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giovedì 13 aprile 2017

Iran - Ahmadinejad a gamba tesa nelle presidenziali

di Michele Giorgio
Si è aperta con il botto la registrazione delle candidature alle elezioni presidenziali del 19 maggio in Iran. Contro la posizione espressa pubblicamente dalla Guida suprema Ali Khamenei, l’ex presidente e falco della politica iraniana, Mahmoud Ahmadinejad ha aggiunto ieri il suo nome a quello degli altri 197 candidati, tra i quali otto donne, che si erano già iscritti. Il clamore è stato enorme. Solo la settimana scorsa, Ahmadinejad aveva detto di non aver «alcun piano per presentarmi ma sostenere (il suo ex vice presidente) Hamid Baghaie come il miglior candidato».

Tra lo sbigottimento dei presenti ieri ha detto di sentirsi ancora vincolato alla promessa fatta a Khamenei – che considerava una sua candidatura «polarizzante» sulla nazione – precisando però che il consiglio della Guida suprema non era un divieto. «Ripeto che sono impegnato con la mia promessa morale e la mia presenza e registrazione è solo per sostenere mio fratello Baghaie», ha aggiunto. La candidatura di Ahmadinejad come quelle degli altri sfidanti del presidente uscente Hassan Rohani, deve ottenere il via libera dal Consiglio dei Guardiani – che il 27 aprile annuncerà la lista dei nomi “approvati” – sulla cui decisione potrebbe pesare il parere di Khamenei.

Si ragiona ora sui retroscena della mossa dell’ex presidente. Secondo alcuni avrebbe preso la sua improvvisa decisione dopo il bombardamento americano della Siria che lascia presagire un ulteriore irrigidimento nei confronti dell’Iran, alleato di Damasco, da parte dell’Amministrazione Trump. Il presidente Usa si è sempre proclamato contro l’accordo internazionale del 2015 sul programma nucleare iraniano sul quale ha costruito gran parte delle fortune politiche il moderato Rohani. Le cose però non  stanno andando per il verso auspicato dal presidente.

Il regime di sanzioni che ha schiacciato per anni l’economia iraniana è ufficialmente finito ma non c’è stata quella corsa dell’Occidente ad investire in Iran e l’apertura definitiva a Tehran che si attendevano Rohani e i suoi sostenitori. Pesa sempre la disoccupazione (12%) e una crescita limitata anche a causa dei prezzi bassi sul mercato internazionale del petrolio, di cui l’Iran è uno dei maggiori produttori.

Ieri alcuni dei quotidiani che appoggiano Rohani, come Aftabe-e Yazd, Arman e Etemad,  si affannavano a spiegare che il presidente non aveva mai promesso, come affermano i suoi avversari, di risolvere nei primi mesi del suo mandato tutti i problemi economici del Paese. Rohani resta avanti nelle preferenze degli elettori ma il suo vantaggio cala anche per le dichiarazioni bellicose di Trump che alla popolazione iraniana fanno temere nel migliore dei casi il ritorno delle sanzioni economiche e nel peggiore una guerra. Timori non eccessivi ad ascoltare i rappresentanti della Amministrazione Usa.

«L’Iran sta gettando del carburante sul fuoco della guerra (in Siria), in modo che possa ampliare il proprio raggio d’azione», ha proclamato ieri l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, durante la riunione del Consiglio di Sicurezza chiedendo uno sforzo collettivo per «fermare tali dinamiche».
Ahmadinejad forse pensa, con la sua candidatura, di ridare forza al campo conservatore nell’attacco alla linea moderata di Rohani, in casa e in politica estera. Tuttavia ieri a lanciargli pesanti accuse e invettive sono stati proprio i conservatori, per alcuni dei quali violare il consiglio del leader supremo è un oltraggio. «Con l’iniziativa odierna, la mia fede in te è rotta» ha scritto sui social, Mehdi Koochakzadeh, ex parlamentare, a suo tempo leale ad Ahmadinejad. «È la fine di Ahmadinejad», ha proclamato da parte sua con un tweet Elyas Naderan, un’altro ex fedelissimo.

I conservatori con grande fatica cercano di unirsi intorno ad un unico candidato e sabato hanno tenuto un raduno di massa durante il quale hanno indicato una rosa di cinque nomi, che sarà ridotta a uno prima del voto. Il preferito è Ebrahim Raisi, un giudice che attualmente dirige “Imam Reza”, una potente fondazione di beneficenza nella città santa di Mashhad. Dietro di lui c’è il sindaco di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, alla sua terza candidatura per la presidenza. Ahmadinejad con la sua candidatura rischia di scompaginare ulteriormente il fronte della linea dura. E così circola una teoria che non sembra fantapolitica. Ahmadinejad si sarebbe candidato non contro ma proprio su sollecitazione di Khamenei intenzionato a dare una mano alla rielezione che si è fatta più incerta di Rohani spaccando ulteriormente lo schieramento conservatore.

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