguineti, che scrisse che i poveri dovrebbero tornare all’odio di classe, perché i potenti comunque li odiano; io che odio il potere ingiusto sarò fuorilegge?

Mentre nei luoghi di lavoro i diritti fondamentali delle persone sono cancellati nel nome del mercato, mentre le leggi Minniti colpiscono le opposizioni e le lotte sociali, ora la censura sulle notizie e il reato d’odio dovrebbero anche disciplinare le coscienze.

Scriveva Primo Levi che il fascismo si ripresenta sempre, ma mai allo stesso modo. Sarà per questo che la Presidente della Camera ha accolto con tutti gli onori ed i consensi il presidente del cosiddetto parlamento ucraino, senza riconoscere in lui il fondatore di un partito neonazista. Si vede che, come tutti i potenti, era riuscito a mascherare il suo odio con ipocrisia e malafede.

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Se questa è una Repubblica...

La sorpresa è grande. Ricordavo La Repubblica come un giornale aperto, di sinistra, poco convenzionale. La sorpresa è grande, per chi come me, da anni abita fuori del paese e perde i contatti coi quotidiani italiani. La sorpresa deriva dalla lettura dell’articolo, apparso su Repubblica del 25 luglio, col titolo significativo: L’esodo dei migranti dal Niger all’Italia. E i militari francesi fanno finta di nulla. Una sorpresa che l’articolo conferma e rafforza con una serie di affermazioni che da convenzionali si trasformano in pericolosa sintonia coi venti dominanti del sistema.

L’esodo, il contrasto della migrazione col pretesto del traffico umano, i numeri citati (291 mila migranti) e soprattutto il riconoscimento, dato per scontato, che le frontiere dell’Europa si trovino nel Niger. Questi sono i fattori che giustificherebbero, secondo il giornalista, il giudizio negativo sull’atteggiamento passivo dei militari francesi presenti nella zona. La sorpresa è grande. L’esodo è l’immagine biblica di possibili ‘invasioni’ sulle italiche sponde. L’assunzione della categoria di migranti ‘disperati’, passivi oggetti nelle mani di commercianti e soprattutto la naturalizzazione delle frontiere esteriori dell’Europa, tutto per suffragare il giudizio negativo sui militari francesi.

Le cifre, del tutto improbabili; chi mai ha contato ‘291 mila’ migranti nel 2016 e chi mai ha contato i ‘22 mila’ finora partiti, quando qui, adesso, la migrazione è diventata un atto criminale? Com’è possibile parlare di file di camion pieni di migranti quando nel frattempo, ad Agadez, gli autisti e i ‘passeur’ stanno scioperando per mancanza di lavoro? Perché i militari francesi dovrebbero controllare i transiti di coloro che rischiano strade più pericolose e più onerose a causa delle restrizioni dei viaggi ‘regolari’?

Dovremmo ricordare invece alcune cose che, rasentando la banalità, rappresentano comunque punti di riferimento che il fenomeno migratorio evidenzia. La sorpresa è grande:

- si parla dei migranti come oggetti in mano a trafficanti e non si dice nulla sulle motivazioni che possono spingere a migrare altrove, anche col rischio della vita;

- neppure viene sfiorata l’idea che emigrare ‘regolarmente’ è praticamente impossibile viste le condizioni attuali dei visti d’ingresso;

- la Francia, come l’Italia, bada ai propri interessi;

- c’è un diritto riconosciuto dalla dichiarazione universale dei diritti umani che riconosce il diritto alla mobilità, che implica la possibilità di lasciare anche il proprio paese;

- dovremmo saperne qualcosa, milioni di connazionali hanno lasciato l'Italia...

- il Niger integra lo spazio CEDEAO, l’Africa Occidentale, che prevede la libera circolazione di beni e persone, non ha il diritto di fermare i migranti ad Agadez o Arlit, molto lontano dalle frontiere con Libia e Algeria.

- non tutte le persone che migrano hanno intenzione di raggiungere l’Europa.

In conclusione riaffermo che la sorpresa è grande. E’ l’Europa che non ha capito che il tempo del colonialismo è terminato e che il ‘bastone e la carota’, sintomo della politica occidentale, come affermato dall’autore dell’articolo in questione, ha terminato la sua funzione. La conferma è deludente, non abbiamo capito la direzione della storia e il senso vero della Repubblica.

Niamey, luglio 017

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Guerra aperta nella fibra ottica - Esce Cattaneo, pagano i lavoratori

L’uscita di Flavio Cattaneo è solo l’ultima delle conseguenze della guerra che si sta combattendo su molti fronti attorno a TIM: non solo tecnologica e commerciale ma soprattutto politica e finanziaria.

Sul fronte tecnologico e commerciale, la creatura renziana di Enel Open Fiber, per cablare in ultrabroadband le zone definite “a fallimento di mercato”, rischia di tradursi in un fallimento reale. Aggiudicandosi anche il secondo bando pubblico per la costruzione della rete in fibra ottica dal quale però TIM si è ritirata, decidendo di cablare per conto proprio senza incentivi, rischia di vanificare un finanziamento europeo di oltre tre miliardi che potrebbero diventare inutilizzabili, poiché configurerebbe di fatto un aiuto di stato (un’infrazione prevista dalle leggi europee sulla concorrenza). La situazione di OPEN FIBER diverrebbe estremamente precaria, piena com’è di debiti dopo l’acquisto della società Metroweb per oltre 700 milioni, prezzo gonfiato dopo il rifiuto di TIM di acquisirla.

Sul fronte politico, lo scontro tra Cattaneo e il ministro Calenda è all’arma bianca. É evidente che il netto rifiuto di TIM di partecipare ai bandi INFRATEL e di avviare un piano di cablatura concorrente ha provocato la reazione del Governo che ha scatenato su TIM l’AGCOM e, più di recente, la Guardia di Finanza. Ma il fronte travalica i confini nazionali e si allarga all’Europa. Mentre da anni TIM si è ritirata dallo scenario Europeo, Open Fiber ha nominato nella sede di Bruxelles un manager di punta come Luigi Gambardella, noto esperto lobbista. L’attività di lobby infatti nel settore delle Telecomunicazioni sarà fondamentale nei prossimi mesi per assicurare una più stringente regolamentazione che favorirà un modello di business in cui società come Open Fiber costruiscono e gestiscono le nuove reti in fibra senza competere nel mercato dei clienti finali con altri operatori.

La guerra prosegue sul piano finanziario, in primo luogo nella pesante guerra legale di Vivendi con Mediaset per la mancata acquisizione di Premium, inasprita dagli avvisi dell’Agcom che ha ingiunto al gruppo francese di scegliere tra la maggioranza in Tim o scalare Mediaset entro il 19 aprile del 2018 per risolvere la posizione dominante nel mercato delle Tlc e dei media.

In questo complesso scenario, occorre sempre tenere a mente che il Capitale ha un unico obiettivo, il profitto ma al suo interno soffre aspre guerre tra gruppi finanziari cui seguono tregue e periodi di normalizzazione.

Gli scenari che possono aprirsi ora sono molteplici e tutti possibili. Certamente l’allontanamento di Cattaneo è la prima mossa di Vivendi per dimostrare volontà di distensione verso il Governo italiano.

Quello che è certo è che il capitalismo di rapina non si fermerà qui. Dal trasferimento di ricchezza dei lavoratori, spremuti da anni in nome del contenimento del costo del lavoro, ai manager, oggetto di premi e buonuscite milionarie, intanto si procede con la decisione scandalosa di fare cassa con i nostri sacrifici per spostare, direttamente nelle tasche dell’ormai ex A.D, una indecente buonuscita milionaria: ma davvero il Governo non può impedire tale scempio nel solo nome del libero mercato?

Ai lavoratori dubbiosi sull’efficacia di una opposizione a tutto questo diciamo che occorre:

- rifiutare tutti gli accordi in perdita proposti dall’azienda, che sono solo diminuzione di diritti e “piatti di lenticchie” che non avremo mai: noi non li aiuteremo a stingere ancora più forte il cappio intorno al nostro collo;

- ripartire con la lotta senza tregua;

- rilanciare la nostra proposta di piattaforma per rivendicare e riprenderci tutto il maltolto.

La lotta è la nostra unica speranza per difendere il nostro posto di lavoro e un giusto salario!

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Diagnostica specialistica, si può evitare di attendere anni

Le liste di attesa negli ospedali pubblici, o nei centri convenzionati con il nostro Servizio Sanitario Nazionale, per fare un esame diagnostico, per una visita medica specialistica sono molto spesso interminabili, lunghissime. Noi sappiamo che una persona affetta da patologia deve avere una risposta in tempi rapidissimi, è una questione fondamentale per la sua salute, per la sua esistenza. Non si può quindi attendere che la patologia si aggravi.

La maggioranza delle persone non ha possibilità di rivolgersi a una struttura privata, pagando quindi di tasca propria, per fare una visita medica, o un esame specialistico quali a esempio una TAC, o una Risonanza Magnetica Nucleare, o una Ecografia. La legge parla chiaro e le prestazioni mediche alle quali una persona, un paziente, ha diritto entro tempi sicuri e prestabiliti sono trenta giorni per una visita medica specialistica e sessanta giorni per gli esami diagnostici.

Se questi tempi non vengono rispettati, la persona può e deve pretendere che la stessa prestazione venga prestata dal medico in forma privata, cioè in intramoenia, senza costi aggiuntivi, senza un costo aggiuntivo al ticket che ha già pagato.

Bisogna dire che i limiti temporali di 30 e 60 giorni non sono validi nel caso si tratti di esami d’urgenza, dove non è indispensabile andare al Pronto Soccorso. 

In questi casi le prestazioni devono essere prestate, dal momento della richiesta, entro 24 ore o, a seconda dei casi, entro sette giorni dalla presentazione della richiesta.

 Va specificato che tale richiesta non deve essere fatta per telefono e tanto meno online, ma direttamente allo sportello della struttura ospedaliera; se una persona è affetta da malattie cardiovascolari, o da tumori, il tempo per l’attesa di un esame diagnostico non deve essere superiore ai 30 giorni. Esiste, per il medico che prescrive tali visite, o accertamenti diagnostici, un CODICE DI PRIORITA’.

Codice U cioè urgente per ottenere la prestazione entro le 72 ore.

Codice B cioè breve per ottenerla entro 10 giorni.

Codice D, o differibile, per ottenere entro 30 giorni la visita specialistica, e 60 giorni per gli esami diagnostici.

Codice P per tutto ciò che è programmabile.

Il Decreto Legislativo numero 124/1998 è molto chiaro e il comma 10 fissa in maniera molto precisa le regole per le liste d’attesa. 

«Le regioni disciplinano i criteri secondo i quali i direttori generali delle aziende unità sanitarie locali ed ospedaliere determinano, entro trenta giorni dall’efficacia della disciplina regionale, il tempo massimo che può intercorrere tra la data della richiesta delle prestazioni di cui ai commi 3 e 4 e l’erogazione della stessa. Di tale termine è data comunicazione all’assistito al momento della presentazione della domanda della prestazione, nonché idonea pubblicità a cura delle aziende unità sanitarie locali ed ospedaliere.» 

L’articolo 3 al comma 13 così specifica: 

«Qualora l’attesa della prestazione richiesta si prolunghi oltre il termine fissato dal direttore generale ai sensi dei commi 10 e 11, l’assistito può chiedere che la prestazione venga resa nell’ambito dell’attività libero-professionale intramuraria, ponendo a carico dell’azienda unità sanitaria locale di appartenenza e dell’azienda unità sanitaria locale nel cui ambito è richiesta la prestazione, in misura eguale, la differenza tra la somma versata a titolo di partecipazione al costo della prestazione e l’effettivo costo di quest’ultima, sulla scorta delle tariffe vigenti. Nel caso l’assistito sia esente dalla predetta partecipazione l’azienda unità sanitaria locale di appartenenza e l’azienda unita’ sanitaria locale nel cui ambito è richiesta la prestazione corrispondono, in misura eguale, l’intero costo della prestazione.» 

Come si legge tutto è abbastanza chiaro e vantaggioso, questa regolamentazione è conosciuta da pochi e né ospedali, né tantomeno strutture ASL tendono a chiarire e informare le persone dei loro diritti. La persona, il malato in causa, deve presentare una domanda, una richiesta fatta semplicemente in carta semplice per “prestazione in regime di attività libero-professionale intramuraria”. Tale richiesta va indirizzata al Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria di appartenenza. La richiesta, dove si forniscono anche i propri dati, deve specificare se si tratta di visita specialistica, o di un preciso esame diagnostico, e riferire che il CUP ha comunicato l’impossibilità di effettuare la prenotazione richiesta (indicare esattamente la data ricordandovi i tempi prescritti per le visite e per gli esami dignostici), specificando che la prestazione ha carattere di urgenza.

Ricordate (repetita iuvant) che tale prestazione deve essere a carico del Servizio Sanitario Nazionale ai sensi del Decreto Legislativo 124/1998 articolo 3 comma 3, chiedendo una immediata comunicazione. In mancanza di prenotazione nel regime di attività libero-professionale intramuraria il malato, la persona effettuerà tale prestazione privatamente, e farà il preavviso per una successiva richiesta di rimborso alla ASL.

Nel caso che tale visita o esami diagnostici abbiano carattere di urgenza e il malato non possa attendere, la persona, il malato DEVE IMPORSI e chiedere alla struttura ospedaliera che gli venga garantita una visita specialistica medica in intramoenia, SENZA IL PAGAMENTO, OLTRE AL TICKET, DI ALCUNA ALTRA SOMMA DI DANARO.

In caso contrario il malato può rivolgersi privatamente chiedendo, in seguito, il rimborso dell’ASL.

Per presentare la vostra istanza al Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria oppure all’Azienda Ospedaliera si dovrà compilare un modulo simile al seguente e spedirlo con raccomandata.

*****

Al Direttore Generale
dell’Azienda Sanitaria (o Ospedaliera)………

Oggetto: Istanza per prestazione in regime di attività libero-professionale intramuraria.

Il sottoscritto ………………, nato a ……….. il……………, residente a …………….., in Via ……………., Cod. Fisc.: ….. Premesso-‐che in data ….. gli è stato prescritto il seguente accertamento diagnostico (o visita specialistica): ………;

- che in data … il CUP ha comunicato l’impossibilità di prenotare la prenotazione richiesta prima del ……;

- che in data …………. con lettera raccomandata ricevuta il ………………………., il sottoscritto richiedeva che la prestazione richiesta venisse resa in regime di attivitàlibero-professionale intramuraria con onere a carico del SSN ai sensi del D.Lgs. 124/98, art. 3, comma. 13;

- che a tale richiesta codesta Azienda non ha dato alcun riscontro;

- che la prestazione richiesta, per la sua natura di urgenza incompatibile con i tempi di attesa previsti, si è dovuta effettuare privatamente, in data ……….., presso ………;

- che per la suddetta prestazione il sottoscritto ha anticipato la somma di euro ……come da fattura che si allega;

Chiede
che la somma anticipata gli sia rimborsata da codesta Azienda, al netto di quanto eventualmente dovuto a titolo di ticket.

Luogo e data ……

Firma dell’interessato
Prof. Roberto Suozzi
Medico-chirurgo
Farmacologo Clinico

martedì 25 luglio 2017

Spianata di Al Aqsa, Israele trova in Amman la soluzione

di Michele Giorgio   il Manifesto

La soluzione della crisi innescata dai metal detector fatti installare dal governo Netanyahu sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme potrebbe passare per la conclusione dello scontro diplomatico tra Israele e Giordania seguito alla sparatoria di domenica nell’ambasciata israeliana ad Amman (due giordani uccisi, una guardia di sicurezza ferita)?

In casa israeliana non pochi ieri sostenevano questa ipotesi. E ad accreditarla è stato lo stesso Benyamin Netanyahu che ha inviato suoi emissari ad Amman per «concludere rapidamente» la crisi «e per riportare in Patria il nostro personale» bloccato dalla Giordania decisa ad avviare una inchiesta sulla sparatoria e a trattenere l’agente di sicurezza che ha aperto il fuoco. Il premier israeliano ha detto di aver assicurato all’agente «che lo riporteremo a casa e abbiamo esperienza in materia».

Si è riferito alla crisi esplosa il 25 settembre 1997 quando nel centro di Amman due spie del Mossad che attentarono alla vita del leader politico di Hamas, Khaled Meshal ma furono catturate. Allora Netanyahu era al suo primo mandato da premier e per liberare gli agenti del Mossad accettò di scarcerare il fondatore di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin. Stavolta potrebbe offrire la rimozione dei metal detector e la revoca di altre misure di sicurezza annunciate nei giorni scorsi. Per Israele comunque sarebbe un successo perché oltre a riportare a casa l’agente trattenuto ad Amman, avrebbe anche modo di discutere dello status della Spianata delle moschee solo con la Giordania, già sua partner nelle questioni di sicurezza.

Tuttavia la crisi che appena qualche anno fa si sarebbe risolta rapidamente nella direzione voluta da Netanyahu, ora richiede maggiore attenzione e cautela. Re Abdallah di Giordania, che pure è un alleato di ferro di Israele, deve tenere conto dei sentimenti della popolazione giordana (in buona parte di origine palestinese) scesa in massa nelle strade di Amman e di altre città per gridare la sua protesta per le politiche di Israele sulla Spianata delle moschee e per l’introduzione dei metal detector. La Giordania deve tenere fede al suo ruolo di custode delle moschee di Gerusalemme e non può mostrarsi (troppo) compiacente verso lo Stato ebraico.

Per questo Amman ha adottato una posizione di fermezza e chiesto di poter interrogare la guardia israeliana che oltre a sparare al suo aggressore ha ucciso anche il suo datore di lavoro. Israele invece sostiene che la guardia godrebbe dell’immunità diplomatica. La questione era ancora in alto mare ieri sera. L’emissario di Netanyahu è rientrato a Gerusalemme senza grandi definitivi e secondo il sito Hala Akhbar, vicino alle forze armate giordane, alla guardia israeliana non sarà consentito il rientro a casa sino a quando non sarà interrogata.

A Gerusalemme intanto la mobilitazione palestinese continua. La protesta contro le misure israeliane sulla Spianata, varate dopo l’attacco armato del 14 luglio (due poliziotti uccisi), sta ricostruendo, almeno a livello sociale, l’unità palestinese frantumata dallo scontro tra Fatah, il partito del presidente dell’Autorità Nazionale (Anp) di Abu Mazen e il movimento islamico Hamas. Fuori dalle logiche dei vari partiti, i palestinesi hanno organizzato un efficiente sistema di appoggio alle contestazioni intorno e dentro la città vecchia di Gerusalemme. Un percorso indipendente che non lascia tranquillo Abu Mazen che da un lato fa la voce grossa con Israele – ha sospeso, per la prima volta da quando è al potere, il coordinamento tra i servizi di sicurezza dell’Anp e l’esercito israeliano – e dall’altro teme che la protesta palestinese possa accendere le polveri di una nuova Intifada in Cisgiordania che finirebbe per prendere di mira anche l’Anp. Da parte sua Israele ha lanciato una nuova campagna di arresti dopo l’accoltellamento compiuto venerdì sera da un palestinese nell’insediamento ebraico di Halamish – uccisi tre coloni isareliani – prendendo di mira attivisti e dirigenti di Hamas.

Abulica sino a qualche giorno fa, l’Amministrazione Trump comincia ora a capire i riflessi della crisi per il controllo della Spianata delle moschee e ha inviato a Gerusalemme Jason Greenblatt. Israele intanto sonda il terreno con alcuni Paesi arabi nel tentativo di escogitare una soluzione che da un lato consenta di rimuovere i metal detector e dall’altro salvi la faccia al governo Netanyahu. Ieri sera si attendeva anche l’esito di una seduta d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

AGGIORNAMENTI
ore 15: 45 Leader religiosi palestinesi: “Continuiamo la nostra protesta”

I leader musulmani palestinesi hanno chiesto ai fedeli di continuare a non entrare nella Spianata delle Moschee nonostante Israele abbia smantellato stamane i metal detector.

I capi religiosi hanno chiesto stamattina del tempo per studiare i nuovi provvedimenti messi in campo da Israele: “Noi dobbiamo conoscere tutti i dettagli prima di decidere se pregare all’interno del complesso [dell’Haram al-Sharif] ha detto il mufti di Gerusalemme Mohammed Hussein.

Intervistato dal portale Middle East Eye, l’ex grande mufti di al-Aqsa, Ikrima Sabri, ha detto che “la questione non è stata risolta. Israele ha tolto i metal detector, ma ha messo altri pericolosi ostacoli che cambiano lo status quo nella moschea. Al momento non sappiamo esattamente hanno fatto, che telecamere sono e dove sono. Ma il direttore del Waqf ci sarà un rapporto di tutte le violazioni commesse dalle forze armate israeliane e poi decideremo come continuare la nostra lotta”.

L’invito sarebbe stato condiviso dai fedeli che oggi hanno compiuto le preghiere del mezzogiorno nelle stradine adiacenti alla Spianata.

ore 9:00  Tel Aviv toglie i metal detector ad al-Aqsa, guardia di sicurezza israeliana dell’ambasciata d’Israele in Giordania torna a casa

Israele ha annunciato ieri sera che toglierà i metal detector istallati una settimana fa sulla Spianata delle Moschee e li rimpiazzerà con “tecnologie avanzate” . Secondo la stampa locale, si tratterebbe di telecamere che possono identificare oggetti nascosti. L’esecutivo ha anche detto, però, che il numero dei poliziotti aumenterà finché le nuove misure non saranno implementate. In una nota, il governo ha annunciato che i cambiamenti saranno realizzati in un periodo “di sei mesi”. Stamane all’alba, intanto, operai israeliani hanno tolto uno dei metal detector più contestati: quello presso la porta del Leoni che è stato al centro delle proteste palestinesi.

Il passo indietro di Tel Aviv è stato però ricompensato dal ritorno a casa della guardia di sicurezza che domenica sera aveva ucciso due giordani dopo essere stato attaccato da una delle vittime con un cacciavite. Amman aveva promesso inizialmente di non farlo partire senza prima averlo interrogato, mentre Israele aveva detto che non correva alcun rischio perché aveva l’immunità diplomatica.
La direzione della pubblica sicurezza giordana ha detto che ad aver provocato la sparatoria fuori l’ambasciata israeliana in Giordania domenica è stato un litigio trasformatosi in una lite violenta. Alla base ci sarebbe stato un ritardo nella consegna dei mobili per una stanza da letto.

Il raggiunto compromesso tra Israele e Giordania con la mediazione dell’inviato Usa in Medio Oriente Jason Greenblatt (che ieri ha incontrato Netanyahu) non dovrebbe convincere però i palestinesi e i loro leader che hanno ribadito più volte in questi giorni come l’unica soluzione possibile sia il ritorno agli accordi di sicurezza sul luogo sacro antecedenti al 14 luglio, quando cioè un commando palestinese ha ucciso due soldati israeliani vicino alla Porta dei Leoni.

Mahmoud Aloul, un alto ufficiale di Fatah, è stato chiaro stamane: ogni cambiamento delle precedenti intese sarà considerato “inaccettabile”. “Israele è una forza occupante e bisogna togliere le sue mani dai luoghi sacri” ha detto alla radio Voce della Palestina.

Libia - Lotta neocoloniale tra Francia e Italia

di Francesca La Bella

Il presidente francese Emmanuel Macron ha invitato Fayez al Sarraj e Khalifa Haftar a sedersi nuovamente allo stesso tavolo dopo il vertice di Abu Dhabi dello scorso maggio. Si incontreranno a Parigi oggi, 25 luglio. Un atto, quello del Presidente francese, che potrebbe avere risvolti sia sull’evoluzione della situazione libica sia nei rapporti interni all’Unione Europea.

Dal punto di vista locale la capacità della Francia di mantenere legami con entrambe le fazioni e il supporto all’iniziativa da parte di Egitto ed Emirati Arabi Uniti potrebbero consentire a Macron di essere percepito con un mediatore legittimo anche se più incline alle istanze della fazione orientale. Questo non deve, però, stupire in quanto parte di un processo che investe la maggior parte delle potenze mondiali.

Dopo le vittorie sul terreno del Libyan National Army (Lna) e l’endorsement di Cina e Russia a favore della Cirenaica, la mancata presa di distanze della presidenza statunitense dall’iniziativa francese sembra conformare un quadro in cui la mediazione viene considerata possibile solo laddove risulti accettabile per Haftar e per la Cirenaica. Con il mancato invito della delegazione italiana ai colloqui e data la contingenza temporale dell’incontro, che si svolgerà il giorno successivo al meeting di Tunisi tra i ministri degli interni europei e i loro omologhi africani per la discussione della questione immigrazione in relazione alla situazione libica, la Francia sembra, dunque, voler assumere un ruolo da protagonista nel contesto libico.

L’Italia, da questo punto di vista, sembra essere il paese che potrebbe risultare più danneggiato dal rinnovato protagonismo francese. In questi anni il governo italiano ha cercato di riallacciare i rapporti politici ed economici con la Libia incrinati dalla guerra civile nel paese. La scelta di supportare in maniera incondizionata il governo di accordo nazionale di Al Sarraj per garantire il legame preferenziale tra Tripolitania e Italia e tutelare gli investimenti del capitale italiano nell’area potrebbe, però, dimostrarsi un boomerang.

Il forum sulla cooperazione economica italo-libica svoltosi ad Agrigento ad inizio giugno che ha portato alla firma di nuovi accordi tra il deputato del Consiglio Presidenziale Ahmed Maiteq e il ministro degli Esteri Angelino Alfano aveva esattamente lo scopo di riaffermare la prelazione italiana sulla futura ricostruzione libica e sull’economia del paese una volta finita la guerra.

Allo stesso modo, il viaggio del ministro degli Interni Marco Minniti ambiva a risolvere la problematica dell’immigrazione sancendo nuovi accordi con la controparte libica. Un piano di interventi di capacity building inteso a rafforzare il controllo territoriale del Governo libico e diretto a delegare al paese nordafricano la tutela dei confini europei, bloccando i migranti prima che attraversino il Mediterraneo.

L’attivismo italiano non sembra, però, trovare favore nelle controparti libiche. Il governo della Cirenaica e il generale Haftar hanno mantenuto una certa distanza dalle posizioni italiane condannando più volte l’operato di Roma, considerato irrispettoso quando non di interferenza nelle questioni interne.

Ad oggi si assiste, però, anche ad un raffreddamento dei rapporti con Tripoli. Nonostante incontri e promesse di accordo, alla vigilia dell’incontro di Tunisi, l’Italia potrebbe essere esautorata dal ruolo per cui essa stessa si era proposta. Tra gli interventi previsti nel piano di Minniti per la risoluzione della questione migrazione spicca la creazione e l’assistenza nella gestione di un area di ricerca e salvataggio (Search and rescue-Sar).

Come riporta il Sole 24 Ore, però, sabato scorso a sorpresa il governo libico, in una lettera ufficiale all’Imo (International Maritime Organization), agenzia specializzata dell’Onu per la cooperazione marittima e la sicurezza della navigazione, avrebbe dichiarato di aver definito la propria Sar, delegando la sicurezza della stessa al governo di Malta.

Gli incontri di questa settimana potrebbero definire quale forza europea vincerà la battaglia di influenza nel contesto libico e con essa la possibilità di guadagnare dalla futura ricostruzione. Una ricostruzione che, per essere compatibile con le necessità dell’Europa, dovrò garantire profitti crescenti ed “effetti indesiderati” sempre minori. Quale impatto queste politiche avranno per la popolazione libica o per i migranti transitanti per la Libia non sarà, però, argomento di discussione né a Parigi né a Roma.

AGGIORNAMENTO ore 15:20   Sarraj e Haftar: intesa per un cessate il fuoco. Pronti a lavorare per compiere le elezioni nel Paese

Il premier libico Fayez al-Serraj e il comandante Khalifa Haftar hanno raggiunto oggi un’intesa per un cessate il fuoco nel Paese dicendosi pronti a lavorare per svolgere le elezioni in Libia sotto la supervisione dell’Onu. A rivelarlo è un documento rilasciato dall’ufficio del presidente francese Emmanuel Macron.
In una dichiarazione che l’Eliseo ha successivamente bollato come prematura, Al-Serraj e Haftar, inoltre, hanno promesso di usare la forza soltanto per operazioni di contro-terrorismo.

Prestipino (Pd), e il razzismo profondo della destra al governo

Lo ammettiamo: uno può vivere benissimo senza sapere, e soprattutto senza ascoltare o leggere quel che ha da dire tale Patrizia Prestipino. Purtroppo per noi, la signora/ina è stata nominata da Matteo Renzi nel fondamentale ruolo di responsabile del dipartimento del Partito Democratico “per la difesa degli animali”, e dunque membro della Direzione nazionale.

Amiamo gli animali, e non ci stupisce che anche altri condividano la stessa passione (diffidiamo parecchio del Berlusca con l’agnellino in braccio, ma insomma, non è colpa degli ovini...).

Il problema della signora/ina Prestipino esplode quando prova a spiegare a Radio Cusano Campus come e perché abbia avuto “assolutamente ragione” lo stesso Matteo Renzi quando ha deciso di creare, nel Pd, un “dipartimento mamme”. In effetti, in parecchi si erano lasciati andare a battutacce sulla terribile somiglianza tra questo dipartimento e le analoghe istituzioni d’epoca fascista.

E quindi la Prestipino è accorsa a dare manforte al suo segretario. Ahinoi, confondendo un tantino le caratteristiche umane e quelle animali (che sarebbero il suo campo di competenza, almeno secondo il Pd...).

“Se uno vuole continuare la nostra razza – ha spiegato senza peli sulla lingua – è chiaro che in Italia bisogna iniziare a dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie. Altrimenti si rischia l’estinzione tra un po’ in Italia”.

Consultati diversi genetisti sulla possibilità di definire scientificamente se esistano o no delle “razze” per distinguere gli esseri umani, o addirittura sull’esistenza di una “razza italiana” (siamo un paese dove hanno scorrazzato in tanti, da nord a sud: normanni, turchi, visigoti, unni, vandali, austriaci, francesi, spagnoli, ecc.), c’è tornata alla mente la famosa battuta del più immenso scienziato del secolo scorso. Il quale, interrogato forse da qualche oscuro funzionario di dogana, o da un giornalista, circa la propria “razza” di appartenenza, si limitò a rispondere: “umana”. Si era appena usciti dalla predominanza culturale del nazifascismo e qualche infortunio del genere – nella testa di un’oscura guardia di frontiera – era in qualche misura comprensibile. Ma non scusabile. Lo stesso Albert Einstein provvide a spiegare che la sua risposta era semplicemente scientifica, perché “la razza ce l’hanno i cani”.

Ecco, impegnatissima nella difesa degli amici dell’uomo, la signora/ina Prestipino ha esteso agli umani una caratteristica essenziale dei quadrupedi (o dei volatili, se preferite). Come i nazisti di 80 anni fa (fare un partito “moderno” è complicato, se mancano alcuni strumenti intellettuali essenziali).

Per essere però proprio sicura di non essere fraintesa, miss Prestitpino ha voluto approfondire: “Non ci sono più mamme in Italia, vi rendete conto che siamo il Paese più anziano d’Europa? Siamo un Paese che rischia tra qualche decennio di non avere più ragazzi italiani”.

Qui è difficile difenderla, diciamocelo... Il suo partito è tra l’altro portatore di un disegno di legge sullo ius soli, per attribuire la cittadinanza ufficiale a quei ragazzi che nascono in questo paese a prescindere dal colore della pelle o dal taglio degli occhi. Secondo quella legge – se ne potrebbero scrivere di nettamente migliori, con un piccolo sforzo, ma facciamo finta che sia una “buona legge” – tra qualche decennio ci saranno in ogni caso “ragazzi italiani”. Magari non tutti corrispondenti a quel che, nella testa della Prestipino, sembra l’immagine iconica dell’ariano (biondi, occhi azzurri... calabresi o siciliani, dove li buttiamo?).

Come una Meloni, un Salvini o un Borghezio qualsiasi, insomma.

P.s. Qui di seguito, alcune note tratte dalla rivista Focus.
“Le differenze, evidenti e innegabili, tra gruppi umani che popolano aree diverse del globo risalgono ai primordi della nostra specie; l’idea che queste differenze fisiche, frutto di adattamenti all’ambiente, implicassero anche differenze psicologiche e comportamentali profonde, al punto da poter distinguere (e ordinare) le diverse popolazioni del mondo, è nata solo alla fine del XV secolo, quando il colonialismo portò l’uomo occidentale, e la sua necessità di dominio, in ogni angolo del mondo. Tempo due secoli e i maggiori antropologi dell’epoca cominciarono ad affannarsi a catalogare le presunte razze, e a inventare un criterio valido e universale per distinguerle tra loro. Risultato? Niente di niente.

Mentre la comunità scientifica dibatteva sul nulla, l’idea di “razza” era già diventata il più potente motore della nuova economia coloniale. Il trattamento riservato alle popolazioni africane deportate negli Stati Uniti per ridurle in schiavitù, per esempio, era la diretta conseguenza della loro appartenenza a un’altra razza, considerata intellettualmente inferiore. Nel XVIII secolo, intellettuali di tutto il mondo si appellarono alla cosiddetta scala naturae, l’ordine naturale (gerarchico) di tutte le specie viventi, e collocarono le popolazioni africane un gradino sotto la nostra.

L’antropometria, lo studio e la catalogazione delle misure e delle proporzioni del corpo umano, divenne la stampella scientifica su cui appoggiarsi: ogni razza poteva essere definita da un preciso set di numeri e statistiche, un’idea che non teneva in considerazione i cambiamenti tra una generazione e la successiva, e che eliminava in toto dal discorso l’evidente variabilità all’interno della stessa “razza”.

Bastò ripetere gli studi con un occhio a questi dettagli per capire come l’antropometria fosse basata sul nulla: agli inizi del XX secolo, Franz Boas pubblicò studi che dimostravano quante differenze ci fossero tra una generazione e l’altra della stessa “razza”, e quanto anche i valori medi di certi parametri si modificassero con il passare delle generazioni. Poi arrivò la svolta: la riscoperta delle leggi mendeliane sull’ereditarietà diede il via alla ricerca di tratti genetici puramente ereditari, utili a distinguere le razze tra loro. Ma anche la genetica non riuscì a trovare correlazioni tra razze e geni.

GLI STESSI GENI. Oggi che conosciamo bene il nostro Dna ci rendiamo conto che le nostre differenze non sono nient’altro che sfumature, in termini genetici. A separarci dagli altri esseri umani c’è una percentuale minima del genoma: in media, ogni uomo è biochimicamente simile a ogni altro uomo sul pianeta per il 99,5%, una percentuale variabile secondo la distanza. Inoltre, «ogni popolazione mantiene al suo interno quasi il 90% della variabilità genetica (cioè tutte le varianti dei diversi geni) della nostra specie»; ecco perché stabilire dei confini è un esercizio inutile.

Né vale l’obiezione di chi paragona le presunte razze umane a quelle di cani o cavalli: «Quelle razze sono molto più distinte tra loro di quanto lo siano quelle umane. Tutte le razze di cani, in particolare, sono state selezionate per renderle, per così dire, “omozigoti” rispetto ad alcuni geni, che sono presenti solo in quella razza e la definiscono», mentre tra gli umani la variabilità genetica è maggiore. Le razze, dunque, esistono davvero solo nella nostra testa: quella di distinguere e dividere è un’abitudine umana che risale, storicamente, quantomeno agli ateniesi del V secolo, che classificavano il mondo in “greci” e “barbari”. La visione bipolare del “noi e loro” è comune a tantissime culture, ed è una realtà psicologica che secondo alcuni ha radici profonde nella nostra storia evolutiva.
Insomma, il “razzismo” tra umani è un’invenzione. I cui motivi affondano nella volontà di dominare qualcun altro. E’ più facile farlo se lo connotiamo come untermensch, non proprio umano, di un’altra “razza”.

Vero, miss Prestipino?

Fonte

Vaccini, un decreto politicamente inaccettabile

Il clima avvelenato creatosi intorno alla questione sui vaccini ha fatto sì che il dibattito si dividesse tra favorevoli e contrari quando la questione più grave, al momento, è quella politica e riguarda una delle più grandi operazioni di polizia sanitaria messe in atto nel nostro paese: il decreto Lorenzin. In tanti rivendicano il diritto di essere contrari a questo provvedimento senza per questo dover essere necessariamente etichettati come “no vax” esattamente come coloro che chiedono vaccini monodose, programmi personalizzati e screening pre-vaccinali.

Pochi contestano l’utilità e l’importanza avuta dai vaccini nel corso della storia: insieme al miglioramento delle condizioni igieniche, sanitarie ed alimentari, i vaccini hanno debellato malattie in alcuni casi perfino mortali, migliorando la vita di intere comunità e generazioni.

La falsa emergenza

La presunta emergenza sul rischio epidemie si basa su un mantra ripetuto ossessivamente dai Lorenzin e dai Burioni di turno e ripetuto acriticamente da tutti i media mainstream: saremmo in presenza di un presunto “crollo” del numero di vaccinati con conseguente copertura media ben al di sotto della fatidica soglia del 95%. Una mezza bugia visto che il calo è nell’ordine di circa un 2,5% medio ma solo se si raffronta il 2015 al 2012. Il dato è invece invariato se guardiamo al 2002 e addirittura superiore rispetto al 2000 (1).

Questo presunto “crollo” della copertura vaccinale viene per di più valutato sulla base di dati incompleti e, quindi, sostanzialmente errati. Un gruppo di epidemiologi il cui primo firmatario risponde al nome di Massimo Valsecchi, già Direttore del Dipartimento Prevenzione ULSS 20 di Verona, nonché Componente della Commissione Nazionale di verifica dell’eliminazione del morbillo e della rosolia (insomma, tutt’altro che un “no-vax”), mette in luce un elemento del tutto assente nel dibattito pubblico: il metodo di calcolo della copertura vaccinale. La leggera diminuzione di coperture segnalata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e il mancato raggiungimento della soglia del 95% si basano infatti su un rilevamento che viene effettuato fino al 23° mese di vita e che non consente di cogliere un trend sempre più crescente: la scelta dei genitori di sottoporre i propri figli alle vaccinazioni molto più tardi rispetto a quanto previsto dal calendario. Sempre più genitori pensano infatti che non abbia senso vaccinare a 2 mesi per il tetano o l’epatite B: la prima malattia è trasmissibile solo per mezzo di spore presenti nelle feci animali, attraverso il morso di un animale o una ferita profonda soprattutto se contaminate con terriccio; la seconda attraverso il sangue e i liquidi biologici dei soggetti infetti (sangue, latte materno, sperma, secrezioni vaginali). Proprio il non-senso di vaccinare per queste due malattie un bambino che vive ancora in culla, sta portando molti genitori a richiedere la possibilità di vaccini monodose in modo tale che essi possano essere somministrati più in là con l’età. Tetano ed Epatite B, infatti, sono all’interno dell’esavalente che la prassi vaccinale consiglia di assumere a soli 60 giorni di vita. Insomma, la sola misurazione delle coperture a 23 mesi non fa numero e confonde un “ritardo vaccinale” con una “mancata adesione” (2).

L’allarme sui vaccini è stato alimentato inizialmente da una presunta emergenza, quella della meningite, che perfino lo stesso ISS ha definito puramente “mediatica”(3). Da lì si è arrivati alla stesura del decreto, che inizialmente prevedeva 12 vaccinazioni obbligatorie in un secondo momento ridotte a 10 e somministrabili tutte in soli due dosi (un esavalente e un tetravalente). Le due soppresse? Proprio quelle per cui era scattata l’emergenza: l’anti-meningococco B e l’anti-meningococco C, due dosi singole, il primo ancora sperimentale (significa che gli stessi produttori non conoscono ancora il reale rapporto rischi/benefici) (4). Dopo l’emergenza mediatica per la meningite è scoppiata quella per il morbillo. 25.197 casi dal 2000 al 2016 (una media di poco meno di 1.500 casi l’anno) e 4 morti (3 nel 2002 e 1 nel 2008) sono un numero che non sembra giustificare un allarmismo come quello che si è verificato in questi ultimi tempi. Alcuni si appellano alle ricadute in termini di costi di spesa sanitaria ma allora che dire del tabacco che nello stesso periodo ha causato 83.000 morti per tumore al polmone (senza considerare coloro che sono riusciti a levarci le gambe)? (5). Non sarà che il morbillo è una priorità e il tabacco no perché lo Stato sul morbillo non ci guadagna e sul tabacco sì?

I vaccini monodose

La ministra Lorenzin ha più volte detto che la priorità è la salute della collettività. Eppure, quando in aula pochi giorni fa è stato approvato il decreto, di fronte alla richiesta di monodose vaccinali ha candidamente ammesso che non sono possibili in quanto le multinazionali del farmaco non hanno interesse a farle (6). Perché il monodose, malgrado i media mainstream titolino il contrario, non è passato: il Senato ha approvato l’emendamento che prevede l’uso del monodose solo per i soggetti già immunizzati per una delle malattie presenti in formulazione combinata. E cosa accadrà per i soggetti già colpiti ad esempio da morbillo, parotite o rosolia visto che nessuno di questi tre vaccini (unificati nel trivalente MPR o nel tetravalente MPRV) è previsto in dose singola? Oltretutto la disponibilità di vaccini monodose (magari prodotti direttamente dallo stato stesso come accade a Cuba) permetterebbe l’ampliamento dell’offerta e la probabile adesione ad alcuni dei vaccini disponibili da parte di una consistente parte della popolazione che magari nutre dubbi e perplessità sull’offerta così come viene imposta adesso (ricordiamo che ad oggi non c’è alcuna epidemia in corso).

L’aspetto più prettamente politico

Per dare un’ulteriore prova della follia (e della sostanziale inapplicabilità) di questo decreto così com’è stato scritto, ricordiamo che le vaccinazioni obbligatorie riguardano i bambini fino al 16° anno di età. Se però si prende il bugiardino del nuovo esavalente, Hexyon, si legge che “La sicurezza di Hexyon nei bambini di età superiore ai 24 mesi non è stata studiata in studi clinici” (8). Anche il vaccino tetravalente, Priorix Tetra, prevede la somministrazione non oltre il 12° anno di età (9). Quindi?

Se il decreto è stato approvato al Senato è anche perché chi era tendenzialmente contrario è stato convinto a cambiare idea. È il caso di Forza Italia, che in cambio della possibilità di prenotare il vaccino in farmacia (il partito di Berlusconi chiedeva addirittura che le farmacie avessero la possibilità di somministrare i vaccini, con tutte le indennità che ne sarebbero derivate) ha votato a favore. E ovviamente è un caso che il senatore di Forza Italia Andrea Mandelli sia anche presidente dell’Ordine dei farmacisti.

Ma ciò che rende intollerabile un dispositivo quantomeno sproporzionato e cervellotico è l’aspetto puramente politico. Per prima cosa prendiamo il divieto, per i bimbi non vaccinati, di frequentare i nidi e le materne, che già di per sé è un’aberrazione: come se il rischio-contagio sparisse e non si riproponesse al parco pubblico, in piscina o al parco giochi. E con i bambini stranieri che vengono in Italia da turisti come la mettiamo? È davvero necessario escludere da nidi e materne i bambini non vaccinati per malattie come la poliomielite che in Europa non esiste più o il tetano che non si attacca? Ha peggiori ricadute sul piano sociale la mancata vaccinazione o il divieto di accesso a nidi e materne con tutto quel che ne consegue?

Per seconda cosa pensiamo alla sanzione pecuniaria, che rende questo decreto anche classista dal momento che chi potrà permettersi di pagare non vaccinerà i propri figli: lo stato risolverà un’emergenza di salute nazionale con una multa. E l’emergenza-morbillo, gli immunodepressi, l’immunità di gregge? 500 euro l’anno a figliolo e il problema è risolto.

Terzo aspetto: quest’obbligo, che ha tutti i crismi di un trattamento sanitario obbligatorio di massa, apre il campo a tutta un’altra serie di possibili false emergenze.

Glaxo, Ministero e bustarelle, relazioni strettissime

L’esavalente più impiegato è prodotto dalla casa farmaceutica Glaxo Smith Kline. Responsabile delle politiche vaccinali per il ministero della Salute è Ranieri Guerra, già consigliere d’amministrazione del cda della Fondazione Smith Kline (10). Un palese conflitto di interessi poiché Guerra, firmando tutti i provvedimenti sui vaccini anziché astenersi, ha di fatto contravvenuto all’articolo 323 del Codice penale (10). Guerra, che come ha denunciato Il Fatto Quotidiano il 30 settembre 2014 è entrato nel Ministero con un concorso cucitogli su misura (11), fa giusto in tempo ad accompagnare la Lorenzin alla Casa Bianca in occasione del Global Health Security Agenda (GHSA). In quell’occasione, l’Italia viene designata come capofila delle politiche vaccinali mondiali. Insieme a loro Sergio Pecorelli, allora potentissimo presidente dell’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco che determina i destini e i business delle case farmaceutiche, che i bene informati dicono abbia svolto un ruolo decisivo nella scelta. Pecorelli, secondo quanto emerso dopo una serie di accertamenti interni alla stessa AIFA, svolgeva attività in due fondazioni ed era presente nell’advisory board di una società di venture capital che sui farmaci ha investito qualcosa come 40 milioni di euro. Un conflitto di interessi grande come una casa che ha costretto l’AIFA, a seguito di un’indagine interna, a sospenderlo dall’incarico col massimo della sanzione, il livello 3, per il quale non è più possibile svolgere nessuna attività all’interno dell’agenzia regolatoria. Tra le accuse mosse a Pecorelli anche quella di aver ricevuto 80 mila euro da alcune case farmaceutiche in cambio di una pubblicazione “addomesticata” sui vaccini.

Infine come non ricordare la storia di Pasqualino Rossi, incaricato di occuparsi della nostra sicurezza alimentare, dei farmaci e dei vaccini a Bruxelles? La nomina di Rossi viene suggerita da una commissione interna alla ministra Lorenzin, a cui spetta l’approvazione finale. Rossi, assunto nel ‘98 dal ministero della Salute come direttore medico, si occupa di farmaco vigilanza, e negli anni diventa un importante dirigente dell’AIFA. Proprio in questa veste, nel 2008, dopo due anni di indagini, viene arrestato dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello per corruzione insieme ad altri funzionari pubblici e dirigenti di società di intermediazione nel settore farmaceutico. Nelle 400 pagine che spiegano il provvedimento, il Gip di Torino scrive: “Da quanto emerso, si registra una totale assenza nel Rossi dell’interesse per la tutela della salute pubblica”. Per conto dell’AIFA si occupa delle procedure di valutazione e autorizzazione dei farmaci presso l’agenzia del farmaco internazionale ma in realtà si tratta di un funzionario pubblico alla continua ricerca di soldi per mantenere un tenore di vita al di sopra delle sue possibilità. Per questo, secondo i magistrati, passa informazioni riservate agli informatori farmaceutici e agevola le pratiche per l’approvazione dei farmaci in commercio. Quest’attività viene ricompensata con denaro e regali. A lui si rivolge anche Riccardo Braglia, amministratore della Helsinn Healthcare, il gruppo farmaceutico svizzero produttore del nimesulide, il principio attivo dell’Aulin. Il farmaco, dopo la sospensione in Irlanda per i numerosi danni al fegato, rischia in Italia il ritiro dal commercio. Alla fine nel nostro Paese l’Aulin si salva, e per questo, secondo i magistrati, Braglia ringrazia Pasqualino Rossi con una bustarella nascosta dentro ad un giornale. Il passaggio di mano è immortalato in un video girato dai Nas di Roma.

L’iter giudiziario è lento e accidentato. Seppur pescato con le mani nella marmellata e rinviato a giudizio, Rossi casca in piedi e viene trasferito dall’AIFA al ministero della Salute con incarico di consulenza, studio e ricerca per la salute presso la Direzione Generale per i rapporti con l’Ue e Rapporti Internazionali. A settembre 2015, il Tribunale di Roma non arriva neanche al giudizio di primo grado: il reato è prescritto. I giudici scrivono che, a contribuire alla dilatazione dei tempi del processo, c’è “la trascrizione delle telefonate che è avvenuta con notevole ritardo, posto che la Procura di Roma non rinveniva i video e le intercettazioni trasmessi dalla Procura di Torino”. Due mesi dopo la ministra Lorenzin lo nomina rappresentante permanente dell’Italia a Bruxelles.

I vaccini ai militari

È di questi giorni anche la Relazione della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, che ha riguardato anche la somministrazione vaccinale nei militari. L’inchiesta smentisce l’assenza di reazioni avverse alla pratica vaccinale, l’innocuità di ripetere la somministrazione vaccinale in soggetti già immunizzati, l’assenza di rischi legati all’iperimmunizzazione, l’ininfluenza del vaccino sull’equilibrio immunitario dei bambini, l’efficacia vaccinale e l’inutilità degli esami pre-vaccinali (12).

La Commissione ha approvato infatti un documento molto critico sulla tutela della salute dei militari. La relazione denuncia tra le altre cose i casi di militari morti o ammalati per una somministrazione errata di vaccini. Ad esempio quello di un caporale maggiore, mai andato in missione fuori dal territorio nazionale, vaccinato sebbene già affetto da linfoma di Hodgkin, non rilevato per mancanza di esami pre-vaccinali, e pertanto in stato di grave immunosoppressione e successivamente deceduto. Oppure quello di un soldato semplice, congedato sei mesi dopo l’arruolamento a seguito di grave astenia e deperimento fisico iniziati il giorno stesso della vaccinazione multipla.

È dunque emersa “la necessità di svolgere esami pre-vaccinali prima della somministrazione dei vaccini, sia al fine della valutazione di immunità già acquisite, sia per accertare stati di immunodepressione che sconsiglino di somministrare il vaccino in quello specifico momento”. Il documento continua affermando che “Non è consigliabile effettuare le vaccinazioni pochi giorni prima della partenza delle missioni perché al momento della vaccinazione si crea uno stato fisico di immunodepressione […] che paradossalmente determina un aumento del rischio di contrarre o la stessa malattia per cui è stata fatta la vaccinazione o altra patologia, data la situazione fisica di immunosoppressione”. A tal fine la Commissione suggerisce “di prevedere una serie di esami pre-vaccinali specifici”.

Il documento prosegue ricordando che “gli esiti del progetto “Signum”, nonché le risultanze dello studio effettuato dal Prof. Nobile sui militari della Brigata Folgore, portano ad affermare un significativo incremento della frequenza di alterazioni ossidative del dna e di cellule micronucleate, a fronte di soggetti sottoposti a vaccinazioni in numero superiore a cinque o con vaccini viventi attenuati. Tale limite numerico, come sottolineato anche dal Generale Tomao, dovrebbe diventare prescrittivo nella somministrazione dei vaccini e adottato nelle linee guida come specifica prescrizione. In conclusione, la Commissione ritiene che l’utilizzo di farmaci vaccinali forniti in soluzione monovalente e monodose (ovvero un vaccino per singola malattia, fornito in una singola dose), ridurrebbe notevolmente l’esposizione al rischio dovuto alla profilassi.

Redazione, 25 luglio 2017

3) http://www.epicentro.iss.it/problemi/meningiti/epidemiamediatica.asp
4) Il Bexsero, il vaccino contro il meningococco di sierogruppo B, è uno di quelli sottoposti a monitoraggio addizionale, come indica il triangolo equilatero rovesciato nero sul foglietto illustrativo. 5) Un’informazione che non si riceve mai prima di scegliere se vaccinarsi o meno contro questa malattia. Per i farmaci, il monitoraggio addizionale è richiesto per un periodo di cinque anni ed è finalizzato a garantire che i benefici di tali medicinali siano sempre superiori ai loro rischi, intraprendendo quando necessario le adeguate azioni regolatorie.
6) http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/stilidivita/2015/09/16/fumo-in-italia-causa-83mila-morti-lanno_1785549f-da4f-4048-ab1c-50a39222d0ca.html
7) Che l’accorpamento dei vaccini sia un business miliardario lo afferma in modo chiaro il presidente e general manager di Glaxo Smith Kline, Jean Stèphane, in questo documento video pubblicato sulla pagina https://www.youtube.com/watch?v=TJWIINm52v0 dove spiega come la combinazione di più vaccini faccia arricchire le aziende farmaceutiche a danno della concorrenza.
9) https://farmaci.agenziafarmaco.gov.it/aifa/servlet/PdfDownloadServlet?pdfFileName=footer_000200_038200_FI.pdf&retry=0&sys=m0b1l3
http://www.salute.gov.it/portale/CV692009/CV_pubblicazioni_Guerra_n.pdf
10) 323 Codice Penale: “Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità.
12) Relazione sull’attività d’inchiesta in materia di sicurezza sul lavoro e tutela ambientale nelle forze armate, XVII legislatura, Camera dei Deputati: http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato9045524.pdf

Filippine tra autoritarismo presidenziale e jihadismo

Sabato scorso il Parlamento filippino ha votato a larga maggioranza la proroga definitiva della legge marziale nella regione meridionale di Mindanao fino alla fine del 2017, causando forti proteste da parte delle opposizioni.

La situazione diventa sempre più instabile nelle Filippine, dopo la crisi scoppiata il 23 Maggio scorso a Marawi, principale città dell’isola meridionale di Mindanao considerata il nuovo feudo di Daesh nel sud-est asiatico. Il bilancio, dopo 8 settimane di scontri tra l’esercito e i miliziani islamisti, è di diverse centinaia di morti ed oltre 400mila sfollati, almeno stando ai dati diffusi dal governo di Manila la scorsa settimana.

Il conflitto è scoppiato dopo un fallito blitz delle forze armate filippine per arrestare Isnilon Hapilon, ritenuto il comandante del gruppo jihadista Abu Sayyaf e considerato uno tra i terroristi più pericolosi nella galassia jihadista. I miliziani hanno attaccato la città insieme al gruppo islamista “Maute”. Entrambe i gruppi – affiliati all’ISIS – si sono macchiati, in questi ultimi anni, del sangue di numerose vittime civili in attentati o di diversi rapimenti, anche di cittadini occidentali.

Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha dichiarato la “legge marziale” su tutta l’isola con l’intenzione di “poter affrontare meglio la crisi e l’assedio contro i terroristi”. L’atteggiamento del presidente – famoso ai media internazionali per la violenta e repressiva campagna contro la droga che ha già causato 10mila vittime – appare altalenante. In un primo momento, infatti, ha utilizzato il pugno duro dichiarando di non voler rinunciare all’offensiva militare contro la città finché “l’ultimo terrorista non sarà ucciso”. Successivamente, viste anche le difficoltà nel fronteggiare i gruppi jihadisti ben armati e organizzati, è apparso più conciliante tentando di avviare una mediazione con i terroristi per la liberazione degli ostaggi presi durante gli scontri.

Le prime insurrezioni da parte della popolazione musulmana – minoranza storicamente penalizzata dal governo centrale di Manila – risalgono agli anni ‘70 ed hanno causato finora più di 700mila vittime. Nel 2014 il MILF (Moro Islamic Liberation Front) ha siglato un accordo di pace con l’allora presidente Aquino, ma il Congresso di Manila non ha mai approvato la proposta di legge per l’autonomia del sud, che pure era parte integrante dell’accordo. In questi ultimi anni la delusione derivante dal mancato rispetto dell’accordo è stata utilizzata dai gruppi jihadisti per arruolare nuovi miliziani (anche malesiani, indonesiani e ceceni), grazie soprattutto alle nuove e cospicue risorse economiche messe a disposizione dallo Stato Islamico dopo l’affiliazione dei gruppi all’ISIS come riportato da un recente report dell’IPAC (Institute for Policy and Conflict) del 21 Luglio scorso.

L’atteggiamento di Duterte appare ambiguo anche per quanto riguarda le contromisure ad una crisi che potrebbe far implodere il paese. Da una parte, nel suo discorso di martedì al parlamento, ha promesso che entro un anno concederà la “Bangsamoro Basic Law”, la legge che concede la possibilità di auto-governo alla popolazione musulmana del meridione. In questa maniera, in effetti, il presidente spera di ridurre la sfiducia che la minoranza islamica ha nei confronti del governo centrale e di arginare la diffusione dell’ideologia jihadista in quel territorio. Dall’altra parte, però, lo stesso presidente ha esteso la “legge marziale” fino alla fine del 2017. Una scelta subito contestata da diverse forze politiche perché viene associata ad un progressivo abuso dei diritti costituzionali e umani, come ai tempi del regime di Marcos.

Con la proroga dello scorso fine settimana bisognerà vedere se l’estensione della legge marziale – una chiara violazione alla costituzione nazionale che lo limita a 60 giorni – verrà realmente utilizzata per contrastare il fenomeno jihadista, ormai dilagante a Mindanao, o per riportare il paese alla dittatura.

Intanto le forze guerrigliere del New People’s Army (NPA), braccio armato del Partito Comunista delle Filippine, lo scorso mercoledì hanno attaccato un convoglio militare a Marawi, aprendo un nuovo fronte per Manila e congelando, di fatto, i negoziati di pace tra governo e maoisti in corso da diverso tempo ma finora senza grandi frutti.

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