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martedì 11 aprile 2017

Elezioni Iraquene - Al Maliki e le milizie sciite

di Francesca La Bella

La campagna elettorale irachena è sempre più rovente ed i continui mutamenti nelle alleanze d’area sembrano avere un impatto anche all’interno del ristretto contesto nazionale. In vista delle elezioni amministrative di settembre, infatti, nel frammentato fronte sciita si sta progressivamente facendo strada la discussa figura dell’ex primo ministro iracheno Nouri al Maliki. Un attore particolarmente importante sia per il suo passato politico nazionale sia per la sua più volte dichiarata vicinanza all’Iran.

Dal punto di vista interno l’ex premier, duramente attaccato per la legge elettorale in vigore da Muqtada al Sadr [qui la prima puntata sulle elezioni in Iraq e il ruolo di al Sadr], sembra voler riprendere le redini del potere ai danni dell’attuale primo ministro Haider al Abadi. Al Maliki, obbligato ad abbandonare la carica nel 2014 in quanto accusato di attuare politiche discriminatorie che avrebbero favorito una spaccatura del paese su linee etniche e di non essere riuscito a prevenire la caduta di Mosul nelle mani dello Stato Islamico, sarebbe ora pronto a capitalizzare le sconfitte dei propri avversari per tornare alla guida del paese.

Una campagna elettorale basata, però, non solo sugli errori altrui, ma anche e, forse soprattutto, sulle vittorie sul campo di alcuni degli attuali alleati dell’ex premier. E’ questo il caso delle Unità di Mobilitazione Popolare (Pmu), milizie armate a maggioranza sciita nate nel 2014 in funzione anti-Stato Islamico. Le Pmu suscitano, però, sentimenti contrastanti nell’elettorale iracheno.

Da un lato le vittorie contro lo Stato Islamico hanno reso le milizie molto popolari in alcune fasce di popolazione, perlopiù nelle aree a maggioranza sciita. Dall’altro esse sono state percepite in alcuni settori come bande fuorilegge che, sfruttando la campagna contro gli islamisti, hanno colpito indiscriminatamente la popolazione civile, violando sistematicamente i diritti umani della comunità sunnita.

Il dibattito seguito all’approvazione alla fine dello scorso anno di una legge per regolamentare il ruolo delle Pmu nel contesto statale ha ulteriormente esacerbato le divisioni. Con il provvedimento, infatti, per la prima volta nella storia dell’Iraq viene consentito ad una forza di sicurezza nazionale di avere delle chiare divisioni etniche al suo interno.

In questo senso, se Muqtada al Sadr sembra voler costruire la propria campagna elettorale su un fronte ampio ed eterogeneo, al Maliki avrebbe, invece, scelto di soffiare sulle permanenti divisioni interne al paese per coalizzare intorno al sé il fronte sciita. 

Si legga in quest’ottica, ad esempio, la querelle nata dopo l’esposizione della bandiera del Kurdistan iracheno a Kirkuk. Dopo la decisione del consiglio provinciale di issare la bandiera curdo-irachena sugli uffici cittadini, al Maliki ha immediatamente condannato il gesto affermando che tale scelta avrebbe potuto complicare ulteriormente il rapporto tra le diverse componenti etniche nell’area.
 
L’ex premier ha, inoltre, inviato l’amministrazione locale al rispetto dell’articolo 140 della Costituzione irachena dichiarando che qualsiasi decisione unilaterale deve essere considerata una minaccia alla convivenza a Kirkuk. Un attacco molto duro, sintomo di una volontà centralizzatrice apparentemente poco compatibile con il parallelo tentativo di ridefinizione dei confini etnici tra le diverse comunità, ma molto pericolosa per il futuro del paese.

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