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martedì 25 aprile 2017

Alitalia. Ora parliamo di nazionalizzazione...

C'è più di una novità nel voto Alitalia. Prima di tutto l’altissima e inattesa partecipazione al voto dei lavoratori di ogni qualifica. Fatto assolutamente non scontato vista l’assenza di quorum e il carattere ricattatorio del referendum che, obiettivamente, sembrava rendere quasi ininfluente il voto.

La valanga di NO, il 68 per cento, non era nelle previsioni di nessuno fino all’apertura e alle file davanti ai seggi. Difficile scommettere su un’altra rivolta nelle urne modello Almaviva che invece si è plasticamente ripetuta con ben altre dimensioni ed effetti.

Il terrore del Governo, del management e dei sindacati che avevano sottoscritto il pre-accordo, che hanno passato i giorni del voto, ad urne aperte, a minacciare i lavoratori e a ricordare a tutti che la parola d’ordine lanciata da USB, la nazionalizzazione, non era in alcun modo tra le opzioni possibili.

La violenza dei commenti degli italiani al risultato referendario, pressoché tutti tendenti a chiedere licenziamenti di massa, la fine dei “privilegi”, ma anche gioiosi per la delegittimazione del sindacato tout court.

Insomma un bell’affresco tutto da studiare, ripassando però la storia che sembrava doversi ripetere uguale a se stessa per l’ennesima volta e che invece fa un salto, produce una rottura, apre spazi nuovi. La vicenda Alitalia è ormai nota a tutti. Al di la di come la si è voluta rappresentare è la storia triste del socialismo reale all’italiana realizzato solo grazie alla partecipazione alla spartizione del bottino dei sindacati complici cgilcisluil, del capitalismo straccione ed assistito dei “capitani coraggiosi” di Berlusconi, dell’incapacità di opporsi allo straripare delle low cost che sono tali perché risparmiano sui salari, sui diritti dei lavoratori e sulla sicurezza dei passeggeri, che non pagano le tasse qui eccetera, della svendita agli arabi come “ultima spiaggia” lesta a naufragare.

Dentro questo quadro le lavoratrici e i lavoratori Alitalia dicono no a valanga riappropriandosi della loro dignità e del proprio futuro; ma soprattutto scoprono, dopo aver partecipato a determinare la vittoria del NO sociale al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso che ha mandato a casa il governo Renzi, che si può ribaltare quello che sembra ineluttabile e che non è più detto che il quadro di comando sia invincibile.

Il no Alitalia, come quello Almaviva, è anche il no agli accordi a perdere, ai sindacati gialli che hanno più a cuore il portafoglio delle controparti, e le briciole che ne avanzano, che la vita della gente per cui trattano, quasi sempre senza mandato.

La levata di scudi contro la nazionalizzazione da parte del Governo è il frutto dei diktat dell’Unione Europea che tuona contro gli aiuti di Stato (quando non riguardano la Germania e la Francia) e delle pretese dei padroni che i soldi dello Stato li vogliono tutti per loro.

Una levata di scudi mai vista, Ministri, Presidente del Consiglio, presidente di Confindustria, avvenuta a urne aperte e in risposta all’USB che al tavolo di trattativa si era rifiutata di sottoscrivere il pre accordo e l’aveva lanciata come soluzione praticabile e prevista dalla Costituzione Italiana.

È evidente che la prospettiva di dover utilizzare questo strumento se non si vuole definitivamente distruggere un patrimonio nazionale, che trasporta oltre 24 milioni di persone da e per il Belpaese che è in cima alle mete turistiche del mondo, terrorizza tutti.

È per scongiurare esiti come quello della nazionalizzazione che negli anni passati si è diffusa a piene mani tra i cittadini l’idea che il “carrozzone” fosse tale per colpa dei lavoratori e dei “privilegi” di cui si favoleggia da tempo, anche dopo che i tagli ai salari e al personale sono intervenuti con pesantezza inaudita già da molti anni, in verità senza mai chiedere il conto al management e alla politica delle scelte fatte. Era il tentativo maldestro ma purtroppo in buona parte riuscito, di schierare le vittime dalla parte del carnefice per avere buon gioco nello spolpare l’azienda nel sostanziale silenzio, se non condivisione generale.

Ora il “che fare” non può che essere quello annunciato da USB immediatamente dopo il responso delle urne e cioè pretendere la riapertura del confronto sulla scorta del risultato referendario, prevedere un importante intervento pubblico che garantisca un piano industriale serio di rilancio e salvaguardia dell’azienda, la tutela piena dell’occupazione e dei salari dei lavoratori. Se non la vogliono chiamare nazionalizzazione facciano pure; ma tutti sanno che è ciò che serve, al di la di come la chiameranno.

Pierpaolo Leonardi - Esecutivo Nazionale Usb

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Roma. Un corteo di popolo celebra il 25 Aprile, senza il Pd e l’arroganza dei sionisti


Un corteo di popolo, lungo, affollato, partecipato oltre ogni aspettativa. E tra la gente circola una battuta al vetriolo: “Come si è saputo che il Pd non veniva... sono venuti tutti”. E i numeri nella piazza del 25 aprile romano sembrano confermare la ruvidezza della constatazione. Per vedere un corteo così partecipato occorre tornare con la memoria a quel 25 aprile 1994, quando con Berlusconi appena vittorioso nelle elezioni ci fu una convocazione di massa quasi spontanea che riempì piazze da tempo svuotate dallo svuotamento di contenuti della giornata che celebra la Resistenza.

Il corteo, aperto dallo striscione con su scritto semplicemente "I Partigiani", si è mosso intorno alle 10:15 da piazza Caduti della Montagnola, una partenza insolita, fuori da quelle tradizionali e piuttosto distante da Porta San Paolo. Ma la scelta un po’ audace è stata premiata da un percorso che ha attraversato quartieri popolari come Tor Marancia, Garbatella, Ostiense, finalmente con la gente affacciata alle finestre e non solo turisti incuriositi, e tanta gente che si è aggregata al corteo lungo il percorso riempiendone le file ad ogni tornante.

Il colpo d’occhio arrivando a Porta San Paolo, dove già tanta gente ha atteso il corteo, era impressionante. Quella piazza e il 25 Aprile da troppo tempo non erano così piene. Insomma tutto il contrario di una manifestazione che qualcuno ha provato a condannare come “divisiva” e che invece si è rivelata il suo esatto contrario: inclusiva ogni oltre previsione. Un corteo motivato, convinto ed in cui hanno sfilato, come avviene da sempre e senza alcun problema, anche le bandiere palestinesi che i gruppi ultrasionisti e il Pd volevano cancellare. Hanno fallito clamorosamente, come avviene ogni volta che non ci si piega ai diktat e ai ricatti. Se si tiene il punto l’arroganza di chi è abituato a prevaricare entra in crisi ed evapora.

Del resto il merito dell’Anpi di Roma è stato questo: aver mantenuto l’invito alla manifestazione aperto a tutti ma non aver accettato esclusioni. Una scommessa vinta e dimostrata ampiamente dalla risposta popolare a manifestare in questo 25 Aprile. Con un valore aggiunto in più. Nei capannelli e nelle conversazioni durante il corteo, un unanime riconoscimento al valore è andato alle lavoratrici e ai lavoratori dell’Alitalia che con il loro NO hanno difeso la dignità del lavoro contro i ricatti. La Giornata della Resistenza oggi è stata anche questo.

Al termine degli interventi in piazza di Porta San Paolo, come tutti gli anni una delegazione delle organizzazioni che promuovono lo spezzone antifascista,antimperialista, antisionista, hanno portato un omaggio a Ponte di Ferro alla lapide che ricorda le donne trucidate dai nazisti per l'assalto ai forni del pane.

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I giorni della Liberazione. 25 Aprile /1


Premessa – Venticinque aprile

Fra il 25 aprile e il primo maggio 2015, lavorandoci poi fino ad ora, ho ricostruito cronologicamente, in sedici puntate e alcune appendici, gli episodi principali della fine di Mussolini, in contemporanea più o meno esatta con quello che era successo – ora per ora – esattamente settant’anni prima. Partendo dalla fuga da Milano del 25 aprile per arrivare all’autopsia del 30.

Non credo ci sia nulla di nuovo, dal punto di vista contenutistico, se non un tentativo di fare chiarezza, specialmente su alcuni episodi controversi.

Questa cronaca “momento per momento” parte allora con il Venticinque aprile.

Alle 8 del mattino del 25 aprile, via radio, il CLNAI, da Milano (presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani, presenti anche il presidente designato Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani per il Partito Liberale e Achille Marazza per la Democrazia Cristiana), proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del CVL di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa; il proclama diffuso via radio si conclude con la voce – oggi inconfondibile, allora sconosciuta – di Sandro Pertini:
“Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.”
Parallelamente il CLNAI emanò appunto dei decreti legislativi a validità immediata.

Proclama del CLNAI (25/4/45). «Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, oggi 25 aprile, in nome del popolo e dei volontari della libertà e delegato del solo governo legale italiano, ha assunto i poteri di governo. (…) Sono istituiti i Tribunali di Guerra in ogni Provincia dal Comando di zona del Corpo Volontari della Libertà designato dal Comando stesso che presiede, da un magistrato in servizio attivo o a riposo designato dal Comitato di Liberazione Nazionale provinciale e da un Commissario di guerra addetto al Comando di Zona e da due semplici partigiani nominati dal Comando di Zona. I Tribunali di guerra hanno competenza a giudicare dei reati contemplati dal presente decreto: essi siedono in permanenza e le loro sentenze sono emanate in nome del popolo italiano ed eseguibili immediatamente.»

Decreto del CLNAI (25/4/45) per l’amministrazione della giustizia. Art.5: “I membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”.

Mussolini e gli alti gerarchi e ministri in fuga con lui erano già stati, perciò, condannati a morte. Non restava che eseguire la sentenza.

Nel tardo pomeriggio del 25, falliscono le trattative intavolate fra alcuni membri del CLN (Cadorna, Lombardi, Marazza e altri) e i capi del fascismo (Mussolini, Graziani, Barracu ed altri), durante un incontro presso l’Arcivescovado di Milano con la mediazione del Cardinale Ildefonso Schuster. Mussolini spera ancora in un qualche inesistente margine di accordo; Marazza gli comunica l’unica offerta possibile: resa incondizionata. Correttamente, secondo quanto già deliberato dal CLNAI, l’ultima volta la mattina stessa del 25, non può esserci trattativa, soltanto “Arrendersi o perire”.

Mussolini fa allora un suo ultimo coup de théatre. Viene informato, appena prima della riunione, di quanto già sa, e di cui tutti sono al corrente da settimane: i tedeschi in Italia stanno trattando la resa con gli Alleati. Ovviamente, senza coinvolgere i collaborazionisti della RSI, entità che d’altra parte gli Alleati stessi non hanno mai riconosciuto, non solo come preteso “stato”, ma neppure come interlocutore. Mussolini reagisce indignandosi platealmente davanti ai perplessi membri del CLN e abbandona teatralmente la riunione, dicendo che entro un’ora avrebbe dato una risposta alla richiesta di resa. La risposta non venne mai.

Se la riunione ebbe una qualche utilità – sebbene a ragione i rappresentanti comunisti nel CLN l’avessero disertata, disapprovandola – fu nel mettere in vigore la condanna a morte dell’ex duce e di quanti – seguendolo nella fuga con le armi in mano – erano passibili di esecuzione immediata.

All’incontro del 25 aprile con i fascisti in Arcivescovado, Sandro Pertini – ignaro della sua organizzazione ed informato all’ultimo – giunse in ritardo: incrociò sulle scale dell’Arcivescovado lo stesso Mussolini:
“Lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto” (Avanti! del 6 maggio 1945)
Quando giunse nella Sala dell’arcivescovado, Pertini ebbe, con la delegazione del CLN che aveva trattato, una discussione accesa, appoggiato da Emilio Sereni, nel frattempo anch’egli sopraggiunto: chiese alla delegazione perché non avessero arrestato subito Mussolini. E se Mussolini si fosse arreso al CLNAI, secondo Pertini andava consegnato ad un tribunale del popolo secondo il decreto del CLNAI, e non agli alleati. Secondo Pertini, il suo intervento fu risolutivo per la decisione di Mussolini di fuggire, anche se secondo altri Mussolini già aveva deciso di non arrendersi. In un articolo sull’Avanti (Resistenza: patrimonio di tutti, Avanti!, 16 aprile 1965) Pertini scrisse:
“Da tutto questo appare chiaro che il mio intervento presso il cardinale (intervento appoggiato solo dal compagno Emilio Sereni, ma con molta energia) spinse Mussolini a non arrendersi. E soprattutto appare chiaro che se la sera del 25 aprile il compagno Sereni ed io non fossimo andati all’arcivescovado e se quindi Mussolini si fosse arreso al CLNAI sarebbe stato consegnato al colonnello inglese Max Salvadori, il che voleva dire consegnarlo di fatto agli alleati (ed oggi sarebbe qui, a Montecitorio...)”
Diverso atteggiamento avevano avuto, in quel periodo, alcuni socialisti dirigenti e membri del CLN (ad esempio Corrado Bonfantini, Comandante delle Brigate Matteotti), protagonisti degli ambigui tentativi di compromesso dell’ultimo periodo di Mussolini: egli, spalleggiato dai “moderati” (i ministri Biggini e Pisenti, il filosofo Cione, il capo della polizia Renzo Montagna, i giornalisti Pini, Manunta, Borsani, il mussoliniano antifascista Carlo Silvestri e altri) tentò a più riprese di contattare i membri del suo ex-partito di un quarto di secolo prima (il Partito Socialista, appunto) proponendo di cedere loro il potere in maniera “morbida” e senza insurrezione, offrendo loro anche di proseguire nella cosiddetta “socializzazione”, vanamente decretata dalla RSI, in cambio dell’impunità (il cosiddetto progetto del “Ponte”). Che i socialisti avessero nella Resistenza partigiana un ruolo secondario (la quasi totalità delle formazioni partigiane era comunista, azionista di GL o autonoma) rendeva il progetto del “Ponte” irrealistico, oltre che un meschino tentativo dei capi fascisti di salvarsi la pelle. Fra i primi decreti del CLN, vi fu proprio l’abrogazione del cosiddetto decreto della RSI sulla socializzazione, visti i suoi contenuti antinazionali, falsamente sociali e la nulla adesione che esso ebbe tra i lavoratori. Gli stessi lavoratori che venivano denunciati dai fascisti e deportati nei lager nazisti se scioperavano. Il fascismo – repubblicano per facciata e dittatoriale fino alla fine – rimase sempre ciò che era: servo dei padroni, industriali e agrari. Se il partito dell’industria, vista l’imminente sua fine, ad un certo punto mollò il fascismo per rivolgersi agli americani e agli alleati, ed i fascisti reagirono con rabbia, questo non fa dei fascisti dei rivoluzionari anticapitalisti, ma solo dei servi messi alla porta perché ormai imbarazzanti e inutili. Così come non fa degli industriali degli antifascisti.

Le ferme mani di Sandro Pertini e di Lelio Basso mantennero, nella primavera 1945, i socialisti fuori da qualunque ambiguità o compromesso. Un’ultima lettera “ai compagni socialisti” venne vergata da Mussolini dopo la fallita trattativa in Arcivescovado e prima della fuga, il 25 sera. Conteneva ancora le citate offerte “pontiste” di accordo. Recapitata da Bonfantini a Sandro Pertini, ebbe questa risposta: “La lettera non sarà presa in considerazione alcuna”.

Mussolini rientra in Prefettura e prepara la fuga. Fugge da Milano dove sta per iniziare l’insurrezione, ha tre opzioni davanti a sé:

1) la fuga in Svizzera;

2) trincerarsi in Valtellina (il “Ridotto Alpino Repubblicano” sul quale si fanno piani fumosi già da mesi) con gli ultimi fedeli per un’estrema resistenza;

3) fuggire in Germania.

L’ordine di partenza, in realtà di fuga, impartito da Mussolini col motto “Precampo a Como!“, lascia ancora intendere ad Alessandro Pavolini, segretario del PFR e grande propugnatore/organizzatore del Ridotto in Valtellina, che Mussolini ed i suoi lo attenderanno a Como per poi proseguire per Lecco e la Valtellina. Pavolini infatti non parte con Mussolini la sera del 25, ma la mattina del giorno successivo con una numerosa colonna di militi fascisti.

Nell’ultima drammatica riunione in Prefettura, il 24 aprile, Pavolini ebbe un violento scontro con Rodolfo Graziani, ministro della guerra e comandante dell’esercito repubblichino, che lo accusò di mentire e di illudere Mussolini sulle possibilità di resistenza in Valtellina: Graziani non partì con Mussolini la sera del 25, ma restò a Milano, decisione che gli salvò la vita. Anche Junio Valerio Borghese, comandante della Xª Flottiglia MAS, disse a Pavolini che la “Decima” non sarebbe andata in Valtellina, ma sarebbe rimasta in caserma a Milano per arrendersi al CLN (come avvenne il giorno 26).

Mussolini parte con i gerarchi repubblichini e con la “scorta” nazista, capeggiata dal tenente Fritz Birzer. Un lungo corteo di automobili e un camion con i bagagli più ingombranti, camion che avrà un guasto lungo il percorso e sarà recuperato dai fascisti poche ore dopo, già saccheggiato da squadre partigiane.

Vi è un momento storico, nella foto che apre questo articolo (Figura 1 e 2a). Le ultime foto di Mussolini da vivo, mentre sale in macchina nel cortile della Prefettura, con Fritz Birzer, e mentre lascia la Prefettura fra poche braccia alzate. Gli ultimi fascisti milanesi – fra i quali Carlo Borsani – lo implorano di non abbandonarli: invano.

Tre giorni ancora e lo raggiungerà la Giustizia partigiana.

Fig. 1. 25 aprile. Ore 20. Una delle ultime foto di Mussolini da vivo, in fuga da Milano. L’ufficiale tedesco è il capo della sua scorta, tenente Fritz Birzer.

Fig. 2. Mussolini a Milano. Con lui Pavolini (coi baffi al centro) e Barracu (con il cappotto di pelle). La foto – utile per avere un’impressione visuale dell’aspetto dei capi repubblichini negli ultimi mesi – risale alla precedente visita di Mussolini a Milano, appena quattro mesi prima, il 16 dicembre 1944, in occasione del discorso al Teatro Lirico e al giro per le strade di Milano in auto scoperta, fra due ali di folla osannante. L’ultimo grande bagno di popolarità per il dittatore.

 Fig. 2a. Mussolini che esce dalla Prefettura il 25/4 sera: davanti, un motociclista tedesco e poi, con le insegne delle SS (dove probabilmente siede il tenente Birzer). L’ex duce sta su un’Alfa Romeo decappottabile (visibile anche in parte in Figura 1) ed ha come compagno, alla sua destra, Franco Colombo, Comandante della “Muti” (che sarà poi arrestato dai partigiani a S. Fedele Intelvi e fucilato il 28/4/1945 a Lenno). La foto è stata scattata, con altre dello stesso periodo, dal fotografo svizzero di Zurigo Paul-Ernst Aegerter e rintracciata presso la Biblioteca di Lecco. Cortesia dell’autore del volume “L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Pierfranco Mastalli.
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Le due nazioni francesi

Anche in Francia ha preso forma la contraddizione principale dell’attualità politica, la frattura decisiva in cui trovano precipitazione tutte le eterogenee esigenze popolari: con perfetta specularità, da una parte si è espresso l’appoggio europeista (nel voto per Macron, Fillon e Hamon), dall’altra il rifiuto dell’Unione europea (nel voto per Le Pen, Mélenchon, e gli altri rivoli – di estrema destra e di estrema sinistra – in cui si è disperso il voto anti-europeista).

Una specularità netta e sintomatica: metà popolazione da una parte, l’altra metà contro. E’ un “contro” confuso e poco disponibile a sintesi politiche, vista l’estrema diversità delle urgenze che lo compongono, ma è il campo entro cui la sinistra di classe dovrebbe radicare una propria proposta politica. In questo senso, bene ha fatto proprio Mélenchon a evitare qualsiasi fronte comune liberista col nemico politico Macron. E’ un passo in avanti inaspettato e importante, perché per la prima volta spezza la sacra unione liberale tra sinistra e destra.

E’ più che importante: è una novità politica determinante, ed è il segno inaggirabile dei tempi. La lotta all’Unione europea si conferma la faglia che impone una scelta non più rimandabile: o si è a favore o si è contro. Questa la realtà dei fatti, ed è una realtà imposta da una diffusa insofferenza sociale, non da astratte teorizzazioni politiche. Questo non significa che il Front national sia un soggetto “votabile” in funzione della lotta all’europeismo, chiaramente. Come spesso accaduto nelle recenti elezioni, si confrontano due mali che non concedono alcuna possibilità di scelta (anche perché al governo il Front national si confermerebbe un trumpismo minore). E’ il cul de sac in cui si ritrova una sinistra incapace di parlare il linguaggio del presente, quello comprensibile alla maggioranza del proletariato europeo. Non per caso dove quella sinistra costruisce discorsi credibili sulle contraddizioni reali  – Unione europea in primis – questa raccoglie risultati elettorali importanti (la vicenda Mélenchon in questo senso è davvero paradigmatica: 7 milioni di voti per un candidato contrario alla Ue e alla Nato, roba in Italia relegata agli zerovirgola dell’estremismo testimoniale).

C’è però una certezza: Macron, e in tal senso i Macron di tutta Europa, costituiscono quel nemico con il quale non è possibile nessuna alleanza tattica, neanche in nome di un “antifascismo” completamente svuotato di qualsiasi significato materiale e riconvertito a toppa ideologica del neoliberalismo europeista. In tal senso, se i due candidati al ballottaggio francese costituiscono, per motivi diversi, due “problemi” pressanti per la sinistra, la soluzione si trova nelle contraddizioni sociali che determinano la contesa politica: da una parte, quella dell’europeismo “macronista”, c’è perfetta continuità tra condizione sociale e sintesi politica; dall’altro c’è il confuso magma della protesta, dell’impoverimento, della subalternità alle scelte della borghesia transnazionale. Quel magma è la nostra casa.

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Suona Rosamunda


La schiavitù linguistica del capitale


Qualche tempo fa Luciano Canfora ha presentato il suo ultimo libello, La schiavitù del capitale, alla trasmissione Quante storie di Corrado Augias.

Vorrei riportare due dichiarazioni di Canfora che sintetizzano il quadro entro cui è racchiusa la direzione politico-economica della scuola (mondiale, europea e, di conseguenza, italiana).
 

A commento di un video sul lavoro di fabbrica e quello post-fordista dei call center, Canfora dice: «Impressionante, direi; lo sfruttamento diventa più raffinato, e perciò più pericoloso [...] questo interferisce direttamente nel pensiero, nella vita intellettuale dello sfruttato, per giunta in condizioni, dal punto di vista sindacale, peggiori».
 

Il secondo passo. Ad Augias che, a proposito del “manifesto dei 600”, dice: «Che i giovani parlino e scrivano male è un dato, si vede. Perché?», Canfora risponde: 

«È un effetto di vari fattori. Vorrei sintetizzarli molto in breve: uno è l’imperversare medico pedagogico, potremmo chiamarlo così, di questa pseudo-scienza che individua nello sforzo per imparare quasi una persecuzione. Gramsci diceva che studiare è una fatica, deve essere una fatica.  [E invece oggi] niente sintassi, niente date nella storia, nozionismo come nemico. Tutto questo è stato un danno.
 

Poi è intervenuta anche una mania, diciamo, paranglosassone: siccome nel mondo anglosassone si parla e si scrive in modo telegrafico e semplice con una sintassi quasi fragile, dobbiamo scrivere così: una perdita gratuita di una identità. La guerra contro l’analisi logica...».
 

Questo è un effetto paradossale – ma solo apparentemente – della cosiddetta società della conoscenza, che non produce certo più conoscenza di prima, ma cerca di inglobarle quanto più è possibile nel processo di valorizzazione capitalistica. E questo avviene con la sua frammentazione, semplificazione e diffusione a tripla w.
 

È il famoso processo descritto da Marx, come “sussunzione reale” (della conoscenza, in questo caso) sotto il capitale. Questa conoscenza, prodotta altrove e da pochi, viene spezzettata e omogeneizzata e resa fruibile alla massa dei “knowledge workers”, cioè ai nostri studenti. Per questo motivo occorrono metodi semplificati, riduzione dei saperi, velocità nell’apprendimento. Proprio la velocità è un fattore importante nel nuovo paradigma produttivo post-fordista del just-in-time. Da qui deriva la semplificazione e l’odio verso la “fatica del concetto”, per citare Hegel.
 

A questa velocità corrisponde una semplificazione sintattica, che ha la sua massima espressione nella scrittura web. È noto a qualunque studente di filosofia che per leggere Hegel, Kant o Aristotele occorre avere un libro in mano, proprio perché la difficoltà della cosa è anche difficoltà della lingua. Leggere per ore su uno schermo è puro masochismo.
 

Chi studia sa che il concetto è difficile sino a che non viene assimilato: allora diventa familiare e non più oscuro. Attraverso il pensiero e la lingua (che non sono statici) noi conosciamo il mondo. Ma una lingua facile non fa il mondo facile, lo rende banale.
 

Su questa banalità si incentra in pratica la nozione di literacy (alfabetizzazione, all’ingrosso), ossia, detta in parole prive di paillettes, la capacità di reperire le informazioni necessarie, soprattutto sul web. È su questa nozione che si basano fondamentalmente le "prove invalsi". Tutta la verifica delle competenze linguistiche non è atta a capire se, attraverso la lingua, un individuo è in grado di padroneggiare il mondo e di esprimerlo concettualmente e dunque linguisticamente, ma se è in grado di capire le informazioni che legge. Che, direi, non è poca cosa, ovviamente. Ma se la nostra capacità si esercita su testi semplificati, la capacità di comprensione del reale si perde. Così come si perde se i nostri obiettivi si abbassano al mero reperimento delle informazioni.
 

Purtroppo una parte non esigua di responsabilità è delle case editrici, soprattutto quelle per l’infanzia e i giovani, le quali hanno semplificato il linguaggio per renderlo spedito e semplice, in maniera tale da conquistare in tempi veloci il proprio lettore-consumatore. E questa è la situazione migliore, perché parliamo dei “giovani che leggono”. Non parliamo invece di quelli che non leggono o “leggono solo internet”...
 

Ma allora, che società della conoscenza è quella in cui non si sa più né accedere al sapere né produrlo? Non a caso, prima che la dizione “società delle conoscenza” si imponesse a livello massmediatico anche nei documenti europei, una volta si parlava di società dell’informazione, anche perché alla base c’era l’informatica. Agli albori di questa società (che ha appena un trentennio), c’era ancora un po’ di umiltà e di memoria di cosa fosse la conoscenza. Oggi non più. 

E come non ricordare quella famosa battuta del film di Nanni Moretti (che gli insegnanti di sinistra conoscevano prima di innamorarsi dei balbettii di Fazio e Saviano): «La scuola non deve formare, ma informare!».
 

Formare significa dare forma. Sembra un’ovvietà, ma non lo è più. Oggi con formazione si intendono tirocini, alternanza scuola-lavoro, stage, lavoro gratuito, schiavitù mascherata.
 

La parola formazione aveva un significato più alto un tempo. Era la traduzione del termine tedesco Bildung, che alla base ha anche il concetto di costruire e di istituzione, concetti collegati anche con il termine italiano istruzione (e infatti la scuola è un’istituzione formativa).
 

Questa idea di istruzione (e non di educazione, come oggi si dice comunemente) aveva una base politica di fondo: la costituzione dell’uomo moderno, del cittadino, come si diceva un tempo non dimenticando che si parlava del citoyen, ossia di una delle due facce dell’individuo moderno, essendo l’altra il bourgeois, il privato (Rousseau). Dietro a quelle formulazioni ovviamente c’era la nascita della nuova società capitalistica in Europa.
 

C’erano (e continuano ad esserci) dunque una sfera pubblica e una privata e la formazione si occupava della sfera pubblica dell’individuo. Per questo motivo era compito della comunità (in questo caso dello Stato) occuparsi della formazione della sfera pubblica, senza la quale non poteva darsi nessun contratto sociale.

Con la diffusione del neoliberismo, dopo la caduta del muro di Berlino, questo concetto di formazione viene messo in discussione, perché il “pubblico” è sempre più un bersaglio da colpire, sia praticamente che concettualmente.
 

Siamo atomi che si scontrano tra loro in una rete, diceva il filosofo Francois Lyotard quando il web non era ancora nato, ma era appena stato prodotto il primo pc, la crisi petrolifera sanciva la crisi del fordismo e in Cile il generale Pinochet apriva la strada ai Chicago boys.
 

Non c’è un disegno comune, non c’è una progettualità, un piano, ma c’è solo il caso. La storia non ha un fine perché l’uomo non ha un fine, ma al massimo un interesse privato. Lo scontro degli interessi privati produce la società di mercato, che per regolarsi non ha bisogno di nessun Leviatano.
 

La storia non ha una razionalità, perché la casualità prodotta dai movimenti degli atomi non si lascia imbrigliare da una qualche ragione. È la società complessa, poi divenuta liquida, destrutturata, come il pensiero che l’ha teorizzata. 

Non esistono piani, ideologie, sistemi di pensiero, esistono solo “narrazioni” (récit), che, invece, nel vero senso letterario del termine hanno fatto una brutta fine.
 

Alla fine ha prevalso il privato (il “particulare”, avrebbe detto Gramsci citando Guicciardini): l’uomo del consumo, il cui grado di libertà è sotto gli occhi di tutti...
 

Ed eccoci arrivati a noi e alla nostra scuola, a quella del “particulare”, che non deve più formare, ma “facilitare” i percorsi “autonomi” degli studenti (gli insegnanti devono essere facilitatori), per tirare fuori le loro potenzialità, secondo un’idea di formazione che Gramsci definiva spontaneista, alla base della quale c’è l’idea di individuo come gomitolo. «Il bambino non è un gomitolo di lana da sgomitolare, ma la parte del complesso mondo storico su cui l’ambiente e la società esercitano la loro coercizione».
 

Sia detto per inciso, Gramsci sapeva che esistevano tendenze in un individuo che non dovevano essere represse, ma non credeva alla libertà assoluta, cioè ab-soluta, sciolta da tutto, libera da condizionamenti storico-sociali, quasi fosse un fatto naturale.
 

Gramsci sapeva bene, lui che aveva letteralmente sgobbato per conquistare quel sapere per poi produrne altro (andrebbe ricordato che Gramsci è, assieme a Dante e Machiavelli, lo scrittore italiano più tradotto e letto al mondo), lui che veniva da una famiglia di umili condizioni, sapeva che dietro a un individuo non ci sono autonomia e libertà come cose già date, ma condizionamenti non conosciuti.

La libertà una volta si diceva essere un fine, magari della storia (addirittura!), non una precondizione. E la consapevolezza dei propri condizionamenti (o delle proprie “catene”, come sapevano gli operai di un tempo e non sanno più i knowledge workers di oggi), è il primo e fondamentale passo verso la libertà. La conditio sine qua non.
 

Oggi dovremmo ricordare quel motto di Don Milani che recitava «ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani», estendendone il significato. Non si tratta più di singole parole (non lo è mai stato), ma di sintassi, cioè di collegamenti, di ragionamenti, di rapporti tra concetti, di rapporti di forza. Il padrone oggi non ha né più parole, né più ragionamenti dei suoi lavoratori, ha solo più capacità di persuasione: e l’homo videns, il consumatore e il nuovo analfabeta si fanno convincere facilmente. Il padrone ha dalla sua i rapporti di forza. I rapporti di forza sono il padrone.
 

Riprendersi quel sapere, quella lingua, quei concetti, quella logica: occorre riprendersi quegli strumenti affinché un bambino possa di nuovo dire: “ma il re è nudo!”.

Il NO di Alitalia chiede un cambio radicale

Il NO dei lavoratori Alitalia alla pre-intesa firmata da azienda, governo e CgilCislUilUgl ha ricevuto quasi il 70% dei voti, in un referendum che ha visto la partecipazione della quasi totalità dei dipendenti. Se stessimo ad analizzare un risultato politico diremmo che si è concretizzata una maggioranza “costituente”...
 
Naturalmente così non è, perché Alitalia è un’azienda privatizzata con soldi pubblici (quando c’è da regalarli alle imprese o alle banche si trovano sempre, nonostante i cerberi dell’Unione Europea) fin dal 2008, non un’istituzione della democrazia parlamentare. Ma anche perché quel NO è un rifiuto, non ancora una proposta organizzata, un progetto di politica economica in un paese che va dismettendo a velocità folle ogni pezzo pregiato del proprio patrimonio industriale (sia pubblico che privato, vista la risibile “audacia” dei cosiddetti imprenditori con passaporto italico) o del proprio mercato interno.
 
Era la terza volta in dieci anni che i lavoratori Alitalia venivano messi davanti all’alternativa “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”; ossia o accetti tagli occupazionali e salariali, accompagnati da aumento dei carichi di lavoro e diminuzione dei diritti, oppure si chiude. Questa volta, però, non c’era neanche la parvenza di un “piano industriale” credibile. Lo stesso Luigi Gubitosi – nel quasi inedito ruolo di “presidente designato”, se avesse vinto il SI – aveva ammesso in tv (intervistato da Lilli Gruber) che quel canovaccio serviva forse a tirare avanti altri due anni, prima di ritrovarsi allo stesso punto e consegnare ciò che restava dell’ex compagnia di bandiera a Lufthansa (nel migliore dei casi).
 
Come per Almaviva, Fiat Pomigliano e altre cento crisi industriali, azienda, governo e sindacati complici avevano preparato il solito piatto: “riduzione del danno” e pistola puntata alla tempia. Sembrava una strategia blindata, inconfutabile, come l’intimazione la borsa o la vita, ma quando ormai è sparito tutto il “grasso” di una condizione contrattuale impoverita, e si arriva a incidere su carne viva e ossa, la reazione disperata dei lavoratori arriva a fissare un limite che non si voleva vedere. Ora basta, questo no...
 
Il “piano industriale” concertato è stato giustamente letto come l’ennesimo pezzo di carta fasullo prodotto in 25 anni di distruzione cosciente e progettata di un pezzo rilevante dell’industria pubblica. Si deve infatti risalire al tempo degli accordi di Maastricht per trovare l’origine della “crisi di Alitalia”. Fu allora che – sotto la guida del sempre sopravvalutato Carlo Azeglio Ciampi – venne stabilito che i vettori europei si sarebbero nel tempo ridotti a soltanto tre: British Airways, Lufthansa ed Air France, con Alitalia destinata a finire sotto l’ala transalpina (insieme a Klm), la spagnola Iberia in promessa agli inglesi e la Swissair ai tedeschi.
 
A quella decisione seguirono quindici anni di amministratori delegati e presidenti (scelti dai governi Berlusconi e Prodi, senza alcuna differenza rilevabile) incaricati di impoverire progressivamente la compagnia di bandiera con i conti in attivo, attraverso scelte strategiche suicide e altrimenti incomprensibili. Un esempio? La rinuncia volontaria alle tratte con la Cina proprio mentre tutto il mondo cercava di rafforzare i collegamenti col gigante asiatico...

Si potrebbe andare avanti a lungo, citando l’area manutenzione (Atitech, così eccellente che i tedeschi andavano lì per revisionare i propri aerei) e l’assurda concentrazione del business sul “medio raggio”. Ossia sul segmento più esposto alla concorrenza delle compagnie low cost, che il governo provvedeva a favorire al massimo concedendo slot (i diritti di atterraggio e decollo) senza alcun limite; mentre in Francia e Germania si è “protetto” il vettore di bandiera centellinando i permessi, rifiutando le tratte più redditizie, concedendo aeroporti disagevoli (puoi andare a Parigi con Ryanair, ma scendi a Beauvais e poi ti fai 80 km in pullman). Qui in Italia, invece, era tutto un fiorire di “consorzi pubblico-privato”, con province, comuni e confindustrie territoriali a metter soldi per coprire la differenza tra tariffe low cost e costi industriali veri.
 
Nel 2008 – al momento della prevista privatizzazione – Berlusconi aveva infilato la sua “cordata italiana” e fatto saltare l’accordo europeo con Air France, mettendo soldi pubblici per far riuscire l’operazione dimezzando i dipendenti. Naturalmente questo non aveva affatto frenato la caduta verticale di rotte, aerei e fatturato, anche perché quei “capitani coraggiosi” erano completamente a digiuno di business aereo.
 
La nuova crisi – ormai fuori da ogni possibile alleanza continentale – aveva portato a scegliere gli arabi di Etihad come nuovo “partner strategico”, forse nell’illusione che fossero soltanto ricchi e creduloni. Altri licenziamenti, altri tagli salariali, altri precari sottopagati al posto di lavoratori esperti, altra crisi annunciata.
 
Lo straccio di “piano” partorito per risolverla è stato assunto da governo e CgilCislUilUgl come l’”unica soluzione possibile”, fino all’inedito intervento ad urne aperte di presidente del consiglio e ministro Delrio, ad aumentare la pressione sui votanti. Niente da fare, non ci crede più nessuno.

E ora? Ora il gioco è allo scoperto. I tre soggetti in campo sono chiari: mercato (l’azienda), Stato e lavoratori. L’azienda privata è “perfetta” quando si tratta di ridurre costi e garantire la massima efficienza possibile, il miglior rapporto costi/ricavi. Ma ogni azienda fa così, e la concorrenza seleziona senza pietà (specie le imprese che per un quarto di secolo sono stati condotte intenzionalmente sul baratro).
 
Se lo Stato si limita a fare da osservatore e “facilitatore” delle logiche di mercato, il destino è segnato: le imprese più grosse (quelle multinazionali meglio supportate dai propri Stati di appartenenza) mangeranno le più piccole distruggendo occupazione, in una dinamica da highlander (“ne resterà soltanto uno”).
 
Se per ogni crisi industriale lo Stato si comporta in questo modo, di questo paese non resterà che “la vocazione turistica e gastronomica”, con una offerta (alberghi, b&b, ristoranti, cuochi, camerieri, ecc.) già ora molto superiore alla domanda effettiva.
 
L’alternativa concreta c’è, dunque, e si chiama nazionalizzazione. E l'Usb è l'unico sindacato ad averla proposta. Attenzione, però: non stiamo affatto dicendo “lo Stato deve salvare l’azienda mettendoci i soldi”. Questo è stato fatto già diverse volte, ma per “facilitare i privati”. No. Alitalia va nazionalizzata e costruita ex novo come vettore internazionale credibile, a partire dai 120 aerei e 24 milioni di passeggeri che sono il suo attuale unico punto di forza.
 
Va fatta una scelta strategica di politica industriale ed economica opposta a quella seguita nell’ultimo quarto di secolo. Va fatta per ogni azienda che chiude i cancelli perché, se “il mercato” incita le imprese a fuggire verso paesi con salari più bassi, solo una azione pubblica può porsi l’obiettivo di produrre e dare lavoro. E naturalmente un’azione pubblica da cui siano esclusi per sempre quei “maneggioni” che da 25 anni lavorano alla distruzione del patrimonio industriale di questo paese.
 
Utopia? Qui davvero non c’è alternativa. Se il mercato non può e non vuole porsi il problema della vita civile e produttiva di uno o più paesi, ci deve per forza pensare una mano pubblica, collettiva, solidale, responsabile, scientifica. In Italia come in tutta Europa. Non si può distribuire alcun reddito, se non si produce ricchezza.
 
Un tempo, davanti ad alternative così radicali, si sarebbero velocemente convocate manifestazioni nazionali chiamando a partecipare tutti i lavoratori, di qualunque settore e impresa. Perché tuttial nord come al sud, da precari o da dipendenti pubblici, da specializzati o da “faticatori generici”, da partite Iva o da “cooperative” – siamo ormai a rischio chiusura e disoccupazione. Alitalia parla a tutti. Sarebbe bene che tutti rispondessero.
 
Non si tratta di salvare un’azienda e 12.000 lavoratori, ma di rovesciare una tendenza alla distruzione di tutto a favore di pochissimi.

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Buon 25 aprile con il Manifesto dei Resistenti


I Resistenti hanno fatto la storia, cambiando in meglio le sorti dell’umanità, in ogni angolo del mondo. Buon 25 Aprile a tutti i Resistenti.

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Noi Resistenti abbiamo cominciato presto a guardare in faccia il nostro vero nemico. Eravamo già attivi nella resistenza spagnola che mise in fuga i mamelucchi di Murat e fece impazzire i generali di Napoleone. Ci riconoscerete dipinti da Goya ne “La fucilazione alla montagna del Principe Pio” e nella urla di gioia che accompagnarono la fuga dei francesi nel 1813. Nasce da qui l’onda lunga che ha portato alla Repubblica del ’36 e alla resistenza antifranchista fino ai nostri giorni.

Ci siamo aperti la strada con le armi in pugno insieme a Garibaldi, mentre cadeva la Repubblica romana ed Antonio Brunetti – Ciceruacchio per il suo popolo – insieme al figlio Lorenzo cadeva sotto il plotone di esecuzione. Ma, come fece Gasparazzo contadino indomito, non ci siamo fidati dei garibaldini di Nino Bixio che in Sicilia fucilarono la nostra gente a Bronte, ed insieme a Gasparazzo ci siamo dati alla macchia rendendo per anni la vita difficile ai piemontesi, ai nuovi padroni e ai proprietari terrieri.

A metà dell’ottocento ebbero tanto paura delle nostre barricate che il prefetto Haussman dovette rifare Parigi da capo a piedi. Sventrarono i vicoli e costruirono i grandi boulevard come “strade di una caserma opportunamente ampliata” perché i padroni temevano di incontrare in strade troppo strette i Resistenti come Charles Delescluze o Flourens. Venti anni dopo le barricate infiammarono di nuovo la Parigi della Comune e noi Resistenti fummo conosciuti come “Communards”. I soldati del gen. Lacombe furono mandati contro di noi a Montmartre, ma si rifiutarono di sparare sul popolo ed alla fine rivolsero i fucili contro il generale stesso, sono formidabili Resistenti coloro che sanno comprendere chi è il vero nemico. Ci scatenarono contro altri soldati e i cannoni messi a disposizione dai prussiani, ci fucilarono a migliaia o ci deportarono alla Cayenna. Eppure, come disse l’uomo di Treviri – la testa migliore degli ultimi due secoli – “dopo la Pentecoste del 1871 non ci può essere né pace né tregua tra gli operai francesi e gli appropriatori del prodotto del loro lavoro”. Capite adesso perché lo sciopero dei lavoratori in Francia andò così bene anche nel 1995?

Ma noi Resistenti non siamo e non eravamo solo sulle barricate e nelle officine delle grandi metropoli. Nascevamo e crescevamo anche nelle nuove colonie di quello che diventerà l’imperialismo moderno. Eravamo nel deserto algerino e sui Monti dell’Atlante con Abd el Kader che tenne alla larga i turchi e umiliò per anni i legionari del generale francese Bugeaud.

Eravamo nascosti nel pubblico e ci tormentavamo le mani, impotenti in quella occasione, quando gli invasori italiani, nell’ottobre del 1912, fucilarono a Tripoli l’arabo Husein. Ci vollero tre scariche della fucileria del plotone d’esecuzione per vederlo cadere a terra. Husein e i suoi Resistenti avevano fatto impazzire i militari italiani nelle uadi o sulle strade carovaniere. Per rabbia e per rappresaglia gli italiani fucilarono centinaia di persone e ne deportarono 3.053 nelle isole Tremiti, a Ustica, a Favignana, a Ponza e a Gaeta.

“Non ci inganna che si dica un’epoca di progresso. Quel che dicono è invero la peggiore delle menzogne” tuonavano i versi del poeta arabo Macruf ar Rusufi ” Non li vedi tra l’Egitto e la Tunisia violare con stragi e massacri il sacro suolo dell’Islam? E non sia addossata la colpa ai soli italiani ma tutto l’occidente sia considerato colpevole”.

Nelle colonie pensavano di aver vinto, legando i sepoys alle bocche dei cannoni e facendo fuoco come fecero gli inglesi in India o fucilando e impiccandoci a decine come fecero gli italiani in Libia. Ma gli arabi hanno un cuore indomito e venti anni dopo il Leone del deserto, Omar Al Muktar tornò a seminare il panico tra i soldati e le camicie nere che occupavano la Libia. Il generale fascista Graziani, quello che aveva massacrato con i gas gli etiopi, fece impiccare Omar Al Muktar. Ma il suo fantasma inquieta così tanto gli eredi di Graziani da impedire che in Italia si possa vedere il film che parla della sua storia. Fanno paura anche da morti i Resistenti!!!

Mentre il capitalismo si annunciava con i mercanti, noi Resistenti eravamo già dovunque e da tempo. Avevamo viaggiato sulle loro navi con le catene ai piedi e ai polsi. A cominciare la resistenza furono proprio gli schiavi neri deportati in Brasile che fondarono la loro repubblica a Quilombo e resistettero fino al 1697 contro i colonialisti portoghesi. Cento anni dopo, i nipoti di quegli schiavi, diventati creoli o rimasti neri come i loro antenati, si ribellarono a Bahia, la disinibita città degli incanti e del candomblé cantata dalle pagine di Jorge Amado. Ma eravamo anche più a Nord, eravamo nella selva e sulle Ande con la resistenza di Tupac Amaru. Gli spagnoli lo hanno squartato con i cavalli per smembrarne il corpo ma duecento anni dopo il suo nome ha fatto tremare i governanti corrotti di Lima e Montevideo chiamando alla lotta nella selva e nelle città.

Eravamo a cavalcare al fianco di Artigas nelle grandi pianure della Banda Oriental ed eravamo al fianco del creolo Simon Bolivàr tra selve e paludi per gridare a schiavi, creoli, indigeni e popoli che volevamo una sola nazione, “la Nuestra America”. E potevate vederci insieme a José, Antonio e Felipe, senza scarpe e senza saper leggere quando a Morelos Emiliano Zapata lesse il programma che scosse le montagne e mise i brividi ai latifondisti. Tante volte abbiamo resistito, accerchiati dai rurales e dai federales, tante volte li abbiamo umiliati trasformando le sconfitte in vittorie. E ci avete visto anche sessanta anni dopo. Eravamo di nuovo là, nel Guerrero, a Oaxaca, nei Loxichas a fare scudo a Lucio Gutierrez, vendicando con la coerenza tra parole e fatti gli studenti massacrati a Città del Messico o il lento genocidio di indios e campesinos. E venti anni più tardi eravamo tra quelli che dopo il massacro di Aguas Blancas giurarono di fargliela pagare agli assassini.

Eravamo in Bolivia con l’acqua fino alla cintura al guado del Yeso quando l’imboscata dei militari uccise sette di noi tra cui Tamara Burke “Tania”. Diciotto giorni dopo nel canalone di “El Yuro” veniva ferito e poi assassinato Ernesto Guevara detto “Il Che” insieme al Chino e a Willy. Quando due anni fa ci siamo rivoltati a Cochabamba contro la privatizzazione dell’acqua, avevano la sua immagine sulle nostre bandiere, la stessa immagine e le stesse bandiere che sventolano sulle terre occupate del Brasile dei Sem Terra, nelle zone liberate dalla FARC in Colombia tra i piqueteros in Argentina. I militari, gli jacuncos o quei perros degli “aucisti”, sentono un brivido lungo la schiena quando invece di indios e campesinos impauriti si trovano di fronte i Resistenti.

Ci avrete visto anche più a Nord, ma non ci avete riconosciuto. Eravamo sulle sponde del Rosebud ed avevamo il viso pitturato con i colori di guerra quando insieme al capo Gall abbiamo difeso i teepee degli Hunkpapa e dei Santee dai soldati in giacca blu del colonnello Reno. Li abbiamo battuti e messi in fuga nel giugno del 1876 permettendo così alle altre tribù di sconfiggere il generale Custer a Little Big Horn. Nelle riserve o nella cella di Leonard Peltier ancora si racconta della nostra resistenza.

Ed eravamo ben presenti tra i siderugici dello sciopero di Homestead quando furono messi in fuga gli agenti assoldati dall’agenzia Pinkerton e i padroni dell’acciaio scoprirono che gli immigrati, diventati operai, sapevano unirsi e tenere duro.

E quasi settanta anni dopo i poliziotti bianchi impallidirono quando i nostri fratelli neri opposero resistenza nel ghetto di Wyatt o misero a soqquadro il tribunale di Soledad e le celle di Attica e S. Quintino. George, Dramgo e Jonathan Jackson sono stati un incubo per l’America dei Wasp, bianchi, anglosassoni e protestanti, di conseguenza... razzisti. Mumia Abu Jamal é ancora vivo perché i Resistenti non mollano tanto facilmente, hanno la pelle dura e sanno guardare ben oltre le sbarre della loro cella.

Ma le pagine più belle della nostra storia di Resistenti le abbiamo scritte nel cuore dell’Europa messa a ferro e fuoco dal nazifascismo. Le abbiamo scritte tra le macerie della Fabbrica di Trattori a Stalingrado. “I nazisti, non potendo prenderci vivi volevano ridurci in cenere” ha scritto Aleksej Ockin il più giovane di noi. Insieme a lui ed a noi c’erano Stepan Kukhta e il vecchio Pivoravov veterano cinquantenne. Li abbiamo tenuti in scacco per mesi e mesi e alla fine li abbiamo battuti. La nostra resistenza diede coraggio a tutti gli altri e accese il fuoco che portò le nostre bandiere a sventolare fin sopra il tetto del Reichstag di Berlino. Eravamo invincibili, eravamo gli eredi di Kamo, che fece impazzire la polizia zarista e fornì quanto serviva alla rivoluzione dell’Ottobre. “Il mio insostituibile Kamo” diceva Ulianov preparando il primo assalto al cielo.

Ma eravamo anche a Varsavia, nascosti dopo aver esaurito le munizioni nelle fogne e nelle cantine del ghetto. Eravamo anche lì, insieme a Emmanuel Ringelbaum e a Mordechai Anielewicz che si suicidò per non arrendersi ai nazisti che stavano rastrellando il ghetto in rivolta. Resistenti per sopravvivere alla deportazione e ai campi di concentramento ma anche per riscattare la vergogna dei collaborazionisti dello Judenrat.

Ma eravamo anche nel cuore della Jugoslavia quando sulla Neretva abbiamo umiliato le armate dei nazisti, dei fascisti e degli ustascia croati mandate ad annientarci. Ivo Lola Ribar hanno dovuto ucciderlo e così Joakim Rakovac, ma i Resistenti jugoslavi dimostrarono ai nemici e agli amici che sapevano farcela da soli.

Per anni serbi, croati, sloveni, bosniaci hanno saputo combattere fianco a fianco, per anni abbiamo sfidato la storia tenendo insieme un paese che volevano lacerato. Eravamo pronti anche alla fine del secolo scorso a resistere contro i contingenti inviati dalla NATO ma i dirigenti scelsero altre strade, scelsero la strada che porta in occidente, la stessa che ha mandato in frantumi il nostro paese.

“Banditi” così ci chiamavano in Italia i nazisti e i fascisti ma la gente era con noi Resistenti. Erano con noi i ferrovieri e gli operai di Milano, Genova e Torino, erano con noi i popolani della periferia romana e i contadini emiliani o dell’Oltrepò pavese. C’è una canzone che narra di come ancora oggi i fascisti temano il fantasma del partigiano Dante Di Nanni che gira fischiettando per Milano. “Cammina frut” scriveva Amerigo che fu Resistente sul fronte difficile della frontiera con l’Est. E piano piano eravamo ovunque: Maquis in Francia, partigiani nella pianura belga e olandese o sulle montagne greche.

Tanti di noi si erano “fatti le ossa” nella guerra di Spagna, affrontando le armate franchiste, i legionari fascisti e i bombardamenti tedeschi. Con l’immagine delle rovine di Guernica negli occhi, abbiamo resistito oltre ogni limite, lasciati soli dalle democrazie europee che temevano il nazifascismo ma temevano ancora di più la rivoluzione popolare e l’onda lunga dell’ottobre sovietico. Quando finì la guerra non eravamo tutti convinti che fosse finita veramente. In Emilia-Romagna – come dice Vitaliano che fu partigiano e vietcong – non consentimmo ai fascisti di cavaresela a buon mercato e in Grecia resistemmo con le armi in pugno contro gli inglesi e gli americani che ci volevano, noi che avevamo combattuto contro i tedeschi e gli italiani, servi di un nuovo padrone. I Resistenti di Euskadi non considerano ancora chiusa la partita con gli eredi del franchismo in Spagna. Vi meravigliate ancora perchè in Italia, in Spagna e in Grecia ci sono ancora i movimenti di lotta più forti e decisi d’Europa?

Ma noi Resistenti ci siamo diffusi in tutto il mondo. Eravamo Umkomto We Sizwe, la Lancia della Nazione che i negri sudafricani hanno impugnato per decenni contro il regime razzista, siamo stati i Mau Mau e i fratelli di Lumumba, abbiamo saputo essere poeti come Amilcare Cabral, colpendo, subendo e vincendo il dominio coloniale degli inglesi, dei portoghesi e dei belgi. Ce l’hanno fatta pagare lasciandoci un continente devastato dalle epidemie, dalla fame, dai saccheggi delle nostre risorse, ma nelle terre dell’Africa siamo arrivati dopo, ci prenderemo tutto il tempo che ci serve e poi ci riprenderemo tutto ciò che é nostro, a cominciare dalla dignità.

E poi avete cominciati a vederci ovunque, noi Resistenti. L’arrivo della televisione ci ha mostrato come “barbudos” a Cuba, con la kefija dei feddayn in Palestina e in Libano, piccoli e veloci vietcong contro i giganteschi marines, il loro napalm e i loro B52 nelle giungle del Vietnam. L’immagine del piccolo Truong che scorta prigioniero un marines grande come una montagna ha tormentato i sonni degli uomini della Casa Bianca per decenni. I Resistenti non hanno mai molte cose a loro disposizione, ma per noi, come dice Truong Son “il poco diviene molto, la debolezza si trasforma in forza e un vantaggio si moltiplica per dieci”.
Per cancellare questa immagine sono quindici anni che gli americani scatenano guerre contro avversari immensamente più deboli e vincono guerre facili.
Ad Al Karameh, nel 1965, eravamo molti di meno e peggio armati dei soldati israeliani ma li abbiamo sconfitti perchè noi Resistenti siamo fortemente motivati e loro non lo erano. Non lo erano neanche gli eserciti arabi messi in piedi da governi indecisi e spesso corrotti che riuscirono perdere due guerre in sette anni.

A Beirut, ad esempio, nonostante le cannonate della corazzata americana New Jersey abbiamo resistito e abbiamo cacciato via prima gli israeliani e poi gli americani, i francesi e gli italiani e poi lo hanno fatto quelli di noi che erano a Mogadiscio. In Nicaragua eravamo giovanissimi e stavamo mangiando carne di scimmia quando abbattemmo un elicottero e prendemmo prigioniero il consigliere della CIA Hasenfus rivelando al mondo l’aggressione statunitense contro un piccolo e coraggioso paese.

E poi sono arrivate le nuove generazioni di Resistenti, come quelli che hanno cacciato dal Libano del sud gli israeliani o che hanno animato la prima e la seconda Intifada. Le loro pietre pesano come macigni sull’occupazione israeliana e sulla cattiva coscienza dell’occidente.

C’erano dei giovani e giovanissimi Resistenti nelle giornate di Napoli e di Genova, uno di essi, Carlo Giuliani, è caduto ma il suo volto da ragazzo si è moltiplicato su quelli di migliaia di ragazzi come lui, nuovi Resistenti che hanno bisogno di sapere, di conoscere, di mettere fine agli inganni e alle rimozioni che li circondano, che sfidano i potenti con la determinazione di Rachel Corrie.
Infine, ed è straordinario, sono sorti dei Resistenti anche in Iraq. Hanno sorpreso molti, soprattutto i loro nemici. Il vecchio Pietro ha riscattato in dieci righe la sua vita di tentennamenti scrivendo che la “Resistenza contro l’invasione è la prima condizione per la pace”. I Resistenti sono ormai dovunque, sono diffusi in questo mondo reso più piccolo dalla globalizzazione e più insicuro dall’imperialismo e dalla guerra. E’ arrivato il momento di unirli, di dargli una identità comune e condivisa, di riconoscerli e farli riconoscere a chi – da Bogotà a Manila, da Nablus a Salonicco, da Seattle a Durban – si è rimesso in marcia per rendere possibile un altro mondo.

Fin quando ha agito la legalità formale delle democrazie è stato possibile disobbedire, ma alla guerra e all’imperialismo occorre resistere. Improvvisare e disobbedire non basta più, oltre ai corpi serve la testa e una visione aggiornata della nostra storia.

Alla democrazia fondata sulle bombe noi opponiamo il regno della libertà.

All’idea di libertà fondata sull’homo economicus noi proponiamo all’umanità il passo avanti della liberazione.

Per noi, il poco sta diventando molto, la debolezza si sta trasformando in forza, un vantaggio si sta moltiplicando per dieci.

L’epoca delle Resistenze è cominciata.

Radio Città Aperta, marzo 2003

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lunedì 24 aprile 2017

Elezioni della decadenza

Marine Le Pen ritrova il ballottaggio da solita candidata perdente, sebbene incrementi il proprio risultato rispetto alle precedenti elezioni. Il Partito socialista scompare (definitivamente?) dalla scena politica francese, relegato ad un misero 6,3% e surclassato a sinistra persino da quel Jean-Luc Mélenchon scherzato per tutta la campagna elettorale dalla stampa mainstream. Ma questi dati rimangono sullo sfondo rispetto al senso di questa tornata elettorale transalpina, dove la continuità si conferma a scapito dei diversi “populismi”.

Prevale su tutti un candidato “di sistema” come Macron, ma se al suo 23% sommiamo il quasi 20% di Fillon, nonché il 6,3% di Hamon, ci ritroviamo un 50% di voti a salvaguardia del potere istituzionale francese. Niente sembra descrivere meglio la situazione francese della frase di Lenin: «La forza dell’abitudine di milioni e decine di milioni di uomini è la più terribile delle forze». In Francia, tutto sommato, il sistema tiene, come terrà saldamente in Germania, perché l’abitudine non è stata ancora intaccata dal peso della crisi. Nonostante la decadenza relativa, nessuna vera crisi sociale è presente nell’Europa che conta. E in assenza di tale crisi, nessun fenomeno elettorale intaccherà veramente il potere politico nei luoghi centrali della costruzione europeista. Lo Tsipras francese Mélenchon raggiunge il solito onorevole risultato nel turno inutile dove a prevalere è il voto “ideologico”. Fossero state vere elezioni, la forza elettorale concreta della sinistra avrebbe avuto uno spessore più ridotto. Fuori dal circo elettorale, nei paesi del centro europeista non rimane che la messa in scena radicale che non intacca di una virgola lo stato di cose presenti.

Non è in Francia, come non sarà in Germania, che si farà la storia delle classi subalterne. Sono paesi politicamente persi perché socialmente troppo stabili. Il discorso ovviamente non può fermarsi alla fotografia elettorale, ma questa ne svela comunque un sintomo: il sistema, nell’Europa che conta, regge. La Vandea elettorale lepenista, in questo senso, è doppiamente funzionale. Da una parte cementifica il consenso attorno alle opzioni “di sistema”, presentate come uniche “razionali”; dall’altra serve come valvola di sfogo frustrata per vasti settori proletari disincantati dalla “politica ufficiale” e piegati alle ragioni di una rabbia xenofoba che non trova voce se non nella lotta contro il povero. La sinistra scompare del tutto.

Questo il quadro politico nel centro capitalista: un sistema politico che tiene, nonostante tutto; un’opposizione reazionaria che acquisisce “importanza non determinante”; una sinistra di classe che non conta più nulla. Questi tre caratteri vengono fotografati nelle urne, ma rispecchiano i rapporti di forza presenti anche fuori. Fuori dalla fiction elettorale infatti sembra arduo scovare qualcosa di qualitativamente diverso dal risultato di ieri. Ovviamente questo discorso vale per quei paesi dove, tutto sommato, il modo di vita occidentale regge alla crisi. E’ per tale motivo che difficilmente possono servire a prevedere risultati in Italia, contesto molto più intaccato dall’impoverimento generalizzato e quindi molto più disponibile all’avventura politica, se così può definirsi la scelta populista (grillina o leghista poco importa in questo caso). Neanche il tempo di terminare la conta dei voti, e tutto il blocco politico del paese, da destra a sinistra, dichiarava il proprio appoggio a Macron.

E’ il sistema che serra le fila e si stringe attorno al proprio momentaneo salvatore. Fuori dall’union sacrée neoliberale, c’è la reazione nazionalista. Questa la realtà dalla quale provare ad uscire.

Non sarà facile.

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Alitalia. I lavoratori bocciano l’accordo-capestro. Gentiloni convoca d’urgenza il Consiglio dei Ministri

I lavoratori Alitalia degli aeroporti milanesi hanno già bocciato l'accordo-capestro. Si attendono i risultati da Fiumicino. Secondo i dati forniti, l'affluenza nel referendum è stata molto alta, oltre il 95% delle lavoratrici e dei lavoratori è andato a votare. Dallo spoglio, secondo quanto si apprende da fonti sindacali, a Milano nel seggio di Linate i risultati dei voti scrutinati sono di 698 "no" e 153 "sì", con tre schede nulle e quattro bianche. A Malpensa, invece, i "no" sono stati 278 contro 39 "sì". Le schede bianche sono due mentre altre due sono state annullate. Si attendono i dati da Fiumicino, dove operano la maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori Alitalia, ma se il buongiorno si vede dal mattino, sembra proprio che i lavoratori abbiano bocciato il piano industriale-capestro orchestrato dalla proprietà, governo e Cgil Cisl Uil. Un atto di coraggio e dignità che rilancia la contraddizione tutta tra i piedi dei suoi responsabili.

Il Consiglio di Ministri deve aver fiutato la mala parata e vede profilarsi con nettezza che adesso non potrà più deresponsabilizzarsi sul futuro di Alitalia delegando le sorti della compagnia di bandiera ad un gruppo di incapaci e avidi “prenditori” e il lavoro sporco a Cgil Cisl Uil. Gentiloni si è affrettato a convocare d’urgenza il Consiglio dei Ministri proprio sulla vicenda Alitalia dopo che in pochi giorni due ministri (Calenda e Delrio) e lo stesso Gentiloni hanno fatto le barricate – una sorta di excusatio non petita – contro l’ipotesi della nazionalizzazione avanzata finora dal sindacato di base Usb come unica soluzione praticabile.“L'unica organizzazione sindacale entrata al Ministero dello Sviluppo Economico e uscita senza firmare la pre-intesa è stata USB, perché noi il mandato l’abbiamo discusso PRIMA con i lavoratori, attraverso 7 assemblee e 4 scioperi, e non DOPO. Questa dalle nostre parti si chiama assunzione di responsabilità” scrive l’Usb in una nota diffusa alla vigilia dei risultati del referendum.

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