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venerdì 14 aprile 2017

La falsa narrazione dell'isolazionismo di Trump

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

America again, il cane da guardia globale non molla la presa. In realtà, non l’ha mollata mai. La narrativa trumpiana del non-interventismo, agitata come una bandiera in campagna elettorale (e già nel settembre 2013, a colpi di tweet, quando Obama arrivò ad un passo dall’attacco militare contro Damasco) altro non è che la maschera di un presidente che non si discosta affatto dalle orme dei predecessori.

I 59 missili Tomahawk che la notte di venerdì 7 aprile hanno colpito la base aerea siriana di Shayrat (a sentire Trump, ordinati mentre era a cena con il presidente cinese Xi Jinping, alleato siriano, di fronte «al più bel pezzo di torta al cioccolato che abbia mai visto») non fanno altro che far cadere la foglia di fico di un’amministrazione composta da uomini di guerra, ‘cani pazzi’, petrolieri, ex generali, islamofobi: da quando Donald Trump siede nello Studio Ovale gli interventi militari nel Vicino e Medio Oriente si sono moltiplicati.

Oltre agli stivali sul terreno, i 500 marines mandati nel nord della Siria a sostegno delle Forze Democratiche Siriane in chiave anti-Isis, la politica militare di un presidente che ha messo a bilancio 54 miliardi di dollari (+10%) per l’esercito da qualche parte doveva sfogare.

I numeri li ha raccolti Airwars, organizzazione no-profit che – incrociando le informazioni ufficiali della coalizione a guida Usa con quelle che giungono dal monitoraggio locale – dal 2014 tiene il conto dei bombardamenti aerei tra Siria e Iraq e delle vittime civili, nell’asettico linguaggio bellico «effetti collaterali».

Prendiamo solo l’ultimo anno: da gennaio a dicembre 2016 l’amministrazione Obama ha effettuato in Siria una media di 262 raid al mese, con il minimo toccato a marzo (132 azioni) e il massimo a luglio (352). Nei primi mesi del 2017, a guida Trump, i raid Usa sono raddoppiati: 535 a gennaio, 547 a febbraio, 434 a marzo e 129 fino al 10 aprile.

Non troppo diversa la situazione in Iraq: Obama intensificò gli interventi fino a maggio 2016, con 500 raid al mese di media, per poi farli calare a partire dall’estate, chiudendo il suo ultimo mese di presidenza con 185 bombardamenti aerei in territorio iracheno. Con l’arrivo di Trump sono tornati a salire: 234 raid a gennaio, 272 a febbraio, 268 a marzo e 87 fino al 10 aprile.

Se i bombardamenti raddoppiano, il numero di civili uccisi si moltiplica: secondo Airwars – che somma i morti tra Siria e Iraq dovuti ad azioni della coalizione a guida Usa – nei primi tre mesi e mezzo del 2017 l’aviazione di Trump ha ucciso più di quanto non abbia fatto la precedente amministrazione nell’intero 2016: furono 2.683 i civili uccisi in Siria e Iraq lo scorso anno, sono 3.122 da gennaio 2017 al 10 aprile.

Marzo è il mese più atroce: 1.754 morti, di cui non si è saputo praticamente nulla, eccezion fatta per i 300 iracheni massacrati a Mosul in un raid contro alcune abitazioni; i 42 siriani sepolti sotto le macerie di una moschea nel villaggio di al-Jinah, ad Aleppo; e i 33 morti a Raqqa, scovati dai droni in una scuola dove si erano rifugiati da sfollati.

Il non-interventismo non è stato mai un’opzione per l’amministrazione del tycoon. L’ultimo attacco alla base siriana di Shayrat non è che la punta visibile di un iceberg nascosto. La “linea rossa” delle armi chimiche serve ad allargare il raggio d’azione al governo di Damasco, facendone la seconda priorità dopo la guerra al terrorismo jihadista dell’Isis.

Identica la situazione in Yemen: l’esercito statunitense, sotto il comando di Trump, ha compiuto nel solo mese di marzo il doppio dei raid aerei del 2016. Settanta volte sono piovute bombe dai jet Usa, contro postazioni di al Qaeda vere e presunte.

Dopo soli tre giorni dall’ingresso alla Casa Bianca, il tycoon stava già bombardando il paese del Golfo, uccidendo almeno 30 civili, per lo più donne e minori, tra cui una bambina di otto anni cittadina yemenita e statunitense.

Morti che fanno meno scalpore di quelli uccisi con il gas, chiunque ne sia il responsabile. Chissà se pensava a loro il segretario di Stato Tillerson quando lunedì a Sant’Anna di Stazzema, al sacrario delle 560 vittime della strage compiuta dai nazisti nel 1944, ha detto: «Vogliamo essere coloro che sanno rispondere a quanti creano danni agli innocenti in qualunque parte del mondo».

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