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venerdì 14 aprile 2017

Mass media. La bomba Moab come la gabbia di fuoco dell’Isis

Effetto terrore. Sembra questo l’obiettivo dichiarato della campagna mediatica coordinata tesa ad amplificare la “deterrenza” dell’uso della superbomba Moab sulle montagne dell’Afghanistan. Al di là dei fattori propriamente militari di questa bomba, trattati in altra parte del giornale, ci interessa invece sottolineare il rapporto tra questi e l’uso dei mass media.

Certo, non sarebbe irrilevante porre alcune domande ai giornalisti e commentatori che si limitano a celebrare gli effetti della bomba. Non si pongono domande su chi stava “sotto” la bomba, prendono per buone le veline che parlano di 26 miliziani dell’Isis uccisi, avallando così la precisione chirurgica di un ordigno che per le sue caratteristiche ne è l’esatta negazione. Ma tant’è, da troppo tempo l’approccio critico, la terza domanda, il lato positivo dello scetticismo (si perché ne esiste anche uno negativo: quello che immobilizza invece di mobilitare) hanno abbandonato le redazioni di giornali e telegiornali. Fortunatamente la gente comincia a fare a meno degli uni e degli altri per ricavare le proprie informazioni, neutralizzando spesso le campagne mediatiche che vorrebbero volgere i fatti in una direzione piuttosto che in un’altra (vedi il referendum costituzionale o la Brexit). Eppure c’è qualche sberla che ancora va assegnata a quegli operatori dei media mainstream che anche in questa occasione, mutuando uno storico controverso come Goldhagen, si sono rivelati come dei "volenterosi carnefici" di Trump, quindi complici.

Qual’è l’obiettivo di questa amplificazione degli effetti della bomba Moab? Amplificare l’effetto deterrenza e insinuare il terrore nei “nemici”, soprattutto nella loro popolazione. Diffondere l’idea e le immagini di una punizione terribile che incombe come prospettiva. Inutile negare che questa fu la filosofia anche degli ordigni nucleari statunitensi gettati su un Giappone ormai sconfitto a “futura memoria” per chi avesse voluto sfidare la potenza che stava emergendo come egemone nella Seconda Guerra Mondiale.

Ma se questo è vero, obiettivi e conseguenze di tale filosofia erano anche le campagne mediatiche diffuse dall’Isis sulle orribili esecuzioni di coloro che in Siria vi si opponevano. L’immagine del prigioniero bruciato vivo dentro un gabbia, dovevano produrre lo stesso effetto di deterrenza e terrore di un bombardamento a tappeto su una città, ma con uno sforzo bellico immensamente minore. L’importante era che quelle immagini circolassero il più possibile, che entrassero nell’immaginario collettivo come orribile punizione e possibile prospettiva.

La superbomba Moab di Trump e la gabbia di fuoco dell’Isis appartengono alla stessa filosofia. Il loro risultato dipende da come e da quanto il sistema mediatico ne amplifica l’immagine e l’effetto terroristico. C’è dunque una responsabilità oggettiva e soggettiva del sistema comunicativo nella loro maggiore o minore efficacia. Ma se il giornalismo o l’informazione sono ridotti a questo, diventa vano ogni tentativo di edulcorare la pillola e parlare di professionalità, etica o quant’altro. Vedere i giornali di questa mattina o i telegiornali di ieri ed oggi è penoso e ributtante, almeno quanto lo sono coloro che hanno lanciato quella bomba o bruciato vivo un uomo chiuso dentro una gabbia. Se il sistema mediatico vuole abituarci a convivere con l’orrore, prima o poi, non potrà che esserne travolto.

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