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mercoledì 12 aprile 2017

Siria - Trump accelera, il G7 lo frena: no alle sanzioni

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Gli Stati Uniti accelerano, la comunità internazionale frena. Almeno quella, ristretta, rappresentata al G7. Mentre gli uomini del presidente Trump lanciano minacce di guerra, gli alleati mandano messaggi distensivi: allo scontro aperto con la Russia non vogliono andare.

Il comunicato finale del meeting lucchese del G7 ha ridimensionato le richieste di Londra e Washington: nessuna nuova sanzione sarà imposta alla Siria o a membri dell’esercito russo non meglio identificati (come chiesto dal ministro degli Esteri britannico Johnson) fino a quando non sarà conclusa l’indagine dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) sul presunto attacco chimico del 4 aprile contro la cittadina siriana di Khan Sheikun.

La via diplomatica è il mantra, il no all’isolamento della Russia lo strumento: «L’unica soluzione è quella politica, crediamo che la soluzione militare non sia giusta e il coinvolgimento della Russia può consentire un cessate il fuoco durevole», il commento del ministro degli Esteri italiano Alfano.

Al segretario di Stato Usa Tillerson, filo-russo di ferro fino a poco tempo fa e ora allineato alla giravolta trumpiana, potrebbe andare meglio così. Sebbene ieri sparasse a zero su Damasco (e Johnson insistesse nel dire che le sanzioni possono essere ancora introdotte), lo stile morbido del G7 gli tornerà utile oggi quando incontrerà a Mosca l’omologo russo Lavrov.

Non è detto che veda il presidente Putin: in agenda l’incontro non c’è, “sgarbo” istituzionale atteso dopo l’attacco Usa contro la base siriana di Shayrat.

Ieri è tornato a parlare proprio Putin che ha usato il precedente iracheno per inquadrare le mosse del fronte anti-Assad: «Mi ricorda gli eventi del 2003 quando gli inviati Usa al Consiglio di Sicurezza volevano dimostrare la presenza di armi chimiche in Iraq».

Un messaggio molto simile a quello inviato ieri dalle piazze di Damasco: centinaia di studenti si sono ritrovati davanti agli uffici Onu nel quartiere Mezzeh per protestare contro l’attacco di venerdì: «Non si ripeterà l’Iraq, Trump sostiene il terrorismo», gli slogan gridati.

La Russia ha di nuovo chiesto un’inchiesta indipendente gestita dall’Onu, oggi come 14 anni fa estromessa dalle aggressioni Usa: «Siamo pronti a garantire ogni occasione per consentire agli esperti indipendenti e ai rappresentanti Opac di esaminare la base aerea di Shayrat – ha commentato il capo di stato maggiore russo Rudskoi – Gli specialisti sanno che è impossibile nascondere le tracce di armi chimiche». E nel pomeriggio di ieri l’Opac ha fatto sapere che terrà domani un incontro a porte chiuse nel quartier generale a L’Aia per discutere dell’attacco a Khan Sheikun.

Alla Russia fa gioco la volatilità della strategia di Trump, passato in pochi giorni dal ritornello del non-interventismo alla vendetta solitaria, dalla «realtà politica» di Assad come presidente a «il suo regno sta per finire», come detto ieri da Tillerson in chiusura del G7.

Con termini molto più bellicistici lo ribadisce lo stesso Trump per bocca del portavoce Spencer: la Casa bianca ordinerà altri attacchi in Siria contro Assad se necessario all’interesse nazionale. E non lo dirà alla stampa prima, «non telegraferà» le sue risposte militari, proprio come successo nella notte tra giovedì e venerdì.

Di questo Tillerson discuterà con Lavrov vista la posizione espressa ieri: «La Russia – ha detto – deve scegliere se stare con gli Usa e con i paesi che la pensano allo stesso modo o con Assad, l’Iran e Hezbollah». Una risposta, indiretta, arriva a stretto giro: venerdì a Mosca voleranno i ministri degli Esteri iraniano e siriano.

Lontano da Lucca e dai cosiddetti sette grandi, interviene anche l’Isis, estromesso dalla discussione sebbene rappresenti la maggiore minaccia alla stabilità siriana: ieri ha lanciato attacchi suicidi contro la base di addestramento britannica a al Tanf, in Siria. Anche su questo campo torna Mosca: ieri il generale Rudskoi ha fatto sapere di non aver mai ricevuto dalle opposizioni considerate legittime dalla comunità internazionale la mappa delle loro postazioni, così come previsto dalla tregua e indispensabili ad evitare che siano colpiti al posto di Isis o ex al-Nusra.

La ragione sta nell’alleanza di comodo per singole azioni o periodi più lunghi tra “moderati” e islamisti, come accade per i salafiti di Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam e i qaedisti.

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