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mercoledì 31 maggio 2017

Alternanza scuola lavoro, sfruttamento senza limiti

Il resoconto che vi sottoponiamo non è opera nostra, né di gruppi di studenti in rapporto con questo giornale. Anzi, è prodotto dall’associazione studentesca Uds, che aveva un legame solidissimo – un tempo – con quel partito una volta di sinistra che si è chiamato nel tempo Pci, “cosa”, Pds, Ds e infine Pd. Gente vicina alla logica della “sinistra di governo”, attirata dal neoliberismo e dalla governabilità come le vespe dal miele...

Proprio per questo, non paradossalmente, questo primo report sull’esperienza concreta dell’“alternanza scuola-lavoro”, risulta una fotografia impietosa di un massacro sociale che sta muovendo ora solo i primi passi. Dequalificare la scuola, svuotarla fino a farne uno scatolone di “corsi di formazione”, strapazzare gli studenti non più con le terribili “nozioni” ma con più infernali messe al lavoro gratuito, abituare le nuove generazioni all’obbedienza assoluta senza pretendere niente...

Tutto questo lo prevedevamo, leggendo gli articoli della riforma chiamata – per supremo sfregio – “buona scuola”. Ora è tutto fotografato, ex post, resocontato proprio da quegli studenti che – forse – avevano pensato che valeva la pena di provare.

Un quadretto breve, sintetico, senza fronzoli, dunque ancora più sconvolgente, pubblicato su http://www.orizzontescuola.it.

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Alternanza scuola lavoro, UDS: il 40% degli studenti ha pagato le aziende e il 57% non ha messo in pratica i propri studi

L’Unione degli Studenti ha realizzato un’inchiesta sulla prima esperienza di alternanza scuola lavoro, che ha coinvolto 15.000 studenti delle scuole superiori: il 40% degli studenti che ha risposto al questionario sostiene di avere pagato per fare un’esperienza in azienda.

Risulta, inoltre, che il 57% degli studenti ha frequentato percorsi non inerenti al proprio percorso di studi: ad esempio nei licei gli studenti hanno fatto solo fotocopie nei comuni o hanno catalogato libri nelle biblioteche.

Nelle scuole tecniche e professionali, gli studenti sono stati mandati in aziende che inquinano i territori o che hanno un gran numero di lavoratori precari.

Gli studenti dell’Uds chiedono l’adozione di uno “Statuto delle studentesse e degli studenti in alternanza scuola-lavoro” per garantire la gratuità dei percorsi e l’inerenza al proprio percorso di studi, l’istituzione delle Commissioni Paritetiche, per organizzare insieme ai docenti le esperienze di alternanza scuola-lavoro e chiedono di vincolare le aziende al rispetto del Codice Etico dichiarando l’estraneità ad infiltrazione mafiosa, inquinamento del territorio e sfruttamento dei lavoratori.

Intanto l’UDS continua la campagna anche in estate con gli sportelli “Sos- alternanza estiva”.

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Kabul, esplode la Moab della guerriglia

“Un’esplosione tremenda, mai sentita una così potente“, ha twittato un testimone sopravvissuto ma scosso nella testa oltre che nelle membra. Il camion-bomba saltato in aria stamane nel cuore di Kabul è una conferma di quel che accade da circa tre anni nella capitale afghana, con l’aggravante di un’escalation che diffonde sempre più paura e morte. Ufficialmente le vittime sono 19 e i feriti alcune centinaia, però giornalisti locali che stanno postando sui social media immagini e commenti già parlano di 80 morti e prevedono un tragico aumento viste le condizioni disperate di diversi feriti.

Così il ‘poligono afghano’ aumenta la potenza di fuoco: alla Moab statunitense la guerriglia risponde con ordigni esagerati collocati nei luoghi un tempo considerati sicuri: il quartiere delle ambasciate. E’ quella che chiamammo la città proibita, che risulta tuttora controllatissima. Che mostra cinta di mura concentriche vigilate a strati: esternamente dall’esercito locale, quindi da contractors e nella fascia più interna dai reparti speciali di quel che fu l’Isaf, trasformatasi nelle cangianti sigle Nato in Resolute Support. Questa presunta morsa risulta da tempo permeabilissima, e se da una parte è chiaro che la zona esterna vigilata dai soldati afghani mostra un ventre più che molle e può essere superata grazie a infiltrazioni, si può pensare che i miliziani abbiano cominciato a infiltrare anche le truppe mercenarie e che fra le fila dei militari Nato si muovono agenti dei Servizi (Cia, MI6, Isi?) mica tanto amici che favoriscono questo genere di azioni. Supposizioni, più che fantasie, suffragate da fatti che parlano chiaro: Kabul e il suo cuore risultano totalmente sotto scacco degli insorti, che stamane hanno recapitato immediatamente la rivendicazione dell’attentato con una firma congiunta Isis-taliban.

Quali talib? Quelli che dissentono con la Shura di Quetta e hanno stilato una linea comune con l’Isis o che ne utilizzano il brand? O i medesimi miliziani che colpiscono indisturbati da due anni, occupano province, praticano il mordi e fuggi d’una guerriglia comunque presente in pianta stabile su due terzi del territorio? Che poi sono gli stessi con cui il presidente Ghani vuole intavolare colloqui e spera di cooptare per un “governo di pacificazione” e per questo ha scelto come maestro di cerimonie il macellaio Hekmatyar?

Rispetto a quanto abbiamo analizzato in due recenti articoli che trattavano i piani per il presente che è già futuro nella politica statunitense sul suolo afghano, il generale Nicholson ha esplicitato la necessità d’un ritorno al passato rimettendo “boots on the ground”. La motivazione principale è l’insicurezza assoluta evidenziata dalla quotidianità del Paese e attentati come l’odierno sono musica sulle corde del generale.

Ovviamente gli strateghi di Washington non citano il totale fallimento del proprio progetto di “normalizzazione” che ha visto spendere cifre iperboliche proprio per la creazione e l’addestramento di un esercito locale che ha raggiunto numeri considerevoli (oltre 350.000 unità) e che mostra contraddizioni pazzesche: diserzioni, accaparramenti illeciti e corruzioni totalmente trasversali dai vertici alla base. Con armi scomparse o vendute a taliban e ai gruppi paramilitari dei vari signori della guerra. E col corposo fenomeno dell’infiltrazione grazie al quale operazioni di terrore come quella di stamane sono resi possibili. Ma queste ultime inseguono e si legano all’altro terrore conosciuto negli anni dell’Enduring freedom: bombardamenti sui civili, assassini mirati e non, rendition verso l’intera popolazione. Tutto ciò non è mai finito. E probabilmente riprenderà in grande stile.

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Venezuela. I consiglieri di Soros indicano la strada per il rovesciamento di Maduro

L’International Crisis Group, organizzazione creata e finanziata da Soros al tempo della disgregazione forzata della Jugoslavia, ha pubblicato una lunga analisi di un proprio esperto, Phil Gunson, nella quale vengono delineati i passaggi del progetto di regime change in corso (un modo elegante per non pronunciare la parola gole, ndr) in Venezuela.

Secondo l’ICS:
“La pressione internazionale è fondamentale, ma deve essere attentamente calibrata con carote e bastoni, per fornire uno sbocco ai membri del regime che possono essere inclini a negoziare un ritorno alla democrazia. A questo proposito, l’Assemblea Nazionale dovrebbe prendere in considerazione le leggi che prevedono l’amnistia parziale e condizionale per i membri militari e civili del regime, segnalando l’intenzione di cercare la riconciliazione e di evitare una caccia alle streghe, nel caso di una transizione. Anche se la Corte Suprema quasi certamente porrà il veto, la legge avrebbe mandato un messaggio che potrebbe isolare i relativamente pochi seguaci del regime che non potrebbero beneficiare di un’amnistia, a causa del loro coinvolgimento in attività come il traffico di droga o di gravi violazioni dei diritti umani. Sanzioni individuali, come quelle già imposte dagli Stati Uniti contro alcuni dirigenti del regime potrebbero essere estese e avere come bersaglio individui associati con flagranti violazioni dei diritti umani, così come proposto da un progetto bipartisan in Senato (Usa, ndr) la scorsa settimana”.
In coerenza con scenari realizzati in altri paesi, il documento dell’International Crisi Group, prosegue indicando quasi praticamente le tappe da percorrere per l’abbattimento del governo Maduro.
“Veri negoziati – a differenza dei “dialoghi” senza fine che predilige il governo – sono essenziali, e dovrebbero idealmente portare ad elezioni e ad un governo ad interim di unità nazionale in cui alcuni funzionari attuali (forse anche il procuratore generale Ortega) possono essere parte. Un risultato di questo genere dovrebbe includere a breve termine il riconoscimento dell’Assemblea Nazionale, e il rispetto per i suoi poteri. Non c’è più futuro per lo sforzo di mediazione guidato dall’ex primo ministro spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero, anche se alcuni dei suoi elementi possono essere incorporati in una struttura più stretta di negoziazione efficace. Questo dovrebbe essere un obiettivo primario dell’iniziativa dell’Organizzazione degli Stati Americani, che richiederà la creazione di un “gruppo di amici”, tra cui almeno un governo di un paese sostenitore di Maduro”.
Esaminiamo bene questo progetto. In primo luogo si dice no a qualsiasi mediazione che non sia finalizzata a buttare giù il governo Maduro (viene infatti dato il benservito al tentativo negoziale di Zapatero); in secondo luogo la creazione di un club di paesi – così come fatto con la Siria – per legittimare il dualismo di potere nel paese, con la perfidia di voler cercare di coinvolgere anche “un paese sostenitore di Maduro” per non dare l’idea di un patto sovranazionale a sostegno della destra golpista. Se c’era qualche dubbio che le manifestazioni delle classi alte e medie venezuelane siano funzionali ad un disegno contro i settori popolari del Venezuela, la chiarezza di questo progetto dipana ogni ambiguità. La difesa del Venezuela bolivariano e chiavista è ormai un discrimine.

Si è esteso intanto l’elenco dei firmatari della lettera aperta a Riccardo Noury, responsabile in Italia di Amnesty International che critica le “disattenzioni” e la disinformazione che egli ha contribuito a diffondere sulla realtà del Venezuela. Oltre ai primi firmatari potete vedere quelli che si sono aggiunti.

Primi firmatari:

Adolfo Pérez Esquivel – Premio Nobel per la pace 1980. Carcerato e torturato dalla dittatura argentina.
Gianni Vattimo – Filosofo
Frei Betto – Teologo della liberazione brasiliano
Pino Cacucci – Scrittore
Gianni Minà – Giornalista e scrittore
Alessandra Riccio – Docente universitario e giornalista
Maïté Pinero – Giornalista
Giorgio Cremaschi – Ex leader del sindacato Fiom
Luciano Vasapollo – Docente universitario. Capitolo Italiano della Rete di Intellettuali in difesa dell’umanità

Adesioni:

Javier Couso – Europarlamentare
João Pedro Stédile – Economista, Movimento dei Senza terra, Brasile
Carlos Aznárez – Giornalista, Resumen Latinoamericano, Argentina
James Petras – Professore emerito di sociologia alla Binghamton University, Stati Uniti
Emir Sader – Professore emerito di sociologia, Brasile
John Pilger – Giornalista, Australia
François Houtart – Docente universitario, Teologo, Sociologo, Belgio
Juan Melchor Roman – Docente, direzione politica nazionale CNTE, Messico
Andre Vltchek – Scrittore e documentarista, Libano
Christopher Black – Avvocato di diritto penale internazionale, Canada
Peter Koening – Economista (ex Banca Mondiale), Svizzera
Anita Leocadia Prestes – Storica e Docente universitaria, Brasile
Rev. Raúl Suárez – Reverendo battista, Direttore del Centro Memoriale Martin Luther King Jr, Cuba
Ricardo Rodríguez – Scrittore, Spagna
Quim Boix – Segretario generale della UIS (Unión Internacional de Sindicatos) de Pensionistas y Jubilados (PyJ), Spagna
Richard Moretto – Sindaco di Sautel, Francia
Sergio Medina – Fotografo, Cineasta, Svizzera
Céline Meneses – La France Insoumise
Pepe Escobar – Saggista, analista geopolitico, Brasile
Valerio Evangelisti – Scrittore
Luciano Andrés Valencia – Scrittore e storico, Spagna
Leonidas Vatikiotis – Giornalista, documentarista, Grecia
Duci Simonovic – Filosofo, Serbia
Juan José García Del Valle – Giornalista, Spagna
Lucy Rodriguez Gangura – Sociologa, Spagna

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Washington: attacco ad Hezbollah “opzione possibile”

Maggio rappresenta un mese fondamentale per il Libano. Il 25 Maggio 2000, infatti, la Resistenza Libanese riuscì a compiere quello che non era mai avvenuto fino ad allora: costrinse l’esercito israeliano, uno tra i più temuti e potenti al mondo, ad abbandonare il Libano dopo 18 anni di occupazione, dal 1982.

Da allora Tel Aviv ha provato in qualsiasi maniera a contrastare l’ascesa di Hezbollah. Direttamente, attraverso i 33 giorni di guerra nel 2006 che, però, non portarono all’obiettivo prefissato dalle forze ebraiche (la distruzione del “partito di Dio”), ma, al contrario, misero in evidenza le difficoltà di Tsahal (esercito Israeliano) con una serie di sconfitte cocenti. Oppure indirettamente: sostenendo l’Arabia Saudita e le milizie jihadiste filo-saudite create, in molti casi, per contrastare l’asse sciita rappresentato nella regione da Siria, Iraq, Iran e Libano. Risultati altrettanto deficitari anche per quanto riguarda il sostegno al pupillo saudita nel paese dei cedri, Saad Hariri, visto che, dopo una serie di sconfitte politiche, lo stesso leader sunnita del partito “Futuro” ha dovuto percorrere la via della riconciliazione e diventare primo ministro di un governo di unità nazionale con un presidente della repubblica, il cristiano maronita Michel Aoun, candidato di Hezbollah.

Negli ultimi due anni sono diventati sempre più insistenti le analisi e le voci relative al prossimo scontro militare tra Israele ed Hezbollah. In un suo editoriale Haaretz, quotidiano israeliano, ha posto il segno indicando che non ci si chiede più se ci sarà un conflitto, ma quando questo avverrà.

L’amministrazione Trump sembra, da questo punto di vista, aver dato nuovo impulso alla politica aggressiva del governo Netanyahu. Secondo il quotidiano inglese Financial Times “Washington avrebbe dato il via libera ad un’azione militare di Tel Aviv contro Hezbollah, anche con una possibile invasione del Libano”. La principale motivazione dell’autore, David Gardner, sarebbe quella legata all’impossibilità degli USA, di Israele e dell’Arabia Saudita di poter attaccare direttamente l’Iran, principale nemico, e di ripiegare sulla distruzione di Hezbollah, emanazione iraniana nella regione. “Malgrado l’ostilità contro l’Iran” – ha aggiunto il quotidiano – “l’amministrazione americana ha valutato che in questo periodo è più strategico preservare il dossier nucleare e puntare a contrastare Teheran attraverso un attacco ad Hezbollah, suo principale alleato”.

La conferma di queste affermazione sta nei fatti di queste settimane. I primi del mese il presidente americano ha convocato a Washington alcuni rappresentanti dei paesi della regione mediorientale (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrein, Giordania) oltre a rappresentanti europei (Francia, Gran Bretagna) per migliorare una possibile strategia di contrasto contro Hezbollah. Le prime mosse sono legate a due possibili azioni che stanno avvenendo in questo periodo. La prima riguarda l’operazione militare “Eager Lion” con una possibile invasione di forze giordane, supportate da americani e inglesi, nella zona di Al Tanf, nel sud della Siria, per posizionarsi proprio vicino alle milizie sciite libanesi, numerose in tutta l’area. La seconda riguarderebbe una serie di sanzioni economiche e di controlli sulle banche, libanesi e non, al fine di diminuire l’afflusso finanziario diretto verso il “partito di Dio”. Un ulteriore dimostrazione sarebbe, infine, il discorso conclusivo di Trump, durante il summit di Riyadh, contro Hezbollah. Il movimento sciita è stato dipinto come uno dei “principali mali della regione”, alla stessa maniera di Daesh o al Qa’ida, e non come un partito, eletto legittimamente dai libanesi, che guida il paese dei cedri, all’interno di un governo di unità nazionale, o di una forza militare che sta combattendo contro il terrorismo jihadista.

I segnali di un possibile inasprimento della situazione sarebbero confermati anche dalle manovre e dal cambio di strategia da parte dello stesso movimento sciita libanese. Secondo il quotidiano libanese Al Akhbar, le milizie di Hezbollah starebbero ripiegando dalla regione orientale del Monte Libano, considerata ormai libera dalla minaccia jihadista di Al Nusra e Daesh, verso le posizioni di confine del sud del paese. Stesse manovre riguarderebbero anche il territorio siriano. L’impegno di Hezbollah resta ancora consistente, in termini di truppe a sostegno di Damasco, ma il loro dislocamento e utilizzo avverrebbe in punti strategici “caldi” e non in tutto il territorio siriano. Un rientro di forze legato anche al ricongiungimento delle milizie libanesi con l’altra forza emergente di questi anni: le truppe irachene di Harakat Hizbollah Al Nujaba (considerate il ramo iracheno di Hezbollah).

Nella recente apparizione televisiva, legata alla commemorazione della liberazione da Israele, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha affermato:“Noi siamo pronti ad un conflitto che se ci sarà avverrà anche in territorio israeliano”. Tutti i rapporti dell’intelligence di Tel Aviv sostengono che il partito sciita non sia più quello del 2006. “Hezbollah è diventato una potenza regionale” – riporta il quotidiano Yediot Aharonot – “con una capacità di oltre 100mila truppe, tra miliziani effettivi e riservisti, e un potenziale di quasi 140mila missili”. La principale preoccupazione dei militari israeliani sarebbe legata alla capacità, grazie all’esperienza di questi anni nell’arena siriana, di poter affrontare qualsiasi nemico visto che “le sue milizie come armamenti, efficacia e preparazione sono equiparabili ad un vero e proprio esercito”.

Alla stessa maniera lo stato maggiore di Tel Aviv, per preparare il terreno nell’opinione pubblica nazionale e internazionale, ha precisato come “la presenza dei combattenti nelle zone e nei villaggi non permetterà ad Israele di eliminare questa minaccia se non attraverso forti danni alle infrastrutture e numerose vittime tra i civili (come nel 2006 o a Gaza, ndr).

In un suo editoriale, relativo proprio al prossimo conflitto contro Hezbollah, Abdel Bati Atwan, direttore del quotidiano Ray Al Youm, spiega come le guerre che ci sono nell’area attualmente avvengono per “rinforzare la sicurezza e la stabilità d’Israele, pur di mantenere il suo potere militare e la sua supremazia nella regione”. Un possibile conflitto, secondo numerosi analisti, sarebbe dagli esiti incerti, ma avrebbe delle ripercussioni terribili per tutta un’area già martoriata da anni di guerre.

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“Una legge elettorale contro la rappresentanza”. Intervista a Russo Spena

Grandi manovre sulla legge elettorale, i tre comitati elettorali più grandi si vanno mettendo d’accordo col supporto della Lega salviniana, cane da guardia che abbaia solo con in più deboli e slinguazza i più forti. Un tema complicato dai tecnicismi, dai dettagli incomprensibili in cui – come sempre – usa nascondersi il diavolo. Radio Città Aperta ha intervistato Giovanni Russo Spena, compagno con esperienza di lungo corso nel Parlamento (iniziò quando ancora esisteva Democrazia Proletaria), per diradare un po’ di nebbie sui giochi in corso.

Giovanni Russo Spena, responsabile di democrazia e istituzioni di Rifondazione Comunista. Buongiorno Giovanni, grazie della tua disponibilità. Legge elettorale, puoi darci una mano a capire e a far capire ai nostri ascoltatori di cosa si sta parlando? Come incide su quello che ci interessa di più, il livello di democrazia e rappresentanza politica di questo paese. Si parla di sistema alla tedesca, di questa al 5%, che non va bene a molti... In che direzione si sta andando? Molto si gioca intanto sull’accordo tra Pd e Movimento 5 Stelle, o almeno così appare...

Sì. Adesso è difficile dire oggettivamente, far capire ai poveri ascoltatori e ascoltatrici, come a noi stessi, dove si va. La verità è che si sta costruendo, pian piano una legge elettorale oggettivamente non legata alla necessità di una rappresentanza, di cui questo paese ha tanto bisogno. Insomma, per una politica che finalmente riuscisse di nuovo a rappresentare in qualche modo gli interessi popolari, gli interessi di massa. Si sta andando invece verso leggi, come dire, ad personam. Cioè: Renzi vuole la sua, Berlusconi la sua, il Movimento 5 stelle la sua, e così via. E quindi sta nascendo un compromesso che chiamano “sistema tedesco”, ma in effetti è un sistema molto rivisitato all’italiana. Senza cadere nella tecnicalità, è un sistema tedesco molto riposizionato sulle esigenze dei partiti italiani che – a quel che appare oggi dai sondaggi sulle singole forze politiche, sulle singole liste – dovrebbe portare automaticamente ad un’alleanza tra Partito Democratico e Berlusconi, ossia Forza Italia. Il Movimento 5 Stelle, cambiando tra l’altro la sua proposta elettorale, si accoda a questa soluzione per motivi sostanzialmente ovvi. Cioè pensa che, anche se non dovesse andare al governo, avrebbe comunque il monopolio assoluto dell’opposizione, giocando sul voto utile. Perché qui è chiaro che sia Renzi che Grillo giocano sul voto utile, il che è quanto di peggio possa capitare in democrazia. Quale è il ragionamento? Noi mettiamo la soglia di sbarramento al 5% – e mi pare che sia Berlusconi, sia Renzi, sia il Movimento 5 stelle anche questa mattina, con dichiarazioni di Toninelli molto forti, dicono la soglia di sbarramento assolutamente non si abbassa. Perché? Perché fanno il discorso del voto utile, che è assurdo nel sistema proporzionale. Poi Renzi, devo dire, con la sua solita faccia tosta, improvvida, ieri l’ha detto apertamente in un’intervista: i partiti che hanno meno di due milioni di voti – attenzione, stiamo parlando di due milioni di voti in un paese in cui vota il 55-60%, quindi sono tantissimi, sarebbero quasi 4 milioni reali di voti – e cito tra virgolette “i partiti che prendono due milioni di voti non devono entrare in parlamento perché questo non garantisce la stabilità”. In effetti cosa vuole Renzi? Renzi, come ha fatto Veltroni alla sua epoca, vuole uccidere col voto utile tutto ciò che è alla sua sinistra, diciamo così; ossia tutte le liste che si presentano togliendo voti al Pd da sinistra. Berlusconi fa lo stesso ragionamento con Verdini, Alfano e tutti i centristi ex democristiani, per cui dice: con la soglia di sbarramento al 5% io distruggo loro, quindi con il voto utile garantisco me. E il Movimento 5 Stelle fa lo stesso discorso: cioè prendo a destra, prendo al centro e prendo a sinistra un po’ di voti sparsi che pensano che – facendo io (Grillo, ndr) la campagna elettorale contro l’inciucio Renzi-Berlusconi, tornando al vaffanculo puro e semplice, un po’ di gente incazzata voterà per me. Di questo si tratta, ti assicuro, niente di più. Lo dico anche da vecchio parlamentare, da vecchio studioso di questi temi. Questa è la situazione. Niente di più, niente di meno. Tra l’altro è incostituzionale, quindi stanno facendo per l’ennesima volta un’altra legge incostituzionale. Perché lo è? E’ incostituzionale una legge che ha insieme lo sbarramento al 5%, in questo caso, e il premio di maggioranza. Non dimentichiamo che, con questa legge che stanno proponendo, una forza politica che raggiungesse il 40% comunque ha il premio di maggioranza che lo porta alla maggioranza assoluta, cioè al 51%. Quindi noi abbiamo l’obbrobrio di questo ibrido che unisce premio di maggioranza e sbarramento al 5%. E le due cose si tengono, perché sia Renzi sia Grillo o, diciamo, il Movimento 5 Stelle – non Berlusconi, che fa da ascaro, da servo di Grillo – pensano che con il gioco del voto utile e lo sbarramento al 5%, forse, chissà, si può raggiungere quel 40% che li porta alla maggioranza assoluta. Quindi a fare il governo da soli. Spero di non essere stato troppo tecnico, ma questa è la situazione sul piano politico.

Una situazione che tocca un ragionamento politico e uno costituzionale, sulla rappresentanza...

Certo. E’ l’idea della politica solo come governabilità. Io devo andare al governo e mi faccio la legge elettorale. Tutto il recupero del rapporto tra politica, lotte, conflitto, persone, interessi... Tutto questo non c’è, non entra assolutamente in discussione.

Sembra un po’ da ingenui parlare di rappresentanza politica, però sai come è, c’è una Costituzione che pone al centro del mandato parlamentare la rappresentanza politica... Ma sono diversi anni che, anche in modo abbastanza sfacciato, il Pd in particolare, si parli dell’esigenza di governabilità, più che di rappresentanza...

Non dimentichiamo mai che i guai della rappresentanza in Italia sono cominciati con il Pd, con Veltroni, quando disse che bisognava andare verso la democrazia governante... Questo tremendo ossimoro pari solo a guerra umanitaria, altro ossimoro tremendo, per cui la democrazia deve essere, in effetti, governata dall’economia, che sarebbe invece un “fatto oggettivo”. Come se le imprese, ecc. fossero un dato oggettivo, per cui l’economia deve ormai governare sulla politica e quindi è il governo a diventare il centro fondamentale della politica. Mentre invece, come sappiamo, in un sistema democratico la politica è l’organizzazione delle classi sociali. Quindi viene rovesciata completamente l’idea di rappresentanza della Costituzione.

Una domanda. Nonostante sia un po’ prematuro, questa legge elettorale nasce da un accordo tra Pd e Movimento 5 Stelle, che però hanno esigenze politiche di natura diversa. Il Pd è disposto a governare in coalizione magari, o con alleati abbastanza malleabili... Il Movimento 5 Stelle invece punta esclusivamente a governare da solo, a meno che non cambi clamorosamente il suo approccio...

E chi lo sa... Ce ne sta facendo vedere di tutti i colori. Una volta è razzista, un’altra volta no... Il Movimento 5 Stelle, sì, allo stato attuale punta a fare il pieno da solo... Io penso che non ci riuscirà e quindi... Chissà, forse discuterà, si troverà d’accordo con la Lega, che a sua volta sta rompendo con Berlusconi? Non lo so... Adesso veramente il Movimento 5 Stelle ci ha abituato a cambiamenti quotidiani, quindi è difficile dirlo.

Quindi diciamo che anche questo non è molto chiaro, perché se queste fossero le carte in tavola, si tratta di due esigenze un po’ diverse. Tu dici che comunque l’esigenza di rappresentanza politica è l’ultima voce della lista delle esigenze.

Sì... Non la tengono assolutamente in considerazione. Dovremmo pensarci un po’ tutti noi, tutti gli alternativi, gli antagonisti. Dovremmo capire a questo punto – perché è una sfida anche a noi tutti, questa – cosa fare noi, perché comunque in Italia c’è stato una crescita forte di conflitti, per quanto a volte separati, non connessi, non in generale. Quelli sul piano ambientale, territoriale, dei disoccupati, dei precari, dei migranti, degli operai. C’è stata la vittoria, persino inattesa proprio nella sua valenza classista, di sinistra, del 4 dicembre contro la riforma costituzionale di Renzi... A questo punto noi forse potremmo avere qualche carta in più questa volta... Se non sbagliassimo tattica e strategia, se facessimo un discorso serio, forse una qualche strada alternativa... Per dire: guardate che invece noi puntiamo alla rappresentanza di questi interessi anche sul piano istituzionale... Ecco, forse si apre una sfida... Ma lo dico con grande timidezza, perché ancora le situazioni non sembrano mature. Ma forse una sfida si apre pure per noi e dovremmo pensarci, dovremmo metterci tutti insieme attorno ad un tavolo, probabilmente, a discuterne, visto che le elezioni probabilmente ci saranno ad ottobre.

Però le elezioni bisognerebbe farle con la nuova legge elettorale. Oppure anche questo non è un dogma, secondo te?

Io penso che dovremmo leggere la legge elettorale. E soprattutto adesso tentare di influire, per quel pochissimo che possiamo, a livello di massa, di conflitto, di condizionamento. Noi come comitato per il No al referendum, come giuristi democratici già lo stiamo facendo. Faremo un documento nei prossimi giorni... Sappiamo che se ne fregano. Renzi, Berlusconi, Grillo se ne fregano di quello che i giuristi e i costituzionalisti più importanti del paese possono dire, però in qualche modo un condizionamento bisogna esercitarlo. Poi, letta la legge elettorale, vedremo. Vedremo se all’interno di quella legge elettorale si possono creare degli spazi veri di rappresentanza popolare.

Questo potrebbe essere una strada da percorrere?

E’ una sfida. Può darsi che questa sfida possa essere utile, insomma. Ora io non ho ovviamente idee precisissime, però penso che è una sfida che possa riportare sul piano politico il civismo di sinistra, una parte di quelli che hanno votato NO, la coscienza democratica e classista al referendum, ovviamente tutta la parte tradizionale di estrema sinistra, che non è morta nel nostro paese, per quanto non sia stata rappresentata molto in parlamento. Insomma, bisogna capire se si può costruire qualche cosa. Ho fatto delle assemblee in questi giorni, siamo in campagna elettorale in alcune città importanti: Genova, Palermo, L’Aquila e così via... Io vedo che questa spinta c’è. Per esempio, trovo delle assemblee e dei comizi con piazze piene... Mica mi illudo, “le piazze piene, poi le urne vuote”, questo è il vecchio slogan che conosciamo della sinistra... Però c’è una voglia di discutere, di interessarsi, di capire se si può costruire qualche cosa... Senza esagerare, ma questa voglia si è diffusa negli ultimi mesi nel paese.

Bene Giovanni, per il momento ti ringraziamo, naturalmente magari ci risentiamo per capire un po’ di più nel prosieguo. Per il momento grazie e buon lavoro.

Grazie a voi, buon lavoro a voi.

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Russia, crisi senza interruzioni

Nel rapporto politico del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa (Pcfr), presentato dal Segretario Gennadij Zjuganov (riconfermato alla guida del partito) al XVII Congresso, svoltosi lo scorso 27 maggio, un paragrafo è dedicato alla crisi attraversata dalla Russia. Ne pubblichiamo la traduzione.

Traduzione di Fabrizio Poggi

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Crisi senza interruzioni

Compagni, dopo il 1991 nel nostro paese si è stabilito un capitalismo regressivo, parassitario, oligarchico e comprador, fondato sui settori bancario e dell’export delle materie prime. Ciò riflette chiaramente la trasformazione della Russia in un’appendice di materie prime e mercato di sbocco di merci straniere.

Tendendo a rafforzare le proprie posizioni nel paese, la leadership statale ha intensificato la retorica patriottica, intraprendendo una serie di passi diversi. Si è riportata la Crimea nei confini patrii. Si è fornito sostegno al legittimo governo siriano. E tuttavia, l’oligarchia russa non ha né la forza né la volontà di rompere con il sistema del capitalismo globale. E’ per questo che, tuttora, non si sono riconosciute DNR e LNR. E’ in chiara fase di stallo “la svolta verso l’Oriente”. Continuano gli attacchi alla Bielorussia.

Dopo le “riforme”-pogrom di Serdjukov (Anatolij Serdjukov: ex Ministro della difesa e precedentemente Capo dell’Agenzia delle entrate. ndt) si sono risolti molti, ma certamente non tutti, i problemi legati all’effettivo potenziale delle Forze Armate. Si sta procedendo a ridurre il bilancio della Difesa; ma, senza un’industria potente, indipendente dalle forniture straniere, è impossibile una difesa efficace della sovranità del paese.

In un quarto di secolo di “riforme” liberali, si è insediato in Russia un capitalismo oligarchico-burocratico periferico.

Una pesante concessione al capitale globale è stata rappresentata dall’adesione della Russia all’Organizzazione mondiale del commercio; contro tale passo, si è mosso attivamente solo il PCFR. A causa delle riduzioni tariffarie, in 5 anni di adesione al WTO il nostro bilancio ha perso circa 800 miliardi di rubli e le perdite indirette hanno superato i 4 trilioni.

E’ stata data carta bianca ai grossi proprietari nel saccheggio della Russia. Solo negli ultimi due anni, la fuga di capitali ha superato i 70 miliardi di dollari. Le autorità stanno tranquillamente a guardare come gli oligarchi esportino i capitali in società off-shore e in banche estere e per di più invitano noi alla “pace sociale” con chi sta derubando la Russia.

La dipendenza dal capitale straniero sta cominciando a minacciare la sovranità del paese. La quota di società con capitali stranieri è del 75% nel settore delle comunicazioni, del 56% in quello estrattivo e del 49% nel settore manifatturiero.

Da oltre due anni sta riducendosi il PIL del paese. Il bilancio dello Stato perde miliardi di rubli. Dissesto ovunque, tranne che nel settore delle materie prime; sono fallite la modernizzazione e la diversificazione dell’economia.

La politica socio-economica ha trasformato il paese in una società di povertà di massa. Secondo i dati ufficiali, negli ultimi tre anni i redditi reali dei cittadini russi sono calati di circa il 13%; quasi 20 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà e, secondo il PCFR, il minimo ufficiale di sussistenza è ridotto deliberatamente di 2-2,5 volte.

La Russia è diventata un paese di straordinarie disuguaglianze. Il 62% delle sue ricchezze è nelle mani di milionari in dollari e il 29% in quelle di miliardari. Secondo la società internazionale di ricerche New World Wealth, il nostro paese è al primo posto nel mondo in termini di disuguaglianza dei redditi. Solo nell’ultimo anno, la ricchezza complessiva dei 200 più ricchi uomini d’affari russi è cresciuta di 100 miliardi di dollari. I “campioni del reddito” possiedono 460 miliardi di dollari: cioè due volte tanto il budget annuale di un paese con una popolazione di 150 milioni di persone!

La realtà della Russia di oggi è descritta esattamente dalle parole del francese nel “Mistero Buffo” di Majakovskij:

“Hanno promesso di dividere in parti uguali:

a uno – una ciambella, all’altro – il buco della ciambella.

Questa è la repubblica democratica”.

Dunque, i problemi principali dell’economia russa sono:

– il suo modello basato sulle materie prime;

– la distruzione del potenziale industriale;

– la povertà e il basso potere d’acquisto dei cittadini;

– l’erronea politica monetario-creditizia;

– l’inefficienza del sistema di direzione statale.

Estremamente inefficiente è anche la politica regionale del governo. Sono soltanto nove le regioni che portano utili. Il debito dei bilanci regionali raggiunge già i 2,5 trilioni di rubli.

Il PCFR è pronto a mutare radicalmente la situazione. Noi sosteniamo che la crisi in Russia sia dovuta al fattore umano; essa è dovuta al governo, privo di un coerente programma di sviluppo. Già Spinoza diceva “Chi non sa verso dove stia navigando, non ha venti favorevoli”. Così che, o al governo della Russia ci sono cattivi nocchieri, oppure essi stanno deliberatamente guidando la nave dello stato verso gli scogli.

La contraddizione tra gli interessi del paese e quelli del capitale russo è una di quelle fondamentali. Solo un nuovo socialismo consentirà di far fronte alla disuguaglianza sociale, alla rovina economica e permetterà di dar vita a un efficiente sistema di direzione. Così è stato nel 1917. Allora la Russia fu salvata dal “progetto rosso” del Grande Ottobre. I bolscevichi ristabilirono la sovranità del paese e lo difesero dall’essere inghiottito dallo stomaco insaziabile del capitale mondiale.

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Ilva. No alla svendita, Si alla nazionalizzazione

Dopo un incontro con alcuni sindacati, il Governo ha annunciato che ILVA sarà venduta alla multinazionale Arcelor-Mittal. Il piano prevede più di 5000 esuberi solo per cominciare, successivamente si avrà la facoltà di licenziare altri lavoratori in corso d’opera.

Il Governo vorrebbe quindi concludere in questo modo una vicenda difficilissima dopo il disastro della gestione Riva. L’acciaio, diversamente da come sostenuto da più parti, è tutt’ora il materiale da costruzione più importante al mondo assieme al cemento. La sua industria è quindi strategica. La cessione dell’ILVA alle multinazionali significa quindi svendere un pezzo fondamentale del patrimonio industriale e privare lo Stato Italiano di un settore fondamentale. Inoltre solo l’intervento dello Stato può garantire le necessarie bonifiche, la revisione degli impianti e dei cicli, la salvaguardia dell’occupazione.

Le multinazionali sono interessate, in questa fase in maniera esclusiva, ad acquistare marchi e impianti per garantirsi fette di mercato e produrre altrove dove le norme ambientali e di salute sono meno rigide e i salari più bassi.

In questo momento è opportuno invertire una politica che dura da più di 30 anni. L’Unione Europea ha imposto il ritiro dello Stato dall’industria e dai servizi per favorire le multinazionali. Tutto questo ha impoverito i lavoratori costretti a salari e diritti sempre più bassi con la scusa delle delocalizzazioni.

Gli esuberi previsti in ILVA si sommano a una situazione in cui la disoccupazione è altissima e i giovani non trovano lavoro. Ma non è possibile difendere i lavoratori senza la discriminante dell’uscita dalla UE e dall’euro che sono i principali strumenti con i quali i capitalisti e i banchieri attaccano i lavoratori.

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Mondi e fedi della strage perenne

Giorni addietro, in uno spettrale intervento sui social media anche più cieco del fondamentalismo, qualcuno ha definito l’assassinio dei 29 pellegrini copti benaugurante per l’avvio del Ramadan. Al torbido commentatore islamista facevano eco i crociati dell’informazione nostrana pronti a ribadire che l’unica soluzione è lo scontro, cercando vendette a tuttotondo nei confronti dell’Isis, di jihadisti veri e presunti, quindi imam e ayatollah, fedeli e miscredenti arabi, turchi o persiani, e minoranze etniche, e rifugiati, e migranti: insomma i barbari che minacciano Santa Romana Chiesa. L’affermano apertamente, questi difensori delle nostre radici che non si dichiarano oltranzisti. Parlano in luogo dello stesso pontefice, troppo acquiescente verso i diversi, un genere di gesuita in odore di ribellismo sovversivo. E se giunge l’altra ferale notizia che chi di massacri vive, perché il suo piano non è neppure il Jihad islamista ma la mattanza sanguinaria, ha colpito ancora e nella martoriata Baghdad, e ha maciullato fedeli islamici che di sera, interrompendo il digiuno, mangiavano, chiacchieravano, s’incontravano com’è bello fare nelle calde serate che preannunciano l’estate, i nostri paladini vanno oltre senza smentire le ferree tesi.

L’odio dell’Isis che uccide cristiani e non nelle strade dell’Occidente, segue lo stesso percorso in altri angoli del mondo. Scanna senza tregua infedeli e figli suoi, mira a un potere speculare a quello che dice di combattere: il disegno imperiale tuttora signore e padrone delle genti d’ogni continente. Il sovrano di questo turbinio stragista è ormai nudo, come lo è la logica che dice di mettere in sicurezza il pianeta mentre cinicamente ne ha stabilito la fine per guerre e asfissia. Entrambi questi prìncipi della morte continuano ad aggregare combattenti sul proprio fronte, dove certezze e fanatismo cementano aride esistenze prive di sensazioni e sentimenti. Chi ne lamenta l’insano approccio è bollato come vile o demente e soggiogato al nemico. Chi propone conoscenza e confronto è tacciato di cieca pazzia. Chi ricorda come in tanti casi solo l’incontro apre occhi e menti a qualche prospettiva che preservi la vita e guardi al domani, è ridicolizzato. Non è solo buona volontà, sarebbe ragione. Non è solo razionalità, è umana morale. Insieme dovrebbero rimescolare le carte d’un mondo senza bussola. Se dovesse accadere, se accadrà i fronti si scompiglieranno: Occidente e Oriente, copti e musulmani, sciti e sunniti si ritroveranno insieme per opporsi a quelle parti di sé che tengono bloccata la storia degli uomini, delle fedi, del pensiero. Ne dissanguano il presente, ne bloccano il futuro.

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Stadio per la Roma. Il M5S:”abbiamo fatto un capolavoro”. Replica: “ha vinto di nuovo la rendita”

Ricordate il nuovo stadio “per” la Roma? A che punto stanno le cose? Intervista a Paolo Ferrara (M5S), replica di Antonello Sotgia (urbanista).

Mesi fa è stato al centro di uno scontro politico e di polemiche ferocissime sui mass media contro l’opposizione della giunta Raggi al progetto. La cementificazione a Tor Di Valle era stata messa in cantiere da un cordata guidata dal rampante costruttore Parnasi (amico e finanziatore del Pd). Poi la giunta comunale è arrivata ad un accordo con i costruttori e le banche che sponsorizzano il progetto. Si è parlato di riduzione di cubature e di urbanistica contrattata.

La campagna dei mass media (Repubblica e Corriere della Sera in testa) improvvisamente ha abbassato i toni e spento i riflettori su Roma e la giunta Raggi e qualcuno, prima scettico o addirittura ostile, ha cominciato a segnalare la “capacità di governo” del M5S. Poi dopo qualche mese hanno ricominciato il tartassamento, questa volta sull’emergenza rifiuti, mentre la Capitale perde ogni settimana un pezzo della propria economia e di lavoro senza che da Comune e Regione vengano segnali di risveglio.

Ma lo Stadio “per” la Roma (non “della” Roma, ndr) che fine ha fatto? Tre mesi di silenzio. Qualche giorno fa Radio Città Aperta ha intervistato su questo il capogruppo del M5S in Campidoglio, Paolo Ferrara, che ha commentato entusiasticamente il risultato raggiunto. Abbiamo chiesto ad un urbanista molto conosciuto a Roma e tra i movimenti sociali, Antonello Sotgia, un commento a quanto dichiarato dal capogruppo M5S. Il giudizio non è affatto entusiasta né entusiasmante. In una città dove speculatori, banche e palazzinari fanno il ritmo di marcia e definiscono i parametri dello sviluppo urbanistico, sullo stadio non c’è stata neanche la riduzione del danno, ma solo il ritorno al progetto originario, che poi è quello che la Giunta Marino aveva accettato di ampliare a dismisura nelle cubature premiandolo addirittura con una delibera di interesse pubblico sull’opera. Una operazione che sembrava stoppata e invece...

Qui di seguito l’intervista a Paolo Ferrara e il commento di Antonello Sotgia. Buona lettura.

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Intervista a Paolo Ferrara, capogruppo Movimento 5 Stelle.

Quali sono le novità rispetto a questo progetto di realizzazione dello stadio, in questo caso della società sportiva As Roma? Conosciamo bene, chi ci ascolta conosce bene le complicazioni, il lungo iter e la situazione aggiornata a qualche tempo fa. A che punto siamo oggi?

Diciamo che sono tutte buone notizie, fortunatamente. Andiamo spediti, il progetto è stato completamente modificato, così come avevamo richiesto al proponente, rispecchia pienamente gli indirizzi del Movimento 5 Stelle, ovvero del programma che avevamo proposto ai romani, ovvero uno stadio fatto bene, con delle offerte da parte del proponente veramente all’avanguardia, che riguardano comunque il rispetto dell’ambiente, ma tantissime altre cose che sono a favore dei cittadini romani, oltre che dei tifosi della Roma.

Partiamo dalle criticità che erano state evidenziate rispetto al progetto precedente. Innanzitutto... le questioni quali erano? Le questioni erano l’impatto ambientale che un progetto del genere poteva avere, l’impatto urbanistico che una struttura così ampia poteva avere su quel quadrante, la ristrettezza dei divieti di accesso ecc. ecc. e il dubbio speculativo rispetto al progetto. Questi erano i tre filoni di contestazione complessivamente al progetto...

Comincerei per ordine. Riguardo a questa prima questione, progetto ambientale. Voi sapete che lo stadio sarà il primo stadio con la certificazione Golden Light, ovvero avrà tutti gli standard ambientali... ne dico uno, per far capire ai nostri ascoltatori di cosa si sta parlando. Tutti i materiali di scavo verranno riutilizzati per costruire. Questa è una cosa bellissima. Ma non solo. Gli spazi avranno degli standard energetici sopra ai soliti che vengono proposti nelle realizzazioni e nelle costruzioni che abbiamo visto in questi anni. Ma non solo. Abbiamo aumentato il verde pubblico all’interno del complesso. C’è tutto quello che serve. Andiamo ad affrontare il discorso del dissesto idrogeologico risolvendolo nel quartiere di Decima. L’impatto urbanistico... Abbiamo eliminato le torri, la riduzione del 50% delle cubature di cemento, questa è un’altra novità che abbiamo inserito e che abbiamo voluto noi come Movimento 5 Stelle. Ci sono tutte le opere pubbliche che servono a supporto dell’utenza... Abbiamo investito sulla Roma-Lido, più di 30 milioni di euro andranno a sostegno della Roma-Lido. C’è tutto. C’è l’allargamento dell’ultima parte della via del mare, il ponte dei Congressi che verrà realizzato con fondi ministeriali, a supporto dell’operazione. Praticamente questo è uno stadio fatto bene, è un’operazione che il Movimento 5 Stelle si può veramente intestare, un successo per la città.

Per quello che riguarda l’aspetto relativo invece alla questione dell’impatto urbanistico. Un quadrante che è la porta che arriva a Roma dal settore sud e che è caratterizzato già adesso da un’incidenza molto forte del traffico, della complessità di gestione per i cittadini romani, della difficoltà di gestione dei servizi... Si diceva: un’opera così complessa e così pesante, anche per quello che immaginiamo sia la durata dei lavori, ecc. potrebbe portare nel caos un settore che forse non si riprenderà più. Questo è almeno quello che si diceva relativamente al primo progetto dello stadio.

Possiamo fare chiarezza su questo, naturalmente. Il primo progetto, hai detto benissimo. L’area non l’abbiamo scelta noi, l’ha scelta la vecchia amministrazione. Noi ci siamo trovati un progetto megagalattico, con cubature enormi e con rischi enormi. L’abbiamo azzerato e abbiamo fatto in modo di proporne uno nuovo che, comunque, dia tutte le attenzioni a quello che lei stava dicendo. Abbiamo fatto un’operazione capolavoro qui a Roma su questo, sui danni che loro avevano fatto in precedenza. Noi probabilmente, se avessimo avuto la possibilità di scegliere avremmo scelto un altro luogo. Ma questo, purtroppo, lo sapete benissimo che il luogo scelto dalle vecchie amministrazioni è stato quello, per cui a noi il merito di aver in qualche modo risolto i problemi che loro hanno creato.

C’è una tempistica che si può immaginare o è ancora troppo presto per immaginare una tempistica... un momento di partenza e un momento di arrivo, di chiusura di questi lavori? E poi magari anche se è possibile immaginare quali sono le varianti ai vari piani urbanistici, se la circolazione è prevista sempre nello stesso modo oppure se è troppo presto per parlare di questi particolari tecnico-urbanistici...

Io non entrerei nei particolari tecnici, anche perché comunque c’è un iter. Io una cosa la so e la posso dire di certo: che noi siamo nei tempi ed entro il 15 porteremo la delibera in aula. Dopo di che la regione dovrà sicuramente riaprire una piccola conferenza di servizi considerando che ce n’è stata già una importante e ognuno faccia la sua parte, qui la regione faccia la sua. E’ chiaro che noi porteremo avanti per la nostra competenza tutto l’iter, su questo non c’è dubbio, fino in fondo. Dopo di che io sottolineerei una cosa importante, che le amministrazioni precedenti non hanno mai fatto: noi metteremo in atto delle convenzioni ben precise legate alla delibera, dove all’interno metteremo dei paletti. Prima a Roma si fanno le opere, da oggi, e poi si costruiscono i palazzi. E così succederà anche per lo stadio. Se non ci sono le opere pubbliche non si parte con gli altri lavori. Noi in questo mettiamo l’innovazione storica. Sapete come hanno lasciato in questi anni i costruttori romani, grazie alle amministrazioni precedenti, le nostre periferie... Con noi questo non succederà. Convenzioni precise, opere pubbliche, poi si costruiscono i palazzi e tutto quello che serve comunque all’impianto che stiamo proponendo e che stanno proponendo.

Per quello che riguarda invece... quindi la famosa fermata della metro piuttosto che l’ampliamento delle strade... fanno parte di queste opere pubbliche che sono pregiudiziali... senza queste non c’è lo stadio, ossia l’area avrà dei servizi pubblici a disposizione dei cittadini? Questo ci interessa sapere.

Assolutamente. I cittadini avranno un progetto finito. Non succederà più quello che è successo da altre parti dove vengono fatti edifici a servizio del privato, vengono fatte opere riconducibili ad un business che – giustamente, anche, per carità – il privato sta proponendo. Non succederà più questo. Se non ci sono le opere pubbliche e servizi non ci sarà neanche lo stadio. Ma questo siamo d’accordo anche con il proponente, siamo proprio veramente dando un input a questo proponendo un nuovo modo di fare l’urbanistica a Roma. Questo il Movimento 5 Stelle l’aveva detto in campagna elettorale e lo sta rispettando in questo momento. C’è in questo momento pieno accordo con tutte le parti in causa per cambiare finalmente questa città, anche dal punto di vista dell’urbanistica.

Passiamo all’ultimo punto, quello relativo alla speculazione. Già quello che ci ha detto, almeno teoricamente, mette dei paletti anche all’approccio speculativo e un po’ famelico che abbiamo conosciuto in questa città. Noi sappiamo che Roma è stata vittima per tanti anni, forse per decenni, di appetiti insaziabili di speculatori... I famosi palazzinari, naturalmente con la connivenza delle amministrazioni e il problema è che adesso.... C’è la possibilità di impedire questo processo? Lei ci ha detto già alcune cose interessanti. Sì, investire e fare profitto ma con una ricaduta certo per la cittadinanza. E’ questo il limite che voi tenete... lo scudo alla speculazione, e comunque se deve essere speculazione che sia a ricaduta della collettività.

Questo è un punto fermo, ha fatto bene a sottolinearlo, ho delle indicazioni anche per questo, naturalmente. Il comune di Roma non mette un soldo in questa operazione, non ci sono soldi pubblici del comune di Roma. Forse negli altri anni questo non succedeva. Detto questo, abbiamo chiesto – e questo verrà messo nelle convenzioni e anche all’interno della delibera – che alcuni spazi che vengono creati all’interno del progetto siano per uso sociale, ovvero per i cittadini romani, a garanzia proprio di non speculazione in questo senso. Dopo di che gli standard sono tutti controllati in modo accurato, tutti i servizi ci saranno per i cittadini, voglio dire il comune di Roma sarà comunque, in qualche modo... anche per l’indotto, per quello che porterà poi lo stadio, ricompensato insomma...

Bene, per il momento il quadro è abbastanza chiaro. Tempistica, ripeto... E’ troppo presto per parlare di tempi?

E’ troppo presto. In questo momento le ho detto per l’atterraggio della delibera, ma io credo che comunque in poco tempo questa cosa si realizzerà. Certo, in poco tempo intendo comunque un percorso che dovrà prevedere tutti gli step necessari...

Certo. Il percorso necessario per fare le cose in trasparenza e in correttezza...

Assolutamente...

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“Il film che stiamo vedendo è sempre quello della rendita”

Di Antonello Sotgia (urbanista)

“Sono tutte buone notizie “per Paolo Ferrara, capogruppo M5S in Consiglio Comunale di Roma Capitale, quelle che riguardano il “nuovo” progetto dello Stadio a Tor di Valle. Rispondendo, con molto garbo e disponibilità, alle puntuali domande di Radio Città Aperta, taglia corto: “il nuovo progetto risponde al programma che avevamo proposto ai romani”. Quindi, e questa è una notizia, quando lo stesso movimento aveva votato (con gli allora consiglieri Raggi, Frongia, De Vito), nella precedente legislatura, contro lo Stadio e la delibera di pubblica utilità, con tutta evidenza, deve averlo fatto “a sua insaputa”.

Ora il progetto torna, in una nuova veste sul tavolo, anche perché non si è mai presa in considerazione la possibilità, reale, di rimettere in discussione una localizzazione che, come onestamente afferma lo stesso Ferrara, “avendone la possibilità, non avrebbero scelto”. Lui evidentemente deve conoscere i risultati della rivisitazione progettuale perché ora, il catino di mister Pallotta e il suo (ancora) tanto che si porta appresso, diventa “un successo che il Movimento 5 stelle si può veramente intestare, un successo per la città”.

Nell’entusiasmo il capogruppo dimentica che continuano ad esserci ancora alcuni importanti pareri contrari. Contro quello della Sovrintendenza la società proponente, che non è A.S. Roma, ha presentato intanto ricorso. Sarà accettato? Basterà per risolvere questo caso, così come il contestuale persistente pronunciamento negativo regionale, quella che lui chiama una “piccola” conferenza dei servizi? Cosa significa piccola? Che dovrà durare poco? Che dovrà vedere ridotti il numero degli enti partecipanti? Che dovrà fidarsi sulla parola, senza guardare le nuove carte, di quella che lui chiama “innovazione storica” ma che, in questo ha ragione, non è mai stata applicata anche se si sarebbe dovuto (come non ricordare a questo proposito le tante battaglie dell’A.S.I.A.) costruire prima le opere pubbliche e poi il resto?

Lui, rispondendo, dice chiaramente che “non entrerebbe in particolari tecnici” ed ha ragione. Sarebbe sufficiente, e queste non sono domande tecniche, che chi governa la città ci chiarisse se le trasformazioni di Roma debbano continuare ad essere “ricevute” dai vari proponenti e alla città spetti il solo compito di accettarle. Se ancora quando i progetti, come in questo caso, esondano dai numeri che il PRG stabilisce per un determinato luogo, sia sufficiente che questo processo che incide direttamente sull’abitare all’intorno, possa essere compensato da quella per lui “cosa bellissima” che “tutti i materiali di scavo verranno riutilizzati per costruire” senza sapere se magari non sia necessaria un’operazione profonda di bonifica visto lo stato “attuale” dell’area.

Sarebbe troppo chiedere un pronunciamento preliminare, ora, sugli “emendamenti” in discussione alla Camera alla legge sugli stadi che prevedono l’introduzione di “residenze di servizio per gli addetti” nella misura del 20% della cubatura che, è scritto, non partecipano alla determinazione della quota di servizi pubblici da fornire? Da chi sono abitate, oggi, le case degli “articoli 18” tanto per fare un esempio immediato. Dal personale destinato a combattere la criminalità?

Cosa significa fare le cose in trasparenza, se non si risponde alle domande che l’abitare pone alla città, limitandosi a richiedere di far scorrere l’iter velocemente.

Proprio ieri sera, al termine della festa per l’addio di Francesco Totti, James Pallotta, il Presidente, che a quella cerimonia si era imbucato da non invitato, ha detto che lo Stadio dovrà essere finito entro il 2020, altrimenti venderà tutto.

Promuovere un’iniziativa privata, ottenere il via libera e andar via dopo aver valorizzato un’area, dal PRG non destinata a quello per cui si è ottenuto il titolo edilizio-urbanistico, è un film che in questa città ci eravamo illusi, che con il “nuovo” corso sarebbe stato ritirato dalla circolazione.

Basterà l’entusiasmo di Paolo Ferrara e dei suoi, vedendo sostituite le torri di Libeskind con una marmellata di uffici, che alcuni rendering in circolazione avvicinano singolarmente al Watergate realizzato dall’Immobiliare a Washington, a interrompere lo scorrere ancora della “pellicola” della rendita?

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Probabilmente sono menagramo ma credo diventi sempre più palese che il M5S sia del tutto inadeguato al cambio necessario dello stato di cose presenti.
Questi mantengono il medesimo approccio di curatori fallimentari del Paese (o curatori degli interessi privati a scapito del pubblico) che però inverano con un pizzico di garbo e professionalità presunta in più rispetto ai predecessori, ma niente di più. 

martedì 30 maggio 2017

Scontro Usa-Germania, rischi gravi per la componentistica italiana

Le cose vanno veloci, ormai. Non si fa neppure in tempo a capire – e tentare di spiegare – una conseguenza degli smottamenti in corso che ecco arrivare la conferma.

Stamattina avevamo pubblicato questo articolo sull’interesse tedesco per lo “svecchiamento” di una parte dell’industria italiana ormai dipendente dalle filiere che fanno capo a Berlino. Una riflessione acuta e argomentata, non ancora una notizia, peraltro a seguito di un “evento” che solo i nostri altrettanto acuti compagni emiliani avevano colto nella sua importanza...

Così come nei giorni scorsi avevamo letto come “rottura”, in buona parte strategica, il conflitto diventato palese a Taormina tra la Germania merkeliana e gli Usa di Trump. Giudizio confermato nel giro di poche ore dal Washington Post.

Ancora poche ore ed ecco l’Ansa, agenzia giornalistica che detta il ritmo e l’interpretazione politica del giornalismo italiano, diramare questo secco lancio:
E’ il settore della componentistica auto quello che in Italia potrebbe subire il maggior contraccolpo da un eventuale scontro commerciale tra Stati Uniti e Germania. I milioni di auto che le case automobilistiche tedesche vendono negli Usa e che il presidente Trump ha dichiarato al G7 di voler ”fermare”, infatti, utilizzano moltissimi componenti italiani. Nel 2016 tutti i principali brand, da Mercedes, a Bmw, a Volkswagen, ad Audi, per citarne solo alcuni, hanno importato dal nostro paese – rileva l’Anfia (Associazione nazionale filiera industria automobilistica) – un totale di circa 3,9 miliardi di euro (per la precisione 3.884.747.959 di euro) di parti auto, che fanno della Germania il primo mercato di destinazione dell’export dei componenti italiani, con una quota sul totale esportato del 19,5% ed in lieve calo dell’1% rispetto al 2015.

Ma non è da sottovalutare anche il valore commerciale che ha la componentistica auto italiana direttamente esportata negli Stati Uniti. Sempre nel 2016, rileva l’Anfia, l’Italia ha esportato in Usa parti auto per 1.116.433.202 di euro, con una quota sul totale di export del settore del 5,59% ed in calo del 28,1% rispetto al 2015.
Allacciate le cinture. Sempre più spesso ci capita di concludere in questo modo…

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Concorso Beni Culturali: ecco i rilievi del Tar che non avete ancora letto

Non si tratta di un errore burocratico. I rilievi fatti dal Tar del Lazio, in merito al concorso espletato dal Ministero dei Beni Culturali per la nomina dei Direttori dei 20 super musei italiani, non riguardano solo la nazionalità dei concorrenti (all’epoca del bando la legge italiana prevedeva che i dirigenti di Stato fossero di nazionalità italiana e il Ministro Franceschini era tenuto o a rispettare tale legge, oppure a promuoverne la modifica, ma non poteva ignorarla, come ha fatto). Essi fanno emergere almeno altre due questioni di ben altro peso e altra natura.

La prima concerne il fatto che i colloqui orali si sono svolti a porte chiuse e alcuni addirittura via skype, impedendo così la dovuta possibilità di controllo su come si siano realmente svolti tali esami e infrangendo una basilare legge a tutela della trasparenza in democrazia, secondo la quale tutti gli atti di un concorso pubblico devono essere pubblici.

La seconda questione denuncia gravi irregolarità riguardo ai criteri di assegnazione del punteggio. Si legge infatti: “Tali riflessioni, accompagnate dall’oscura circostanza che l’accorpamento con suddivisione in tre sottoclassi del punteggio previsto per il colloquio dei candidati ammessi alla decina è avvenuto ben dopo la individuazione, da parte della commissione di valutazione, dei criteri di assegnazione dei punteggi per le singole voci valutative nelle quali ripartire i 100 punti a disposizione: infatti, mentre (come si è già più volte ricordato) il meccanismo di assegnazione dei punteggi ai titoli presentati dai candidati è stato definito nella seduta della commissione tenutasi il 5 maggio 2015, i criteri di distribuzione dei venti punti (al massimo), da assegnare nel corso dei colloqui a coloro che erano stati selezionati per avere ingresso nella decina sono stati definiti nella seduta dell’11 luglio quando erano già noti i nomi dei candidati scrutinandi”.

In poche parole, quindi, si sono stabilite le regole del gioco a gioco già iniziato e dopo aver saputo quali carte ogni giocatore aveva in mano. Si potrebbe anche dire che se il candidato che si desiderava sostenere avesse inserito in curriculum di aver seguito un corso di danza cubana, sarebbe bastato stabilire che nel colloquio orale le competenze sulla danza cubana valevano il massimo assegnabile, cioè venti punti, per dargli un vantaggio che chiunque altro concorrente difficilmente avrebbe potuto colmare.

Per assurdo, ovvio. Ma qualcosa di non troppo dissimile deve essere pur accaduto, se colui che ha Diretto gli Uffizi per tanti anni senza generale scandalo e senza che mai il Ministero stesso gli avesse rivolto alcuna ammonizione non ha ricevuto nemmeno il punteggio necessario a entrare nella terna da proporre al Ministro e se alcune persone del tutto ignote e con curricula esilissimi o poco pertinenti siano state messe a dirigere istituti di grande peso. Del resto in tutta la lunga e circostanziata sentenza del Tar (che invitiamo a leggere per intero) si palesa lo sconcerto dei giudici di fronte alle modalità non certo chiare con cui si è svolto il concorso in ogni sua fase, ad esempio quando si parla di “...magmatica riconduzione dei 20 punti di massima assegnazione ai candidati della decina ammessi al colloquio...” o di “...illegittimità derivata dalle conclamate patologie che hanno corroso le frazionate procedure selettive...”.

Rimane infine da chiederci come è stato presentato tutto questo dalla stampa. Pressoché all’unanimità con titoli incentrati sullo scandalo che il Tar non permette direttori stranieri per i musei italiani. A parte che il Ministro Franceschini dovrebbe imparare a fare o a farsi fare leggi che non vadano contro quelle già (a torto o a ragione) esistenti, giudichi ognuno dove sta il vero scandalo di questa storia: nella sentenza del Tar, nelle modalità del concorso o nella manipolazione della notizia?

da http://www.perunaltracitta.org

Franca Falletti è nata e vissuta a Firenze. Laureata in Storia dell’Arte medioevale e moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze con Roberto Salvini e Ugo Procacci e perfezionata nella stessa materia e presso la medesima facoltà, ha inizialmente svolto attività di libera professione collaborando con studiosi e Istituzioni nel campo della ricerca, della catalogazione e della didattica. Dal giugno 1980 funzionario direttivo della Soprintendenza per i beni artistici e storici delle province di Firenze, Pistoia e Prato, dal dicembre del 1981 è stata vicedirettrice della Galleria dell’Accademia e dal marzo 1992 Direttrice del medesimo museo fino al 28 febbraio 2013.

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Ilva ad Arcelor-Marcegaglia, una vendita da lacrime e sangue

Ilva: ArcelorMittal piano lacrime e sangue. Almeno 5800 esuberi

Il piano industriale presentato dal colosso ArcelorMittal per l’acquisizione di Ilva è condizionato al licenziamento di circa 5000 lavoratori del gruppo. Il magnate dell’acciaio prevede l’assunzione nel 2018, all’atto del subentro nella proprietà, di 9400 lavoratori dei circa 14.200 attualmente in organico. Per poi licenziarne altri 1000 nei due anni successivi.

Il ministro Calenda ha esposto nel dettaglio il piano industriale, ambientale.

 “Un altro atto di violenza contro i lavoratori e la città di Taranto”, “escludendo un intervento diretto dello stato in un segmento così rilevante del patrimonio industriale, il governo si rende responsabile della svendita dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa”.

Per USB, ha dichiarato inoltre Sergio Bellavita, il piano industriale è inaccettabile. Ci prepariamo a lottare per difendere il lavoro, la salute e la dignità stessa.

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In questo paese non abbiamo una classe dirigente, ma curatori fallimentari consapevoli, becchini che stanno svendendo il paese a pezzi.

La notte è fatta per dormire, o per fare l’amore...

Abbiamo incontrato i nuovi schiavi contemporanei, col loro spezzatino contrattuale, e di notte il numero degli stranieri al lavoro alla cassa o in corsia si innalza sensibilmente. Abbiamo visto supermercati con corsie immense ma sguarnite di clienti. La luce era forte, innaturale e fredda; la musica in radiodiffusione suonava per tenere svegli gli addetti alle casse. L’eco dei ronzii dei frigoriferi veniva amplificata dal vuoto. Fuori i negozi solo la vigilanza e la Polizia, allertata dal nostro tour di solidarietà. Abbiamo incontrato pochi addetti alle vendite, a contratto quasi sempre interinale e molti di questi sono stati timorosi e reticenti, hanno abbassato la testa. Avevano paura.

Il turno 24/6, che nessun italiano vuole fare, viene svolto per esempio, da filippini e le cooperative, che coprono per larga parte il lavoro notturno, pagano poco e male. All’USB sono venute a bussare delle interinali che hanno ricevuto il benservito dopo aver sgobbato per dieci anni in Carrefour. I voucher sono usciti dalla porta e rientrati dalla finestra, e tutte le altre forme contrattuali atipiche esistenti trarranno sempre più forza a danno dell’occupazione diretta e a tempo indeterminato.

Difficile instaurare una qualsiasi forma di dialogo con questi lavoratori che si guadagnano il pane quando noi ci rigiriamo sotto le coperte. Sono preoccupati, parlano poco. Si muovono con circospezione, non si organizzano, a volte non conoscono nemmeno la nostra lingua. E poi lavorare di notte fa male a prescindere. Lavorare in quelle condizioni fa male ancora di più.

Di notte lavorano uomini e donne senza diritti e con scarso salario, che svolgono le stesse mansioni dei loro colleghi diurni, ma con meno garanzie e uno stipendio più basso. Per sua natura, il commercio è alimentato da una forza lavoro molto frammentata e difficilmente organizzabile. Per questo molte delle destrutturazioni contrattuali vengono testate proprio su questi lavoratori, per poi essere estese a tutte le altre categorie. Insomma, un laboratorio di precarietà e cattiva occupazione.

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La rottura con la Germania, vista dall’establishment Usa

Stiamo assistendo, a margine degli incontri per il G7 di Taormina, ad un arretramento della potenza statunitense, più accentuato di quello dell’amministrazione Obama che ha governato dal 2008 (data di inizio ufficiale della crisi attuale, anche se la crisi sistemica è iniziata dagli anni '70). In Europa, invece, si registrano spinte indipendentiste e rigurgiti fascio–razzisti, scricchiolii nella costruzione chiamata Unione Europea... A prendere la palla al balzo, disegnando una direzione per tutto il Vecchio Continente, è la storica “Perdente”, quella che non ha mai ricevuto il permesso di costruire in proprio l’“ordigno fine del mondo”. La direzione indicata dal ristrutturato “asse franco-tedesco” è quella dell’irrobustimento di un polo imperialistico europeo a guida tedesca che dovrà andarsi a ritagliare un proprio spazio nella geopolitica globale, naturalmente a scapito dei popoli più poveri ed arretrati...

Una conferma autorevole dell’analisi fin qui ospitata da Contropiano, anche per quanto riguarda gli esiti del G7 siciliano, arriva direttamente dal Washington Post. Naturalmente, bisogna ricordare che lo storico giornale statunitense è la punta di lancia dell’opposizione interna a Trump, in nome e per conto dell’establishment.


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Grazie a Donald Trump, la Germania si accorge che non può contare più sugli Stati Uniti: cosa vuol dire?

Henry Farrell, per il Washington Post, 28 maggio 2017
Traduzione e cura di Francesco Spataro

Dichiarazione della Cancelliera Angela Merkel: “l’Europa non può più affidarsi ai propri alleati”.

Secondo una notizia dell’agenzia Reuters, ieri (domenica 28, ndr), dopo i recenti incontri del G7, il Cancelliere tedesco Angela Merkel, avrebbe dichiarato che l’Europa deve prendere il proprio destino nelle sue stesse mani.

La Cancelliera tedesca, ha inoltre annunciato, ad un affollato meeting in Baviera, nella Germania meridionale, che l’Europa non può più fare affidamento sui partner stranieri.

Così facendo ieri, la Merkel ha annunciato l’apertura di un nuovo capitolo nelle relazioni Usa/Europa, subito dopo i controversi incontri avuti la settimana scorsa, con il Presidente Donald Trump, dichiarando che “ora dobbiamo veramente prendere il nostro destino nelle nostre mani.”

Con una dura requisitoria sulla scia della visita di Trump della scorsa settimana in Unione Europea, presso le sedi Nato, ed al gruppo del G7, Angela Merkel ha annunciato, ad una sala gremita durante una festa dedicata alla birra bavarese, che i giorni in cui l’Europa poteva contare sugli altri, “erano in parte terminati. Questa la sensazione che ho percepito negli ultimi giorni.”

Questo dimostra un enorme cambiamento nella retorica politica; tutti sono al corrente, hanno grande familiarità con la “relazione speciale” che intercorre tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ma al momento sembra che quella tedesco–statunitense abbia assunto un’ importanza ben più grande. Uno degli obiettivi chiave della Nato era di incastrare, in tutti i sensi, la Germania in un quadro internazionale tale da impedirle di divenire una minaccia alla pace nel continente europeo, così come era stata nelle due Guerre Mondiali. Usando le parole del Primo Segretario Generale della Nato, si immaginava di “tenere la Russia fuori, gli Stati Uniti dentro, e la Germania in stand–by, tranquilla. Ma adesso la Merkel lascia intendere che gli Americani non sono dentro veramente e, per estensione, la Germania e l’Europa, presumibilmente, potrebbero andare a ricoprire un ruolo molto più significativo ed indipendente di quello che hanno avuto negli ultimi settanta anni.

E tutto questo grazie a Trump

Il commento della Merkel su ciò che ha influenzato la sua opinione negli ultimi giorni è un chiaro riferimento al disastroso tour europeo del Presidente Trump. La sua convinzione che gli Usa non siano più un Paese di cui ci si può fidare, è il diretto risultato delle parole e delle azioni di Donald Trump. La chiave di volta della Nato è quell’articolo 5 che, generalmente, è stato sempre interpretato come un impegno, da parte di tutti gli altri Stati membri, di intervenire in suo aiuto se uno Stato dell’Alleanza fosse stato attaccato militarmente. Durante la sua visita alla Nato, il Presidente Usa ha voluto dedicare una targa commemorativa, all’unica volta in cui è stato invocato l’articolo 5: quando tutti i membri della Nato hanno promesso di dare supporto agli Usa, dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Tuttavia Trump, nel suo discorso alla Nato, non ha dimostrato un vero apprezzamento riguardo l’articolo 5; ha invece strigliato gli altri membri della Nato, per aver continuato a non investire abbastanza denaro in spese militari. Quando ha incontrato gli altri Paesi al G7, in Italia, si è rifiutato di impegnarsi di nuovo nell’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, lasciando che le altre sei nazioni emettessero una dichiarazione separata.

Questo consolida la sensazione che gli Usa siano un partner inaffidabile. Trump ha rifiutato ostentatamente di esprimere un qualsivoglia impegno serio e formale ad un accordo che è stato, per le ultime tre generazioni, un baluardo nelle relazioni sulla sicurezza fra Usa ed Europa. Si è anche rifiutato di sottoscrivere una dichiarazione che afferma che gli Stati Uniti lavoreranno nell’ambito del quadro precedentemente concordato e che riguarda il riscaldamento globale. Di conseguenza, mentre molti Stati autoritari hanno accolto con favore l’elezione e le mosse di Trump, dal momento che è alquanto improbabile che eserciti pressioni su di loro per quanto riguarda i diritti umani o altri punti critici, necessariamente i tradizionali alleati degli Usa sono enormemente scoraggiati.

Tutto questo conduce ad un Europa più forte

La retorica della Cancelliera Merkel è chiaramente tesa a suggerire che, mentre le relazioni transatlantiche si fanno più deboli, più forte e potente diventerà l’Unione Europea. Nel momento in cui la Merkel connette il processo di Brexit, l’uscita della Gran Bretagna, dall’Unione Europea, con l’inaffidabilità degli Usa, suggerisce che, ora che il Regno Unito inizia il processo di uscita, sarà possibile per la UE concentrarsi sulla gestione dei suoi affari interni, spinta da una più forte relazione fra Francia e Germania, ricreando così lo storico asse franco-tedesco. La Gran Bretagna ha voluto tenere, da sempre, forti e vive le istituzioni transatlantiche per la sicurezza, come la Nato; e questa cosa, a volte, ha rinviato l’attribuzione di un nuovo ruolo di sicurezza della UE. Ora che la Gran Bretagna non fa più parte dell’Unione Europea, non avrà più potere di veto.

Ciononostante, la Merkel affronterà le sue personali sfide nella costruzione di un Europa più forte. L’Europa stessa si trova a dover fronteggiare diversi dissapori interni: nazioni come la Polonia o l’Ungheria si trovano maggiormente d’accordo, in molti settori, con la politica di Trump che non la Germania. Paesi che appartengono all’area meridionale dell’Europa, più povera, mal sopportano le politiche di austerity, per loro troppo gravose e dannose. Se la Germania vuole cooperare sulla sicurezza con la Francia, la Francia verosimilmente si rivolgerà alla Germania per fare concessioni sulla governance economica e sulle politiche di spesa. Anche se la Merkel ha recentemente accennato che queste concessioni sono possibili, potrebbero invece diventare controverse, incerte, se ci fosse un avvicendamento politico in Germania (inclusi membri più anziani del suo stesso partito); o anche solo se si andasse ad un confronto con lo stesso popolo tedesco.

Infine, le critiche presentate da Trump (e da molti altri leader statunitensi prima di lui) non sono completamente errate: gli Stati europei spendono molto meno degli Usa in armamenti ed hanno di fatto dato in appalto la gran parte del loro apparato difensivo alle forze armate statunitensi.

Comunque, è importante notare che l’atteggiamento della Cancelliera tedesca è diametralmente opposto a quello di Trump; la Merkel è estremamente cauta, il suo linguaggio non è assolutamente impulsivo, avventato. Viceversa, sta iniziando a perorare la causa di una UE differente, più forte, autonoma, e non più incline a guardare agli Usa come leadership. Se la Merkel vincerà le prossime elezioni tedesche in modo decisivo, e sarà capace di assicurarsi un accordo con gli altri Stati europei per isolare il “fronte del no”, i paesi “dissidenti”, potrebbe mettere in moto un cambiamento sostanziale di lungo termine, nelle relazioni UE – Usa.

L’elezione di Trump può avere conseguenze globali di lungo termine

La gente comune non ha ancora riflettuto seriamente sulle conseguenze che l’elezione di Trump potrebbe avere per le politiche globali. In alcune parti del mondo si stanno creando delle grandi opportunità. Nazioni i cui interessi si scontrano con quelli degli Usa possono avere grandi possibilità di fare profitto, mentre gli Stati Uniti, la potenza egemone globale per eccellenza, è distratta dalle sue crisi interne. In altre parti del pianeta gli alleati, presumibilmente, stanno ricalibrando il loro atteggiamento, ed in particolare la loro dipendenza dagli Usa. Non hanno nessuna intenzione di delegare la loro sicurezza interamente ad un paese che è capace di eleggere un presidente inaffidabile ed ondivago come Trump, e quindi inizieranno a prendere le misure con le proprie sfide.

Se l’attuale amministrazione Usa ha deciso che non ha più bisogno di fare affidamento sui propri alleati come nel passato, quegli stessi alleati stanno decidendo di non affidarsi più agli Stati Uniti, e stanno iniziando ad abbozzare i loro accordi interni, che diminuiranno la capacità degli Usa di influenzare le proprie azioni e le proprie decisioni.

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Rivoluzione industriale 4.0, ossia “contoterzismo” per i tedeschi

L’articolo riguardante il rilancio della manifattura emiliana attraverso la cosiddetta rivoluzione industriale 4.0 ha sollevato attenzione sulla veloce trasformazione in atto nel sistema produttivo italiano. Qui la riflessione del lettore che si firma The Industrialist.

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Ho trovato significativo che il trio di conferenze volte a sdoganare l’innovazione di processo – perché di questo si tratta al netto delle roboanti definizioni da vocabolario social – sia stato messo in piedi dalla Messe Frankfurt, fatto che implicitamente segnala una sorta di conflitto d’interessi (interessatissimo) del capitale tedesco nell’operazione.

La Germania è certamente la principale manifattura del continente, soprattutto è l’unica dotato delle economie di scala capaci di sostenere lo sviluppo di innovazioni di processo spinte – nonostante anche da quelle parti non si disdegni la sofisticazione spudorata dei propri risultati, vedasi Dieselgate, e nonostante una carenza cronica degli investimenti anche in terra tedesca – in grado di rendere la produzione sempre più drasticamente autonoma dal “fattore umano”.

E’, quindi, perfino banale sottolineare come proprio il capitale tedesco abbia tutto da guadagnare dal profondo svecchiamento del sistema produttivo italiano, che aprirebbe alle Siemens di turno nuovi mercati, rimasti per altro orfani dei competitori nazionali che nel settore erano tutti in mano pubblica; segnatamente il conglomerato Ansaldo, poi confluito in Finmeccanica/Leonardo che, a far data dalla vulgata privatizzatrice post “mani pulite”, ha progressivamente smantellato tutta quella produzione che non fosse più o meno strettamente correlata con il militare e in cui, peraltro, le maestranze italiane se la giocavano piuttosto bene. Si pensi ad Ansaldo Industria e Ansaldo Energia, ma anche all’Elsag delle produzioni nel settore dell’automazione postale.

Risulta invece meno banale riflettere sul fatto che un allineamento di quanto è sopravvissuto della manifattura nazionale agli standard del centro Europa, garantirebbe migliore qualità e probabilmente prezzi più più competitivi – almeno nel medio termine – proprio alla stessa grande industria tedesca, notoriamente committente per la produzione nazionale.

Potenzialmente, dunque, ci troviamo di fronte a una partita di giro in cui a vincere è comunque il capitale tedesco, che dall’operazione potrebbe guadagnare anche l’occasione per ridimensionare le pretese dei partner est europei, artefici materiali di larga parte del “successo” della grande industria tedesca nell’ultimo decennio mediante delocalizzazioni a prezzo di costo o quasi.

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I Volontari del Donbass. Tra san Paolo e lotta alla junta di Kiev

Non c’è un’insegna o una targa fuori della porta, ma non per questo è un “centro cospirativo”: la sede dell’Unione dei Volontari del Donbass (SDD, Sojuz Dobrovoltsev Donbassa), nel centro di Mosca, a due passi da piazza Puškin, sembra rispondere a tutti i crismi di un luogo di ritrovo e di respiro per combattenti pro-LDNR, tra una permanenza al fronte e la successiva. Fondata nel 2015, sulla base dell’Unione dei Volontari – sorta ai tempi della guerra in Transnistria, nel 1992 e di quella nella ex Jugoslavia, a fianco dei combattenti della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina – la SDD è attiva nell’aiuto umanitario, materiale, morale, sanitario, alla popolazione del Donbass e ai profughi dalla regione attaccata dalla junta ucraina, presta aiuto sanitario ai miliziani feriti in combattimento, sostiene economicamente le famiglie dei miliziani caduti e partecipa in prima linea alla resistenza delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk. A capo dell’organizzazione è Aleksandr Borodaj, che fu il primo Primo ministro della DNR.

Ci siamo incontrati con Roman Jurevič Lenšin, nome di battaglia “Augusto”, ex direttore del Servizio di confine della LNR, ora a capo della Direzione della SDD e una delle personalità più in vista di questa organizzazione, che ha come motto “Per i propri amici”: versione ridotta del versetto della Bibbia “Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici”.

E se Lenšin non accentua più di tanto il proprio punto di vista politico, altri suoi compagni di fede non fanno mistero della propria visione monarchica, di obbedienza cosacca, con lineamenti di “socialismo cristiano”. Seguendo il motto di Giovanni apostolo (15; 13), dice Lenšin, la SDD si preoccupa di aiutare quanto più multilateralmente possibile la popolazione martoriata dal conflitto: sostiene i profughi che fanno ritorno nel Donbass, nella ricerca di lavoro o nell’assistenza psicologica. Aiuta i familiari, fuggiti in Russia, dei miliziani che combattono contro l’esercito di Kiev; sostiene materialmente quanti hanno avuto le abitazioni distrutte dai bombardamenti ucraini; cerca di intervenire nei casi, frequenti, in cui i battaglioni neonazisti, per ricattare i dirigenti di LNR e DNR, rapiscono i loro familiari che vivono in località a ridosso della linea del fronte.

A proposito dei battaglioni, Roman Jurevič, pur non escludendo un chiaro “coordinamento” tra le loro gesta e i piani dell’esercito, pone l’accento sulla piena mancanza di controllo da parte di Kiev sulle formazioni neonaziste e racconta episodi esemplificativi, riferiti da ufficiali ucraini passati dalla parte delle milizie. In un’occasione, uomini di “Ajdar” fecero irruzione in un comando dell’esercito, infilarono un cappuccio in testa a un ufficiale e lo portarono via, accusandolo di “fare il gioco del nemico”; molti ufficiali dell’esercito si sono ritrovati ostaggi di tale situazione, afferma Lenšin: militari di carriera, testimoni di quanto accade nel Donbass, non sopportano le efferatezze dei battaglioni.

Che dimensioni ha o ha avuto il fenomeno della fuga dei giovani in età di leva, che intendono sottrarsi all’invio nel Donbass, chiediamo. Si tratta di un fenomeno serio e considerevole, afferma Lenšin; i giovani non vogliono andare in guerra e questo è visibile “soprattutto nelle campagne delle regioni occidentali dell’Ucraina. Io stesso ho avuto al mio comando diversi di quei giovani, passati dalla nostra parte: alcuni chiaramente con motivazioni politiche, altri semplicemente perché non vogliono combattere. D’altronde, basta pensare che questi ragazzi di campagna vengono mobilitati e, dopo un paio di settimane di addestramento, si mette loro in mano un’arma e si mandano al fronte, dove è in corso una guerra autentica. E i ragazzi muoiono in numero spaventoso, rimangono intrappolati nelle sacche, come a Debaltsevo; non a caso l’esercito ucraino ha dislocato crematori direttamente dietro la linea del fronte: a dispetto della propaganda di Kiev, le loro perdite sono ancora molto pesanti. Non si può non aver commiserazione per tanti riservisti o ragazzi di leva, mandati allo sbaraglio. Nello scambio di prigionieri, noi abbiamo cercato di rimandarli a casa, anche se a volte ce li siamo ritrovati di fronte dopo pochissimo tempo. Ma d’altronde si tratta di nostra gente, cristiani come noi: la mente offuscata dalla propaganda di Kiev, ma prima o poi capiranno e allora noi preferiamo restituirli alle loro famiglie”.

Cosa può dire sulle motivazioni del conflitto in generale?

“Noi siamo consapevoli che tutto ciò sia stato provocato dai servizi segreti americani, per creare un focolaio di tensione in Europa: nell’Europa orientale, ma con effetti sull’intera Europa e conseguenze negative sull’economia europea”, dato che nella “guerra di sanzioni tra Russia ed Europa, è quest’ultima a perdere di più; basti pensare alla vicenda del “Mistral” francese o a compagnie come Siemens; e il loro posto è stato occupato tranquillamente da imprese statunitensi. Guardiamo alla Crimea: gli USA avrebbero voluto trasformarla in un proprio hub militare e commerciale e togliere un punto di influenza russo; poi avrebbero fatto lo stesso con Kaliningrad e Vladivostok e la Russia sarebbe stata così completamente accerchiata. Che Washington stesse preparando da tempo la propria azione, lo sappiamo anche dalle testimonianze dirette di prigionieri ucraini della brigata di L’vov: già dal 2013 essi erano addestrati da specialisti polacchi e canadesi per azioni di sabotaggio proprio nelle regioni di Donetsk, Lugansk, Kharkov e in Crimea. Nel 2012 atterrò a Lugansk un aereo americano, con a bordo un generale di brigata: poi la storia è stata occultata, ma proprio allora era stata decisa tutta l’azione militare attorno all’aeroporto, con l’accerchiamento di Lugansk, nell’agosto 2014, le efferatezze dei battaglioni nelle cittadine circostanti, come a Novosvetlovka o Khrjaščuvataja, lungo la direttrice tra Lugansk e Krasnodon. Certo, nessuno si immaginava una guerra con questo carattere, con le artiglieri ucraine che facevano terra bruciata su Donetsk e Lugansk, gli aerei che all’alba, ogni giorno, soprattutto a giugno e luglio 2014, bombardavano le città, finché le milizie non cominciarono ad abbatterli. Allora presero a bombardare ad alta quota, con la conseguenza che le bombe cadevano un po’ dappertutto, fuori che su obiettivi militari”.

Potrebbe illustrare quali diversi orientamenti politici sono diffusi tra le milizie popolari?

“Si tratta di un fenomeno originale: è in corso una guerra civile tra le autorità di Kiev, arrivate al potere con un golpe militare, e le milizie. Cosa si proclamava a majdan? “Abbasso gli oligarchi”, “autodeterminazione del popolo”, “riportiamo l’ordine” e via dicendo. Il risultato, di fatto, è che i nazionalisti hanno portato al potere altri oligarchi, Kolomojskij, Firtaš e compagnia, hanno cominciato a depredare i territori e si è verificato un fatto “curioso”: questi oligarchi, per la maggior parte di origine ebrea e alcuni dei quali hanno addirittura la cittadinanza israeliana e devolvono fondi per le sinagoghe, al tempo stesso finanziano i battaglioni neonazisti che si rifanno a Stepan Bandera e ai crimini banderisti contro gli ebrei. Persone i cui padri e nonni hanno subito l’olocausto, oggi sostengono il banderismo nelle peggiori forme. Noi abbiamo avuto occasione di contatti con persone che simpatizzano col banderismo degli anni ’40 e queste stesse persone sostengono che le azioni dei battaglioni al soldo degli oligarchi non hanno nulla a che fare nemmeno con Bandera, ma sono puri e semplici banditi. Personalmente, ho sentito anche fascisti italiani (il riferimento è evidentemente a personaggi come Andrea Palmeri, ndr) affermare che “i battaglioni non hanno nulla in comune con il vero fascismo”. Al di là di questo, c’è da dire che proprio le regioni di Donetsk, Lugansk e Kharkov, all’inizio erano tra quelle in cui più si sostenevano gli slogan di majdan: fuori gli oligarchi, autodeterminazione del popolo. Guardiamo inoltre la componente etnica, da un lato delle milizie e dall’altro dei battaglioni; questa mostra che dalla parte dei nazionalisti combattono reparti apertamente islamisti, pro-Isis, turchi, ceceni, tatari, mercenari stranieri di compagnie private. Dalla parte delle Repubbliche popolari, la maggioranza è costituita ovviamente da russi, ma ci sono latino-americani e molti europei: francesi, tedeschi di lingua russa, persone da ex Repubbliche sovietiche, e poi svedesi, finlandesi, italiani, per lo più dal Veneto, spagnoli, inglesi, inquadrati principalmente nelle “Interbrigate” di LNR e DNR, la più famosa delle quali è la “Prizrak” di Lugansk, del defunto Aleksej Mozgovoj, che ora costituisce il Terzo Battaglione, comandato da Aleksej Markov”.

Lenšin parla anche del sostegno, all’estero, alla lotta del Donbass, delle associazioni che operano anche in Italia, con connotazioni che, possiamo dire, poco o nulla hanno a che vedere con la sinistra e le linee, per l’appunto, del defunto comandante Mozgovoj: la SDD mette l’accento sulla “apoliticità” del sostegno e non manifesta una precisa comprensione degli orientamenti politici degli “amici del Donbass”, tanto da qualificare di “ultra destra, cioè di orientamento socialista tradizionale”, con terminologia in uso nella Russia anni ’90, la Banda Bassotti.

Dunque, continua Roman Jurevič, “quali sono gli orientamenti più diffusi tra i reparti delle milizie? Ci sono monarchici, religiosi convinti, venuti a combattere nel Donbass contro i sodomiti e per i valori tradizionali, socialisti di diverso orientamento e anche di convincimenti bolscevichi; poi ci sono giovani, soprattutto da Piter, di convinzioni imperial-nazionaliste; cosacchi: anche tra di essi ci sono orientamenti socialisti e altri di destra”. Dei partiti russi, dice Lenšin, praticamente tutti si adoperano per “fornire aiuto umanitario alla popolazione del Donbass: comunisti, LDPR di Vladimir Žirinovskij, il partito di governo Russia Unita; perché? Perché nel Donbass si colpisce la nostra gente e si colpisce così forte, al di là di ogni “regola”... con le forze ucraine spinte dai servizi segreti stranieri, soprattutto americani. Sappiamo bene che la direzione tecnica dell’esercito è condotta dagli americani; nella sede del Servizio di sicurezza ucraino, a Kiev, un intero piano è occupato solo da americani... Si tratta di una contrapposizione, più che politica, di civiltà...”

A questo proposito, può dire quali siano gli orientamenti politici tra i combattenti stranieri inquadrati nelle milizie?

Tra gli italiani con cui ho avuto occasione di incontrarmi, direi che ci si divide tra chi sostiene Mussolini e chi ha idee socialiste: c’è questa precisa divisione. Tra i finlandesi, si professano soprattutto idee socialiste, così come tra i latinoamericani”.

E quali sono oggi i rapporti tra le milizie e gli oligarchi?

“Sin dall’inizio, il popolo ha avuto rapporti conflittuali con persone quali Renat Akhmetov, quantunque ci siano stati momenti non univoci. Tutti sapevano bene che egli teneva il piede su due staffe. All’inizio sembrava quasi che sostenesse le milizie e la direzione della DNR in determinate occasioni gli è andata incontro. Bisogna ricordare che il principale punto di forza di Akhmetov è nell’area di Mariupol... e noi a un certo punto avremmo potuto prendere tranquillamente Mariupol... Ma, in fondo, abbiamo fatto molte concessioni a Kiev, per non lasciare la gente senza lavoro... abbiamo cercato sempre, nonostante la guerra, di agire guardando al benessere delle persone, affinché non si bloccasse la produzione o non si interrompessero gli scambi... Non si poteva agire per fare terra bruciata: in fondo è tutta nostra gente, è la nostra terra, nonostante Kiev, con le sue azioni, la sua “desovietizzazione”, abbia rinunciato a tutto ciò che ha fatto dell’Ucraina l’odierna Ucraina, comprese città come Odessa o Kharkov, parte dell’ex impero russo o dello stesso territorio di Lugansk e parte di Donetsk, ex territorio cosacco prima della rivoluzione...”.

Si è parlato del fatto che le milizie avrebbero potuto prendere Mariupol senza sforzo, ma per qualcuno era utile che l’area rimanesse in mano ucraina...

“Vero... Purtroppo il comando decise diversamente. Ci sono sempre piccoli episodi di “tradimento”... Anche il mio reparto avrebbe potuto prendere Stanitsa Luganskaja già nel 2014, ma ci rinunciammo. In quell’occasione, le ragioni furono più propriamente militari: ciò avrebbe portato a un “allungamento” delle comunicazioni e i mezzi all’epoca erano molto scarsi: il rapporto di forze con Kiev era allora di 1 a 5 o 1 a 7; poche armi, soprattutto pesanti, poca artiglieria... E poi le milizie si dovevano occupare anche di aiutare la popolazione civile, istruirla, mantenere l’ordine nelle città, garantire i rifornimenti alle mense delle scuole... Disponevamo anche di poche armi individuali, un mitra e tre-quattro caricatori, lanciagranate ucraini vecchi di 25 anni. In qualche occasione, contro i carri armati, si era felici quando saltava fuori un vecchio PTRS (Protivotankovoe samozarjadnoe ružë, fucile controcarro semiautomatico, ndr) dell’ultima guerra. Per le armi, ci siamo riforniti molto dai depositi ucraini o le abbiamo comprate direttamente dalle truppe di Kiev: conquistando Artemovsk, ci impossessammo di tre milioni di fucili stivati nell’arsenale... Solo nell’autunno 2014 si formarono le vere strutture statali delle Repubbliche popolari, dopo i primi accordi di Misnk del settembre 2014... E’ allora che comincia anche la divisione “feudale” dell’Ucraina, con i battaglioni neonazisti che, mentre fungono da esercito tascabile di ogni notabile locale, cominciano a seminare il terrore nei villaggi... Molti odessiti, dopo la strage del 2 maggio, fuggirono per unirsi alle milizie”.

E la composizione sociale dei miliziani?
“Posso dire che per il 60% si tratta di lavoratori: minatori, falegnami, muratori, autisti e anche piccoli lavoratori autonomi. Poi ci sono ex ufficiali inferiori; naturalmente, ex militari russi in congedo, alcuni reduci da conflitti in Transnistria, Abkhazia, Georgia... Per concludere, voglio ribadire ancora che gli USA, in Ucraina, hanno voluto creare un punto di tensione in Europa, ma ora avranno altro cui pensare e secondo me, ora, sarebbe il momento per l’Europa di dire la sua... per quanto riguarda noi, continueremo seguendo i dettami della “fratellanza di guerra” con chiunque stia dalla nostra parte, secondo gli insegnamenti di san Paolo...”.

Ci congediamo dicendo di non condividere il suo ottimismo riguardo alle intenzioni pacifiche dell’Unione Europea riguardo al Donbass.

Fonte

Non mi fa piacere doverlo precisare, ma personalmente non condivido nemmeno buona parte dell'impostazione "generale"espressa dall'intervistato, riassunta in quella "fratellanza di guerra".