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mercoledì 20 settembre 2017

Sinistra e lotta di classe, un dibattito tra Iglesias e Linera

Il giornale online Contropiano pubblica una lunga conversazione fra il segretario di Podemos Pablo Iglesias e il vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera (la versione video, realizzata per la trasmissione “Otra vuelta de tuerka”, è consultabile qui). Si tratta di un testo di quindici pagine con passaggi di grande interesse sulla biografia personale e politica di Linera, sulla storia della rivoluzione boliviana, sul dibattito teorico fra i marxisti latinoamericani e sugli spunti di riflessione che esso offre alle sinistre radicali europee. Provo a estrarne qui di seguito i nodi essenziali, rinviando il lettore interessato al testo originale (o al video) per approfondimenti.

Linera racconta in primo luogo il suo complesso percorso formativo: l’infanzia in un Paese dove le rivolte proletarie si alternano ai golpe militari, gli studi in Messico, dove ha l’occasione di misurarsi con i testi classici del marxismo e con le migliori menti della sinistra rivoluzionaria del Sud America (in un momento storico che vede convergere in Messico militanti, intellettuali ed esuli politici da tutto il subcontinente), infine il ritorno in Bolivia dove, prendendo le distanze dalla sinistra ortodossa, avvia il suo percorso di riflessione teorica sul ruolo strategico che le masse contadine di etnia india potrebbero svolgere nel processo rivoluzionario – riflessione che si converte in partecipazione alla guerriglia Aymara, che gli costerà cinque anni di carcere.

Nella parte centrale dell’intervista troviamo gli spunti più interessanti di critica all’ortodossia marxista. Le sinistre boliviane, dice Linera, “Non avevano alcuna lettura degli indigeni. Non avevano risposte sul tema dell’identità. Secondo loro continuavano a essere contadini, piccolo borghesi, piccoli proprietari che dovrebbero lasciare che il movimento operaio li educhi e li porti verso la dittatura del proletariato”. Una sinistra del genere, commenta, non serve perché “è in un altro secolo, in un altro paese, dice cose sbagliate”. In alternativa a questa linea Linera contribuisce a costruire un movimento che non individua nelle etnie indie una massa di manovra da egemonizzare bensì l’avanguardia del processo rivoluzionario, e che riconosce nella loro cultura l’embrione di una inedita via comunitaria al socialismo (sulle orme dell’ultimo Marx, mi viene da osservare, il quale aveva nutrito analoghe speranze sulle comunità contadine russe).

Dall’esperienza del carcere impara “a ballare con il tempo”, ad aspettare con pazienza che arrivi il suo momento. Momento che arriva con le grandi rivolte popolari contro le privatizzazioni imposte dal regime neoliberista a cavallo della transizione di millennio: “Si organizzano campagna, città, operai, indigeni, in un modo che non era pianificato da nessuno, da nessun intellettuale, da nessun accademico di sinistra”, è la spinta irresistibile che nel giro di qualche anno porterà alla presidenza Evo Morales: un indio presidente “in una società dove gli indios potevano essere solo facchini, muratori o camerieri”.

Come si è arrivati a questo governo indigeno che ha nazionalizzato le risorse naturali, indetto l’Assemblea Costituente e che ha cambiato, e continua a cambiare, il volto del Paese e la struttura stessa dello Stato? Grazie alla crisi delle idee e del senso comune dominanti, risponde Linera, perché “prima delle grandi vittorie politiche c’è sempre una vittoria del senso comune della gente” (il riferimento, sia implicito che esplicito, al pensiero di Gramsci è costante in tutto il corso dell’intervista).

Infine Iglesias lo conduce a parlare dell’Europa, in una parte conclusiva in cui emerge il debito che lo stesso Iglesias (e il progetto politico di Podemos) hanno contratto nei confronti della lezione boliviana. Ed è forse qui che emergono alcuni limiti, nel senso che, dopo avere riconosciuto che il panorama europeo “per noi, fino a due anni fa, era desolante, deprimente, che parlare d’Europa era come parlare di un continente vecchio in tutti i sensi”, Linera accenna a un riaccendersi della speranza, a un risveglio della società civile nei Paesi del Sud Europa che – considerate le non entusiasmanti situazioni di Grecia e Italia – sembra alludere soprattutto all’esperienza spagnola di Podemos, ma non offre chiari elementi di analisi e riflessione.

Ciò non toglie che da questa lunga conversazione emergano non pochi spunti per chi volesse riflettere sulle condizioni di una possibile rinascita della lotta anticapitalista nel Vecchio Continente: dalla necessità di ragionare sulle inedite forme di una lotta di classe che, tramontati i soggetti tradizionali, tende ad assumere forme spurie, “populiste” (da interpretare attraverso le categorie di egemonia, guerra di posizione e blocco sociale, riscoprendo la lezione di un Gramsci studiatissimo in America Latina e pressoché dimenticato da noi); alla riscoperta della centralità di una questione nazionale che non è qui meno urgente che in America Latina, perché democrazia e sovranità popolare, come ha recentemente ribadito il sociologo tedesco Wolfgang Streeck, si danno solo all’interno degli stati nazionali.

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Ryanair: chi di esasperata produttività ferisce, di quella perisce

Il tracollo operativo di Ryanair di questi giorni, assurto ormai alle prime pagine dei giornali, apre un forte interrogativo sullo stato del trasporto aereo in Italia, a nostro avviso con molto ritardo. Le cause di questi gravi problemi operativi sono molteplici ma possono essere ricondotte a un fattore comune legato al collasso del teorema dell’esasperazione della produttività, del feroce dumping salariale alimentato dall’applicazione in qualsiasi nazione delle permissive regole irlandesi.

L’espansione dei vettori low cost in Italia è stato sia causa che effetto del disastro industriale dei nostri vettori, dei loro azionisti e management. Infatti, in pochi altri Paesi europei sono state letteralmente consegnate le chiavi di un settore industriale come hanno fatto i nostri Governi alla compagnia di O’Leary, attraverso la rinuncia ad una politica industriale, la mancanza di regole uguali per tutti gli operatori, un sistema di controllo indebolito e sovvenzionamenti statali mascherati.

Adesso che i nodi stanno inesorabilmente venendo al pettine, c’è molto poco da meravigliarsi che qualcuno abbia avuto finalmente una sentenza favorevole, che i Piloti scappino dove vengono trattati meglio, che bisogna rispettare orari di servizio, riposi e ferie minime, che poi sono alla base delle regole di sicurezza valide in tutta Europa.

A questo Governo, in particolare al suo Ministro dei Trasporti Delrio, chiediamo che finisca la stagione dei selfie e dei sorrisi con il patron di Ryanair; si apra la riflessione sul futuro e sulle regole di un settore che vive il paradosso di una crescita fortissima in un contesto di ultra-deregulation, dove la concorrenza si è fatta non sulle capacità ma sul massimo sfruttamento e sull’elusione delle regole.

Non dovevamo aspettare migliaia di voli cancellati con una moltitudine di passeggeri lasciati a terra; era chiaro che non saremmo potuti andare lontano e non potremo farlo in futuro se non si cambierà sistema.

Da più di 15 anni USB chiede una riforma del settore che non è mai arrivata generando disastri industriali, migliaia di licenziamenti e l’aumento della precarietà.

Vogliamo l’intervento dello stato per il rilancio delle grandi industrie nazionali, un sistema di regole uguali per tutti gli operatori e regole contro gli appalti e il dumping selvaggio.

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Catalogna: scatta la repressione di Madrid. Raffica di arresti, in manette i dirigenti della Generalitat

Lo Stato spagnolo è passato alla fase apertamente repressiva contro gli organizzatori del referendum indipendentista, compresi membri e funzionari della Generalitat, il governo della Catalogna. E’ un esito al quale molti esponenti politici e commentatori pensavano non si sarebbe arrivati, ma gli interessi in gioco sono consistenti e di fronte alla determinazione del fronte indipendentista catalano i poteri forti di un paese che non ha mai fatto i conti con il proprio passato fascista hanno deciso di passare all’azione. La parola d’ordine è impedire la consultazione con la forza.

Stamattina centinaia di agenti della Guardia Civil hanno fatto irruzione negli uffici di molti dipartimenti della Generalitat e in quelli di due imprese private sequestrando materiale considerato illegale in quanto collegato al referendum del 1 ottobre. La ‘Benemerita’ ha operato finora 14 arresti, per la maggior parte di funzionari e dirigenti dell’amministrazione regionale catalana, tra i quali ci sono anche due stretti collaboratori del numero due della Generalitat, Oriol Junqueras, esponente di Esquerra Republicana. Si tratta di Josep Maria Jové e di Lluís Salvadó, entrambi responsabili del Dipartimento Economia e Finanze, accusato dalla magistratura e dal governo spagnolo di stornare illegalmente fondi pubblici per coprire le spese di organizzazione della consultazione popolare che dovrebbe sancire la fondazione di una Repubblica Catalana indipendente. Le perquisizioni e gli arresti sono avvenuti all’interno delle sedi dei dipartimenti Economia e Finanze, Esteri, Lavoro e Affari Sociali, e all’interno di enti dipendenti dalla nuova Agenzia Tributaria della Catalogna, organismo creato dal governo catalano nei mesi scorsi proprio in previsione di un processo di disconnessione e disobbedienza nei confronti delle istituzioni centrali spagnole. Tra gli arrestati figurano anche alcuni dei responsabili del governo catalano per il voto elettronico, per le telecomunicazioni e per il settore informatico. Anche l’azienda privata Fundaciò.cat, incaricata di gestire il dominio internet ‘.cat’ è sta oggetto di una perquisizione.

Da mesi il giudice Juan Antonio Ramírez Suñer guida una speciale task force che in segreto ha preparato un’operazione repressiva su vasta scala volta a impedire l’organizzazione del referendum dichiarato illegale dal Tribunale Costituzionale all’inizio di settembre.

L’accentramento nelle mani del giudice Ramírez Suñer, realizzato con consistente anticipo rispetto agli eventi ed evidentemente su input del governo di Madrid, ha generato il malumore dei giudici del Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, di grado superiore e formalmente incaricati di ‘seguire il caso’. Di fatto Ramírez Suñer ha scavalcato la giudice del TSJC, Mercedes Armas, che giorni fa aveva respinto le richieste del procuratore che chiedeva di poter ordinare alla polizia una raffica di perquisizioni e di arresti a carico dei responsabili del governo catalano.

Già prima dell’estate, il magistrato aveva ordinato alla Guardia Civil di interrogare vari dirigenti della Generalitat oltre al leader del “Coordinamento per un referendum pattuito con lo Stato”, il socialista catalano Joan Ignasi Elena.

Sempre stamattina, la Guardia Civil ha effettuato un altro blitz, stavolta a bordo di una nave privata nella località di Bigues i Riells, arrestando altre due persone e sequestrando dieci milioni di schede elettorali e vario materiale informativo sulla consultazione del 1 ottobre. Nei giorni scorsi la polizia di Madrid aveva già sequestrato circa un milione e mezzo di cartelli, manifesti e volantini in varie parti della Catalogna. Ieri la polizia militarizzata aveva perquisito la sede della società di posta privata Unipost, sequestrando l’80% delle notifiche di convocazione ai seggi destinate agli elettori.

Il presidente del Partito Popolare in Catalogna, Xavier García Albiol, si è immediatamente congratulato con le forze di sicurezza. Su twitter l’esponente della destra nazionalista spagnola ha scritto, dicendosi orgoglioso dello ‘stato di diritto’ e del premier Mariano Rajoy: “Qualcuno credeva che separare la Catalogna dal resto della Spagna non avrebbe comportato conseguenze”.

Incredibilmente, il Ministro degli Esteri spagnolo, Alfonso Dastis, ha accusato gli indipendentisti catalani di utilizzare ‘metodi nazisti’ per imporre il referendum.

A pochi minuti dall’inizio delle perquisizioni prima centinaia e poi decine di migliaia di manifestanti, convocati dal tam tam telefonico e dei social, hanno iniziato a protestare nel centro di Barcellona davanti alle sedi del governo catalano occupate dagli agenti della Guardia Civil e davanti alla sede del governo spagnolo. I manifestanti gridano slogan – “Voteremo”, “Non abbiamo paura”, “No pasaran”, “No al colpo di stato”, “Dov’è l’Europa?”, “Sciopero generale!” – cantano ‘El Segadors’ (l’inno catalano) ed espongono garofani rossi e gialli (i colori della senyera, la bandiera catalana). Alle proteste organizzate dalle associazioni culturali Omnium Cultural e Associazione Nazionale Catalana, oltre ai militanti dei partiti indipendentisti – PDeCat, ERC e Cup – partecipano anche i lavoratori del sindacato Comisiones Obreras, la cui sede si trova a pochi passi da uno dei “ministeri” presi di mira dalla Polizia.

Migliaia di manifestanti hanno anche bloccato il traffico nelle centrali Via Laietana e Gran Via, esponendo cartelli e striscioni per l’indipendenza, e si sono vissuti attimi di tensione con le forze dell’ordine.

Una manifestazione organizzata fuori dalla sede centrale di Barcellona della Cup dopo che Policia Nacional ha fatto irruzione negli uffici del partito anticapitalista è sfociata in scontri: i dimostranti hanno gridato “non siete soli” all’indirizzo dei loro compagni all’interno dell’edificio e “fuori le forze di occupazione” contro gli agenti in tenuta antisommossa che hanno provato a disperdere la protesta.

A Sabadell, una delle più popolose città della Catalogna, la folla che protestava contro la repressione si è brevemente scontrata con gli agenti di polizia. Questo mentre i media hanno diffuso la notizia che le Direzioni Generali della Guardia Civil e della Policia Nacional hanno sospeso le ferie e i permessi di tutti gli agenti coinvolti nel dispositivo varato per impedire il referendum catalano.

A Catalunya Radio, il vicepresidente del Govern e Conseller dell’Economia, Oriol Junqueras, ha definito l’accaduto una “dimostrazione dello stato di polizia”. “Entrano nella sede del Govern come se fosse un’azienda qualsiasi” ha denunciato l’esponente della Sinistra Repubblicana.

Dopo le perquisizioni e gli arresti, il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, ha convocato una riunione straordinaria del Govern seguita da una conferenza stampa. Il suo portavoce Jordi Turull sui social ha chiesto agli indipendentisti di mantenere la calma e ha ribadito che il processo di disconnessione dallo Stato Spagnolo andrà avanti: “Molta calma e serenità di fronte allo stato d’emergenza e di polizia. Il nostro impegno continua e con più ragioni ogni ora che passa”.

La deputata e dirigente della CUP – sinistra radicale indipendentista – Anna Gabriel ha chiesto al governo di Barcellona di garantire ad ogni costo la consultazione popolare prevista il 1 ottobre nonostante il ‘colpo di stato’ in corso. “Non ci può essere nessun passo indietro. E’ impensabile che il 1 ottobre non si voti, in caso contrario vorrà dire che il colpo di Stato ha vinto”.

La sindaca di Barcellona Ada Colau ha definito ‘uno scandalo democratico’ gli arresti per motivi politici avvenuti questa mattina, mentre i parlamentari statali di En Comùn, Erc e PDeCat abbandonavano la seduta del Parlamento di Madrid in corso.

L’esponente catalano di Podemos, Xavier Domènech, ha affermato che tutte le linee rosse sono ormai state superate. Dura la condanna del leader di Unidos Podemos, Pablo Iglesias, secondo il quale è intollerabile “che in Spagna ci siano prigionieri politici mentre un governo corrotto occupa le istituzioni”. Il segretario generale di Podemos ha però insistito di nuovo sulla necessità di un accordo tra Catalogna e Stato Spagnolo che permetta un referendum convocato di comune accordo, una eventualità allo stato impossibile a maggior ragione dopo gli arresti di stamattina.

Questa mattina, dopo una riunione tra i dirigenti spagnoli del Partito Popolare e del Partito Socialista (quest’ultimo, teoricamente, all’opposizione) il Ministro delle Finanze Cristóbal Montoro ha ordinato il commissariamento di tutte le entità economiche e finanziarie finora dipendenti dalla Generalitat e il blocco dei conti bancari del Govern.

Di fatto una applicazione, seppur non dichiarata, dell’articolo 155 della Costituzione Spagnola, che consente a Madrid di sospendere gli Statuti di Autonomia dei territori ribelli.

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Il discorso di Trump all’Onu: l’epitaffio dell’Impero

Questo articolo compare contemporaneamente su Contropiano e L’Antidiplomatico.

Trump, nel suo discorso alle Nazioni Unite, ha attaccato nell’ordine Kim Jong-Un, Maduro, Obama, Castro, la rivoluzione islamica Iraniana, Hezbollah, le Nazioni Unite, Assad, il socialismo Sovietico, il comunismo Cubano e indirettamente pure Chavez e la Federazione Russa (in merito alla vicenda Ucraina).

Per il resto, solito doppio messaggio. Uno indirizzato alla popolazione americana, sullo stile della campagna elettorale che l’ha portato alla presidenza. L’altro indirizzato al resto del mondo, chiaramente incentrato sul ruolo degli Stati Uniti quale nazione unica ed indispensabile (American exceptionalism) tinto però di una sorta di realismo politico (a suo dire).

Quel che conta è la frattura nel campo imperialista nordatlantico. Trump è disprezzato dai neoliberal alla Clinton e detestato dai neocon alla McCain (anche se fa di tutto, specie con la retorica più che azioni, per entrare nelle loro grazie), osteggiato persino dalla maggior parte dei partner Europei. Senza contare l’incapacità di fondo dell’amministrazione di conciliare le diverse posizioni di Trump in politica estera, generando terremoti (geo)politici devastanti come visto con Qatar e Arabia Saudita o tra Washington ed Ankara.

Trump non pare voler lasciare in eredità al paese l’ennesima guerra (con conseguente sconfitta), tradendo ulteriormente il mandato elettorale. Si è però volutamente circondato di generali assetati di guerre, soldi e appalti per i giganti del complesso militare industriale, sperando di salvarsi la presidenza. Non a caso ha deciso di aumentare il budget della difesa, ma non perde occasione per ribadire che gli Stati Uniti non vogliono usare la forza.

Ancora una volta, conta la realtà dei fatti e non le parole dietro cui Trump e l’establishment americano spesso si nascondono: in Siria hanno perso, così come in Iraq ed Afghanistan; tutto mentre Pyongyang sviluppava il suo deterrente nucleare e perfezionava quello convenzionale, rendendo le minacce nordamericane vuota retorica.

Il discorso di Trump provoca indifferenza ed ilarità ai nemici nordamericani, sfiducia nelle nazioni ancora orbitanti nella bolla unipolare di Washington e grande soddisfazione per regimi come Israele e Arabia Saudita che si accontentano ormai persino della scadente retorica di una delle persone meno stimate sulla scena internazionale.

Trump, ogni volta che parla, ci ricorda indirettamente quanto la transizione ad un ordine mondiale multipolare sia fortunatamente irreversibile ed in pieno svolgimento.

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La terra trema di nuovo nel Messico centrale. 217 morti


Un terremoto di magnitudo 7,1 sulla scala Richter ha colpito il centro del Messico, compresa la capitale, 32 anni dopo il devastante sisma del 1985. I soccorritori continuano a lottare contro il tempo per trovare superstiti sotto le macerie di diversi immobili. E’ il terremoto il più grave e più mortale dopo quello del 19 settembre 1985, ha colpito il Messico esattamente a 32 anni dal sisma che provocò più di 10mila morti.

Il bilancio delle vittime è di 86 a Città del Messico, 71 nello Stato di Morelos, 43 in quello di Puebla, 12 nello Stato del Messico, 4 in quello di Guerrero e una in quello di Oaxaca. Sono quasi 4 milioni e 600mila le case, negozi e altri edifici senza elettricità in Messico. Lo riferisce la compagnia elettrica nazionale citata dai media locali. La gran parte delle abitazioni senza elettricità si trovano nella zona della capitale e negli Stati di Guerrero, Morelos, Puebla, Oaxaca, e Tlaxcala. Tra le vittime ci sono anche 21 bambini di una scuola crollata nella capitale, mentre proseguono le ricerche per ritrovarne una trentina ritenuti ancora dispersi.

Lo scorso 8 settembre sempre in Messico almeno 61 persone erano morte a causa del terremoto di magnitudo 8,2 avvenuto al largo della costa pacifica del Messico. Gli stati più colpiti erano stati quelli di Oaxaca, di Tabasco e del Chiapas: a sud del paese, vicino al confine con il Guatemala.

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La Fondazione Gramsci non si presti alla truffa dell’alternanza scuola-lavoro

Una lettera aperta/appello chiede che le istituzioni culturali non si prestino all’inganno introdotto con l’alternanza scuola-lavoro nel sistema di istruzione pubblica nel nostro paese. Qui di seguito il testo diffuso dalla Usb – Scuola.

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Come Usb Scuola siamo venuti a conoscenza della possibilità che un progetto extracurriculare proposto dalla Fondazione Gramsci, in occasione degli ottanta anni dalla morte di Antonio Gramsci, a un Istituto superiore di Bologna, venga successivamente approvato, declinato e realizzato nelle more dell’alternanza scuola lavoro. Non sarà certo l’unico caso di rapporti tra licei e istituzioni culturali, volti a ricercare percorsi di alternanza scuola lavoro apparentemente meno insensati e più formativi. Non è un accanimento particolare verso questo progetto, dunque, a farci scrivere. La circostanza però, per le ragioni che diremo, ci spinge a una riflessione i cui termini non possono sfuggire ai lettori e agli studiosi di Gramsci, meno che mai a una Fondazione che porta il suo nome.
Da decenni l’UE sta lavorando per modificare in modo radicale e irreversibile i sistemi di istruzione e formazione dei Paesi membri, con lo scopo, ormai nemmeno più tanto nascosto, di diffondere in modo capillare la cultura di impresa e di mercato e di formare giovani generazioni disponibili al lavoro sottopagato, quando non gratuito, ma anche a spostarsi molto lontano dal paese d’origine per “inseguire” il lavoro e pronte a una continua mutazione della propria professionalità, legata solo e soltanto alle esigenze del mercato.

Le competenze sviluppate nel corso dell’alternanza sono competenze funzionali al mercato del lavoro e alla logica di impresa. In qualche modo, utilizzando l’esigenza di una didattica meno “ingessata”, il mondo del mercato e dell’impresa si è aperto un varco nel mondo della scuola, un passo alla volta, a partire dalle scuole più indirizzate all’impiego lavorativo immediato, per arrivare a quelle che sono sempre state considerate preparazione ai percorsi universitari e quindi “al sicuro” da questi processi, i licei. Il nuovo esame di maturità, con la valutazione delle esperienze obbligatorie di ASL, costituisce un indicatore del tutto esplicito del ruolo assunto dalle tecniche di valutazione quali strumenti di misurazione dell’adesione al modello sociale imperniato sui principi ordoliberisti; a ciò va affiancata l’enfasi sempre più accentuata negli ultimi anni sugli strumenti di misurazione e di valutazione quantitativa nell’attività scolastica, a discapito dei processi e dei contenuti di apprendimento (si vedano per esempio il ritorno ai voti numerici nel ciclo d’istruzione primario e i test Invalsi), oggettività che prelude alla confrontabilità e alla gerarchizzazione dei risultati. Tutte queste metodologie, presentate come innovative, promuovono una didattica apparentemente democratica, mirante a sviluppare capacità che sulla carta favoriscono il pensiero critico e l’espressione individuale.

In tale contesto lo “spirito critico”, separato spesso da ogni contenuto culturale disciplinare, diviene una competenza trasversale, necessaria a promuovere il proprio capitale umano nel mercato del lavoro, perdendo la potenzialità di strumento volto a pensare la società nella sua complessità e a immaginarne una possibile trasformazione democratica. Viene meno del tutto la dimensione in senso ampio politica e civile dell’istruzione scolastica (e universitaria) che perde qualunque finalità pubblica orientata alla formazione del cittadino consapevole del suo ruolo nella società.

Pensare l’istruzione in questi termini significa, per noi, riprendere le pagine dei Quaderni su L’organizzazione della scuola e della cultura, e ragionare sul rapporto tra scuola “umanistica” e scuola “tecnica”, sul rapporto tra formazione teorica e formazione pratica, su quello tra educazione al lavoro e comprensione del mondo del lavoro. Significa insomma non adagiarsi sullo stato di fatto e dare una patina culturale ad un progetto che sta smontando ciò che resta della funzione generale e emancipatrice della scuola pubblica statale, ma nelle forme possibili metterlo in discussione.

I gramsciani, tra i quali ci inseriamo con modestia, hanno il dovere di aprire una stagione di riflessione teorica e di lotta politica e culturale e di porsi il problema di avviare una relazione con un soggetto sociale, le giovani generazioni, sempre più privo di riferimenti seri ed utili per interpretare e provare a modificare la realtà in cui vivono, fatta di precarietà, esclusione sociale, feroce selezione di classe. Non basta intitolare progetti a Gramsci, commemorare anniversari, bisogna farne pensiero vivo con i ragazzi, aprendogli gli occhi sui veri fini dell’alternanza. Lo scopo dovrebbe essere “scoprire da se stessi, senza suggerimenti e aiuti esterni, [che] una verità è creazione, anche se la verità è vecchia, e dimostra il possesso del metodo; indica che in ogni modo si è entrati nella fase di maturità intellettuale in cui si possono scoprire verità nuove...”.

Invitiamo cittadini, lavoratori della scuola, studenti, professori universitari a sottoscrivere questo appello con il quale chiediamo alla Fondazione Gramsci di non prendere in considerazione in alcun modo i progetti di alternanza scuola-lavoro nei quali la formazione è svenduta e mercificata, continuando invece a proporre progetti extracurricolari che con coerenza permettano agli studenti (e ai docenti) di conoscere il pensiero di Antonio Gramsci.

Per aderire scrivere a bologna.scuola@usb.it

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L’antifascismo del XXI secolo

Da mesi a Roma siamo dentro una trasformazione del rapporto tra fascismo e antifascismo. Un mutamento che costringe alla riflessione perché cambia non solo gli attori in campo, ma anche le modalità politiche con cui si combatte il fascismo in città. L’autunno sarà sempre più attraversato da scontri come quelli avvenuti la scorsa settimana al Tiburtino III o in estate a Tor Bella Monaca, motivo in più per attrezzarci rapidamente alla mutazione genetica in corso.

Ma cosa sta cambiando in concreto? E’ la periferia metropolitana il nuovo contesto che costringe al salto di paradigma. Per alcuni le periferie si starebbero drammaticamente “spostando a destra”. Per altri sono definitivamente serbatoio di elettori e militanti neofascisti. Il nostro lavoro quotidiano nelle periferie ci racconta altro: è la politica che è stata espunta completamente dalla periferia, sia essa di destra o di sinistra. Lontani dalle rappresentazioni mediatiche, le difficoltà che incontriamo noi, come sinistra, a rientrare nei quartieri (veramente) popolari, le incontra anche la destra neofascista. Le vicende di Tor Bella Monaca e di Tiburtino III confermano questa lettura: nonostante gli strepiti, alla prova dei fatti i fascisti erano soli e nei fatti isolati dai compagni e dal resto del quartiere. La periferia è un territorio completamente de-politicizzato, che rifiuta qualsiasi forma di aggregazione politica distante dai comportamenti della periferia stessa. Questo deserto sarà sempre più terreno di scontro perché il tentativo di ri-politicizzare questi straordinari territori dove resiste il proletariato metropolitano è l’unica possibilità di concreto radicamento sociale. Fuori dalla periferia c’è la città vetrina del centro storico o la città gentrificata dei quartieri della movida universitaria. C’è il nulla borghese insomma, direttamente contrapposto agli interessi della periferia. Questa contrapposizione è d’altronde chiara agli abitanti della cintura periferica metropolitana: il centro è il nemico. E *centro*, nel (giusto) pensiero comune di chi abita la periferia, è sinonimo di politica.

Questa lotta alla ri-politicizzazione delle periferie è il terreno di scontro tra sinistra e neofascismo.

L’antifascismo deve prendere atto di questo scenario mutato. Se prima era assicurata una legittimità diversa tra una sinistra radicata nelle periferie e una destra sostanzialmente esogena, oggi (da tempo) non è più così. La destra continua a rimanere esogena, esterna tanto ai quartieri popolari quanto ai concreti interessi dei suoi abitanti. Il problema (drammatico) è che tale “esternità” è condivisa anche dalla sinistra, qualsiasi essa sia. Questo il mutamento di contesto che stravolge anche una serie di modalità politiche sedimentate nel corso di decenni. L’antifascismo ideologico non fa più presa nei quartieri proletari, anzi: il modo migliore per essere estromessi dal quartiere è fare dell’antifascismo una bandiera politica, “a prescindere” dai problemi sociali della periferia. Anche perché i fascisti si presentano nei quartieri come “non fascisti”. Un tentativo sempre fatto, ma che di questi tempi trova meno anticorpi popolari per smascherarlo.

Il terreno di confronto è la soluzione delle contraddizioni sociali devastanti che vive la periferia. In questo senso nessun fascista potrà mai risolvere alcunché, ma se la sinistra verrà identificata con *il centro*, e quindi con l’origine di quei problemi, la destra potrà non risolvere nulla, ma almeno non venire assimilata al nemico. La difficoltà di agire politicamente in questo contesto è lampante, così come evidente la soluzione politica: non c’è alternativa al radicamento che contendere questi territori al neofascismo. Questa contesa avverrà sempre più con ogni mezzo necessario, e sempre meno con le bandiere (qualsiasi esse siano, a partire da quella antifascista) in mano. L’antifascismo dovrà viaggiare nelle cose, nelle vertenze, negli scontri con le istituzioni politiche ed economiche che governano i destini della periferia.

Detto altrimenti, dovrà essere un antifascismo sociale, molto pratico e poco teorico, disponibile a stravolgersi per sopravvivere. Consapevole, peraltro, che i “fascisti” nei quartieri non sono i militanti fascisti organizzati. Che la parola fascismo nasconde quel rifiuto verso il centro, nella sua declinazione politica e sociale, che non ha nulla a che fare col neofascismo propriamente inteso. La confusione politica che regna nella periferia è talmente degradata che molti si dichiarano al tempo stesso fascisti e antifascisti, come spesso sentito al Tiburtino III in questi giorni. Antifascisti nel rimando storico del nome, e fascisti come grido di disperazione. E’ difficile che un “vecchio” possa capire questi ragionamenti, ma i giovani colgono questa discrasia immediatamente.

Chi in questi anni recenti ha lavorato politicamente nei quartieri, aprendo sportelli di assistenza sociale o palestre popolari, ha già assimilato questo nuovo modo di intendere l’antifascismo. Chi invece non si è mai posto il problema probabilmente non capirà molto di questo discorso. Questi ultimi continuano ad essere il nemico, tanto dei quartieri popolari quanto della sinistra di classe.

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Le giornate di solidarietà trasformate dai media italiani in petizione... contro Maduro


Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico

Da Caracas, ieri, la giornalista Geraldina Colotti scriveva:
“Oggi vogliamo presentarvi un altro esempio di manipolazione mediatica che non troverete sui media nostrani. Qui in Venezuela si stanno svolgendo le giornate di solidarietà internazionale Todos somos Venezuela. Un incontro a cui sono stati invitati intellettuali, sindacalisti, partiti dei cinque continenti. [...]. Le agenzie stampa italiane parlano invece di una “piattaforma Venezuela Somos Todos” che, il prossimo 22 settembre “presenterà alla Corte Penale Internazionale dell’Aia una petizione con circa 90.000 firme contro il governo di Nicolas Maduro per aver commesso crimini contro l’umanità, sistematiche torture e persecuzioni per ragioni politiche”.
Todos somos Venezuela sta costruendo un “dialogo per la pace, la sovranità e la democrazia bolivariana”. Questo il messaggio della delegazione italiana presente a Caracas ieri insieme con alcuni costituenti. Un messaggio di resistenza anche contro le montagne di fake news del mainstream, con una certezza: i castelli di carta di menzogne che hanno costruito in questi mesi si sgretoleranno presto.

Il messaggio da Luciano Vasapollo:
Caracas: giornata intensa. Al mattino incontro con David Choquehuanca già cancelliere di Bolivia ed ora Segretario Generale dell’ALBA; nell’incontro si è parlato delle attività da svolgere nei prossimi mesi. Sempre nella mattinata poi siamo stati al secondo foro antimperialista in difesa della Patria e nel corso della bellissima e partecipata attività si è avuta la conferma della fedeltà delle Forze Armate bolivariane alla rivoluzione e al governo del Presidente Maduro. La giornata è continuata con varie interviste alle televisioni nazionali e a TeleSUR per testimoniare la nostra completa solidarietà al processo rivoluzionario bolivariano.
In serata partecipazione alla conferenza del nuovo Fiscal General de Venezuela Tarek William Saab che ha sostituito Luisa Ortega destituita per corruzione.

Chavez vive!

La Lucha sigue!!!


Qui il video:


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Patatrac RyanAir, una buona notizia

È iniziata la crisi del low cost? C’è solo da sperarlo. La RyanAir ha lasciato a terra centinaia di migliaia di passeggeri con la motivazione ufficiale che piloti e personale di volo sono in arretrato di ferie e ora devono farle. Secondo molti commenti questa è una piccola parte della verità, ma già di per sé essa è indice di una situazione gravissima. Per bloccare in forma cosi ampia le attività della compagnia irlandese è necessario che le ferie tra il suo personale siano praticamente sconosciute, cioè che si facciano volare gli aerei con equipaggi che non hanno riposato a sufficienza.

Immaginatevi cosa vuol dire questo per il loro rischio e quello dei passeggeri. Se RyanAir ha fermato i voli vuol dire che la condizione del personale era al limite del consentito dai regolamenti internazionali. Cioè che RyanAir non ha organici sufficienti per far fare ai propri dipendenti riposi e ferie quando essi siano previsti e che quindi accumula ritardi alla fine insostenibili.

Ma pare non sia solo questo a fermare la compagnia, ma anche la fuga dei piloti, che appena possono vanno dove sono pagati di più, condizione che pare non sia difficile trovare. Così quelli che restano devono garantire turni ancora più folli, rinunciare ad altre ferie, fino al crac. E ora anche gli assistenti di volo sollevano la testa, denunciano i salari da fame, i turni terribili e anche l’umiliante costrizione a vendere profumi e gratta e vinci, controllata da gerarchie che pretendono risultati e chiedono conto ai cattivi venditori. Il tutto in un sistema di assunzioni e relazioni con i dipendenti costruito apposta per evitare i vincoli di qualsiasi contratto.

Fino a poco tempo fa un lavoratore che voleva far causa a RyanAir, magari assunto in Bulgaria o in Italia, doveva rivolgersi al tribunale di Dublino, sede legale della multinazionale. Immaginatevi con che possibilità di successo. Ora una sentenza della Corte europea di giustizia di Lussemburgo, solitamente molto disponibile verso il mercato e le multinazionali, ha affermato che RyanAir deve subire le cause dei lavoratori nei paesi dove avvengono le violazioni dei loro diritti.

Questa montagna di guai tutti assieme non è precipitata per caso o sfortuna sulla compagnia irlandese, che è al primo posto in Europa e che si è fatta sentire anche per Alitalia. È il sistema low cost che qui sta raggiungendo i suoi limiti strutturali. Cioè il servizio non può continuare a funzionare contando solo sul supersfruttamento del lavoro. A questo punto la compagnia dovrà cambiare la sua politica dei prezzi o diventare completamente inaffidabile.

Per noi consumatori, che abbiamo goduto e gioito dell’offerta di voli assai convenienti, c’è una lezione da cominciare ad imparare. Se vogliamo continuare a raggiungere in massa mete lontane con l’aereo, abbiamo solo due alternative.

La prima è che ci siano altre leggi sul lavoro e sui mercati che portino lo schiavismo fino alle sue estreme conseguenze, basta con le ferie tanto per cominciare.

La seconda è che i redditi e le retribuzioni di chi ora poteva volare solo lowcost, crescano al punto di permettere l’accesso ai voli normali. Entrambe queste soluzioni sono difficile da attuare, per questo non dovrebbe essere poi così impossibile scegliere la seconda.

Anche se in realtà una terza soluzione ci sarebbe. Quando c’era l’Unione sovietica i voli in quell’immenso paese costavano pochissimo e non perché il personale fosse sfruttato, ma perché il trasporto aereo era considerato servizio pubblico. Quindi capitava che, in un volo che il mattino collegava una città di provincia a Mosca, salissero contadine con frutta o galline da vendere ai mercati. Quello però era il socialismo, sconfitto dal capitalismo liberista, quindi il sistema attuale ci offre solo queste due soluzioni, o si estende ed intensifica la schiavitù, o si redistribuiscono reddito e ricchezza. Finora i consumatori sono stati usati per imporre la prima soluzione.

Si chiudono le guardie mediche, ma i supermercati restano aperti ventiquattro ore, si smantella il servizio pubblico, però quello privato a basso costo prende il suo posto. I consumatori sono diventati sempre più attenti alle merci che comprano, ma non al lavoro che le produce. Stiamo attenti agli ogm, all’olio di palma, al chilometro zero. Ma poi non ci chiediamo se la commessa, che ci serve la domenica, riceva una retribuzione minimamente adeguata al suo pesante sacrificio e se e quando le sia permesso di riposare.

Se il lavoro fosse trattato come una merce di valore, oggi avremmo i contratti di lavoro negli indici di qualità del prodotti. Invece con la globalizzazione liberista il lavoro è diventato la merce più a buon mercato, di cui non vale la pena dare conto. Così, comprando prodotti e servizi low cost ci sembra di essere meno poveri. E non ci rendiamo conto invece che alimentiamo un sistema schiavistico che prima o poi travolgerà anche noi.

Il patatrac di RyanAir ci dice che tutto questo può saltare e che il finto progresso, fondato sul lavoro a basso costo e senza regole, può finire. È una buona notizia per i diritti del lavoro, per la giustizia sociale e magari per il ritorno del servizio pubblico.

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martedì 19 settembre 2017

Giro d’Italia 2018, pedalare nei Territori Occupati

Il Giro d’Italia che ha archiviato un secolo, il numero 101, partirà da Gerusalemme. L’hanno annunciato con enfasi politici e tecnici italiani e israeliani. Per questioni di sponsor, marketing e di tutto l’affarismo che lo sport diventato azienda si trascina dietro, soprattutto dagli anni Novanta la classica “corsa rosa” ha scelto di partire fuori dal suo territorio. Finora era andata prevalentemente in Europa (Belgio, Francia, finanche Grecia) e un po’ più lontano fra Danimarca e Paesi Bassi. Quasi tutte terre dove la bici è sacra e la tradizione ciclistica consolidata. Quest’anno il colpo di scena: Gerusalemme e dintorni, un’operazione di marketing politico prima che economico. E non un ‘mordi e fuggi’ ma tre giorni tre in Israele, con queste tappe: crono di 10 km nella città della Terrasanta, 167 km da Haifa a Tel Aviv, 226 km da Be’er Sheva a Eilat. Perché? Nella presentazione questa la motivazione del direttore del Giro Mauro Vegni: “Per dare un’immagine diversa di Israele, che è un Paese che ha fame di sport. La sicurezza? Sinceramente non mi sentirei più sicuro in Europa in questo momento. Per quanto riguarda le questioni politiche, sappiamo che ci saranno strumentalizzazioni. Ma non facciamo alcun passo oltre rispetto a quelli fatti dal governo italiano”. Ed ecco la posizione dell’esecutivo che con la mano del ministro allo Sport Luca Lotti scrive: “Il prossimo Giro d’Italia sarà speciale: la partenza avverrà da Gerusalemme, un luogo affascinante, immerso nella Storia e in uno scenario irripetibile, simbolo della ricerca instancabile dell’armonia tra popoli (sic)”.

E ancora: “Far partire qui la corsa (Lotti era a Gerusalemme, ndr) rappresenta un ponte ideale tra Italia e Israele, fatto di cultura, tradizioni e ora anche di sport...”. Oltre alla buona volontà offerta dall’ufficialità della circostanza e all’involontaria gaffe sull’armonia fra i popoli, encomio riferito a una nazione che incarna guerre e sopraffazione a danni del popolo palestinese, la scelta del nostro governo appare in tutta la sua ingombrante faziosità, volta a sposare gli interessi israeliani di uso dello sport come mezzo di propaganda e quale eventuale volano per il turismo. Tutto per uscire dall’isolamento in cui versa il Paese ottusamente governato dal premier Netanyahu. Prestare il fianco, come fanno gli organizzatori della storica manifestazione col benestare del governo Gentiloni, agli interessi di Israele è assolutamente intollerante. Perché le presunte strumentalizzazioni, già preannunciate da ‘patròn Vegni’ (ah, Torriani come ti rimpiangiamo...) come potrebbero esser definite già queste righe, altro non sono e non saranno che il desiderio di stabilire una realtà storica, insanguinata dall’oppressione e dall’occupazione di terra. Non si domandano i nostri zelanti politici e tecnici che portano lo show del Giro in Palestina, cos’è quel nome, quella gente non solo in un lontano passato, ma in epoca recente. Qui e ora.

I dieci chilometri delle vie di Gerusalemme che ospiteranno i corridori saranno costellati per ragioni di sicurezza di soldati di Tsahal. Queste divise da cinquant’anni occupano illegalmente la città santa (le risoluzioni Onu non rispettate s’inseguono nel tempo), portando insicurezza e morte fra la popolazione araba che lì vive da millenni e ne viene espulsa. Non si chiedono nulla su Be’er Sheva, inclusa dal piano di ripartizione della Palestina nel territorio destinato allo Stato palestinese e occupata ‘manu militari’ nell’ottobre 1948 da un battaglione israeliano che ne produsse di fatto l’annessione alla propria nazione. Né forse sanno di Haifa, abitata negli anni Venti del Novecento da 100.000 palestinesi, diventati già nel 1947 poche migliaia poiché fuggivano dalle operazioni di pulizia etnica delle bande paramilitari dell’Irgun, fino a essere deportati definitivamente l’anno seguente dall’esercito israeliano, col benestare britannico. Forse è bene che gli amanti dello sport s’avvicinino a queste storie, perché accanto agli ebrei perseguitati dalla Shoa e aiutati, fra gli altri, dal grande campione del pedale Gino Bartali (bei gesti menzionati da Lotti per creare un legame fra passato e presente), c’è la sciagurata presenza d’un sionismo sordo a qualsiasi convivenza pacifica. Nato per sopraffare e opprimere. Ricordarlo non è strumentale, è sete di verità.

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Cosa si nasconde dietro Pinuccia Ghersi

Il Comune di Noli, decidendo di intitolare una targa in memoria di Giuseppina Ghersi, tredicenne violentata e uccisa da partigiani savonesi dopo la Liberazione, ha di fatto cercato di far passare un atto orrendo commesso in periodo di guerra e vendetta, come “la normalità” del movimento Partigiano.

Una bastardata raccolta da fascisti e reazionari di ogni risma, felici di poter nascondere i propri eccidi dietro un singolo fatto (uno dei pochi in cui i partigiani si sono abbassati al livello del nemico).

Ci sembra dunque necessaria una precisazione, che affidiamo a una penna decisamente migliore della nostra.

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“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono.”

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Gli attori urlanti sul palcoscenico della “politica”

Per raccontare la politica nazionale attuale ci vorrebbe un comico. E in effetti le tre correnti principali in lizza sono rappresentate da protagonisti dell’avanspettacolo: un comico vero in pensione (Beppe Grillo), un impresario in disarmo (Berlusconi) e un guitto precocemente esaurito alla testa del Pd. Si potrebbe obiettare che a rappresentare i Cinque stelle non sarà Grillo ma Luigi Di Maio, attor giovane tagliato per la parte dello studente modello. Ma per l’appunto stiamo parlando di uno studente che non riesce a laurearsi, non lascia segno sul lavoro, ma viene egualmente elevato al cielo. In fondo non è il solo. Le brillanti carriere di Giuliano Poletti, Beatrice Lorenzin, Valeria Fedeli, ecc, stanno lì a dimostrare che una laurea può essere solo d’impiccio per la carriera politica d’oggi...

Se uno volesse prendere sul serio quel che i giornali riportano in queste ore dovremmo pensare a una lotta all’ultimo sangue per arrivare a vincere le elezioni e formare un governo “con un programma chiaro”. Addirittura sarebbe obbligato a intravedere l’intervento di altri poteri dello Stato per impedire che “i rivoluzionari” si avvicinino alle stanze del potere. Esempio: “Tribunale sospende le primarie dei 5 Stelle: in bilico la candidatura di Cancelleri in Sicilia”.

Dal canto suo Matteo Renzi incassa le controinchieste della magistratura romana su quella napoletana a proposito del “caso Consip” (per cui ci sono già state confessioni e prime condanne, comunque) che avevano coinvolto il padre, Tiziano, e un “imprenditore” amico di famiglia. Addirittura il responsabile dell’Autorità anticorruzione – casualmente nominato da Renzi quando era a Palazzo Chigi – arriva a giudicare un’indagine in corso, violando un codice informale in uso tra i magistrati: “Nella vicenda Consip vedo molti pochi fatti e tante illazioni”. Raffaele Cantone dixit.

A destra non va diversamente. Berlusconi attende la riabilitazione dal tribunale di Starsburgo, impossibile sul piano giuridico ma sempre possibile su quello politico (la Merkel e Macron sono meno tranchant di qualche anno fa).

E il povero Salvini, infine, evoca complotti mostruosi ai suoi danni per il blocco dei conti della Lega disposto dal Tribunale di Genova in seguito a una normale condanna di primo grado ai danni di Umberto Bossi e dell’allora cassiere Belsito. «C’è una scheggia della magistratura che fa politica e vuole mettere fuori legge la Lega, vogliono farci fuori, metterci nelle condizioni di non esistere». E sperimenta un Aventino di una settimana...

Ma se tutti hanno problemi simili con la magistratura, quanti complotti sono messi in atto contemporaneamente? Ma, soprattutto, chi mai sarà il “puparo” che li manovra tutti insieme?

Pare chiaro che tutti questi soggetti hanno problemi con la magistratura perché sono incapaci (alcuni), truffaldini (tutti), corrotti (alcuni), corruttori (ci sono condanne passate in giudicato...), insofferenti delle e indifferenti alle regole. E tutti questi hanno comunque qualche “magistrato amico”, tanto da sospettare che a metterli sotto inchiesta sia l’amico dei propri avversari. Diciamo pure che è la “classe politica” di più basso livello che si sia mai vista in questo paese...

Non stupisce perciò che il rito procedurale principe della democrazia parlamentare – le elezioni politiche nazionali, e dunque la scelta dei candidati ad esse – sia ridotto a commedia dell’arte. Con l’attore-monologante Roberto Saviano che si diverte a candidarsi alle “primarie” pentastellate, per sottolineare – a beneficio di Repubblica e del Pd – la “situazione bulgara” in cui si è ritrovato il delfino Di Maio, cui hanno procurato in tutta fretta sette “avversari” sicuramente destinati alla sconfitta (anche se la “piattaforma Rousseau” non mancherà di far loro avere qualche voto per salvare le forme e la faccia).

La pagliacciata – per oggi – viene sottoscritta dallo stesso Grillo nel suo blog, con un post da tso immediato. Prima afferma che “I giornali volevano delle primarie fiction, noi gli abbiamo dato la realtà!.. Per i giornali ogni scusa è buona per parlare male del M5S e in queste ore discettano sulla qualità del voto per la candidatura a premier del M5S. Candidarsi alla guida del Paese è una grande, enorme responsabilità e tanto di cappello per chiunque ha deciso di mettersi in gioco. Il più grande in bocca al lupo di tutto il M5S”. E poi indica nel Pd il vero inventore del “metodo” truffaldino che lui stesso sta usando con Di Maio: “Tutti sanno come funzionano certe primarie, ad esempio quelle del Pd: c’è un candidato sostenuto dal partito e gli altri pescati dentro (per simulare un vero e proprio match), ai quali viene garantita una quota specifica di voti, giusto perché perdano con dignità riuscendo a restare capi della loro piccola corrente”.

Tutto vero, naturalmente. Ma con Di Maio stanno facendo esattamente la stessa cosa (a meno da non essere così fessi da credere davvero che il voto online su una piattaforma online di proprietà dei leader non possa dare risultati manipolati dagli stessi leader).

Sì, va bene, direte voi, ma allora che succede con queste elezioni?

Niente. State tranquilli. Come dice spesso il presidente della Bce, Mario Draghi, è in funzione un “pilota automatico” tale per cui chiunque guidi un paese dell’Unione Europea – Germania a parte, e in qualche misura anche la Francia – è obbligato a rispettare decisioni prese a Bruxelles o dintorni. Un pilota saldamente in mano ai partner più forti, che hanno tutto il potere formale e la forza economica per cancellare qualsiasi decisione presa democraticamente all’interno di un paese (chiedete ad Alexis Tsipras cos’è successo quella notte del luglio 2015, dopo la vittoria dell’Oxi nel referendum contro la Troika).

Questi attorucoli di quart’ordine che si affannano sulla scena politica, pieni di furore e di vento, lo sanno benissimo. Nessuno ha un’idea per rovesciare questa situazione. Ma soprattutto non ne ha intenzione (Lega e Cinque Stelle hanno velocemente abbandonato ogni velleità di uscita dall’euro e dall’Unione; e anche Berlusconi sembra aver dimenticato la cacciata subita nel novembre 2011, voluta dalla Ue e facilitata da Napolitano).

Nessuno avrà la maggioranza (si voterà con un proporzionale acefalo, con sistemi diversissimi tra le due Camere) e servirà un “governo di salvezza nazionale” per garantire obbedienza ai diktat della Ue e senza alcuna forza per “ricontrattare” singoli codicilli di singoli trattati.

Se questo è l’orizzonte, non c’è da stupirsi che gli attori sulla scena siano costretti a fare molto rumore. Altrimenti si potrebbe notare che loro non contano nulla.

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‘O sanghenapule non è chill ‘e Saviano

È andato in onda, domenica sera su Rai3, “Sanghenapule”. Spettacolo teatrale divenuto evento televisivo, “Sanghenapule” è stato registrato per Rai Cultura, dalla Sala Piccolo Teatro Studio Melato del Piccolo di Milano, che ha anche prodotto lo spettacolo. La regia scenica è del bacolese Mimmo Borrelli, i testi dello stesso Borrelli e di Roberto Saviano, che sono anche i protagonisti di questa orazione poetica e politica.

Più che sulla qualità di uno spettacolo senz’altro potente, almeno sul versante della poesia e della sonorità linguistica di Borrelli, voglio qui soffermarmi sulle ragioni di un’endiadi (Borrelli-Saviano) che trovo non solo ingiustificata – se non per ragioni di mercato – ma addirittura insopportabile.

Ho sempre amato la drammaturgia poetica, intrisa di amara e struggente violenza, carnale e densa di umori, dell’amico Mimmo Borrelli, per il quale ho scritto l’introduzione a un’antologia di poesia in lingue minoritarie, dal titolo “L’Italia a Pezzi” (edita, nel 2014, da Argo e curata da Christian Sinicco).

“‘A sciaveca” “‘Nzularchia” e “La Madre” sono spettacoli che ho recensito, cercando di restituire sempre le forti emozioni che mi avevano regalato. Proprio per questo non capisco la scelta di Mimmo di affiancarsi a Saviano. Cosa c’entri la scrittura di Borrelli, talvolta persino capace di accenti lirici, con la brutta prosa di Saviano e la sua sovraesposizione da personaggio mediatico, creato dal potere politico, non lo capisco.

Alcuni passaggi, devo confessare, mi hanno fatto letteralmente infuriare. Sulla bocca dell’ipergiustizialista Saviano, ad esempio, la citazione di Sacco e Vanzetti suona, mi sia consentito, come un affronto ed una beffa per chiunque creda in ideali anarchici o comunisti.

Non dimentichiamo, infatti, che questo ennesimo Savonarola, con i toni del moderno questurino, ha definito un uomo come Antonio Gramsci “un pedagogo di violenza”. Si è sempre schierato col potere giudiziario e poliziesco, trovando alloggio ai piani alti dell’editoria mainstream, progressista o reazionaria, a seconda dei casi e delle convenienze.

Per non parlare del suo speculare e lucrare sui mali di quella Napoli liminare ed emarginata, di cui non si preoccupa di approfondire le ragioni storico-culturali e/o politico-sociali, puntando solo ad affossarne dignità e senso civico, con la sua retorica manettara, la sua morale poliziesca e giudiziaria. Come se le sorti di una città fossero legate esclusivamente ad un “camorrismo” di genere, da fiction, per pure ragioni strumentali e lucrative; specie se la camorra, lo sottolineo ancora una volta, è male effettivo, purtroppo anche secolare, piaga di origine economica, storica, politica e sociale, che lo scrittore sta però trasformando in stigma antropologico.

E allora viene da chiedersi, quando sale su un palco a parlarci del 1799 e del sanfedismo, a che scopo lo faccia. Forse soltanto per marcare, possiamo dedurre, sempre più la differenza tra la borghesia illuminata d’allora e i reietti appartenenti al lumpenproletariat di oggi, avallando di fatto quel bieco antimeridionalismo un po’ razzista che contribuisce a formare, da tempo ormai, una parte rilevante del “senso comune” che avvelena questo paese, spingendolo sempre più a destra.

Insomma, sentire Saviano parlare del sangue di Napoli è come sentir dire da un fascista “W La Libertà”. Viene da chiedersi, immediatamente, quale sia il senso inconfessabile di quella parola, per lui.

Per farla breve, citando Nanni Moretti, le parole sono importanti ma soprattutto è fondamentale chi le pronuncia, specie in un teatro che vuole assumere una valenza civile e, quindi, politica. In bocca a Saviano alcune parole assumono irrimediabilmente l’amaro sapore dell’ambiguità. Inoltre, a mio avviso, Saviano è posseduto da una concezione borghese, classista, moralista e reazionaria della cultura. Una concezione che, personalmente, non posso che rifiutare. Una concezione e una visione che la poesia teatrale, dolente e materica di Borrelli, non ha mai contenuto. Almeno finora.

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Nel nome del popolo italiano...


La Magistratura tra realizzazione della Costituzione e “l’illusione repressiva”: uno sguardo storico-politico

Quest’articolo è un contributo al dibattito su alcuni nodi storico-politici relativi alla discussione sulla costruzione della campagna per le dimissioni di Minniti, l’abrogazione delle leggi che portano il suo nome e la proposta di amnistia politica. Questi sono gli obiettivi espliciti che saranno al centro delle riflessioni del Convegno della Piattaforma Eurostop di sabato 23 settembre a Bologna, quaranta anni dopo il convegno sulla repressione del 1977.

“Se pur non mancano tensioni e sommovimenti, è peraltro verosimile, per l’Italia e per l’intera Europa, un futuro caratterizzato da estese zone di conflitto tra sistema politico e giurisdizione o, più esattamente, tra sistema politico e diritto. E’ l’inevitabile conseguenza di alcune tendenze di questa politica: l’aumento della divaricazione tra poteri formali e poteri reali, la crescente compressione dei diritti sociali, la amministrativizzazione dell’agire politico. Lo spostamento del governo della società fuori delle sedi istituzionali è sempre più accentuato; la marginalizzazione del parlamento, del governo, delle stesse forze politiche è sotto gli occhi di tutti; la tendenza del potere reale a collocarsi in sedi extra legali (invisibili o direttamente criminali, ma in ogni caso prive di controllo) è storia del nostro paese; l’affievolirsi del ruolo di strumento di regolazione dei rapporti sociali proprio del diritto è ormai stabile. Il contrasto tra tale situazione di fatto e il sistema delle regole è di tutta evidenza e ciò aumenta la centralità dell’intervento giudiziario a presidio (anche) della visibilità, trasparenza e controllabilità della politica. La compressione dei diritti sociali è presentata in modo martellante come prezzo da pagare alle ragioni dello sviluppo o della storia: inevitabili le ricadute sul rapporto giustizia/politica in un sistema in cui l’uguaglianza sostanziale è dato normativo, i principi di giustizia distributiva sono diritti e gli interventi per realizzarli atti dovuti”.

Livio Pepino, 11° Congresso di “Magistratura Democratica”, Napoli, 1996

Nel film di Dino Risi “Nel nome del popolo italiano” del 1971, il giudice istruttore Mariano Bonifazi – interpretato da Ugo Tognazzi – è una trasfigurazione cinematografica di un profilo di magistrato che nella realtà di quegli anni veniva definito in termini giornalistici “pretore d’assalto”.

Il genere in cui può essere collocato il film, tra la commedia all’italiana e il noir, conosce in quegli anni la realizzazione di alcuni capolavori che sfruttandone i canoni estetici raccontano uno spaccato della società italiana in maniera più o meno impegnata, basti ricordare “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto” con uno strepitoso Volonté e “Milano Calibro 9” con un ottimo Gastone Moschin.

Nel film di Risi il giudice Bonifazi si contrappone ad un industriale: Renzo Santenocito, interpretato da Vittorio Gassman. Quest’ultimo è il ritratto negativo a tutto tondo di un esponente della borghesia corrotta, dissoluta e reazionaria, e viene accusato dell’omicidio di una studentessa che lavora per una agenzia di “public relations”, eufemismo linguistico anglosassone che nasconde il mestiere più antico del mondo.

In una scena memorabile, i due attori principali su una spiaggia deserta sotto la pioggia parlano animatamente. Ad un certo punto del dialogo il pacato giudice si sfoga, sempre tendendo ben saldo in mano l’ombrello con una posa da gentleman. Inveendo contro l’industriale, gli rivela le sue profonde convinzioni:

“E adesso senta il mio sfogo, approfittando che non c’è nessuno che ci ascolta. Io sono stufo – e non sono il solo – di essere il protettore di leggi di una società che fa SCHIFO perché consente ad individui come lei di prosperare e di proliferare [...] Il signor giudice è convito che certe leggi che consentono ai detentori del potere economico di danneggiare la collettività vadano cambiate”

La finzione filmica rappresenta iperbolicamente in questo dialogo la messa in discussione del ruolo di un potere storicamente connivente con il blocco sociale dominante ed il ceto politico di cui era espressione, una crepa all’interno di un corpo coeso prono ai dettami del potere.

Pochi anni prima una opera cinematografica di tal fatta non sarebbe stata possibile, perché negli anni Sessanta, come scrive Ferrajoli in “Per una storia delle idee di MD”, la magistratura era un corpo burocratico chiuso, cementato da una ideologia di ceto: un “corpo separato” dello Stato, come allora si diceva, collocato culturalmente, ideologicamente e socialmente nell’orbita del potere, che veniva avvertito come ostile dalle classi sociali subalterne ed avvertiva esso stesso queste medesime classi come ostili.

E oggi?

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Questo contributo nasce dalla necessità di ragionare in un delicato passaggio di fase come questo su alcuni nodi politici attuali che investono il potere giudiziario e le sue conseguenze materiali nell’attuale scontro di classe, dando un minimo di profondità storica ai temi trattati ed affidandosi anche agli scritti di quell’eresia che ha attecchito in parte della Magistratura, capendo quale possa essere la sua eredità e cosa vi sia ancora di attuale.

Innanzi tutto in tutti i frangenti in cui il conflitto di classe si è acuito o in cui lo sviluppo della torsione autoritaria è stato più marcato, lo spettro delle posizioni dei magistrati e della prassi di questo corpo si è polarizzato sempre tra i due estremi che possiamo così sintetizzare:

Da un lato l’assunzione di un ruolo organico nella repressione delle classi subalterne e la subordinazione agli sviluppi liberticidi del Leviatano, con una spinta ad un forte auto-disciplinamento corporativo.

Dall’altra la rottura con la propria complicità di ceto e di corpo per “sposare” una organicità con il processo di emancipazione degli sfruttati e ancorarsi alla sostanza garantista e progressista – ancora oggi solo parzialmente realizzata – della Carta Costituzionale, senza per altro rinunciare ad una battaglia a tutto campo che includesse il corpo della magistratura.

Da un lato la sterilizzazione della Costituzione, dall’altra la sua applicazione reale.

Per riprendere il dilemma del giudice del film, la scelta è tra l’essere parte integrante della lotta di classe dall’altro o della lotta di classe dal basso...

I vuoti richiami di alcuni magistrati ai compiti della politica, in chiave di deresponsabilizzazione del proprio ruolo, e l’assunzione di un profilo “falsamente” neutrale all’interno del conflitto di classe hanno quasi sempre mascherato una scelta di campo precisa, che ha poi delle ricadute specifiche nella relazione che si stabilisce tra la condizione di determinate fasce sociali subalterne (e delle loro lotte) e lo specifico momento giudiziario e di regolamentazione giuridica.

Se si da uno sguardo “a volo d’uccello” sui differenti temi e i differenti approcci così come alla prassi giudiziaria concreta degli esponenti di Magistratura Democratica, o della magistratura in generale, degli ultimi anni, questa divaricazione ne attraversa il corpo: il “diritto al dissenso” o più prosaicamente il reato di opinione, la questione abitativa, la questione delle disuguaglianze, i rapidi mutamenti della giurisdizione in materia di diritto del lavoro, il referendum costituzionale dello scorso anno ne sono alcuni significativi esempi.

Più recentemente abbiamo visto delle prese di posizione coraggiose da parte di MD come nel caso del Decreto Minniti (insieme ad ASGI) o in quello dello sgombero di pizza Indipendenza a Roma (“non Sgomberiamo la Costituzione”), così come posizionamenti di sostanziale allineamento con il nuovo corso inaugurato da Minniti.

Questa divaricazione, frutto della polarizzazione politica dovuta alle montanti contraddizioni sociali, si approfondirà ulteriormente o verrà ricomposta in chiave di uno nuovo “collateralismo” della magistratura con il potere politico.

Questa secondo sbocco, insieme alla grigia prassi burocratica consustanziale a questo corpo, sarà un aspetto non secondario dei problemi che ci troveremo ad affrontare, non solo in sede giudiziaria, come sa chi organizza quotidianamente la resistenza sociale.

Sta anche, e soprattutto, all’intelligenza e alle capacità di chi si contrappone politicamente all’attuale torsione autoritaria offrire non solo una sponda, ma un progetto politico in grado di articolare una campagna che sappia intercettare e influire anche sulla cultura, gli equilibri e non da ultimo sulle scelte processuali tout court del corpo giudiziario ed in generale di tutti quei settori “democratici” che fanno dell’applicazione della Costituzione e del garantismo giuridico il centro della propria azione.

Perché alla fine anche il Diritto è una questione di rapporti di forza organizzati.

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Facciamo una piccola disamina storica introduttiva per poi concentrarci sulle conseguenze dell’Autunno Caldo, sull’approvazione della Legge reale e sugli sviluppi successivi.

La magistratura è un corpo che è passato indenne e senza particolari traumi dalla democrazia liberale al regime fascista, compresa la Repubblica di Salò e dal fascismo all’Italia repubblicana. Ha sempre svolto un ruolo tutt’altro che secondario nel mantenimento dello status quo senza che la carriera dei giudici venisse mai compromessa dal compito esercitato nel precedente ordinamento politico.

La mancata epurazione della magistratura nel trapasso tra fascismo ed Italia repubblicana (meno di 20 giudici su 4000) e l’importanza di cariche ricoperte da alcuni prima con Mussolini e in “democrazia”, non solo ci danno l’idea della sostanziale continuità degli apparati dello stato ma anche del marchio storico della magistratura...

I casi più eclatanti furono quelli di Luigi Oggioni, procuratore generale della Repubblica di Salò, che da ottobre del 1959 al marzo del 1962 sarà presidente della corte di cassazione, e quello di Gaetano Azzariti, presidente del tribunale della razza, ministro del primo governo Badoglio, e presidente della Corte Costituzionale dal 1957 al 1961.

L’allineamento della magistratura al regime ebbe tra i suoi pilastri l’affermata apoliticità di giudici e giurisdizione. Così proclamava il Guardasigilli Alfredo Rocco in Parlamento il 19 giugno 1925: la magistratura non deve far politica di nessun genere. Non vogliamo che faccia politica governativa o fascista, ma esigiamo fermamente che non faccia politica antigovernativa o antifascista.

Si pensi al film “La villeggiatura” di Marco Leto, del 1973 dove il Commissario Rizzuto, interpretato da Adolfo Celi, veste i panni dello stimatore del padre del protagonista, professore di diritto, mentre riveste il ruolo di comandante di una struttura carceraria sull’isola di Lipari, una delle peggiori istituzioni del Regime...

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La magistratura è di fatto una “corporazione” che ha fatto dell’apoliticità l’ideologia portante della propria organicità al potere reazionario che fosse quello liberale, mussoliniano o democristiano...

Ma è con il ’68 che si apre una breccia all’interno di questo corpo, i cui primordi devono essere fatti risalire alla creazione di Magistratura Democratica a metà degli anni ’60: Bologna, 4 luglio 1964 per la precisione.

Vi è una propulsione da parte di una porzione della Magistratura alla messa in discussione del ruolo fin lì svolto, che avveniva su due fronti, quello squisitamente giudiziario con l’applicazione dei dettami costituzionali nel perseguire la propria azione di magistrato con particolare riferimento alle garanzie delle classi subalterne e una attività politica pubblica che portava i magistrati fuori delle aule dei tribunali a confrontarsi con le contraddizioni vive della società insieme ai maggiori vettori politico-sindacali del protagonismo operaio, anche oltre i perimetri delle organizzazioni della sinistra storica.

Questa rottura si consumava anche partecipando ad esperienze laboratoriali sul piano delle elaborazioni delle idee, come l’importante contributo dato dalla rivista “Critica del Diritto” che già dal nome si connota in senso antagonistico alla visione che aveva ispirato il corpo della magistratura fino ad allora.

Ripercorriamone le tappe con l’ausilio di una precisa e appassionata ricostruzione storica di due suoi protagonisti G. Palombarini e G. Viglietta:

“Alle agitazioni sindacali del 1969, mediante cortei, marce e manifestazioni di centinaia di migliaia di metalmeccanici, scioperi, picchettaggi, occupazioni di fabbriche, comitati di lotta, si affiancarono le lotte degli studenti, con cortei, occupazioni di scuole o interruzioni di lezioni, per contestare un’organizzazione della scuola ritenuta funzionale al riprodursi del sistema capitalistico. Così la reazione di magistratura e polizia si tradusse in circa 13.000 denunce, che colpirono 737 sindacalisti, 1103 vigili urbani, 2158 operai, 1916 ospedalieri e dipendenti di enti locali, studenti, direttori di giornali.

Quella del referendum non fu la prima opzione coltivata da Md, che caldeggiò la proposta di amnistia lanciata dall’allora segretario del PSI Francesco De Martino. A un’amnistia poi si arrivò (dPR 22 maggio 1970, n. 283), ma di contenuto limitatissimo, riguardante in pratica solo le occupazioni in occasione di manifestazioni studentesche e lievissimi reati comuni. Restava fuori la quasi totalità delle denunce delle manifestazioni sindacali e operaie, se non quando ricorreva l’attenuante del danno di particolare tenuità. La delusione fu grande e spinse Md a coltivare il progetto del primo referendum abrogativo della storia italiana.

Osservava Luigi Ferrajoli, che dette un contributo fondamentale all’elaborazione del testo e della relazione della proposta di referendum abrogativo: «Le norme di cui si chiede la soppressione sono le norme del codice penale che più marcatamente riflettono l’ideologia illiberale e autoritaria del regime fascista a tutela del quale furono introdotte. In forza di queste norme, la cui storia recente è la storia della repressione politica nel nostro Paese, le libertà sancite dalla Costituzione repubblicana sono oggi gravemente in pericolo...». Ma lo stesso Ferrajoli esprimeva un auspicio e una speranza che dimostrano come l’iniziativa contava ancora sull’apporto determinante dei partiti di sinistra: «Forse non arriveremo neppure alla votazione sul referendum. Forse l’iniziativa, mobilitando la pubblica opinione su temi istituzionali troppo a lungo ignorati, avrà l’effetto di indurre il Governo a riesaminare totalmente il suo limitato progetto di riforma e di sollecitare il Parlamento ad attuare per via legislativa l’abrogazione di tutte le norme contenute nel progetto. Ma una cosa è certa. Da questo momento il dibattito sui reati d’opinione si trasferisce nel Paese; cessa di essere un dibattito tecnico-giuridico e diventa un dibattito politico; esce dalle secche delle discussioni accademiche, dei convegni di studio e delle commissioni parlamentari in cui stagnava da oltre vent’anni e diviene battaglia popolare che impegna la responsabilità di tutte le forze politiche.»

L’inizio sembrò promettente. Infatti dopo l’“autunno caldo” del 1969 tutti i partiti di governo, esclusi socialdemocratici e repubblicani, e i partiti di sinistra avevano presentato in Parlamento disegni di legge per l’abrogazione della maggior parte dei reati politici d’opinione. Esisteva, inoltre un progetto di legge del Governo, sia pure di contenuti limitati. Dunque, l’iniziativa di Md, nonostante il suo radicalismo, non poteva certo esser considerata una provocazione. Il 22 dicembre 1970 si costituì un Comitato nazionale per il referendum abrogativo dei reati politici, d’opinione e sindacali con l’adesione del PSI, PSIUP, Movimento politico dei lavoratori, Partito radicale, Movimento giovanile della DC, organizzazioni sociali, movimenti politici e singole personalità, per la propaganda dell’iniziativa e la raccolta delle firme necessarie. Mancava però l’appoggio del PCI. Mentre le forze maggiori dapprima si defilarono e poi passarono ad un’aperta ostilità, il PCI già dal congresso di Trieste dell’Anm pose la condizione impossibile che il referendum fosse proposto dall’intera Anm, di cui conosceva le posizioni moderate e sostanzialmente conservatrici. Tanto più che quel congresso, sui temi «Uguaglianza dei cittadini e la giustizia» e «Evoluzione democratica e certezza del diritto», si concluse con l’esclusione di Md dalla giunta centrale e l’alleanza tra le correnti conservatrici e genericamente progressiste, per le quali la proposta di referendum era stata considerata quasi una provocazione. Il PCI passò poi ad un’aperta ostilità, con articoli che esprimevano perplessità sull’uso del referendum, fino al divieto di raccogliere firme alle Feste dell’Unità.

Certo l’iniziativa era radicale e complessa, come risulta dal lungo elenco di reati da abrogare, ma il segno democratico-costituzionale era chiarissimo, come risulta dalla rubrica dei reati oggetto del referendum.

Non si pensi che tali reati, a venticinque anni dall’entrata in vigore dalla Costituzione, e a 15 dall’attuazione della Corte costituzionale, fossero un armamentario desueto: tali norme come diremo tra poco, furono largamente applicate ed alcune lo sono tuttora.

In ogni caso, salvo l’aiuto dato in alcune sedi dal PSIUP, o dai sindacati dei metalmeccanici, ci trovammo da soli a gestire l’impresa disperata di propagandare l’iniziativa, raccogliere, in breve tempo, firme tutte autenticate con l’aiuto di volenterosi cancellieri e qualche raro notaio. A settembre del 1971 Md prese atto del fallimento dell’iniziativa: si erano raccolte 300.000 firme autenticate. Non mancarono critiche anche all’interno del gruppo, per il carattere troppo vasto dell’iniziativa e per l’esito complessivo. Certo, non tutti si mobilitarono al massimo, anche all’interno, come era peraltro scontato in partenza. Ma a nostro avviso, al di là dell’indubbia sensibilizzazione di parte non piccola dell’opinione pubblica sull’assurda persistenza di incriminazioni tipiche dello stato autoritario fascista, il risultato più rilevante fu spingere due o trecento magistrati (su un totale di circa 550 aderenti a Md in quell’epoca) fuori degli uffici per affrontare dibattiti, entrare a contatto con il mondo del lavoro, con gli operai e gli studenti. Insomma a rompere ogni chiusura corporativa”.

Questa lunga citazione ci è servita per introdurre alcuni elementi ancora rilevanti per noi: le conseguenze giudiziarie della lotta di classe, la proposta di amnistia politica per reati sociali, la determinazione e le difficoltà a portare avanti un referendum abrogativo su un aspetto del tutto rilevante e non da ultimo lo “smarcarsi” di uno dei maggiori partiti della sinistra istituzionale da questa “battaglia per la libertà”.

E su questo aspetto, tra l’altro, vogliamo continuare.

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La storia comune di impegno di MD arriva di fatto fino all’exploit elettorale del Partito Comunista e con la netta presa di posizione nei confronti della Legge Reale nel 1975 il suo mai più raggiunto picco di opposizione a quello che sarà lo stato di eccezione permanente con il suo corollario: “perenne” e sempre ampliata legislazione emergenziale.

Se si deve trovare un inizio, questo può collocarsi proprio con l’approvazione di quella legge.

Da allora è iniziata quella divaricazione sempre più netta in MD tra una salvaguardia del portato della carta costituzionale riguardo alle garanzie delle classi subalterne e “l’illusione della repressione”, facendosi fedele interprete di una strategia repressiva maturata all’interno della dirigenza della sinistra istituzionale. Questa subordinazione avveniva anche non avocando più a sé un ruolo politico attivo “sganciato” dal PCI, e rivolgendo la propria azione, in senso più tradizionalmente corporativo, all’interno della magistratura tout court.

Il termine illusione repressiva fu coniato da Pietro Ingrao in un articolo apparso sul n.3 di “Questione Criminale” citato da Antonio Bevere – allora sostituto procuratore della Repubblica del tribunale di Milano – nel suo intervento al Congresso di Magistratura Democratica tenutosi nell’aprile 1977 a Rimini.

Un appuntamento non rituale immediatamente successivo alle giornate del marzo del ’77 a Bologna, in cui era emersa una “spaccatura” netta tra la valutazione di MD a livello nazionale e gli esponenti dell’associazione del capoluogo emiliano.

Questa illusione, rifletteva una ambivalenza, potremmo dire una schizofrenia, rivelata da Ingrao nel corpo dei militanti della sinistra storica per cui conviveva insieme ad un atteggiamento “garantista”, teso alla difesa gelosa dei diritti delle libertà, delle garanzie individuali, memore delle mille volte in cui questi diritti sono calpestati per attaccarlo o colpirlo, un atteggiamento che potremmo definire “giustizialista”.

Secondo Bevere questo approccio tendeva a cancellare i fenomeni sociali attraverso la repressione.

Questa tendenza – che Ingrao rintracciava nell’abito mentale dei militanti rispetto a l’esplodere della criminalità – verrà assunta dalla dirigenza del Partito Comunista Italiano nei confronti sia delle organizzazioni rivoluzionarie di quel frangente storico che nei riguardi dell’emergere di quell’insieme composito di movimenti sociali che si stavano esprimendo in quegli anni.

Con le spalle coperte dall’unanimità «negativa» di tutta la classe politica nei confronti del «movimento» è ovvio che gli apparati repressivi si sentissero a loro agio come mai in precedenza e che la macchina poliziesco-giudiziaria fosse pronta a inghiottire alcune frange più dure della nuova contestazione, scrive Romano Canosa in Storia di un pretore.

Questo cambio di rotta del PCI, ebbe ripercussioni all’interno di MD.

L’appuntamento nella città romagnola fu una tappa decisiva del dibattito di MD, in cui anche se la volontà di trasformare l’associazione in una sorta di “cinghia di trasmissione” della politica del PCI in ambito giudiziario, imponendo un mutamento radicale della stessa, fu messo in minoranza, si evidenzio comunque una assoluta divergenza di approccio, che porterà alcuni magistrati “di sinistra” a farsi carico della repressione: Torino, Bologna e Padova sono gli esempi più conosciuti.

La divaricazione abbastanza netta all’interno dell’associazione di magistrati si era manifestata in seguito alle elezioni del giugno del 1976 che avevano visto il Partito Comunista Italiano prendere più voti di quanti non ne avesse mai ottenuti nella sua storia.

La “non sfiducia” data allora al governo Andreotti, era l’incipit di una strategia di co-gestione nel governo della crisi politica in cui la maggior forza della sinistra faceva pesare il proprio consenso elettorale, in modo più persuasivo che costrittivo all’interno dei nuovi equilibri di potere.

La formulazione dell’“ordine pubblico democratico” da parte del PCI era la concettualizzazione di ciò che Ugo Pecchioli – responsabile del settore di problemi istituzionali del partito – aveva dichiarato all’Espresso in un articolo uscito il 20 marzo del ’77 per il quale i “fenomeni eversivi” possono essere battuti usando con fermezza le leggi che ci sono. Con fermezza, lo ripeto, perché dobbiamo ricordarci che un sistema democratico può autodistruggersi anche per eccesso di garantismo.

Tra le leggi esistenti di cui il dirigente comunista invocava l’applicazione, ve ne era una che aveva trovato la timida opposizione, appena due anni prima, da parte del PCI: La Legge Reale, contro cui invece Magistratura Democratica, compresi i magistrati legati alla sinistra storica, si erano opposti.

Alcuni esponenti di MD avevano costruito una campagna insieme alle organizzazioni della sinistra extra-parlamentare che avevano giustamente visto in questa legge una gestione più dura dell’ordine pubblico e del dissenso politico radicale.

Lotta Continua, Partito Democratico di Unità Proletaria e Avanguardia Operaia organizzarono a metà maggio del ’75 un convegno alla Palazzina Liberty di Milano, allora sede della “comune” teatrale di Dario Fo.

Questa legge promossa in primavera dalla destra democristiana, e approvata anche con i voti del PSI e con l’opposizione formale del PCI era uno spartiacque nella storia politica del paese sia per la rapidità della sua approvazione, ma molto più significativamente perché – come concluse il suo intervento al convegno di Milano Romano Canosa – : per la prima volta nella storia del paese, l’adozione di misure eccezionali era avvenuta senza l’opposizione del Pci, il quale in concreto aveva sollevato poche o nessuna obiezione alla loro introduzione.

Tre anni dopo, 11 giugno del 1978, la legge venne sottoposta a referendum abrogativo, il PCI – a poco più di un mese dal ritrovamento del cadavere di Moro – diede indicazione di votare no, e l’esito referendario nel clima politico-sociale del tempo fu negativo.

Inutile sottolineare come La Legge Reale (n.152 del 22/5/1975) era stata preceduta dal dopoguerra in poi da altri provvedimenti liberticidi.

È una legge che come si è retoricamente detto dà la licenza di uccidere, ampliando il legittimo uso delle armi da parte delle forze dell’ordine e introducendo un regime processuale di favore in caso di abuso.

È la pena di morte de facto. Viene scritto in 625. Libro Bianco sulla Legge Reale. Nei primi 15 anni di applicazione della legge, si conteranno 625 vittime delle forze dell’ordine (254 morti e 371 feriti). Di queste ben 208 non stavano commettendo né reato né erano in procinto di commettere reati. Un contesto tipico (ricorre in 153 casi) è il posto di blocco o l’intimazione di alt. In 65 casi (pari al 10% del totale) le forze dell’ordine sono ricorse alla giustificazione del “colpo partito accidentalmente.

La legge rende possibile la perquisizione sul posto, senza l’autorizzazione della Magistratura, estende la definizioni di armi improprie, vieta il travisamento e l’uso di caschi protettivi in manifestazioni, ripristina l’istituto fascista del “confino” per ragioni politiche.

Sarà la prima di una lunga serie di provvedimenti legislativi che di fatto inaugurano la stagione delle emergenze, su cui torneremo in seguito.

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Note e riferimenti bibliografici:

Ordine Pubblico e criminalità. Per una risposta alle leggi liberticide del governo Moro, a cura di Lotta Continua, Avanguardia Operaia, PDUP, Mazzotta, 1975

Crisi istituzionale e rinnovamento democratico della Giustizia. Atti del Congresso di Rimini, aprile 1977, Magistratura Democratica, Feltrinelli, giugno 1978

Storia di un pretore, Romano Canosa; Einaudi, 1978

625. Libro bianco sulla Legge Reale. Materiali sulle politiche di repressione e di controllo sociale, Centro di Iniziativa Luca Rossi, AA.VV., febbraio 1990

Dalla Legge Reale al Decreto Moro. Prima parte del volume Nemici dello Stato di Luther Blisset edito da Derive Approdi nel 2002: http://www.lutherblissett.net/archive/078-02_it.html

Dalla classe alla corporazione. Lo strano cammino di Magistratura Democratica dalle origini ad oggi, Romano Canosa, Milano, 2004 (saggio inedito)

https://www.romanocanosa.it/itweb/dalla-classe-alla-corporazione.html

Appunti per una storia di Magistratura Democratica, Livio Pepino, n.1/2002, “Questione Giustizia”

http://www.magistraturademocratica.it/mdem/materiale/storia_md.pdf

http://www.questionegiustizia.it/rivista/2015/4/magistratura-democratica-e-la-tutela-del-dissenso_cronache-di-un-esperienza_282.php

Avevo vent’anni il 30 giugno 1960. Giacomo Marchetti – Bruno Rossi, “Contropiano”

http://contropiano.org/news/cultura-news/2017/06/26/ventanni-30-giugno-1960-093289

Il latte nero del terrore. Breve storia della “guerra sporca” anticomunista in Italia (1945-1973), Giacomo Marchetti, “Contropiano”

http://contropiano.org/news/politica-news/2017/08/21/latte-nero-del-terrore-094889

D.L. 13/2017 Sempre più distanza tra giudici e cittadini stranieri

http://www.magistraturademocratica.it/mdem/upy/fcomunicato/press_release_md_asgi_dl_13_2017.pdf

Non Sgomberiamo la Costituzione. No all’ordine pubblico in luogo di politiche sociali. Necessario cambiamento di rotta. http://magistraturademocratica.it/mdem/intervento_all.php?a=on&id=2809

Fonte

Il sogno realistico di un acchiappanuvole

Le prossime elezioni si preparano con uno spareggio nel centro sinistra tra Gentiloni, Renzi e Minniti, nel centrodestra tra Berlusconi Salvini e Taiani, i vincitori sfideranno Di Maio. Fuori starà Pisapia, che con tutti i fuorisciti dal PD e dalla sinistra radicale spera di rifare il centrosinistra di Prodi. Questa contesa entusiasmante si svolgerà al massimo tra il 50% dell’elettorato, perché oramai il popolo che una volta più votava in Europa, ora diserta le urne.

Ci dobbiamo rassegnare a questo triste scenario? Dove si rappresenterà uno scontro violentissimo tra diverse versioni della stessa politica, o tra alternative sempre più inconsistenti.

Io vorrei non rassegnarmi, vorrei partecipare alla costruzione di una alternativa vera, che non avesse paura di dire no alla guerra e all’austerità e ai poteri e agli strumenti, NATO - UE - Euro, che ce le impongono. Un’alternativa fondata sulla dignità e i diritti del lavoro, sul pubblico e sulle nazionalizzazioni. Un’alternativa che quando usasse la parola “prima” lo facesse solo per i poveri e gli sfruttati, senza distinzioni di sesso o razza. Un’alternativa che avesse il coraggio di rifiutare e mettere in discussione tutte le bugie e le leggi di trent’anni di dominio del pensiero unico liberista. Un’alternativa che non avesse alcun bisogno di chiedere approvazione a Cernobbio, ai meeting di CL, alla Confindustria, al tavolo dei banchieri qui e a Bruxelles. Non ne avrebbe bisogno, perché lor signori la capirebbero benissimo.

Ecco vorrei un’alternativa che fosse tale, che pensasse al presente e finalmente anche al futuro e che non avesse alcuna paura di andare controcorrente. È il sogno isolato di un acchiappanuvole il mio?

Fonte

Dall’URSS alla Russia


«Culto della personalità» – 1952: la Pravda pubblica sei volte il ritratto di Stalin; 1964: 147 volte quello di Khruščëv

Dietro le quinte di una cosiddetta “formazione dei militanti” sul tema della storia dell’URSS, si contrabbandano spesso trotskismo, khruščëvismo e gorbačëvismo. Presentando la storia sovietica come un percorso “Dal capitalismo al socialismo e viceversa”, da posizioni idealistiche si attribuisce l’evoluzione e la successiva involuzione dell’esperienza socialista in URSS a soli fattori soggettivi, secondo la vulgata di una presunta “bontà innata” di chiunque si sia opposto a quelle che vengono definite le “criminali” scelte politiche ed economiche della leadership sovietica durante il trentennio in cui Stalin fu a capo del PCR(b).

Di contro, si è tentato di illustrare sommariamente come quelle scelte riflettessero reali rapporti tra le classi sociali, così come si evince da alcune fonti sovietiche. Delimitazione cronologica e schematizzazione tematica sono soggettive e solo indicative del tema.

1932: sul numero 1-2 della rivista “Sotto le bandiere del marxismo”, compare l’articolo di M. Korneev Il secondo Piano quinquennale e l’eliminazione delle classi, che illustra la politica di trasformazione delle campagne in URSS, basata sulla collettivizzazione delle piccole aziende individuali e la definitiva eliminazione dell’ultima classe sfruttatrice rimasta, quella del kulak, i contadini ricchi.

1974: intrattenendosi con lo storico Felix Čuev, l’ex membro del Politbüro, ex presidente del Consiglio dei commissari del popolo ed ex Ministro degli esteri sovietico Vjačeslav Molotov afferma: “contrappongono Stalin a Bukharin e a Dubček: sono i destri che lo fanno – i residui di kulak non liquidati. Khruščëv non è stato casuale. Il paese è contadino e la deviazione di destra è ancora forte. E’ pienamente possibile che tra pochissimo tempo vadano al potere gli antistaliniani, i bukhariniani. Le classi sfruttatrici non erano completamente debellate e questo si rifletteva nel partito. Atteggiamenti kulak ce ne sono ancora a bizzeffe nel partito”.

Tra queste due date c’è il decennio dell’industrializzazione, grazie a cui l’URSS riesce a sconfiggere il nazismo; c’è l’ingerenza, ideologica e materiale, USA: la CIA, sin dal 1957, aveva stilato l’elenco delle zone di Ucraina e Bielorussia “ottimali” per azioni armate di sabotatori; c’è l’aperto revisionismo politico-ideologico khruščëviano e l’inizio di quelle “riforme” economiche di mercato che, approfondite negli anni ’60 e ’70, porteranno alla degenerazione del modello di sviluppo pianificato, alle convulsioni della perestrojka, con il collasso economico e sociale, e, infine, all’aperta controrivoluzione yankee-eltsiniana a colpi di cannone nel 1993.

L’articolo di Korneev appare quasi in contemporanea alla XVII Conferenza del partito, che fissa il principale risultato della 1° Pjatiletka (il piano quinquennale 1928-1932), oltre che nell’eliminazione della disoccupazione nel 1931 – l’83% degli operai passa alla giornata lavorativa di 7 ore – nello “sradicamento definitivo del capitalismo nelle campagne, anteprima della completa liquidazione degli elementi capitalistici e della piena eliminazione delle classi”. Questo significa che la questione leniniana “kto-kogo” (“chi avrà il sopravvento”) è risolta “a discapito del capitalismo e a favore del socialismo pienamente e irreversibilmente. Si sono complessivamente eliminate le classi parassitarie e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. Eliminati disoccupazione e pauperismo, si eliminerà anche la forbice dei prezzi tra città e campagna, mentre aumenta il benessere di operai e contadini. Korneev scrive che l’industria pesante passa dal 48,5% di tutta l’industria nel 1930 al 52,2% nel 1932; gli operai da 8,5 milioni nel 1925 a 21 milioni nel 1932 e ricorda Lenin, secondo cui “Finché saremo un paese di piccoli contadini, ci sarà una base economica più solida per il capitalismo che non per il comunismo”. Dunque, non si potrà risolvere la questione “kto-kogo” finché coesisteranno un’industria socialista e piccole aziende contadine individuali. Di fatto, a fine 1931 oltre il 60% dei contadini sono entrati nei kolkhoz, passati da 57.000 nel 1929 a 224.500 nel 1932 (saranno 250.000 due anni più tardi): le aziende collettivizzate erano il 3,9% nel 1929 e il 65% nel 1933.

Eliminare il kulak

Il kulačestvo, scrive Korneev, è praticamente eliminato e si sono sostanzialmente chiusi i canali per la formazione delle classi nelle campagne. Per la definitiva soppressione delle classi, occorre la completa eliminazione degli elementi capitalistici, soprattutto nelle campagne e la piena liquidazione delle cause che generano le differenze di classe. Si andrà così alla collettivizzazione integrale, cioè alla trasformazione della massa lavoratrice contadina in lavoratori della società socialista senza classi: ciò grazie soprattutto alla meccanizzazione delle campagne e alla trasformazione del lavoro agricolo in lavoro industriale. Si riconosce tuttavia che rimangono ancora elementi kulak: non basta aver tolto loro la base economica, perché manterranno a lungo i propri caratteri politici e ideologici. Si sostiene dunque la necessità di socializzare i mezzi di produzione anche nelle campagne e nei kolkhoz, per eliminare la possibilità del risorgere delle classi. Si deve trasformare il piccolo contadino in operaio, scrive Korneev, anche se questi non ha completamente perso i caratteri di classe del piccolo agricoltore individuale; ciò perché, a eccezione della terra, proprietà dello stato, gli strumenti di lavoro sono ancora proprietà del singolo kolkhoz: da qui l’atteggiamento da piccolo proprietario, rafforzato dal fatto che solo una piccola quota di prodotto finisce nel fondo sociale e il resto va al singolo kolkhoz. Occorre dunque trasformare i kolkhoz in imprese statali socialiste, attraverso le MTS, le Stazioni di macchine e trattori: se nel 1929 ne era stata allestita appena una, nel 1931 erano già 1.400, che affidavano ai kolkhoz oltre 100.000 trattori (saranno oltre 500.000 nel 1936, con mietitrebbie e altri macchinari). Il lavoro agricolo comincia a trasformarsi in lavoro industriale; si era insomma nella fase che, nel 1929, scrivendo delle Questioni di politica agraria dell’URSS, Stalin aveva così caratterizzato: “Ecco perché negli ultimi tempi siamo passati dalla politica di limitazione delle tendenze sfruttatrici del kulak, alla politica di liquidazione dei kulak come classe”.

Con la 2° Pjatiletka, afferma Korneev, terra e strumenti di lavoro dovranno essere statali, con macchinisti e trattoristi che diventeranno simili a tutti gli altri lavoratori industriali, abbandonando l’atteggiamento individualista e lo spontaneismo piccolo-borghese, aiutati in ciò dalla competizione socialista dei lavoratori d’assalto.

Korneev mette comunque in guardia sul fatto che nella 2° Pjatiletka la forza lavoro arriverà all’industria dalla campagna e porterà con sé “le tradizioni del produttore individuale, dell’ugualitarismo, della psicologia del servo: lavorare il meno possibile e arraffare dallo Stato proletario quanto più possibile”. E’ quindi necessario “educare al nuovo atteggiamento verso il lavoro e alla nuova disciplina socialista di lavoro”. Per lo più i kolkhozniki sono infatti i piccoli contadini di ieri e, oltretutto, i residui kulak all’interno dei kolkhoz sobillano a favore della uravnilovka (l’ugualitarismo del piccolo proprietario) per privare i kolkhozniki dell’interessamento al lavoro socialista e ridurre produttività e qualità del lavoro.

Già alla XVII Conferenza si era parlato dell’inasprimento della lotta di classe e dell’influenza di elementi capitalistici: da qui, la necessità di rafforzare la dittatura del proletariato e l’ulteriore lotta contro l’opportunismo e la deviazione di destra – in ragione del fatto che il proletariato russo ha contro di sé sia il capitalismo russo, sia quello internazionale. Dunque: necessità di rafforzare lo Stato proletario contro a) resistenza del kulak, b) spontaneismo piccolo-borghese, abitudini e pregiudizi dei kolkhozniki, creati da secoli di aziende individuali; c) sopravvivenze del capitalismo; d) borghesia internazionale. Permangono inoltre le differenze tra lavoro qualificato e non; la contraddizione tra città e campagna, tra lavoro fisico e intellettuale; permane “l’orizzonte limitato del diritto borghese” – i prodotti si distribuiscono in base al lavoro e non alle necessità – per cui lo Stato si conserverà finché gli individui non lavoreranno volontariamente in base alle capacità, senza obbligarli a rispettare la disciplina di lavoro comunista. La funzione dello Stato decade quale organo di classe all’interno dell’URSS, ma esso non perde il carattere di classe nei confronti del capitalismo internazionale. Sul piano ideologico, scrive Korneev, se la deviazione di “sinistra” è pericolosa per la sua predica dell’ugualitarismo, contro la competizione socialista, la deviazione di destra rimane quella principale, perché riflette l’elemento piccolo-borghese e sottovaluta i residui di capitalismo, rinuncia alla lotta di classe contro il kulak, al superamento della mentalità da piccolo proprietario all’interno dei kolkhoz: rinuncia insomma a lavorare in base alle “sei condizioni” indicate da Stalin.

Le 6 condizioni di Stalin

Quelle sei condizioni vengono illustrate da D. Bilenkin nel numero 3 della rivista e, d’altronde, Stalin le aveva esposte nel 1931 in Nuova situazione – nuovi compiti dell’edificazione economica. Stalin constatava che, se alcuni settori industriali registravano una crescita del 40-50%, altri si fermavano al 6-10% e ciò perché molti dirigenti sottovalutavano 6 nuove condizioni venutesi a creare. 1) forza-lavoro: cessata la fuga dalla campagna, perché si è liquidata la disoccupazione, eliminate le differenze di classe, meccanizzato il lavoro. 2) salario: si deve contrastare la tekučest, la fluttuazione dei lavoratori, migliorando la distribuzione salariale e contrastando la uravnilovka, il non riconoscimento del lavoro qualificato, del lavoro pesante; 3) organizzazione del lavoro: occorre eliminare la obezlička, la mancanza di responsabilizzazione personale, senza con ciò intaccare la nepreryvka, la produzione ininterrotta, attraverso un’adeguata distribuzione delle forze-lavoro; 4) intelligentsia operaia: il Donbass non è più sufficiente a rifornire l’industria di metalli e carbone; si aprono nuovi bacini – Kuzbass, Siberia, Kazakhstan, Turkestan – e occorrono quindi milioni di nuovi tecnici e ingegneri, una nuova intelligentsia di classe; 5) si deve curare quella parte della vecchia intelligentsia borghese, ora ben disposta verso il potere sovietico. 6) khozrasčët, autofinanziamento o rendimento commerciale, quale fonte di accumulazione per l’industria: varie imprese hanno smesso di operare in base a categorie quali “riduzione dei costi improduttivi”, “razionalizzazione della produzione”. Bisogna disarticolare i grossi complessi industriali in cui un unico direttore dirige 100-200 aziende e non le conosce dall’interno: passare dalla direzione collegiale, fatta di chiacchiere e non di lavoro, a quella individuale, effettiva.

Bilenkin, in Sulle sei condizioni storiche del compagno Stalin, scrive che nel 1926-’27 non c’erano le condizioni per liquidare il kulak e “scorticarlo” (espressione dei trotskisti), perché kolkhoz e sovkhoz non erano ancora in grado di sostituire il grano del kulak con la propria produzione. Sul rapporto tra industria socialista e agricoltura e i ritmi di sviluppo industriale, cita quanto detto da Stalin nel 1928: “Non si può continuare a lungo a basare il potere sovietico e la costruzione del socialismo su due diverse fondamenta: grande industria socialista ed economia contadina parcellizzata, piccolo-mercantile. La soluzione è la trasformazione socialista dell’agricoltura”. Così, la superficie seminativa collettiva passa dal 40% nel 1930 al 69,8% nel 1931. Bilenkin denuncia però che in molti kolkhoz la forza produttiva è utilizzata al 45%, a causa di uravnilovka e disorganizzazione; parla della tekučest e dice che la uravnilovka salariale, predicata dai trotskisti, è la concezione del piccolo contadino, secondo cui si deve gettare tutto il prodotto in un unico calderone e poi dividerlo in parti uguali e non in base al lavoro svolto da ognuno; denuncia la obezlička, causa dell’aumento dei costi di produzione; mentre è iniziata la qualificazione tecnica di oltre 4 milioni di operai.

La nuova condizione operaia

Nel 1932 si può affermare che cresce “di anno in anno il benessere e il livello culturale degli operai e dei contadini, cala la mortalità e cresce rapidamente la popolazione”. A metà degli anni ’20, i salari erano già più alti rispetto al 1917; gli operai avevano due settimane di ferie pagate e la giornata lavorativa di 8 ore. Diminuiscono significativamente gli stipendi dei tecnici e cala così la forbice coi salari operai, più alti di quelli degli impiegati, anche se, si dice, le differenze salariali sono uno stimolo alla qualificazione. Se nel 1897 il 55% delle donne salariate era costituito da domestiche al servizio di nobili e ricchi, con un 25% di braccianti e un 17% di operaie, nel 1929 il 52% delle donne lavora nell’industria, il 22% nella sanità e istruzione e il 7% nell’amministrazione.

E’ così che sul numero 1 del 1935 di “Sotto le bandiere del marxismo”, titolando La dittatura del proletariato cambia il volto della classe operaia, P. Olešinskij cita Molotov, che al VII Congresso dei Soviet dell’URSS (genn-febb. 1935) afferma che la struttura sociale del paese è mutata: “gli elementi borghesi sono solo quasi un ricordo”. E’ raddoppiata la popolazione proletaria rispetto al 1913 e i kolkhozniki costituiscono più della metà della popolazione: le due classi insieme ne rappresentano oltre i ¾. Ma, soprattutto, è mutata la loro funzione: al 1933, oltre 700.000 tra operai e figli di operai hanno responsabilità dirigenziali: a capo di grossi complessi industriali, specialisti con istruzione superiore; governatori di regione o di repubblica; giudici, magistrati, insegnanti, scienziati o dirigenti sindacali o di partito, medici; il 42% degli alti gradi militari. Una spinta in questa direzione era venuta nel 1928: dopo “l’affare di Šakhty” (il centro minerario del Donbass in cui si erano verificati atti di sabotaggio da parte di specialisti borghesi), Stalin aveva lanciato lo slogan della creazione di una nuova intelligentsia tecnica, scelta tra la classe operaia. “Bisogna aver cura di ogni lavoratore capace e comprensivo” aveva detto Stalin; “le persone si devono coltivare con cura e attenzione, come il giardiniere coltiva la pianta da frutto prescelta. Educarle, aiutarle a crescere, dare prospettive, farle avanzare per tempo e per tempo trasferirle a un altro lavoro, se non riescono nel loro”. La svolta rispondeva a una precisa linea di classe: Olešinskij cita l’aforisma di Lenin, in Riusciranno i bolscevichi a conservare il potere statale?, a proposito della massaia che dirigerà lo Stato e il successivo, al III Congresso dei Soviet nel gennaio 1918, per cui il potere sovietico sarà forte di un numero sempre maggiore di individui “liberatisi completamente dal vecchio pregiudizio borghese secondo cui un semplice operaio o contadino non può dirigere lo Stato. Può e imparerà, se ci si metterà”. Per cui, nota Olešinskij, la dittatura del proletariato cambia radicalmente la situazione della classe operaia: ora classe dominante che, detenendo i mezzi di produzione sociali, muta i fondamenti della struttura sociale.

Anche l’editoriale del secondo numero della rivista, con Vigilanza bolscevica, inizia con Vjačeslav Molotov che, parafrasando Lenin – “La Russia della NEP è diventata la Russia socialista” – illustra le caratteristiche del paese, divenuto industriale; liquidati gli elementi capitalisti; sconfitto e sostanzialmente liquidato il kulak; nel commercio, liquidato il settore capitalistico privato, quello sovietico è ora l’unico tipo sviluppato. Al nemico di classe sconfitto è stata tolta la base economica; ma sarebbe un “rozzo travisamento del bolscevismo cadere in un opportunistico autocompiacimento e credere che la lotta di classe nel nostro paese sia terminata”. Il nemico di classe è sconfitto, ma non annientato, scrive l’editoriale; le sopravvivenze del capitalismo sono vive nelle coscienze. I resti delle classi sfruttatrici non sono del tutto eliminati: “non è completamente cessato il processo di nascita di nuovi elementi capitalisti, dal momento che esiste ancora una piccola agricoltura sminuzzata, un artigianato, dei falsi artel”.

Ricordando come al Plenum del gennaio 1933 Stalin avesse ammonito sull’inevitabilità dell’inasprimento della lotta di classe nella 2° pjatiletka, si scrive che possono risvegliarsi anche i gruppi sconfitti dei vecchi partiti controrivoluzionari – socialisti rivoluzionari, menscevichi, nazionalisti borghesi – insieme alle schegge dell’opposizione controrivoluzionaria trotskista e deviazionista di destra. Contro questo pericolo, si conta sul largo coinvolgimento di vaste masse di operai e kolkhozniki nell’apparato statale sovietico e l’elevamento ideologico dei membri del partito.

Quindi V. Berestnev, sul n.3 della rivista, in La logica della lotta di frazione, ripete l’ammonimento di Stalin e il compito lanciato dal XVII Congresso del partito (1934) sul rafforzamento del “lavoro ideologico a tutti i livelli”. Cita Stalin sulle “due stabilizzazioni: quella temporanea del capitalismo e la stabilizzazione del sistema sovietico”. Alla XIV Conferenza di partito (1925), Stalin aveva detto che “nel paese ci sono due gruppi di contraddizioni: interne, tra proletariato e contadini, ed esterne, tra il paese del socialismo e i paesi del capitalismo”. Alla domanda se sia possibile costruire il socialismo, “il leninismo risponde affermativamente, dato che proletariato e contadini, oltre che contraddizioni, hanno interessi comuni, consistenti nel fatto che la dittatura del proletariato assicura lo sviluppo dei contadini sulla via del socialismo, nonostante che parte dei contadini medi ondeggi verso il kulak. Il trotskismo nega invece la possibilità di costruire il socialismo in un paese solo, mutuando dai menscevichi la negazione del ruolo dei contadini. La strada del partito è quella della lotta contro il kulak, per il suo isolamento politico, attraverso l’alleanza della classe operaia con le masse di contadini medi, facendo perno su quelli poveri”. Questo non aveva nulla in comune con le teorie dei bukhariniani, a metà degli anni ’20 che, con lo slogan “arricchitevi” rivolto ai contadini, negavano l’esistenza della lotta di classe nelle campagne e parlavano di pacifica integrazione del kulak nel socialismo, revisionando così la teoria leninista sulla natura della piccola agricoltura mercantile che genera spontaneamente il capitalismo. Nulla in comune con le affermazioni di Zinovev che, nello stesso periodo, intendeva la NEP come capitalismo e ne negava il carattere temporaneo; mentre nel 1923 invitava a “inchinarsi” di fronte al contadino, nel ’25 sostituiva allo slogan leniniano dell’unione col contadino medio, quello della sua neutralizzazione: in pratica, liquidare la politica del partito nelle campagne.

L’industrializzazione

In ogni caso, il XIV Congresso del 1925 è quello della svolta verso l’industrializzazione, con l’opposizione che però non crede all’egemonia del proletariato, alla possibilità di attrarre i contadini alla costruzione del socialismo e guarda a essi alla stregua di nemici, li considera “una colonia per l’industria di stato”, chiede l’aumento della pressione fiscale su di loro, che avrebbe portato al fallimento delle aziende contadine, a un restringimento del mercato, alla rottura dell’unione tra proletariato e contadini. Stalin aveva criticato queste posizioni al plenum allargato dell’Internazionale (1926) e, al XV Congresso del partito (1927), aveva detto che “le radici sociali dell’opposizione si celano nella rovina degli strati piccolo-borghesi della città, nella loro bramosia di “migliorare” lo Stato nello spirito della democrazia borghese. Con l’incremento del peso dell’economia socialista, una parte della piccola borghesia va in miseria; l’opposizione esprime lo scontento di questi strati per l’ordine della rivoluzione proletaria”. Al XVI Congresso (1930) Stalin caratterizza l’essenza del trotskismo come negazione della possibilità di costruire il socialismo da parte del proletariato in unione coi contadini, negazione della possibilità di attrarre masse rilevanti di contadini alla costruzione socialista.

Nessuna velleità soggettiva dunque, ma sempre istanze di classe, espresse da questo o quell’altro esponente dell’opposizione.

Nella sostanza, è ancora V. Berestnev che, nel n.6 della rivista, a fine 1935, in Il paese sovietico verso l’età adulta, traccia un panorama della nuova Russia, tornando a citare Molotov, secondo cui il socialismo nel nostro paese ha vinto definitivamente e irrevocabilmente. L’URSS, da paese in cui coesistevano sistemi economici diversi, si è trasformato in un paese in cui domina il sistema economico socialista, sulla cui base matura l’unità di interessi di operai e kolkhozniki. Il nostro paese, scrive Berestnev, celebra il 18° anniversario della Grande rivoluzione proletaria nel periodo di brusco mutamento sull’arena internazionale, nella lotta tra socialismo e capitalismo. Le contraddizioni del capitalismo hanno raggiunto un’asprezza inaudita; il fascismo celebra le proprie orge di sangue in tutta una serie di paesi. Ma “nella coscienza delle masse matura l’idea dell’assalto” (Stalin) e si cita l’esempio degli operai tedeschi e francesi, dei minatori asturiani, degli Schutzbund austriaci, dell’esercito rosso cinese.

Ricordando la parola d’ordine staliniana de “I quadri decidono tutto” e le realizzazioni tecniche, i grandiosi canali artificiali, il movimento stakhanovista, si cita Lenin, secondo cui “la produttività del lavoro è, in definitiva, la cosa più importante, la principale, per la vittoria del nuovo ordine sociale. Il capitalismo ha creato una produttività del lavoro inimmaginabile all’epoca della servitù della gleba. Il capitalismo sarà vinto definitivamente con la creazione da parte del socialismo di una nuova e molto più sviluppata produttività del lavoro”. (La grande iniziativa). L’URSS, scrive Berestnev, occupa il secondo posto mondiale dietro agli USA e il primo in Europa per produzione industriale e durante la 1° pjatiletka sono stati istruiti oltre cinque milioni di trattoristi e mietitrebbiatori. Nelle scuole, 25 milioni di giovani frequentano elementari e medie; negli istituti tecnici e superiori studiano 1.300.000 giovani; 8 milioni di bambini seguono le attività prescolastiche.

Il bilancio delle conquiste si avrà il 5 dicembre 1936 con l’adozione, da parte del VIII Congresso straordinario dei Soviet, della nuova Costituzione dell’URSS. Essa certifica come, in conseguenza dei mutamenti “sopravvenuti nell’economia dell’URSS, si è modificata anche la struttura di classe” della società e “parte dal fatto della liquidazione del regime capitalista, dal fatto della vittoria del regime socialista”, con la “proprietà socialista della terra, delle foreste, delle fabbriche, delle officine e degli altri strumenti e mezzi di produzione; soppressione dello sfruttamento e delle classi sfruttatrici”(Stalin). La nuova Costituzione, che sostituisce quella del 1924, approvata nel primo periodo della NEP, quando il kulak costituiva “ancora una forza abbastanza notevole”, quando ancora non si parlava di “liquidazione, ma soltanto di limitazione” del kulak, vede la luce “alla fine della NEP, nel periodo della completa liquidazione del capitalismo in tutte le sfere dell’economia” e registra il fatto che “nella società non vi sono più classi antagoniste, che la società è composta di due classi amiche l’una dell’altra, di operai e di contadini, che al potere vi sono precisamente queste classi lavoratrici, che la direzione statale della società (dittatura) appartiene alla classe operaia”(Stalin). Essa sancisce l’ulteriore democratizzazione del sistema elettorale, istituendo il suffragio universale, anche per chi, in passato, aveva sfruttato il lavoro altrui.

Eliminate le classi?

Dunque, all’inizio degli anni ’30, si parlava di quasi completa eliminazione delle classi. Ma, quarant’anni dopo, Molotov sosteneva che “Le classi sfruttatrici non erano completamente debellate. La deviazione di destra è ancora forte. Dove è la garanzia che non prenda il sopravvento?”. Di fatto, già con la svolta di Khruščëv, si era aperta la strada all’economia di mercato: soprattutto in agricoltura, si arriva al punto che, secondo l’Accademia delle scienze, a inizio anni ’60 i kolkhozniki guadagnavano meno della metà degli altri lavoratori; da qui la fuga dai kolkhoz e un esborso pari a 860 tonnellate di oro per acquistare il grano dai paesi capitalistici. In generale, se con Stalin i ritmi medi annuali di crescita erano del 10,6%, con Khruščëv scesero a meno del 5%. Sul piano politico: “competizione pacifica” con l’imperialismo, “passaggio pacifico”, “Stato e partito di tutto il popolo”, collaborazione tra le classi e smantellamento della dittatura del proletariato, rimossa anche formalmente dal programma del partito nel 1961.

Nel 1962 appare sulla Pravda l’articolo dell’economista Evsej Liberman “Piano-Profitto-Premio”; nel 1965 la rivista americana Time esce con la faccia di Liberman in copertina e la scritta “The communist flirtation with profits”. In estrema sintesi, la “riforma” Liberman-Kosygin (Aleksej Kosygin sarà primo ministro dal 1964 al 1980) tende praticamente a eliminare ogni regolamentazione nell’attività delle imprese, riducendo da 30 a 9 il numero degli indicatori stabiliti dal piano e puntando su categorie quali profitto, prezzo, premio, credito. Il fulcro del nuovo sistema risiede nell’autonomia delle imprese, nell’aumento di indicatori integrati di efficienza, quali profitto e redditività; agli indicatori della produzione lorda, subentrano quelli del valore venduto; criteri essenziali diventano reddito, redditività e produzione venduta – fattore principale diventa il profitto. Le aziende scelgono autonomamente come attuare il piano, in termini di valore e non di quantità.

Se negli anni ’30 e ’40 c’era un unico generale khozrasčët, autofinanziamento, ora la redditività dell’azienda deve essere assicurata dai prezzi di vendita all’ingrosso: le aziende decidono gamma e varietà di prodotti, numero di addetti, contratti con fornitori e acquirenti. La riforma Liberman-Kosygin sarà alla base delle “riforme” del 1987-1988, che spianano la strada al golpe yankee-eltsiniano. Il fatto inoltre che da tempo l’unità elettorale di base per i Soviet non fosse più il collegio produttivo (fabbrica, officina, ecc.) bensì quello territoriale, consente nel tempo l’inserimento negli apparati statale e di partito di elementi che non rispondevano più ai collettivi operai, bensì, col riprendere forza dell’economia privata (si calcola: circa il 40% negli anni ’80, con un crescente antagonismo di classe), agli interessi dei direttori di impresa e delle consorterie burocratiche a quelli legate.

Nel corso di una tavola rotonda svoltasi a fine 2016, il rappresentante del RKRP (Partito comunista operaio russo) affermava che si può riconoscere come socialista la natura sociale dell’URSS “perché: la proprietà privata dei mezzi di produzione era stata eliminata a metà degli anni ’30; l’economia nazionale era condotta secondo un unico piano; i prodotti erano distribuiti in base al lavoro, aumentava costantemente la quota di fondi di consumo pubblico e molti sussidi per assistenza sanitaria, alloggi e altro erano distribuiti in base ai bisogni; scopo della produzione non era l’utile della singola azienda, ma il benessere generale di tutta la società; non c’era disoccupazione: non agiva la legge generale dell’accumulazione capitalistica, cioè la pressione dell’esercito industriale di riserva sul livello salariale”. Con le riforme economiche di mercato, invece, “lo sviluppo dell’interesse delle singole imprese, contrapposto a quello generale, portò al rafforzamento degli interessi della burocrazia di partito. Gli elementi di mercato nell’economia, uniti alla bassa efficienza della pianificazione statale, si rifletterono in idee non socialiste nella coscienza delle masse. Tutto questo insieme ha portato al crollo del sistema sovietico”.

Artëm Krivošeev scrive sul sito nstarikov.ru che l’economia sovietica postbellica presupponeva che “i vari settori si integrassero l’un l’altro, secondo il principio dell’autofinanziamento nazionale; il Gosplan controllava severamente la produzione in numero di pezzi prodotti e non secondo il valore realizzato. Già con Khruščëv, si ridusse il numero di indicatori controllati dal Gosplan e si passò a stabilire il valore, non la quantità; al contrario, con Stalin alle imprese era assegnata la produzione da realizzare, per cui esse avevano interesse a diminuire i prezzi e non aumentarli”. Con le riforme degli anni ’60 il criterio di efficienza delle imprese non era più la produzione, bensì il profitto e la redditività. L’economia prese a funzionare non più come un unico organismo, bensì come somma di imprese, in cui ognuna perseguiva il proprio interesse. La caduta della produzione reale con la contemporanea “esecuzione” del piano in termini di valore e non di quantità portò a un’inflazione nascosta, con salari aumentati e deficit di prodotti, soprattutto quelli di largo consumo, alla cui produzione, di basso valore, le imprese non erano interessate”. Venne meno lo scambio coordinato tra le imprese, col risultato che un’azienda fermava la produzione, non ricevendo il materiale da quella fornitrice e crebbe in definitiva l’insoddisfazione dei cittadini. “I direttori cominciarono allora a porsi il problema della “riforma” del sistema politico, per arricchirsi più in fretta. E’ così che cominciò a formarsi la “élite” della perestrojka, su cui poi fece perno Gorbačëv”.

La “nuova” Russia

Il resto, è cronaca dei “malvagi anni ’90”: colossi statali svenduti a prezzi di favore, soprattutto nei settori estrattivo ed energetico; giganti industriali messi all’asta, con capitali stranieri che facevano man bassa in settori strategici; imprese privatizzate, valutate oltre 200 miliardi di dollari, vendute per 7 miliardi sul mercato internazionale. Sul fronte sociale, tra il 1988 e il 1993 si registra il minimo di nascite di tutto il periodo postbellico, con una media annuale di 1,4 milioni di nati vivi; si privatizzano sanità e fondi pensione. Medici costretti a vendere frutta nei mercati. Scienziati ridotti a vivere in strada, dopo esser stati licenziati e aver perso tutto.

E oggi, tra crisi economica, crollo del prezzo del petrolio, sanzioni occidentali e bassi salari, cade la natalità e aumenta la mortalità per suicidi e alcolismo. Con oltre 22 milioni di persone ufficialmente sotto la soglia di povertà e altri 30 milioni che arrivano a malapena a fine mese, i poveri costituiscono il 35% della popolazione. Cinque milioni di russi prendono meno di 11mila rubli: il salario medio nazionale a fine 2015 era di 42mila rubli, mentre quello reale si è fermato a 34mila; 72 persone su 100 vivono con meno di 15mila rubli al mese. Il 10% dei russi più agiati è di 16,8 volte più ricco del 10% dei poveri e l’1% dei ricchi possiede il 71% del patrimonio nazionale. Secondo l’ufficiale VTsIOM, un russo su dieci non ha abbastanza soldi per un’alimentazione completa e uno su quattro per i vestiti. Secondo il Rosstat (Comitato statale di statistica) nel 2009 c’erano 7 milioni di disoccupati, pari a circa il 7,7% della forza lavoro; nel 2016 si parlava di oltre 4 milioni di disoccupati, pari a circa il 5%. Nel 2015 i disoccupati registrati ufficialmente erano 1 milione; ma nel 2013, su una popolazione in età lavorativa di circa 87 milioni, la vice primo ministro Olga Golodets aveva dichiarato che “Nei settori a noi noti, sono occupati 48 milioni di individui. Non è chiaro dove siano occupati, in cosa siano occupati e come siano occupati tutti gli altri”. Questa è la nuova Russia.

Da nuova unità, n.4- 2017

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