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martedì 13 giugno 2017

I “diritti umani” occidentali in Cecenia



Tutte prese nelle lamentazioni per il fermo a Mosca del beniamino occidentale, il truffatore “leader dell’opposizione russa” Aleksej Navalnij, le prefiche mediatiche nostrane hanno per la maggior parte “bucato” il perentorio invito lanciato alla Cecenia dal Dipartimento di stato USA a garantire “the safety and well-being” del campione del mondo di arti marziali miste (MMA) Murad Amriev.

La cosa pare esser sfuggita anche ai funzionari UE, prontamente accodatisi a quelli yankee nell’esigere “l’immediato rilascio” dello strillone della “rete liberal” moscovita e invece così taciturni sulla vicenda cecena, a differenza di altre occasioni in cui si sono mostrati così solleciti a redarguire le autorità di questo o quello stato (“canaglia”, sia ben chiaro) per il mancato “rispetto dei diritti umani”. D’altronde, nel caso Amriev, si prospettava poca risonanza; ben al di sotto del clamore suscitato dalla chicca del presunto “lager per omosessuali” ad Argun, in cui il lemma lager, associato a quello omosessuali – per di più lanciata nell’etere il 1 aprile e facile preda di tante declamazioni ufficiali nella ricorrenza del 25 aprile – prometteva proficui rilanci mediatici.

Ma, cosa rappresenta la vicenda di Murad Amriev, per il quale il Dipartimento di stato si prende la briga di scomodarsi, nonostante si tratti di una singola persona, ancorché un campione del mondo?

Il capo della Repubblica russa di Cecenia, il “dittatore” Ramzan Kadyrov, colui che ha avuto l’ardimento di sostenere che, in Cecenia, non possono esserci “lager per omosessuali”, perché il concetto stesso è “sconosciuto al popolo ceceno” – “L’altissimo ha creato uomini, donne, animali; e dove è scritto che ci si dovrebbe sposare con un gatto? Noi non comprendiamo queste cose non tradizionali, psichicamente anormali” – ha detto che la dichiarazione del Dipartimento di Stato non costituisce “la sincera apprensione per il suo destino, ma è solo un’altra occasione opportuna per offendere la Russia e destabilizzare il nostro paese. Amriev ha dichiarato in conferenza stampa che nulla minaccia la sua vita in Cecenia. Le nostre forze di sicurezza agiscono basandosi esclusivamente sulla legge”, ha scritto Kadyrov su Telegram.

“Mezzo mondo affoga nel sangue della vostra democrazia” ha proseguito Ramzan; “Tutte le vostre istituzioni per i diritti umani non sono che un’apoteosi di ipocrisia. Se davvero le autorità USA “non sono indifferenti”, allora è meglio che guardino all’interno del loro paese, che mostrino la propria “generosità” e rilascino dalle carceri americane tutti i peggiori contravventori delle leggi”.

Per la cronaca, Amriev era stato fermato pochi giorni fa in Bielorussia, essendo ricercato dalle autorità cecene per contraffazione di documenti; consegnato alla Russia, lo scorso 10 giugno è stato rilasciato dalla polizia di Groznyj con obbligo di non abbandonare il paese.

Gli antefatti risalgono al 2013, allorché, pare, agenti ceceni avrebbero “sequestrato” Amriev per due giorni e lo avrebbero poi condotto alla presenza dei familiari, minacciando misure estreme se il fratello maggiore di Murad, Zurab, accusato di un fallito attentato contro il capo della polizia di Groznyj, Magomed Dašaev, non fosse rientrato in Cecenia (secondo Novaja Gazeta, vive attualmente in Germania) e si fosse consegnato alla polizia. Dopo di che, Murad sarebbe fuggito in Ucraina e, quindi, in Bielorussia, dove poi è stato fermato.

Questa la vicenda. Ora, molto si potrebbe scrivere sulla Cecenia, a partire dalle vicende legate al collaborazionismo di molti villaggi ceceni con le truppe naziste durante la seconda guerra mondiale. Ma è difficile ricordare occasioni in cui Washington e Bruxelles si siano scomodate per gli attentati a Ramzan Kadyrov, soprattutto nei primi anni della sua presidenza, tra il 2003 e il 2005; e nemmeno per quelli, presunti, di cui hanno parlato Novaja Gazeta o il “Fondo anti corruzione” di Aleksey Navalnyj. Difficile ricordare prese di posizione europeiste in occasione delle imboscate, con decine di morti, cui la Cecenia è stata ripetutamente oggetto da parte di gruppi islamisti; difficile aver letto qualcosa, scritto al di qua e al di là dell’Atlantico, a proposito delle accuse (ora provate da tribunali russi) all’ex primo ministro ucraino golpista Arsen Jatsenjuk, di aver preso parte a torture e fucilazioni di prigionieri russi durante la prima guerra cecena.

Difficile che Washington o Bruxelles abbiano qualificato come terroristi, i cosiddetti “indipendentisti” islamisti caucasici che ancora nei primi mesi di quest’anno hanno continuato a portare strage in Cecenia.

Del resto, lo ha detto chiaro e tondo Vladimir Putin, nel film-intervista diretto da Oliver Stone, Washington ha sostenuto a lungo, finanziariamente e politicamente, i terroristi in Cecenia; lo ha fatto per destabilizzare la Russia, ha detto il presidente russo. Putin ha anche ricordato la reazione di George Bush allorché gli furono elencati i nomi degli agenti speciali stranieri operanti nel Caucaso a fianco dei terroristi: Bush avrebbe “promesso” di far luce sulla questione. C’è di che rimanere commossi.

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