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mercoledì 24 maggio 2017

Trump rassicura ma non incanta Israele

di Michele Giorgio   il Manifesto

«Abbiamo la rara opportunità di portare stabilità, sicurezza e pace in questa regione e sconfiggere il terrorismo creando un futuro d’armonia, prosperità e pace. Ma possiamo farlo solo collaborando, non c’è altra via». Un Trump messianico ha aperto ieri con queste parole la visita ufficiale in Israele, seconda tappa del suo viaggio inaugurale all’estero da presidente degli Stati Uniti. Una tappa che segna la discontinuità con la linea di Barack Obama – che aveva avuto rapporti non facili con Benyamin Netanyahu al quale comunque ha assicurato aiuti militari per quasi 40 miliardi – ma che difficilmente imprimerà, come spera la destra israeliana dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca, una svolta netta alla politica Usa nei confronti delle colonie ebraiche, dello status di Gerusalemme e dei Territori palestinesi occupati.

Netanyahu e i suoi ministri hanno ormai capito che i gesti simbolici dell’inquilino della Casa Bianca non andranno sempre a soddisfare le aspettative israeliane. Il fatto che Trump sia stato ieri il primo presidente americano in veste ufficiale a visitare il Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo, nella zona Est, occupata, di Gerusalemme, difficilmente darà il via libera al riconoscimento da parte degli Stati Uniti, di tutta la città, quale capitale di Israele. Nonostante le pressioni israeliane, Trump ha preferito visitare il Muro del Pianto senza essere accompagnato da Netanyahu. La tv israeliana Channel Two, riferiva ieri che funzionari statunitensi avrebbero respinto la richiesta di Netanyahu affermando che il Muro del Pianto «non fa parte del vostro territorio... è in Cisgiordania, questa è una visita privata del presidente e non è affar vostro». Un portavoce della Casa Bianca ha poi precisato che questi commenti «non riflettono la posizione statunitense e certamente non quella del presidente». Può darsi, in ogni caso il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme (per ora) è congelato, con grande disappunto del governo Netanyahu e della destra al potere.

È evidente che i rapporti avviati dalla nuova Amministrazione con il mondo arabo – in particolare l’Arabia Saudita al quale nei prossimi anni gli Usa venderanno armi per centinaia di milioni di dollari – hanno indotto persino un presidente che non brilla per intelligenza e preparazione politica a farsi più cauto e vago sulla questione israelo-palestinese e a rinunciare ai toni battaglieri e filo-israeliani della campagna elettorale. Ieri sera mentre chiudevano questo numero del nostro giornale Trump e Netanyahu erano impegnati in colloqui nella residenza del premier israeliano. Al termine non si attendevano annunci clamorosi. «Vogliamo che Israele viva in pace. Insieme possiamo arrivare alla pace. Condividiamo una amicizia fondata sull’amore per la libertà e per i diritti umani», ha detto il presidente americano nel corso della conferenza stampa congiunta con Netanyahu. «Credo in un rinnovato sforzo per raggiungere la pace tra israeliani e palestinesi... La pace in Medio Oriente è uno degli accordi più duri da ottenere ma sento che ci arriveremo. Lo spero», ha aggiunto. Frasi senza spessore che rivelano l’inesistenza di un “piano di pace” di Trump di cui si parla da qualche tempo.

Ciò che il tycoon consegnerà a Israele in questa prima visita da presidente non è Gerusalemme o il via libera ad una colonizzazione senza freni dei territori palestinesi. È la testa dell’Iran. Lo stesso regalo che ha fatto ai sauditi e agli altri regnanti del Golfo riuniti ad ascoltarlo domenica a Riyadh. Trump ha accusato Tehran e i suoi alleati (Siria e Hezbollah) di tutto e di più per la gioia di re Salman dell’Arabia Saudita. Parole che sono suonate come una dichiarazione di guerra e alle quali non ha potuto non reagire il rieletto presidente iraniano Rohani. «Il ritrovo in Arabia Saudita è stato soltanto uno show senza valori pratici o politici di alcun tipo. Non si può risolvere il terrorismo dando soltanto il denaro del popolo a una superpotenza», ha commentato ieri Rohani alludendo agli accordi da miliardi di dollari firmati da Washignton e Riyadh.

Oggi Trump andrà per qualche ora a Betlemme dove incontrerà il presidente dell’Anp Abu Mazen. I palestinesi lo accoglieranno con una “giornata di rabbia” contro la politica Usa e l’occupazione israeliana. Tutta la Cisgiordania e Gerusalemme est ieri hanno osservato una sciopero generale in solidarietà con i detenuti in sciopero della fame e contro l’arrivo del presidente americano.

Brasile: Impeachment per Temer? Complotto, Crisi sistemica o Soluzione politica?



Per rispondere a questa triplice domanda è necessario fare un passo indietro, quando il 28 aprile, il “Frente Brasil Popular” (1), il fronte “Um Povo Sem Medo” (2) e i partiti di sinistra PDT, PCB, PSTU e PCO proclamarono lo sciopero generale contro le cosiddette riforme liberali del governo di Michel Temer, che fece scendere in piazza 38 milioni di brasiliani.

Uno sciopero generale, indetto soprattutto per rigettare la Riforma del lavoro (Novas Leis Laborais) e quella sulle pensioni (Reforma da Previdencia), che ha paralizzato tutto il Brasile, come ai tempi degli anni '80 e che ha fisicamente impaurito il governo e il presidente Michel Temer, che ha subito promesso di modificare gli argomenti critici delle suddette riforme.

Questi due fatti, vale a dire la compattezza dello sciopero generale e il conseguente dietro-front di Temer hanno messo a nudo la crisi sistemica del Brasile, che i media brasiliani hanno sempre cercato di nascondere, per poi trasformare la crisi del regime in una novella televisiva in cui il copione si basa sul continuo scontro tra gruppi di politici, più o meno corrotti, e gruppi di giudici, più o meno moralisti.

In realtà, questa nuova crisi politica ha dimostrato che il governo di Michel Temer è incapace di portare a termine il programma di “riforme liberali”, per il quale era stato designato con un arrischiato colpo di stato giuridico (Impeachment) nei confronti del presidente Dilma Rousseff.

Nello stesso tempo il presidente Temer ha manifestato tutte le sue debolezze, rivelandosi sempre più disadatto a garantire la stabilità politica e, soprattutto a mantenere unita la nuova maggioranza formata dai parlamentari che votarono in favore dell’Impeachment.

In poche parole, Michel Temer e il suo gruppo politico del PMDB hanno perso la stima delle eccellenze del mercato e della Casa Bianca e per questo non saranno loro che gestiranno il processo di successione nelle elezioni del 2018.

Una considerazione che ha, nuovamente, messo insieme le multinazionali, le oligarchie imprenditoriali brasiliane e i settori filo-imperialisti della comunicazione. Costoro, considerando anche il basso livello di onestà e di capacità politica hanno decretato necessario e urgente terminare il tormentato travaglio del governo Temer, per aprire una nuova fase politica capace di impedire la crescita della candidatura di Lula e la riorganizzazione di un movimento popolare che il 28 aprile si è dimostrato capace di mobilizzare 38 milioni di lavoratori, vale a dire il 40% degli elettori.

La delazione di Joesley Batista coinvolge Temer e Aécio Neves

E’ in questo clima, in cui le polemiche stanno dilaniando la “classe padrona”, su chi e come si dovrà portare a termine l’attuale legislatura, che è esplosa la bomba di Joesley Batista, proprietario con il fratello Wesley dell’IBS – l’impresa leader mondiale nell’esportazione di carni bovine. Vale a dire la “delazione premiata” che Joesley ha consegnato al giudice Edson Fachin del Tribunale Federale Superiore.

In pratica, si tratta di un piccolo dossier con le registrazioni di una riunione con il Presidente Temer, in cui gli argomenti toccavano le principali operazioni di corruzione che coinvolgono non solo il presidente Temer e i parlamentari del PMDB, ma anche il gruppo politico di Aécio Neves del PSDB. Infatti, Aécio, dopo essere stato il candidato super-votato del PSDB nelle elezioni presidenziali del 2015, era considerato il potenziale successore di Temer nelle prossime elezioni del 2018.

Comunque, la “delazione premiata” e documentata di Joesley Batista è importante non solo in termini giuridici ma anche a livello politico, poiché oltre ad accusare di corruzione, attiva e passiva, i principali capi-corrente del PMDB legati a Temer, ha messo in ballo anche il gruppo dirigente del PSDB, accusando prima Aécio Neves e poi il senatore José Serra, – ex ministro degli esteri di Temer e attuale numero due nel PSDB –, di aver usufruito pagamenti “in nero” da parte dell’IBS per più di sette milioni di dollari, con cui finanziare la campagna di Serra nelle elezioni presidenziali del 2010.

Rivelazioni che si ripercuotono anche sul PT di Lula e di Dilma, poiché Joesley Batista, oltre ad aver confessato di aver finanziato negli ultimi dieci anni tutte le campagne elettorali del PT, ha presentato documenti dell’IBS per certificare il pagamento “in nero e in dollari” a Michel Temer, di 120 milioni di dollari, con cui fu finanziata l’elezione di 164 deputati federali, sei governatori, oltre alla campagna di Temer come vice presidente di Dilma Roussef.

Materiale che “miracolosamente” si è auto-duplicato nella sede della Polizia Federale per emigrare nei computer di alcuni giornalisti della TV Globo, notoriamente legati al giudice federale Sergio Moro. Il magistrato che dal 2006 sta conducendo un’interminabile inchiesta giudiziaria per demonizzare il PT, con l’accusa di aver introdotto la corruzione nella politica. Nello stesso tempo Sergio Moro sta tentando di squalificare politicamente Lula accusandolo di essere il capo occulto di questo immenso sistema di mazzette e di propine illegali, di cui, secondo il magistrato, anche Dilma Roussef sarebbe stata a conoscenza. Cosa che però non ha potuto mai dimostrare.

Una situazione che ha fatto piovere sul tavolo del presidente del Parlamento, Rodrigo Maia otto richieste di impeachment nei confronti del presidente Michel Temer, oltre a provocare il completo marasma nei partiti che sostengono il governo del PMDB. Infatti, il 18 maggio, il presidente del PSB (3), Carlos Siqueira, appoggiato dalla direzione del partito, ha deciso di abbandonare la maggioranza che sostiene il governo e l’importante ministero delle Miniere e dell’Energia, scontrandosi, però, con il netto rifiuto del suo ministro Fernando Coelho Filho. Lo stesso è accaduto nel PPS, dove il ministro della Cultura ha presentato le sue dimissioni, mentre quello della difesa, Raul Jungmann, ha deciso di rimanere al fianco di Temer. Ugualmente confusa è la situazione nel poderoso PSDB, il partito dell’ex-presidente Henrique Cardoso, che controlla quattro ministeri ed è la spina dorsale della maggioranza, dopo l’arresto del Presidente del Parlamento, Eduardo Cunha e la conseguente demoralizzazione dei parlamentari del PMDB.

Per questo motivo, il 22 maggio, l’ex-presidente della repubblica, Fernando Henrique Cardoso, dichiarava che “...il PSDB continua ad appoggiare il governo di Michel Temer e l’alleanza con il PMDB, poiché, adesso spetta al Tribunale Superiore Federale far luce sulla veridicità delle registrazioni di Joesley Batista...”. Infatti, i grandi giornali di Sao Paulo vicini al governo (Folha ed Estado) hanno pubblicato vari articoli, in cui si sostiene che le risposte del presidente Temer sarebbero state manipolate da qualcuno della Polizia Federale per meglio vendere lo scoop alla TV Globo!

Una boccata di ossigeno per il presidente golpista Michel Temer, mentre la popolarità politica di Lula e del suo giudice inquisitore, Sergio Moro tornano a crescere a livello popolare.

Il TSF e i candidati della borghesia per il 2018: Meirelles o Sergio Moro?

Come è previsto dalla Costituzione nei casi di corruzione per fini elettorali, spetta agli undici giudici del Tribunale Federale Superiore (TSF) assolvere o condannare con l’espulsione il politico che si è eletto usando “fondi neri” o per aver presentato al Tribunale Elettorale una dichiarazione di rendita falsa. Normalmente questi processi sono rapidi, sia si tratti di un semplice consigliere comunale, di un senatore federale o addirittura del presidente o del vice-presidente della repubblica.

Quindi nel prossimo mese di giugno o di luglio, spetterà al Tribunale Federale Superiore dichiarare se la delazione di Joesley Batista comporta la sospensione immediata del presidente Temer, oppure se si dovrà attendere la sentenza del processo che è in corso nel Tribunale Superiore Elettorale contro Michel Temer per reato di corruzione elettorale. Infatti, il grande imprenditore Marcelo Oderbrecht (4) confessò di aver dato a Temer 20 milioni di dollari per finanziare, nel 2015, la campagna elettorale nazionale del PMDB e, in particolare, quella di Temer come vice-presidente di Dilma Roussef.

Una situazione complessa che le leggi costituzionali complicano ancor più, poiché, se negli ultimi due anni di mandato, il presidente e poi il suo vice divenuto presidente sono espulsi o rinunciano, spetterà al Congresso nominare un presidente ad interim (Interino) per terminare il mandato, a meno che in Parlamento non sia votata una PEC (Proposta di Emenda Costituzionale) per realizzare in 90 giorni nuove elezioni presidenziali.

Comunque se il Tribunale Superiore Elettorale annullerà l’elezione di Michel Temer per il reato di corruzione elettorale, in questo caso spetterà al Tribunale Superiore Federale convocare le elezioni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, senza l’uso della PEC votata nel Parlamento e poi nel Senato.

In pratica l’abbinamento del procedimento in corso nel Tribunale Superiore Federale con il processo del Tribunale Superiore Elettorale, accelera sempre più lo scontro tra i tre gruppi politici dominanti della borghesia per la nomina di un eventuale presidente Interino fino al 31 dicembre del 2018 e soprattutto per la sua successione (2019/2022).

Infatti, il ruolo meschino della direzione politica del PMDB nella preparazione dell’Impeachment contro Dilma Rousseff ha frammentato e indebolito il più grande partito brasiliano che nel 2014 rappresentava la piccola e la media borghesia imprenditoriale, la classe media e le importanti fasce di proletariato urbano e rurale. Oggi, il PMDB, non ha più una direzione politica unita, continuando a essere controllato dagli uomini del cosiddetto “Grupo Lumpen” (5), che in seguito agli arresti e alle denunce di corruzione non ha nessuna possibilità di presentare un suo candidato alle elezioni presidenziali del 2018.

Il secondo gruppo, invece, rappresenta l’FMI, il mercato finanziario, le multinazionali, le oligarchie brasiliane del mondo industriale e dell’agro-business. Il suo unico leader è Henrique Mereilles, attuale Ministro dell’Economia che, in passato, fu Direttore Generale del Bank Boston brasiliano, per poi diventare Presidente Mondiale della rete del Bank Boston e infine Presidente del Banco Centrale del Brasile. Durante gli otto anni dei governi Lula (2003/2010) Henrique Mereilles è stato l’incontrastato presidente del poderoso Banco Centrale del Brasile, rivelandosi un personaggio centrale nella strategia del capitalismo in Brasile.

Il terzo gruppo è ideologicamente legato ai settori della cosiddetta nuova destra conservatrice, una specie di “NewCon” brasiliana, strutturalmente legata alla “TV Globo” e idealizzata dagli uomini del Dipartimento di Stato durante il governo di Barack Obama. In pratica, un progetto di Hillary Clinton per creare in Brasile un nuovo leader capace di sviluppare una “rivoluzione liberale e morale”, che ha conquistato le simpatie del nuovo segretario di Stato, Rex Tillerson.

Per questo motivo il poderoso gruppo di comunicazione “Organizaçoes Globo” (6) ha dato un’attenzione particolare alle inchieste sulla corruzione del giudice Sergio Moro (7) per accendere l’entusiasmo degli elettori, presentando, appunto, il giudice federale nelle vesti del nuovo salvatore del Brasile soffocato dall’ingordigia della classe politica. In pratica la “TV Globo” sta creando il candidato dell’anti-politica, che dovrebbe essere votato soprattutto dalle masse di elettori che hanno perso la fiducia nel PMDB e nel PT.

Un ruolo che la “TV Globo” ha rafforzato negli ultimi due anni quando due grandi inchieste giudiziarie (8) del giudice Sergio Moro hanno in sostanza distrutto l’immagine del PT, mettendo a nudo i meccanismi che José Dirceu e altri dirigenti del PT avevano messo in piedi per garantire al governo Lula la maggioranza in Parlamento e nel Senato. D’altra parte il giudice Sergio Moro è quello che ha firmato il mandato di arresto per il potente impresario Marcelo Oderbrecht e per il Presidente del Parlamento, Eduardo Cunha, l’autore dell’Impeachment contro Dilma Rousseff. Quindi un personaggio veramente capace e disposto a ricoprire un ruolo decisivo nella manipolazione elettorale mediatica

In questo marasma politico la previsione più possibile è che il Tribunale Superiore Federale decreti la sospensione definitiva di Michel Temer, permettendo quindi ai deputati e ai senatori della maggioranza di dare l’incarico di Presidente Interino al ministro dell’economia, Henrique Meirelles.

Una nomina che si adatta perfettamente al personaggio politico di Meirelles, per portare a termine l’attuale mandato senza nuovi scandali e scontri di piazza, oltre a far votare le due leggi che il mercato e le multinazionali esigono a tutti i costi dalla maggioranza prima delle elezioni del 2018. Vale a dire la nuova legge sul lavoro che distrugge tutte le norme e le conquiste che regolano il lavoro in generale, annullando tutti i benefici stabiliti nei governi di Joao Goulart (1962/64) e soprattutto quelli decretati durante i due governi di Lula.

Lula: nuovamente il leader della pace sociale?

Il dieci maggio, dopo aver resistito all’umiliante interrogatorio organizzato a Curitiba dal giudice federale Sergio Moro e dalla TV Globo, Inazio Lula da Silva è tornato a essere non solo il candidato del PT per le elezioni presidenziali del 2018, ma anche l’unico che può riaccendere la combattività del movimento popolare. Una possibilità che Joao Pedro Stedile, leader del potente Movimento dei Senza Terra (MST) e principale quadro politico del Fronte Brasile Popolare, riafferma ricordando che: “...Lula è ancora il leader che rappresenta ampie maggioranze del popolo brasiliano e che si può impegnare per portare avanti un progetto di cambiamento, che con il nostro piano popolare di emergenza che elenca più di 70 misure d’emergenza, può tirare il Brasile fuori dalla crisi economica, sociale e politica...”.

Una candidatura che certamente non piace alla classe media e alla borghesia, ma che, oggi, è, senza dubbio l’unica che può unificare i movimenti per portare nel “Palácio do Planalto” un presidente con una maggioranza di governo effettivamente popolare, disposto a garantire la realizzazione degli interessi delle classi lavoratrici e la sovranità nazionale.

In realtà si tratta di un sogno politico, che può diventare una realtà effettiva, soprattutto se Lula decide di impegnarsi a fondo nella costruzione di questo progetto di cambiamento.

Se invece prevarranno le tesi dell’interclassismo dettate dal marketing elettorale, se si cercherà di incrementare l’incontro tra capitale e il lavoro con la richiesta di sacrifici da parte dei lavoratori con una apparente pace sociale, purtroppo ci sarà la ripetizione degli errori del passato dove nessuna delle riforme strutturali fu realizzata.

NOTE

1 – “Fronte Brasile Popolare” (Frente Brasil Popular) è formato dai partiti PT e PCdoB, dai movimenti MST e UNE e dalle centrali sindacali CUT e CTB.

2 – Il “Fronte Un Popolo Senza Paura” (Frente Um Povo Sem Medo), riunisce il partito di sinistra PSOL, la centrale sindacale Intersindical e il movimento urbano dei senza tetto MTST.

3 – L’attuale Partito Socialista Brasiliano (PSB) non ha niente a vedere con lo storico PSB formato da Miguel Arraes. Infatti pur essendo un “fedele” alleato” del PT, ha votato a favore dell’Impeachment e appoggiato la formazione del governo golpista di Michel Temer. E’ il partito delle opportunità, senza nessun presupposto ideologico.

4 – Marcelo Oderbrecht, comunemente conosciuto con il nomignolo di “Padrone del Brasile”, è stato arrestato dal giudice Sergio Moro nell’ambito dell’inchiesta “Lava Jato”. Nella sua delazione premiata, Marcelo Oderbrecht accusa direttamente molti dirigenti del PT per aver messo in piedi, nel 2006, un meccanismo di mazzette proveniente dai fondi della statale energetica Petrobrás, con cui pagare centinaia di parlamentari e quindi garantire la maggioranza al governo Lula. Un meccanismo che era la continuazione del “Mensalao” che José Dirceu aveva organizzato nel 2004, per pagare mensilmente i deputati che votavano le leggi presentate dal PT.

5 – Il “Grupo Lumpen” che controlla la direzione nazionale del PMDB è formato da Temer, Jucà, Padilha e Moreira Franco.

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Perché nulla vada perduto dell’antifascismo


Dino Giacosa antifascista e partigiano. L’attento lavoro di Vittoria Grimaldi e Adriana Valabrega.

Si è concluso ieri il Salone del Libro di Torino. Una lunga kermesse durata parecchi giorni, con una miriade di libri, presentazioni, eventi. A me, piace ricordare e parlare qui dell’ultimo evento tenutosi al Salone 2017, ultimo in ordine cronologico, ma – per il mio modesto personale interesse – il primo. Alle ore 18,00 di ieri, nell’ambito del programma degli eventi degli editori indipendenti del Piemonte organizzati da Prontolibri al Salone del Libro di Torino 2017, c’è stato: Perché nulla vada perduto, con gli interventi di Vittoria Grimaldi e Adriana Valabrega.

Si parlava di Dino Giacosa, antifascista e partigiano, partendo da due opere che lo riguardano e delle quali erano appunto presenti le autrici, Vittoria Grimaldi* e Adriana Valabrega**.

“Perché… nulla vada perduto: Dino Giacosa, una vita per la libertà e la giustizia”, di Vittoria Grimaldi. Paola Caramella Editrice, Torino, 2009.

“M.U.R.I. 1938. Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano” di Adriana Valabrega, Feltrinelli, 2013.

Le autrici Adriana Valabrega (a sinistra) e Vittoria Grimaldi (a destra) con il magistrato Antonio Osnato.

La storia narrata dalle due opere, la storia di Dino Giacosa e del MURI, sono un pezzo importante delle storia antifascista e partigiana del Piemonte e dell’Italia. Il risultato di questa attenta ricostruzione viene brevemente riassunto qui di seguito. Chi scrive ha imparato molto, e ringrazia le due autrici. Nulla deve andare perduto, dell’antifascismo.

Dino Giacosa, avvocato, antifascista e partigiano, è stato una delle figure più importanti dell’antifascismo italiano. Nato a Torino nel 1916, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Torino. Completa gli studi laureandosi nel 1939 a Genova, città dove ha dovuto trasferirsi per motivi di lavoro (è segretario di direzione presso l’Enpi, Ente nazionale prevenzione infortuni ligure). Fervente antifascista, nel 1938 fonda con Luigi Passadore e Franco Valabrega il Movimento unitario rinnovamento italiano (Muri), gruppo cospirativo clandestino operante fra Piemonte e Liguria. Giacosa si trasferì immediatamente dopo a Milano, lavorando alla locale sede Enpi. L’attività del MURI fu scoperta dalla Polizia segreta fascista, l’OVRA, nel 1940. Giacosa fu arrestato e deferito, con una trentina di suoi compagni, al Tribunale speciale che, nel 1940, lo assegnò al confino nell’isola di Ventotene. Dopo due anni, l’avvocato riuscì a sottrarsi alla sanzione e a raggiungere, nel Cuneese, il gruppo di antifascisti capeggiato da Duccio Galimberti. Giacosa lavora presso lo studio legale di Galimberti, con il quale stringe una forte amicizia e una solida collaborazione nell’organizzare l’attività antifascista nel Cuneese. Dopo l’8 settembre 1943, presso Valdieri, in località Madonna del Colletto insieme a Galimberti e a Dante Livio Bianco è fra gli organizzatori della banda partigiana “Italia libera”, con la quale ben presto si sposta tra la valle Stura e Grana, in località Paralupo.

Allontanatosi dal gruppo in seguito a divergenze, si sposta in Valle Pesio, ove nel febbraio 1944 entra in contatto con la formazione autonoma “Valle Pesio” comandata da Piero Cosa, poi confluita nel Gruppo Divisioni Autonome Rinnovamento, che contribuisce a riorganizzare diventandone commissario politico. Dà vita al Gruppo unitario di rinnovamento nazionale (GURN), organizzazione foriera di un progetto di rinnovamento politico-istituzionale da affiancare alla lotta militare, e al Servizio X, struttura segreta con mansioni di reclutamento, informazione e collegamento. Nel dopoguerra l’avvocato Giacosa si è impegnato nella propaganda politica repubblicana e federalista. Nel 1947, con prefazione di Ferruccio Parri, è uscito un suo volumetto dal titolo Tesi partigiana: considerazioni sommarie sui principi che governano la condotta della guerra partigiana in Italia. Brillante avvocato, muore a Cuneo nel 1999. Vittoria Grimaldi ha pubblicato Perché nulla vada perduto; Dino Giacosa: una vita per la libertà e la giustizia, per la prima volta nel 2000, riscoprendo ed analizzando la storia e la figura di Giacosa.

Il movimento di pensiero e d’azione MURI (Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano) fu un movimento antifascista, democratico, repubblicano antimonarchico, liberalprogressista secondo gli insegnamenti di Mazzini, Gobetti e dei fratelli Rosselli. Il suo primo nucleo risale al 1937 con il significato di movimento unitario di ricostruzione italiana. Fu fondato nel 1938 da Dino Giacosa e Franco Valabrega di Torino insieme a Luigi Passadore di Genova e Alberto Cassin di Busca, era contrario alla dittatura fascista e alle leggi razziali antisemite del 1938. Dino Giacosa (Torino, 11/07/1916 – 28/6/1999) combatté con Duccio Galimberti nella “Banda Italia Libera” di Madonna del Colletto, e successivamente a Val Pesio; Franco Valabrega (Torino, 11/8/1916 – 23/8/1980) combatté come vicecommissario partigiano nell’XI Brigata Garibaldi in Val di Lanzo insieme a Gianni Dolino; Luigi Passadore (Genova, 6/7/1917) dottore in legge; Alberto Cassin (Busca (CN), 3/2/1916 – Auschwitz inverno 1944) dottore in chimica, impiegato. Il MURI nasce come organizzazione clandestina antifascista e si forma inizialmente a Genova, città in cui Giacosa lavora e studia.

A Torino la diffusione avviene grazie alla collaborazione di Franco Valabrega ed in poco tempo il Muri si allarga formalmente ad Alessandria, Asti, Novara, Chivasso, Savona, Milano, Lissone, Verona, Brescia, Treviglio, Firenze, Livorno, Bologna, Roma, Napoli e Bari. Nella primavera del 1940 il vertice dell’organizzazione fu arrestato dalla polizia e deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato che lo prosciolse in istruttoria, passando i casi alla Commissione per il confino che inviò numerosi aderenti, fra cui lo stesso Giacosa, al domicilio coatto.

L’8 settembre 1943, Giacosa era a Cuneo, lavorava presso lo studio Galimberti. Aderì immediatamente alla lotta armata e, dopo un breve passaggio alla banda Italia libera di Madonna del Colletto, nel febbraio 1944, si unì alla banda di Valle Pesio del capitano Piero Cosa, ponendo così le basi delle Formazioni autonome Rinnovamento. Il Muri, formato da antifascisti di Torino, Milano, Genova, Firenze, Roma e altre città italiane, era organizzato a catena, e ogni murino conosceva solo due persone associate con le quali poteva comunicare tramite parole-chiave tenute segrete.

L’attività antifascista coinvolgeva giovani e meno giovani di tutte le classi sociali, studenti, avvocati, piccoli industriali, insegnanti, artigiani, commercianti, religiosi e liberi pensatori, cristiani, ebrei, valdesi, per organizzare azioni di sabotaggio e attivare un’azione educativa sulla popolazione, in nome della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia, anche tramite volantini che contenevano i principi della lotta antifascista: contro il regime, contro la censura, contro le imposizioni antilibertarie, il razzismo, la violenza dei fascisti, e contro il re Vittorio Emanuele III che non sapeva imporsi per rendere l’Italia libera e unita. I murini – come accennato sopra – vennero scoperti a causa di infiltrati e spie fasciste dell’OVRA, e condannati al carcere e al confino, nel giugno 1940.

Gli ideali morali e politici di resistenza al fascismo e al totalitarismo da parte degli associati al Muri ne fecero un movimento politico unitario democratico e repubblicano, e furono le linee guida di molti partigiani che continuarono dopo l’8 settembre 1943 la lotta contro il fascismo e l’occupazione tedesca combattendo nelle diverse formazioni soprattutto GL, garibaldine, o autonome “Rinnovamento”, in Piemonte, ma anche in Liguria e in Lombardia.

Gli ideali di uguaglianza, libertà e giustizia, espressi nel Decalogo del giusto, il manifesto dei murini, dovevano essere realizzati in uno spazio storico di libertà internazionale ed europea come avevano insegnato Giuseppe Mazzini nella Giovane Europa (1834) e Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene (1941). Terminata l’emergenza bellica, il Muri rinacque in veste ufficiale schierandosi in posizione di centro, fra i movimenti indipendenti, dandosi un assetto improntato alle normali regole democratiche. Era diretto da una Presidenza e da un Comitato, disponeva di una serie di uffici centrali (sede principale a Torino), di sezioni (Piemonte, Liguria, Toscana e Calabria); ebbe, nel primo periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, un suo giornale politico chiamato Movimento. Il giornale era un settimanale, redatto a Genova. Il Muri pare terminare la sua attività nella tarda estate del 1946 dopo un periodo di crisi.

* Vittoria Grimaldi, docente, storica e poetessa torinese, si è orientata verso la psicologia di Lacan, per dedicarsi alla prassi psicanalitica sia nel rapporto di coppia sia nella terapia di gruppo, esperienze che hanno contribuito in larga misura allo sviluppo del suo pensiero teorico e alla ricerca del vero nel concreto delle vicende umane. Docente presso il Liceo Scientifico “Galileo Ferraris” di Torino in storia e filosofia, èutrice di un’opera storica su Dino Giacosa, figura di spicco della resistenza cuneese (Perché nulla vada perduto), ha scritto un racconto autobiografico, Icaro, e il saggio filosofico Verità del mito e mito della verità. Per la narrativa si ricordano I sentieri del desiderio (2009) e Il cerchio imperfetto (2011). Nel 2016 è vincitrice della XIII edizione del Premio Letterario dedicato a Michele Ginotta, a Cavour (Torino).

**Adriana Valabrega torinese di nascita, si è laureata in filosofia presso l’Università di Torino con una tesi sul filosofo ebreo Martin Buber. Insegna da molti anni al liceo classico Cesare Beccaria di Milano. Prima di “Come arabeschi di melograni” (2016) ha pubblicato altre raccolte di poesie presso la casa editrice Paola Caramella di Torino: “Acrobata sul filo del tempo” (2009), “Oltre la vetrata trasparente” (2011), “Alberi che volano” (2014). E’ autrice dell’opera storica M.U.R.I. 1938 (2013) dedicata al Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano, associazione antifascista fondata fin dal 1938 da Dino Giacosa, Franco Valabrega e Luigi Passadore. Quest’opera affronta anche il tema tragico delle persecuzioni contro gli ebrei subite dalla famiglia paterna, dal nonno Giacobbe Enrico, giornalista e scrittore di poesie in piemontese, tra i fondatori del Circolo della Stampa di Torino.

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martedì 23 maggio 2017

Gran Bretagna, centinaia i foreign fighters tornati in patria per colpire

Se fosse confermata la pista jihadista, questo attentato era tra le tragiche eventualità da mettere in conto. Dopo l’attentato del lupo solitario Khalid Masood al Parlamento britannico, in cui vennero uccise quattro persone prima che il terrorista fosse eliminato, l’intelligence inglese aveva rivelato che oltre 400 cittadini britannici, andati a combattere a fianco dell’Isis in Siria e Iraq, erano tornati in patria.

Questo faceva già temere che in Gran Bretagna si era raggiunta la massa critica di terroristi “islamisti” – come aveva tenuto a sottolineare il premier Theresa May non usando l’aggettivo islamico – pronti a colpire con attacchi più simili a quelli del 30 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo 2016 a Bruxelles.

I servizi dunque si aspettavano non azioni di singoli lupi solitari ma attacchi coordinati di cellule jihadiste. Qualche giorno dopo l’attentato di Londra, un altro rapporto dei servizi inglesi affermava che dei 700 foreign fighters segnalati dalle autorità 320 avevano già fatto ritorno nel Regno Unito.

Fallito il progetto territoriale del Califfato era abbastanza logico che ci fossero dei ritorni, anche se non è per niente automatico che il travaso dei foreign fighters avvenga in Europa: molti jihadisti potrebbero decidere di andare a combattere in altre parti del Medio Oriente come lo Yemen. Nel 2005 a Londra ci furono 56 morti nell’attentato alla metropolitana, questo di Manchester sarebbe il più grave da allora, nonostante la fitta rete di sicurezza impiantata dalle autorità britanniche che hanno infiltrato i gruppi jihadisti con un programma di prevenzione costato miliardi di sterline.

Manca ancora una rivendicazione e questo lascia ancora dei dubbi sulla pista jihadista. Ma proprio il fatto che non ci sia ancora potrebbe significare che si tratta di un attentato organizzato e che la cellula che lo ha realizzato intenda proteggere la propria rete logistica.

L’attentato dimostra anche la vacuità dei proclami anti-terrorismo fatti in Arabia Saudita da parte di Trump e della leadership saudita che con gli israeliani hanno come obiettivo soprattutto il contenimento dell’Iran sciita più che l’eliminazione di un jihadismo sunnita che si alimenta proprio dell’ideologia islamica radicale e retrograda sostenuta da Riad. Una situazione che gli Stati Uniti, gli inglesi e i francesi conoscono perfettamente, ma fanno finta di ignorare in nome della realpolitik e dei grandi affari.

Alberto Negri da IlSole24Ore

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Rohani ai sauditi: urne non armi


Il sorriso più beffardo che pacifico di Hassan Rohani, presidente iperconfermato dell’Iran della Rivoluzione Islamica, ha caratterizzato il suo primo intervento pubblico. A ridosso di un’elezione molto partecipata dalla popolazione (42 milioni di votanti sui 55 milioni aventi diritto) il chierico sciita si toglie qualche sassolino dalla scarpa, parlando della dinastia saudita visitata e abbracciata dal presidente statunitense Trump. Un evento commentato dalla stampa mondiale, che a detta di parecchi osservatori avrebbe aperto un nuovo orizzonte alla politica estera americana. Rohani dà subito un affondo, quando sottolinea come quella società avrebbe bisogno di urne non di armi, perché il primo alleato statunitense in Medio Oriente, ovviamente dopo Israele, non brilla per partecipazione popolare alla vita nazionale. Pur trattandosi di sudditi costoro appaiono totalmente dimenticati dai regnanti Saud per qualsiasi dinamica, compresa quella d’una rappresentanza per delega. Del resto nella sfavillante Riyad del modernismo edilizio, le mentalità politica, amministrativa e religiosa restano ferme, guardano a presente e futuro duettando col passato d’un tradizionalismo oltranzista. Un fenomeno non solo delle fede sunnita, specie se in chiave wahabita, però il presidente iraniano dimentica il conservatorismo interno e guarda in casa d’altri. La polemica ruota attorno al passo bellicista del mondo saudita, a cui Trump propone e impone una mossa che lancia Oltreoceano come un colpaccio affaristico.

Vendere 110 miliardi in armamenti, che potranno diventare 350 in un decennio, dovrebbe garantirgli oltre che un alleato iper armato in quell’area sempre geograficamente caldissima, una ventata di popolarità fra operai, tecnici e padroni impegnati nel lucrosissimo settore della produzione bellica. Il cuore pulsante dell’industria yankee. Rohani, rivolgendosi a Paperoni e sceicchi, ricorda come non siano le sole armi a creare la forza d’una nazione bensì le elezioni. L’urna gli è stata amica e il presidente confermato prende spunto dal primo tour dell’uomo della Casa Bianca per ricordarlo, sebbene l’occhio sia rivolto al panorama internazionale e regionale che secondo alcuni analisti starebbe mutando. Rispetto al semi immobilismo di Obama, Trump mostra il piglio decisionista, soprattutto meno ipocrita. Pone sotto i riflettori le scelte mostrate in questi giorni a Riyad. Ma negli anni precedenti l’amministrazione Usa non aveva fermato colpi di mano e operazioni compiute dagli alleati delle petromonarchie, come testimoniano la situazione yemenita e la continuità dell’offensiva jihadista in Medioriente e Occidente. E’ vero che uno scarto tanto deciso da parte di Trump sembrerebbe porre l’Iran nuovamente in castigo sul versante economico e forse geopolitico, ma gli sviluppi sono tutti da scoprire e nient’affatto definiti. La leadership iraniana coglie l’occasione elettorale per evidenziare le differenze di forma e sostanza con quegli attori regionali con cui le tensioni, già profonde, sono negli ultimi tempi aumentate. Ricordiamo come nel gennaio 2016 i Saud condannarono a morte 47 detenuti, fra loro c’era un noto religioso sciita, Nimr- al-Nimr, già in carcere per non precisate accuse.

L’arresto, avvenuto nel 2012, era seguìto agli interventi del chierico a favore di alcune manifestazioni popolari che nei mesi precedenti si erano verificate anche in Arabia Saudita, proteste represse e spente nel giro di poche settimane. Quell’esecuzione innescò l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran e da quel momento le relazioni diplomatiche fra i due Paesi sono azzerate. E mentre anche il ministro degli Esteri Zarif faceva eco al suo presidente e sottolineava come la stabilità regionale non può derivare solo dalle alleanze, ma necessita della forza della popolazione, Rohani è sceso nell’area energetica del Paese, la provincia del Kuzestan, per inaugurare un nuovo centro di smistamento del traffico ferroviario. Lì giungerà la rete ad alta velocità Teheran-Ahwaz, uno dei rami dei trasporti cui la leadership moderata ha puntato per rilanciare alcuni settori dell’economia interna (preventivo di spesa 82 milioni di dollari). Nel primo giro presidenziale impostato a conferma degli impegni economici del suo programma, è inserito anche una visita nei luoghi dove passerà l’oleodotto del West Karoun (3 miliardi di dollari il preventivo) che corre sul confine iracheno, zona insanguinata dalla guerra circa quarant’anni fa. Alle immagini dei martiri che riempiono le città iraniane, fanno da contraltare gli attuali progetti energetici: 2,5 miliardi l’oleodotto del Nord Azadegan e altri investimenti riguardanti distribuzioni di elettricità in aree decentrate. Devono confortare la fiducia dell’elettorato per sviluppo e lavoro e consolidarne l’amichevole sostegno. Mentre agli avversari esteri possono fare da monito proprio quei martiri, attorno a cui iraniani conservatori e riformisti s’inchinano e s’uniscono.

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La necrosi della sinistra di fronte alla sfilata italiana di Trump

Mercoledì – domani – Donald Trump arriverà in Italia. Il presidente più odiato dalla sinistra imperiale ci arriva, come sappiamo, carico di buoni propositi: dopo aver foraggiato il terrorismo internazionale con 110 miliardi di dollari in armamenti, aver ricompattato il fronte islamico-reazionario contro il nemico iraniano (cioè il nemico palestinese, libanese, siriano, e soprattutto russo), omaggiato Israele e le sue colonie con la visita a Gerusalemme, eccolo giungere nelle retrovie imperiali per disporre i suoi voleri, d’altronde già chiariti nel precedente incontro. Il cabaret quotidiano riservatoci da Trump è il frutto di due tendenze contrapposte: da una parte, come ricorda Fulvio Scaglione, le politiche di Trump sono in totale continuità con quelle democratiche di Obama (ma questa continuità è sapientemente celata dai democratici di tutto il mondo); dall’altro, c’è la necessità mediatica ed elettorale di presentarsi alternativo a quello stesso sistema di potere, convincendo la popolazione americana di fare l’esatto contrario di quello che ha fatto e farebbe un qualsiasi presidente democratico. La verità sta altrove: sempre secondo Scaglione, «sono politiche che non sono condotte né da Obama, né da Donald Trump. E’ piuttosto evidente, evidentissimo nel caso di Trump, ma anche abbastanza evidente nel caso di Obama, che la politica, i veri policy maker per quanto riguarda certi decisioni in questi campi, non sono i presidenti, ma altri centri di potere della struttura istituzionale americana: il Dipartimento di stato, il Pentagono, cioè il complesso industrial-militare, i servizi segreti. I presidenti, sostanzialmente, danno la veste esterna, danno la confezione ad un contenuto che però non è deciso da loro. Per questo le politiche americane in Medioriente si assomigliano tutte, a dispetto dei presidenti, della loro personalità e della loro provenienza politica». E’ un sistema di potere politico-economico che si muove secondo strategie proprie, indipendenti dalla maschera politica di volta in volta utilizzata per presentarsi al pubblico. Il centro imperialista non ha colore politico.

Ma se questo discorso certifica in qualche modo l’ovvio, la visita di Trump in Italia chiarisce anche un altro aspetto dell’attualità politica, e cioè la ritirata generale della sinistra. Certo, non siamo ai tempi di Bush e del movimento contro la guerra: inutile attendersi un interesse “di massa” sulle questioni internazionali. Ma un presidente così odiato, in grado di compattare un vasto fronte contrapposto, avrebbe dovuto o potuto mobilitare qualcosa più delle solite indignazioni social. E invece niente, Trump sfilerà tranquillo nella consueta vetrina urbana militarizzata e disumanizzata. E’ l’emblema di una totale impotenza politica, che ci riguarda in primo luogo. Ma il dato generale si somma a un dato politico più stringente: è la politica internazionale ad essere scomparsa dai ragionamenti della sinistra, lo studio e l’interpretazione dei fatti globali, studio e interpretazione d’altronde bollati invariabilmente come “geopolitica” e quindi intimamente reazionari. Trump che arriva in Italia subito dopo aver finanziato (per i decenni a venire) quello stesso terrorismo che a parole dice di voler combattere è un fatto politico decisivo anche per noi italiani, e più in generale per la sinistra nel mondo. Il disinteresse che provoca chiarisce gli attuali rapporti politici più di ogni altra riflessione. Questo disinteresse è d’altronde speculare a quello mostrato nei confronti del golpe liberista in Venezuela, vissuto in Italia (e nel resto d’Europa) con altera indifferenza: il mastodontico e contraddittorio processo anti-imperialista e anti-liberista bolivariano, che in questo ventennio ha assunto le forme del più grande processo di emancipazione di intere popolazioni dal liberismo internazionale, viene trattato con insofferenza, con alterigia, se non con vera e propria avversione. Trump sfilerà senza contro-manifestazioni. Il Venezuela resiste senza solidarietà internazionale. Mentre inondiamo la rete dei nostri punti di vista, il mondo reale sembra procedere senza tenerne conto. Dev’essere un complotto dei poteri forti.

L’abc della guerra. La scuola piegata al G7


USB SCUOLA, ribadendo il proprio NO alla guerra, condanna l’ iniziativa del MIUR “Young G7. Il G7 delle Scuole”, dal 23 al 25 maggio a Catania. Nella nota del MIUR si legge:

“Abbiamo lanciato questa iniziativa di simulazione dei lavori del G7 tra le studentesse e gli studenti, proprio a ridosso del vertice che riunisce i leader dei Paesi più sviluppati, perché siamo convinti che per disegnare strade inedite di crescita abbiamo bisogno dello sguardo fresco e sincero delle nostre giovani e dei nostri giovani, della loro sensibilità sana, dell’immaginazione e della loro fiducia nel domani” – sottolinea la Ministra Valeria Fedeli. Promosso dal Miur, l’incontro coinvolgerà le studentesse e gli studenti di 20 scuole secondarie di II grado provenienti da 18 Regioni italiane che si immedesimeranno nei rappresentanti dei 7 Paesi e nei membri della delegazione di rappresentanza della UE”.

Il 26 e 27 maggio prossimi, infatti, si svolgerà a Taormina il G7, la riunione dei capi di stato e di governo delle sette maggiori potenze mondiali (USA, Canada, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia). In un mondo nel quale gli 8 uomini più ricchi guadagnano da soli quanto metà della popolazione globale, questa riunione servirà a ribadire differenze e privilegi, confermare ed estendere gli scenari di guerra, alimenterà le ingiustizie sociali e il razzismo, non deciderà nulla per arginare la grave crisi ambientale e fermare la devastazione del pianeta. Trump, il presidente USA, a Taormina, chiederà che vengano stanziati ancora più fondi per la Nato e per le guerre che insanguinano il nostro pianeta, causate, finanziate o, semplicemente, non contrastate da molti dei capi di stato presenti al G7 di Taormina.

A noi, come USB Scuola, “Young G7, il G7 delle scuole” suona già come un ossimoro. Ma quello che ci sembra più grave e inaccettabile, è che il MIUR abbia voluto coinvolgere le scuole, le giovani studentesse e gli studenti, rendendoli partecipi e ignari complici di un cultura di guerra e sopraffazione. Le nostre ragazze, i nostri ragazzi, “dallo sguardo fresco e sincero”, ingannati e illusi, la “loro fiducia nel domani”, tradita e assoggettata al potere. I valori della solidarietà, della pace, dell’accoglienza, che hanno ispirato la Scuola Pubblica Statale Italiana, la Scuola della Costituzione antifascista nata dalla Resistenza, vengono così ignorati e, ancor peggio offesi.

Per questi motivi, come USB, in Sicilia, saremo presenti alle mobilitazioni contro il G7 e invitiamo tutte e tutti a mobilitarsi e ad impegnarsi per una Sicilia che sia terra di pace e di accoglienza. E alle nostre studentesse e ai nostri studenti diciamo: “Continuate a pensare con le vostre teste. Siete ancora capaci di un pensiero critico”.

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“La ricomposizione delle forze parte dall’alto e non dal basso”

Innanzitutto un ringraziamento agli organizzatori di questa assemblea. Per noi è un onore essere qui e vi ringraziamo per l’invito e per l’opportunità.

Il Collettivo Comunista GCS è una piccola organizzazione di resistenza secondo la brillante definizione che ne ha appena dato il Compagno Giorgio Cremaschi. Una piccola organizzazione combattiva che esiste oramai da quasi quattro anni. Ovviamente partiamo da un dato di fatto, riprendendo l’intervento della compagna Manuela Palermi che ha detto che i partiti oggi non esistono praticamente più.

Pensiamo che sia in parte vero: lo verifichiamo anche alle Elezioni Comunali di Genova dove, in un fiorire di liste civiche, l’unico partito presente è proprio quello che rifiuta in teoria questa impostazione: il Movimento 5 stelle.

Mentre quello che è il partito più strutturato, il Partito Democratico, si camuffa dietro a liste nominali e da anni non riesce a fare una manifestazione, un presidio o un comizio in piazza.

Occorrerebbe anche riflettere sul fatto che un piccolo collettivo come il nostro, che si dibatte tra mille difficoltà e rimane un piccolo gruppo di militanti, sia riuscito a organizzare quello che è stato, probabilmente, il maggior corteo politico in città degli ultimi anni, dove circa 2000 compagni hanno attraversato la città a una settimana dall’ultima drammatica alluvione.

Uno dei temi che è stato richiamato nell’introduzione di Mauro Casadio è la distinzione tra populismo e comunismo. Siamo ovviamente d’accordo ma occorrerà anche fare chiarezza e proporre una definizione di populismo per sottrarre tale parola all’uso indiscriminato che ne fanno i media.

Allora crediamo che occorra recuperare quella che ci sembra la definizione più sensata, quella fornita da Ernesto Laclau nel suo “La ragione populista”. In quel libro si spiega, in maniera del tutto convincente, che il populismo è una risposta a una serie di domande sociali inevase che pervadono le società in crisi. In tal senso, la risposta populista non può che essere una risposta generica.

Il blocco sociale che sta dietro a questa risposta è quindi, per forza di cose, un gruppo spurio, privo di riferimenti sociali e di classe. E’ quindi ovvio che i populisti sono diversi dai comunisti i quali devono per forza riferirsi alle contraddizioni di classe.

Noi pensiamo che la frattura sociale sia quindi quella tra sfruttati e sfruttatori e non tra chi riesce a ricevere risposte da un sistema e chi no. Esistono certamente vari tipi di populismi, quelli di destra come quelli di sinistra ma la costruzione di una organizzazione di classe è comunque una cosa ben diversa dalla costruzione di un movimento populista.

Negli interventi che ci hanno preceduto abbiamo sentito una serie di considerazioni sul cosa significa essere comunisti oggi. Cremaschi ha sostenuto giustamente che i comunisti devono essere contro il capitalismo. E’ vero ma, vogliamo aggiungere noi, essere contro il capitalismo non basta e bisognerà essere tra coloro che amano il socialismo. Cremaschi ci ha giustamente ricordato che la prospettiva socialista dovrà per forza di cose partire dalle diverse situazioni concrete in ogni paese, ha parlato della questione ambientale e ha voluto introdurre anche il ragionamento sulla decrescita. Siamo d’accordo con l’analisi delle situazioni concrete ma crediamo che una buona base di un ragionamento su cosa significhi socialismo oggi, anche nei nostri territori, possa semplicemente partire da uno slogan che ancora mantiene tutta la sua validità: “lavorare meno, lavorare tutti, produrre il necessario, redistribuire tutto”.

Ovviamente, come collettivo, non possiamo che accettare l’invito al confronto e alla creazione di un gruppo di contatto permanente tra comunisti che è stato fatto nell’introduzione.

Come Collettivo non abbiamo mai pensato di poter essere fulcro della ricostruzione di una organizzazione di classe e crediamo che nessuno tra i presenti possa pensarlo. Per quel che ci riguarda ci consideriamo come un’esperienza transitoria e siamo pronti a scioglierci anche domani.

Ci sembra anche giusto sottolineare, come fatto da Mauro Casadio in apertura, che la ricomposizione organizzativa debba per forza partire dall’alto e non dal basso. Da una azione soggettiva di avanguardia e non dall’accumulo delle lotte. Sappiamo che è una discussione storica e qui non possiamo approfondire. Ci limitiamo a sottolineare che in questi anni, come è stato più volte sottolineato anche oggi, si è smarrita la coscienza di classe e chi lotta spesso è privo di una visione generale dei rapporti sociali. In questa fase partire quindi dalle lotte per ricostruire una organizzazione ci sembra impossibile e non proponibile.

Ovviamente l’idea di avviare un ambito di confronto comune è giusto e doveroso ma, per evitare di perderci in discussioni senza costrutto, pensiamo che si debba esplicitare bene la strategia a breve termine che ci deve guidare. Per noi deve essere la ricostruzione di una organizzazione di classe unitaria. Questa organizzazione comunista assume quindi un valore strategico e, in questa fase, deve necessariamente affiancare una struttura di fronte più tattica in grado di interagire con la struttura sociale disgregata che abbiamo di fronte.

Per questo riteniamo comunque fondamentale procedere con la costruzione della Piattaforma Sociale Eurostop che stiamo avviando in questi giorni.

Collettivo Comunista GCS

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Scalfari, Calabresi e la Storia scritta sui fazzoletti di carta

Ci si può rammaricare di tante scelte fatte, ma chi “si pente” appare agli occhi del mondo doppiamente stupido. Una prima volta per aver fatto, senza averci riflettuto su bene, le scelte che oggi critica; una seconda volta per il tentativo di “rifarsi l’immagine” a distanza di tempo, con comodo, puntando a concentrare su di sé la benevolenza di un pubblico (ritenuto) boccalone.

L’anniversario dell’uccisione di Luigi Calabresi, spietato commissario della “squadra politica” della questura di Milano alla fine degli anni ’60, è stato occasione per Eugenio Scalfari di un pentimento decisamente tardivo, ma – come tutti i “pentimenti” – per nulla innocente.

Sorvoliamo sul curioso “conflitto di sentimenti” di cui da una vita lo stesso Scalfari è protagonista, capace di assumere e promuovere a caporedattore di Repubblica quello che poi è tornato per dirigerla, Mario Calabresi. E al tempo stesso capace di costringere il figlio del defunto commissario a convivere pacificamente per anni con l’uomo condannato in via definitiva – dopo otto gradi di giudizio – come “mandante” dell’omicidio del padre, ovvero Adriano Sofri, ex capo assoluto di Lotta Continua e per almeno due decenni collaboratore, inviato, editorialista di quel giornale.

Plot da tragedia greca, certamente, che non avrebbe meritato questa coda melensa e falsaria. Anche perché l’accusa che gli viene ancor oggi rivolta dai giornali della destra più sguaiata è di aver firmato – nel 1971 – una normale lettera in cui decine di intellettuali chiedevano il trasferimento di Luigi Calabresi ad altro incarico o città, come prova di “sensibilità” dello Stato verso una città duramente colpita dalla strategia della tensione e che palesemente soffriva la presenza di un capo della “squadra politica” dichiaratamente ostile ai vari movimenti (sia operai che studenteschi) in piazza in quegli anni. Movimenti che spesso venivano brutalmente caricati dalla polizia e molto spesso per ordine espresso del suddetto commissario. Che nel frattempo era al centro dell’indagine giudiziaria sull’omicidio di Giuseppe Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura milanese. Per di più, proprio dal suo ufficio...

Ci sia concessa solo una piccola considerazione: fosse stato accolto quell’appello che ora Scalfari rinnega, magari con un trasferimento in Sardegna (allora considerato “punitivo”, tra i militari), il commissario Calabresi avrebbe avuto molte probabilità in più di restare vivo.

Quel che onestamente non è accettabile da un giornalista che ha avuto un grande peso sulla scena politica italiana è l’uso smisurato della menzogna nella ricostruzione di quei fatti.

Citiamo dal suo editoriale, invitando i lettori a consultare qualsivoglia fonte storica o cronachistica sul conflitto tra la fine degli anni ‘60 e tutti i ‘70.
“Era un periodo molto agitato della vita italiana. Quella politica, quella economica, quella sociale. Eravamo nella seconda metà degli anni Sessanta e quell’agitazione, cambiando spesso segno e misura, durò fino alla metà degli anni Ottanta...

L’inizio di queste tristi e lunghe vicende cominciò con la strage di piazza Fontana a Milano, quando una bomba piazzata all’interno della Banca dell’Agricoltura uccise 17 persone e provocò il ferimento di molte decine di impiegati e di clienti. Era il 12 dicembre del 1969. La magistratura aprì immediatamente un’inchiesta e un’analoga indagine fu portata avanti dalla polizia.
Due pennellate rapide che omettono con cura la matrice fascista della strage di Piazza Fontana, per ordine e con copertura dei servizi segreti italiani e statunitensi. Strana omissione, visto che stiamo parlando di fatti accertati anche giudiziariamente, con i colpevoli rimasti in libertà solo perché erano stati inopinatamente assolti durante il primo processo (e vale ovviamente il principio del ne bis in idem). Vicende che il giornalista Scalfari ha sicuramente seguito per decenni.

Omissione stranissima, inoltre, perché proprio quella strage e la strumentale criminalizzazione degli anarchici suonarono a tutti i movimenti d’allora come la prova provata che il potere (capitalista, democristiano, imperialista) non si sarebbe mai fatto da parte pacificamente, per via elettorale (com’era accaduto due anni prima in Grecia e come poi fu verificato solo quattro anni dopo dal Cile di Allende). Da lì, e non da altro, prese corpo e dimensione di massa quell’“innalzamento necessario del livello di scontro” che caratterizzò poi tutti gli anni ‘70, anche in forma di lotta armata.

Ma Scalfari si aggiusta fatti e personalità a un unico scopo: giustificare ex post la sua “firma” sotto quella lettera. E dunque traccia un quadretto molto edificante del commissario Calabresi in action:
“Tra gli investigatori c’era il commissario Luigi Calabresi, noto per la sua efficienza nel mantenimento dell’ordine pubblico e per la sua attenzione a non turbare ed anzi possibilmente a tranquillizzare i vari ceti che operavano nella città: il proletariato delle fabbriche, la borghesia delle professioni, degli affari, delle banche, e infine l’immigrazione dalle campagne meridionali che in quegli anni ancora continuava creando frizioni evidenti. Calabresi era molto attento a gestire un ordine pubblico che fosse in qualche modo al servizio dei vari ceti, distribuiti anche territorialmente in zone diverse. Quando si aprì il problema della strage in piazza Fontana Calabresi tentò in tutti i modi e avvalendosi anche dei vari “confidenti” della polizia di trovare una traccia criminale, gli autori di quell’accaduto che non aveva precedenti. Questa indagine dette pochissimi frutti, anzi quasi nessuno, tant’è che polizia e magistratura si orientarono in un certo senso ideologicamente: da un lato aprirono indagini verso gruppi ben noti di neofascisti, ma dall’altro puntarono sugli anarchici di cui c’era abbondanza anche perché si distinguevano nettamente in due parti non contrapposte ma profondamente diverse: una che non disdegnava di praticare violenza e l’altra che si limitava a predicare le tesi politiche dell’anarchia.
Dovrebbe esser noto soprattutto a Scalfari che la “pista anarchica” per Piazza Fontana fu decisa a livello governativo ben prima che la strage stessa fosse eseguita. Così come dovrebbe ricordare che il commissario Calabresi fu l’uomo scelto per avallarla operativamente, procedendo fin da subito con gli arresti di Pietro Valpreda, Giusepppe Pinelli e altri compagni assolutamente innocenti, ben prima che qualsiasi indagine fosse avviata.

Dovrebbe esser noto anche a chi allora non era nato che Calabresi senior non poteva trovare nessuna “traccia” anarchica in quella strage. E lo sapeva benissimo, tanto che procedette per giorni in interrogatori “hard” pur di strappare una firma sotto un verbale, foss’anche in bianco. Quella sarebbe stata l’unica “prova” da sbandierare sui giornali o in un processo. Ma non l’ottenne perché trovò davanti a sé, in manette, non solo degli innocenti, ma anche degli uomini seri e veri. Ce ne sono di ancora vivi, tra quelli che hanno trascorso quei giorni nelle camere di sicurezza del quarto piano della Questura. Noi li ascoltiamo spesso, ricordano tutto. Se vuole Scalfari – da bravo giornalista – può farsi (di nuovo) raccontare come andarono le cose.

Perché quel che lui scrive sull’uccisione di Pinelli è meritevole di entrare in un famoso libello di Jorge Luis Borges che forse Scalfari conosce (indovinerà certamente il titolo...):
“Furono arrestati parecchi anarchici tra i quali un ferroviere che si chiamava Giuseppe Pinelli. Lui la violenza non l’aveva mai praticata ed anzi l’aveva esclusa dalle sue idee. Predicava l’anarchia e la predicava con grande efficacia tanto che era diventato uno dei dirigenti o per lo meno una personalità a cui tutti gli altri guardavano, anche molti che anarchici non erano ma facevano parte di schieramenti politici di sinistra. L’arresto era comprensibile ma non dette alcun risultato, anzi ne dette uno sommamente tragico per le persone coinvolte a cominciare dallo stesso Pinelli. Era stato fermato e trattenuto per tre giorni nella Questura che aveva la sua sede in via Fatebenefratelli. L’interrogatorio al quale era presente anche Calabresi fu molto duro anche se nelle testimonianze emerse che il commissario non praticò mai la violenza. Non si arrivava però ad alcun risultato perché Pinelli negava di aver commesso o organizzato o comunque simpatizzato verso le bombe di piazza Fontana; al contrario condannava quel tipo di azione che aveva privato della vita molte persone, appunto impiegati o clienti, di cui si ignoravano le idee politiche e persino lo stato sociale. L’interrogatorio comunque continuava perché in questi casi uno degli elementi che può cogliere qualche notizia dall’interrogato si sposa con la stanchezza e mentre i poliziotti si avvicendavano ed erano quindi freschi e riposati Pinelli era ormai straziato da ore e ore di interrogatorio.
Le “testimonianze” sono quelle degli altri poliziotti. E valgono tanto quanto quelle degli agenti che ancor oggi ammazzano “per sbaglio” una persona fermata, pestata, torturata. Meno di zero, insomma. Luigi Calabresi era il capo della squadra politica, il titolare di quella fase delle indagini; gli “interrogatori” avvenivano nel suo ufficio e secondo i suoi ordini; ogni schiaffo dato era dato da lui, qualunque fosse la mano che si alzava.

A meno di non immaginare una squadra di polizia come una banda di anarchici, in cui ognuno fa quel che gli pare, mena schiaffi, tira pugni, minaccia o blandisce, mentre il “capo” si occupa di altre faccende...

Grosso modo è così che Scalfari descrive la “morte accidentale di un anarchico”:
“Ad un certo punto Calabresi fu chiamato dal Questore il quale aveva urgente bisogno di parlargli e lo aspettava nel suo studio. Il commissario andò nella stanza del Questore mentre l’interrogatorio continuò senza di lui. Ad un certo punto Pinelli cadde dalla finestra della stanza situata al quarto piano e morì prima di arrivare in ospedale.”
Ops, mi sono distratto un attimo e l’innocente si è buttato di sotto... Anzi, no:
“La Polizia parlò di suicidio, la piazza di omicidio, la magistratura stabilì che era caduto per un malore.”
Ai giovani va ricordato il nome di quel brillante magistrato che formulò per l’uccisione di Giuseppe Pinelli una ipotesi così rara e fantastica che nella storia processuale di tutta l’umanità non era mai apparsa, né mai più apparirà: un malore attivo. Ovvero Pinelli si sarebbe effettivamente sentito male, accasciandosi sulla sedia; un agente misericordioso avrebbe aperto la finestra per dare aria alla stanza (si fumava molto, a quei tempi...), e negli spasmi del malore Pinelli – già in là con gli anni – avrebbe sorpreso tutti i giovani poliziotti con uno scatto felino...

Una versione che probabilmente ha aiutato Dario Fo a guadagnare i Nobel per la letteratura, ma a cui giustamente nessuno poteva prestar fede. Ma Gerardo D’Ambrosio, poi “ripulito” nell’immagine dalle indagini per Mani Pulite e ancor più dal seggio senatorio nelle fila del Pci-Pds-Ds e chi si ricorda più, fu capace di tanto. Strano che Scalfari non lo ricordi.

Forse perché a lui della Storia ormai non frega più molto, infondo. Gli interessava solo arrivare a scrivere perché firmò quella lettera quasi “a sua insaputa” – era diventato parlamentare, nel frattempo – facendosi perdonare poi dalla vedova vari decenni dopo e citando a testimone il figlio ormai assiso su quella che era stata la sua poltrona di direttore, nel giornale da lui fondato.

Tutto qui. Borges saprebbe cucinarlo per bene. Ma noi non siamo grandi scrittori, specie quando l’indignazione ci sale oltre i livelli di guardia.

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La controrivoluzione in America Latina

Se qualcuno nutrisse dubbi in merito al fatto che questa è l’era del pensiero unico, un’epoca in cui non esistono quasi più giornali, radio o canali televisivi che non sostengano posizioni praticamente identiche su tutte le questioni economiche, sociali e politiche di fondo (dall’urgenza di tagliare la spesa sociale alla necessità di lottare contro il “populismo”, dalla definizione di buoni e cattivi nelle varie guerre in corso a come fronteggiare la sfida terrorista, dalla celebrazione del politicamente corretto alla condanna delle manifestazioni di piazza “violente”, ecc.) ,vada a leggersi gli articoli (o guardi i servizi televisivi) che i media mainstream dedicano alla crisi venezuelana, poi, se ne ha tempo e voglia, consulti qualche fonte alternativa in Rete, o scorra qualche articolo sui rari fogli “eretici” rimasti in circolazione. 

Per quanto riguarda i primi sfido il lettore a trovare – e a segnalarmi – una voce che dia una versione minimamente obiettiva di quanto sta accadendo in Venezuela, che non dipinga, cioè, Maduro come un dittatore sanguinario a capo di un regime totalitario e i suoi oppositori come cittadini inermi che lottano eroicamente per reintrodurre la democrazia nel Paese. Per quanto riguarda i secondi, segnalo l’intervista a Luciano Vasapollo, economista e profondo conoscitore della politica latinoamericana, pubblicata sul sito Contropiano. Tuttavia, poiché mi rendo conto che il sottotitolo Giornale comunista online che accompagna la testata di Contropiano può indurre alcuni a liquidare l’analisi di Vasapollo come il punto di vista di un castrista nostalgico, consiglio di ascoltare altre due campane meno “sospette”. La prima, segnalatami dall’amico Daniele Benzi che da anni insegna in varie università latinoamericane, è un articolo del professor Gabriel Hetland, docente di Studi latinoamericani all’Università di Albany, dal titolo “Why is Venezuela Spiraling Out of Control” e pubblicato sul sito Jacobin.

Ecco gli argomenti con cui Hetland contrasta la narrativa dei media mainstream.

1. L’accusa di essere un dittatore veniva sistematicamente rivolta anche a Chavez (sempre regolarmente eletto e, semmai, oggetto di un tentato golpe di destra), ma anche Maduro è salito al potere legalmente, dopodiché, anche se non si può negare che stia facendo di tutto per impedire che il Parlamento dominato dall’opposizione riesca a governare, questo basta, si chiede Hetland, per definire totalitario un regime che lascia piena libertà di stampa e consente all’opposizione di mobilitare continue manifestazioni di piazza? Pinochet e i generali argentini, sostenuti dagli Stati Uniti, non si comportavano un po’ diversamente?

2. Ma le “pacifiche” manifestazioni contro Maduro non vengono sistematicamente e violentemente represse? Ahimè, contrariamente alla vulgata dei media occidentali, quelle manifestazioni non sono affatto pacifiche: almeno la metà dei morti (se non di più) durante gli scontri dell’ultimo anno, documenta Hetland, sono stati provocati dall’opposizione che, fra le altre azioni, ha attaccato e distrutto edifici pubblici, fra cui scuole e ospedali (costringendo, in un caso, 50 madri e neonati a evacuare un reparto di maternità). Queste “imprese”, che ove compiute da noi verrebbero definite teppistiche se non terroristiche, in Venezuela diventano lotta per la democrazia, di quei questi paladini della democrazia e della legalità che, nel 2013, si rifiutarono di riconoscere la vittoria elettorale di Maduro, invocando inesistenti brogli (gli stessi Stati Uniti riconoscono l’affidabilità del sistema elettorale venezuelano).

Ciò detto, Hetland non manca di sottolineare le pecche di Maduro: dai gravi errori di politica economica (la crisi provocata dal crollo del prezzo del greggio avrebbe potuto essere fronteggiata meglio, se si fosse provveduto per tempo a differenziare la matrice produttiva del Paese) e non c’è dubbio che l’attuale regime – pur non potendo essere definito totalitario – abbia subito una evoluzione in senso autoritario che contrasta con l’originario sogno chavista di costruire una democrazia partecipativa fondata sul protagonismo dei cittadini. Occorrerebbe tuttavia inquadrare tale evoluzione nel contesto del feroce attacco da parte degli Stati Uniti – e delle forze di destra interne alleate alla potenza imperiale – che oggi stanno subendo tutti i Paesi latinoamericani che, negli ultimi vent’anni, avevano tentato, anche attraverso strade diverse, di emanciparsi dal Washington Consensus e uscire dal “cortile di casa” degli Stati Uniti.

A tal fine suggerisco un’ulteriore lettura: il lungo articolo di Maurice Lemoine, “Guerra subdola in Ecuador, guerra totale in Venezuela” pubblicato sul numero di maggio dell’edizione italiana di “le Monde diplomatique”.

Lemoine descrive come l’opposizione ecuadoriana di destra, dopo la sconfitta nelle recenti elezioni presidenziali, abbia immediatamente applicato il “protocollo Venezuela”: prima ancora che fossero noti gli esiti del ballottaggio fra il successore di Rafael Correa, Lenin Moreno, e il candidato della destra, Guillermo Lasso, tutti i media dichiararono la vittoria di quest’ultimo; poi, quando divenne chiaro che Moreno aveva vinto, sia pure di misura, gridarono ai brogli, invocando un golpe e, visto che le forze armate non reagivano, chiamando il Paese alla delegittimazione del governo attraverso mobilitazioni di piazza e un continuo, furibondo bombardamento mediatico (in tutta l’America Latina i media sono saldamente in mano alle destre). Lemoine prosegue evidenziando le analogie, non solo fra i casi venezuelano ed ecuadoriano, ma anche con le svolte a destra elettorali (elezione di Macri in Argentina) e istituzionali (destituzione di Dilma Rousseff in Brasile) avvenute in altri Paesi latinoamericani: nessuno di questi cambiamenti di regime è avvenuto come un normale avvicendamento, ma è stato piuttosto l’esito di violente pressioni esterne (sia economiche che politiche) associate a campagne diffamatorie, corruzione di membri dei partiti avversari, ecc., mentre, nel caso del Venezuela, non è escluso che si possa arrivare a scenari di guerra civile in stile colombiano.

Che gli Stati Uniti siano disposti a tutto per riacquistare il controllo del cortile di casa, e che il sistema mediatico americano ne sostenga senza riserve il progetto, rientra nella più assoluta normalità. Un po’ meno scontato l’allineamento “bulgaro” di forze politiche e media europei. Ma in fondo non è il caso di stupirsene: gli interessi del capitalismo mondiale non sono compatibili con la secessione di un intero continente dalle regole del mercato globale, per cui richiedono un pronto ritorno alla “democrazia”, naturalmente intesa come dominio incontrastato del “libero mercato”. Ecco perché, mentre Maduro viene descritto come un dittatore, il presidente cinese viene celebrato come la provvidenziale alternativa a Trump, come il nuovo campione del “mondo aperto”.

Ancora contro l’economicismo

Contributo al forum “I comunisti, il blocco sociale, i populismi”

Cari compagni,
anche se non ci è possibile partecipare al convegno su “Comunisti, blocco sociale e populismi” da voi organizzato, riteniamo comunque doveroso mandarvi un nostro contributo perché la vostra lettera di invito non chiama ad un generico dibattito ma individua nodi assai importanti, sui alcuni dei quali qui vorremmo esprimervi  il nostro punto di vista.

Per cominciare vogliamo sottolineare un fatto che tutti noi diamo talmente per scontato da non riuscire a coglierne appieno il significato: l’arretramento generale dei comunisti in Occidente deriva soprattutto dalla sconfitta del comunismo storico novecentesco, ed è soprattutto a causa di ciò che i comunisti arrivano disarmati, come voi notate, all’appuntamento con l’attuale crisi del capitalismo. Ci sembra opportuno richiamare questo evento “genetico” perché, ad esempio, il “politicismo” che giustamente criticate (ossia la propensione per il lavoro istituzionale, l’allontanamento dal confronto quotidiano con le masse, ecc.) può essere veramente superato soltanto se si comprende che esso deriva anche dal fatto che la politica (compresa la nostra politica) da molti anni si svolge “in assenza di orizzonte”, ossia senza il riferimento concreto ad un’alternativa radicale allo stato di cose presente. In queste condizioni un vero superamento del politicismo non può consistere soltanto nel recupero della dimensione militante e di massa del nostro intervento, ma richiede che tutto ciò sia accompagnato dall’indicazione di una politica che sia degna di questo nome, e che quindi sia orientata all’avvicinamento concreto ad una forma possibile di socialismo. Un avvicinamento che non può non includere, in particolare in condizioni di crisi, esperienze di governo sia a livello locale che, soprattutto, nazionale. Se non ci poniamo questi problemi (e porseli non significa certo correre verso una qualunque soluzione istituzionale non appena essa sia apparentemente possibile) ci riduciamo al vertenzialismo, fungiamo, magari con buoni risultati, da “struttura di servizio” per le proteste e per i movimenti, ma al momento delle scelte politiche generali lasciamo di fatto le masse in balia delle numerose pseudo-alternative presenti sul mercato, e così favoriamo di nuovo una forma di politicismo. Inoltre, in mancanza di un obiettivo generale che imponga di pensare alla connessione tra l’azione di oggi e quella di domani, i nostri quadri, fissandosi sulla dimensione tattica immediata, finirebbero per essere comunque subalterni alle situazioni date (sia nella società che nelle istituzioni) oscillando inevitabilmente tra movimentismo e opportunismo. La difficoltà dell’iniziativa quotidiana di massa dipende anche dalla nostra incapacità di indicare ad esse una realistica speranza. E d’altro canto il naufragio della quasi totalità dei militanti che abbiano avuto incarichi istituzionali non deriva solo dall’assenza di rapporto con le masse, ma anche dall’assenza di rapporto con una prospettiva.

Detto questo, a noi pare che sia utile individuare sinteticamente gli elementi di debolezza teorica del nostro campo (debolezza a cui voi fate più volte cenno) nell’incompleto superamento della versione economicista del marxismo, versione che aveva iniziato ad essere efficacemente criticata negli anni ’70 ed ’80 dello scorso secolo grazie ad un lavoro teorico che si è però di fatto interrotto con il crollo dell’esperienza del socialismo reale e con la connessa crisi del movimento operaio occidentale.
Estremizzando (ma non troppo) i tratti fondamentali dell’economicismo marxista, diremo che esso è caratterizzato dalle seguenti tesi:
- la dinamica sociale del capitalismo è mossa dallo sviluppo delle forze produttive;
- tale sviluppo è lineare e progressivo e determina univocamente le forme culturali e politiche che gli corrispondono e che da esso dipendono in maniera meccanica;
- lo sviluppo delle forze produttive ha un contenuto sostanzialmente “neutrale”, perché dà luogo ad una socializzazione della produzione che costituisce la base della società socialista;
- esso peraltro produce anche il soggetto della rivoluzione socialista, perché generalizza il lavoro salariato e lo concentra in masse sempre più grandi, aumentandone la forza sociale e la consapevolezza politica, cosicché il punto più alto di sviluppo del capitalismo diviene anche il punto del suo rovesciamento radicale.

In modi diversi, questo economicismo ha influenzato sia la seconda che la terza internazionale, ha contato non poco nel condizionare negativamente la strategia del movimento comunista e la stessa costruzione del socialismo, e si può agevolmente dimostrare che esso influenza decisamente anche quella che è, purtroppo, la forma attualmente più diffusa di marxismo in Italia e in Europa: il cosiddetto operaismo, poi post-operaismo, poi “italian theory”, che peraltro riassume ed estremizza molti degli errori dell’intera sinistra radicale.

All’opposto di quanto abbiamo appena sintetizzato, la critica antieconomicista, che riteniamo vada ripresa e sviluppata, parte invece dall’assunto secondo cui la dinamica del capitalismo è mossa dalla necessità di riprodurre i rapporti sociali antagonistici tra capitale e lavoro (e, a livello mondiale, fra territori dominanti e territori subalterni). Lo sviluppo delle forze produttive è una delle forme della riproduzione di questi rapporti antagonistici, e quindi le stesse forze produttive sono tutt’altro che “neutre”: la tecnologia è costruita in modo da favorire la subordinazione dei lavoratori, e la stessa socializzazione della produzione avviene in maniera gerarchica, opponendo capitali grandi e piccoli, territori subordinati e dominanti. Proprio il carattere antagonistico dei rapporti sociali fa sì, inoltre, che essi non possano essere riprodotti soltanto per via economica, e rende necessario l’intervento stabile dello Stato che, perciò, deve essere ritenuto elemento essenziale del funzionamento del capitalismo, un elemento che agisce in forme specifiche (diverse in ogni fase storica), che non è semplice appendice dei monopoli, e che, a differenza di quanto spesso argomentano gli economicisti, non può sparire a causa di una presunta integrazione armonica dei processi produttivi mondiali. L’antagonismo dei rapporti sociali, le contraddizioni della socializzazione, le forme diversificate dell’azione dello stato spiegano il carattere disarmonico e non lineare dello sviluppo delle forze produttive e del complesso della società: nessuna legge prescrive che il risultato della dinamica del capitalismo sia sempre e comunque una maggiore integrazione dell’economia mondiale, né che a questa eventuale integrazione (che andrebbe peraltro assai meglio misurata, stabilendo in maniera univoca quali siano i criteri che ci fanno dire se essa cresce o diminuisce) debba necessariamente corrispondere una ed una sola forma di stato, ossia uno stato globale e sovranazionale e/o un non-stato dedito soltanto ad alcune funzioni tecnico-amministrative. Le tre forme-base assunte dalla statualità (la città stato – o stato regionale, lo stato nazionale e l’impero) non sono i gradini di un progresso che inevitabilmente conduce dal “più piccolo” al “più grande”, ma sono forme che vengono di volta in volta usate o scartate a seconda se siano in quel momento funzionali o meno alla riproduzione dei rapporti tra capitale e lavoro e tra diverse frazioni di capitalisti. Il passaggio dal semi-impero statunitense e/o dal polo imperialistico europeo ad una nuova tendenziale nazionalizzazione non è un incidente occasionale, un malaugurato intoppo nelle “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo: è il risultato degli antagonismi acutizzati dalla globalizzazione, l’inevitabile ritorno alla frammentazione ed alla guerra dopo la falsa pacificazione mercantile del mondo.

Nonostante quanto si dice in giro sull’irreversibilità della “Storia”, quindi, il capitale può “tornare indietro” (altrimenti non sarebbe tornato al liberismo, o non sarebbe tornato – dando vita all’euro – alla rigidità monetaria propria di quel gold standard che era stato a suo tempo abbandonato). E così possiamo fare anche noi: i grandi marxisti antieconomicisti ce lo hanno detto. Gramsci scriveva che se è vero che l’unità nazionale è un fatto obiettivamente progressivo, quando il processo di unificazione è univocamente gestito a vantaggio delle classi dominanti nulla vieta ai subalterni di tornare almeno momentaneamente a forme regionalistiche. E Lenin, a favore dell’autodeterminazione delle nazioni e contro le teorie dell’ultraimperialismo già allora in voga (e terribilmente smentite dal primo conflitto mondiale,) diceva che il fatto che l’economia di una nazione sia “ormai” integrata a quella di una nazione più grande e potente, non deve essere sempre e comunque considerato irreversibile e positivo: se si tratta di un’integrazione subalterna la nazione più debole ha il diritto di separarsi, magari per ricontrattare le forme dell’integrazione. Detto di nuovo in termini generali: non è affatto scontato che una integrazione della produzione possa essere meglio gestita da uno stato sovranazionale; anzi, soprattutto per fuoriuscire da un regime capitalistico per il quale integrazione significa gerarchizzazione, l’esistenza di stati nazionali (uniti da una confederazione o comunque da un patto politico) può meglio tutelare i territori più deboli invertendo o quanto meno arrestando la gerarchizzazione stessa. La mediazione post-’45 fra stati nazionali europei non ha affatto escluso gli scambi e la cooperazione ed ha favorito una crescita relativamente equilibrata. La nascita del super-stato europeo ha invece aumentato gli squilibri.

Come si vede, si parte da un confronto apparentemente astratto tra economicismo ed antieconomicismo, e si arriva ai temi scottanti dell’oggi. Ed alla legittimità di un discorso nazionale da parte del proletariato e del blocco sociale di cui esso potrebbe far parte. Non solo: sviluppando la critica antieconomicista si può porre su più solide basi la questione del soggetto e, appunto, del blocco sociale, che è l’altra questione importante che voi ponete nel vostro invito.

Non c’è nessuna lineare necessità storica che garantisca che il lavoro salariato possa essere sempre un soggetto rivoluzionario e che anzi proprio nel punto più “alto” dell’organizzazione capitalistica del lavoro si celi il becchino del capitalismo stesso. L’impostazione teorica di Marx prevede, al contrario, che il lavoro salariato sia in quanto tale preda del feticismo della forma-salario, che occulta la vera natura del rapporti tra capitale e lavoro: per cui la formazione del proletariato come soggetto politico è in realtà una trasformazione culturale, politica ed organizzativa che fa sì che il lavoro salariato non si pensi più e non agisca semplicemente come tale, ossia non si muova semplicemente sulla base dei suoi immediati interessi materiali, che, di per sé stessi, possono condurre a scelte assai diverse tra loro. L’esperienza storica non fa che confermare tutto ciò: tutti i più importanti processi rivoluzionari, soprattutto nell’occidente capitalistico, sono stati contrastati non solo dalla classe avversa, ma anche e più insidiosamente da frazioni dello stesso proletariato (in genere proprio le frazioni più avanzate, quelle che si situano nel famoso “punto alto”) e dalle loro organizzazioni. Dal che si deduce, tra l’altro, che il fatto di agire come classe non è per nulla una garanzia: la forma classista dell’azione del proletariato (ossia quell’azione che prende le mosse dall’unificazione capitalistica del proletariato stesso, dalla radicalizzazione dell’azione sindacale e dall’esistenza di partiti proletari) può darsi contenuti politici assai differenti l’uno dall’altro. L’attuale, e probabilmente momentaneo, declino di quella forma non deve essere quindi visto sempre e comunque come un ostacolo insormontabile allo sviluppo di una lotta dei lavoratori, lotta che può esprimersi in molti modi (anche se alla fine deve convergere comunque verso obiettivi socialisti).

Oggi stiamo scontando, anche in questo campo, proprio la natura nient’affatto lineare e progressiva dello sviluppo delle forze produttive. Se per Marx la grande industria e la società per azioni conducevano ad una concentrazione del proletariato e ad una dispersione della proprietà (basi soggettive ed oggettive del comunismo), l’industria attuale e l’attuale presenza degli investitori istituzionali portano,  all’inverso, ad una concentrazione della proprietà  e ad una dispersione del proletariato. Sia all’interno della grande impresa, sia nel rapporto tra grande impresa e piccole imprese terziste, sia, ed ancor più, nella selva del precariato o delle finte partite Iva, il proletariato si separa in un vertice garantito, fortemente qualificato, stabilmente occupato od occupabile, ed in una larghissima base che ondeggia invece tra lavoro e no, tra piccola impresa familiare e lavoro salariato, tra lavoro servile e lavoro addirittura gratuito. In tali condizioni, aggravate come si diceva dalla sconfitta storica del socialismo e, aggiungiamo, dalla sostituzione scientifica, nella funzione di perno della soggettività,  della figura del produttore con quella del consumatore mobile  e “reticolare”,  è inevitabile che la lotta dei lavoratori assuma forme populiste e che quindi il populismo (ossia un linguaggio che non si presenta immediatamente come classista) divenga la forma generale della lotta di classe, non solo delle classi intermedie, ma anche del proletariato. Tale forma, che da un punto di vista economicistico e lineare può apparire come un regresso (e per molti versi lo è), da un punto di vista storico-materialista è semplicemente il campo d’azione dato per i comunisti, campo al quale i comunisti devono adeguarsi, riconoscendone i limiti e le opportunità. Opportunità tra le quali annoveriamo la propensione a porre immediatamente il problema della sostituzione del ceto di governo: il che, se non è ancora la posizione del problema del potere di stato, è comunque un punto di vista più avanzato di quello per ora espresso dal proletariato organizzato e “garantito”, oggi subalterno al capitale transnazionale.

Ecco, la questione della costruzione del blocco sociale deve per noi partire da queste considerazioni. E quindi dalla forma nazionale dello spazio in cui agiamo, dal carattere inevitabilmente populista del soggetto a cui ci riferiamo, dalla natura eminentemente politica (programmatica, prospettica e quindi potenzialmente di governo) della nostra azione di radicamento nelle masse. Un radicamento che richiede un forte mutamento di stile di lavoro e di linguaggio se si vuole intercettare il cambiamento di forma della lotta di classe di cui abbiamo poco sopra parlato. Un mutamento di forma tale per cui, se il concetto di classe e di lotta di classe hanno sempre una validità euristica indiscutibile, il nostro linguaggio classista e conflittuale diviene invece controproducente sia perché, oggi, i membri della classe non si riconoscono più immediatamente come tali, sia perché i conflitti sono spesso diversi da quelli a cui siamo storicamente abituati, sia perché la grande maggioranza delle persone, oggi come e più di ieri, non partecipa direttamente ai conflitti (se non in situazioni apertamente rivoluzionarie) e ha bisogno, in attesa dei momenti di più acuta ed inevitabile mobilitazione, non dell’incitamento alla battaglia ma di una forza che carichi su di sé l’onere del conflitto, da un lato individuando un nemico assoluto, dall’altro indicando una soluzione concreta ai problemi quotidiani. Ci piaccia o meno, dobbiamo saper essere contemporaneamente rivoluzionari e “moderati”. Oggi, per trasformare quel blocco sociale potenziale di cui voi parlate in un blocco sociale effettivo e consapevole, dobbiamo inventare uno stile discorsivo che non parta (o non parta sempre) dalla classe, ma piuttosto dalla dimensione popolare e nazionale, per argomentare comunque obiettivi socialisti e quindi internazionalisti. Precisando che lo stesso discorso “nazionale” non si trova bell’e pronto nelle abitudini e nella memoria del “popolo” (dove piuttosto sembra dominare un a-nazionalismo che non è affatto internazionalismo, ma è piuttosto sfiducia nella possibilità di una politica autonoma sia in campo estero che all’interno) e deve invece essere costruito come discorso della riappropriazione delle risorse create dal lavoro e dal risparmio, una riappropriazione che oggi assume inevitabilmente forme nazionali perché l’espropriazione del lavoro è oggi attuata e/o acutizzata soprattutto dal capitale “transnazionale”.