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venerdì 21 aprile 2017

Iran - Ahmadinejad escluso dalle elezioni presidenziali

Mahmoud Ahmadinejad, ex sindaco di Teheran e presidente dell’Iran dal 2005 al 2013, non potrà partecipare alle prossime elezioni presidenziali. Ad escluderlo dalla corsa è stato ieri il Consiglio dei Guardiani che ha invece accettato la candidatura dell’attuale presidente, il moderato Hassan Rouhani.
 
Ad un mese dalle elezioni il dibattito è dunque già entrato nel vivo e nell’occhio del ciclone finisce l’Ayatollah Khamenei, leader supremo della Repubblica Islamica, che aveva già espresso la sua contrarietà alla candidatura di Ahmadinejad perché la considerava pericolosa per la tenuta di un paese già polarizzato. L’ex presidente, da parte sua, aveva proseguito per la sua strada, sfidando apertamente la guida suprema soprattutto dopo aver negato per mesi di volersi candidare.

Ora, con la sua esclusione, tutti guardano a Khamanei, come longa manus responsabile dell’esclusione vista l’influenza esercitata sul Consiglio (è l’Ayatollah che ne nomina la metà dei membri). Non se ne conoscono le ragioni: di certo si sa delle oltre 1.600 candidature, solo sei ne sono state accolte. L’uscente Rouhani, l’ultraconservatore ed ex ministro della Cultura negli anni ’90 Mostafa Aqa-Mirsalim, Es’haq Jahangiri, il giudice conservatore Ebrahim Raeisi, il sindaco di Teheran e veterano delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad-Baqer Qalibaf e Mostafa Hashemi-Taba, ex ministro dell’Industria e capo del Comitato Olimpico.

L’esclusione arriva a meno di un mese dal voto: le urne si apriranno il 19 maggio e la campagna elettorale partirà il 28 aprile. In realtà di campagna elettorale si può già parlare, un percorso accidentato su cui pesa il ruolo della nuova amministrazione Usa del presidente Trump.

Sarebbe proprio l’interventismo statunitense in Medio Oriente, si vocifera, la ragione dietro la decisione di Ahmadinejad di ricandidarsi. Con Trump che attacca la Siria e minaccia l’accordo sul nucleare iraniano (continue giravolte, annunci e smentite che paiono dirette più a rassicurare gli alleati regionali e a tenere sotto pressione Teheran che a voler aprire un nuovo fronte) il fronte conservatore si sente più forte: l’attuale presidente Rouhani ha fondato il suo mandato e buona parte del consenso ricevuto sull’intesa sul nucleare civile e la fine dell’isolamento del paese nel mondo. Sull’apertura dell’economia iraniana a quella globale e dunque ad un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Un obiettivo non facile da raggiungere e che si scontra con le lentezze di un processo complesso, seppure grandi potenze mondiali abbiano già inviato aziende e compagnie a Teheran per nuovi lucrosi business. Non tante come si aspettavano gli iraniani, un numero limitato che non ha per ora inciso sul tasso di disoccupazione e sul Pil, la cui crescita è limitata dal basso prezzo del petrolio. La giustizia sociale che Rouhani aveva promesso è ancora una chimera, il consenso verso il presidente moderato si è ridotto mentre aumentano le manifestazioni di protesta per le condizioni economiche e il lavoro.

A nessuno, però, neppure ai conservatori, sembrava Ahmadinejad la soluzione: non sono stati pochi, anche personaggi molto vicini all’ex presidente, quelli che hanno interpretato la sua candidatura a sorpresa come una sfida al Leader Supremo e dunque non sostenibile. E ora arriva la squalifica, un atto che potrebbe pacificare la situazione o, al contrario, infiammarla se sarà letta come un’intromissione palese di Khamenei nel gioco elettorale.

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