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giovedì 22 giugno 2017

Zitti zitti, quatti quatti, vogliono approvare il Ceta

Il degrado della nostra democrazia è ben rappresentato dal fatto che uno scontro megagalattico stia accompagnando la discussione su una legge all’acqua di rose sullo ius soli, mentre il senato si prepara ad approvare nel silenzio generale il famigerato trattato CETA.

Il trattato è quello stipulato tra Unione Europea e Canada e serve a far passare liberamente la globalizzazione più selvaggia e distruttiva, travolgendo le poche regole rimaste a difesa dei lavoratori, dei consumatori, dei cittadini. Il succo del trattato è il via libera ai prodotti, ai servizi e alle attività delle grandi multinazionali, secondo le regole loro e del paese più disponibile verso di esse. E se qualche Stato dovesse decidere di opporsi in nome delle proprie leggi su lavoro, salute e ambiente, le multinazionali potrebbero citarlo in giudizio in un arbitrato, gestito a condizioni, per esse, di favore.

La extragiudizialità dei grandi fruitori di profitti rispetto agli stati diventa legge, lo stesso privilegio di fronte alla giustizia comune di cui nel Medio Evo godevano prìncipi e baroni.

Il CETA è una “Bolkestein” globale ed è perfettamente eguale all’altro trattato, sul quale invece l’opinione pubblica europea era stata in grado di fermare i suoi folli governi: il TTIP con gli Stati Uniti. Forse perché la potenza degli USA intimoriva di più, alla fine anche Hollande e Merkel bloccarono la ratifica di quel trattato. Non il governo italiano, però, che servo tra i servi ha invece continuato a dichiararsi favorevole ad esso.

Bloccato il TTIP, il CETA con il più simpatico Canada è diventato lo strumento, il cavallo di Troia, per far passare la stesse devastazione di massa dei diritti. Tutta la stampa italiana ha incensato il gentile e fascinoso leader canadese, Trudeau, che omaggiava le vittime del terremoto. Era una bella opera di promozione di un trattato che toglierà le barriere alla importazione del grano duro, che in Nord America si coltiva con largo uso del cancerogeno glifosato.

Le multinazionali USA, in attesa che passi il trattato con il loro paese, potranno così utilizzare le loro sedi canadesi ed il CETA per ottenere subito il via libera ai loro affari, per noi, più distruttivi.

La ratifica del CETA avviene da parte di un parlamento dove quasi tutti, poi, si pentono dei trattati che firmano ed approvano. La mostruosa riscrittura dell’articolo 81 della Costituzione, che ha costituzionalizzato l’austerità europea, è avvenuta quasi alla unanimità nelle due Camere, ma ora non si trova chi l’abbia votata. Tutti oggi dicono di voler cambiare i trattati europei, ma fanno finta di non saper che ogni modifica di quei trattati richiederebbe l’unanimità degli Stati, quindi il consenso della Germania.

Tutti dicono di voler cambiare i trattati dopo, ma pochi cercano di fermarli prima.

Il CETA è un attentato ai diritti e alla democrazia, per me chi lo approva dovrà essere considerato nemico, ma anche chi si occupa d’altro mentre proprio qui dovrebbe rovesciare il tavolo, anche chi lo lascia passare in silenzio dovrà essere chiamato alle sue responsabilità. Una democrazia muore per colpa di chi la colpisce, ma anche di chi volge lo sguardo da un’altra parte.

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Gaza, Mohammed Dahlan corre in aiuto degli ex nemici di Hamas

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Le pressioni dell’Autorità nazionale palestinese, di Israele e dell’Arabia Saudita non sono riuscite a bloccare le autobotti cariche di gasolio, dirette alla centrale elettrica di Gaza, che il Cairo ha inviato per alleviare la mancanza di energia nella Striscia. L’Egitto alla fine ha deciso di rispettare i termini preliminari del clamoroso accordo, ancora in via di definizione, tra quelli che sino a qualche tempo fa erano nemici implacabili: l’ex “uomo forte” del partito Fatah, Mohammed Dahlan, e il movimento islamico Hamas.

L’iniziale blocco del carburante aveva gettato nello sconforto i due milioni di palestinesi di Gaza che affrontano un’altra estate, con temperature elevate, avendo ogni giorno appena 3-4 ore di energia elettrica a disposizione e servizi pubblici ridotti al minimo. A ciò si aggiunge la condizione di decine di migliaia di famiglie senza alcun reddito che sopravvivono solo grazie agli aiuti alimentari che forniscono le agenzie umanitarie e le associazioni religiose.

Lunedì Israele aveva ridotto l’erogazione della sua quota di corrente elettrica alla Striscia da 120 a 100 Megawatt: una decisione presa dopo l’annuncio che l’Anp del presidente palestinese Abu Mazen non pagherà più l’intera bolletta energetica di Gaza. Una misura che – assieme alla riduzione del 30% degli stipendi e delle pensioni per gli ex dipendenti dell’Anp e alle pressioni saudite e americane sul Qatar affinché cessi il sostegno ad Hamas e ai Fratelli musulmani – vuole costringere il movimento islamico a rinunciare al controllo di Gaza che mantiene da dieci anni.

L’accordo tra Dahlan e il leader di Hamas Yahya Sinwar rischia di mandare in fumo i piani di Abu Mazen, convinto che i due milioni di abitanti di Gaza, con il peggioramento delle condizioni di vita, si ribelleranno contro gli islamisti al potere. «Un piano che non ha possibilità di successo» spiega l’analista e docente dell’università al Azhar di Gaza, Mkhaimar Abusada, «la popolazione è molto provata ma non si rivolterà contro Hamas. Il malcontento è forte ma allo stesso tempo la gente non ha fiducia nell’Anp di Abu Mazen. E poi il movimento islamico nei mesi scorsi ha reagito con il pugno di ferro alle manifestazioni di protesta per la mancanza di energia elettrica».

Comunque si svilupperà questa vicenda, Mohammed Dahlan ne uscirà vincitore. Il presidente dell’Anp gli ha fatto terra bruciata intorno dopo averlo buttato fuori da Fatah con l’accusa di corruzione. Ma colui che era considerato il più probabile successore di Abu Mazen prima di essere allontanato, ha confermato che le strette relazioni che mantiene con l’Egitto, i Paesi del Golfo e gli Stati Uniti lo rendono ancora oggi il candidato favorito dell’Occidente, di una parte del mondo arabo e di Israele per la presidenza dell’Anp, malgrado la profonda avversione dei vertici di Fatah. I palestinesi non lo amano, anzi, e vedrebbero con favore (lo dicono i sondaggi) Marwan Barghouti alla presidenza. Ma il più noto dei prigionieri politici palestinesi sconta cinque ergostoli in Israele. E sino a quando tra i possibili successori di Abu Mazen ci saranno personaggi come Mohammed Dahlan, il governo Netanyahu non avrà alcun interesse a liberare (in un eventuale scambio di prigionieri) un “resistente” come Marwan Barghouti.

Dahlan grazie alle donazioni che da tempo garantisce ai poveri di Gaza e al sostegno politico dell’Egitto – che ha rapporti difficili con Abu Mazen e il suo entourage – è riuscito a portare dalla sua parte gli antichi nemici di Hamas interessati ad instaurare buone relazioni con il Cairo. E dopo aver ottenuto dagli egiziani il gasolio per Gaza, ora appare come il “salvatore” di due milioni di palestinesi alle prese con la mancanza di elettricità.

Abu Mazen al contrario agli occhi di una buona parte della sua gente è il “carnefice” che, pur di raggiungere i suoi obiettivi politici, non esita ad aggravare la condizione dei civili di Gaza. Da alcuni giorni Hamas e Dahlan, con la mediazione del capo dell’intelligence egiziana Khaled Fawzy, hanno avviato una trattativa molto complessa. Fonti locali anticipano che, se si arriverà ad un accordo definitivo, l’Egitto aprirà per più giorni al mese il valico di Rafah e darà più elettricità a Gaza. In cambio Hamas agirà con forza contro i jihadisti dell’Isis che dal Sinai cercano rifugio nella Striscia. L’obiettivo politico delle intese è mettere in forte difficoltà Abu Mazen e dargli una spallata.

Dahlan di fatto è diventato il “ministro degli esteri” di Hamas. E potrebbe diventare presidente dell’Anp proprio con l’appoggio degli islamisti, forti anche in Cisgiordania.

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Onu: Israele sostiene i gruppi jihadisti in Siria

di Stefano Mauro

Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha recentemente espresso le sue preoccupazioni riguardo ai contatti tra i militari dell’esercito israeliano ed i miliziani appartenenti ai diversi gruppi jihadisti che si trovano nella parte meridionale della Siria (provincia di Deraa) e nelle Alture del Golan. In un recente report realizzato dall’ONU (8 Giugno), Guterres si è soffermato sull’aumento progressivo di contatti tra le due parti, come è stato verificato dagli Osservatori ONU dislocati nel Golan.

Gli Osservatori hanno documentato almeno 16 incontri tra la forze israeliane ed i miliziani “ribelli” nelle zone di confine che includono “il Monte Hermon, la zona di Quneitra e le Alture del Golan” nel periodo che va da Marzo 2017 fino al mese scorso. Il rapporto prosegue indicando che “relativamente al periodo tra marzo e maggio ci sono stati numerosi incontri tra i militari israeliani ed i miliziani jihadisti lungo il confine con scambio di armi, medicinali e apparecchiature militari”.

Il quotidiano statunitense Wall Street Journal  riporta, proprio in questi giorni, che ”Israele continua a rifornire e sostenere i diversi gruppi ribelli dell’area impegnati nella lotta contro Assad ed i suoi alleati russi, iraniani e libanesi” pur di mantenere una zona cuscinetto dai suoi confini.

Nel 2016 Israele, secondo il quotidiano USA, ha creato un’unità speciale che ha avuto il compito di distribuire aiuti israeliani ai diversi gruppi. Questi aiuti consistevano in “armi, munizioni, stipendi da dare agli jihadisti”.

Intervistato dal WSJ, il portavoce del gruppo “Combattenti del Golan” (gruppo legato ad Al Qa’eda), Motassam al Golani, ha ringraziato Tel Aviv per aver combattuto al loro fianco: indirettamente con la fornitura di armi e direttamente con il sostegno dell’aviazione e dell’artiglieria. Lo stesso Al Golani è arrivato a  dichiarare che “se non fosse stato per Israele, non avremmo mai potuto tenere testa all’esercito siriano di Assad”.

La tv Russia Today (RT) ha ripreso la notizia intervistando altri miliziani. Il capo di un altro gruppo jihadista in Golan, Abu Sahib, ha dichiarato “che come comandante della mia formazione prendo uno stipendio di 5000 dollari all’anno, versati da Israele”. Durante l’intervista il leader del gruppo ha indicato che la collaborazione con Tel Aviv dura dal 2013 ed è stata fondamentale per continuare a contrastare l’esercito lealista di Assad in tutta l’area, visto che “Israele continua ad inviare soldi e armi non solo al nostro gruppo, ma a tutti i gruppi che combattono nel Golan”.

Secondo le autorità di Damasco il report dell’ONU “conferma quello che le nostre agenzie stampa affermano da tempo”. In diverse occasioni, infatti, le truppe lealiste avevano confiscato ai ribelli armi di provenienza israeliana o avevano documentato il trasporto di jihadisti feriti negli ospedali israeliani. In una nota ufficiale Damasco ha aggiunto che “il network jihadista che Israele sostiene in Siria, fornendo armi, è lo stesso dei terroristi che commettono degli attentati in Europa”.

Ufficialmente il governo israeliano di Benyamin Netanyahu ha smentito le accuse sul finanziamento ai gruppi takfiri definendole “false”.  Tuttavia qualche mese fa l’ex ministro della difesa Moshe Ya’alon aveva dichiarato che Daesh (Isis) “si era scusato, per aver bombardato erroneamente Israele per la prima volta”, ammettendo indirettamente i rapporti con i gruppi legati alla galassia jihadista che combattono in Siria.

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Italiani perseguiti in Venezuela? Specchietti del doppio standard di Gentiloni e Raioj

Chi è l’italo-venezuelano ricercato numero uno per aver bruciato vivo un giovane chavista? Enzo Franchini Oliveros è amministratore e azionista della ditta immobiliare che ha avuto contratti dalla brasiliana Odebrecht, la società implicata nel pagamento di fondi neri a tutti i principali esponenti della destra latinoamericana, tra essi Macri e Temer. Franchini Oliveros è ricercato con l’accusa di aver partecipato al linciaggio mortale del giovane chavista Figuera, pestato e bruciato vivo dalle bande anti-Maduro.

Inoltre, la ditta fondata dal padre Maurizio Franchini, aveva avuto un contratto dal Ministero delle opere pubbliche venezuelano per la ricostruzione di un ponte nel 2010.

Franchini appartiene quindi a quei numerosi italiani di quella emigrazione arrivata in Venezuela prima di Chávez, arricchitisi, divenuti borghesia agiata e fieramente contraria a governi che mettono la parte più povera del paese al centro delle riforme sociali che nuocciono alle loro agiate condizioni di vita.

Diverso è il caso di Angel Faria Fiorentini arrestato alcuni giorni fa. Ufficialmente è un paramedico impegnato nell’organizzazione Venerescate, una organizzazione di pronto soccorso medico che però, almeno questo risulta da una ricognizione sulla loro attività, sembra molto più attenta a farsi fotografare sui social network (più Instagram che facebook) che a soccorrere i feriti durante le manifestazioni.

Originario di Molfetta, Angel Faria Fiorentini, è stato fermato in Venezuela, a Chacao, nel corso di una manifestazione contro il presidente Maduro. Sarebbe stato arrestato lunedì e poi trasferito in un carcere. Durante l’udienza preliminare, il legale di Fiorentini, Andrés Perillo, ha riferito che l’accusa è quella di essere un terrorista. Il caso è seguito dalla Farnesina. L’avvocato raggiunto in una trasmissione televisiva, parla di accuse esagerate e pesantissime per Fiorentini e i manifestanti.

A questo punto non possiamo non rammentare che nel paese guidato da Mariano Raioj (la Spagna), che nei giorni scorsi ha fatto un appello congiunto con Gentiloni a sostegno delle forze che in Venezuela intendono rovesciare il governo Maduro, è stata applicata, viene tuttora applicata ed è stata estesa la condanna per la Kale Borroka, cioè manifestazioni in cui avvengono blocchi stradali, danni a mezzi pubblici e danneggiamenti. Questo modello di repressione delle manifestazioni è stato sperimentato prima nei Paesi Baschi e poi esteso a tutta la Spagna,


In Spagna, coloro che verranno considerati colpevoli di atti di vandalismo durante una manifestazione saranno puniti con lo stesso metro di misura finora applicato ai militanti baschi accusati di “kale borroka”, cioè guerriglia urbana. Il che vuol dire 8-10 anni di carcere, e carcere duro, per chiunque all’interno di una manifestazione metta in pratica comportamenti finora più o meno tollerati o perseguiti con leggerezza. Lo stesso dicasi per le pesantissime condanne per devastazione e saccheggio applicate in Italia contro molti manifestanti a partire da Genova 2001 in poi, passando per le manifestazioni del 15 ottobre 2011 a Roma, Cremona nel 2015 e del 1 Maggio 2015 No Expo a Milano.

Due pesi e due misure? Raioj e Gentiloni farebbero meno ad essere meno ipocriti su quanto avviene in Venezuela.

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La strage di Brescia è fascista e di stato. Lo abbiamo sempre gridato in piazza


Lo è come tutte le grandi stragi che dal 1969, piazza Fontana, a quella della della stazione di Bologna, 1980, hanno insanguinato il paese.

Mano fascista, regia democristiana, gridavamo. E voleva dire che sapevamo che le bombe le mettevano sì i fascisti, anche se all’inizio per Milano si inventò la pista anarchica, con Valpreda, per la quale fu ucciso Pinelli. Le bombe le mettevano i fascisti, ma le complicità di stato erano enormi e la sentenza su Brescia ci dà solo il quadro del primo e del secondo livello degli assassini, il bombarolo e il suo protettore nei servizi segreti. Sopra ci sono altri livelli di complicità e coperture nello stato e da parte dello sporco mondo dei servizi USA. E questi ancora l’hanno fatta franca.

Si chiamava strategia della tensione ed era la reazione di una parte dello stato e delle forze e dei poteri reazionari al movimento che stava cambiando il paese a partire dal 1968. E gli USA nel 1967 avevano organizzato il golpe fascista dei colonnelli in Grecia, nel 1973 quello contro il socialista Allende in Cile. Che veniva usato come minaccia contro l’avanzata delle sinistre in Italia, con Kissinger che disse che non voleva gli spaghetti in salsa cilena.

I fascisti erano la lurida manovalanza di queste manovre, e a volte potevano pure sfuggire di mano, come oggi succede con l’ISIS. Ma in ogni caso il potere che li aveva scatenati aveva comunque tutto l’interesse a coprirli. Da qui decenni di depistaggi ed insabbiamenti, sui quali la sentenza sulla strage di Brescia getta totale e definitiva vergogna.

Noi allora come oggi avevamo dalla nostra le parole di Pasolini, che poco prima di essere ucciso scrisse: Io so, non ho le prove, ma so... Ecco noi sapevamo, noi sappiamo.

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L’Ucraina “libera e europea” del premio Nobel Svetlana Aleksievič

Quando due anni fa il Nobel per la letteratura andò alla bielorussa Svetlana Aleksievič, tra le decine di commenti apparsi sul sito web di Komsomolskaja pravda, c’era chi lo aveva associato al Nobel per la pace dato a Barack Obama e poi ci si domandava: “A chi danno il premio? Solo a chi sputa sulla Russia”; a lei “che è sempre stata la stella di Radio Svoboda”; e “Tutti sanno che è stata proprio la CIA a decretare il Nobel per la letteratura a Pastenak, Brodskij e Solženitsin” e così via.

Svetlana si era subito distinta, nel 2015, per le proprie considerazioni sul conflitto in Ucraina, visto come “occupazione” russa, diretta conseguenza del fatto che “l’individuo russo, che negli ultimi 200 anni ha combattuto per quasi 150 anni” e “per 70 anni è stato ingannato e poi ancora per 20 anni derubato”, ha dato vita a soggetti “molto aggressivi e pericolosi per la pace”.

A distanza di due anni, Svetlana si è ripetuta nei giorni scorsi, in un’intervista all’agenzia Regnum. “La società ha perso i punti di riferimento. E dato che noi siamo il paese delle guerre e delle rivoluzioni e, soprattutto, abbiamo la cultura della guerra e della rivoluzione, dopo eventuali fallimenti storici, come la perestrojka” torniamo “a quello che conosciamo: alla condizione bellica, militarista. Questa è la nostra condizione normale”. E dato che il sangue che scorre nelle vene di Svetlana è bielorusso per parte di padre e ucraino da parte materna, ecco che “nemmeno nell’incubo più terribile avremmo potuto immaginare che i russi avrebbero sparato sugli ucraini”. Qualcuno dovrebbe dire a Svetlana che, invece, parecchie decine di migliaia di civili del Donbass non si sono più risvegliati dall’incubo, disgraziatamente vero, dei mortai pesanti, dei razzi e delle artiglierie ucraine, che da tre anni sparano per davvero sulla popolazione russofona del Donbass.

E se qualcuno – nel caso specifico, l’intervistatore Sergej Gurkin – le fa notare che, in origine, c’è stato un colpo di stato a Kiev, lei se la cava con un “No, non è stato un golpe. Questa è una sciocchezza. Lei guarda troppo la televisione. Non si è trattato di un colpo di stato. Come lavora bene la televisione russa! I democratici avrebbero dovuto utilizzare altrettanto bene la televisione. Non è stato un colpo di stato. Lei non ha idea di quanta povertà ci fosse... quanto depredassero. La gente voleva un cambiamento di governo. Io sono stata in Ucraina e la gente semplice mi ha raccontato... avevano due nemici: Putin e l’oligarchia, la cultura della corruzione”.

E’ così che al potere sono arrivati i “democratici”: Porošenko e la sua cerchia, che “non sono fascisti. Vogliono solo separarsi dalla Russia ed entrare in Europa”. E’ dunque naturale che ora “abbattano i monumenti comunisti, che anche noi dovremmo abbattere e mettono al bando i programmi televisivi russi”. E Svetlana è così convinta della democraticità della junta ucraina, che “non crede” che ora a Kiev ci sia molto meno libertà di parola e alla domanda se sa chi fosse Oles Buzina, il giornalista e conduttore televisivo freddato nell’aprile 2015, Svetlana sentenzia che “ciò che diceva aveva provocato esasperazione”. Dunque, le chiede Gurkin, “persone come lui vanno ammazzate?”: la risposta è tutta da Nobel, ma per la pace “Non dico questo. Però comprendo i motivi di coloro che l’hanno fatto”.

Insomma, per farla breve, Svetlana, pur ammettendo di non esserci mai stata, sa che “la Russia è entrata nel Donbass”; lo sa perché “anche io guardo la tv e leggo le cose di coloro che ne scrivono. Persone oneste. Quando la Russia è andata là, volevate che vi accogliessero coi mazzi di fiori?”. E, d’altronde, anche nella Russia degli anni ’90, il problema fu che il processo era condotto da “persone non libere: erano gli stessi comunisti, solo con un altro segno”. E chi sarebbero le persone che Svetlana giudica libere? “Diciamo, gente con un punto di vista europeo. Più umanitari”, come coloro che vivono nei “Paesi liberi, quali Svezia, Francia, Germania. Anche l’Ucraina vuol essere libera, a differenza di Russia e Bielorussia”. E dopo molte omelie a proposito di democrazia e libertà occidentali, Gurkin chiede a Svetlana perché ritenga che a Kiev si abbia il diritto di protestare, mentre non possano farlo, nel Donbass, coloro che non giudicano Stepan Bandera un eroe. Ne risulta che i russi del Donbass non ne abbiano il diritto, perché “là ci sono i tank russi, le armi russe, i mercenari russi. Voi siete penetrati in un paese straniero; là ci sono mezzi militari russi; tutti sanno chi abbia abbattuto il Boeing” malese...

Il commento di Komsomolskaja Pravda è che molte persone comuni di “Odessa e di Kharkov, che nel 2014 manifestavano contro majdan, potrebbero rispondere con solidi argomenti alle parole di Svetlana. Peccato che “gli uni siano morti bruciati nella Casa dei Sindacati e gli altri siano ancora in galera per il loro dissenso. Altri ancora sono semplicemente impauriti e purtroppo diventano sempre meno coloro coloro che hanno il coraggio di parlare contro Kiev”. Solidi argomenti potrebbero contrapporre a Svetlana anche i quasi 200 bambini e le decine di migliaia di civili morti in DNR e LNR sotto le artiglierie ucraine. A majdan, dice Svetlana, c’è stata una “rivoluzione della dignità”, mentre non riconosce alcun diritto di autodeterminazione alla Crimea; non c’è libertà in Bielorussia e in Russia, mentre c’è una grande nazione europea, l’Ucraina. Così grande, si può aggiungere, che deve ancora prendere le bacchettate sulle mani dagli agenti del FMI, per accelerare le “riforme europeiste”: innalzamento dell’età pensionabile e “privatizzazione e sviluppo del mercato fondiario”, con l’eliminazione della moratoria sulla privatizzazione dei terreni agricoli, come preteso dalle varie Cargill, Monsanto, Dupont, AgroGeneration, che già prima del golpe del febbraio 2014 avevano puntato i propri appetiti sulle fertili terre nere dell’Ucraina occidentale e meridionale.

Questa è l’attuale “condizione normale” della “Ucraina che vuol essere libera” secondo il modello Nobel.

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Torino. La follia repressiva, lo stato di polizia che avanza

A distanza di più di 24 ore dagli ormai noti fatti di Piazza Santa Giulia, dopo una giornata di dichiarazioni contradditorie in cui si è distinta, per squallore miserevole e conformistico calcolo politico, ancora una volta, la sindaca Chiara Appendino, torniamo a ragionare su quanto avvenuto in uno dei luoghi di ritrovo della “movida” torinese, nel quartiere Vanchiglia, continuando ad oscillare tra lo sbigottimento e l’incredulità da una parte, ma allo stesso tempo essendo pervasi da una profonda preoccupazione che richiede adeguate risposte.

Ricostruendo la dinamica dell’accaduto, si parte dalle 20 di ieri sera, quando la piazza dei locali viene militarizzata con decine di poliziotti e camionette in assetto antisommossa apparentemente senza motivo. Il pretesto non dichiarato è la contestazione ad una pattuglia di polizia, la scorsa settimana, durante un controllo anti-alcool e contro i venditori abusivi, nei quartieri di San Salvario e Vanchiglia, a seguito di una ordinanza firmata dalla Giunta Appendino, come risposta ai fatti successi in piazza San Carlo durante la finale di Coppa dei Campioni.

Già di per sé l’occupazione militare di una piazza dove la gente va a bersi un aperitivo e rilassarsi dopo una giornata di lavoro o di studio costituiva un fatto anomalo e sicuramente un segnale ai frequentatori della piazza; la cosa si fa più pesante quando i reparti iniziano a schierarsi agli ingressi della piazza, a controllare documenti, a muoversi in plotoni in mezzo alla gente seduta ai tavoli o per terra in modo che definire provocatorio è un eufemismo.

Passano due ore, nelle quali la polizia cerca in tutti i modi di trovare una scintilla per legittimare una presenza altrimenti assurda e nel frattempo qualcuno nella piazza inizia a lamentarsi; la situazione sembrava irreale ma tuttavia tranquilla e, per fortuna, dopo un po’ la polizia pareva cominciare ad andarsene.

Rimane un gruppo di agenti in borghese che inizia a rallentare questa uscita di scena, ed è a questo punto che la gente inizia ad inveire contro di loro chiedendogli con veemenza di andarsene; ed è questo il pretesto, per la digos, per richiamare gli agenti e mettere in atto il copione già in programma.

Le scene successive sono quelle che ormai tutti hanno visto, dei molti video girati sul web, con la polizia che inizia a caricare indistintamente la piazza, manganellando chiunque fosse a tiro, compresi gli avventori dei bar, tra cui anche famiglie con bambini e camerieri che lavoravano, distruggendo tutti i dehors e i tavoli e costringendo la gente a rifugiarsi nei bar. Lo scenario finale di questa violentissima azione poco ha da invidiare a quello lasciato qualche settimana fa in piazza San Carlo e per cui era stata fatta l’ordinanza in questione.

Bilancio della serata e dell’operazione: 4 fermati, molti feriti, locali distrutti, gente scioccata.

Ci pare più che ovvio che i motivi di questa operazione vadano ben oltre l’ordinanza sui venditori abusivi. In nessun modo può essere giustificabile un simile schieramento per un semplice controllo di un’ordinanza comunale sulla vendita dell’alcol, una simile militarizzazione è quanto mai spropositata e l’intento della questura era chiaramente quello di scatenare quello che è poi avvenuto.

Nemmeno l’episodio della scorsa settimana può legittimare, neanche lontanamente, ciò che è accaduto ieri. In nessuno stato di diritto dovrebbe vigere la logica della rappresaglia poliziesca, come quella esibita ieri nel comportamento tenuto dalle “forze dell’ordine”. Il cui intento era chiaramente quello di “dare una lezione”, picchiando, fermando gente e spaventando i frequentatori della piazza, poco importa se ad andarci di mezzo sarebbero stati pure i commercianti.

Un simile innalzamento di livello, trasportando atteggiamenti fino ad oggi visti solo negli stadi e nei cortei, nella gestione della vita ordinaria di una città, è un atteggiamento nuovo, figlio della logica imposta dal Decreto Minniti che sembra ormai lasciare carta bianca agli organi repressivi dello Stato anche nella gestione politica della società, in una logica propria dello “stato di emergenza nazionale” che si vede in altri stati dell’Unione Europea, in un prospettiva di fascistizzazione della società.

L’Italia probabilmente cerca di non restare indietro nella generale stretta repressiva europea: in assenza di attentati, è bastata la psicosi terrorismo per innalzare i livelli di controllo e limitare la libertà dei cittadini, abituando la popolazione ad una gestione manu militari della crisi.

La giunta 5 Stelle sta solo legittimando questa logica. Dopo la pessima figura fatta con l'incapacità di gestire un evento come quello in piazza San Carlo, la sindaca Appendino ha pensato bene di puntare a riconquistare voti e consenso accontentando quella parte forcaiola di città che chiedeva maggiore controllo e polizia nei quartieri della Movida; naturalmente stando bene attenta a non colpire piccoli commercianti e proprietari dei locali, ma limitandosi ad attaccare gli ultimi del carro: venditori ambulanti e chi non si può permettere di bere nei locali.

Così facendo ha lasciato carta bianca alle forze dell’ordine delegando al Questore la gestione di un complicato aspetto della vita cittadina.

Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che dietro le cariche di ieri possa esserci una volontà di inasprire e rompere i già fragili rapporti tra 5 Stelle e movimenti sociali, che nonostante anni di collaborazione nella lotta NoTav, si vanno sempre più inaridendo a seguito delle mancate politiche di rottura e delle ambigue prese di posizione nei confronti della follia repressiva che la questura torinese sta mettendo in campo. Questo episodio rappresenterà uno spartiacque per il Movimento 5 Stelle, dal quale non ci attendiamo nulla di particolare, ma all’interno del quale è evidente la crescita di frizioni sempre più insanabili.

Questo episodio non parla solo a Torino e di Torino, ma parla di quella che forse vuole diventare la futura logica di gestione dell’ordine pubblico nelle metropoli, in un clima politico che si fa sempre più torbido.

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Contropiano finisce sulla lista nera dei sionisti “de noantri”

Un lettore ci segnala che il nostro giornale è finito nella black list dei siti web messi all’indice dal Rapporto sull’antisemitismo in Italia 2016. Il rapporto viene stilato periodicamente e da diversi anni, come esso stesso ammette, è in difficoltà per “mancanza di materia”. In Italia non ci sono episodi riconducibili all’antiebraismo che giustifichino allarmi o liste nere. Al contrario si potrebbe scrivere, come è stato fatto ma ignorato da investigatori e magistratura, un ampio dossier sulle aggressioni dei gruppi squadristi-sionisti, espressione di una minoranza della comunità ebraica romana, contro attivisti solidali con i palestinesi. Non solo. Si potrebbe scrivere un ampio dossier sulle ripetute ingerenze e minacce dell’ambasciata israeliana e di alcune associazioni ebraiche contro università e istituzioni pubbliche tese ad impedire lo svolgimento di assemblee, convegni, dibattiti sulla questione palestinese.

Ma non è nostra abitudine rigirare la frittata ed evitare di entrare nel merito della questione. Il Rapporto sull’antisemitismo in Italia è stato costretto a riempire 70 pagine per giustificare la sua esistenza. Ma, come già detto, in assenza di episodi seri, documentabili e reali, è costretto a segnalare questioni marginali (passaggi in spettacoli teatrali, foto sui profili personali su facebook etc.) piuttosto che fatti rilevanti.

Eppure nel rapporto sull’antisemitismo c’è qualcosa che merita di essere segnalato. E’ l’introduzione che va letta, segnalata e sottolineata come pericolosa. Infatti il rapporto si apre con una lunga analisi sull’immigrazione in Italia e la connette con il terrorismo, facendo cioè la stessa operazione ideologica della destra fascista e dei gruppi dirigenti filo-israeliani. Questo approccio, ad esempio, spiega anche l’assordante silenzio delle organizzazioni ebraiche italiane contro le scritte, le intimidazioni e i raid fascisti contro i negozi degli immigrati. Per una comunità che, giustamente rifacendosi a episodi che hanno anticipato il buio del nazifascismo in Europa, suona l’allarme quando i fascisti danneggiano o prendono di mira negozi di esercenti della comunità ebraica, sarebbe stato apprezzabile e auspicabile che lo stesso allarme e indignazione fosse stato lanciato quando vengono presi di mira negozi di bengalesi, magrebini etc.

Una denuncia che non solo avrebbe avuto un grande valore, ma avrebbe anche smantellato ogni pregiudizio nella società sulla “separazione” delle comunità ebraiche dagli altri soggetti che questa società la animano e la rappresentano, e che non possono essere intimiditi o minacciati per la loro religione, cultura, origine. Quello che all'introduzione del Rapporto sull’antisemitismo in Italia sfugge consapevolmente, è che in Italia nel 2016 nei confronti dei cittadini di origine ebraica non c’è alcuna segregazione razziale, alcun razzismo ma al massimo un residuo di pregiudizio razziale a livello sociale. Nei confronti degli immigrati si sta invece andando nella direzione opposta con leggi dello Stato (vedi la Legge Minniti-Orlando sul doppio standard giuridico) e con un razzismo alimentato e incentivato dalle stesse istituzioni. Non può non venire a mente la parabola di Brecht su chi sono venuti a prendere prima.

Il problema è che settori crescenti delle comunità ebraiche nel nostro paese, esattamente come avvenne con la fase anticomunista dei primi passi del nazismo e del fascismo, condivide questo approccio, sentendosi, per ora e ancora, parte dell’establishment e non comunità a rischio.

Infine veniamo al nostro giornale. Siamo finiti nel Rapporto sull’antisemitismo per aver pubblicato il 17 aprile del 2016 un articolo dello studioso marxista statunitense James Petras. Siamo orgogliosi di averlo fatto e lo ripubblichiamo (cliccate questo link per leggerlo).

James Petras è un ex docente universitario che ha analizzato, scritto, documentato per decenni la lotta antimperialista in America Latina. In patria, per le sue posizioni che coerentemente erano a sostegno della lotta dei palestinesi per l’autodeterminazione, si è dovuto scontrare con i potentissimi apparati ideologici di Stato con cui le autorità israeliane influenzano anche la politica Usa. Lo ha documentato in un libro, lo ha scritto nel saggio che abbiamo pubblicato e che rivendichiamo di aver fatto.

Ci colpisce piuttosto il dato che spesso sul nostro giornale siamo stati anche più severi di James Petras contro il sionismo e il progetto coloniale che rappresenta. Curioso che sia andato all’occhio solo il saggio dello studioso statunitense. La nostra lotta contro gli apparati ideologici dello Stato israeliano è frontale e aperta,

Qui sotto potete leggere il passaggio del Rapporto sull’antisemitismo che riguarda Contropiano. In fondo il pdf per chi volesse leggerselo integralmente. Antisionisti sempre, razzisti mai!!
“Articolo antisemita pubblicato da “Contropiano giornale comunista online. Pubblicazione diretta da Sergio Cararo con sede a Roma, che edita articoli ispirati all’ideologia antisemita e antisionista. Un esempio di questo approccio è costituito da: “La dottrina della “razza superiore”: il legame fra Israele ed il mondo del Sionismo” di James Petras, pubblicato il 17 aprile 2016. L’autore è un attivo e prolifico polemista antisemita che utilizza canali digitali e cartacei per diffondere le sue analisi sui “pluto-sionisti” e il “suprematismo ebraico”. In Italia la casa editrice Zambon ha pubblicato nel 2007 il suo “USA: padroni o servi del sionismo? I meccanismi di controllo del potere israeliano sulla politica degli USA”. L’articolo “La dottrina della “razza superiore”: il legame fra Israele ed il mondo del Sionismo” è stato rilanciato da altri network digitali, come “Forum Palestina”, e da profili sui social networks. Il breve saggio che mescola antisionismo e cospirativismo” 
Il rapporto integrale

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mercoledì 21 giugno 2017

Chi ci difende dalla polizia?


Torino, Roma, Aulla. Tre punti segnano un cerchio. E in questo paese i “punti critici” che si vanno accumulando sono così tanti che ormai ci si potrebbero tracciare molti cerchi concentrici. Insomma, un bersaglio da poligono...

Mettiamo in fila solo i fatti degli ultimi giorni, con al centro le varie polizie operanti sul territorio e tralasciando tutti i casi in cui ad essere coinvolti sono stati gli attivisti sociali o sindacali.

In Lunigiana, territorio da decenni privo di qualsiasi serio problema di criminalità o conflitto sociale, due intere stazioni dei carabinieri sono state messe sotto inchiesta – con arresti, sospensioni dal servizio, avvisi di garanzie e intercettazioni – perché da anni angariavano chiunque capitasse loro a tiro: piccoli spacciatori, immigrati, tossicodipendenti e persino una sarta “rea” di aver chiesto troppo per un lavoro. Un caso, un bel cesto di “mele marcite”, ma non confondete la parte con il tutto, le forze di polizia sono sane...

A Roma, martedì, per la giornata internazionale del migrante – iniziativa dell’Onu, tramite l’Unhcr (presieduta a lungo da Laura Boldrini...) – si teneva al Pantheon una tranquillissima chiacchierata pubblica sul tema, con ovvie critiche all’“Europa dei muri e dei respingimenti”, in linea con quanto andava dicendo in quei minuti Papa Bergoglio. Un giovane avvocato che ha seguito diversi casi giudiziari è intervenuto criticando – sul piano tecnico-giuridico – l’impianto del famigerato “decreto Minniti” in materia di immigrazione (ora diventato legge grazie anche ai voti dei bersanian-dalemiani...). La polizia è allora scattata in modo molto minaccioso, forzando l’avvocato a mostrare i documenti per l’identificazione. Alle proteste degli astanti, il folto plotone di poliziotti li ha circondati e identificati tutti (compreso forse qualche turista di passaggio).

A Torino ieri sera, una folle carica contro tutti i cittadini che in piazza Santa Giulia stavano passando una normale serata d’estate. Pretesto: alcuni agenti, poco prima, era stati allontanati dalla folla dopo una lunga serie di “accertamenti” condotti in modo decisamente invadente. Il “pattuglione” (diversi blindati pieni di uomini in assetto da battaglia) che sembrava essersi allontanato è ricomparso a quel punto all’improvviso scatenandosi in un pestaggio di massa che ha lasciato di stucco anche La Stampa (mentre trovava l’infame plauso di Repubblica).
“Che cosa scateni la piazza e la violenza è un mistero. Davanti ad un locale volano i primi spintoni, e i poliziotti vengono allontanati. Cade a terra un oggetto. I filmati lo mostrano. Sembra una radio. Gli agenti in borghese tornano indietro per riprenderselo. Chi li insegue cerca di appropriarsene. Ed è il delirio. Volano calci, pugni, spintoni. I 100 o forse più che protestano si scatenano. È un attimo e la scena cambia ancora. In piazza ripiombano gli agenti del reparto anti-sommossa. Entrano in massa da via Giulia di Barolo e travolgono tutto. Vanno a dare la caccia a chi ha aggredito i colleghi in borghese. Manganelli e gente in fuga. Tavolini e sedie travolti. Botte davanti ai bar e bottiglie che volano, la tranquilla movida di Vanchiglia diventa battaglia, e non è un’esagerazione. Volano sedie e si schiantano piatti, bicchieri caraffe e bottiglie. Chi cena fugge terrorizzato. Ancora botte davanti ai locali. Urla, pianti, e sirene e altri agenti.

Nel bar dove fanno l’aperitivo, dove ci sono mamme con i piccoli in braccio, papà che giocano e scherzano, la gente si rifugia nel locale. Manganellate anche lì. E la gente scappa. Sono dieci minuti di delirio. Che lasciano un tappeto di rottami.

E che questa sia una reazione isterica della piazza lo si è visto qualche attimo prima che gli agenti in borghese e la dottoressa che dirigeva il servizio fossero assaliti. Lo si è visto quando dei ragazzi «normali» si sono messi ad urlare insulti e minacce in faccia ad una incolpevole poliziotta senza divisa: «Vai via p…! Devi andare via da qui. Vai via».
Ci scuserete la lunghissima citazione da La Stampa, ma bisognava lasciar parlare un cronista che certo non è accusabile di pregiudizi nei confronti degli agenti. Solo così, infatti, emerge la logica spietata della rappresaglia messa in pratica dal “pattuglione”. Che a sua volta era una invenzione di quel Mario Scelba, negli anni ‘50-’60, eredità diretta delle squadracce fasciste inquadrate nella Milizia.

E’ una logica che inquadra la popolazione – tutta la popolazione – come potenziale nemico, oppure come mandria da guidare e disciplinare a colpi di frusta, contando sul banale principio militare per cui uno squadrone sottoposto a un comando centralizzato, addestrato a tecniche e tattiche militari anche elementari (da coorte romana, per capirci), è comunque più forte di una massa di persone prese a caso, davanti al pericolo costretta ad agire istintivamente come un branco.

Due sono gli elementi politici che ci sembra emergano da questi e ormai molti, troppi, altri episodi.

Nel governo centrale e ai vertici delle varie polizie si è preso atto di non avere più molti margini di mediazione sociale. I tagli alla spesa pubblica, imposti dall’Unione Europea e dalla Troika, impediscono di affrontare il conflitto (o anche solo il malessere) sociale con i classici strumenti del soft power riformista (compra, rassicura, sopisci, elargisci). Il decreto Minniti sull’ordine pubblico – gemello di quello contro i migranti, firmato anche dal ministro Orlando – formalizza nero su bianco l’impossibilità di usare altri strumenti al di fuori della forza della repressione. E dunque affida alle varie polizie poteri e margini d’azione prima impensabili, sottraendoli – nella misura del possibile (Aulla è troppo oltre...) – al vaglio della magistratura.

Non è una novità. Esattamente come il Jobs Act ha legalizzato forme di sfruttamento del lavoro prima illegali (ma non perseguite), così i “decreti Minniti” legalizzano comportamenti delle cosiddette “forze dell’ordine” prima perennemente a rischio di inchiesta penale.

Una decisione politica che prova ad anticipare il momento in cui il prevedibile conflitto sociale prossimo venturo potrebbe andare “fuori controllo” (se non c’è più mediazione possibile, sono incerti solo tempi e modalità).

Il secondo elemento è derivato, e pericolosissimo. Dalla massa degli uomini in arme e divisa, questo “legalizzazione” è stata assimilata come autorizzazione ad annullare i residui freni inibitori. Le scene di Torino raccontano di un apparato legalizzato che agisce largamente con motivazioni proprie e non istituzionali. Lo stesso precedente invocato a scusante (vedi qui) è in realtà è una conferma piena di questa deriva in stile combattente.

E’ uno squarcio aperto sul futuro prossimo più infame. Quello in cui i “corpi intermedi” (partiti, sindacati, associazioni, ecc.) vengono sostituiti dalle guardie dello sceriffo di Nottingham.

Un “mondo nuovo”, come si intuisce dalle immagini di Torino, che troppo somigliano a quelle viste a Genova nel luglio 2001.

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Arabia Saudita, Salman bin promosso erede al trono

La smania muscolare che annida fra i Saud trova un interprete rampante e pretenzioso in Salman bin il cui papà, contravvenendo a quanto aveva disposto tempo addietro, ora lo innalza a erede al trono. Viene scalzato il nipote Mahammed bin Nayef, già designato come delfino e ieri disconosciuto grazie al voto espresso a larghissima maggioranza dal Consiglio di Fedeltà all’Arabia Saudita. Alla Mecca 31 membri su 34 hanno avallato il cambio in corsa. Sauditi a volto scoperto, dunque, se ancora fosse servito celare le concrete intenzioni egemonico-guerrafondaie della dinastia di Riyhad. Evidentemente l’ottantunenne re Salman, che due anni e mezzo fa nel prendere il posto di re Abdallah, aveva cercato di mediare coi fratelli la successione destinandola a un nipote, si è convinto ad accelerare i tempi favorendo l’elemento che più di altri incarna la smania di potere della famiglia, che esula dalla sfera affaristico-economica. Un potere che adesso mette al centro la figura del rampollo trentunenne, il quale, oltre a conservare la carica di ministro della Difesa, viene anche nominato primo ministro. E se da una parte ben pochi credono alla finzione democratico-rappresentativa di cui il regime s’ammanta, dall’altra la mossa costituisce un accentramento intenzionato a sottolineare la forza e il credito di cui Salman junior gode.

In contemporanea a bin Nayef si ritaglia il ruolo di ministro degli Interni e altre scelte riguardano Nasser al-Daoud che riceve l’incarico di sottosegretario al ministero degli Interni. Il principe bin Faisal bin Abdulaziz diventato consulente della Corte reale, e tal Faisal Sattam è nominato ambasciatore del casato in Italia, come pure altri principi vanno a occupare ruoli diplomatici. Non abbiamo notizie sugli orientamenti di quest’ultimi, ma vista l’entità della svolta c’è da giurare che la monarchia si stia dotando di figure completamente acquiescenti alla linea geopolitica assunta dopo gli accordi di Riyad con Donald Trump. Ritocchi pure negli apparati di sovrastruttura (l’Autorità per lo sport) e in quelli più sostanziali del governatorato del Golfo e dell’Intelligence. Locali agenzie danno a questi trasferimenti tattici una veste sacrale quando riportano la dichiarazione della Casa reale sulle norme che “passano ai figli del fondatore re Abd al-Aziz e ai figli dei loro figli. Una verticalità che concorda coi princìpi del Santo Corano e la tradizione del venerabile profeta” sebbene quest’ultima valutazione sia una libera interpretazione, a proprio favore, dei testi sacri islamici. Come sempre i Saud usano la religione per avvalorare fra i fedeli sunniti un’investitura divina che ne blindi a tuttotondo l’operato.

L’investitura è direttamente correlata alla crisi con il Qatar di cui la politica estera è il fulcro. Su questo terreno il piccolo Stato e la dinastia al-Thani, che lo governa, rompono lo schema di subordinazione accettato da altri (EAU, Oman, Bahrein). In grave crisi lo Yemen, stritolato dalla guerra civile e dove i sauditi misurano sul terreno armato con l’Iran la forza egemonica nella regione, e ultimamente anche il Kuwait mostra un comportamento meno acquiescente ai voleri sauditi. Certo, le petromonarchie con l’ausilio dell’Egitto del golpista al-Sisi costituiscono un blocco con cui non è facile misurarsi anche sul terreno di quelle che negli ultimi tempi sono state le armi più potenti di Doha. Media, finanziamenti, diplomazia economica. L’ultimo rampollo al-Thani ha esaltato ciò che da circa un ventennio i predecessori incentivavano. La creazione e l’implemento dell’emittente Al Jazeera è stata una delle iniziative più azzeccate dall’emiro bin Khalifa e ha rappresentato, e rappresenta, un prezioso strumento di orientamento, anche per l’eccellente professionalità con cui muove l’informazione. Il quarto figlio e suo successore Tamim, già dall’abbigliamento ha scelto di rompere le barriere formali con l’Occidente e usa lo sport quale strumento diplomatico di prim’ordine (investimenti in club calcistici, finanziamento di grandi eventi dai Giochi asiatici ai Mondiali di football).

Oltre a sovvenzioni dirette come quelle immobiliari realizzate, ad esempio, a Milano-Porta Nuova. Così il piccolo Qatar s’è aperto al mondo non solo vendendo gas e idrocarburi, ma diversificando il suo impero dei petrodollari. Giocando anche sporco, se certi denari sono finiti a finanziare direttamente o indirettamente il terrorismo jihadista, un’accusa che, però, le contigue dinastie del petrolio non possono lanciare senza il rischio di vedersi coinvolti in una collettiva chiamata di correo. Fra tanta spregiudicatezza alcuni commentatori, come uno dei decani di Al Arabiya (la tivù saudita concorrente di Al Jazeera, seppure con minore successo) al-Rashed, sostengono che l’impatto mediatico e finanziario non salverà Doha dall’isolamento in cui i Paesi fratelli (e sicuramente anche coltelli) l’hanno spinta. Visto che la geopolitica necessita di relazioni Diplomatiche con la maiuscola, quelle che passano per investimenti ed economia sono importanti ma non vivono senza l’ossigeno della politica. E su questo terreno il clan al-Thani non può spendere tutto ciò che mostra su altri tavoli. Fra i colossi mondiali gli Usa hanno compiuto la propria scelta e i qatarioti non hanno al proprio fianco un padrino che possa difenderli se i petrodollari dovessero lasciare il passo alle petroarmi. Insomma, secondo Rashed, dalla base di al-Udeid (base aerea Nato in Qatar) non s’alzerebbe un solo caccia statunitense o britannico a difesa degli al-Thani. Chissà se per festeggiare la prossima corona bin Salman vorrà unire all’idea di soffocare l’ambizioso Tamim con un embargo (tutto da provare, nonostante una geografia favorevole) anche uno sfregio militare. Il laboratorio mediorientale le sta provando tutte.

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D’Alema e i suoi ricordi di guerra

D’Alema oggi, su il Manifesto, bacchetta Tommaso Montanari che l’altro giorno, al Brancaccio, aveva fatto riferimento alle sue responsabilità relativamente alla “guerra illegale in Kosovo”.

D’Alema sostiene che Montanari, critico d’arte, certe cose non le capisce e che meriterebbe una denuncia per calunnia che lui, bontà sua gli risparmierà. Esiste infatti una sentenza della Corte Costituzionale che stabilisce che quella guerra non fu incostituzionale. Anche se l’art.11 della Costituzione sostiene che l’Italia ripudia la guerra, poi consente, dice D’Alema “limitazioni di sovranità necessarie agli obblighi derivanti dai trattati internazionali” come, evidentemente, quelli legati alla nostra presenza nella Nato.

Ha ragione: il giovane e inesperto Montanari ignorava che per “limitazioni di sovranità” si potessero intendere i bombardamenti sulle popolazioni civili. Non è il solo, ma si è sbagliato.

A dire il vero Montanari è incorso pure in un’altra disattenzione, non passibile di calunnia, di cui però l’attento D’Alema non si è accorto: ha parlato di guerra in Kosovo. L’Italia, sotto la premiership di D’Alema fece da rampa di lancio per aerei che per molti giorni andarono a bombardare Belgrado, Novi Sad, Nis e molte altre città che dal Kosovo distano centinaia di chilometri.

Un’imprecisione di termini in cui molti sono soliti cadere. In fondo, se Montanari anziché di guerra illegale in Kosovo avesse parlato di bombardamenti della Nato, Italia compresa, sulla popolazione civile della Jugoslavia nessuno lo avrebbe potuto accusare di imprecisione e nessuno lo avrebbe potuto denunciare per calunnia. Un’altra volta ci dovrà stare più attento.

Peraltro, per quanto riguarda D’Alema, anche lui è uscito in un’affermazione che avrebbe richiesto qualche chiarimento politico in più, quando ha citato il suo ritorno in Serbia ai tempi in cui era Ministro degli Esteri del Governo Prodi tra il 2006 e il 2008.

Dice che i giovani lo hanno ringraziato perché quella guerra fu l’inizio “del ritorno alla libertà”.

Personalmente non nutro pregiudizi, quando si tratta di stabilire la verità dei fatti e i fatti di quegli anni li conosco discretamente, anche se può essermi sfuggito qualcosa. Per esempio non ho problemi a riconoscere che a Belgrado, D’Alema fece un intervento che ricevette applausi. Solo che non riguardava “il ritorno della libertà” in Jugoslavia grazie alle bombe della Nato. Riguardava invece un progetto di possibile cooperazione economica tra Italia e Serbia che conteneva elementi di interesse per il governo locale.

Nessun problema a riconoscerlo, ma le due cose mi sembrano parecchio diverse.

Naturalmente, per Massimo D’Alema come per tutti, fino a prova contraria, vale la sua parola a proposito di quei giovani serbi che l’avrebbero ringraziato per le bombe. Però, ci faccia un piacere. Ci mostri un documento, una registrazione, uno straccio di attestazione che confermi questa sua affermazione. E che magari metta in risalto il numero e la rilevanza politica dei soggetti che si erano complimentati con lui. Altrimenti saremmo nostro malgrado portati a formulare cattivi pensieri sul suo conto. Magari che lui non sia quel modello di attendibilità che dichiara di essere.

Qui mi fermo: nessun processo alle intenzioni.

Ma nemmeno nessuna disponibilità a farmi prendere in giro dalle giravolte dialettiche del politico di turno, indipendentemente dal fattore generazionale.

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Cosa succede in Siria?

Intervista a Fulvio Scaglione. Che succede in Siria? Perché gli statunitensi abbattono aerei siriani che combattono contro l’Isis e altre milizie? Perché, in questo modo, provocano sia la Russia che l’Iran, che stanno conducendo effettivamente la battaglia contro i jihadisti di AL Baghdadi? Perché i media mainstream recitano i bollettini di guerra della Nato senza altra spiegazione? Per un parere al di sopra di ogni sospetto, Radio Città Aperta ha intervistato Fulvio Scaglione, editorialista de l’Avvenire.

Al telefono con noi Fulvio Scaglione, per un suo commento su una notizia che campeggia su tutte le prime pagine e che riporta in primo piano la tensione tra Russia e Stati Uniti rispetto quanto sta avvenendo in Siria. Addirittura l’avvertimento che da Mosca arriva a Washington “i vostri jet sono potenziali bersagli”... Tutto nasce dall’abbattimento, da parte statunitense di un caccia dell’aviazione siriana di Assad... Scaglione, come si spiega questa nuova escalation di tensione fra Stati Uniti e Russia in un momento in cui, fra l’altro, sul territorio stanno avvenendo delle cose apparentemente sul terreno? Le forze curde dell’Sdf e alleati, sotto l’egidia statunitense, stanno entrando a Raqqa... A Mosul sta avvenendo lo stesso con le forze irachene. Sembra che lo stato islamico effettivamente sia nella fase più bassa, dal punto di vista militare, di questi ultimi anni. Che lettura dai di questa ripesa di conflittualità tra Stati Uniti e Russia?

Naturalmente si possono dire tante cose perché la situazione è intricatissima. Cominciamo col dirne una. Dal punto di vista del diritto internazionale, gli unici paesi che avrebbero, teoricamente, la legittimità per operare militarmente sul territorio siriano sono quelli che sono stati invitati a farlo dal legittimo governo siriano che – piaccia o no, ci sembri una dittatura orrenda o meno – è comunque quello di Bashar al-Assad. Che sia un governo che non ci piace non vuol dire niente dal punto di vista internazionale, perché di governi e regimi – come quello o anche peggiori – ce n’è un’infinità; e non è che gli americani vadano a bombardare ogni territorio, o vadano a difendere quello o quel gruppo di oppositori. Ora, naturalmente, non è così, noi lo sappiamo benissimo. Hanno operato militarmente in Siria, la Turchia, l’Iran e altri paesi tra cui, appunto, le forze del terrorismo islamico che sono, palesemente come noto, supportate, finanziate, organizzate dalle petromonarchie del Golfo Persico. L’operazione americana, quella di sostegno ai curdi e la corsa per occupare politicamente e militarmente uno spazio in Iraq e in Siria, adesso ha un obiettivo piuttosto preciso – che è lo stesso dell’ingerenza delle petromonarchie del Golfo Persico – e cioè cercare di spezzare quella catena sciita che va dall’Iran all’Iraq alla Siria al Libano. Questo è l’obiettivo strategico generale e, ovviamente, la Russia ha l’obiettivo strategico generale esattamente contrario, quello di sostenere questa catena sciita, farla sopravvivere, farla rimanere in piedi.

Il problema di tutto questo è che, come già in Ucraina, questi contendenti stanno giocando con il fuoco, perché la tensione continua a crescere. Non si rendono conto, apparentemente o forse se ne rendono conto, che nel contrasto degli opposti interessi il livello dello scontro si innalza continuamente. Da questo punto di vista la cosa più preoccupante, ancor più dell’abbattimento del caccia siriano da parte degli americani, è l’intervento con i missili da parte dell’Iran, che è chiaramente un ammonimento anche agli stessi americani.

Ricordiamo che il bombardamento missilistico dall’Iran, con missili a medio raggio, ha colpito una città che sembra essere il punto di ritrovo delle milizie jihadiste di Daesh che stanno fuggendo da Raqqa, almeno questo abbiamo letto. Quindi diciamo che molto, quasi tutto, si concentra e si esaurisce intorno a questo conflitto fra il Medio Oriente sciita e sunnita e quindi lo stato islamico come tante volte abbiamo provato a spiegare, è una reazione... è una conseguenza di questo tipo di conflitto. Dal suo punto di vista, lei ritiene che sia in via di esaurimento l’esperienza anche statuale di questo stato islamico autoproclamatosi oppure c’è ancora? Ci sarà ancora da combattere sul terreno, quanto meno per debellare l’ipotesi dell’esistenza di questo stato che si traduce in grande sofferenza per tutti i civili che sono sottoposti al loro dominio. Le testimonianze che arrivano dalle zone liberate sono di cose orribili, di schiavitù vera e propria di buona parte delle popolazioni che in questi due anni sono state all’interno di questo stato islamico.

Io credo che siano valide tutte e due le affermazioni. Sicuramente la presa militare e politica dello Stato islamico è in fase calante. Io direi in fase terminale, però questa fase terminale non sarà breve, sarà molto crudele, sarà difficile da affrontare. Non aspettiamoci che tutto si risolva domani o dopodomani. Va anche detta una cosa, che lo stato islamico è stato in qualche modo coltivato. Lo stato islamico è uno strumento inventato dalle petromonarchie del Golfo Persico con l’obiettivo chiarissimo di cancellare dalle carte geografiche la Siria di Assad. Obiettivo che ognuno può giudicare come crede, ma questo era l’obiettivo. E’ stato altrettanto e assolutamente chiaro in questi anni – perché ormai sono tre anni che lo stato islamico si è insediato nelle zone dove adesso si combatte – che lo stato islamico è stato risparmiato, perché non è possibile che una coalizione internazionale, come quella messa insieme da Barack Obama, di 70 paesi guidata dagli Stati Uniti con la partecipazione di Regno Unito, Francia, Arabia Saudita, ecc. ecc. non sia riuscita in tre anni a far fuori le milizie islamiste dell’Isis, quando bastarono pochissimi mesi per spazzar via la Jugoslavia di Milosevic e pochissime settimane per spazzar via l’Iraq di Saddam Hussein. E’ chiaro che finora si è condotta una guerra finta, contro lo stato islamico, che è andato in crisi non per i famosi bombardamenti, per i raid, ecc. ecc. Lo stato islamico è cominciato ad andare in crisi quando la Turchia ha raggiunto un accordo politico con la Russia e ha chiuso le frontiere. Non dimentichiamo che dalla frontiera turco-siriana sono passati quasi settantamila foreign fighters più rifornimenti, armi, denari, e in senso inverso il petrolio che lo stato islamico estraeva in Iraq e vendeva clandestinamente in Turchia, le opere d’arte che vendeva clandestinamente in Turchia, i macchinari delle fabbriche di Aleppo che lo stato islamico, comunque i ribelli, smontavano e trasferivano in Turchia. Quando quel confine è stato chiuso in seguito ad un accordo politico, lo stato islamico ha cominciato ad andare in crisi per evidente mancanza di rifornimenti e di ricambi, e questa crisi sta raggiungendo adesso il suo apice. Ma certamente lo stato islamico non è andato in crisi perché gli abbiamo fatto chissà quale tipo particolare di guerra.

Il ruolo della Russia, l’intervento della Russia, sempre per propri interessi strategici, non per motivi umanitari sul piano internazionale, però ha scompaginato un po’ questa struttura. Se l’accordo tra la Turchia e la Russia ha portato a questa diminuzione di sostegno allo stato islamico, come si inseriscono in questo contesto le accuse e la sorta di offensiva mediatica e diplomatica nei confronti del Qatar che, recentemente, è stata portata avanti da Stati Uniti e petromonarchie? C’è molto ipocrisia perché ci si rende conto di come non fosse solo il Qatar a finanziare il jihadismo...

Sì. E’ come una serie di buoi che danno del cornuto ad una serie di asini, perché tutti questi paesi hanno sostenuto o sostengono il terrorismo. Lo fa l’Arabia Saudita con l’Isis e con Al Qaeda, con altri gruppi ribelli più o meno moderati in Siria e tra l’altro lo fa anche direttamente, perché le azioni miliari dell’Arabia Saudita nello Yemen sono, almeno per metà, definibili come azioni terroristiche. Il Qatar ha sostenuto il terrorismo, perché il Qatar ha sempre appoggiato i Fratelli Musulmani, le cui ramificazioni svolgono azioni terroristiche in Siria e in Egitto e lo ha fatto, per dire, anche l’Iran, perché l’Iran ha sempre sostenuto Hezbollah, che è considerato un’organizzazione terroristica, e recentemente ha riallacciato i rapporti che aveva interrotto con Hamas, che è un’altra organizzazione che pratica il terrorismo. Quindi il tema del terrorismo è un tema del tutto retorico, perché tutti questi paesi, in qualche modo, sono complici di terroristi o lo sono stati. La vera questione è una questione politica ed è appunto quello che dicevo all’inizio di questa intervista e cioè che c’è chiaramente un progetto sunnita di scompaginamento del mondo sciita. Mondo sciita che è stato per 13 secoli emarginato, negletto, spesso anche oppresso e che solo in epoca contemporanea ha conosciuto una sua rivincita, perché all’inizio degli anni ’70 gli sciiti alawiti della famiglia Assad hanno preso il potere in Siria, nel ’79 c’è stata la rivoluzione khomeinista sciita in Iran, poi in Libano c’è stata la presa di potere degli sciiti, poi in Iraq nel 2003 il regime sunnita di Saddam Hussein è stato abbattuto ed hanno preso potere gli sciiti. E’ tutta contemporanea la rivincita degli sciiti. Di fronte a questa rivincita, le petromonarchie sunnite del Golfo Persico, secondo me, hanno perso anche la testa, perché hanno cominciato a reagire portando la guerra e la devastazione ovunque, nello Yemen, in Siria, ecc. ecc. e facendo salire una tensione che sarebbe magari salita di suo, ma non a questi livelli...

Torniamo alla cronaca, all’attualità. C’è Trump presidente degli Stati Uniti. Che variabile è in questo tipo di schema, in questo tipo di conflitto? O almeno quello che sta dimostrando di essere fino adesso...

Io credo che la variabile non sia tanto Donald Trump ma i problemi di Donald Trump, perché Donald Trump in campagna elettorale aveva delineato una politica estera molto diversa da quella che sta conducendo, anche se quella che sta conducendo è abbastanza difficile da ricondurre dentro uno schema, sembra più una serie di improvvisazioni... Dico questo perché ho la sensazione che la pressione che viene esercitata dagli ambienti del Partito Democratico e anche da una frangia cospicua del Partito Repubblicano – la frangia neocon – spinga Trump a condurre delle azioni che servono non tanto a delineare una strategia di politica estera, ma piuttosto a contrastare le critiche politiche che gli vengono mosse in patria e a recuperare consenso. Mi riferisco, per esempio, al bombardamento in Afghanistan con la superbomba oppure al bombardamento della base siriana in seguito a quei presunti attacchi chimici che sarebbero stati condotti dal regime di Assad. Quindi il pericolo oggi costituito da Trump non è tanto nelle sue intenzioni, perché io non credo che sia Trump a delineare la politica estera degli Stati Uniti, ma nelle azioni che Trump può essere spinto a intraprendere per cercare, in qualche modo, di riguadagnare consenso, riguadagnare appoggio interno a causa degli scandali che lo tormentano.

Bene, per il momento la ringraziamo. Grazie per la sua disponibilità e la puntualità dei suoi interventi.

E’ stato un grande piacere, vi ringrazio io.

Anche da parte nostra. Grazie e buon lavoro.

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Carne e sangue della nostra gente. La chiamano spending review

Cosa ci racconta la relazione sulla Spending Review? Non lasciatevi ancora ingannare dal fascino rassicurante delle parole in inglese, armatevi di curiosità e seguiteci nella decostruzione di questa narrazione tossica dai risultati dolorosi.

Secondo la Banca d’Italia, al 31 dicembre del 2016 il debito pubblico italiano era pari a 2.217,7 miliardi. Lo certifica il Supplemento “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”, in cui si evidenzia un aumento di 45 miliardi rispetto a fine 2015, quando il debito ammontava a 2.172,7 miliardi (132,3 per cento del Pil).

Nel 2014 il debito pubblico era di 2.134 miliardi (il 133,8% del Pil). In due anni è cresciuto di 83 miliardi (con relativo aumento degli interessi da pagarci sopra a vantaggio di banche, assicurazioni, fondi di investimento italiani e stranieri possessori dei titoli di debito) ma è aumentato anche il Pil consentendo una riduzione percentuale ma non quantitativa. Quando “tutto il male” (per mutuare i bellissimi romanzi di Stig Larsson) è cominciato, ossia nel 1992, il debito pubblico era “solo” il 105,2% del Pil. Ma da allora è entrato in vigore il Trattato di Maastricht e sono cominciati i governi delle misure “lacrime e sangue” (Amato, Ciampi, Prodi, Berlusconi) che dichiaravano come obiettivo strategico proprio la riduzione del debito pubblico. I risultati ci dicono che in venticinque anni di lacrime e sangue su pensioni, salari, salute, privatizzazioni che hanno impoverito il paese, il debito è aumentato del 27,5% sul Pil.

Ieri è stata diffusa la relazione sulla Spending Review, cioè i tagli della spesa pubblica affidati dopo aver cambiato mano tre volte, al consigliere economico di Renzi, l’israeliano Yoram Gutgeld.

La relazione ci dice che tra il 2014 e il 2016 la spesa pubblica è stata tagliata per 3,6 miliardi nel 2014, 18 miliardi nel 2015, 25 miliardi nel 2016 e si punta a 29,9 miliardi per il 2017. Tagli importanti dunque ma, paradossalmente, non sul piano della spesa controllata attraverso il “metodo Consip” oggi finito sotto processo per lo scandalo sull’assegnazione degli appalti. Qui infatti la spesa è aumentata del 27% (ne riferisce il Sole 24 Ore di oggi a pag.5).

Ma dove sono stati inferti i tagli? Qui viene fuori tutto il carattere di classe della spending review.

Leggiamo infatti dalla relazione che a farne le spese sono state soprattutto le amministrazioni locali e i lavoratori pubblici, diminuiti tra il 2013 e 2016 di ben 84mila unità. E anche in prospettiva, quando si parla di tagli alla spesa si punta come “spesa aggredibile” al personale (il 50% della spesa pubblica aggredibile pari a 164 miliardi) e solo dopo ci sono i 135,4 miliardi (41%) degli acquisti per beni e servizi pubblici (esattamente lì dove ha fallito il “metodo Consip”). Insomma si è tagliato dolorosamente nella carne e nel sangue della gente per poter avere a disposizione un tesoretto da spendere per salvare le banche e finanziare l’aumento delle spese militari.

Ricapitolando. Sono venticinque anni che ci massacrano su ogni aspetto del lavoro e del welfare in nome della riduzione del debito pubblico, ma questo invece di diminuire è aumentato. Il paese da decenni è in avanzo primario (cioè spende meno di quanto incassa) ma va in deficit a causa degli interessi da pagare sul debito (ben 66,3 miliardi solo nel 2016). Scomparso già dagli anni Novanta, il “Bot people”, questi interessi vanno ormai a rimborsare solo banche, fondi di investimento italiani e stranieri, società finanziarie e assicurazioni, cioè interessi meramente ed esclusivamente privati.

Lo Stato e le istituzioni locali (Regioni, Comuni etc.) si sono sempre più de-responsabilizzate dalla gestione dei servizi pubblici esternalizzando e privatizzando a man bassa, lasciando così degradare complessivamente le città e il paese, alimentando il razzismo e la guerra tra poveri per poter condurre più tranquillamente e duramente la “guerra contro i poveri”.

Risultati? Boom della disuguaglianza sociale, della disoccupazione, dell’impoverimento di massa, dello stato di polizia, dell’analfabetismo funzionale e crollo delle aspettative generali del paese (con una emigrazione di italiani all’estero che ormai ha quasi raggiunto quella dell’immigrazione di stranieri in Italia). Per fare cosa? Per compiere quale “destino” (quello di cui ha parlato la Merkel) se non quello di essere un paese subalterno alle oligarchie finanziarie e alle multinazionali che hanno costruito l’Unione Europea, la gabbia dell’euro e spingono sulla militarizzazione e la guerra? Un destino comune agli paesi Pigs che stà però producendo asimmetrie dolorose e visibili all’interno stesso del nostro paese tra il nucleo integrato con l’Unione Europea (Lombardia, Emilia, parte del Nordest dove c’è quel 20% di imprese che rappresenta l’80% dell’export e del valore aggiunto in Italia) e il resto del paese che sta andando alla malora.

E’ questo il meccanismo da spezzare per rimettere in modo un processo di cambiamento politico e sociale di segno almeno progressista prima ancora che comunista.

Per questo il 1 luglio ci si vede a Roma, per provare con Eurostop a rimettere in campo questo processo, lasciando andare alla deriva la “sinistra” esistente, residuale, ormai inservibile a tale scopo.

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Il “compagno” Damiano si unisce alla canea contro il diritto di sciopero

Leggiamo con molta rabbia ma senza più stupore l’intervista di Cesare Damiano, PD, ex Ministro del Lavoro e dirigente Cgil sino al 2001, attuale Presidente della Commissione Lavoro della Camera, sul diritto di sciopero. In Damiano traspare in modo plateale la voglia di comprimere e reprimere l’esercizio del diritto di sciopero, ma solo se proclamato da sindacati che non siano Cgil, Cisl e Uil, dimenticando che l’esercizio dello sciopero è un diritto, costituzionalmente previsto, del singolo lavoratore.

Le origini Cgil dell’esponente PD emergono in modo esasperato in una fase nella quale i “sindacati collaborazionisti”, così come l’altro ex Ministro del lavoro, Sacconi, aveva definito Cgil, Cisl e Uil, non se la passano molto bene e sarebbero danneggiati dai piccoli sindacati il cui obiettivo, a suo dire, sarebbe quello della “...pratica del dumping sociale ai danni degli accordi di Cgil, Cisl e Uil, e Confindustria. Giocano al ribasso sui compensi e le tutele dei lavoratori...”. Quindi sarebbero proprio insensati quei lavoratori che scioperano con questi piccoli soggetti sindacali, poco rappresentativi e che firmano accordi peggiori di Cgil, Cisl e Uil. Veramente singolare come tesi.

Se poi è da attribuire realmente a Damiano l’affermazione riportata dall’articolo de la Repubblica per la quale “Nessuno vuole toccare i diritti ma ora i Cobas vanno fermati”, dove evidentemente per Cobas si intende tutto ciò che non è “sindacato collaborazionista”, allora il cerchio si chiude ed è evidente che la mano tesa di Damiano e del PD nei confronti di Cgil, Cisl e Uil serve a puntellare un sistema sindacale che fa ormai acqua da tutte le parti e che viene abbandonato ogni giorno da centinaia e centinaia di iscritti.

Onorevole Cesare Damiano, crediamo che la prioritaria funzione di un Presidente della Commissione Lavoro della Camera sia quello di tutelare il lavoro e non quello di decidere quali siano i sindacati da “fermare” e quelli da tutelare.

C’è aria di regime in questo paese e lo si vede da come si reprime continuamente il dissenso sociale, da come i lavoratori che scioperano sono trattati come un problema di ordine pubblico, da come si perdono pezzi di industria e migliaia di posti di lavoro mentre si discute di quanti miliardi si devono elargire alle banche.

Onorevole Cesare Damiano, Usb non è un Cobas, è un sindacato confederale, di massa e indipendente, un sindacato con una forte rappresentatività in tutti i settori produttivi del paese. Per questo motivo è al centro di molteplici “attenzioni” da parte delle istituzioni e delle aziende che colpiscono senza sosta i nostri delegati. Ma il diritto di sciopero, se lo ficchi bene in testa, è un diritto dei lavoratori e non certo suo o dei sindacati.

La misura è colma e tirare troppo la corda non fa bene a chi lavora. Chi è preposto alla tutela del lavoro, soprattutto se riveste una carica istituzionale così importante come la sua, dovrebbe scendere dal piedistallo e confrontarsi seriamente e senza minacciare il sindacato e chi lo rappresenta, oppure dovrebbe avere la decenza di tacere su certi argomenti.

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La coazione a ripetere del Brancaccio e la sfida di Eurostop per la rottura

Come da copione, ogni volta che si avvicina una tornata elettorale di una certa importanza tornano a squillare le trombe de “l’unità della sinistra”. L’ennesima messa in scena di una coazione a ripetere stancante quanto inefficace (anche dal punto di vista stesso dei promotori) ha riempito sabato scorso il teatro Brancaccio a Roma.

Grandi speranze, polemiche, divisioni, applausi e fischi, soprattutto calcoli elettorali. Sì, perché a unire tutti appassionatamente – ma solo fino al giorno dopo le elezioni, poi ognuno andrà per la sua strada – sono soprattutto i calcoli elettorali di quel ceto politico che si compone e scompone da anni in una eterna transumanza da una sigla all’altra, in cerca non di una unità di programmi e di metodi, ma sostanzialmente della rappresentanza istituzionale. Entrare nelle istituzioni, da quando le sinistre si fecero incastrare nei governi di centrosinistra divenendo oggettivamente corresponsabili dei disastri sociali e politici dei vari Prodi e D’Alema, si è fatto molto difficile: perché i sistemi elettorali varati negli ultimi anni sono stati pensati esplicitamente per escludere le sinistre e, particolare di non poco conto, perché queste ultime, nelle loro varie e spesso fantasiose accezioni, hanno perso ogni residua credibilità agli occhi dei loro tradizionali referenti sociali.

E così le ragioni della sinistra – la rappresentanza dei settori di classe e popolari e dei loro interessi materiali oltre che politici – sono sempre più platealmente sacrificate sull’altare dell’unico vero moloch: la costituzione di un’alleanza elettorale che tenga dentro il numero maggiore possibile di circoli, partiti, associazioni, intellettuali e che permetta di racimolare i voti sufficienti a superare l’insormontabile scoglio della soglia di sbarramento che impedisce l’ingresso in Parlamento. L’unità viene spacciata come un bene in sé, al di là dei progetti, dei contenuti, degli obiettivi comuni. Che d’altronde la consumata e rituale coazione a ripetere messa in moto dagli eterni ‘appelli all’unità della sinistra’ non potrebbero garantire.

E così, di volta in volta, ecco uscire dal cilindro di un ceto politico disperato quanto vorace il “contenitore” in grado di sommare le diverse debolezze della sinistra, i vari cocci di ciò che fu lo spazio politico ed elettorale rappresentato a suo tempo da Rifondazione Comunista e da altre formazioni nate dallo sgretolamento del Pci. Una coazione a ripetere sempre uguale a se stessa che se negli anni scorsi ha puntato su guru nazionali ed esteri – Bertinotti, poi Ingroia, poi ancora Tsipras – ora sembra giocare la carta degli outsider Montanari e Falcone dietro i quali sono però visibilissimi i promotori dell’operazione provenienti per lo più dalla ‘sinistra Pd’ in libera uscita da un partito ormai apertamente di destra oltre che dai settori più istituzionalisti di Sinistra Italiana. Una operazione a termine – che oltretutto dipenderà dalle caratteristiche più o meno escludenti di un sistema elettorale che l’attuale parlamento fatica a licenziare – e tutta politicista alla quale però sta dando credito, a volte in buona fede e spesso in maniera opportunistica, un ampio spettro di organizzazioni politiche tra le più diverse, da quelle che propugnano un liberismo temperato e sono spudoratamente europeiste ad alcuni dei partiti comunisti superstiti.

L’unità nella diversità, direbbe qualcuno, necessaria per rifondare una “sinistra moderna” e capace di attirare il consenso dei grandi numeri. Un copione già visto, a nostro avviso, incapace di rappresentare i bisogni materiali di un corpo sociale massacrato in questi anni dal processo di integrazione europeo e da quei governi di centrosinistra e centro all’interno dei quali sedevano, compartecipi e correi, molti di coloro che sabato al teatro Brancaccio occupavano le prime file e intervenivano dal palco. Un’assemblea ed un progetto di segno moderato, come dimostra l’interlocuzione con il cosiddetto Campo Progressista di Pisapia e l’ingombrante presenza di Massimo D’Alema, lo stesso che su Repubblica lancia strali contro ‘gli estremisti’ e rivendica la giustezza dei bombardamenti contro le popolazioni dei Balcani ai tempi della ‘guerra del Kosovo’.

In un simile contesto i comunisti, i centri sociali, le realtà sindacali, le associazioni che si battono sul territorio contro i disastri ambientali, i gruppi di sostegno ai profughi e tutto quel magma sociale e politico che si muove genuinamente ma ingenuamente cercando riferimenti politici generali in grado di invertire la rotta non potranno che avere – se lo avranno, visto il trattamento riservato dagli organizzatori al Pci e a ‘Je so pazzo’ – un ruolo di subalternità, di portatori d’acqua ad un progetto sostanzialmente dominato da coloro che in questi anni hanno sdoganato e imposto la precarietà, la militarizzazione e la guerra, il massacro sociale, i sacrifici a senso unico.

Che per rifondare una sinistra credibile e moderna si debba consegnare il proprio patrimonio a coloro che in questi anni hanno condiviso le scelte più abiette – dal Jobs Act alla Buona Scuola fino allo Sblocca Italia alla Legge Minniti – è sinceramente inaccettabile oltre che offensivo.

La strada per la ricostruzione di un fronte politico e sociale di massa che rompa non solo con le conseguenze ma anche con le cause del massacro sociale imposto dall’ordoliberismo e dall’Unione Europea esiste. E’ quella indicata e praticata negli ultimi due anni dalla Piattaforma Sociale Eurostop, frutto di una convergenza di settori politici, sociali, sindacali e territoriali su un programma di rottura nei confronti dell’Ue, dell’Euro e della Nato. E ovviamente refrattaria alle logiche del politicismo e dell’elettoralismo che condannano al fallimento ogni ipotesi di ricomposizione e per una totale indipendenza politica dei settori di classe. Solo dentro questa indipendenza i comunisti potranno ritrovare un proprio ruolo nella definizione di una prospettiva strategica e di una pratica e organizzazione sociale tutta da ricostruire.

Il prossimo primo luglio Eurostop terrà al centro sociale Intifada di Roma la propria assemblea costituente sulla base di un programma e di una identità comuni alternativi e antagonisti ad una sinistra consumata,oltre che di una serie di campagne di massa capaci di rafforzare e rilanciare un fronte sociale e politico di aperta sfida nei confronti dell’esistente.

Una strada sicuramente più lunga e tortuosa ma anche più dignitosa del solito e trito teatrino delle ‘costituenti’ che non uniscono ma dividono, che non costruiscono ma distruggono, che non rafforzano ma indeboliscono.

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Alle classifiche opponiamo il diritto universale all’istruzione e alla formazione universitaria

di Francesco Sinopoli

Tra pochi giorni un esercito di ragazze e ragazzi affronterà la dura prova dell’esame di maturità (in bocca al lupo a tutte e tutti). Dopo, meno della metà di loro si immatricolerà all’università. Furono 275 mila l’anno scorso, ma dopo aver toccato punte molto più basse negli anni precedenti, secondo i dati ufficiali forniti dal Miur. E gli altri? Una parte sceglierà volontariamente di non proseguire gli studi all’università, ma una parte consistente sarà costretta a rinunciarvi per ragioni di sostenibilità economica. Per una famiglia di lavoratori dipendenti, soprattutto nelle aree depresse del paese, e non solo nel Mezzogiorno, che non abbiano la fortuna di vivere in una città dove è presente l’Ateneo universitario, sostenere i costi di uno o più figli – studenti fuori sede – è diventato proibitivo. E negli anni della crisi economica feroce, con le mille incertezze legate al futuro del posto di lavoro, gli effetti si sono fatti sentire ancora di più e hanno pesato notevolmente sulle famiglie della classe media e operaia.

Così, l’impossibilità di accedere all’esperienza formativa dell’università solo per motivazioni economiche ha generato forme di accentuato disagio, frustrazione e disperazione in centinaia di migliaia di giovani, in particolare nell’ultimo decennio. E l’università, paradossalmente, ha finito per trasformarsi in uno degli elementi della struttura delle disuguaglianze del paese.

Infatti mentre i teorici sostenitori dell’ideologia dell’eccellenza sono stati soddisfatti, sullo sfondo resta del tutto inevaso il grande interrogativo sull’università italiana: come farla uscire dalla gabbia del privilegio nella quale si è trasformata? Dovrebbe essere la ricerca di risposte a questo interrogativo la priorità nel dibattito pubblico. Lo stesso Ben Sowter, capo dei ricercatori della QS, la società che ogni anno si occupa di stilare le classifiche mondiali per le università, è costretto ad ammettere, come riporta il Messaggero, che “l’Italia è un paese straordinario e spero che la classe dirigente decida di incrementare l’investimento per le università e la ricerca. Favorire un cambio generazionale tra i ricercatori”, prosegue, “e fermare la preoccupante migrazione di giovani menti brillanti è fondamentale per aumentare la competitività del Paese”. Al netto di quest’ultima opinione, anche nella considerazione di Sowter pare centralissima la necessità di aumentare gli investimenti per l’università e la ricerca. Ma la preoccupazione non può essere solo quella dell’astratta “competitività”, concetto che rientra nello stile neoliberista di chi considera uno studente, un ricercatore, un docente, il “capitale umano”, ma di garanzie costituzionali e democratiche.

Come ha osservato, tra gli altri, Ivano Dionigi, l’ex rettore di Bologna, più volte intervenuto in questi giorni su diversi quotidiani, è accaduto che mentre gli altri paesi europei rispondevano alle sfide della crisi economica aumentando gli investimenti in conoscenza, saperi, formazione, in Italia si è deciso di tagliare i fondi nel sistema universitario e della ricerca. E purtroppo, la decisione sui tagli orizzontali e scriteriati è comune ai governi di centrodestra, tecnici e di centrosinistra, nessuno dei quali ha mai voluto affrontare la questione universitaria come questione costituzionale e democratica, ma solo in modo ragionieristico, inserendola come una voce di bilancio come altre, e dunque non strategica, neppure per “aumentare la competitività” del sistema, come recita la vulgata neoliberista.

Perché è questione costituzionale? Perché il diritto allo studio è un diritto universale che la Costituzione tutela all’articolo 3: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E l’Università non è proprio quella sfera pubblica nella quale dovrebbe dispiegarsi lo sviluppo della persona umana? Cos’è la conoscenza, se non la possibilità di dare a tutti le armi intellettuali per crescere, e magari superare le disuguaglianze di partenza? In Germania lo hanno capito da un pezzo, e infatti le loro università pubbliche sono gratuite, e leggendo la stampa tedesca non sembra che si siano stupiti, favorevolmente, del fatto che la prima bandierina tedesca che compare nel ranking organizzato da QS sia il Politecnico di Monaco al 64esimo posto seguito dall’Università statale della stessa capitale bavarese due posti dopo, e quella di Heidelberg al 68esimo.

In Germania sanno bene che nessuna università gareggia in un concorso competitivo con le altre, sulla base di tabelle di merito stabilite da un gruppo di ricercatori. No, in Germania sono consapevoli, grazie forse alla loro tradizione luterana e calvinista, che ciò che conta è mettere tutti nelle stesse condizioni di accesso alla formazione, di qualunque ordine. Per questa ragione, la spesa pubblica per la formazione di ogni singolo cittadino in Germania cresce ogni anno, come ampiamente dimostrano i dati di Education at a glance e nessuno si sognerebbe mai di operare tagli privi di senso.

Nel nostro continente si è consolidata una geografia ben precisa degli investimenti in istruzione e ricerca che corrisponde anche alle migliori performance economiche dell’Eurozona e del mondo, con riflessi rilevanti nella dimensione sociale. Come ci ricorda da anni Pietro Greco, esiste un’importante differenza tra aree europee caratterizzate dallo stesso peso demografico in ragione proprio di ciò. L’area “teutonica”, che ha al centro la Germania ed è composta da Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia, Islanda, Austria, Svizzera; l’area “anglo-francese” composta da Francia, Regno Unito, Belgio, Lussemburgo e Irlanda; l’area mediterranea, con Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, Malta e Cipro e quella orientale che raccoglie i paesi ex comunisti (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Slovenia, Croazia). Al netto delle condizioni di partenza, ad esempio, in termini di reddito nell’area teutonica ci sono maggiori investimenti nell’educazione terziaria (universitaria e post-universitaria): 635 dollari per abitante rispetto ai 489 dell’area anglo-francese, ai 340 dell’area mediterranea e ai 202 dell’area orientale. Per l’istruzione universitaria si spende il doppio rispetto all’area mediterranea e il 30% in più che nell’area anglo-francese. Si investono in R&S 162 miliardi di dollari l’anno. Una cifra pari quasi al 3% del PIL, seconda sola a quella degli Stati Uniti (447 miliardi) e della Cina (232 miliardi), del 53% superiore a quella dell’area anglo-francese (106 miliardi) e del 245% superiore a quella dell’area mediterranea.

Serve un investimento immediato in tutta la rete universitaria a partire dagli atenei che hanno subito maggiormente le scelte demenziali degli ultimi anni finalizzate a drenare le poche risorse disponibili dopo i tagli draconiani del 2008 nelle presunte aree forti del sistema. Ciò ha avuto come effetto quello di rendere l’università un amplificatore delle disuguaglianze piuttosto che uno strumento di inclusione e mobilità sociale. Al contrario, le poche risorse “fresche”, dopo anni di redistribuzione dei tagli, piuttosto che per finanziare il sistema vengono anch’esse distribuite in modo selettivo. Si tratta di 1,35 miliardi di euro (271 milioni annui per cinque anni) a 180 dipartimenti “di eccellenza”. Attraverso una premialità che per avere un senso dovrebbe aggiungersi ad un fondo ordinario tale da consentire il funzionamento normale di tutte le università piuttosto che diventare l’unica ancora di salvezza per i pochi che ne beneficeranno. Inoltre l’ideologia delle eccellenze che punta a selezionare chi “merita” si correda oggi contro ogni logica ed evidenza col ritorno del numero chiuso in corsi di laurea dove non c’era mai stato. Difficile trovare parole equilibrate per definire scelte demenziali di questa portata.

Difficile non ripensare alle parole di Papa Francesco che ha stupito ancora una volta nel suo discorso agli operai dell’Ilva, tra le altre cose si è concentrato proprio su questo tema:
“Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata meritocrazia. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il merito; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono: il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. Così, se due bambini alla nascita nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente”.
Da anni è in corso una spinta per far si che il nostro sistema di istruzione diventi funzionale a questa ideologia, vale per l’università così come per la scuola come già si è detto riflettendo sulla deriva della valutazione. Si tratta di politiche regressive socialmente ed economicamente contro le quali bisogna lottare avendo come stella polare i valori che la nostra Costituzione affida alla scuola, all’università e alla cultura.

In realtà, è urgente elaborare e rilanciare una politica dello sviluppo (e non semplicemente della crescita) che abbia come presupposto l’estensione dei diritti di cittadinanza a partire da quello all’istruzione per tutto l’arco della vita. Per un paese dove l’indice di Gini, che misura le disuguaglianze, peggiora da dieci anni ininterrottamente, questa scelta è un dovere civile. La diffusione effettiva della conoscenza e la promozione di un uso critico della propria ragione sono un obiettivo oggi ancora più importante. La selezione dei saperi costruita attraverso i meccanismi di taglio delle risorse, accreditamento dei corsi, valutazione selettiva, riduzione delle opportunità di reclutamento sta già portando all’estinzione di intere discipline e alla marginalizzazione di scuole individuate come disfunzionali a ciò che il mainstream ritiene utile. L’attacco furioso nei confronti della cultura umanistica e in subordine delle scienze sociali è parte di questa operazione puramente ideologica mascherata da efficientamento del sistema di istruzione. L’idea che l’istruzione universitaria sia il presupposto della costruzione di una cittadinanza nel mondo, per dirla con Martha Nussbaum, deve oggi essere riproposta con forza nel dibattito pubblico. La realizzazione della persona umana attraverso l’accesso ai più alti gradi di istruzione significa questo. Del resto non basta produrre beni ad alta tecnologia e immateriali per migliorare la qualità della vita delle persone.

Tutto ciò ci induce a suggerire qualche soluzione alla gigantesca questione universitaria: occorre investire massicciamente nel diritto allo studio; metter fine alla strategia dei numeri chiusi, come ancora recentemente è accaduto all’Università Statale di Milano che, chiudendo anche i quattro dipartimenti umanistici, ha fatto l’en plein, con 79 su 79 a numero chiuso; ma soprattutto occorre tentare la strada dell’accesso gratuito almeno alle lauree triennali. Ecco, queste proposte, se realizzate, magari potrebbero rendere concreti i sogni e le speranze di tanti tra quei 580mila maturandi del 2017 che potrebbero aver già deciso di mollare.

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Noto con sempre maggiore piacere che determinate voci critiche si stanno espandendo anche nell'universo "mainstream".
Con dispiacere direttamente proporzionale, tuttavia, devo registrare che continua a essere messa da parte, oppure sfugge completamente, l'analisi circa le cause della situazione descritta.
Una carenza macroscopica che vanifica qualsivoglia soluzione al pessimo stato di cose presenti, eppure i dati sono tutti sotto mano e dibattuti.
Sarebbe sufficiente domandarsi come mai, a livello comunitario, gli investimenti in formazione e cultura siano perfettamente speculari alla divisione produttiva che vede in testa il blocco tedesco, a seguire quello francofono e fanalino di coda l'area mediterranea...
Penso sarebbe sufficiente un po' di onestà intellettuale per riconoscere che la regressione sociale e culturale è l'orizzonte che l'UE ha assegnato al nostro Paese e che le classi dirigenti nazionali hanno scientemente accettato per tutelare la propria rendita di posizione locale e per ignavia.
Quindi senza rottura di questo schema politico (che passa anche per l'affermazione di una mentalità generale agli antipodi di quella attuale stomachevolmente ben rappresentata da molti commenti in calce all'articolo presentato), non sarà mai possibile alcuna inversione di tendenza