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martedì 25 aprile 2017

Alitalia. Ora parliamo di nazionalizzazione...

C'è più di una novità nel voto Alitalia. Prima di tutto l’altissima e inattesa partecipazione al voto dei lavoratori di ogni qualifica. Fatto assolutamente non scontato vista l’assenza di quorum e il carattere ricattatorio del referendum che, obiettivamente, sembrava rendere quasi ininfluente il voto.

La valanga di NO, il 68 per cento, non era nelle previsioni di nessuno fino all’apertura e alle file davanti ai seggi. Difficile scommettere su un’altra rivolta nelle urne modello Almaviva che invece si è plasticamente ripetuta con ben altre dimensioni ed effetti.

Il terrore del Governo, del management e dei sindacati che avevano sottoscritto il pre-accordo, che hanno passato i giorni del voto, ad urne aperte, a minacciare i lavoratori e a ricordare a tutti che la parola d’ordine lanciata da USB, la nazionalizzazione, non era in alcun modo tra le opzioni possibili.

La violenza dei commenti degli italiani al risultato referendario, pressoché tutti tendenti a chiedere licenziamenti di massa, la fine dei “privilegi”, ma anche gioiosi per la delegittimazione del sindacato tout court.

Insomma un bell’affresco tutto da studiare, ripassando però la storia che sembrava doversi ripetere uguale a se stessa per l’ennesima volta e che invece fa un salto, produce una rottura, apre spazi nuovi. La vicenda Alitalia è ormai nota a tutti. Al di la di come la si è voluta rappresentare è la storia triste del socialismo reale all’italiana realizzato solo grazie alla partecipazione alla spartizione del bottino dei sindacati complici cgilcisluil, del capitalismo straccione ed assistito dei “capitani coraggiosi” di Berlusconi, dell’incapacità di opporsi allo straripare delle low cost che sono tali perché risparmiano sui salari, sui diritti dei lavoratori e sulla sicurezza dei passeggeri, che non pagano le tasse qui eccetera, della svendita agli arabi come “ultima spiaggia” lesta a naufragare.

Dentro questo quadro le lavoratrici e i lavoratori Alitalia dicono no a valanga riappropriandosi della loro dignità e del proprio futuro; ma soprattutto scoprono, dopo aver partecipato a determinare la vittoria del NO sociale al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso che ha mandato a casa il governo Renzi, che si può ribaltare quello che sembra ineluttabile e che non è più detto che il quadro di comando sia invincibile.

Il no Alitalia, come quello Almaviva, è anche il no agli accordi a perdere, ai sindacati gialli che hanno più a cuore il portafoglio delle controparti, e le briciole che ne avanzano, che la vita della gente per cui trattano, quasi sempre senza mandato.

La levata di scudi contro la nazionalizzazione da parte del Governo è il frutto dei diktat dell’Unione Europea che tuona contro gli aiuti di Stato (quando non riguardano la Germania e la Francia) e delle pretese dei padroni che i soldi dello Stato li vogliono tutti per loro.

Una levata di scudi mai vista, Ministri, Presidente del Consiglio, presidente di Confindustria, avvenuta a urne aperte e in risposta all’USB che al tavolo di trattativa si era rifiutata di sottoscrivere il pre accordo e l’aveva lanciata come soluzione praticabile e prevista dalla Costituzione Italiana.

È evidente che la prospettiva di dover utilizzare questo strumento se non si vuole definitivamente distruggere un patrimonio nazionale, che trasporta oltre 24 milioni di persone da e per il Belpaese che è in cima alle mete turistiche del mondo, terrorizza tutti.

È per scongiurare esiti come quello della nazionalizzazione che negli anni passati si è diffusa a piene mani tra i cittadini l’idea che il “carrozzone” fosse tale per colpa dei lavoratori e dei “privilegi” di cui si favoleggia da tempo, anche dopo che i tagli ai salari e al personale sono intervenuti con pesantezza inaudita già da molti anni, in verità senza mai chiedere il conto al management e alla politica delle scelte fatte. Era il tentativo maldestro ma purtroppo in buona parte riuscito, di schierare le vittime dalla parte del carnefice per avere buon gioco nello spolpare l’azienda nel sostanziale silenzio, se non condivisione generale.

Ora il “che fare” non può che essere quello annunciato da USB immediatamente dopo il responso delle urne e cioè pretendere la riapertura del confronto sulla scorta del risultato referendario, prevedere un importante intervento pubblico che garantisca un piano industriale serio di rilancio e salvaguardia dell’azienda, la tutela piena dell’occupazione e dei salari dei lavoratori. Se non la vogliono chiamare nazionalizzazione facciano pure; ma tutti sanno che è ciò che serve, al di la di come la chiameranno.

Pierpaolo Leonardi - Esecutivo Nazionale Usb

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