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martedì 11 aprile 2017

Tillerson va a Mosca e i vascelli Usa verso la Corea del Nord

L'annullamento della visita a Mosca del Ministro degli esteri britannico Boris Johnson, prevista per ieri, era stato commentato al Cremlino con la probabile ignoranza, da parte inglese, di quanto stia accadendo in Siria e tuttavia, secondo Mosca, "la decisione di annullare il viaggio conferma una volta di più i dubbi sul valore aggiunto che potrebbe scaturire dai colloqui con i britannici, che sui principali problemi di oggi non hanno una propria posizione e una reale influenza sul corso degli affari internazionali, rimanendo all'ombra dei loro partner strategici. Non crediamo di aver bisogno del dialogo con Londra più di quanto ne necessiti Londra stessa".

Tutt'altra storia con il Segretario di Stato USA Rex Tillerson, che arriva stasera a Mosca. Nonostante nell'agenda presidenziale russa, soprattutto dopo il bombardamento sulla Siria del 7 aprile, non si sia trovato spazio per un incontro con l'ospite americano, questi avrà domani colloqui importanti con l'omologo Sergej Lavrov.

Secondo indiscrezioni del Daily Telegraph, Tillerson si appresterebbe a proporre a Mosca il ritorno a un G7 allargato, in cambio della rinuncia al sostegno a Bashar Assad: una strategia “del bastone e della carota”. Tillerson presenterebbe a Mosca una sorta di ultimatum: o la cessazione dell'appoggio al governo siriano, oppure nuove sanzioni. Il disegno occidentale partirebbe dal presupposto secondo cui Mosca avrebbe una gran desiderio di tornare al G7 e, al tempo stesso, starebbe cercando la via per uscire dal conflitto siriano senza perdere la faccia.

Già sabato scorso, Tillerson aveva dichiarato al canale ABC di voler chiedere alla Russia di “adempiere agli impegni presi in qualità di garante della distruzione delle armi chimiche siriane e chiedere perché tale obiettivo non sia stato raggiunto”. Secondo Tillerson, Mosca “semplicemente potrebbe essere stata tratta in inganno dai siriani”, ma un eventuale nuovo attacco chimico – che Washington attribuisce ovviamente a Damasco – “sarebbe estremamente distruttivo per i rapporti russo-americani”.

Il fatto è che, come scriveva ieri Interfax, Mosca non rinuncerà ad appoggiare Assad solo per una “intesa” con gli USA. Secondo il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov, “la riproposizione degli pseudo tentativi di soluzione nello stile del mantra “Assad deve andarsene”, non è in grado di avvicinare a una soluzione politica”.

Sempre sabato scorso, Svetlana Gomzikova, su Svobodnaja Pressa, si chiedeva quali mutamenti, dopo l'attacco USA alla base di Shayrat, potrebbero aversi nell'ordine del giorno dei colloqui moscoviti di Tillerson, che originariamente prevedevano i temi della lotta al terrorismo, il rafforzamento della collaborazione contro lo Stato islamico, oltre alla questione ucraina e le sanzioni alla Russia. Gomzikova si domanda anche se non converrebbe a Mosca fare come l'ex premier Evgenij Primakov, che nel 1999, avendo appreso dell'inizio dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia mentre era in volo sull'Atlantico, invertì la rotta dell'aereo.

Il politologo Vladimir Šapovalov lega infatti il “tempismo” dell'azione USA proprio ai colloqui sino-americani e russo-americani: “l'attacco USA è parte fondamentale della preparazione della visita di Tillerson in Russia, in modo da avere in mano ulteriori assi nel dialogo con Mosca”. Dunque, la questione principale al centro dei colloqui Lavrov-Tillerson sarà quella dei futuri rapporti Russia-USA, al momento già oltre la guerra fredda e prossimi a una ripetizione della crisi dei Caraibi, con i “Tomahawk” sulla Siria serviti, nella visione americana, a rientrare nel gioco mediorientale.

Nella sostanza, dopo la pilatesca dichiarazione del portavoce Stephane Dujarric secondo cui il Segretariato dell'ONU non darà una propria valutazione sulla competenza o meno degli USA a bombardare la Siria – senza alcun avallo delle Nazioni Unite – e l'annuncio della Casa Bianca che gli USA potrebbero tornare a colpire il territorio siriano in caso di nuovi attacchi chimici, arriva oggi la risposta di Mosca. La Russia non interverrà direttamente in caso di attacco USA, dato che il sistema antimissilistico siriano è in grado di reagire autonomamente; tuttavia la risposta di Mosca sarà immediata in caso di attacco a obiettivi militari russi in Siria: questa la dichiarazione del vice presidente la Commissione difesa della Duma, Jurij Švytkin, riportata da RIA Novosti.

Ma, oltre la Siria, l'area geografica che più desta serie preoccupazioni è quella del Pacifico orientale. L'agenzia nordcoreana KCNA scrive che Pyongyang considera l'avvicinamento della squadra navale USA alla penisola coreana una dimostrazione delle intenzioni aggressive di Washington, ma che “se gli USA osano optare per l'azione militare, nascondendosi dietro il “colpo preventivo”, la RDPC reagirà nel modo preferito dagli Stati Uniti. Adotteremo le più severe contromisure".

D'altra parte, le prossime ore mostreranno se Washington intenda o meno tener conto delle preoccupazioni di Seoul, che si è espressa contro tale “colpo preventivo” yankee, temendo le ripercussioni di un conflitto sulla propria popolazione; studi americani, già trenta anni fa calcolavano qualche milione di vittime in caso di conflitto: moltiplicate oggi per diverse volte. Il Ministero della difesa sudcoreano è arrivato a dichiarare – beata finta ingenuità – che gli Stati Uniti non intraprenderanno alcuna azione contro la RDPC al di fuori “di una sicura difesa comune USA-Corea del Sud sulla base di una stretta collaborazione”.

Nel frattempo, non è chiaro se per dimostrazione o meno di interposizione, una squadra navale russa della flotta del Pacifico è giunta nel porto sudcoreano di Busan. Secondo dichiarazioni ufficiali, la squadra, capeggiata dall'incrociatore lanciamissili “Varjag”, si tratterrà in porto appena quattro giorni; ma è difficile definire casuale la coincidenza con la rotta della squadra navale USA.

D'altronde, osserva Dmitrij Sergeev su tvzvezda.ru, le preoccupazioni espresse da Seoul per possibili nuovi test missilistici nordcoreani in coincidenza col 15 aprile – 105° anniversario della nascita del primo presidente della RDPC, Kim Il Sung – e il pretesto per l'invio dei vascelli USA, potrebbero scontrarsi con alcune difficoltà materiali. Ad esempio, gli aerei a bordo della portaerei “Carl Vinson” hanno un raggio d'azione fino a 700 km, mentre i missili antinave nordcoreani possono coprire dai 1.500 ai 3.000 km.

Nonostante Sergeev ricordi come, negli ultimi tempi, le destinazioni di portaerei USA abbiano rivestito soprattutto carattere di intimidazione, secondo il presidente della Commissione difesa del Senato russo, Viktor Ozerov, il fatto stesso dell'arrivo della squadra navale statunitense, potrebbe spingere Pyongyang a qualche passo affrettato e, d'altra parte, il recente attacco su Shayrat, potrebbe convincere Washington a ripeterlo contro la RDPC. Di converso, il politologo russo Andrej Gubin, ricorda come, secondo varie fonti occidentali, Pyongyang abbia indirizzato a Washington tutta una serie di segnali, che indicano la propria volontà di congelare il programma missilistico nucleare, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, aiuti economici e garanzie di non aggressione da parte degli USA e dei loro alleati; ma nessuna risposta è mai giunta da Washington.

La crociata occidentale per salvare il santo sepolcro energetico mediorientale si sposta verso le rotte commerciali orientali.

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