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giovedì 27 aprile 2017

La “guerra” del Colosseo. Governo e giunta Raggi ai ferri corti

Oggi alla Camera, il ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini, risponderà nel question time alla interrogazione dei deputati del Pd i quali chiedono di sapere “se rispondono al vero le affermazioni della sindaca Virginia Raggi secondo le quali il decreto relativo all’istituzione del Parco Archeologico del Colosseo sarebbe lesivo degli interessi e delle competenze del Comune di Roma Capitale”.

In una conferenza stampa tenuta alcuni giorni fa, la sindaca aveva preannunciato un ricorso da parte dell'Amministrazione comunale contro il Decreto governativo che ha istituito il Parco archeologico del Colosseo, denunciando che l'atto unilaterale del Ministero sarebbe “lesivo degli interessi di Roma Capitale e produrrebbe una forte diminuzione delle risorse finanziarie dello Stato destinate alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale della Città di Roma”. Sullo “scippo” del Colosseo, sembra proprio che la sindaca Raggi abbia ragioni da vendere, tanto che anche un parlamentare romano come Walter Tocci, storico del Pci/Ds/PD, ex vicesindaco di Roma e membro della Commissione Cultura, ha bollato il provvedimento del ministero come "pastrocchio Franceschini".

A dare manforte alle ragioni della giunta comunale è arrivato anche il critico d’arte Tommaso Montanari che accusa la “post-verità di Franceschini” (ormai si dice elegantemente post-verità ma l’equivalente sarebbe “bugia”, ndr). Secondo Montanari “Come dimostra anche l’aggressiva operazione con la quale il ministro ha sfilato al Comune le Scuderie del Quirinale, siamo di fronte ad una precisa strategia: fare del Collegio Romano il vero centro decisionale della politica culturale romana. Se si aggiunge il fatto che la moglie di Franceschini guida l’opposizione Pd in Campidoglio ce n’è abbastanza per innescare uno scontro frontale”. Insomma parole pesanti come pietre sulle quali rincara la dose: “Lo “scippo” del Colosseo è la pietra tombale sul progetto di Antonio Cederna: un unico parco civico e archeologico che unisse l’Appia ai Fori senza soluzione di continuità. È dunque naturale che il sindaco reagisca”.

Ed a fianco del ricorso al Tar presentato dalla sindaca Raggi, si schiera anche il consigliere di opposizione di Sinistra per Roma, Stefano Fassina affermando che “Di fronte all’arroganza di un governo che va avanti nonostante le posizioni espresse da chi amministra il territorio e da una nutritissima e qualificatissima schiera di esperti, il ricorso al Tar per chiedere l’annullamento del decreto del Mibact delibera sul parco archeologico del Colosseo è giusto e necessario”.

L’azione unilaterale del governo sulla gestione dei beni archeologici e culturali di Roma (per onestà occorre dire che non è il primo governo a farlo), è rivelatrice di una guerra in corso da tempo sulla gestione di quello che viene definito “l’oro di Roma”, ossia il turismo che deriva dal suo immenso e mozzafiato patrimonio archeologico. Una dannazione che risale alla maledetta Legge Ronchey del 1995, l'epoca dei maledetti governi di Maastricht e del liberismo all'amatriciana (non meno violento e dannoso di quello di stampo anglosassone) che hanno spianato la strada alla privatizzazione anche in questo settore.

Come abbiamo denunciato con una nostra inchiesta nei mesi scorsi, il Comune di Roma e soprattutto gli abitanti della Capitale ricevono dei benefici minimi, talvolta irrisori, dalla maggiore risorsa a disposizione della città. C’è una appropriazione privata impressionante dei benefici del turismo e una deregolamentazione governativa che ha consegnato in mano ai privati la gestione dei servizi museali. Proprio il Colosseo è stata al centro di denunce perché l’80% degli introiti del biglietto finiscono in mano ad una società privata e ad una cooperativa.

Stavolta occorre dire che la sindaca Raggi fa bene a presentare il ricorso al Tar contro lo scippo effettuato dal governo. Ma sarebbe ancora meglio se avviasse un audit pubblico e popolare sulla gestione del turismo a Roma. Scoprirebbe quanti pochi benefici riceve la città – e soprattutto le sue periferie – da una risorsa che potrebbe fare la differenza sui fondi a disposizione per investire sulle esigenze degli abitanti e non dei profittatori privati.

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