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sabato 18 novembre 2017

Eurostop all’assemblea di Roma. “Senza rottura non c’è cambiamento possibile”


La “pazziata” convocata dai compagni di Napoli ha risolto un problema per molti: adesso c’è una idea e una proposta sul campo per affrontare la scadenza elettorale.

L’ipotesi del Brancaccio è fallita perché era il residuo di un piccolo e ormai insopportabile mondo antico della sinistra italiana.

La prospettiva che può indicare l’assemblea di oggi è priva di quella opprimente sensazione di sconfitta o di quel senso da ultima spiaggia, al contrario potrebbe rilanciare in avanti.

Oggi è necessario rimettere in campo una visione decisiva: quello di un cambiamento radicale di un sistema di disuguaglianze sociali e autoritarismo diventato ormai insostenibile e insopportabile proprio perché è fondato sulle disuguaglianze e l’autoritarismo. Il modello repressivo di Minniti incarna perfettamente questo sistema. Quindi è un’assemblea che vorrebbe mettere fine alla stagione del meno peggio o dell’illusione di poter tirare la giacca a governi amici e alla politica istituzionale.

Di fronte a questo stato mentale delle esperienze della sinistra, la gente, il nostro popolo o non va a votare o “vota per vendetta” – come dimostrano le ultime elezioni nelle periferie o i risultati delle Rsu nelle fabbriche metalmeccaniche – anche contro una sinistra ormai percepita come parte del sistema e del problema e non una sua alternativa.

Se rimettiamo finalmente in campo l’idea del cambiamento, dobbiamo rimettere in circolazione anche l’idea che questo non è possibile senza una rottura con la situazione esistente. E sul quadro esistente pesa un convitato di pietra – rimosso troppo spesso dall’analisi e della discussione – e che detta fin nei minimi dettagli (a livello di governo centrale e di amministrazioni locali) i limiti dentro cui è consentito muoversi.

Questo convitato di pietra è la gabbia costruita intorno all’Unione Europea, alla Nato e all’Eurozona. E’ una gabbia fatta di vincoli e automatismi in cui non c’è spazio per la democrazia, la sovranità popolare, le risorse o i margini per cambiare concretamente l’ordine delle priorità sociali (l’esperienza della Grecia lo ha dimostrato). E questi trattati vincolanti sono incompatibili con la Costituzione che abbiamo difeso con efficacia nel referendum del 4 dicembre dello scorso anno.

La Piattaforma Eurostop guarda positivamente alla proposta messa in campo dai compagni di Napoli e su questo discuterà e deciderà nella sua assemblea nazionale del prossimo 2 dicembre.

In coerenza con la sua ragione sociale, Eurostop ritiene centrale e decisiva la questione della rottura con l’Unione Europea, l’euro e la Nato come presupposto inevitabile di ogni vera ipotesi di cambiamento politico, democratico e sociale nel nostro e negli altri paesi.

A nostro avviso questo è uno spazio politico e sociale praticabile con efficacia per le forze progressiste – come si è visto in Francia – ed è l’unico, insieme all’antifascismo militante, che può contendere lo spazio alla destra tra la nostra gente, nelle periferie come nei luoghi di lavoro.

Discutiamone presto e lealmente e lavoriamo ad una sintesi possibile.

Piattaforma Eurostop

Roma, 18 novembre


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La verità fa male al governo Gentiloni

L’operazione verità si sta rivelando decisamente una questione rognosa per il governo Gentiloni. Lo si era capito dalla stretta imposta ai mass media (e dall’atteggiamento della polizia) contro lo sciopero generale del 10 e la manifestazione dell’11 novembre, convocati proprio all’insegna della verità da far conoscere al paese sul piano della disoccupazione reale, della aspettativa di vita taroccata sulle pensioni, della destrutturazione del lavoro che ha visto il boom solo di quello precario e a bassi salari, dello smantellamento del welfare che sta minando alla base la salute e la scuola pubblica.

Ma adesso a incalzare il governo sul piano della verità – e a far saltare i nervi ai ministri – ci si è messa anche la Commissione Europea. Con motivazioni e posizionamento ovviamente opposti a quelli dell’Usb o della Piattaforma Eurostop.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha bollato come “intollerabili” le parole del vice presidente della Commissione europea, Jyrki Katainen, il quale ha esortato il Governo a dire la verità agli italiani sullo stato dei conti pubblici. “Non mi è piaciuta l’esortazione al Governo italiano – ha detto – a non mentire ai cittadini, questo è intollerabile. Il Governo dice le cose come stanno”.

Una sorta di excusatio non petita del ministro dell’Economia, che mostra tutti i nervi scoperti di un esecutivo che ha fatto della cortina fumogena sulla ripresa economica e sulla luce in fondo al tunnel una velina di regime. I fatti, come noto, dicono tutt’altro, confermando ancora una volta quella contraddizione tra il demone della “crescita” e la realtà dello sviluppo di un paese, una contraddizione classica nei sistemi liberisti (neo o ordo che siano).

Come abbiamo scritto nei giorni scorsi sul nostro giornale, la Commissione Europea ha già fatto sapere che la Legge di Stabilità approntata dal governo per affrontare la campagna elettorale, si porta dentro un buco di alcuni miliardi (almeno 3,5) che andranno recuperati al più presto con una manovra aggiuntiva. Come? O con nuove tasse o con nuovi tagli alla spesa sociale, come al solito.

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Libano - Hariri atterra a Parigi, mercoledì sarà a Beirut

di Roberto Prinzi

Il premier dimissionario libanese Saad Hariri è atterrato stamattina alle 7 a Parigi dove incontrerà a pranzo il presidente Emmanuel Macron. “La mia permanenza in Arabia Saudita è solo per discutere del Libano e delle sue relazioni con il mondo arabo”, aveva ieri detto Hariri smentendo ancora una volta di essere stato detenuto a Riyadh come molti libanesi ritengono. “Dire che sono stato trattenuto in Arabia Saudita e che non mi è stato concesso di lasciare il Paese è una bugia” aveva poi ribadito su Twitter.

Tra i sostenitori della tesi della “detenzione” c’è anche il presidente libanese Aoun che ha accolto con favore il viaggio parigino del premier definendolo un “inizio alla soluzione [della crisi]”. “Se il signor Hariri parla dalla Francia, credo che lo farà liberamente” ha poi aggiunto non senza una vena polemica con Riyadh. Il presidente ha però ribadito che “le sue dimissioni dovranno essere presentate in Libano e dovrà restare qui finché non verrà formato un nuovo governo”.

Secondo una fonte vicina al premier, prima di partire alla volta di Parigi il leader libanese avrebbe avuto un incontro “eccellente, fruttuoso e costruttivo” con il principe ereditario Mohammed bin Salman, colui che, secondo molti analisti, ha costretto Hariri a dimettersi lo scorso 4 novembre. Un’accusa che il premier ha sempre negato: la sua scelta, ha più volte ripetuto, è stata dettata dai timori per la sua incolumità. La colpa, a suo giudizio, è dell’Iran e dei suoi alleati libanesi di Hezbollah che vogliono “destabilizzare il Paese”.

La scelta di Parigi come sua tappa post-Riyadh non sorprende: da quando ha annunciato le sue dimissioni, la Francia di Macron sta giocando un importante ruolo di mediazione nel risolvere la crisi. Il presidente transalpino è sceso direttamente in campo una decina di giorni fa quando, in visita agli Emirati Arabi Uniti, ha deciso di recarsi brevemente anche in Arabia Saudita. Giovedì, poi, nel tentativo di disinnescare le tensioni, il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian è atterrato a Riyad dove ha incontrato Hariri.

Non è chiaro cosa farà Hariri dopo Parigi. Macron ha dichiarato in questi giorni che dopo il soggiorno francese, il premier dovrebbe tornare in Libano o per dimettersi ufficialmente o per tornare indietro sulla sua decisione. Secondo Okab Saqr, un parlamentare di al-Mustaqbal (il partito di Hariri), dopo la sua visita parigina il leader libanese farà “un piccolo tour arabo” per poi ritornare a Beirut. Ma al momento non arrivano conferme ufficiali.

L’arrivo del premier a Parigi giunge nelle ore in cui si fa teso il clima tra Berlino e Riyadh. La monarchia, infatti, ha deciso ieri di richiamare il suo ambasciatore in Germania in segno di protesta contro le dichiarazioni del ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel secondo cui Hariri avrebbe eseguito gli ordini sauditi. Giovedì il ministro tedesco si era detto preoccupato per le minacce all’instabilità e al bagno di sangue nel Paese dei Cedri e aveva ammonito contro qualunque “avventurismo”. Qualche giorno prima, invece, aveva detto in modo più chiaro che il “Libano si è guadagnato il diritto di decidere del suo destino da solo e non di diventare il flipper della Siria o dell’Arabia Saudita o di altri interessi nazionali”.

Stando al Daily Mail, intanto, l’82enne sovrano saudita Salman intenderebbe abdicare la prossima settimana a favore del figlio Mohammed decidendo di mantenere solo il titolo di “Custode dei luoghi sacri, La Mecca e la Medina”. Se la notizia fosse confermata, il principe ereditario – artefice nei giorni scorsi di una epurazione senza precedenti di principi, ministri, dignitari e uomini d’affari suoi oppositori fatti passare per “corrotti” – completerebbe così la sua ascesa al potere concentrando la sua attenzione ancora di più sul “nemico sciita”: l’Iran e il movimento libanese Hezbollah.

AGGIORNAMENTO. ore 12:00 Presidenza libanese: “Hariri tornerà in Libano mercoledì”

Hariri ritornerà in Libano mercoledì in occasione del Giorno dell’indipendenza. Secondo quanto riferisce l’ufficio della presidenza libanese, il premier dimissionario ha chiamato il presidente Michel Aoun dopo essere atterrato stamane in Francia. “Hariri – si legge in una nota della presidenza – ha detto che prenderà parte alle celebrazioni del Giorno dell’Indipendenza, specialmente alla parata militare che segna l’occasione”.

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Tipologie di voto

Nella ridda di dichiarazioni rilasciate da questo o da quello in occasione della morte di Totò Riina (avvenimento al quale è stato sicuramente dedicato un eccessivo spazio mediatico) ha colpito una dichiarazione del ministro dell’interno Minniti, al riguardo di un “patto da stabilire tra le forze politiche per rifiutare il voto delle cosche mafiose”.

Quale significato assume questo tipo di dichiarazione?

Pare riassumibile in due punti: il primo, quello davvero più ovvio, riguarda l’ammissione di un passato (e di un presente, in Sicilia si è votato proprio in questo stesso novembre 2017) nel quale il voto delle cosche mafiose arrivava regolarmente alle forze politiche, almeno a quello collocate in una certa dimensione all’interno della complessa situazione siciliana. Naturalmente non può essere dimenticato il voto della n’drangheta in Calabria, della Sacra Corona Unita in Puglia, della camorra in Campania e quanto – da moltissimi anni – il voto della criminalità organizzata abbia pesato anche nelle altre regioni d’Italia, laddove queste “onorate società” hanno sviluppato attività economiche quale copertura legale del riciclaggio di denaro.

In secondo luogo non può non essere rimarcato l’interrogativo del come si porrebbe un eventuale “patto” (stipulato come?) al riguardo della legislazione vigente in Italia, che fin dal 1992 (anno della presunta trattativa stato – mafia di cui si è tanto discusso anche in sede processuale) si occupa proprio del voto di scambio in relazione all’ambito mafioso.

In Italia il voto di scambio, infatti, non è di per sé una fattispecie di reato autonoma, tranne che nel momento in cui possa essere ascritto a soggetti a cui possa essere contestata attività di cui all’art 416 bis del codice penale.

Il voto di scambio può manifestarsi in un rapporto diretto fra politico ed elettore e/o con l’interposizione di interessi di organizzazioni mafiose, in cambio di denaro o di una raccomandazione per un posto di lavoro. Nel 1992 venne introdotta, per contrastare le organizzazioni di stampo mafioso la fattispecie dello scambio elettorale politico-mafioso.

Il 16 aprile 2014 il senato ha approvato in via definitiva la modifica dell’art 416 che disciplina le sanzioni penali sul voto di scambio politico-mafioso. Il nuovo testo dell’articolo 416-ter prevede che chiunque accetti la promessa di procurare voti in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità (cancellato il termine ”qualsiasi” riferito ad altre utilità) è punito con la reclusione da 4 a 10 anni mentre, nella vecchia formulazione, la reclusione era compresa da 7 a 12 anni. In sostanza una “diminutio” nella casistica e nella pena.

Come si pone allora l’idea ministeriale del “Patto” in relazione alla legge?

E’ evidente che siamo di fronte all’esistenza di fenomeni massicci di condizionamento del voto e che il punto non risiede nel tipo di disposizioni legislative, ma nella strutturazione dell’azione politica da parte dei partiti e dei candidati.

Si tratta di questione molto antica: basti pensare, al proposito, alle pagine del “Gattopardo” e alla famosa frase “che tutto cambi perché nulla cambi”, oppure al tempo del notabilato quando prefetti e cosche indirizzavano il voto verso quello che Salvemini definiva “il Ministero della Malavita”. Pensiamo poi al connubio fascismo/organizzazioni mafiose e nel secondo dopoguerra, dalla presenza degli USA nell’isola siciliana e alle conseguenze che questo fatto ebbe sulla politica locale e nazionale.

Appare dunque perlomeno incauta la dichiarazione del Ministro dell’Interno in questa occasione, tanto più che il sistema elettorale (uninominale da una parte, liste bloccate dall’altra) favorisce il ritorno al notabilato e quindi rende più facile la pressione esterna nel senso del voto di scambio.

Voto di scambio, sarà bene ricordare, che non rientra nei termini del dettato legislativo appena indicato nel caso di “elezioni primarie” interne a partiti e a schieramenti, con il conseguente risultato di un possibile inquinamento “alla fonte” cioè nel momento delle scelte dei candidati (questo, sia chiaro, può avvenire naturalmente sia ai gazebo, sia tramite il web). E’ questo un dato da verificare con grande attenzione nel momento in cui attraverso “parlamentarie” di vari tipo si determinano le posizioni che garantiscono l’elezione nelle liste plurinominali bloccate.

Il collegio uninominale, poi, al contrario di quello che indicherebbe la tradizione nelle democrazie occidentali, esalta la competizione tra i vari candidati al riguardo proprio del “voto di scambio”.

Siamo di fronte ad indici elevati di fragilità del sistema (sempre più corroso dall’esercizio spregiudicato dell’autonomia del politico e dall’elevato astensionismo) e di crescita del già notevole livello di possibilità di inquinamento del voto, laddove abbiamo assistito nel corso degli anni a una diminuzione di peso del voto di appartenenza e a un vero e proprio mescolamento di carte tra voto d’opinione e voto di scambio dovuto alla crescita d’importanza (a livello esponenziale) della personalizzazione della politica.

Proprio per questi motivi, in conclusione, sarebbe comunque preferibile (al di là anche della stessa valutazione al riguardo del tema della rappresentanza politica che pure costituisce questione di grande importanza) una formula elettorale proporzionale, unica formula possibile per sviluppare un tentativo di una qualche rivitalizzazione del sistema politico.

La formula con la quale ci apprestiamo al prossimo voto presenta infatti la tagliola del trasferimento di voto automatico tra uninominale e plurinominale, impedendo così la libera espressione del voto di opinione (oltre alla quota, sicuramente incostituzionale, di voto “non personale” perché attribuito a liste diverse da quella votata).

Una formula elettorale proporzionale (e non mista) risulterebbe anche utile per recuperare il senso di un voto di opinione comunque espresso al di fuori dal peso del voto di scambio (il suffragio per il “simbolo” tanto per intenderci) e magari anche il recupero di qualche quota di voto di appartenenza.

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Il silenzio dei buoni e la deriva del Sahel


Amava ripeterlo spesso prima di essere stato assassinato il 13 dicembre del 1998 nel Burkina Faso. Ciò che più temeva non era la cattiveria dei malvagi ma il silenzio dei buoni. Lui, giornalista e militante della notizia, sapeva perché questo detto era importante per lui.

Norbert Zongo è una delle icone dei giovani ancora oggi nel Burkina e altrove dove le orme di Thomas Sankara non sono state cancellate. Zongo stava indagando su vicende attinenti alla famiglia presidenziale quando alcuni sicari hanno messo fine al suo anelito di verità. Hanno solo fatto risuonare ancora più forte il grido del suo corpo trovato carbonizzato nell’auto. Erano in quattro e l’autopsia ha rivelato che tutti sono stati uccisi prima del rogo verso mezzogiorno.

L’assordante silenzio dei buoni che lasciano correre perché intanto così va il mondo da che mondo è mondo. Peggio per coloro che non sono preparati al cambiamento. Dovrebbe capire da che parte tira il potere e chi comanda la nave di sabbia che naviga il mondo e approda al Sahel dei migranti. Il silenzio sulle stragi del Mediterraneo, conseguenti alle politiche omicide dell’Occidente. Il silenzio della politica, dell’economia, delle chiese visitate la domenica e le moschee il venerdì.

Il silenzio, quello dei buoni, che è arrivato lontano e continua a fabbricare frontiere di pietra e si accontenta di dichiarazioni postume nei cimiteri di sabbia. Prima di lui era stato ucciso il capitano Sankara un 15 di ottobre del 1987 nel suo Faso.

Entrambi temevano più il silenzio dei buoni che la cattiveria dei malvagi. Quest’ultima si vede meglio e, in definitiva, può essere identificata, combattuta e a volte vinta. Ma non il silenzio dei buoni politici, religiosi, delle massaie, degli operai metalmeccanici, della confindustria, dei capitani di lungo corso e dei generali in pensione.

L’insopportabile silenzio degli impiegati statali e quelli della Croce Rossa Internazionale, il silenzio dei costruttori di armi e di coloro che le vendono e usano, i postini che stanno scomparendo dalle città, i guardiani dei fari ormai meccanizzati e le associazioni che gestiscono i centri di detenzione. Sono silenzi complici, che nulla hanno a che vedere con quello del vento che porta lontano le grida assenti.

Nel silenzio si armano i mercati e si disarmano i diritti di andare da un’altra parte a inventare il mondo. I buoni tacciono mentre si fanno accordi di controllo, detenzione, espulsione e liquidazione. Non si dice nulla quando si deportano le parole assieme alla libertà di futuro. Si guarda dall’altra parte se mancano all’appello quanti erano partiti un giorno dopo aver baciato la madre e l’ultimo nato.

Non c’è nulla di peggiore del silenzio dei buoni diceva Zongo, giornalista nella cenere per le parole rubate alla menzogna. Gli facevano meno paura della cattiveria dei malvagi, scontata e se vogliamo anche grossolana. Ma il silenzio dei buoni quello no, è del tutto insopportabile perchè nell’impunità si rapina la dignità dei poveri.

La cattiveria dei malvagi non passa affatto inosservata. Basta poco per accorgersi della spoliazione di materie prime, dell’appalto dei contratti per l’esplorazione dei giacimenti e lo sfruttamento delle miniere, del commercio di cocaina per il consumo europeo e la vendita degli schiavi in Libia. Tutto accade mentre si finanziano campagne militari e si formano eserciti per combattere il nemico costruito e foraggiato per anni con armi e tecnici.

Ma non è questo che preoccupava l’amico giornalista Norbert che dal silenzio dei buoni è stato ucciso, proprio come temeva gli accadesse un giorno. Amava ripeterlo spesso agli amici che lo ricordano ancora. Non c’è nulla di peggio che quello, il silenzio dei buoni che si girano dall’altra parte o tacciono per viltà. Il loro silenzio, ricorda Zongo, è da temere più che le parole dei malvagi.

Niamey, novembre 017

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Una lista per il “potere al popolo”. L’assemblea di Roma


Teatro pieno, in via Bari. Di giovani attivisti e antichissimi militanti.

L’idea lanciata dagli attivisti napoletani di Je So’ Pazzo sembra aver liberato tutte le soggettività politiche organizzate, da quelle che stanno crescendo a quelle in grandi difficoltà, dal rischio (e la paura) di avanzare la medesima proposta e vedersela rifiutare per il rischio (e la paura) che qualcun altro mettesse cappello sull'idea di una lista “potere al popolo” da presentare alle ormai prossime elezioni politiche.

E fin dall’introduzione, Viola chiarisce che “a forza di salvare il salvabile abbiamo perso quasi tutto”. Il tentativo dev’essere quello di “fare tutto al contrario”, perché non c’è più niente da perdere. Andiamo dappertutto, con modestia ed entusiasmo e confrontiamoci per sapere cosa “i territori” vogliono. Nessuno “ha verità in tasca”, e si vede... Se qualcuno l’avesse avuta, non saremmo in queste condizioni.

Mutualismo e controllo popolare, due pratiche/percorsi che sono state effettivamente messe alla prova, a Napoli. Era iniziata con il controllo dei seggi, in cui i soliti “maneggioni” hanno iniziato ad aver paura. Poi si è estesa ad altre situazioni (sanità, ecc), chiarendo sempre che la chiave è chiedere alla gente di cosa ha bisogno e attivarla per ottenerlo. Il potere della decisione, insomma, che deve tornare “al popolo”.

Un metodo che va applicato anche per “trovare i quattro-cinque punti” che la gente – non la nostra testa – approva.

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La “massima peccaminosità” di Diego Fusaro

Di fenomenologie del delirium fusariano ne è ormai pieno il web. Ancora oggi, quella scritta da Raffaele Alberto Ventura ci sembra la più centrata nello svelare la natura del “pensiero” fusariano, ibrido posto all’incrocio tra la spettacolarizzazione mediatica e la demenza politica. Ad interessarci sono le critiche, ovvero le argomentazioni utilizzate per smascherare il “fusarismo”. Non sappiamo se Fusaro sia consapevole del compito di cui è investito nella sua onnipresenza mediatica, ovvero la macchiettizzazione del marxismo. Fusaro, a prescindere da cosa pensi di se stesso, arreda i palinsesti televisivi in quanto marxista, ma viene ospitato e sostenuto in quanto ridicolizzazione del marxismo. La meta-narrazione così disposta presenta il marxismo per bocca di Fusaro (cioè di “quelli come” Fusaro: intellettuali con la sciarpa al collo e fuori dalla realtà), Fusaro come soggetto caricaturale, dunque il marxismo come parodia intellettuale. La critica a Fusaro però diviene sempre meno nitida man mano che ci approssimiamo alla sinistra. Per la stragrande maggioranza della quale Fusaro è soltanto «un fascista» (o, nelle sue sfumature, «rossobruno», «geopolitico», eccetera). Per una piccola parte, Fusaro è invece un marxista, di quelli che hanno ancora il coraggio di dire le cose come stanno e via dicendo. Ci sembra che le due invettive manchino di individuare la contraddizione principale, che ha Fusaro come protagonista ma che non riguarda soltanto lui ma l’intellettualità politica nel suo complesso.

C’è soprattutto un fattore che nessuno sembra rilevare. Nonostante Fusaro si presenti come «allievo di Marx», lui rifugge coscientemente qualsiasi ipotesi di militanza politica. Eppure alla base del marxismo c’è la necessità di trasformare il mondo, non solo di interpretarlo. In questo senso il termine militanza dev’essere inteso nella sua essenza: non stiamo dicendo che è marxista solo colui che esce di notte ad attacchinare dei manifesti o cose simili. Intendiamo con militanza la disponibilità a mettere in comune il proprio pensiero in un ambito organico e collettivo. Il marxismo è organico a una comunità o non è. Al contrario, Fusaro si fa vanto della sua “libertà” di pensiero, considerandola un presupposto necessario alla filosofia in quanto tale. E’ un presupposto vero – attenzione – ma al tempo stesso contraddittorio. Ed è per questo che la (presunta) razionalità analitica espressa da Fusaro si presenta fredda e impotente. Perché rimane un “pensiero” incapace di attivare una politica, cosa questa posta alla radice del marxismo, che rimane una filosofia della prassi. Senza prassi non c’è marxismo: un fatto questo dimenticato non solo da Fusaro ma dalla sequela di marxismi dottrinari che infestano il sottobosco della politica. Questa parabola è alla radice di una conflittualità latente, perché c’è vera filosofia solo in presenza di libertà e autonomia di pensiero, ma questo pensiero può trasformarsi in prassi solo se disposto ad essere imbrigliato nei doveri dell’organizzazione politica. L’intellettuale marxista è costretto a fare i conti con questa organicità, una costrizione castrante ed esaltante al tempo stesso. Negando in via di principio questa dialettica, Fusaro conferma la sua essenza anti-marxista, e la sua “razionalità”, ammesso che possa essere individuata nell’intricato smog verboso che circonda il suo pensiero, risulta incapace non solo di trasformare il presente, ma anche di comprenderlo pienamente.

Anche qui, occorre avvertire che organicità non si traduce automaticamente con “tessera del partito”: l’intellettuale organico non è l’intellettuale di partito, ma colui che milita effettivamente dentro un campo di forze riconosciuto, entro il quale è disposto a piegare il suo pensiero (e i suoi comportamenti) alle necessità che la politica impone. Anche per questo, imprecisa appare l’accusa di fascismo. Fusaro non è fascista, quanto un tipico riflesso liberista che consente ogni opinione, soprattutto se dissidente, purché rimanga confinata nell’ambito, per l’appunto, dell’opinione in se stessa. Ogni opinione che non si traduce in prassi rafforza il sistema politico-culturale dominante, perché ne certifica il carattere fondante: il ruolo ecclesiale di sistema onnicomprensivo, entro cui può darsi qualsiasi filosofia, fuori da cui non può essere immaginato alcun orizzonte alternativo. Tanto per dire, Fusaro fa mostra di originalità ripetendo il superamento di “destra” e “sinistra”, senza accorgersi che è l’esatta fotocopia del mainstream ideologico liberale, secondo il quale le differenze politiche “non esisterebbero più” – se mai siano esistite, chiaramente.

L’assenza di una critica dell’economia politica svela il secondo tratto anti-marxista di Fusaro. Qualsiasi filosofia che non parta dal disvelamento dei tratti oggettivi di una società finisce per risolversi in fenomenologia complottista. Il pensiero di Fusaro è infatti tutto volto alla ricerca delle strategie politiche di questa classe capitalistica transnazionale che procede plasmando e disponendo la società secondo proprie intenzioni soggettive. In Fusaro questo fatto è manifesto, ma una traiettoria similare è percorsa da gran parte della sinistra radicale odierna. Cambiano obiettivi e linguaggi, ma il fusarismo è molto più trasversale di quanto si pensi. Se il proprio ruolo storico è fondato sulle ragioni di una qualche volontà, sarà questa a spiegare il presente, perdendo di vista il quadro generale, oggettivo e storicamente determinato. Per dire, si può (parzialmente) concordare con Fusaro quando, parlando di migrazioni, svela la loro natura strumentale alle necessità del capitalismo. E’ un dato di fatto che i migranti servano al capitale, che ne incentiva continuamente i flussi proprio perché utilizzati come mano d’opera a basso costo su cui viene fondata l’attuale competitività produttiva occidentale. Ma questo è il risultato di un governo dei fenomeni migratori, non di una strategia preordinata, come invece indica Fusaro. I flussi si formano per molteplici cause storiche, sociali e politiche, non per un qualche piano sovranazionale di “sostituzione” di mano d’opera autoctona.

Ma questo vale per qualsiasi altra polemica portata avanti dal Nostro. Dal gender al ’68, Fusaro confonde la capacità del capitale di governare le contraddizioni che si manifestano, con la presenza di un (del solito) grande piano del capitale che dalla notte dei tempi avrebbe modellato il nostro presente. La critica dell’economia politica serve d’altronde proprio a questo: a slegare i processi storici dalle volontà politiche soggettive (di ceto, di classe, d’élite), ancorandoli all’essenza stessa del modello di sviluppo, che procede a prescindere dalle volontà dei singoli protagonisti (non a caso il capitalismo, per Marx, è un sistema *anarchico*, senza progetto generale). Venendo meno l’economia (o ridotta a balbuzienti cliché sottoculturali), a scomparire non è solo il quadro generale dei rapporti di classe, ma anche i «processi di soggettivazione» (per dirla in linguaggio foucaultiano-agambeniano) che questi rapporti producono. E infatti in Fusaro, e in “quelli come” Fusaro, i soggetti di classe materialmente inconciliabili col capitalismo non discendono dall’analisi dei rapporti di produzione, e dal ruolo che i diversi soggetti hanno in tali processi, ma dalla «disponibilità», o «volontà», alla lotta. Purtroppo in questa deriva si avverte il peso della tarda eredità di Costanzo Preve, disposto, nell’ultimo scorcio della sua vita, a farsi portavoce di un bieco rossobrunismo che ne ha deformato la sua – questa si davvero importante – riflessione marxista originale ed eterodossa.

Al dunque, Fusaro non sembra né “fascista” né “comunista”. Qualcuno lo definisce “sovranista”, termine che però ha assunto nel frattempo un’accezione politicamente inefficace (il sovranismo è identificato, nel linguaggio liberale, con la lotta alla globalizzazione, di per sé accomunante tanto l’estrema destra quanto l’estrema sinistra). Dietro il pensiero di Fusaro si scorge il vuoto cosmico in cui è costretta a muoversi un’intellettualità orfana della lotta di classe. Ma per esserne portavoce, uno come Fusaro non avrebbe passato l’esame d’ammissione. E’ questa assenza che eleva oggi un ragazzino logorroico in intellettuale.

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Il ponziopilatismo UE e italiano sull’antinazismo

Con il voto contrario di USA e Ucraina, il Terzo comitato dell’Assemblea generale dell’ONU ha adottato la risoluzione proposta da Russia e altri 49 Paesi, tra cui Bielorussia, Venezuela, Egitto, India, Kazakhstan, RPDC, Cuba, Serbia, Siria e Sud Africa, contro la eroicizzazione di nazismo, neonazismo e altre pratiche di discriminazione.

La risoluzione esprime profonda preoccupazione per la celebrazione degli ex membri delle Waffen SS e “i continui tentativi di deturpare o distruggere i monumenti dedicati a quanti lottarono contro il nazismo durante la Seconda guerra mondiale”. Si lancia anche l’allarme sulla progressiva attività di raggrumanti neonazisti e “sul numero crescente di posizioni di rilievo occupate da rappresentanti di partiti razzisti o xenofobi in tutta una serie di assemblee legislative nazionali e locali”.

A favore della risoluzione hanno votato 125 Paesi; tra i 51 astenuti: gli immancabili Paesi della UE, insieme a Turchia, Georgia, Australia e altri. La risoluzione verrà esaminata dall’Assemblea generale ONU il prossimo dicembre.

Chiarissimo il riferimento alla situazione dell’Ucraina golpista e non manca nemmeno quello, evidentemente, alla Polonia nazionalista, in cui da tempo si stanno distruggendo uno a uno i monumenti eretti ai caduti dell’Armata Rossa per la liberazione dal nazismo.

Intanto, Der Spiegel pubblica l’ennesimo allarme a proposito del battaglione neonazista ucraino “Azov”, lanciato alla “salvezza dell’Europa” e alla “sua nuova conquista”, con i propri ranghi rafforzati da neonazisti tedeschi e di altri Paesi europei. Secondo la rivista tedesca, il lavorio propagandistico svolto negli ultimi tre anni da “Azov” gli avrebbe assicurato la crescita da circa 850 agli attuali 2.500 membri.

Discreto successo sembra aver avuto la campagna di reclutamento condotta lo scorso luglio in Germania: durante il festival Rechtsrock dell’estrema destra a Themar, in Turingia, cui hanno partecipato oltre seimila persone, “Azov” ha distribuito volantini con il richiamo a “entrare nelle file dei migliori”.

In aggiunta al servizio di Der Spiegel, Dmitrij Rodionov ricorda su Svobodnaja Pressa come lo scorso anno la polizia brasiliana avesse condotto un’operazione nello stato di Rio Grande do Sul contro reclutatori di “Azov” e neonazisti locali che si apprestavano a partire per il Donbass. Nel maggio scorso, addirittura la Camera dei rappresentanti del Congresso USA aveva proposto di vietare all’Ucraina di devolvere i fondi occidentali al battaglione neonazista e di proibire agli istruttori militari di addestrarne gli affiliati. Cosa, evidentemente, difficile da prendere sul serio, dato che da anni, molto prima ancora del golpe del febbraio 2014 – anzi: proprio in vista di tale svolta – istruttori non solo USA, ma anche di altri Paesi occidentali, stanno addestrando le forze dell’Ucraina golpista, compresi reparti di diversi battaglioni neonazisti, accusati di crimini di guerra anche da organizzazioni non certo “comuniste”, quali Human Rights Watch e Amnesty International.

E la “conquista dell’Europa” non è solo un’espressione figurata. Secondo il politologo Igor Šatrov, da quando “le operazioni nel Donbass si sono convertite per lo più in un conflitto di posizione, diversi elementi dei battaglioni, tra cui “Azov” si sono portati in Europa in cerca di nuove occasioni per mostrare il proprio “talento”, tanto che anche Der Spiegel è stata costretta a notarlo”. Purtroppo, continua Šatrov, in molti paesi europei “la retorica ufficiale incoraggia la diffusione dell’ideologia neofascista, con il ripetersi dell’idea di nazioni superiori ad altre, di sistemi sociali, economici e politici superiori ad altri ecc.”.

Per quanto riguarda specificamente il battaglione (ora reggimento) “Azov”, sorto dal programma “Patriota ucraino”, il politologo Eduard Popov ricorda come, già nel 2009, si diffondesse “la strategia di una confederazione di popoli centro-europei, formata da Ucraina, Bielorussia, stati baltici e balcanici e la successiva unione con i radicali dell’Europa occidentale, che a loro volta avrebbero preso il potere con “rivoluzioni nazionali”. Quando “Azov” guerreggiava nel Donbass” continua Popov, “lo si ignorava. Ora che gli adepti del “führer” Andrej Biletskij dilagano anche in Germania, i media tedeschi cominciano a preoccuparsi. E bisogna sottolineare che non si tratta di nazionalisti, bensì di aperti nazisti”.

Secondo Popov, gran parte dei reclutati da “Azov”, oltre che dalla Germania, proviene dai paesi scandinavi. Per quanto riguarda altri paesi europei, raggruppamenti di destra, ad esempio greci o cechi, è noto che si sono sempre espressi contro majdan. Sembra invece che un certo sostegno ad “Azov” venga dall’Italia. Nessuna meraviglia, in un paese in cui si inaugurano mausolei ai più feroci “eroi” del ventennio fascista, in cui amministrazioni socialfasciste intitolano strade e piazze agli esponenti moderni del neofascismo e neonazismo italico; in cui le massime autorità repubblicane firmano protocolli d’intesa con rappresentanti, come scritto ora nella risoluzione ONU, “di partiti razzisti o xenofobi” che occupano “posizioni di rilievo” in “assemblee legislative nazionali e locali”; un paese in cui partiti che legiferano e attuano oltreconfine pratiche da lager, hanno eliminato dalle proprie piattaforme – in modo conseguente, verrebbe da dire – ogni riferimento all’antifascismo.

Nessuna meraviglia nemmeno per un paese, l’Ucraina appunto, in cui la pratica neonazista è attuata contro la propria stessa popolazione e in cui, come riporta la rivista Luxembourg Herald, Marina Porošenko, consorte del golpista N° 1, riesce, tramite l’apparato presidenziale e la società “Ucraina forte”, a dirottare sui conti di compagnie offshore e imprese private la cosiddetta beneficienza internazionale per i bimbi ucraini orfani o invalidi.

Nel giro di pochissimi giorni, l’Italia è così riuscita a incamerare da parte dell’ONU una bacchettata diretta, per una politica che, nei deserti nordafricani, riecheggia in stile moderno strategie imperiali di funesta memoria e un’altra indiretta, per strette di mano e accordi ufficiali con gli eredi moderni degli scagnozzi del Drittes Reich. Avanti così...

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venerdì 17 novembre 2017

Medio Oriente, nuovi pupi e vecchi burattinai

Il principe che promette un Islam moderato sembra ormai prossimo all’incoronazione ufficiale. Voci insistenti ribadiscono a breve il cambio della guardia fra i Salman: figlio al posto del padre messo fuorigioco (si dice) dall’Alzehimer. Frattanto il giovane di belle speranze e grandi pretese sta collezionando sponsor geopolitici, che però fanno pensare come la fetta di mondo su cui vive e opera, e su cui vuole allungare le mani, rischia più di quanto ha subìto finora. Accanto a bin Salman si stanno posizionando padrini imperialisti di lungo corso, Francia e Gran Bretagna, i creatori del Medio Oriente conosciuto per un secolo poi gradualmente incrinato e recentemente imploso.

Osserviamo le ultime mosse. Uno: il presidente francese Macron che si fa garante del futuro di un Hariri jr teleguidato da Riyadh.

Due: la passione con cui a Londra si valutano le conseguenze del terremoto politico avviato da bin Salman e il suo repulisti “contro la corruzione” che, colpendo principi affaristi locali, incrina princìpi degli affari internazionali. Se pensiamo solo agli interessi petroliferi questi coinvolgono a pieno le ‘Sette Sorelle’, poi c’è la frontiera del turismo che nel Golfo ha creato un circuito di enormi investimenti di quell’industria e di quella dei servizi, finora gestite più dai vecchi colonialismi occidentali che dal gigante cinese.

Tre: la sicurezza, un campo in cui lo Stato sorto per destabilizzare il Medio Oriente, Israele, è il primo della classe. Anche questa nazione ha palesato un aperto apprezzamento per le manovre (non solo quelle militari in Yemen) del piccolo principe che si fa re. L’assenso ufficiale l’ha offerto in un’intervista a un grande giornale israeliano il capo dello staff militare dell’Idf, Gadi Eisenkot. E ci riferiamo solo alle prime sortite di approvazione verso la linea di bin Salman che nella sfida, tutt’altro che tranquillizzante, di egemonia nella regione fra sauditi e iraniani disegna un nuovo terreno di confronto-scontro, probabilmente non più tramite attori interposti.

Nazioni pur piccole e fragili come il Libano rischiano un ritorno dei venti di guerra; i conflitti che si dicono conclusi (in Siria e Iraq) e non lo sono affatto, prevedono continuazioni vicine e lontane con frammentazione dei territori e magari le immancabili occupazioni tramite operazioni di ‘polizia internazionale’. Certo il sorriso con cui il sionismo accoglie il giovane politico in kefiah, è più subdolo della stretta di mano fra Rabin e Arafat, perché non mira a stabilizzazione e pace. Le proclama, le mima, però vuole imporre il proprio ordine e i suoi interessi, che non sono quelli generali, ma di parte. Gli stessi presenti dall’epoca di Sykes-Picot e creatori di stati satelliti su cui ha prosperato il colonialismo di ritorno.

Quelli che nelle spartizioni pre e post Guerra Fredda hanno creato protettorati consoni solo alle potenze geopolitiche. Gli interessi che tramite rivoluzioni tradite da statisti rivelatisi satrapi hanno scippato e umiliato i ceti e i gruppi etnici più bisognosi, perpetuando tribalismi e avallando clanismi. Questo Medioriente violato e sfruttato dall’esterno e dall’interno, non potrà ricevere benefici da un nuovo arrivato che sa di vecchio, perché antico (non per tradizione bensì per asservimento) è il modulo che propone. Prima di lui l’hanno fatto altri, non necessariamente regnati con la corona. Sono stati i presidenti diventati sovrani, pronti a perpetuare e sfruttare sogni e bisogni di cittadini da loro considerati solo sudditi. In qualche modo premiati, e non tutti, se succubi, altrimenti repressi. E’ il modello pluridecennale, tuttora presente nelle petromonarchie. E’ la storia di nazioni laiche che hanno abbandonato e calpestato ogni speranza di trasformazione socialista negli egoismi e nelle trame familiari che hanno lasciato macerie e povertà nel Maghreb e nel Mashreq.

Su questi fallimenti continua a incombere l’imperialismo che cerca alleati locali e li sostiene come fa coi sauditi (e non solo) sia quando garantiscono il passato, con wahabismo e jihadismo annessi, sia se prospettano un futuro di eserciti da lui armati, che s’affiancano ai propri lì parcheggiati stabilmente o per straordinarie ‘missioni di pace’ che durano una vita.

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Quando i migranti diventano lavoratori della filiera agroalimentare. Nuove schiavitù e diritti

Profughi, migranti o braccianti agricoli? Alcuni dati provano a fare chiarezza sulla situazione di migliaia di lavoratori “invisibili” nelle campagne del nostro paese.

Nel 2015 ci sono stati 244 milioni di migranti internazionali, rappresentando un aumento del 40% dal 2000. Di questi 150 milioni sono migranti lavoratori, un alto numero di migranti lavoratori provengono da zone rurali e vanno a lavorare in zone rurali. Questi dati provenienti dalla FAO evidenziano come la questione sia sempre più all’ordine del giorno. Sia presso la FAO, sia in un convegno in Messico organizzato da Via Campesina il connubio migranti/lavoratori agricoli sta interessando sempre più le istituzioni e le organizzazioni che si occupano di agricoltura.

In Italia il segretario della Federazione Sindacale Mondiale, George Mavrikos, in occasione delle iniziative di commemorazione del leader sindacale Giuseppe Di Vittorio, anche lui in passato segretario del FSM ed ancor prima bracciante agricolo delle terre pugliesi, ha voluto visitare, accompagnato dai rappresentanti del Coordinamento Lavoratori Agricoli dell’USB, il “ghetto” di San Severo, vicino Foggia.

A Bergamo, nel forum alternativo al G7, il tema del lavoro è stato affrontato con la giusta rilevanza.

A Salerno, all’Università un convegno promosso dalla Rete Rurale Nazionale ha trattato di migrazioni e rispetto dei diritti in agricoltura.

Questa attenzione, che sta giustamente crescendo, sposta finalmente l’attenzione alla figura del lavoratore agricolo e non del profugo migrante.

In realtà l’impiego di “migranti” al servizio dei latifondisti e dei proprietari di aziende agricole è un fatto ormai presente da più di vent’anni in Italia. Per molto tempo è stato tenuto nel dimenticatoio, proprio per l’incapacità delle parti politiche istituzionali, sia a livello internazionale sia a livello nazionale, di riuscire ad affrontare e regolamentare il gran numero di lavoratori agricoli,(sempre sfruttati e tenuti in condizioni disumane), da un punto di vista del diritto del lavoratore e non dal punto di vista dell’emergenza umanitaria.

Negli ultimi anni, con il ripetersi di tragedie, con la morte in pochi anni di decine di lavoratori agricoli, italiani e stranieri, avvenute proprio nei campi di raccolta o nei “ghetti” in cui sono confinati i braccianti stranieri, i media e parte della politica hanno cominciato a preoccuparsi del tema. La “legge sul Caporalato“ ha posto la questione, rimandando alla magistratura e alle forze di polizia la risoluzione del caso, limitando l’ampiezza della problematica ad un solo problema penale.

Tutti sappiamo che forze di polizia e magistratura non hanno le risorse adeguate, in termini di personale e presenza nei territori, per poter risolvere la questione dal punto di vista del Codice Penale.

Senza voler comunque entrare nei limiti contenutistici della legge stessa, è importante soffermarci su un problema che in Italia riguarda, tra lavoratori stagionali, lavoratori giornalieri, e lavoratori in nero, centinaia di migliaia di persone.

Come detto, il punto di vista di una forza sindacale deve in questo momento soffermarsi su quanto segue:

- il lavoro bracciantile nei campi va affrontato con l’interessamento del Ministero del Lavoro e non del Ministero dell’Interno. Delegare il contrasto del fenomeno sociale e lavorativo al Ministero dell’interno vuol dire non aver chiaro il fenomeno stesso. Nei “ghetti” e nelle zone dove stagionalmente si aggregano migliaia di lavoratori, il problema non è l’ordine pubblico, non è la mancanza del permesso di soggiorno, al contrario a questi lavoratori produttori di reddito per le aziende italiane,e che sono economicamente garantiti, viene negato ogni diritto previsto per altro, dalle leggi provinciali sul lavoro: alloggio e trasporto dovrebbero essere a carico del datore di lavoro, presidi sanitari dovrebbero essere garantiti dalle asl di zona, a garanzia della salute dei lavoratori; contratti corrispondenti al lavoro effettuato dovrebbero essere la norma ed invece da venti e più anni, anche nelle regioni che più sbandierano la propria gestione solidaristica, questi diritti sono sistematicamente negati, lasciando centinaia di migliaia di lavoratori della terra alla mercé di sfruttatori senza scrupoli, ed in totale assenza dei minimi diritti umani, luce, acqua potabile, servizi igienici.

- L’utilizzo dei Fondi pubblici statali in favore dell’accoglienza non deve andare sistematicamente a garantire enormi risorse economiche alle solite strutture: Protezione Civile, Croce Rossa, grandi associazioni umanitarie e professionisti del volontariato, ma dovrebbe essere asse centrale di una politica di miglioramento e di integrazione tra le comunità di lavoranti e le comunità locali, al fine di produrre ricchezza economica per la comunità locale, e inserimento dello straniero nel tessuto sociale locale abbattendo i rischi di crescita di politiche xenofobe e razziste. Evitare quindi grandi tendopoli o “ghetti” spontanei lontano dai centri abitati, ma favorire con una politica di sostegno e appoggio economico alle cittadinanze ospitanti la partecipazione del lavoratore agricolo straniero al tessuto economico e sociale locale.

Sono già diverse le esperienze che hanno portato alla giusta integrazione delle diversità culturali producendo miglioramenti delle economie locali, al contrario sono sempre più evidenti le presenze di fenomeni di corruzione o di malversazioni nella gestione dei grandi centri di accoglienza finanziati con denaro pubblico.

- Il sistema di sovvenzione pubblica all’agricoltura, che in Italia arriva attraverso la PAC, politiche agricole comunitarie, direttamente erogati dalla Unione Europea, e dai PSR piani di Sviluppo Rurale erogati anch’essi dalla UE ma distribuiti in concerto con le autorità locali, (regioni, comuni,) sono essenzialmente meccanismi di sovvenzione ed arricchimento delle grandi aziende e delle grandi confederazioni di categoria. Difficilmente i fondi PAC vanno a supportare i piccoli produttori agricoli o ad intervenire sul rispetto dei diritti dei lavoratori agricoli, lasciando che fondi pubblici comunitari vadano ad arricchire aziende e datori di lavoro che non si fanno alcuno scrupolo di alimentare sistemi di sfruttamento e discriminazione dei lavoratori agricoli.

- Il Coordinamento Lavoratori Agricoli USB sta ponendo con forza, ormai da alcuni anni, le rivendicazioni dei diritti dei braccianti stanziali o stagionali presenti nelle nostre zone agricole.

L’apertura di vere vertenze locali con le Regioni, le Prefetture e con i singoli Comuni sono i primi passi per un inversione di tendenza sulla modalità con cui vengono trattati i lavoratori agricoli.

Individuare i veri fruitori dei fondi pubblici europei ed italiani è il primo passo per smascherare attività che, come già dimostrato in alcuni casi dalla magistratura, vanno ad arricchire organizzazioni che nulla fanno per il rispetto dei diritti dei lavoratori. Riconsegnare dignità e rispetto ai lavoratori dei campi è obiettivo principale della nostra organizzazione sindacale.

E come ha recentemente affermato un bracciante in una intervista: I VERI “CAPORALI” HANNO GIACCA E CRAVATTA E NON STANNO NEI CAMPI, a noi tutti il compito di smascherarli definitivamente.

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Acciai Speciali di Terni. Proposta per una nuova fabbrica

A partire dal 2007, la produzione mondiale di acciaio sta subendo il più importante processo di ristrutturazione mai registrato fino ad ora, stravolgendo il comparto siderurgico europeo e quindi anche quello italiano. La sovrapproduzione mondiale, con la relativa importazione di semilavorati dalla Cina e dall’India nei paesi europei, che arriva a toccare quasi il 30% dell’acciaio consumato, ha abbassato la redditività dei produttori del vecchio continente che hanno messo in campo riorganizzazioni a tutto campo con una perdita stimata in 60.000 unità di addetti. Il tutti aggravato dalla miopia delle scelte degli ultimi governi italiani che stanno portando ad una desertificazione delle produzioni industriali.

L’accordo sottoscritto al Mise nel 2014 ha mostrato fin da subito i suoi limiti e pericoli: un riassetto di bilancio frutto soprattutto della fuoriuscita di più di 400 lavoratori e dei tagli netti al salario tramite l’annullamento dei premi di produzione e le fasce di merito. Il tutto aggravato dalla completa chiusura del reparto TITANIA contravvenendo allo stesso accordo.

L’assestamento produttivo su di un milione di tonnellate (di per sé insufficiente) non è stato mai raggiunto, tanto che i dati circa la produzione di fuso si attestano intorno alle 800 mila tonnellate, pari alla capacità produttiva di una linea a caldo.

L’intera area a caldo sembra abbandonata a se stessa e le condizioni attuali dello stabilimento fanno pensare ad un disimpegno, in prospettiva, nei confronti del cuore produttivo dell’azienda, mentre le dichiarazioni circa il futuro di SDF, gettano preoccupazioni riguardo la chiusura della produzione dei fucinati.

Il progetto di recupero delle scorie, che sconta continui rinvii e che costituisce requisito fondamentale per l’adempimento AIA, ancora non è stato portato a compimento, nonostante il lavoro della fantomatica commissione speciale e dei tanti proclami giornalistici.

Le ricadute dell’accordo hanno colpito anche le ditte appaltatrici che sono state lasciate allo sbando e per le quali i tagli hanno coinvolto direttamente i lavoratori, con riduzioni superiori al 30% dello stipendio.

Tutto questo ha portato a conseguenze fin da subito visibili e che come sindacato abbiamo sempre sottolineato fin dal nostro insediamento: un controllo totale della fabbrica, nella gestione del lavoro e della forza produttiva, completamente posta nelle mani dell’azienda, che sta provocando uno stato di repressione con la conseguente esasperazione del clima all’interno dei reparti.

Si assiste ad una politica di diminuzione dei tempi, che ha agito sulla catena di produzione e che mette a repentaglio la sicurezza dei lavoratori nonché la salubrità dei reparti e a politiche commerciali che fanno perdere importanti quote di mercato.

L’irrisolta obsolescenza dei macchinari, con la quasi mancanza di manutenzioni programmate, creano una condizione di scarsità qualitativa della produzione, con relativa perdita di quote di mercato italiano ed estero.

I lavoratori si trovano quindi sempre più soli di fronte all’azienda ed il sindacato pare abbia rinunciato al suo ruolo di difesa e di soggetto propulsivo per l’avanzamento della classe. Per questo, per tentare di contrastare questa deriva mettiamo in campo una serie di proposte per il rafforzamento del ruolo della RSU, che in questi anni si è vista relegare troppo spesso in un angolo, a causa di un coinvolgimento degli organismi dirigenti territoriali che di fatto ne hanno snaturato ed esautorato il ruolo. Per questo, avanziamo delle proposte che, se eletti nella RSU, vedranno il nostro massimo sforzo affinché vengano realizzate:

1) salvaguardia del ciclo continuo, dalla fusione fino ai reparti di verticalizzazione del sito, attraverso il rafforzamento della parte a caldo in tutta la sua interezza, investimenti finalizzati all’ammodernamento impiantistico. Anche per questo chiediamo l’immediata realizzazione dell’impianto trattamento scorie visto che nelle condizioni attuali la discarica potrebbe garantire solo 5 anni di produzione. L’implementazione della produzione di freddo con un nuovo laminatoi, poiché l’installazione della linea 6 non è sufficiente come più volte da noi dichiarato;

2) nuovo contratto di secondo livello: per il secondo anno consecutivo il bilancio chiude in positivo ed è ora quindi di ridiscutere di una nuova piattaforma integrativa che parta dalla redistribuzione dell’utile d’azienda per tutti i lavoratori, contro le politiche dei premi ad personam tanto cari all’azienda. Retribuzione dello straordinario su lavori programmati e non più a recupero;

3) rimessa in discussione totale dell’accordo del 2014 per quanto riguarda gli organici tecnologici oramai ridotti ai minimi termini, mettendo a rischio salute e sicurezza. Le difficoltà dei lavoratori nel fare le ferie sono inaccettabili e tutto si basa sui ritmi incessanti del ciclo produttivo;

4) nuova definizione dei ruoli e delle procedure circa l’organizzazione del lavoro, che cancelli il presupposto del Flexible Working;

5) rafforzamento e attualizzazione del ruolo degli RLS, in un contesto più ampio della sicurezza lavorativa che parta dalla catena di produzione fino alle POS ed alla salubrità dei reparti;

6) stabilizzazione dei lavoratori interinali con un massimo di rinnovi per un periodo di 24 mesi;

7) rafforzamento del ruolo della RSU e partecipazione diretta dei lavoratori nelle decisioni della stessa.

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I bombardamenti Usa in Iraq e Siria hanno ucciso più civili di quanto ammesso finora

Le veline dell’esercito degli Stati Uniti avevano definito i bombardamenti della coalizione contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria come i più precisi della storia. Ma un’inchiesta del New York Times, durata 18 mesi, rivela invece come in Iraq le cose siano andate molto diversamente rispetto ai dati ufficiali: risulterebbero infatti molti più morti di quelli dichiarati dal governo americano e presi per buoni dai mass media occidentali (inclusi quelli italiani).

“I bombardamenti sono stati molto meno precisi di quanto affermato dalla coalizione – si legge nell’articolo del NYT– tra aprile 2016 e giugno 2017, abbiamo visitato circa 150 luoghi in cui ci sono stati bombardamenti nel nord dell’Iraq, non molto dopo rispetto a quando l’Isis è stato cacciato”.

Il New York Times ha intervistato civili, visitato i villaggi, analizzato i frammenti delle bombe, ma anche letto gli articoli dei giornali locali e visitato la base del Qatar da cui sono partiti tutti gli aerei coinvolti nei bombardamenti. Inoltre, i reporter del quotidiano di New York hanno intervistato i generali che hanno guidato le operazioni, fornendo il primo reportage sugli attacchi della coalizione da quando sono iniziati, nel 2014.

La coalizione contro l’ISIS a guida americana ha iniziato a bombardare i jihadisti in Iraq nell’estate del 2014, espandendo poi le proprie operazioni in Siria il 23 settembre successivo. Il Comando Centrale statunitense aveva fino ad ora riconosciuto la morte di almeno 396 civili a seguito dei suoi attacchi aerei in Siria e in Iraq dall’inizio della operazione antiterrorismo.

In particolare la coalizione a guida Usa ha riconosciuto come credibili 5 notizie relative alle vittime civili nei due Paesi mediorientali a febbraio.

Inoltre i comandi militari statunitensi avevano valutato 37 notizie relative all’assalto di Mosul, giunti dall’inizio delle operazioni militari nella città irachena da ottobre 2016 fino alla liberazione della parte orientale della città il 18 febbraio. Solo 15 sono state giudicate credibili. Si osserva che da agosto 2014 al febbraio 2017 le forze della coalizione hanno compiuto in Medio Oriente oltre 18.600 raid. In precedenza il quartier generale della coalizione aveva riferito che nei bombardamenti degli alleati erano rimasti uccisi 118 civili tra siriani ed iracheni.

Solo tra il 23 aprile e il 26 maggio 2017, la coalizione a guida statunitense ha causato la morte di 331 cittadini siriani, tra cui decine di bambini. Prima di queste stime, l’esercito americano aveva riferito che le vittime civili, dal 2014 all’ultimo mese, erano state 352. A Mosul, in Iraq, in un bombardamento effettuato il 17 marzo dalla coalizione internazionale a guida USA, sono morti 105 civili iracheni.

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Cona, Venezia: marciare insieme per una causa comune #16Dicembre

Gli ultimi due giorni li abbiamo vissuti fianco a fianco con i compagni migranti del centro di Cona in lotta per il loro diritto a vivere. Durante la giornata di martedì sono partiti in marcia per chiedere che quel campo infernale venga chiuso, e con lui tutti quegli spazi adibiti all’accoglienza delle persone migranti ma che in realtà sono topaie prive delle condizioni minime di decenza e salubrità, gestite da cooperative utilizzate come bancomat da chi, all’altro capo del rapporto di accoglienza, sfrutta l’esternalizzazione del comparto per fare soldi facili.

Appena abbiamo saputo dell’inizio della marcia in direzione di Venezia siamo subito partiti per raggiungerli e andare a dare supporto alla lotta messa in atto da loro assieme all’Unione Sindacale di Base, mentre altri compagni sono arrivati nelle ore successive dandosi il cambio per sostenere la marcia e portare viveri e beni necessari.

È stata una scelta improvvisa quella delle persone migranti di stanza a Conetta, ma non certamente inaspettata. La loro lotta infatti prosegue senza tregua da quando in quei freddi tendoni, lo scorso gennaio, perse la vita Sandrine Bakayoko.

Come dicevano gli stessi migranti, la morte di Sandrine non è diversa da quella di Abd Elsalam, ucciso durante un picchetto alla GLS di Piacenza, così come non è diversa dalla morte di Salif Traoré, investito ieri sera da un auto mentre cercava di raggiungere i suoi compagni: sono morti del sistema dello sfruttamento e della negazione dei diritti.

Le condizioni disumane in cui viveva Sandrine l’avevano debilitata fino ad ammalarsi, ma non ricevette le cure necessarie e il suo compagno ne trovò il cadavere sotto la doccia. Da allora la lotta, come è naturale, ha vissuto diverse fasi, ma importanti risultati sono stati conseguiti, come l’esclusione di donne e bambini da quel campo invivibile. Risultati possibili grazie al grande spirito combattivo dimostrato dai ragazzi del centro, e alla loro generosità nel mettersi a disposizione per la costruzione di organizzazione collettiva tramite le strutture dell’USB.

La #marciaperladignità è scaturita in questo contesto di lotte e sedimentazione di forze, e solo così ha potuto ottenere un primo importante risultato. Dopo lunghe trattative con il prefetto di Venezia, costretto a presentarsi per due giorni consecutivi alle tappe della marcia e a confrontarsi direttamente con i migranti e i loro rappresentanti, è stata ottenuta la conferma che per le prossime notti si disporrà di un tetto sopra la testa pur senza dover tornare a Cona, alloggiando in strutture messe a disposizione dal patriarca della diocesi di Venezia. Una cosa infatti è certa: nessuno dei migranti in lotta, le cui fila si sono ingrossate ora dopo ora, è disposto a retrocedere di un millimetro e a dover rivedere le fatiscenti camere del campo che martedì hanno deciso di abbandonare dopo aver raccolto i loro ben pochi averi.

La qualità organizzativa messa in campo, messa alla prova dalla velocità degli avvenimenti, è stata la fonte indispensabile da cui è scaturito l’importante risultato politico di questa sera. Ma anche la capacità di creare un ponte con le altre lotte, superando le divisioni che ci vengono imposte tra stranieri e lavoratori italiani, e di sapere puntare a obiettivi politici alti, individuando coscientemente le vere cause della catena dello sfruttamento.

I compagni migranti riconoscono ovviamente le responsabilità del razzismo, anche, ma non accusano i cittadini italiani, bensì il governo e le istituzioni di alimentare l’odio verso di loro. È una qualità nella produzione di discorso politico che ultimamente sempre più spesso vediamo anche nelle lotte coi facchini della logistica così come nei campi di pomodori del mezzogiorno, unita alla capacità di articolare le vertenze a tutto tondo e di saper chiamare alle loro responsabilità diversi soggetti padronali e istituzionali, riconoscibile anche durante le battaglie per il mondo dell’abitare, dalla resistenza agli sfratti alla difesa delle occupazioni.

Che le nuove figure del mondo del lavoro e del non lavoro sappiano intrecciarsi tra loro e comporre la spina dorsale del nostro blocco sociale è un’urgenza a cui nessuno può sottrarsi, e di cui nelle giornate del 10 e 11 novembre (sciopero generale e manifestazione di Eurostop) abbiamo visto l’ennesima buona rappresentazione, necessaria per dare forza e auto-riconoscibilità alle persone in lotta.

La componente immigrata, spesso scappata da guerre esportate dai governi europei nella definizione dei comuni interessi dentro l’UE, è certamente tra quelle che maggiormente si sta mettendo a disposizione delle lotte di oggi, e che già più volte ha versato il suo sangue, senza scordare per ultima proprio la morte di Salif Traore.

Con le statistiche che ci parlano dei giovani autoctoni costretti all’emigrazione perché in patria sono costretti alla precarietà più brutale, quando non alla disoccupazione o al lavoro gratuito, istituzionalizzato con normative medievali come quella sull’Alternanza scuola-lavoro, non possiamo non renderci conto che un obiettivo politico centrale oggi è quello di unire le due gambe di questo meccanismo di import/export dello sfruttamento umano, baricentro della costruzione dei nuovi e più terribili contorni dello sfruttamento capitalistico governate dall’Unione Europea.

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I am the highway


Chi sono i nostri?

In questi giorni, in un pezzo del nostro mondo, il dibattito pubblico sui social, al telefono, negli incontri di strada, sembra ormai completamente assorbito dal clima elettorale. C’è una sorta di richiamo della foresta, quasi irresistibile, che azzera ogni altra questione per quanto prioritaria.

Un richiamo forte, anzi fortissimo in alcuni ambiti, ma disatteso invece nella società, dove sempre meno persone vanno a votare quando non ne vedono l’utilità per cambiare le cose.

Accade che la gente diserti in massa le urne in Sicilia o ad Ostia, ma sia andata a votare in massa nel referendum che un anno fa costrinse Renzi alla dimissioni da premier. Insomma sul “voto utile” sembra esserci più saggezza tra la gente comune che nei leader politici.

Accade che nei posti di lavoro, soprattutto nelle fabbriche, i lavoratori che ancora hanno un lavoro contrattualizzato vadano a votare nelle elezioni per le Rsu e scelgano di mandare a quel paese i sindacati complici e di dare consensi ai sindacati conflittuali.

Accade poi che chi è attivo nella società possa verificare come oggi quelli più disponibili al conflitto sociale per i propri diritti, e più attenti agli strumenti di emancipazione (vedi la scuola), siano quelli che hanno “tutto da conquistare” e non coloro che temono di perdere quello che in gran parte hanno già perso o stanno perdendo. Il problema è che non possono votare perché sono cittadini stranieri, inclusi quelli nati nel nostro paese.

Il nostro mondo, il nostro popolo, il nostro blocco sociale, quello cioè composto da lavoratori tradizionali e da lavoratori di nuova generazione, da giovani precari o disoccupati e da pensionati, dalle persone precipitate in basso dal boom della disuguaglianza sociale e dalle misure antipopolari adottate dai governi subordinati ai diktat di Bruxelles, in questi anni è stato scomposto, disaggregato, diviso, privato di identità “di classe”, della coscienza dei propri interessi e un’etica solidale conseguente. Eppure si tratta di milioni di persone che sono sullo stesso lato dei rapporti sociali, in antagonismo ad una oligarchia di ricchi sempre più ristretta e sempre più autoritaria.

Sono milioni, ma sono senza l’organizzazione e la rappresentanza politica dei loro interessi. Prima si è esaurito il ciclo dei partiti di massa, poi quello dei corpi intermedi che in qualche modo “mediavano” tra interessi diversi e contrapposti. Oggi impera la lotta di classe a tutto campo, frontale, brutale e con una consapevole arroganza “dell’alto verso il basso”, che riporta il paese a rapporti sociali ottocenteschi.

In nome degli automatismi dei Trattati europei e atlantici sottoscritti negli anni scorsi dai governi (di destra o di centro-sinistra), oggi nessuno scostamento dai parametri (talvolta casuali, talvolta veri e propri algoritmi) è consentito. E’ in nome di questo orizzonte forzato che vengono messi a mercato – e a profitto – persino la salute o l’istruzione, con risultati sociali e, se volete, etici sempre più devastanti. Le migliori intenzioni lastricano le strade che portano sistematicamente nell’inefficacia o, peggio, alla complicità con il sistema del capitale.

In questo scenario di contrapposizione frontale e di gabbia dei vincoli esterni, la credibilità che tra la nostra gente godono ormai i partiti della sinistra e i sindacati tradizionali è diventata insignificante, anzi spesso vengono vissuti come parte del problema e del sistema, non come una soluzione alternativa al dilagante dispotismo tecnocratico che caratterizza oggi la governance nei paesi europei.

Il fallimento dell’operazione “Teatro Brancaccio” e il ripresentarsi del centro-sinistra come unica soluzione di fronte allo spauracchio delle destre, è un copione già visto sul teatro degli ultimi venticinque anni e con esiti disastrosi. Anzi, è stato un copione rivelatosi decisivo per l’affermazione e l’egemonia dei poteri forti europei attraverso governi come Amato, Ciampi, Prodi, D’Alema, Monti.

La nostra gente – “i nostri” – non ne può più, non si fida; o non vota o “vota per vendetta”, premiando tutto ciò che in qualche modo evoca inimicizia a queste forze.

I residui della sinistra radicale, con tutto il rispetto, non sono ancora riusciti a far dimenticare la loro subalternità ai governi e alla logica del centro-sinistra. Nel frattempo hanno imbiancato i capelli nel tentativo di tornare ad un piccolo mondo antico che ormai non esiste più. Continuare a vedere la scadenza elettorale e la presenza istituzionale a tutti i costi come un certificato di esistenza in vita, è diventato una maledizione dalla quale occorre contribuire a liberare più militanti possibili. Soprattutto perché negli anni si sono andati via via appannando i contenuti e gli obiettivi di cambiamento radicale del sistema.

Al contrario, come scrivevamo la scorsa settimana, è adesso il momento di rimettere in campo una idea e una prospettiva di rottura e di cambiamento contro il sistema dominante.

Ma la domanda vera che devono porsi tutti coloro che questo e non altro hanno in testa è: chi sono i nostri? Chi sono i settori sociali che oggi, adesso, hanno interesse ad un cambiamento politico e sociale del quadro esistente?

Uno dei problemi, ad esempio, è che quelli più combattivi o che hanno una aspettativa di progresso sociale più forte, non possono votare perché sono stranieri.

Si comprende allora perché la questione della rappresentanza politica sia questione assai più ampia della sola rappresentanza istituzionale.

In secondo luogo, i contenuti sono decisivi e dirimenti. Chi pensa che ancora oggi si possano modificare in meglio le cose restando dentro la gabbia del vincolo esterno – Trattati europei e atlantici – nega una evidenza e riproduce un inganno, anche e soprattutto agli occhi della nostra gente. E su questo va aperta una discussione senza sconti e senza più giri di parole.

Dopo il buco politico apertosi con il fallimento dell’operazione Teatro Brancaccio, un gruppo di giovani attivisti napoletani ha convocato una assemblea pubblica per sabato 18 novembre a Roma (ore 11.00 al Teatro Italia) con un spirito che, almeno, evoca questa necessità di una rottura del quadro esistente.

Se ci eravamo tenuti consapevolmente alla larga dal Brancaccio, parteciperemo invece a questa assemblea e con spirito positivo, dando la dovuta priorità ai contenuti che riteniamo dirimenti.

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«Venezuela in default», una notizia costruita a fini politici

Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico

Possiamo fidarci degli annunci dati dai soliti noti della stampa mainstream in servizio perenne contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela?

I titoli sono ad effetto. «Il Venezuela è in default», gridano. Una circostanza che andrebbe a corroborare le montagne di fake news propagate da anni. Da lungo tempo, infatti, il circuito informativo mainstream si affanna nel voler dimostrare che il sistema economico socialista del Venezuela sarebbe in realtà insostenibile. Che l’unica strada praticabile da percorrere, volenti o nolenti, è quella del neoliberismo. Con il suo inevitabile corollario di fame e miseria crescente.

Possiamo fidarci degli annunci dati dai soliti noti della stampa mainstream in servizio perenne contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela? La risposta è no.


Come spiega l’analista internazionale Francisco González ai microfoni di RT, siamo di fronte a un «default mediatico». Perché sono i media a diffondere questa informazione falsa «per generare paura tra gli investitori privati». In maniera tale da impedire l’acquisto di obbligazioni e frenare gli investimenti in Venezuela.


Insomma, siamo di fronte a un altro aspetto dell’assedio finanziario al Venezuela. Un attacco che comprende anche la manipolazione costante attuata dalla banca JP Morgan sul rischio paese del Venezuela, come ben spiegato in questo articolo di Mision Verdad tradotto da l’AntiDiplomatico. «Il rischio paese è un indicatore che permette di valutare lo stato di salute finanziario di un paese in base agli impegni di debito che ha contratto, cioè la sua capacità o incapacità di pagare. Nel caso venezuelano è la banca statunitense JP Morgan che elabora questo indice – denominato EMBI – incentrato principalmente sui mercati emergenti».

Nell’articolo citato si afferma inoltre che «una lettura comparativa minima consente di constatare che, per quanto riguarda il Venezuela, questo indicatore è utilizzato per scopi politici».

Leggi anche: Russia e Venezuela firmano un accordo per la ristrutturazione del debito di Caracas

«Secondo quanto reso noto dal presidente Nicolás Maduro, dal 2014 al 2017 sono state cancellate posizioni debitorie estere per un importo approssimativo di 70 miliardi di dollari, dimostrando che il paese ha capacità di onorare gli impegni e buona salute finanziaria. Senza compromettere gli investimenti in campo sociale ed economico», nonostante questo «secondo l’EMBI, il Venezuela è il paese più rischioso del mondo per gli investimenti, per cui la capacità di pagamento di uno Stato che ha rispettato gli impegni internazionali sarebbe presumibilmente compromessa. Dal 2014, il rischio paese del Venezuela è passato da 1.458 a 2.989 punti. Vale a dire che ad ogni pagamento del debito venezuelano è sopraggiunto automaticamente un aumento del rischio».

Tornando alla questione default, legata al rating di Standard & Poor’s, l’economista Luis Enrique Gavazut spiega che si tratta di una «dichiarazione affrettata». «Non è altro che un pagamento di interessi, è qualcosa di abbastanza routinario, di piccola entità», spiega Gavazut, se confrontato con la cancellazione degli interessi sul debito estero annunciati dal Ministro della Comunicazione, Jorge Rodríguez.


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Bologna, risultato storico alla GD: USB prima alle elezioni RSU

Nella giornata di ieri si sono svolte le elezioni RSU alla GD, l’azienda metalmeccanica più grande di Bologna e feudo storico della Fiom-Cgil.

Con grande sorpresa, l’USB entra per la prima volta in azienda e diventa immediatamente primo sindacato, raccogliendo complessivamente 547 voti (circa il 44% degli oltre 1200 votanti), con la Fiom che invece si ferma a 467, perdendone oltre 300 rispetto alle precedenti elezioni dei delegati.

In un comunicato stampa uscito nella serata di ieri, il sindacato delle tutte blu CGIL ammette la netta sconfitta ma addossa la colpa ad una non meglio specificata volontà di “attaccare il sindacato confederale” a causa di un vago “populismo sindacale”.

La realtà è però ben diversa: dopo la proposta di alcune modifiche al contratto aziendale che ha creato più di qualche malumore tra i lavoratori ed ha portato molti di questi a sottoscrivere una lettera aperta alle segreterie di Fim, Fiom e Uilm, il referendum che ne è seguito ha mostrato una netta spaccatura con i voti favorevoli che superavano quelli contrari di nemmeno venti voti (735 a 708). Se si considera poi che a favore del SI oltre all’azienda, c’erano tutte le sigle confederali e le loro RSU e che è stato vietato il voto ai trasfertisti (che vengono penalizzati da questo contratto), il risultato appare ancora più clamoroso.

Come ha sostenuto Sergio Bellavita, “Per USB è una vittoria storica, che ci carica di una grande responsabilità. Siamo stati gli unici a dire esplicitamente di voler cambiare il contratto da poco firmato e la maggioranza dei lavoratori è d’accordo con noi”.

E aggiunge: “Ora apriamo un confronto con le altre RSU elette per il bene dei lavoratori e delle lavoratrici. Le lotte tra sigle sindacali non ci interessano, ci interessa solo il bene dei lavoratori”.

Quindi un’ennesima affermazione per USB in un territorio, quello bolognese, che è da sempre roccaforte per Fiom e CGIL.

Dopo l’affermazione alla Fabio Perini (la quale RSU ha salutato questo eccezionale risultato con un comunicato stampa in tarda serata), alla Titan ed in molte altre aziende delle province limitrofe, come nello stabilimento Marcegaglia di Ravenna, un’altra grande vittoria per USB ed una spinta in avanti per centinaia di lavoratori e lavoratrici che, nonostante anni di arretramenti e sconfitte, non si sono arresi e vogliono continuare a lottare per i diritti di tutte e tutti.

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Mauritania - Libero il blogger condannato a morte per apostasia

di Stefano Mauro

La Corte Suprema di Nuadhibou in Mauritania ha emesso il suo verdetto giovedì 9 novembre: Cheick Ould Mohammed Mkhaitir è stato condannato a due anni di prigione ed al pagamento di un’ammenda per aver pubblicato un articolo giudicato “blasfemo”. L’uomo, che aveva già scontato quasi quattro anni, è stato quindi rilasciato.

Il verdetto, nella sala del tribunale, è stato accolto da grida ed insulti nei confronti della corte e del governo, da parte di numerose persone, giunte da diverse parti del paese, per sostenere la sua condanna a morte. Le stesse forze di polizia hanno dovuto reprimere numerose manifestazioni nella capitale Noukchott contro manifestanti che  protestavano contro le autorità colpevoli “di aver scelto l’occidente e non la difesa della religione e del Profeta”.

Il giovane trentenne blogger era incarcerato dallo scorso gennaio 2014 ed era stato condannato a morte per “apostasia”, la prima nel paese dalla sua indipendenza nel 1960. Circa quattro anni fa, infatti, le autorità mauritane lo avevano arrestato dopo che il quotidiano Aqlame aveva pubblicato un suo articolo che criticava “l’utilizzo della religione per giustificare alcune discriminazioni nella società mauritana”, dove esiste ed è tollerata ancora la schiavitù.

Qualche mese più tardi, il 21 aprile 2016, la corte d’appello aveva confermato la sentenza non più per “apostasia”, ma per “miscredenza” – reato considerato meno grave –  in virtù del pentimento da parte di Mkhaitir e rinviando il suo dossier alla Corte Suprema. Lo stesso Forum degli Ulema, creato nel 2014 per la difesa dei costumi e del Profeta, aveva richiesto la morte del blogger considerato “apostata e blasfemo”.

La condanna a morte aveva provocato un’alzata di scudi ed una campagna di pressioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Amnesty International e Human Right Watch (Hrw) avevano più volte lanciato appelli e richiesto una sospensione della sentenza. “Il condannato è un detenuto per opinione – ha  dichiarato dopo la sentenza Sarah Leah Whitson, direttrice della divisione di Amnesty per l’Africa – E’ incarcerato esclusivamente per aver affermato il suo diritto alla libertà di espressione e per essersi opposto alle discriminazioni attraverso un articolo su un blog”.

Secondo Hrw il clima è talmente teso che, in questi anni, numerosi difensori dei diritti civili e sostenitori di Mkhaitir hanno ricevuto minacce di morte. Stesse persecuzioni anche per i suoi genitori che sono dovuti fuggire dal paese e hanno trovato rifugio in Francia. Di positivo in questa vicenda c’è solamente la libertà e la salvezza del giovane blogger perché questo episodio, l’ennesimo, è purtroppo la punta di un iceberg per ciò che concerne i diritti umani inerenti la sfera religiosa.

Secondo i dati contenuti nel Rapporto 2016 sulla pena di morte nel mondo dell’Associazione  “Nessuno Tocchi Caino”, infatti, la situazione legata ai reati di opinione o riguardanti la sfera religiosa è molto grave. In alcuni paesi islamici, ad esempio, «convertirsi dall’Islam ad un’altra religione, essere ateo oppure offendere il profeta Mohammad è considerato apostasia ed è tecnicamente un reato capitale». Il reato di apostasia è punito con la morte in 12 paesi musulmani: Afghanistan, Iran, Malesia, Maldive, Mauritania, Nigeria (solo negli stati settentrionali a maggioranza musulmana), Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Emirati Arabi Uniti e Yemen.

“L’aumento e la diffusione del credo wahhabita (visione radicale e retrograda dell’Islam di matrice saudita) in molti paesi musulmani ne è la diretta causa – secondo Mohammad Mahmud Ould Mohamedu, mauritano e  docente universitario esperto di Islamismo e Radicalismo all’Università di Ginevra – Prova ne sono anche le esecuzioni sommarie per «reati» legati alla religione attuate da gruppi estremisti islamici: Al-Shabaab in Somalia, Boko Haram in Nigeria, i Talebani in Afghanistan e l’ISIS in Iraq e in Siria”.

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Tu vuò fa l’americano... ma si ‘nnato a Pomigliano

Di Maio torna dagli Stati Uniti. Come uno scolaretto in gita per la prima volta a Disneyworld, il Candidato premier a Cinque Stelle non smette di fare video sui social per dirci: “Ho incontrato questo Congressman”, “Ho incontrato quello al Dipartimento di Stato”, “mi hanno detto questo”, “credevano che fossimo questo” e poi il “Dipartimento di Stato apprezza il nostro lavoro” etc.

Si scoprirà poi che le persone incontrate da Di Maio non sono il “Dipartimento di Stato” o “Congressman” di peso, ma le terze, quarte e quinte file. Non il massimo del trattamento, insomma. Ma per incontrare le persone che contano davvero, il leader Cinque Stelle deve superare tante altre “prove” di fedeltà.

Siamo solo al primo passaggio.

Si conclude in questo modo l’opera di “normalizzazione”, come l’aveva definita Di Maio alla partenza, che è sintetizzabile in una serie infinita di “ma anche”: la Nato non si discute e gli Stati Uniti sono il principale alleato, ma anche la Russia è un interlocutore e le sanzioni vanno riviste.
Le missioni internazionali vanno bene ma quella in Afghanistan no. I soldi per le spese militari vanno bene ma sono troppi. Etc.

Una serie di “ma anche” continui. Però, a far tornare sulla terra Di Maio, a far capire chi comanda realmente, a mettere subito in chiaro che il rapporto non è alleato-alleato, è proprio il Dipartimento di Stato, il quale conferma – sì – tutte le prime parti dei ragionamenti del Candidato Cinque Stelle, ma esclude tutti i “ma anche”.

Secondo quanto riporta l’Ansa, il vicesegretario di Stato USA per gli affari europei Tribble ha dichiarato che le sanzioni alla Russia restano. Ha sottolineato “l’importanza dell’unità transatlantica in risposta all’aggressione russa in Ucraina”, e rimarcato come “l’impegno condiviso degli alleati Nato ad aumentare gli investimenti nelle capacità difensive resterà una priorità per gli Stati Uniti”. Così come l’impegno NATO in Afghanistan. Quella stessa NATO da cui l’Italia non ha intenzione di uscire, come si affrettato a dichiarare Di Maio.

Non ci sono “ma anche”, non ci sono margini di trattativa possibili. A ordine si esegue. Punto.

Questo vale a Washington, ma anche a Bruxelles, dove, forse non a caso, parallelamente con la visita di Di Maio, Fabio Massimo Castaldo diventava vice presidente del Parlamento europeo.

Quella stessa Bruxelles dove si prepara già la nuova letterina da inviare (con tutto il programma politico da eseguire per la prossima legislatura). Chi non ricorda quella famosa lettera di Jean Claude Trichet e Mario Draghi del 5 agosto 2011 che aveva al suo interno tutte le “riforme” di Monti, Letta e Renzi (distruzione della Costituzione compresa)?

Davvero il Cinque Stelle pensa di trasformare l’Italia e porre nuovamente al centro salute, lavoro e istruzione facendosi inglobare da questi poteri?

Perché il Di Maio che “vuò fa l’americano...” è nato a Pomigliano, uno dei simboli del lavoro in Italia. Quel lavoro che, come dimostra proprio il caso della Fiat a Pomigliano, in Italia è stato svenduto, stuprato, delocalizzato, umiliato, ucciso. Eppure la nostra Costituzione nel primo articolo impone a tutti coloro che si prefiggono di guidare la Repubblica un mandato preciso, inderogabile da portare avanti.

Ma per farlo c’è una sola via: rompere e non normalizzare con quei poteri. Non ci possono essere compromessi, terze vie. Non ci possono essere “ma anche”.

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giovedì 16 novembre 2017

BastAlternanza: per un’assemblea nazionale contro l’alternanza scuola/lavoro

Non è passato molto tempo dalla ripresa dell’anno scolastico che il nuovo sistema di sfruttamento del lavoro, che chiamano “alternanza scuola/lavoro”, ha già ricominciato a produrre gli stessi problemi dello scorso anno. Il caso di uno studente di La Spezia, ferito gravemente durante le ore di alternanza per mansioni tutt’altro che coerenti col percorso di studi e con la sua età, rappresenta un fatto in più che si aggiunge al lungo elenco di casi di sfruttamento ma anche un salto di qualità, visto che è stata messa seriamente a rischio l’incolumità degli studenti.

Ogni giorno che passa, diventa sempre più chiaro che l’alternanza non è altro che sfruttamento del lavoro minorile, un meccanismo per legalizzarlo e fare un enorme regalo alle aziende e alle grandi multinazionali. Nulla a che vedere con la funzione emancipatrice della Scuola pubblica.

L’adeguamento del sistema scolastico italiano alla competizione internazionale, e ai parametri dettati dall’Unione Europea sacrifica la Scuola come strumento di riscatto, ipoteca l’effettività del diritto all’Istruzione ed, in più, riduce la Scuola, e gli studenti in una posizione di subordinazione rispetto alle richieste ed interessi delle imprese e del mercato.

Decine e decine di ore di scuola vengono sacrificate in favore di lavori e mansioni che spesso nulla hanno a che vedere con il percorso formativo intrapreso. Milioni di studenti ogni anno vengono privati di importanti giornate di formazione per essere lasciati allo sbaraglio nel mercato del lavoro, occupando mansioni che potrebbero essere ricoperte da disoccupati e precari. In un paese dove la disoccupazione giovanile tocca il 40% l’alternanza non ha nessuna logica se non quella della massimizzazione dei profitti e di agire sulla percezione di se degli studenti, ovvero, non più soggetti in formazione ma lavoratori già perfettamente integrati nella catena dello sfruttamento.

Le mobilitazioni studentesche sono già iniziate e sono in corso: pensiamo che nella lotta degli studenti e di tutto il mondo della Scuola debba essere centrale la parole d’ordine dell’abolizione dell’alternanza scuola/lavoro. L’ipotesi di riforma dell’alternanza, in senso favorevole agli studenti, non farebbe altro che legittimare l’ASL e l’intero impianto della “Buona scuola”. Gli stessi Stati generali dell’alternanza, convocati dalla Fedeli per il 16 dicembre, vanno nella direzione della conferma dei meccanismi di sfruttamento, di dequalificazione della didattica e di precarizzazione generazionale. Le proposte di Carta di diritti e doveri degli alunni in alternanza e i prossimi accordi tra Ministero del Lavoro e Anpal per l’implementazione dello sfruttamento del lavoro degli studenti stanno lì a dimostrarlo. L’unico diritto che gli studenti devono pretendere è quello di una scuola e di una formazione di qualità, dove l’accesso ad edifici adeguati, laboratori, libri e didattica alternativa siano garantiti a tutti. Il lavoro minorile non deve essere ne stipendiato ne tutelato, deve essere semplicemente abolito.

Per passare dalla resistenza al contrattacco è necessario sviluppare campagne larghe, inclusive, che sappiano far dialogare e organizzare tutto il mondo della scuola contro una legge che mira a stravolgere i pilastri dell’istruzione pubblica. Vanno costruiti momenti che portino sotto accusa non solo il Governo e il Partito Democratico, ideatori ed esecutori della riforma, ma anche tutte quelle aziende che dallo sfruttamento del lavoro minorile stanno avendo dei profitti.

Convochiamo un’assemblea nazionale per il 2 Dicembre a Roma, al CSA Intifada, Via Casal Bruciato 15, dalle ore 16 per lanciare in tutta Italia una campagna per l’abolizione integrale dell’alternanza scuola/lavoro. La campagna è rivolta a tutte le realtà in lotta contro la “Buona Scuola”, l’alternanza scuola/lavoro e che si battono per una scuola pubblica e libera dalle logiche e dagli interessi del capitale.

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Rivoluzione d’Ottobre e rimpianti per l’impero zarista

Il centenario della Rivoluzione d’Ottobre è stato contrassegnato in Italia da centinaia di iniziative: alcune, fortunatamente poche, di rituale commemorazione, altre, la maggioranza, di impegno proiettato sui compiti odierni dei comunisti.

L’occasione è servita anche, come c’era da aspettarsi, a qualche portafoglio pseudointellettuale televisivo e al becero “giornalismo” parafascista, per rimasticare le “ricostruzioni storiche” cucinate a suo tempo da MI5 (Robert Conquest) e CIA (Adam Ulam), come pure per ridar fiato alle giaculatorie sulle “vittime innocenti del regime staliniano”, tutte rigorosamente martiri della fede democratica.

In Russia il centenario è servito anche per allargare il sermone sulla necessità di ricucire lo strappo sociale provocato nell’ottobre 1917 dal “colpo di stato bolscevico” contro il governo provvisorio e dalla pugnalata a tradimento inferta nel febbraio precedente dai circoli liberali legati al capitale anglo-francese contro il “prospero impero zarista”.

Un impero che si stava sviluppando economicamente – è stato raccontato in decine di documentari – al pari e forse più dei maggiori stati europei e che è stato liquidato da pochi avventuristi antinazionali, estranei ai sentimenti di concordia sociale. Uno sviluppo, si evita però di dire, in cui gli investimenti russi costituivano appena il 28%, contro il 72% di capitali inglesi, francesi, americani, belgi, tedeschi, svedesi, tanto nei bacini minerari e nei complessi metallurgici del Donbass, come nei pozzi petroliferi del Caucaso.

Il sociologo Igor Čubajs, su Radio Komsomolskaja Pravda, si è detto convinto che se non ci fosse stata la rivoluzione, oggi “l’America ci invidierebbe”. Tra le altre farneticazioni, egli rimpiange 5,5 milioni di kmq di territorio che, a suo dire, la Russia avrebbe perso in 70 anni di potere sovietico; rimpiange Costantinopoli e parte della Turchia, che l’impero zarista avrebbe potuto ottenere con la prima guerra mondiale; rimpiange la perdita di Polonia, Finlandia, Ucraina ed è convinto che, in base ai calcoli algebrici di Mendeleev, in Russia avrebbero potuto vivere oggi almeno 600 milioni di persone, governate saggiamente da un discendente di Nikolaj II.

Il comune denominatore delle attuali rivisitazioni del 1917 è costituito dalla congiura straniera ordita contro la società russa: sia a febbraio che in ottobre. Secondo la chiesa ortodossa, l’ideologia comunista fu introdotta in Russia dall’esterno e dunque non si devono definire “rivoluzione russa” gli avvenimenti del 1917, altrimenti tutte le colpe ricadono sulla società russa e questa, “vittima principale di quegli avvenimenti, viene trasformata in colpevole”. Le questioni oggi sul tappeto, sostengono i popy, sono “un’identità comune, un’ideologia condivisa e se a ciò verrà data una risposta corretta, si potrà impedire la destabilizzazione della società”.

E’ così che Vladimir Putin, alla vigilia della festa dell’Unità nazionale (che dal 2005 si celebra il 4 novembre, a ricordo dell’insurrezione del 1612) aveva detto di sperare che tale festa venga “percepita dalla nostra società come linea di confine con i drammatici eventi che avevano diviso il paese e il popolo, che essa diverrà il simbolo del superamento di quella divisione, il simbolo del reciproco perdono”. E’ quindi per il “reciproco perdono”, che si inaugurano sempre nuove targhe e busti agli “eroi” zaristi (prima all’ammiraglio Kolčak, poi al barone Mannerheim, ora agli interventisti stranieri) della guerra civile scatenata nel maggio del 1918 con la rivolta in Siberia dei cecoslovacchi bianchi assoldati dalla Francia.

E se il 4 novembre 1612 rappresenta effettivamente una tappa fondamentale nella storia russa, con la liberazione di Mosca dal giogo polacco e svedese, è però l’ordinanza con cui nel dicembre 2004 fu istituita tale festa, a mettere la parola fine alla “ferita aperta dai bolscevichi nella società russa”, allorché recita che “i combattenti delle milizie popolari condotti da Kozma Minin e Dmitrij Požarskij” liberarono Mosca “mostrando un esempio di eroismo e compattezza di tutto il popolo, indipendentemente da origini, credenze religiose e posizione sociale”. Con il che, la storia russa può rimettersi in moto sotto il segno della concordia nazionale.

E’ così che nei talk show, quando non si può fare proprio a meno di trattare l’Ottobre quantomeno come spartiacque storico, non se ne parla più come della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, ma come proseguimento della rivoluzione borghese di febbraio e si ripete che “occorre il perdono, la fine della divisione della società”.

E’ su questa linea che i reparti di marinai che nel serial televisivo “Trotskij” respingono il tentativo di golpe korniloviano somigliano a gruppi di moderni black bloc sfasciavetrine, mentre le pose vanagloriose di Trotskij sono contrapposte a uno Stalin, perfetto picciotto corleonese della più becera commedia italiana, che agisce nell’ombra, tramando alle spalle di un ingenuo Lev Davidovič. D’altronde, aveva già iniziato Margarita Simonjan, direttrice della “corazzata propagandistica” russa – quella RT accolta come bibbia anche da molta italica sinistra – con il dire come “nel mio organismo si sia formata una resistente allergia a giustificare Stalin”.

Evgenij Konjušenko su Svobodnaja Pressa, ha definito il serial una panzana glamour, il cui scopo era non tanto di ingigantire Trotskij, quanto di degradare il più possibile Lenin e Stalin ed etichettare tutti i rivoluzionari come vampiri sanguinari. Anche nella propria morte Trotskij ha una parte di primo piano, provocando Jackson-Mercader a ucciderlo. “Trotsky in tutto e dappertutto e la frase che racchiude l’intero film è: La rivoluzione sono io!” nota Konjušenko; “evidentemente, quando Konstantin Ernst (uno dei produttori del film) ricevette da Eltsin la poltrona al Primo canale, accettò la condizione di descrivere la storia sovietica come un’unica sanguinosa tragedia”.

Più in generale, lo scorso 10 novembre, Jurij Gorodnenko (emigrato politico ucraino in Russia) scriveva ancora su Svobodnaja Pressa che quasi tutte le numerose pubblicazioni e trasmissioni dedicate al centenario dell’Ottobre hanno lasciato in ombra il suo significato per lo stato russo. Eppure, nel 1991 la Russia si è dichiarata giuridicamente continuatrice dell’URSS e ne ha occupato il seggio al Consiglio di sicurezza dell’ONU; ne discende che la Russia attuale è in continuità con la RSFSR che, proclamata nel gennaio 1918, risulta nata, di fatto, il 7 novembre 1917, giorno della Rivoluzione e che la Russia attuale, in continuità con quella Repubblica, non ha alcun legame con l’impero zarista. Nonostante ciò, concludeva Gorodnenko, nessun media ufficiale russo ha parlato del 7 novembre 1917 quale data di inizio della statualità russa.

Tirando le somme, lo scorso 7 novembre, Aleksandr Batov, segretario moscovita di Rot Front, rammentava con quante speranze, negli anni ’90, i comunisti celebrassero il 1917: credevano e speravano di festeggiare il centenario di nuovo nel socialismo e che il capitalismo russo non sarebbe arrivato al 2017. Prima ancora, i sovietici erano convinti che il XXI secolo sarebbe stato quello della società comunista mondiale; oggi, si stanno aprendo molte “capsule del tempo”, con messaggi di speranze e auguri formulati sessanta anni fa: in tutti, c’è la certezza che oggi saremmo vissuti nel comunismo, con un mondo senza più guerre, fame, miseria. Leggendo quegli auguri, diceva Batov, si prova vergogna, per il paese e per il popolo: “Non abbiamo custodito il socialismo e siamo precipitati di nuovo nel medioevo e nello zarismo: sono tornati governatori, bojari, gendarmi, popy: e noi siamo lacchè”.

Vladimir Putin si è forse assunto il compito di esaudire i rimpianti del sociologo Čubajs su Costantinopoli e l’invidia dell’America.

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