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venerdì 21 aprile 2017

Arabia Saudita - Cosa c'è dietro la privatizzazione di Aramco

di Francesca La Bella
Attesa per l’inizio del prossimo anno, ma più probabilmente rinviata al 2019, la quotazione sulla borsa di Wall Street della compagnia petrolifera di Stato Aramco dovrebbe superare la soglia dei 2mila miliardi di dollari, una delle più alte capitalizzazioni di sempre.
Nonostante il rinvio dell’operazione, dovuto alla necessità di ristrutturazione della governance della società per andare incontro alle necessità di trasparenza e sicurezza delle informazioni del mercato mondiale, la prospettiva di cambiamento strutturale prevista dalla capitalizzazione sembra dare fin da ora i primi frutti. È di pochi giorni fa, infatti, la notizia dell’interessamento cinese all’operazione.
Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, dopo gli ingenti investimenti in Libia ed in particolare nell’area di Tobruk, Pechino sarebbe capofila di un consorzio formato da banche, compagnie petrolifere, con il coinvolgimento del fondo sovrano cinese, che agisca come investitore di primo piano nell’iniziale offerta di capitalizzazione di Aramco. Un investimento di ampio respiro che collegherebbe in maniera indissolubile il settore petrolifero saudita con il mondo finanziario cinese in un legame di interdipendenza di forte impatto sui mercati mondiali.

Il valore finanziario di questa azione, già di per sé particolarmente significativo, è, però, da considerarsi marginale rispetto al possibile impatto economico e politico, nazionale ed internazionale, di questa scelta.

Da un lato l’operazione è sintomo della necessità di Riyadh di rivedere i propri asset e di operare una diversificazione dell’economia interna che permetta al gigante saudita di reggere le continue fluttuazioni del prezzo e delle riserve di petrolio. In questo senso, l’apertura ai capitali stranieri permetterebbe alla casa regnante di abbassare la percentuale di dipendenza delle casse statali dai proventi petroliferi, attualmente intorno all’87%, trovando fondi per investire sia nel settore infrastrutturale sia nelle energie alternative.

Parallelamente alla proposta di capitalizzazione, infatti, navigando sul sito ufficiale di Aramco, si può notare come la compagnia stia operando una revisione delle proprie linee di intervento andando ad integrarsi nel generale processo di reindirizzamento strutturale a favore di green economy ed energie da fonti rinnovabili. Quest’ultimo aspetto non è, però, una peculiarità della sola Aramco. Rientra, invece, nel più ampio contesto del progetto Saudi Vision 2030, presentato lo scorso anno e avviato in parallelo con le discussioni per il blocco dell’estrazione petrolifera in sede OPEC, che presenta le possibilità e la programmazione nazionale in un’ottica post-petrolifera.

Dall’altro, la stretta dipendenza tra la famiglia regnante e la prima fonte di reddito del paese rende la capitalizzazione una spia della necessità della monarchia di rivedere le proprie strategie per mantenere un buon grado di solidità economica in una fase di crescente difficoltà dal punto di vista politico.

Le ingenti spese nel comparto bellico e la crescente disoccupazione nel paese, collegandosi con le più ampie questioni geopolitiche d’area, hanno generato scontento nella popolazione saudita, rendendo necessari piani di rilancio economici che possano mitigare il potenziale di mobilitazione delle pur deboli opposizioni.

L’indissolubile legame tra Aramco e casa regnante può, però, costituire anche un grave problema: in caso di modifica della dirigenza o di perdita di legittimità della stessa, il progetto potrebbe risultarne indebolito.

Questo aspetto, ben descritto in una dettagliata analisi di Middle East Eye, è di capitale importanza in quanto l’attuale strategia di riforma è strettamente associata a Mohammed bin Salman ed alcuni elementi di spicco del suo entourage. Se il principe e ministro della Difesa non dovesse riuscire a mantenere la propria posizione di rilievo all’interno del governo ed altre forze dovessero prendere il sopravvento, tutto il processo di rinnovamento economico potrebbe essere messo in dubbio.

Fonte

La tara delle privatizzazioni non risparmia nemmeno gli sceicchi in odore di jihadismo.

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