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lunedì 29 maggio 2017

Trump e l’eterna palude afghana

Un tentativo di sblocco della situazione, seppure tutto ipotetico e denso d’incognite, coinvolge la politica estera statunitense e riguarderebbe un intervento presso l’insidioso alleato pakistano. Nell’area in questione Islamabad gioca una partita simile a quella destabilizzante compiuta dalla monarchia di Ryiad, offrendo un supporto nient’affatto occulto al jihadismo locale. In realtà qualche differenza fra i due comportamenti esiste. Finora i sauditi non hanno mostrato azioni repressive verso i miliziani dell’Isis (ad accezione della coalizione di facciata lanciata tempo addietro), mentre l’esercito pakistano in certe fasi lancia retate e pesanti azioni di controguerriglia verso quei combattenti autori di attentati contro militari e civili (si ricordano casi della scuola di Peshawar e del parco giochi di Lahore). Trump dovrebbe chiedere al premier Sharif di cessare il doppiogioco oltre confine, ma i pakistani sono assieme agli iraniani interessati all’indebolimento di qualsivoglia conduzione autodeterminata di Kabul sul fronte politico, economico, militare, ideologico.

Si tratta di strade già percorse negli anni Ottanta, all’epoca del generale Zia-ul-Haq, accettato dagli Usa con tutta la carica di islamizzazione nazionale che si portò dietro. Oltre alle enormi concessioni di Casa Bianca e Pentagono, che hanno riempito di aiuti economici e testate nucleari una nazione fra le più prolifiche al mondo (il Pakistan conta attualmente 200 milioni di abitanti, con un incremento vertiginoso negli ultimi 25 anni, visto che nel 1947, alla nascita della nazione, la popolazione ammontava a 32 milioni), la politica statunitense non si è preoccupata affatto delle trame di Islamabad, invogliando e istruendo gli agenti della locale Intelligence (Isi) tramite mezzi e uomini della Cia. Del resto vari analisti sostengono che uscire da un simile tracciato, che oggettivamente si è complicato nel tempo, diventa assai rischioso per gli equilibri geopolitici: tagliare supporti agli organismi locali della forza potrebbe far precipitare situazioni già precarie. E la posizione finora mantenuta Oltreoceano è quella di puntellare tale precarietà. I governanti di Kabul, tenuti totalmente in vita dagli Usa, devono accettare questa linea.

Non a caso, i passi compiuti con l’accantonamento di Karzai e la scelta del più malleabile Ghani (uomo allevato presso la Banca Mondiale) ha prodotto finora la quadratura d’un cerchio che, certo, necessita di continue risistemazioni. Uno dei fattori che ha incrinato il disegno della strategia dell’uscita è l’inaffidabilità delle strutture militari. Nell’Afghan National Security Forces i comandi e gli ufficiali si comportano come i signori della guerra sul piano corruttivo e di affarismo personale, senza mostrare però audacia ed efficienza militare. I disgraziati che vestono la divisa provengono dai ceti più derelitti: sono coloro che non riescono neppure a raggranellare piccole somme per tentare l’avventura migratoria verso l’ignoto. E taciamo della possibilità d’infiltrazione che maglie così lasse hanno prodotto in questi anni. L’esercito afghano è il flop maggiore che la linea di ‘messa in sicurezza del territorio occupato’ ha prodotto negli ultimi cinque anni.

L’abbiamo evidenziato: l’ingordigia dei signori della guerra produce da molto tempo comportamenti corruttivi e finanche capi talebani mostrano tendenze a lucrare sul caos (i proventi del commercio di oppio ed eroina continuano a risultare vantaggiosissimi), però il morale fra le milizie talib è superiore ad altri contendenti e questo li rende vivi e competitivi. Non al punto di riprendere il potere, ma di essere attori finora non cancellabili. Allora la mossa di Trump su questo scacchiere strategico può prevedere: l’opzione del riarmo anche consistente; quella di tenere le stesse truppe; infine addirittura diminuirle. Nicholson propende per la prima, già attuata anni addietro e pure fallita. Come fallì il successivo negoziato avviato nel 2009. Com’è facile costatare, sotto il sole afghano non c’è nulla di nuovo. Si guarda una situazione finita in un punto morto, si vorrebbe rompere lo stallo, ma l’unica prospettiva presa in esame è quella del disturbo dell’altro contendente per impedirgli di vincere. Così il conflitto, lungo 38 anni con fasi aperte o latenti, ma sempre corrosive per vite umane e futuro, resta la cappa che soffoca l’aria afghana.

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Germania-Usa, una rottura storica

Difficile essere più chiari di così: «I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo l’ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani».

Angela Merkel ha scelto un normale comizio elettorale, a Monaco di Baviera, per esplicitare la rottura dell’asse strategico che ha regolato, nel bene e nel male, la vita dei popoli europei nel secondo dopoguerra: la relazione speciale, subordinata ma economicamente vantaggiosa, con gli Stati Uniti.

Solo due giorni fa, al termine del G7, la cancelliera che corre per ottenere il quarto mandato consecutivo, si era limitata a definire “molto difficile, per non dire molto insoddisfacente” la discussione avuta con Trump. In due giorni non si cambia il giudizio politico su questioni così rilevanti; dunque il G7 è servito, agli occhi della Germania, a verificare con mano l’impossibilità di mediare gli interessi del capitale multinazionale con base sul Vecchio Continente con quelli a matrice statunitense.

L’arrivo di Trump alla Casa Bianca – al di là della stramberia complessiva del personaggio – aveva chiarito che una parte fondamentale del capitale statunitense, quella che guadagna (poco) con main street, con l’economia mercantile, non può più andare avanti con il modello fissato nel lontano agosto 1971. Ossia con l’America “mantice” dello sviluppo capitalistico globale grazie a una moneta usata disinvoltamente come mezzo di scambio interno, unità di misura delle materie prime e moneta di riserva internazionale (tesaurizzabile); nonché, a volte anche soprattutto, grazie a un dispositivo militar-industriale in grado di proteggere gli interessi nazionali in ogni angolo del pianeta.

Quel modello è diventato insostenibile perché ha favorito l’importazione di quasi tutto quel che gli yankee consumano, in cambio di carta moneta sostenuta con i missili. Sembrava l’uovo di Colombo, ma alla fine ha desertificato il panorama industriale interno (per salvare Chrysler hanno dovuto chiamare la Fiat...), creato un esercito di disoccupati che sfiora i 100 milioni di persone (su 318 milioni di abitanti, bambini e nonni compresi), distrutto il patto sociale alla base del “sogno americano”.

Quel tipo di capitale ha scelto Trump in opposizione con l’establishment repubblican-democratico fondato sulle prestazioni di Wall Street, cominciando da subito a smussarne le punte più impresentabili e riempiendo il governo di generali e banchieri. Ma una scelta di rottura, a Washington, è stata comunque fatta. America first può voler dire molte cose diverse, come scelte politiche immediate, ma almeno una è certa: gli Stati Uniti dei prossimi anni saranno assai meno “concertativi” sul piano globale e assai più concentrati sui propri interessi nazionali, in qualsiasi teatro del pianeta.

Angela Merkel – il blocco sociale che la sostiene da sempre – ha tirato le somme e indicato l’unica via percorribile per gli interessi che esprime: l’Unione Europea deve velocemente diventare un polo competitivo con tutti gli altri (Usa, Russia, Cina) e su tutti i piani, stabilendo alleanze a geometrie variabili quando serve.

Circolano in Germania varie indiscrezioni, riprese ad esempio in questi giorni dalla Frankfurter Allgemeine am Sonntag, circa un “piano segreto” che verrà sottoposto ai principali partner europei subito dopo le elezioni di settembre. Ma le linee generali si conoscono da tempo: un governo economico centrale dell’eurozona, con la nomina di un ministro-commissario con pieni poteri (al contrario di quel che avviene con il preteso “ministro degli esteri”, l’inconsistente Lady Pesc, al secolo Federica Mogherini), la possibilità di emettere titoli di debito comune sottoposti a vincoli fortissimi (non una mutualizzazione del debito dell’eurozona, ma un controllo centrale della gestione dei debiti nazionali), e soprattutto la costruzione di un esercito continentale, per cui già ora diversi paesi europei hanno iniziato ad aumentare la spesa dedicata. Persino l’Italietta dei tagli alla spesa sociale, nel 2016, si è distinta per un aumento del 10,63% rispetto all’anno precedente, attestandosi così all’1,11% del Pil quando nel 2015 la spesa era stata pari al’1,01%.

Ma su questo piano l’Italia è ovviamente un vasetto di coccio. Ben più devastanti sono le scelte che va compiendo Berlino, in completa autonomia e senza consultare nessun partner. La Brexit e il rafforzamento del legame indissolubile tra Regno Unito e Usa per un verso priva il costruendo esercito europeo di robusti artigli nucleari (solo la Francia ne dispone, ma in misura minore), per l’altro toglie ogni remora allo sfrenato desiderio della Germania di dotarsi “finalmente” dell’arma atomica e riprendersi così un posto di prima fila tra le potenze nucleari. Supportata insomma da uno stuolo di paesi ormai vincolati alle filiere produttive renane, sottoposti ai vincoli stabiliti da trattati riformabili solo dall’alto, svincolata da ogni parere non gradito.

Benvenuti nell’Unione Europea 2.0!

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Si scaldano i motori per la costruzione del quarto reich.

Visioni Militant(i): Scappa – Get Out, di Jordan Peele

Qualcuno avrà avuto la sventura di vedere l’ormai datatissimo Indovina chi viene a cena, sovrabbondante pellicola retorica sul razzismo profondo nella società progressista americana (nonostante la grande interpretazione di Sidney Poitier, e nonostante i tempi che in qualche modo potevano giustificare l’operazione). Questo Scappa – Get Out si presenta, a prima vista, come curioso remake di un film di cui, tutto sommato, nessuno sentiva più la mancanza. Ma l’apparenza svanisce (quasi) subito: l’intuizione attorno a cui ruotava il film di Kramer viene stravolta dando vita ad un racconto completamente “altro” rispetto alla scontatissima intemerata antirazzista del film del ’67. La trama si avvia in maniera speculare: Chris Washington (il protagonista) va a conoscere i genitori della sua ragazza (Rose). Il problema è che lui è nero e lei è bianca, e la ragazza non ha avvertito i genitori della “diversità”. Ai dubbi di lui fa da contraltare la sicurezza di lei, convinta dei propositi progressisti e antirazzisti dei propri genitori. L’intuizione, tanto di Kramer quanto di Peele, è che certi propositi antirazzisti della società democratica americana valgono fino a quando “i neri” sono “l’altrove”. Quando, come in questo caso, il nero entra dentro la vita familiare del bianco, l’antirazzismo ideale si scontra con la difficoltà, psicologica e materiale, di accettare veramente, e su di un piano di effettiva parità, “il diverso”. Qui finiscono le similitudini e prende vita un film completamente sui generis non solo rispetto all’originale di Kramer, ma addirittura rispetto al panorama medio del cinema “di denuncia” statunitense. Sulla vicenda principale si innesta un clima di ambivalente tensione e attesa in apparenza non giustificato dal racconto dei fatti. La storia, tutto sommato giocata sul registro grottesco, viene alterata da un’ambigua cappa di mistero irrisolto. Niente sembra essere come è veramente, ma i motivi di questa ansia rimangono sullo sfondo e, per lo spettatore, inspiegabili. Nella famiglia, tutta rigorosamente bianca, non mancano i domestici, altrettanto rigorosamente neri, e presentati in una condizione neo-servile in parte mai del tutto dileguata nella società americana, in parte di ritorno in questo XXI secolo. Ma questa neo-servitù, oltre che rimarcare le distanze razziali, appare anche diversa mentalmente dai normali comportamenti dei bianchi, anche se questa diversità non è esplicitamente descritta. Per di più, il soggiorno dei fidanzati avviene durante un ricevimento che i genitori di Rose danno per i loro amici e parenti più stretti. Tutti si dimostrano comprensivi e perfettamente a loro agio con la presenza di Chris, ma allo stesso tempo tutti i discorsi finiscono per affrontare o lambire il colore della sua pelle. La situazione generale di disagio cresce sia nel protagonista, sia nello spettatore, visto che il doppio registro alterna momenti comici, altri drammatici, altri ancora sfruttando un canovaccio thriller a prima vista straniante per come la storia si svolge effettivamente. La seconda parte del film chiarirà l’intreccio, sfociando in una sorta di thriller-horror che deve molto ai film di Romero (ispirazione rivendicata dal regista stesso, d’altronde). Ma il film non è un horror: scordatevi morti viventi e creature dell’oltretomba, tutto rimane ancorato alla realtà, sebbene nel finale la sceneggiatura sembra prendere un po’ troppo forzatamente la via dell’inspiegabile.

Il tentativo del regista è talmente ardito da risultare temerario: innestare in una commedia di denuncia (il plot principale), alternanze drammatiche non preventivate, sommate a una torsione thriller e addirittura para-horror nel finale. Eppure, piacevole sorpresa, il film regge alla sperimentazione. Per quasi tutta la durata del film si viene letteralmente catapultati nella dimensione reale del razzismo democratico. Non è certo il razzismo esplicito della xenofobia rivendicata dell’alt right il problema oggi negli Usa: questi bianchi ferventemente “obamiani” tollerano il nero ma, allo stesso tempo, tutto il loro atteggiamento recondito volge a disinnescare qualsiasi piano di parità concreta. Il nero è tollerato finché reitera il proprio ruolo sociale, vero o presunto che sia. Quando questo ruolo viene capovolto, l’antirazzismo democratico si trasforma in sospetto e, all’occorrenza, in esplicito rifiuto, sempre certo condito da nobili motivazioni, mai “volgare” o “gretto”. La nostra ansia è l’ansia del nero costantemente esaminato da occhi, discorsi, comportamenti indiscreti. Il finale del film s’incaricherà di sbrogliare la matassa in cui lo spettatore è rimasto avviluppato. L’esplicitazione delle differenti ambiguità non potrà non inceppare l’equilibrato ingranaggio che reggeva la costruzione emotiva del film. Nonostante ciò, la pellicola nel suo complesso resiste allo scadimento fumettistico o splatter che s’intravede nel finale, fermandosi un attimo prima della rovina, e chiarendo alcuni dati di fondo: il razzismo nella società americana non è quello (comunque problematico da quelle parti) della rivendicata xenofobia suprematista, ma quello latente nei rapporti di potere; a differenza che nel film di Kramer, qui non c’è “lieto fine”: il razzismo non si converte nel trionfo dei buoni propositi, anzi, le peggiori perversioni trovano terreno fecondo proprio nell’antirazzismo borghese “illuminato”; oltretutto – anche qui notevole differenza col film di Kramer ma anche, a pensarci bene, rispetto a molti film di Spike Lee – il razzismo non accomuna bianchi e neri (il razzismo dei neri verso i bianchi, se pure esiste, è d’altro tipo, e non spiega nulla delle contraddizioni reali della società americana).

Proprio perché l’ansia dei “non-bianchi” è il costante rumore di fondo delle loro vite, l’esplicitazione finale scardina questa ambivalenza e scivola nel plateale, perdendo di forza. Ma, come detto, i pregi superano i difetti, lasciando non solo una denuncia originale della questione razziale negli Stati Uniti, ma sperimentando una sorta di crossover stilistico rischioso ma convincente.

Investire ed esportare. L’Italia dei “Centri” scopre il mercato del Niger

L’Italia del ‘G7’ è la stessa dei Cie. Da Taormina al Niger passando dalla Libia per terminare, per ora, nel Chad di Idriss Deby, dittatore di lungo corso. Nell’interrato del suo palazzo presidenziale si torturano nemici e opponenti.

Arriviamo nel settore col nostro bagaglio di esperienze. L’Europa è quella dei campi e dei centri di detenzione, di cui il nostro Paese riproduce a suo modo metodi e finalità. Nell’Africa del Sud i campi sono stati creati per prova fin dall’inizio del secolo scorso. Nel Sudafrica con gli inglesi e in Namibia coi tedeschi. Il nome di lager sarebbe poi diventato comune, riprodotto e sviluppato in coerenza coi principi del nazismo e del fascismo. Campi che si mutano in centri che si travestono in prigioni. Lo scopo dei quali non è altro che la commercializzazione del noto principio di soppressione dei poveri nel tentativo di cambiare la storia. Finalmente, col recente accordo di Roma, i centri di identificazione, eliminazione giuridica e deportazione, sono ormai parte integrante delle esportazioni italiane in Africa.

E dire che ora siamo tra i principali investitori europei in Africa. Addirittura i primi nel 2016, a credere nell’ultimo rapporto della società internazionale di servizi Ernst&Young sull’attrattività delle economie africane. Attraggono infatti i centri di detenzione sparsi nel Nord Africa, in Libia e prossimamente sugli schermi del Niger e del Chad. Il valore degli investimenti citati è, a livello mondiale, dietro soltanto a Cina, Emirati Arabi Uniti e Marocco.

L’Europa perde il pelo ma non il vizio. La colonizzazione si adatta ai tempi, si delocalizza ma sempre dalla stessa parte. Investe dove meglio crede e nel frattempo conCENTRA le sue esportazioni nelle aree più redditizie alle politiche di esclusione mirata degli intrusi del futuro. Che il rappresentante dell’Alto Commissariato per i Rifugiati abbia denunciato le condizioni disumane nei centri libici non è che una conferma. L’eliminazione silenziosa degli eccedenti umani è fattibile solo se mantenuta a debita distanza. Nulla di nuovo, già con Gheddafi nel 2004, si vendevano a caro prezzo migranti e rifugiati.

Non ci basta aver circondato l’Europa di griglie e di fili spinati. Non è parso sufficiente aver imbastito reticolati di campi di identificazione, attesa provvisoria indefinita, prigioni d’altri tempi e ‘hot spot’. Il passo successivo, da tempo iniziato, non poteva che essere la globalizzazione del controllo. L’esternalizzazione dei campi, pardon, CENTRI di raccolta, sistemazione, promozione ed eliminazione con rinvio al mittente. Ciò compone il quadro della politica migratoria europea e italica in particolare. Una vecchia storia davvero. L’esotica Africa inventata, colonizzata, sfruttata, marginalizzata e infine arredata da luoghi di conCENTRAmento, prossima meta di visite guidate per turisti in vena di emozioni umanitarie.

Già Tony Blair nel 2003 aveva lanciato l’idea dei campi esterni all’Europa. Si trattava senz’altro della famosa “terza via” di cui si era fatto il consapevole portavoce. Col tempo le strategie di contenimento hanno portato i loro frutti ideologici. Lo stesso Romano Prodi, a nome dell’Europa, parlava di migranti “scelti, controllati e collocati”.

Va bene l’Africa degli affari e degli investimenti, ma scomoda l’Africa che si muove libera. L’Africa invitata al G7 e l’Africa che si lascia comprare. Quest’Africa non è diversa da noi. Popolo che ha svenduto la Costituzione, la politica, il bene comune e la democrazia ai banchieri e faccendieri di interessi privati. Siamo nella gabbia degli armamenti, delle basi militari americane e del servizio militare in-volontario. Figli delle privatizzazioni che toccano il più sacro della vita, i nascituri e i nati diventati grandi e poi abbandonati come vuoto a perdere.

Siamo conseguenti con lo smarrimento graduale e diffuso delle più comuni forme di umana convivialità. Esportiamo ‘campi’ che conCENTRAno la più avvilente maniera di interagire con la diversità e mutilano ‘il viaggio della speranza’ che pure a suo tempo abbiano noi stessi intrapreso. Loro siamo noi, perché corresponsabili dei misfatti che hanno distrutto la Libia, l’Iraq, l’Afganistan e la Siria. Rei mai confessi della vendita di armi che uccidono e creano profughi. Complici coscienti di accordi economici che strozzano le economie locali. Noi siamo loro, quando un giorno busseremo alla loro porta.

Niamey, maggio 017

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Di Tav si muore. La camorra uccide un manager a Napoli

Da giorni nell’area napoletana è in corso una nuova mattanza criminale. Omicidi e ferimenti si susseguono in ogni punto del territorio dell’area metropolitana con una sequenza rapsodica che ricorda i famigerati anni ’80, caratterizzati dalle grandi guerre di camorra.

Se si scorre la cronaca, però, colpisce che tra i morti di questi ultimi giorni ci sia un colletto bianco, un vero manager del sistema: Salvatore Caputo, 72 anni, ucciso in un agguato ad Afragola.

L’uomo, mai indagato seriamente – godeva anzi di una sentenza di assoluzione – era un imprenditore molto noto, con legami e relazioni ad ampio raggio. Si pregiava di acclarate aperture di credito in campo finanziario e bancario ed aveva interessi nell’edilizia e nell’agricoltura. Negli anni ’80/’90 aveva avuto un trascorso nella politica come assessore nell’allora Psdi (prima che questa formazione politica finisse travolta da Tangentopoli e dai processi politici che configurarono la fine della cosiddetta Prima Repubblica), poi formalmente più nulla sul versante della “politica”.

L’eco della sua esecuzione mortale è stato forte nella zona di Afragola/Cardito/Acerra dove permangono, tutt’ora, le radici e i centri di comando di alcuni clan storici della Camorra, ma è, comunque, riverberato nelle cronache giudiziarie dell’intera regione. Del resto, a parere della Direzione Distrettuale Antimafia alcuni pentiti indicavano in Caputo uno dei “sei senatori” che compongono la cupola che dirige il potente clan Moccia; un clan mai seriamente intaccato dalle inchieste penali e mai privato della sua notevole disponibilità di denaro che lo contraddistingue dalle altre “paranze”.

Abbiamo citato questo episodio, per i lettori Contropiano, perché – da quello che sta emergendo dalle prime indagini e da come la “vox populi” racconta – Salvatore Caputo era il terminale, il vero punto di connessione, di un collaudato intreccio di interessi affaristici, speculativi e criminali che ruotano attorno alla TAV e alla nuova stazione della linea dell’Alta Velocità, “La porta del Sud”, che il prossimo 6 giugno sarà inaugurata, nel territorio di Afragola, alla presenza di Paolo Gentiloni, dei vertici di Trenitalia e dei manager delle principali aziende che curano questo tipo di interventi legati al comparto delle “grandi opere”.

“La porta del Sud” è un opera faraonica, progettata dalla archistar iraniana Zaha Hadid, costata centinaia di milioni di Euro, spesso interrotta nella sua realizzazione per irregolarità varie, ma praticamente, almeno per il momento, poco funzionale per l’attuale stadio di funzionamento delle infrastrutture e dell’intermodalità ferroviaria attorno Napoli e dell’intero meridione d’Italia.

Tornando all’omicidio di Salvatore Caputo sembra che quest’ultimo, in vista dell’imminente apertura della nuova stazione ferroviaria, da alcuni mesi si stesse prodigando per l’assegnazione dei numerosi locali collocati nelle faraoniche gallerie commerciali de “La porta del Sud” e nei diversi comparti di contorno di quest’opera (gestione parcheggi, licenze taxi, opere viarie di collegamento e di interconnessione con la rete stradale, assegnazione della pubblicità). Una complessa azione di lottizzazione, compensazione ed equilibrio tra interessi dei clan della zona, tra gli appetiti dei settori della cosiddetta imprenditoria legale e dei centri politici variamente posizionati. Un lavorio che, evidentemente, non ha trovato una “sintesi” accettabile per alcuni dei vari soggetti impegnati, determinando infine la reazione violenta che lo ha condannato a morte.

Ancora una volta, quindi, attorno al mondo delle grandi opere – e della Tav in particolare – si squaderna il verminaio della speculazione, della grassazione e la pratica delle illegalità più pervasive e che si radicano subito negli habitat sociali circostanti. Questo paradigma è il filo conduttore che si riscontra in tanti casi specifici – oggi attorno a questa mega opera della Tav nel napoletano – ma che risulta chiaramente percepibile in ogni significativa iniziativa infrastrutturale di questa fase.

Il carattere criminale e criminogeno del capitale in questo paese, e dei suoi parossistici meccanismi di accumulazione e di valorizzazione, sono il segno maturo di un degrado delle attuali forme dello sviluppo delle forze produttive che non disdegnano – non l’hanno mai fatto – di coniugare sapientemente modalità dello sfruttamento, uso della politica borghese, implementazione degli affari e compenetrazione ed integrazione nelle pratiche camorristiche e mafiose. E non è un caso che questo stadio di integrazione tra dispositivi “legali” ed “illegali” delle forme della governance economica e produttiva avvenga non più solo a ridosso dei comparti marginali del mercato (droga e similari), ma direttamente nei punti alti degli investimenti pubblici, nella circolazione di capitali e delle merci e nelle loro sofisticate forme della riproduzione.

Il sangue e gli affari criminali di cui sono intrise le grandi opere – ad Afragola come altrove – sono il rovescio della medaglia di una gigantesca narrazione tossica, alimentata dai media della comunicazione deviante del capitale, che presenta queste realizzazioni come “indispensabili e moderne”.

Non a caso il governo Renzi, nell’ambito delle sue controriforme, aveva varato il decreto “Sblocca Italia” che ha consentito di velocizzare gli iter realizzativi di decine di interventi che stanno manomettendo l’ambiente, devastando il territorio, arricchendo – nel contempo – il sistema delle imprese e la criminalità. Una offensiva antidemocratica che sta calpestando, per davvero, ciò che residua degli strumenti di controllo delle “autonomie locali”.

L’opposizione alla corrente filosofia delle grandi opere, la lotta al blocco sociale del cemento e la difesa intransigente dei territori, si dimostrano sempre più necessari e indispensabili per difendere la nostra vita, le nostre terre e la qualità della democrazia; con buona pace di quei servi che – in nome di una funambolica “modernizzazione” a chiacchiere – sono complici con l’affarismo e con la criminalità “legale” ed “illegale”.

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Libia - Bombardamenti egiziani dopo l'attacco ai copti

Questa mattina le autorità egiziane hanno annunciato il nuovo bilancio delle vittime a El-Minya: sono 29 i morti nell’attacco contro tre autobus che trasportavano cristiani copti verso il santuario di San Samuele. Tredici i feriti in ospedale. Secondo quanto raccontato dai sopravvissuti il commando armato ha affiancato i bus e aperto subito il fuoco contro quello che aveva a bordo dei bambini. Hanno poi ucciso gli uomini e rubato i gioielli alle donne, dopo averle colpite alle gambe.
 
E ora è caccia all’uomo: l’esercito ha eretto decine di checkpoint militari e sta pattugliando il deserto alla ricerca dei responsabili. E mentre arrivavano condoglianze da tutto il mondo e il grande imam di al-Azhar cancellava le celebrazioni in occasione dell’inizio del mese sacro musulmano del Ramadan, ieri è arrivata la reazione del Cairo: jet da guerra egiziani hanno compiuto sei bombardamenti contro campi di addestramento di miliziani islamisti vicino Derna, in Libia. A darne l’annuncio è stato lo stesso presidente al-Sisi, in un messaggio tv.

Tra i target colpiti ci sarebbe anche il quartier generale del Consiglio dei mujahedin di Derna, fazione islamista vicina ad al Qaeda e rivale del governo ribelle di Tobruk. A riportare le prime reazioni in Libia è stata al-Jazeera con l’inviato Mahmoud Abdelwahed: a Derna i civili sono furiosi perché i sei raid avrebbero colpito aree densamente popolate all’interno della città, danneggiando case e fattorie.

Già in passato l’aviazione egiziana aveva compiuto incursioni in Libia – nel febbraio 2015 e nel marzo 2016 – contro postazioni islamiste e i raid di ieri alzano di nuovo il livello di coinvolgimento del Cairo nel paese vicino. In prima linea nel negoziato tra il generale Haftar, capo dell’esercito di Tobruk, e il premier al-Sarrah, primo ministro del governo di unità di Tripoli, l’Egitto ha unito la sua influenza a quella della Russia e degli Emirati arabi a favore del primo nell’obiettivo di farlo entrare nel governo creato dalle Nazioni Unite.

Un ruolo a cui si aggiunge la campagna anti-islamista con cui l’Egitto si è accreditato agli occhi del mondo, facendosi paladino della lotta al terrorismo. Una campagna che è stata spesso usata su obiettivi diversi: dopo il brutale attacco contro due chiese copte il giorno della Domenica delle Palme, Il Cairo ha esteso lo stato di emergenza a tutto il paese – non più solo alla Penisola del Sinai – aumentando la presenza di esercito e polizia nelle grandi città e dandogli nuovi poteri. Le opposizioni giudicano la misura un modo per incrementare la repressione nei confronti delle voci critiche più che uno strumento efficace contro il terrorismo.

A pagarne le spese, tra gli altri, è proprio la minoranza copta che sta subendo un processo di trasferimento forzato dalle proprie comunità: la paura di attacchi, le minacce islamiste e le uccisioni hanno spinto molte famiglie a rifugiarsi nelle città egiziane per mancanza di sicurezza nei propri villaggi. Così, da sostenitori di al-Sisi, che videro all’epoca come un baluardo anti-islamista, oggi i copti sono sempre più critici verso un’autorità che non li sa proteggere.

La libertà secondo Minniti. Testimonianza di un “espulso”

Ora che sono un po’ più tranquillo volevo scrivere due parole su quello che mi è successo ieri.

Venerdì sera sono partito in treno per tentare di raggiungere Taormina. Da anni sapevo che ieri si sarebbe tenuta la manifestazione in contestazione al summit dei leaders del G7, avendo appreso la notizia da Facebook ormai anni fa.

Mi sono attrezzato e venerdì sera sono salito su un treno a Milano per raggiungere Messina prima e, successivamente, Taormina.

Sono arrivato alla stazione di Villa San Giovanni per le ore 6.00 circa, di sabato mattina. In attesa che imbarcassero il mio intercity sul traghetto che doveva farmi attraversare lo stretto di Messina, scendo per prendere una boccata d’aria e fumarmi una sigaretta. Mi si avvicinano due agenti della PolFer che stavano perquisendo il treno e così, anche in tono cordiale, mi domandano dove fossi diretto. Tento di rimanere sul vago, ma chiarisco che stavo cercando di raggiungere Taormina per produrre un articolo sulla manifestazione prevista per quel pomeriggio da pubblicarsi sul giornalino studentesco ilTurpiloquio.

Mi chiedono allora i documenti e cominciano a controllare la mia vita su un palmare in loro dotazione. Mi chiedono se avessi mai avuto “guai con la legge” e io, con la massima sincerità, rispondo che a 16 anni ero stato segnalato alla Questura di Como per manifestazione non autorizzata.

Dovevo capire che non tirava una buona aria quando, “accompagnandomi” in centrale alla PolFer, la prima domanda che mi viene rivolta è: “Senta, lei deve fare ‘sto articolo, ma qual è la sua posizione politica su questo summit?”.

Arrivato in centrale mi perquisiscono il bagaglio, mi fanno togliere le scarpe e i pantaloni e intuisco subito il loro intento: continuano a domandarmi, anche insistentemente, se per caso avessi con me degli stupefacenti, dei coltellini o se per caso avessi mai avuto precedenti per possesso di droghe, cercano un pretesto per non farmi proseguire. Mi controllano perfino le due SD che avevo con la macchina fotografica e la penna USB di Star Wars che avevo con me, in cerca, a dir loro di “materiale sospetto”.

Finita la perquisizione mi fanno spegnere il cellulare, facendomelo depositare su un tavolo, dicendomi che fino al mio rilascio non avrei potuto comunicare con l’esterno, nemmeno con i miei genitori, nemmeno con i compagni che mi aspettavano a Messina per tranquillizzarli.

Dopo un paio d’ore mi informano che, prima di rilasciarmi, devono fare ancora un paio di controlli e che, per tanto, dovevo seguirli in questura a Reggio Calabria. Non faccio storie e li seguo, mi fanno salire in macchina e mi portano in questura, negli uffici dell’anticrimine.

Senza troppi complimenti un agente della DIGOS mi comunica che, “visti i miei precedenti”, mi avrebbero notificato un Foglio di Via Obbligatorio con un ingiunzione a presentarmi entro le 10 di questa mattina in questura a Como per farmi identificare.

Allora, è importante sottolineare che il verbale mi definisce come una “persona pericolosa per l’ordine pubblico”, ma i presunti “precedenti specifici” altro non sono se non due denunce a mio carico per manifestazione non autorizzata di quando avevo sedici anni, per le quali non solo sono stato pienamente assolto anni fa, ma addirittura assolto perché “il fatto è irrilevante”.

Esistono quindi ben due documenti pubblici che certificano che io non rappresenti un problema di nessun tipo per l’ordine pubblico. A fronte di ciò, e di un verbale di perquisizione che certificava che tutte le perquisizioni avevano dato esito negativo (per tutto, stupefacenti, armi contundenti, esplosivi), mi informano che è necessario per evidenti problemi di ordine pubblico che io sia allontanato immediatamente da Villa San Giovanni, nel tentativo, non dichiarato ovviamente, di impedirmi di partecipare alla manifestazione prevista per quello stesso pomeriggio. Il tutto con la proverbiale cordialità dei pubblici agenti, che mi trattano a metà fra il paternalismo e il continuo sbruffoneggiante scherno.

Nel complesso il fermo è durato 5 ore, durante le quali non ho potuto mangiare né comunicare con l’esterno. Mentre mi “riaccompagnavano” in stazione a Villa San Giovanni capisco anche che, assieme al mio, solo ieri mattina, solo fino alle ore 11, erano già stati notificati altri 23 fogli di via a ragazzi che tentavano, come me, di raggiungere la manifestazione di Taormina.

Benvenuti nell’era Minniti, dove il diritto a manifestare è sacrosanto, ammesso che si riesca a raggiungere la manifestazione.

Il foglio di via consegnato a Lorenzo.


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domenica 28 maggio 2017

Acqua e sale. Hanno vinto i prigionieri palestinesi

Un carissimo amico palestinese, la mattina di sabato 27 maggio, mi comunica la notizia che i prigionieri politici palestinesi, nelle carceri israeliane, hanno sospeso lo sciopero della fame iniziato il 17 aprile scorso, per la libertà e la dignità. Un attimo di esitazione prima di dire qualcosa, poi, con un grande sollievo, rispondo: hanno vinto, ha vinto la loro volontà contro i loro carcerieri, ha vinto la vita, e la resistenza che continua.

40 giorni di sciopero, il più lungo sciopero di massa nelle carceri israeliane; 1800 prigionieri hanno vissuto nutrendosi solo di acqua e sale, e tanta determinazione e voglia di libertà. Le autorità d’occupazione che hanno girato la faccia dall’altra parte, rifiutando di trattare con la leadership dello sciopero, hanno dovuto piegarsi alla volontà di chi ha come unica arma di lotta ha la propria vita. Il governo israeliano si è visto isolato e sotto pressione a livello popolare in tutto il mondo, un po’ meno a livello dei governi, e ha dovuto rivedere la sua posizione e accettare la trattativa con il leader del movimento dei prigionieri Marwan Barghouti, e gli altri dirigenti dello sciopero. Una trattativa, come riferiscono le fonti ufficiali palestinesi, durata 20 ore nel carcere di Ashkalon. Alla fine i prigionieri hanno ottenuto la firma israeliana sulle loro legittime richieste, e hanno deciso di sospendere lo sciopero.

L’auspicio è che il governo di occupazione rispetti questo accordo. I dubbi non mancano, ma dobbiamo sperare, forti della grande esperienza di questi 40 giorni, che ha ridato vitalità a tutto il movimento nazionale palestinese. Lo dimostrano le manifestazioni in sostegno allo sciopero e di protesta contro l’occupazione in tutta la Palestina, come è stato anche in tantissime città del mondo.

Questi 40 giorni rimarranno incisi nella memoria collettiva palestinese, anche perché il mondo si stava occupando del nuovo presidente americano e dei suoi incontri alla Casa Bianca, anche con il presidente palestinese Abu Mazen, in preparazione di quel viaggio che ha alimentato tante speranze. E poi la visita di Trump in Arabia Saudita e i tre vertici “cucinati” in due giorni: saudita-statunitense, Usa-Consiglio di cooperazione dei Paesi del Golfo, e infine vertice arabo-islamico in presenza di Trump. Risultato: commesse americane in armi che ammontano a 460 miliardi di dollari. Politicamente, neanche una parola sui prigionieri in sciopero della fame. Anzi, Trump ha messo anche Hamas insieme a Hezbollah e Iran tra i gruppi terroristi. Quindi la necessità di creare un patto sunnita – americano per combattere l’Iran, o meglio l’asse sciita, relegando la causa palestinese in secondo o in terzo piano; di conseguenza Israele non è più il nemico del mondo arabo. Ancora, Trump vola direttamente da Riyad a Tel Aviv, un fatto mai successo nella storia dei rapporti tra Usa e Sauditi.
In Israele e in Palestina Trump non parla né della soluzione dei due Stati né di Gerusalemme e tantomeno degli insediamenti coloniali. Parla genericamente di pace senza definire questa pace.

In questo contesto di politica regionale, lo sciopero della fame è stato determinante per smascherare la vera faccia dell’occupazione, che non rispetta i diritti umani né le convenzioni internazionali, e ha dimostrato l’impotenza della grande potenza mondiale che non è in grado di esercitare neanche un minimo di pressione sul governo israeliano; allora quali garanzie i palestinesi possono avere dagli Usa o dagli arabi per un futuro negoziato? Se ai nostri prigionieri non vengono riconosciti i minimi diritti umani, chi può garantire che Israele rispetti un futuro accordo con i palestinesi?

La risposta di Al Fatah alle massicce pressioni nei confronti dei prigionieri che fece Trump chiedendo di non pagare il vitalizio ai prigionieri e alle loro famiglie, è che il consiglio rivoluzionario di Fatah ha approvato la proposta del comitato centrale di nominare Younis Karim membro del comitato centrale dell’organizzazione. Karim è stato arrestato nel 1983 e condannato all’ergastolo; doveva essere liberato in base agli accordi tra l’Anp e il governo israeliano, ma quest’ultimo ha rifiutato di rilasciarlo insieme ad altri 14 detenuti. Karim viene considerato il decano dei prigionieri per i suoi 35 lunghi anni in carcere.

L’unità d’azione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane è il modello più convincente per l’unità nazionale palestinese. Oggi i prigionieri ci hanno regalato una vittoria sul cammino lungo verso la libertà e la dignità. La lotta continua.

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Minniti come Erdogan: Attivisti anti G7 fermati, decine di fogli di via

Oggi pomeriggio, alle 15, al via da Giardini Naxos il corteo NOG7. Dall’alba controlli a tappeto, soprattutto a Villa San Giovanni (Reggio Calabria) e Catania.

Bloccati per ora i 150 attiviste-i campani e del Nord Est partiti venerdì notte da Napoli (Insurgenica – Zer081), quelli partiti in bus sempre dal capoluogo campano (Ex Opg Je So’ Pazzo) e una trentina di compagn* cosentin* del Centro Sociale Rialzo, con identificazioni e perquisizioni. Nonostante il clima di terrore, attiviste e attivisti sono intenzionate-i a non farsi intimidire e a raggiungere Giardini Naxos, da dove sentiamo Manuel, inviato di Radio Onda d’Urto che intervista anche alcuni abitanti.

Ascolta o scarica qui

12 della trentina di compagne-i cosentini, fermi da ore a Villa San Giovanni, portati al Commissariato reggino per “ulteriori accertamenti”. Si profila il foglio di via dalla Sicilia. L’altra ventina di compagne-i riparte per Giardini Naxos in modo da denunciare l’accaduto pubblicamente in occasione del corteo #NOG7. Dall’interno del commissariato Simone, compagno del centro sociale Rialzo, uno degli attivisti portati in Commissariato. Ascolta o scarica qui.

Ore 12.50. Ancora fermi i 150 attiviste-i campani e del Nord Est partiti venerdì notte da Napoli (Insurgencia – Zer081). Ci sarebbero anche tre fermi, probabili anche qui altri fogli di via, tanto che alle 14 ci sarà un presidio di protesta sotto la Prefettura di Napoli. Dati 12 fogli di via ai compagni e alle compagne giunti da Cosenza.

Bloccati anche i quattro pullman con a bordo compagne-i palermitani e torinesi in un autogrill vicino Catania. La corrispondenza con Gianluca, Infoaut.org Torino. Ascolta o scarica qui

Ore 13 a Catania uno schieramento di forze dell’ordine blocca gli attivisti prima di salire sul bus diretto a Giardini Naxos. Ancora perquisizioni e controllo dei documenti. Tensioni e spintoni con la polizia che con un atteggiamento aggressivo e arrogante tenta di sequestrare bandiere e striscioni agli attivisti.

Ore 14.30 Riattivato l’infopoint del Media Crew, che poco prima aveva subito perquisizioni, arrivati in piazza i compagni di Palermo e di Napoli. Ancora fermi a Messina Sud – Tremestieri i gruppi provenienti da Cosenza e Messina.

Ore 15 Il gruppo di manifestanti di Messina è stato fermato e bloccato al casello di Tremestieri. Perquisizioni, controlli, e foto identificative con carta d’identità al petto. Gli agenti fotografano anche riviste, libri e quaderni presenti negli zaini.

Ore 16 arrivata anche l’ultima delegazione di compagn* nonostante la repressione, da Giardini Naxos parte il corteo.

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Ucraina. A giorni la messa fuorilegge del Partito Comunista

Il processo per la messa fuori legge dei comunisti ucraini prosegue e, probabilmente, si sta avvicinando alla sua conclusione (il 31 maggio potrebbe essere emessa la sentenza sul ricorso presentato dal Partito Comunista di Ucraina contro il provvedimento liberticida).

Con questo resoconto, pubblicato nel settimanale dei comunisti portoghesi, continuiamo ad informare sugli sviluppi di una vicenda che, nel nostro paese, continua ad essere avvolta dal colpevole silenzio, non solo dell’apparato mediatico dominante, ma anche delle forze presenti nel nostro Parlamento. (Marx21.it)


Si è tenuta a Kiev, alla Corte Amministrativa di Appello, il 15 maggio, una nuova sessione del processo contro il Partito Comunista di Ucraina (PCU), che mira alla sua messa fuori legge. La solidarietà con il PCU – che è stata costante durante l’intero processo – è stata riaffermata dalla presenza di João Pimenta Lopes, deputato del PCP al Parlamento Europeo, in rappresentanza del Gruppo della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica, e anche dal rappresentante del Partito Comunista di Boemia e Moravia e da una rappresentante dell’Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici.

Nella sessione sono state presentate le argomentazioni finali della difesa, tra cui va rilevato l’intervento di Petro Simonenko, segretario generale del PCU, che ha denunciato l’incostituzionalità della messa al bando del partito e della cosiddetta “Legge di decomunistizzazione”.

Il segretario generale del PCU ha avvertito dei rischi per la democrazia di quella decisione e ha denunciato la violazione del principio del pluralismo politico, il danno già causato e l’assenza della separazione dei poteri giudiziario ed esecutivo, che compromette l’indipendenza dei giudici, come è stato dimostrato nel corso di tutto il processo, di cui sono state enumerate le irregolarità.

Nel suo intervento, Petro Simonenko ha anche affrontato gli sviluppi politici nel paese, mettendo in rilievo gli eventi che, dal golpe del febbraio 2014 con la deriva fascistizzante in Ucraina, hanno portato alla persecuzione dei comunisti e di altri democratici, con l’obiettivo di mettere al bando il PCU, cercando attraverso un processo politico di compromettere e, possibilmente, annientare una forza politica conseguente con “più di 100.000 militanti e 3 milioni di elettori, che affronta il regime di natura fascista attualmente al potere”.

Sono stati riportati numerosi esempi, non solo della persecuzione giudiziaria, ma anche degli attacchi e delle aggressioni contro militanti comunisti, e degli assalti e saccheggi delle sedi del PCU. E’ stato rivendicato il fatto che qualsiasi decisione venga presa, essa dovrà rispettare, oltre che la Costituzione dell’Ucraina, la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e gli altri obblighi internazionali assunti dall’Ucraina, compresi quelli derivanti dall’Accordo di Associazione con l’UE. Sono stati anche ricordati diversi esempi di tentativi di messa fuori legge di Partiti Comunisti in altri paesi dell’Europa (Moldavia, Ungheria) sventati e rientrati dopo il ricorso al Tribunale Europeo dei Diritti dell’Uomo.

Simonenko ha concluso con il riferimento storico al fatto che è la terza volta che si tenta di mettere fuori legge il PCU – la prima fu tra il 1941 e il 1944, dopo l’occupazione nazista; la seconda nel 1991, con la fine dell’Unione Sovietica, decisione rientrata nel 2000; e il terzo tentativo è quello in corso dal 2014. E’ servito questo esempio per affermare la determinazione dei comunisti ucraini a proseguire la lotta contro il tentativo di messa al bando del PCU, la manipolazione e la riscrittura della storia e il potere di natura fascistizzante in Ucraina.

L’udienza si è conclusa con la calendarizzazione di una nuova sessione del processo per il prossimo 31 maggio, quando saranno presentate le argomentazioni della difesa ancora mancanti e probabilmente sarà emessa la sentenza da parte del collegio giudicante per quanto riguarda il ricorso presentato dal PCU.

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I tre imbroglioni rimettono i voucher

E così è proprio vero, la più sfacciata truffa politica della storia repubblicana è stata compiuta. Renzi, Berlusconi e Salvini hanno rimesso i voucher. Il 28 maggio – oggi – avremmo dovuto votare per abolirli, invece per paura del voto Renzi e il sempre pronto Gentiloni li avevano cancellati. Ora li ripristinano, cucù il voto non c’è più, passata la festa gabbato lo santo. Ne abbiamo passate tante, ma io non ricordo un’offesa alla sovranità popolare sfacciata e arrogante come questa.

Tornano i voucher e dilagheranno di nuovo, non è infatti assolutamente vero che ci sono clausole che li limitano. Basti pensare che il limite per le aziende è sì di 5 dipendenti, ma a tempo indeterminato. Chi ha 1000 dipendenti precari potrà ricorrere ai voucher. E i controlli saranno impossibili visto che ogni azienda ha 3 giorni per “regolarizzarsi” nel caso esageri, tra un voucher e l’altro. Saranno tre giorni di ricatti e lavoro nero.

Ma capisco che queste sono obiezioni che non contano nulla per chi aveva il solo obiettivo di dimostrare alla Confindustria e al sistema degli affari di essere rimasto quello di sempre. Non è neppure da escludere che la restaurazione dei voucher sia stata offerta alla Commissione Europea per far approvare la manovrina di bilancio. Vi facciamo vedere un anticipo delle “riforme” che ci chiedete per l’anno prossimo. Bravini dicono i commissari.

Devo dire che dei tre imbroglioni che hanno contemporaneamente sbeffeggiato i diritti del lavoro, il popolo italiano e la democrazia, il meglio è Silvio Berlusconi. In fondo lui i voucher li aveva istituiti e quanto alla affidabilità, beh è stato maestro nel negare e rinnegare le verità più clamorose. Il peggio è sicuramente Matteo Salvini. L’eroe della Lega di lotta, durissimo con i poveri migranti alla stazione di Milano, è diventato un coniglio bagnato di fronte agli interessi padronali che i suoi soci Maroni e Zaia, dallo scranno di presidenti delle regioni, gli hanno imposto di rispettare. E lui vuole andare contro l’euro e la UE? Ma va là baüscia.

In mezzo ai due imbroglioni, il vecchio e il nuovo, sta Matteo Renzi. È lui l’anello di congiunzione che mancava alla destra per riunificarsi, chi meglio del grande fan di Marchionne poteva esserlo?

Mentre il parlamento rimetteva i voucher a Roma manifestavano in migliaia i lavoratori di Alitalia, Ilva, Almaviva, Acinformatica, Sky, insieme a tanti altri, chiedendo al potere pubblico di non permettere o di fermare i licenziamenti. I tre imbroglioni hanno subito dato la loro risposta: avrete i voucher.

A coloro che ancora sostengono Renzi, Berlusconi e Salvini io auguro di sperimentare il lavoro coi voucher. Così potranno ringraziare chi li ha rimessi.

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L’Industria 4.0 rilancia la manifattura emiliana, non l’occupazione

Scriveva qualche mese fa l’Huffington Post:
“Il piano Industria 4.0, fortemente voluto da Confindustria e promosso dal governo, potrebbe rappresentare una grande opportunità per rilanciare l’industria manifatturiera nazionale. Puntando sull’innovazione tecnologica, il piano identifica 9 aree tecnologiche coinvolte nell’automazione industriale e introduce agevolazioni fiscali per le aziende che investono in produzione additiva, robotica industriale, integrazioni verticali e orizzontali, big data, cyber sicurezza, cloud, internet delle cose, simulazione e realtà aumentata. Per una nazione che vive di piccole e medie imprese manifatturiere, le aggregazioni tra imprese per aumentare la dimensione aziendale, l’ammodernamento delle linee di produzione, e le innovazioni tecnologiche, saranno i principali fattori di rilancio competitivo. La diminuzione del carico fiscale su imprese e lavoro, sarà decisiva e dovrà tornare a essere il primo obiettivo del governo italiano.”
Questo il piano su cui si basa l’Italia per il rilancio dell’economia, che vedrà in 5 anni il taglio di 1 milione di posti di lavoro, e che dovrebbe massimizzare la produttività e i profitti. D’altronde, come già si ricordava in questo giornale, un robot fa lo stesso lavoro rispetto ad un essere umano, col vantaggio di essere più preciso, più veloce, più silenzioso, e con meno (zero) bisogni sociali da soddisfare.

Per la promozione del Piano Nazionale 4.0 scende in campo la Messe Frankfurt, il piu grande ente fieristico tedesco, che ha organizzato tre iniziative, a Milano Torino e Parma, per spiegare alle aziende il vantaggio di automazione e robotizzazione aziendale.

Il 25 maggio scorso si è conclusa a Parma, cuore della terra emiliana e sede di tante aziende manifatturiere che caratterizzano l’economia industriale italiana, la terza e ultima di questa trilogia di fiere con la 7°edizione della fiera Sps Ipc Drives: circa 62.000 mq di padiglioni riservati a più di 700 espositori, che hanno promosso e offerto consulenza tecnica per la promozione del legame concreto tra il mondo dell’Information technology (It) e quello delle tecnologie per le fabbriche Ot (Operational teclmology), e arrivare quindi alla fabbrica intelligente nella nuova era dell’Industria 4.0.

Oltre alle esposizioni, infatti, alla fiera di Parma era presente anche per la prima volta uno spazio “pronto 4.0” dedicato a prestare consulenze di investimento e chiarimenti sulle richieste di finanziamento, spiegazioni della normativa e degli incentivi fiscali.

Tema centrale, oltre all’automotive e al packaging, l’espansione delle tecnologie informatizzate al servizio del settore manifatturiero, in cui l’Italia è tutt’ora al secondo posto in Europa, nonostante le delocalizzazioni e la deindustrializzazione determinata dalla crisi e dalla mancanza di una politica industriale adeguata negli ultimi anni. Per cui ora, il nuovo piano industria 4.0 prevede di mettere la manifattura “al centro di un piano organico di rilancio”, partendo dalla sua innovazione sul piano della competitività e produttività su scala globale.

“Il settore segnala, anno su anno, un incremento del 4,7% – sottolinea Fabrizio Scovenna, presidente Anie Automazione – Il volume del fatturato supera i 4,3 miliardi di euro e siamo superiori del 10% al livello pre-crisi, al dato 2009. Siamo quindi soddisfatti perché poi vanno bene tutti i sotto-insiemi. C’è poi qualche spiraglio importante con le implementazioni dell’industria 4.0 perché alcuni settori come il telecontrollo, il networking e le apparecchiature wireless sono andate estremamente bene”.

E l’importanza che questo piano industriale ha e avrà nel prossimo futuro è attestato anche dall’accordo siglato poco prima dell’avvio di questa fiera tra Emil Banca, Lapam Modena e Reggio Emilia, Confartigianato Bologna Area Metropolitana, Ferrara e Parma, per cui verranno messi a disposizione 50 milioni di euro alle imprese artigiane della regione che decideranno di investire su internazionalizzazione e innovazione tecnologica.

Può funzionare, certamente. Ma per cosa? Per mantenere la “competitività” delle industrie nazionali residue – in gran parte “contoterziste” delle filiere tedesche, nell’area geografica di cui stiamo parlando – rispetto a competitor che ormai si basano su questo, recente, salto tecnologico.

La cosa da capire – per tutti, ma soprattutto per chi guarda alla vita delle persone reali, agli effetti sulla popolazione – è che questa “rivoluzione industriale” può sviluppare la crescita produttiva di un certo tipo di aziende. Ma questo non ha alcun effetto positivo sull’occupazione. Anzi...

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Facebook: se i contenuti sono censurati da umani e intelligenza artificiale

In un articolo pubblicato dal The Guardian il 21 maggio e che ha raggiunto in poche ore migliaia di interazioni (Mi Piace, Commenti e Condivisioni), vengono rivelate alcune delle regolamentazioni interne di Facebook su cui si struttura l’operato dei moderatori del Social Network per l’approvazione o la rimozione di contenuti potenzialmente sensibili. Queste sono composte da diverse decine di documenti contenenti indicazioni e politiche aziendali riguardanti svariate tematiche, tra le quali: la sessualità esplicita, la violenza, il linguaggio, le immagini esplicite, il terrorismo e così via.

Fonti interne all’azienda di casa Zuckerberg e la stessa Monika Bickert, Head of Global policy Management di Facebook, affermano come la piattaforma sia effettivamente molto grande e cresciuta troppo in fretta per poter controllare manualmente tutti i contenuti condivisi.

A tale scopo esistono dei moderatori, figure professionali che in pochi secondi devono analizzare contenuti campione definendoli pubblicabili o meno e le cui decisioni vengono poi studiate da algoritmi in grado di auto-apprendere (machine learning) per poter analizzare la mole di dati che viene costantemente condivisa attraverso il social network a partire dall’emulazione del comportamento dei rater (NdA, anche in Google sono presenti tecnologie simili che sfruttano moderatori definiti “Quality Rater” il cui operato viene emulato e migliorato grazie all’algoritmo RankBrain).

In questo modo un contenuto può essere pubblicato o meno in base a delle decisioni precedentemente metabolizzate. Ma come avviene il processo decisionale dei moderatori prima che le macchine lo emulino?

Come mai alcuni contenuti riguardanti atti di violenza non vengono censurati ma al massimo viene avvisato il lettore della potenziale natura esplicita dei contenuti?

E’ ancora la Bickert a risponderci, parlando di “accettazione di alcuni contenuti espliciti al fine di stimolare un dibattito su questioni globali e non”, aggiungendo che “tali contenuti possono generare consapevolezza” citando come esempi gli abusi su minori, la violenza su animali e video e immagini recanti scene di guerra o altro.

Negli ultimi tempi anche la questione delle Fake News è entrata nel pieno del dibattito ed i Big hanno iniziato ad utilizzare contro-misure per mantenere il livello di credibilità della piattaforma agli occhi degli utenti, si veda l’introduzione ancora in via sperimentale del Fact Check di Google.

Non da meno si sta rivelando Facebook, lo stesso Zuckerberg ha infatti dichiarato che la piattaforma si sta muovendo nell’ottica di bloccare la diffusione di notizie false.

Il nodo che si apre è tutt’altro che esiguo: l’etica e la morale passano attraverso le società dei Big Data. Mediante la preferenza espressa da umani (in qualità di rater), algoritmi di Intelligenza Artificiale studieranno il prodotto dell’analisi umana e dalle interazioni sviluppate dai vari utenti per migliorarsi auto-apprendendo al fine di offrire una “migliore” esperienza utente, subordinando il processo alla necessità di mantenere un livello di gradimento della piattaforma elevato da parte di chi la utilizza. Questo processo rimane opaco agli utenti. Non vi è nessun controllo sul giudizio che i raters danno dei contenuti, eppure come tutti gli esseri umani avranno una soggettività che ne determina scelte e pregiudizi. Allo stesso modo, non vi è controllo nemmeno sull’azione dell’AI: da un lato il suo meccanismo è oscuro alla quasi totalità degli utenti di Facebook, dall’altro questo algoritmo impara dai raters umani acquisendone anche i pregiudizi. Difficile immaginare quali conseguenze potrà avere tutto ciò sul controllo delle informazioni visto che il social network blu è uno dei canali principali tramite cui si diffondono. Sicuramente lascia inquietanti ombre il fatto che ad avere un così grosso potere siano un manipolo di tecnici di un’azienda privata e le sue tecnologie coperte da segreti industriali.

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Notizie false e crisi vera tra Qatar e Arabia Saudita

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Il discorso, di fatto una dichiarazione di guerra all’Iran, pronunciato da Donald Trump davanti a decine di capi di stato e di governo sunniti riuniti una settimana fa a Riyadh, era stato letto come il primo atto di una rinnovata politica di scontro con Tehran guidata dagli Usa e dall’Arabia Saudita.

Invece, partito Trump, i petromonarchi del Golfo hanno cominciato a lanciarsi gli stracci, in quello che appare come un regolamento di conti volto ad isolare il Qatar, un emirato piccolo ma ricco e molto influente, grazie ai suoi miliardi di dollari, nonché stretto alleato della Turchia di Erdogan.

Da tempo il Qatar è ai ferri corti con i cugini sauditi. Motivo? Il suo appoggio ai Fratelli musulmani nemici dei regnanti Saud e non in linea con il modello wahhabita-salafita che Riyadh diffonde nel mondo islamico. Già nel 2014 Doha era stata messa sotto pressione nel Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg, le sei petromonarchie) per l’appoggio che garantisce alla Fratellanza. Ora lo scontro si è allargato e coinvolge il presidente-dittatore egiziano Abdel Fattah al Sisi, in lotta con i Fratelli musulmani, sceso in campo dalla parte dell’Arabia Saudita che al Cairo assicura ingenti aiuti finanziari e petrolio a prezzi stracciati.

Scintilla di questa crisi sono state delle “fake news”, notizie false, almeno così le descrive il Qatar. Due giorni fa sul sito dell’agenzia di stampa qatariota sono apparse presunte dichiarazioni dell’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim ben Hamad Al Thani, amichevoli nei confronti di Tehran – «L’Iran rappresenta un potere regionale e islamico che non può essere ignorato» – e offensive verso l’Arabia Saudita.

L’emiro inoltre ha descritto il movimento Hamas, emanazione dei Fratelli musulmani, come «il legittimo rappresentante del popolo palestinese». Doha ha smentito tutto. Ha spiegato che «hacker arabi» erano entrati nei sistemi operativi e negli account sui social dei media statali del Qatar allo scopo di diffondere informazioni false e scatenare una crisi tra Paesi arabi.

Le spiegazioni non hanno convinto Riyadh e i suoi alleati – Emirati arabi, Bahrain ed Egitto – dove i siti internet riconducibili al Qatar, a cominciare da quello della famosa tv al Jazeera, sono stati oscurati mentre i giornali di proprietà saudita continuano a condannare le presunte dichiarazioni dell’emiro Tamim. Okaz ha accusato Doha di “aver rotto i ranghi” sunniti per affiancarsi ai “nemici” sciiti iraniani.

Il Qatar inizialmente è rimasto sulla difensiva, poi è passato al contrattacco, accusando gli avversari di aver organizzato un «complotto» per punirlo per essere stato elogiato da Donald Trump per il contributo che offre alla lotta al terrorismo – in realtà tutti sanno, americani inclusi, che proprio da generosi donatori residenti in Qatar, Arabia Saudita e nelle altre petromonarchie giungono le risorse per gli uomini dello Stato islamico e di al Qaeda che hanno messo a ferro e fuoco Iraq e Siria – e per la sua alleanza militare con Washington.

«Certe parti, per attuare il loro piano, hanno atteso la fine del vertice di Riyadh, in cui il presidente Trump ha lodato la volontà dell’emiro Tamim di combattere tutte le forme di estremismo e terrorismo. Questa meritata lode ha generato una cieca gelosia in qualcuno. Grazie a Dio il complotto è stato sventato perché i cittadini del Golfo sanno distinguere la verità dalle notizie false», ha scritto Sadiq al Amari, editorialista di Asharq in evidente riferimento all’Arabia Saudita. «C’è una campagna mediatica ostile contro il Qatar, che affronteremo» ha avvertito il ministro degli esteri, Mohammed Bin Abdul Rahman al Thani, aggiungendo che la campagna «è particolarmente attiva anche negli Stati Uniti».

I dubbi sulla “fedeltà” di Doha nello scontro con l’Iran, secondo alcuni, avrebbero come obiettivo quello di spingere l’Amministrazione Trump a trasferire il comando militare centrale degli Stati Uniti nel Golfo dal Qatar in un’altra petromonarchia. Non l’Arabia Saudita che considera tutto il suo territorio «sacro all’Islam» e non accessibile alle forze armate del potente ma “infedele” partner americano, ma comunque un leale alleato di Riyadh. Con ogni probabilità il Bahrain dove ha già sede la V Flotta Usa.

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sabato 27 maggio 2017

La costruzione dell’indignazione pubblica nella lotta di classe internazionale

«Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono», diceva con incorruttibile lucidità Malcom X.

Ma è riguardo alle politiche internazionali del capitalismo che questa verità, oggi, assume i suoi tratti più smascherati. Crollato il recinto di categorie storico-politiche che perimetrava i campi di appartenenza del Novecento, la costruzione dell’opinione pubblica è oggi un campo decisivo nella strutturazione del consenso liberista. Purtroppo, è anche il terreno dove la sinistra sconta il suo ritardo più evidente, accodandosi di volta in volta alle retoriche mainstream mediaticamente veicolate.

E’ un discorso che abbiamo fatto ennesime volte, ma su cui ci sentiamo di insistere per un semplice motivo: è nella lotta di classe internazionale, nella divisione liberista del mondo, nelle politiche imperialiste e/o neocoloniali, che oggi la sinistra è più debole. E, viceversa, sarebbe proprio dalla costruzione di un campo di resistenza internazionale che questa stessa sinistra potrebbe ritrovare un senso storico, quantomeno agli occhi di quelle classi diseredate della periferia globale. Perché, come scrivevamo recentemente a proposito del Venezuela, «c’è sempre una relazione dialettica tra la posizione che uno Stato prende nello scacchiere internazionale e le dinamiche di classe che si svolgono al suo interno».

I diversi piani sotto cui si materializza la lotta di classe sono in realtà uno stesso piano: le ricadute sociali interne non sono altro che il riflesso del rapporti di forza complessivi, anche a livello internazionale. Non è uguale un mondo con il Venezuela socialista e un mondo senza, per fare solo un esempio recente, e questo si riverbera direttamente sulle nostre condizioni di classe.

Per più di un anno abbiamo assistito alla martellante campagna mediatica contro i bombardamenti russi in Siria, “colpevoli” – a sentire tg e giornali – di bombardare anche strutture civili.


Non è il merito della questione, in questo caso, a interessarci. Le versioni riportate sui media potrebbero essere anche tutte vere (figuriamoci). Il problema sta altrove, e precisamente nel doppio livello informativo che tali notizie assumono nella loro forma giornalistica, cioè nel loro racconto pubblico. La notizia dell’uccisione di 42 (quarantadue) bambini durante un bombardamento Usa in Siria non ha trovato alcuno spazio mediatico, nessuna indagine seriosa, non ha dato luogo ad alcun dibattito commosso sull’accaduto. Un trafiletto nelle pagine interne dei principali quotidiani chiudeva l’ansia di cronaca del giornalismo liberale. Eppure, alla morte di un (1) bambino da parte di presunti bombardamenti russi, la notizia apriva le prime pagine e i tg di ogni organo informativo, italiano e del resto d’Europa. Il problema non sta nella condanna o meno dell’episodio in sé, ma nella costruzione ideologica complessiva che questo contribuisce a formare: i russi (e Assad) uccidono i bambini, l’Occidente (gli Usa, la Nato, ecc) li difende. Le vittime russe sono sempre scientificamente ricercate con sadica brutalità; le vittime americane sempre effetti collaterali di una “giusta guerra”. A prescindere dai fatti, a prescindere dalla realtà, a prescindere soprattutto dagli interessi materiali in campo.

Ma in questi giorni il focus si è momentaneamente spostato in America Latina. Da mesi su tutti i quotidiani trova posto la conta dei morti del “regime chavista” del “dittatore Maduro”.


Tralasciamo la ricostruzione dei fatti, tralasciamo anche il merito dell’intera vicenda. Concentriamoci sulla capacità del sistema informativo-divulgativo di orientare le opinioni riguardo ai fatti internazionali.

Tre giorni fa un’enorme corteo a Brasilia chiedeva le dimissioni del golpista Temer e il ritorno alla democrazia del Brasile. La manifestazione si concludeva con un morto e 49 feriti. Eppure, per tutto il sistema informativo nazionale (e occidentale), Temer non era “il dittatore”, e in Brasile non vigeva alcun “regime” da combattere. Anzi, la notizia veniva addirittura silenziata. Tutta la vicenda, nei pochi giornali che la raccontavano, veniva ricondotta a una sorta di “tangentopoli” brasiliana, incapace di riportare il contesto reale entro cui hanno preso forma quelle manifestazioni: il “golpe suave” contro Dilma Rousseff e il ritorno del Brasile al liberismo radicale.

Se la protesta viene organizzata contro il socialismo (nel caso venezuelano), questa viene moltiplicata dagli organi di informazione, divenendo fatto politico e orientando le opinioni della popolazione; al contrario, se la protesta avviene contro il liberismo, semplicemente non c’è notizia. Nel migliore dei casi, una ricostruzione artificiosa e ridotta delle ragioni della mobilitazione.

Dovrebbero essere ovvietà, e purtroppo non lo sono. Scomparse le categorie storico-politiche di cui sopra, gli eventi internazionali vengono recepiti quasi esclusivamente tramite le lenti deformanti del giornalismo mainstream. Un racconto dei fatti in cui è la realtà a dissolversi, lasciando il campo alle categorie storico-politiche della borghesia: “diritti umani”, “libertà d’espressione”, “livello di democrazia liberale” costituiscono i parametri entro cui possono e vengono giudicati gli Stati di volta in volta necessari di adeguamento.

Purtroppo, queste categorie borghesi sono state assunte ugualmente dalla sinistra, motivo per cui anche nel nostro campo il livello di democraticità (e “progressività”) di un processo politico viene stabilito in base alle categorie suddette: rispetto dei diritti umani, rispetto della libertà d’espressione, rispetto dei valori e dei meccanismi liberali. Ma questo consenso globalizzato è lo strumento di morte di ogni processo di emancipazione reale. Inutile stupirsi allora se agli occhi di qualche “barbaro mediorientale” l’Europa costituisce un blocco omogeneo di valori e di interessi. E’ così.

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Laghi lucani inquinati da idrocarburi. Le conseguenze sulla salute


Quando noi medici parliamo e discutiamo di salute, dell’importanza della prevenzione, degli “stili di vita” affermiamo cose estremamente corrette e giuste. Prevenire è una delle nostre migliori armi per mantenere lo stato di salute, “prevenire è meglio che curare” e una persona dovrebbe andare dal medico non solamente quando ha una patologia, un problema, ma anche quando sta bene, quando (come si scriveva nelle cartelle cliniche facendo l’anamnesi, quando si scriveva che i parenti che stavano bene) è in ABS cioè in “Apparente Buona Salute”.

Noi medici, in particolare, non possiamo non schierarci contro l’inquinamento, contro ciò che può provocarlo, contro la devastazione ambientale, non possiamo non pensare agli animali, al biorisanamento, alla nostra alimentazione, all’acqua; sia a quella dei fiumi, laghi sia a quella che beviamo.

Il lago di Pietra del Pertusillo, dove si riversa il fiume Agri, è un lago artificiale che fu costruito, tra il 1957 e il 1962, come sbarramento di quel fiume. Qui si prende e si utilizza l’acqua per l’energia elettrica e per irrigare 35.000 ettari di terra tra Lucania (Basilicata) e Puglia. Qui vi è uno dei punti di partenza dell’AQP cioè l’Acquedotto Pugliese. Il Basentello è un piccolo fiume che nasce a Piano del Palazzo vicino a Palazzo San Gervasio e il lago del Basentello, nasce da una diga che opera da uno sbarramento dal torrente Basentello e Rioviniero.

Secondo delle analisi effettuate da un laboratorio privato, ma attendibile, le acque del Pertusillo non sono potabili in quanto ci sono idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti e quindi non sono adatte a essere bevute. L’acqua è stata raccolta nelle zone dove questa aveva cambiato il colore. L’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale escludeva il ritrovamento di idrocarburi.

Quello che sappiamo è che, tra le sostanze presenti nei fluidi delle perforazioni petroliferi, vi è cromo, nickel, zinco, piombo, rame, bario, arsenico, cadmio, litio e altri elementi inquinanti. Quando vi è un inceneritore a fiammella costante (nei pozzi di estrazione petrolifera) sono inevitabili dispersioni di H2S (acido solfidrico) o idrogeno solforato, o solfuro di idrogeno, che ha il caratteristico odore di uova marce ed è estremamente tossico. Lo si trova in molti giacimenti petroliferi oppure come raffinazione dei petroli e in altre situazioni.

L’Enciclopedia Treccani spiega così l’intossicazione acuta da acido solfidrico:
“solfidrismo (o sulfidrismo) s. m. [der. di solfidrico, col suff. –ismo]. – In medicina del lavoro, intossicazione da idrogeno solforato, che può manifestarsi con gravi fenomeni respiratorî (dispnea, cianosi, edema polmonare) e neurologici (midriasi, perdita della conoscenza), frequentemente mortali, e in forma cronica con sintomi respiratorî (bronchite cronica), neurologici (cefalea), astenia, colorazione giallastra della cute.”
Gli Idrocarburi Policiclici Aromatici, noti con la denominazione IPA o PAH, si riscontrano in vari processi industriali quali a esempio la produzione di ferro e acciaio, alluminio, nelle fonderie, negli inceneritori, nelle emissioni di gas veicolare, nelle lavorazioni del carbone e del petrolio. Gli IPA possono provenire da numerose fonti e si possono diffondere in tutti i settori ambientali e conseguentemente si ritrovano nell’aria, suolo, acqua e alimenti cioè in tutti quei settori cui è normalmente esposta la gente, le popolazioni

Gli IPA (molto schematicamente) contenuti per contaminazione ambientale possono essere presenti per assorbimento da acque, fiumi, mare o da inquinamento atmosferico e possono quindi depositarsi su grano, frutta e verdure. Gli IPA possono anche essere assorbiti dal terreno che viene quindi contaminato. Quelli che comunemente vengono chiamati IPA leggeri, come il naftalene e fluorene, poiché sono molto solubili nelle acque, possono arrivare a inquinare le falde acquifere profonde.

Perdite dalle raffinerie di petrolio possono essere causa di inquinamento diretto da idrocarburi, mentre una causa indiretta può essere dovuta a precipitazioni, o acque reflue.

Gli IPA possono causare immensi danni alla nostra salute. Innanzitutto sono cancerogeni, mutageni e teratogeni; provocano mutazioni genetiche, in particolari alle madri, e nei bambini si è notata una maggiore incidenza di depressione infantile. Gli IPA vengono considerati come inquinanti maggiori dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), dall’Unione Europea, dall’Agenzia per la Protezione Ambientale, dall’Agency for Toxic Substances and Disease Registry (ATSDR).

Noi sappiamo che i PAH sono da tempo riconosciuti come sostanze che possono causare il cancro. La maggior parte dei tossicologi e degli epidemiologi concorda sul fatto che i notevoli aumenti di cancro al polmone, nei fumatori di sigarette, deriva almeno in parte dall’inalazione di sostanze derivate dalla combustione dei PAH. L’esposizione umana a queste sostanze, oltre al cancro del polmone, viene associata a un maggior rischio di aumento dei tumori di vescica, stomaco, pelle¹. Quindi i PAH sono inquinanti ambientali che si possono anche generare dalla combustione incompleta di petrolio e hanno capacità tossiche, mutageniche e cancerogene².

Si sta valutando più approfonditamente l’impatto degli Idrocarburi Aromatici Policiclici (PAH) nello sviluppo embrionale, nelle donne in stato di gravidanza, che in questo periodo è molto sensibile alla esposizione da PAH perché, in questa fase, possono legarsi al DNA³. Uno studio scientifico effettuato da studiosi norvegesi, tedeschi e polacchi prova che l’esposizione combinata a sostanze inquinanti ambientali come il PAH e ETS (enviromental tobacco smoke) può influenzare negativamente lo sviluppo fetale.

Sappiamo poi che gli idrocarburi policiclici aromatici sono neurotossici e che l’esposizione neonatale a questi viene associata a successivi disturbi cognitivi e comportamentali nell’infanzia. Un esposizione ambientale prenatale agli inquinanti atmosferici dei PAH contribuiscono a disturbi dell’attenzione e a iperattività mentre una esposizione ambientale post-natale contribuisce a ulteriori disturbi nello sviluppo della materia bianca cerebrale5.

Con molta sofferenza e dolore, ma con grande determinazione e rabbia, discuto della mia Lucania, una volta noi avevamo terra e sole, aria buona, povertà oggi abbiamo una realtà di difficoltà in taluni casi estrema, di un ambiente saccheggiato e devastato di una impressionante prospettiva di morte.

Sono nato in una grande città al nord, ma del Vulture, da cui provengo, ho radici e cultura profonda. Penso alle lotte di classe lucane, alla loro forza e determinazione, alle loro vittorie e sconfitte, a Salvia (Savoia) di Lucania, all’anarchico Giovanni Passannante, alla sua grande civiltà.

Penso alla Repubblica di Maschito (Settembre-Ottobre 1943), alla rivolta antifascista, contro il latifondo, guidata da contadini analfabeti. All’emigrazione forzata nel nord Europa, nelle americhe o in Australia, ai ”Gastarbeiter” cioè ai lavoratori ospiti in Germania e in Svizzera, all’emigrazione in Cile nella città di Iquique, Pica e Santiago, ma anche di molte altre città.

Penso ai Desaparecidos, non solo quelli lucani nel 1800, ma anche a quelli molto più recenti, in Argentina, a Plaza de Mayo. Penso ai grandi poeti come Albino Pierro che più volte doveva prendere il premio Nobel per letteratura, al suo dialetto, mai folclore, ai suoi toni aspri e forti, leggeri e dolci, alla Rabatana.

Penso ai racconti ”Uno si distrae al bivio” di Rocco Scotellaro, alle sue poesie, all’uva puttanella, alla sua immensa civiltà e intelligenza. Penso a mio padre, di Ruvo del Monte che a sette anni viveva da solo, svolgendo il lavoro di fabbro e negli anni successivi andò in miniera, a mia madre che quando era bambina ebbe una grande influenza e educazione da Irene Nunberg e Manlio Rossi Doria, confinati antifascisti a San Fele.

Penso a Carmine Crocco Donatelli, brigante e combattente. Penso a questa mia terra che sta andando via. Voi lucani dovete riprendere per mano questa terra condurla fuori da questa disperazione e ipocrisia.

Amo il colore del grano
Amo il colore bruno della terra
Amo l’odore delle piante
Dei boschi.

Amo i cieli
I venti.

Amo la mia terra
I suoi soli
Le sue lune
I suoi venti
I muri
graffiati da esperienze
da saperi.

Prof Roberto Suozzi
Medico chirurgo, Farmacologo Clinico
Suozziroberto.altervista.org

Note
1) Canadian Soil Quality Guidelines CARCINOGENIC AND OTHER POLYCYCLIC AROMATIC HYDROCARBONS (PAHs) (Environmental and Human Health Effects) 2010

2) Egyptian Journal of Petroleum

Volume 25, Issue 1, March 2016, Pages 107–123

Open Access

Review
A review on polycyclic aromatic hydrocarbons: Source, environmental impact, effect on human health and remediation
Hussein I. Abdel-Shafya, , , ,
Mona S.M. Mansourb

3) Environ Health Perspect;. Maggio 2012 Prenatal Exposure to Polycyclic Aromatic Hydrocarbons, Benzo[a]pyrene–DNA Adducts, and Genomic DNA Methylation in Cord Blood

Julie B. Herbstman,1 Deliang Tang,1 Deguang Zhu,1 Lirong Qu,1 Andreas Sjödin,2 Zheng Li,2 David Camann,3 and Frederica P. Perera1

4) BioMed Research International

Volume 2014 (2014), Article ID 408939, 10 pages

http://dx.doi.org/10.1155/2014/408939

Research Article

Effect of Prenatal Polycyclic Aromatic Hydrocarbons Exposure on Birth Outcomes: The Polish Mother and Child Cohort Study

Kinga Polanska,1 Gerhard Dettbarn,2 Joanna Jurewicz,1 Wojciech Sobala,1 Per Magnus,3 Albrecht Seidel,2 and Wojciech Hanke1



1 Department of Environmental Epidemiology, Nofer Institute of Occupational Medicine, 8 Teresy Street, 91-348 Lodz, Poland

2 Biochemical Institute for Environmental Carcinogens, Prof. Dr. Gernot Grimmer-Foundation, Lurup 4, D-22927 Großhansdorf, Germany

3 Division of Epidemiology, Norwegian Institute of Public Health, P.O. Box 4404, Nydalen, N-0403 Oslo, Norway

Received 28 February 2014; Accepted 3 July 2014; Published 22 July 2014

5) JAMA Psychiatry. 2015 Jun;72(6):531-40. doi: 10.1001/jamapsychiatry.2015.57.
Effects of prenatal exposure to air pollutants (polycyclic aromatic hydrocarbons) on the development of brain white matter, cognition, and behavior in later childhood.

Peterson BS1, Rauh VA2, Bansal R1, Hao X3, Toth Z3, Nati G1, Walsh K3, Miller RL4, Arias F5, Semanek D3, Perera F5.

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Guerra di intelligence intorno a Trump. Ne vedremo di tutti i colori

Poco prima dell’insediamento ufficiale a gennaio, Trump ha incontrato i capi dell’intelligence statunitense. Nella stessa stanza si erano ritrovati Michael Flynn e James Clapper. Il generale Flynn era stato incaricato di guidare lo staff del National Security Council nella Casa Bianca dell’era Trump. Ma proprio Flynn, nel 2014, era stato licenziato da capo della Dia (Defence Intelligence Agency) dallo stesso Clapper, allora direttore dell’intelligence nazionale. E Flynn, dopo solo 24 giorni di servizio, è stato nuovamente silurato, questa volta dalla stessa amministrazione presidenziale, per il cosiddetto Russiagate. L’accusa è quella di aver taciuto al vice presidente Mike Pence parte del contenuto di conversazioni telefoniche scambiate con l’ambasciatore della Federazione Russa a Washington.

Sarebbe sufficiente, ma non lo è affatto, lo scenario descritto, per annusare quanta “turbolenza” agisca sia all’interno delle agenzie dell’intelligence Usa, sia nei rapporti tra Casa Bianca e i diversi servizi su cui è strutturato l’immenso, complesso e competitivo sistema degli apparati di sicurezza degli Stati Uniti.

Ma questa dissonanza tra servizi segreti e amministrazioni presidenziali statunitensi, non è un problema ascrivibile solo all’era di Trump. Non volendo andare con la memoria storica fino agli omicidi dei fratelli Kennedy (prima John poi Robert) o allo scandalo Watergate contro Nixon, è sufficiente rammentare come nel 2004, funzionari della Cia furono accusati di organizzare informazioni contro l’amministrazione di George W. Bush, sotto la spinta del malcontento per la gestione della guerra in Iraq. Il Wall Street Journal pubblicò addirittura un editoriale dal titolo “L’insurrezione della Cia”, nel quale si accusavano “ranghi superiori dell’agenzia” di voler chiaramente “contribuire alla sconfitta del presidente Bush e fare eleggere John Kerry”. C’è da dire, contrariamente all’idea di servizi segreti infallibili, potentissimi e praticamente “King maker”, che anche in quella occasione la Cia fallì e Bush venne rieletto per il secondo mandato.

“In ogni battaglia tra i servizi segreti e la stessa Casa Bianca, l’unica risorsa effettiva della comunità dell’intelligence è di preparare informazioni o favorire fughe di notizie contro il presidente. Non ci sono, tuttavia, garanzie sul fatto che possa funzionare davvero” scriveva un esperto israeliano di intelligence lo scorso gennaio sul Financial Times.

Ma adesso nella turbolenza permanente dentro e tra le varie agenzie di sicurezza statunitensi, sono entrate anche le turbolenze nella relazioni con i servizi segreti “cugini” (così di definiscono), in particolare quelli britannici e israeliani con cui da decenni esiste una relazione speciale di collaborazione.

Con i primi durante tutta l’epoca della guerra fredda c’è stata una cooperazione strettissima a tutti i livelli. Con i secondi c’è stato anche qualche incidente, come quello dell’agente Pollard che, inserito nelle agenzie statunitensi (era un analista della Us Navy), passava informazioni al Mossad. Era stato arrestato nel 1985 e liberato nel novembre del 2015 dopo quasi trent’anni di carcere per tradimento. Era stato l’addestratore del Mossad Rafi Eitan, a reclutare Pollard nei servizi segreti israeliani, come lo stesso Eitan rivelò in un’intervista ad Haaretz del dicembre 2014. Secondo i responsabili dell’intelligence americana c’erano le prove secondo cui le informazioni ottenute da Pollard sarebbero state passate dal Mossad ai sovietici in cambio della libertà per gli ebrei russi di continuare a emigrare verso Israele. Ed effettivamente con l’era Gorbaciov (seconda metà del 1985) vennero via via aperte le porte alla emigrazione di massa dall’Urss verso Israele (almeno 600mila persone), un processo che ha significato la lapide materiale sulle aspirazioni palestinesi.

Qualche giorno fa, lo scenario si sarebbe ripetuto ma a parti opposte, con Trump accusato di aver rivelato ai russi notizie fornitegli dal Mossad sulle forze dell’Isis sul teatro di crisi siriano.

Il recente incidente con la fuga di notizie sui giornali Usa relative alle indagini per l’attentato di Manchester, è forse il segnale più brusco del cambiamento di clima nelle relazioni da sempre strettissime tra i servizi segreti britannici e quelli statunitensi. In Gran Bretagna gli sgambetti tra servizi sono spesso più “interni” tra le due sponde del Tamigi dove risiedono i servizi che fanno riferimento al Foreign Office (MI6) e quelli per la sicurezza interna (MI5).

Ad un occhio “smaliziato” non era sfuggito come le prime indiscrezioni sull’attentatore e l’ordigno di Manchester venissero diffuse dal New York Times, piuttosto che dalla stampa britannica. Si è scoperto poi che la fuga di notizie era stata favorita dai “cugini” americani come vero e proprio inciampo sulla strada di Trump alla vigilia del vertice Nato e del G7. La sfuriata della May a Trump e la promessa del presidente Usa di punire i responsabili annuncia una nuova fase di redde rationem nel rapporto tra Casa Bianca e agenzie di intelligence statunitensi.

Ma la bomba che si prepara a deflagrare per prima, sembra riguardare più i servizi britannici che quelli statunitensi. La rivelazione che il padre dell’attentatore, Abeidi, abbia lavorato per lungo tempo come terminale dei servizi segreti britannici dentro i gruppi jihadisti in Libia non può passare inosservata. Al contrario getta una luce fosca ma illuminante sul “lavoro sporco” che i servizi inglesi attuano in Medio Oriente e, a quanto sembra, all’insaputa dei “cugini” Usa.

Ramadam Abeidi, il padre dell’attentatore, era infatti uno dei Manchester Fighters spediti in Libia nel 2011 dalla Gran Bretagna a combattere per la caduta di Muammar Gheddafi (altro che rivoluzione, ndr). Nel 1991, Ramadam aveva lasciato la Libia con la sua famiglia ed era andato in Arabia Saudita, dove aveva addestrato i mujaheddin afghani e arabi che combattono in Afghanistan contro il governo di Najibullah che i sovietici hanno lasciato alle loro spalle dopo aver abbandonato Kabul. Nel 1992, i mujaheddin entrano a Kabul, uccidono in modo brutale Najibullah e assumono il potere prima di riscatenare una sanguinosa guerra di tutti contro tutti fino all’arrivo dei Talebani. Ramadam si trasferisce allora in Inghilterra (a Londra prima, a Manchester, poi) per unirsi alla diaspora libica islamista raccolta nel “Libyan Islamic Fighting Group” (LIFG).

Insomma un miliziano a disposizione dei servizi britannici per azioni coperte in Libia e Medio Oriente.

E’ da questi dettagli che si capisce come l’attentato di Manchester, la fuga di notizie, le tensioni tra May e Trump si stanno portando dietro e dentro contraddizioni assai più rognose di quelle che i telegiornali danno in pasto quotidianamente all’opinione pubblica.

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