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martedì 25 aprile 2017

Suona Rosamunda


La schiavitù linguistica del capitale


Qualche tempo fa Luciano Canfora ha presentato il suo ultimo libello, La schiavitù del capitale, alla trasmissione Quante storie di Corrado Augias.

Vorrei riportare due dichiarazioni di Canfora che sintetizzano il quadro entro cui è racchiusa la direzione politico-economica della scuola (mondiale, europea e, di conseguenza, italiana).
 

A commento di un video sul lavoro di fabbrica e quello post-fordista dei call center, Canfora dice: «Impressionante, direi; lo sfruttamento diventa più raffinato, e perciò più pericoloso [...] questo interferisce direttamente nel pensiero, nella vita intellettuale dello sfruttato, per giunta in condizioni, dal punto di vista sindacale, peggiori».
 

Il secondo passo. Ad Augias che, a proposito del “manifesto dei 600”, dice: «Che i giovani parlino e scrivano male è un dato, si vede. Perché?», Canfora risponde: 

«È un effetto di vari fattori. Vorrei sintetizzarli molto in breve: uno è l’imperversare medico pedagogico, potremmo chiamarlo così, di questa pseudo-scienza che individua nello sforzo per imparare quasi una persecuzione. Gramsci diceva che studiare è una fatica, deve essere una fatica.  [E invece oggi] niente sintassi, niente date nella storia, nozionismo come nemico. Tutto questo è stato un danno.
 

Poi è intervenuta anche una mania, diciamo, paranglosassone: siccome nel mondo anglosassone si parla e si scrive in modo telegrafico e semplice con una sintassi quasi fragile, dobbiamo scrivere così: una perdita gratuita di una identità. La guerra contro l’analisi logica...».
 

Questo è un effetto paradossale – ma solo apparentemente – della cosiddetta società della conoscenza, che non produce certo più conoscenza di prima, ma cerca di inglobarle quanto più è possibile nel processo di valorizzazione capitalistica. E questo avviene con la sua frammentazione, semplificazione e diffusione a tripla w.
 

È il famoso processo descritto da Marx, come “sussunzione reale” (della conoscenza, in questo caso) sotto il capitale. Questa conoscenza, prodotta altrove e da pochi, viene spezzettata e omogeneizzata e resa fruibile alla massa dei “knowledge workers”, cioè ai nostri studenti. Per questo motivo occorrono metodi semplificati, riduzione dei saperi, velocità nell’apprendimento. Proprio la velocità è un fattore importante nel nuovo paradigma produttivo post-fordista del just-in-time. Da qui deriva la semplificazione e l’odio verso la “fatica del concetto”, per citare Hegel.
 

A questa velocità corrisponde una semplificazione sintattica, che ha la sua massima espressione nella scrittura web. È noto a qualunque studente di filosofia che per leggere Hegel, Kant o Aristotele occorre avere un libro in mano, proprio perché la difficoltà della cosa è anche difficoltà della lingua. Leggere per ore su uno schermo è puro masochismo.
 

Chi studia sa che il concetto è difficile sino a che non viene assimilato: allora diventa familiare e non più oscuro. Attraverso il pensiero e la lingua (che non sono statici) noi conosciamo il mondo. Ma una lingua facile non fa il mondo facile, lo rende banale.
 

Su questa banalità si incentra in pratica la nozione di literacy (alfabetizzazione, all’ingrosso), ossia, detta in parole prive di paillettes, la capacità di reperire le informazioni necessarie, soprattutto sul web. È su questa nozione che si basano fondamentalmente le "prove invalsi". Tutta la verifica delle competenze linguistiche non è atta a capire se, attraverso la lingua, un individuo è in grado di padroneggiare il mondo e di esprimerlo concettualmente e dunque linguisticamente, ma se è in grado di capire le informazioni che legge. Che, direi, non è poca cosa, ovviamente. Ma se la nostra capacità si esercita su testi semplificati, la capacità di comprensione del reale si perde. Così come si perde se i nostri obiettivi si abbassano al mero reperimento delle informazioni.
 

Purtroppo una parte non esigua di responsabilità è delle case editrici, soprattutto quelle per l’infanzia e i giovani, le quali hanno semplificato il linguaggio per renderlo spedito e semplice, in maniera tale da conquistare in tempi veloci il proprio lettore-consumatore. E questa è la situazione migliore, perché parliamo dei “giovani che leggono”. Non parliamo invece di quelli che non leggono o “leggono solo internet”...
 

Ma allora, che società della conoscenza è quella in cui non si sa più né accedere al sapere né produrlo? Non a caso, prima che la dizione “società delle conoscenza” si imponesse a livello massmediatico anche nei documenti europei, una volta si parlava di società dell’informazione, anche perché alla base c’era l’informatica. Agli albori di questa società (che ha appena un trentennio), c’era ancora un po’ di umiltà e di memoria di cosa fosse la conoscenza. Oggi non più. 

E come non ricordare quella famosa battuta del film di Nanni Moretti (che gli insegnanti di sinistra conoscevano prima di innamorarsi dei balbettii di Fazio e Saviano): «La scuola non deve formare, ma informare!».
 

Formare significa dare forma. Sembra un’ovvietà, ma non lo è più. Oggi con formazione si intendono tirocini, alternanza scuola-lavoro, stage, lavoro gratuito, schiavitù mascherata.
 

La parola formazione aveva un significato più alto un tempo. Era la traduzione del termine tedesco Bildung, che alla base ha anche il concetto di costruire e di istituzione, concetti collegati anche con il termine italiano istruzione (e infatti la scuola è un’istituzione formativa).
 

Questa idea di istruzione (e non di educazione, come oggi si dice comunemente) aveva una base politica di fondo: la costituzione dell’uomo moderno, del cittadino, come si diceva un tempo non dimenticando che si parlava del citoyen, ossia di una delle due facce dell’individuo moderno, essendo l’altra il bourgeois, il privato (Rousseau). Dietro a quelle formulazioni ovviamente c’era la nascita della nuova società capitalistica in Europa.
 

C’erano (e continuano ad esserci) dunque una sfera pubblica e una privata e la formazione si occupava della sfera pubblica dell’individuo. Per questo motivo era compito della comunità (in questo caso dello Stato) occuparsi della formazione della sfera pubblica, senza la quale non poteva darsi nessun contratto sociale.

Con la diffusione del neoliberismo, dopo la caduta del muro di Berlino, questo concetto di formazione viene messo in discussione, perché il “pubblico” è sempre più un bersaglio da colpire, sia praticamente che concettualmente.
 

Siamo atomi che si scontrano tra loro in una rete, diceva il filosofo Francois Lyotard quando il web non era ancora nato, ma era appena stato prodotto il primo pc, la crisi petrolifera sanciva la crisi del fordismo e in Cile il generale Pinochet apriva la strada ai Chicago boys.
 

Non c’è un disegno comune, non c’è una progettualità, un piano, ma c’è solo il caso. La storia non ha un fine perché l’uomo non ha un fine, ma al massimo un interesse privato. Lo scontro degli interessi privati produce la società di mercato, che per regolarsi non ha bisogno di nessun Leviatano.
 

La storia non ha una razionalità, perché la casualità prodotta dai movimenti degli atomi non si lascia imbrigliare da una qualche ragione. È la società complessa, poi divenuta liquida, destrutturata, come il pensiero che l’ha teorizzata. 

Non esistono piani, ideologie, sistemi di pensiero, esistono solo “narrazioni” (récit), che, invece, nel vero senso letterario del termine hanno fatto una brutta fine.
 

Alla fine ha prevalso il privato (il “particulare”, avrebbe detto Gramsci citando Guicciardini): l’uomo del consumo, il cui grado di libertà è sotto gli occhi di tutti...
 

Ed eccoci arrivati a noi e alla nostra scuola, a quella del “particulare”, che non deve più formare, ma “facilitare” i percorsi “autonomi” degli studenti (gli insegnanti devono essere facilitatori), per tirare fuori le loro potenzialità, secondo un’idea di formazione che Gramsci definiva spontaneista, alla base della quale c’è l’idea di individuo come gomitolo. «Il bambino non è un gomitolo di lana da sgomitolare, ma la parte del complesso mondo storico su cui l’ambiente e la società esercitano la loro coercizione».
 

Sia detto per inciso, Gramsci sapeva che esistevano tendenze in un individuo che non dovevano essere represse, ma non credeva alla libertà assoluta, cioè ab-soluta, sciolta da tutto, libera da condizionamenti storico-sociali, quasi fosse un fatto naturale.
 

Gramsci sapeva bene, lui che aveva letteralmente sgobbato per conquistare quel sapere per poi produrne altro (andrebbe ricordato che Gramsci è, assieme a Dante e Machiavelli, lo scrittore italiano più tradotto e letto al mondo), lui che veniva da una famiglia di umili condizioni, sapeva che dietro a un individuo non ci sono autonomia e libertà come cose già date, ma condizionamenti non conosciuti.

La libertà una volta si diceva essere un fine, magari della storia (addirittura!), non una precondizione. E la consapevolezza dei propri condizionamenti (o delle proprie “catene”, come sapevano gli operai di un tempo e non sanno più i knowledge workers di oggi), è il primo e fondamentale passo verso la libertà. La conditio sine qua non.
 

Oggi dovremmo ricordare quel motto di Don Milani che recitava «ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani», estendendone il significato. Non si tratta più di singole parole (non lo è mai stato), ma di sintassi, cioè di collegamenti, di ragionamenti, di rapporti tra concetti, di rapporti di forza. Il padrone oggi non ha né più parole, né più ragionamenti dei suoi lavoratori, ha solo più capacità di persuasione: e l’homo videns, il consumatore e il nuovo analfabeta si fanno convincere facilmente. Il padrone ha dalla sua i rapporti di forza. I rapporti di forza sono il padrone.
 

Riprendersi quel sapere, quella lingua, quei concetti, quella logica: occorre riprendersi quegli strumenti affinché un bambino possa di nuovo dire: “ma il re è nudo!”.

Il NO di Alitalia chiede un cambio radicale

Il NO dei lavoratori Alitalia alla pre-intesa firmata da azienda, governo e CgilCislUilUgl ha ricevuto quasi il 70% dei voti, in un referendum che ha visto la partecipazione della quasi totalità dei dipendenti. Se stessimo ad analizzare un risultato politico diremmo che si è concretizzata una maggioranza “costituente”...
 
Naturalmente così non è, perché Alitalia è un’azienda privatizzata con soldi pubblici (quando c’è da regalarli alle imprese o alle banche si trovano sempre, nonostante i cerberi dell’Unione Europea) fin dal 2008, non un’istituzione della democrazia parlamentare. Ma anche perché quel NO è un rifiuto, non ancora una proposta organizzata, un progetto di politica economica in un paese che va dismettendo a velocità folle ogni pezzo pregiato del proprio patrimonio industriale (sia pubblico che privato, vista la risibile “audacia” dei cosiddetti imprenditori con passaporto italico) o del proprio mercato interno.
 
Era la terza volta in dieci anni che i lavoratori Alitalia venivano messi davanti all’alternativa “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”; ossia o accetti tagli occupazionali e salariali, accompagnati da aumento dei carichi di lavoro e diminuzione dei diritti, oppure si chiude. Questa volta, però, non c’era neanche la parvenza di un “piano industriale” credibile. Lo stesso Luigi Gubitosi – nel quasi inedito ruolo di “presidente designato”, se avesse vinto il SI – aveva ammesso in tv (intervistato da Lilli Gruber) che quel canovaccio serviva forse a tirare avanti altri due anni, prima di ritrovarsi allo stesso punto e consegnare ciò che restava dell’ex compagnia di bandiera a Lufthansa (nel migliore dei casi).
 
Come per Almaviva, Fiat Pomigliano e altre cento crisi industriali, azienda, governo e sindacati complici avevano preparato il solito piatto: “riduzione del danno” e pistola puntata alla tempia. Sembrava una strategia blindata, inconfutabile, come l’intimazione la borsa o la vita, ma quando ormai è sparito tutto il “grasso” di una condizione contrattuale impoverita, e si arriva a incidere su carne viva e ossa, la reazione disperata dei lavoratori arriva a fissare un limite che non si voleva vedere. Ora basta, questo no...
 
Il “piano industriale” concertato è stato giustamente letto come l’ennesimo pezzo di carta fasullo prodotto in 25 anni di distruzione cosciente e progettata di un pezzo rilevante dell’industria pubblica. Si deve infatti risalire al tempo degli accordi di Maastricht per trovare l’origine della “crisi di Alitalia”. Fu allora che – sotto la guida del sempre sopravvalutato Carlo Azeglio Ciampi – venne stabilito che i vettori europei si sarebbero nel tempo ridotti a soltanto tre: British Airways, Lufthansa ed Air France, con Alitalia destinata a finire sotto l’ala transalpina (insieme a Klm), la spagnola Iberia in promessa agli inglesi e la Swissair ai tedeschi.
 
A quella decisione seguirono quindici anni di amministratori delegati e presidenti (scelti dai governi Berlusconi e Prodi, senza alcuna differenza rilevabile) incaricati di impoverire progressivamente la compagnia di bandiera con i conti in attivo, attraverso scelte strategiche suicide e altrimenti incomprensibili. Un esempio? La rinuncia volontaria alle tratte con la Cina proprio mentre tutto il mondo cercava di rafforzare i collegamenti col gigante asiatico...

Si potrebbe andare avanti a lungo, citando l’area manutenzione (Atitech, così eccellente che i tedeschi andavano lì per revisionare i propri aerei) e l’assurda concentrazione del business sul “medio raggio”. Ossia sul segmento più esposto alla concorrenza delle compagnie low cost, che il governo provvedeva a favorire al massimo concedendo slot (i diritti di atterraggio e decollo) senza alcun limite; mentre in Francia e Germania si è “protetto” il vettore di bandiera centellinando i permessi, rifiutando le tratte più redditizie, concedendo aeroporti disagevoli (puoi andare a Parigi con Ryanair, ma scendi a Beauvais e poi ti fai 80 km in pullman). Qui in Italia, invece, era tutto un fiorire di “consorzi pubblico-privato”, con province, comuni e confindustrie territoriali a metter soldi per coprire la differenza tra tariffe low cost e costi industriali veri.
 
Nel 2008 – al momento della prevista privatizzazione – Berlusconi aveva infilato la sua “cordata italiana” e fatto saltare l’accordo europeo con Air France, mettendo soldi pubblici per far riuscire l’operazione dimezzando i dipendenti. Naturalmente questo non aveva affatto frenato la caduta verticale di rotte, aerei e fatturato, anche perché quei “capitani coraggiosi” erano completamente a digiuno di business aereo.
 
La nuova crisi – ormai fuori da ogni possibile alleanza continentale – aveva portato a scegliere gli arabi di Etihad come nuovo “partner strategico”, forse nell’illusione che fossero soltanto ricchi e creduloni. Altri licenziamenti, altri tagli salariali, altri precari sottopagati al posto di lavoratori esperti, altra crisi annunciata.
 
Lo straccio di “piano” partorito per risolverla è stato assunto da governo e CgilCislUilUgl come l’”unica soluzione possibile”, fino all’inedito intervento ad urne aperte di presidente del consiglio e ministro Delrio, ad aumentare la pressione sui votanti. Niente da fare, non ci crede più nessuno.

E ora? Ora il gioco è allo scoperto. I tre soggetti in campo sono chiari: mercato (l’azienda), Stato e lavoratori. L’azienda privata è “perfetta” quando si tratta di ridurre costi e garantire la massima efficienza possibile, il miglior rapporto costi/ricavi. Ma ogni azienda fa così, e la concorrenza seleziona senza pietà (specie le imprese che per un quarto di secolo sono stati condotte intenzionalmente sul baratro).
 
Se lo Stato si limita a fare da osservatore e “facilitatore” delle logiche di mercato, il destino è segnato: le imprese più grosse (quelle multinazionali meglio supportate dai propri Stati di appartenenza) mangeranno le più piccole distruggendo occupazione, in una dinamica da highlander (“ne resterà soltanto uno”).
 
Se per ogni crisi industriale lo Stato si comporta in questo modo, di questo paese non resterà che “la vocazione turistica e gastronomica”, con una offerta (alberghi, b&b, ristoranti, cuochi, camerieri, ecc.) già ora molto superiore alla domanda effettiva.
 
L’alternativa concreta c’è, dunque, e si chiama nazionalizzazione. E l'Usb è l'unico sindacato ad averla proposta. Attenzione, però: non stiamo affatto dicendo “lo Stato deve salvare l’azienda mettendoci i soldi”. Questo è stato fatto già diverse volte, ma per “facilitare i privati”. No. Alitalia va nazionalizzata e costruita ex novo come vettore internazionale credibile, a partire dai 120 aerei e 24 milioni di passeggeri che sono il suo attuale unico punto di forza.
 
Va fatta una scelta strategica di politica industriale ed economica opposta a quella seguita nell’ultimo quarto di secolo. Va fatta per ogni azienda che chiude i cancelli perché, se “il mercato” incita le imprese a fuggire verso paesi con salari più bassi, solo una azione pubblica può porsi l’obiettivo di produrre e dare lavoro. E naturalmente un’azione pubblica da cui siano esclusi per sempre quei “maneggioni” che da 25 anni lavorano alla distruzione del patrimonio industriale di questo paese.
 
Utopia? Qui davvero non c’è alternativa. Se il mercato non può e non vuole porsi il problema della vita civile e produttiva di uno o più paesi, ci deve per forza pensare una mano pubblica, collettiva, solidale, responsabile, scientifica. In Italia come in tutta Europa. Non si può distribuire alcun reddito, se non si produce ricchezza.
 
Un tempo, davanti ad alternative così radicali, si sarebbero velocemente convocate manifestazioni nazionali chiamando a partecipare tutti i lavoratori, di qualunque settore e impresa. Perché tuttial nord come al sud, da precari o da dipendenti pubblici, da specializzati o da “faticatori generici”, da partite Iva o da “cooperative” – siamo ormai a rischio chiusura e disoccupazione. Alitalia parla a tutti. Sarebbe bene che tutti rispondessero.
 
Non si tratta di salvare un’azienda e 12.000 lavoratori, ma di rovesciare una tendenza alla distruzione di tutto a favore di pochissimi.

Fonte

Buon 25 aprile con il Manifesto dei Resistenti


I Resistenti hanno fatto la storia, cambiando in meglio le sorti dell’umanità, in ogni angolo del mondo. Buon 25 Aprile a tutti i Resistenti.

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Noi Resistenti abbiamo cominciato presto a guardare in faccia il nostro vero nemico. Eravamo già attivi nella resistenza spagnola che mise in fuga i mamelucchi di Murat e fece impazzire i generali di Napoleone. Ci riconoscerete dipinti da Goya ne “La fucilazione alla montagna del Principe Pio” e nella urla di gioia che accompagnarono la fuga dei francesi nel 1813. Nasce da qui l’onda lunga che ha portato alla Repubblica del ’36 e alla resistenza antifranchista fino ai nostri giorni.

Ci siamo aperti la strada con le armi in pugno insieme a Garibaldi, mentre cadeva la Repubblica romana ed Antonio Brunetti – Ciceruacchio per il suo popolo – insieme al figlio Lorenzo cadeva sotto il plotone di esecuzione. Ma, come fece Gasparazzo contadino indomito, non ci siamo fidati dei garibaldini di Nino Bixio che in Sicilia fucilarono la nostra gente a Bronte, ed insieme a Gasparazzo ci siamo dati alla macchia rendendo per anni la vita difficile ai piemontesi, ai nuovi padroni e ai proprietari terrieri.

A metà dell’ottocento ebbero tanto paura delle nostre barricate che il prefetto Haussman dovette rifare Parigi da capo a piedi. Sventrarono i vicoli e costruirono i grandi boulevard come “strade di una caserma opportunamente ampliata” perché i padroni temevano di incontrare in strade troppo strette i Resistenti come Charles Delescluze o Flourens. Venti anni dopo le barricate infiammarono di nuovo la Parigi della Comune e noi Resistenti fummo conosciuti come “Communards”. I soldati del gen. Lacombe furono mandati contro di noi a Montmartre, ma si rifiutarono di sparare sul popolo ed alla fine rivolsero i fucili contro il generale stesso, sono formidabili Resistenti coloro che sanno comprendere chi è il vero nemico. Ci scatenarono contro altri soldati e i cannoni messi a disposizione dai prussiani, ci fucilarono a migliaia o ci deportarono alla Cayenna. Eppure, come disse l’uomo di Treviri – la testa migliore degli ultimi due secoli – “dopo la Pentecoste del 1871 non ci può essere né pace né tregua tra gli operai francesi e gli appropriatori del prodotto del loro lavoro”. Capite adesso perché lo sciopero dei lavoratori in Francia andò così bene anche nel 1995?

Ma noi Resistenti non siamo e non eravamo solo sulle barricate e nelle officine delle grandi metropoli. Nascevamo e crescevamo anche nelle nuove colonie di quello che diventerà l’imperialismo moderno. Eravamo nel deserto algerino e sui Monti dell’Atlante con Abd el Kader che tenne alla larga i turchi e umiliò per anni i legionari del generale francese Bugeaud.

Eravamo nascosti nel pubblico e ci tormentavamo le mani, impotenti in quella occasione, quando gli invasori italiani, nell’ottobre del 1912, fucilarono a Tripoli l’arabo Husein. Ci vollero tre scariche della fucileria del plotone d’esecuzione per vederlo cadere a terra. Husein e i suoi Resistenti avevano fatto impazzire i militari italiani nelle uadi o sulle strade carovaniere. Per rabbia e per rappresaglia gli italiani fucilarono centinaia di persone e ne deportarono 3.053 nelle isole Tremiti, a Ustica, a Favignana, a Ponza e a Gaeta.

“Non ci inganna che si dica un’epoca di progresso. Quel che dicono è invero la peggiore delle menzogne” tuonavano i versi del poeta arabo Macruf ar Rusufi ” Non li vedi tra l’Egitto e la Tunisia violare con stragi e massacri il sacro suolo dell’Islam? E non sia addossata la colpa ai soli italiani ma tutto l’occidente sia considerato colpevole”.

Nelle colonie pensavano di aver vinto, legando i sepoys alle bocche dei cannoni e facendo fuoco come fecero gli inglesi in India o fucilando e impiccandoci a decine come fecero gli italiani in Libia. Ma gli arabi hanno un cuore indomito e venti anni dopo il Leone del deserto, Omar Al Muktar tornò a seminare il panico tra i soldati e le camicie nere che occupavano la Libia. Il generale fascista Graziani, quello che aveva massacrato con i gas gli etiopi, fece impiccare Omar Al Muktar. Ma il suo fantasma inquieta così tanto gli eredi di Graziani da impedire che in Italia si possa vedere il film che parla della sua storia. Fanno paura anche da morti i Resistenti!!!

Mentre il capitalismo si annunciava con i mercanti, noi Resistenti eravamo già dovunque e da tempo. Avevamo viaggiato sulle loro navi con le catene ai piedi e ai polsi. A cominciare la resistenza furono proprio gli schiavi neri deportati in Brasile che fondarono la loro repubblica a Quilombo e resistettero fino al 1697 contro i colonialisti portoghesi. Cento anni dopo, i nipoti di quegli schiavi, diventati creoli o rimasti neri come i loro antenati, si ribellarono a Bahia, la disinibita città degli incanti e del candomblé cantata dalle pagine di Jorge Amado. Ma eravamo anche più a Nord, eravamo nella selva e sulle Ande con la resistenza di Tupac Amaru. Gli spagnoli lo hanno squartato con i cavalli per smembrarne il corpo ma duecento anni dopo il suo nome ha fatto tremare i governanti corrotti di Lima e Montevideo chiamando alla lotta nella selva e nelle città.

Eravamo a cavalcare al fianco di Artigas nelle grandi pianure della Banda Oriental ed eravamo al fianco del creolo Simon Bolivàr tra selve e paludi per gridare a schiavi, creoli, indigeni e popoli che volevamo una sola nazione, “la Nuestra America”. E potevate vederci insieme a José, Antonio e Felipe, senza scarpe e senza saper leggere quando a Morelos Emiliano Zapata lesse il programma che scosse le montagne e mise i brividi ai latifondisti. Tante volte abbiamo resistito, accerchiati dai rurales e dai federales, tante volte li abbiamo umiliati trasformando le sconfitte in vittorie. E ci avete visto anche sessanta anni dopo. Eravamo di nuovo là, nel Guerrero, a Oaxaca, nei Loxichas a fare scudo a Lucio Gutierrez, vendicando con la coerenza tra parole e fatti gli studenti massacrati a Città del Messico o il lento genocidio di indios e campesinos. E venti anni più tardi eravamo tra quelli che dopo il massacro di Aguas Blancas giurarono di fargliela pagare agli assassini.

Eravamo in Bolivia con l’acqua fino alla cintura al guado del Yeso quando l’imboscata dei militari uccise sette di noi tra cui Tamara Burke “Tania”. Diciotto giorni dopo nel canalone di “El Yuro” veniva ferito e poi assassinato Ernesto Guevara detto “Il Che” insieme al Chino e a Willy. Quando due anni fa ci siamo rivoltati a Cochabamba contro la privatizzazione dell’acqua, avevano la sua immagine sulle nostre bandiere, la stessa immagine e le stesse bandiere che sventolano sulle terre occupate del Brasile dei Sem Terra, nelle zone liberate dalla FARC in Colombia tra i piqueteros in Argentina. I militari, gli jacuncos o quei perros degli “aucisti”, sentono un brivido lungo la schiena quando invece di indios e campesinos impauriti si trovano di fronte i Resistenti.

Ci avrete visto anche più a Nord, ma non ci avete riconosciuto. Eravamo sulle sponde del Rosebud ed avevamo il viso pitturato con i colori di guerra quando insieme al capo Gall abbiamo difeso i teepee degli Hunkpapa e dei Santee dai soldati in giacca blu del colonnello Reno. Li abbiamo battuti e messi in fuga nel giugno del 1876 permettendo così alle altre tribù di sconfiggere il generale Custer a Little Big Horn. Nelle riserve o nella cella di Leonard Peltier ancora si racconta della nostra resistenza.

Ed eravamo ben presenti tra i siderugici dello sciopero di Homestead quando furono messi in fuga gli agenti assoldati dall’agenzia Pinkerton e i padroni dell’acciaio scoprirono che gli immigrati, diventati operai, sapevano unirsi e tenere duro.

E quasi settanta anni dopo i poliziotti bianchi impallidirono quando i nostri fratelli neri opposero resistenza nel ghetto di Wyatt o misero a soqquadro il tribunale di Soledad e le celle di Attica e S. Quintino. George, Dramgo e Jonathan Jackson sono stati un incubo per l’America dei Wasp, bianchi, anglosassoni e protestanti, di conseguenza... razzisti. Mumia Abu Jamal é ancora vivo perché i Resistenti non mollano tanto facilmente, hanno la pelle dura e sanno guardare ben oltre le sbarre della loro cella.

Ma le pagine più belle della nostra storia di Resistenti le abbiamo scritte nel cuore dell’Europa messa a ferro e fuoco dal nazifascismo. Le abbiamo scritte tra le macerie della Fabbrica di Trattori a Stalingrado. “I nazisti, non potendo prenderci vivi volevano ridurci in cenere” ha scritto Aleksej Ockin il più giovane di noi. Insieme a lui ed a noi c’erano Stepan Kukhta e il vecchio Pivoravov veterano cinquantenne. Li abbiamo tenuti in scacco per mesi e mesi e alla fine li abbiamo battuti. La nostra resistenza diede coraggio a tutti gli altri e accese il fuoco che portò le nostre bandiere a sventolare fin sopra il tetto del Reichstag di Berlino. Eravamo invincibili, eravamo gli eredi di Kamo, che fece impazzire la polizia zarista e fornì quanto serviva alla rivoluzione dell’Ottobre. “Il mio insostituibile Kamo” diceva Ulianov preparando il primo assalto al cielo.

Ma eravamo anche a Varsavia, nascosti dopo aver esaurito le munizioni nelle fogne e nelle cantine del ghetto. Eravamo anche lì, insieme a Emmanuel Ringelbaum e a Mordechai Anielewicz che si suicidò per non arrendersi ai nazisti che stavano rastrellando il ghetto in rivolta. Resistenti per sopravvivere alla deportazione e ai campi di concentramento ma anche per riscattare la vergogna dei collaborazionisti dello Judenrat.

Ma eravamo anche nel cuore della Jugoslavia quando sulla Neretva abbiamo umiliato le armate dei nazisti, dei fascisti e degli ustascia croati mandate ad annientarci. Ivo Lola Ribar hanno dovuto ucciderlo e così Joakim Rakovac, ma i Resistenti jugoslavi dimostrarono ai nemici e agli amici che sapevano farcela da soli.

Per anni serbi, croati, sloveni, bosniaci hanno saputo combattere fianco a fianco, per anni abbiamo sfidato la storia tenendo insieme un paese che volevano lacerato. Eravamo pronti anche alla fine del secolo scorso a resistere contro i contingenti inviati dalla NATO ma i dirigenti scelsero altre strade, scelsero la strada che porta in occidente, la stessa che ha mandato in frantumi il nostro paese.

“Banditi” così ci chiamavano in Italia i nazisti e i fascisti ma la gente era con noi Resistenti. Erano con noi i ferrovieri e gli operai di Milano, Genova e Torino, erano con noi i popolani della periferia romana e i contadini emiliani o dell’Oltrepò pavese. C’è una canzone che narra di come ancora oggi i fascisti temano il fantasma del partigiano Dante Di Nanni che gira fischiettando per Milano. “Cammina frut” scriveva Amerigo che fu Resistente sul fronte difficile della frontiera con l’Est. E piano piano eravamo ovunque: Maquis in Francia, partigiani nella pianura belga e olandese o sulle montagne greche.

Tanti di noi si erano “fatti le ossa” nella guerra di Spagna, affrontando le armate franchiste, i legionari fascisti e i bombardamenti tedeschi. Con l’immagine delle rovine di Guernica negli occhi, abbiamo resistito oltre ogni limite, lasciati soli dalle democrazie europee che temevano il nazifascismo ma temevano ancora di più la rivoluzione popolare e l’onda lunga dell’ottobre sovietico. Quando finì la guerra non eravamo tutti convinti che fosse finita veramente. In Emilia-Romagna – come dice Vitaliano che fu partigiano e vietcong – non consentimmo ai fascisti di cavaresela a buon mercato e in Grecia resistemmo con le armi in pugno contro gli inglesi e gli americani che ci volevano, noi che avevamo combattuto contro i tedeschi e gli italiani, servi di un nuovo padrone. I Resistenti di Euskadi non considerano ancora chiusa la partita con gli eredi del franchismo in Spagna. Vi meravigliate ancora perchè in Italia, in Spagna e in Grecia ci sono ancora i movimenti di lotta più forti e decisi d’Europa?

Ma noi Resistenti ci siamo diffusi in tutto il mondo. Eravamo Umkomto We Sizwe, la Lancia della Nazione che i negri sudafricani hanno impugnato per decenni contro il regime razzista, siamo stati i Mau Mau e i fratelli di Lumumba, abbiamo saputo essere poeti come Amilcare Cabral, colpendo, subendo e vincendo il dominio coloniale degli inglesi, dei portoghesi e dei belgi. Ce l’hanno fatta pagare lasciandoci un continente devastato dalle epidemie, dalla fame, dai saccheggi delle nostre risorse, ma nelle terre dell’Africa siamo arrivati dopo, ci prenderemo tutto il tempo che ci serve e poi ci riprenderemo tutto ciò che é nostro, a cominciare dalla dignità.

E poi avete cominciati a vederci ovunque, noi Resistenti. L’arrivo della televisione ci ha mostrato come “barbudos” a Cuba, con la kefija dei feddayn in Palestina e in Libano, piccoli e veloci vietcong contro i giganteschi marines, il loro napalm e i loro B52 nelle giungle del Vietnam. L’immagine del piccolo Truong che scorta prigioniero un marines grande come una montagna ha tormentato i sonni degli uomini della Casa Bianca per decenni. I Resistenti non hanno mai molte cose a loro disposizione, ma per noi, come dice Truong Son “il poco diviene molto, la debolezza si trasforma in forza e un vantaggio si moltiplica per dieci”.
Per cancellare questa immagine sono quindici anni che gli americani scatenano guerre contro avversari immensamente più deboli e vincono guerre facili.
Ad Al Karameh, nel 1965, eravamo molti di meno e peggio armati dei soldati israeliani ma li abbiamo sconfitti perchè noi Resistenti siamo fortemente motivati e loro non lo erano. Non lo erano neanche gli eserciti arabi messi in piedi da governi indecisi e spesso corrotti che riuscirono perdere due guerre in sette anni.

A Beirut, ad esempio, nonostante le cannonate della corazzata americana New Jersey abbiamo resistito e abbiamo cacciato via prima gli israeliani e poi gli americani, i francesi e gli italiani e poi lo hanno fatto quelli di noi che erano a Mogadiscio. In Nicaragua eravamo giovanissimi e stavamo mangiando carne di scimmia quando abbattemmo un elicottero e prendemmo prigioniero il consigliere della CIA Hasenfus rivelando al mondo l’aggressione statunitense contro un piccolo e coraggioso paese.

E poi sono arrivate le nuove generazioni di Resistenti, come quelli che hanno cacciato dal Libano del sud gli israeliani o che hanno animato la prima e la seconda Intifada. Le loro pietre pesano come macigni sull’occupazione israeliana e sulla cattiva coscienza dell’occidente.

C’erano dei giovani e giovanissimi Resistenti nelle giornate di Napoli e di Genova, uno di essi, Carlo Giuliani, è caduto ma il suo volto da ragazzo si è moltiplicato su quelli di migliaia di ragazzi come lui, nuovi Resistenti che hanno bisogno di sapere, di conoscere, di mettere fine agli inganni e alle rimozioni che li circondano, che sfidano i potenti con la determinazione di Rachel Corrie.
Infine, ed è straordinario, sono sorti dei Resistenti anche in Iraq. Hanno sorpreso molti, soprattutto i loro nemici. Il vecchio Pietro ha riscattato in dieci righe la sua vita di tentennamenti scrivendo che la “Resistenza contro l’invasione è la prima condizione per la pace”. I Resistenti sono ormai dovunque, sono diffusi in questo mondo reso più piccolo dalla globalizzazione e più insicuro dall’imperialismo e dalla guerra. E’ arrivato il momento di unirli, di dargli una identità comune e condivisa, di riconoscerli e farli riconoscere a chi – da Bogotà a Manila, da Nablus a Salonicco, da Seattle a Durban – si è rimesso in marcia per rendere possibile un altro mondo.

Fin quando ha agito la legalità formale delle democrazie è stato possibile disobbedire, ma alla guerra e all’imperialismo occorre resistere. Improvvisare e disobbedire non basta più, oltre ai corpi serve la testa e una visione aggiornata della nostra storia.

Alla democrazia fondata sulle bombe noi opponiamo il regno della libertà.

All’idea di libertà fondata sull’homo economicus noi proponiamo all’umanità il passo avanti della liberazione.

Per noi, il poco sta diventando molto, la debolezza si sta trasformando in forza, un vantaggio si sta moltiplicando per dieci.

L’epoca delle Resistenze è cominciata.

Radio Città Aperta, marzo 2003

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lunedì 24 aprile 2017

Elezioni della decadenza

Marine Le Pen ritrova il ballottaggio da solita candidata perdente, sebbene incrementi il proprio risultato rispetto alle precedenti elezioni. Il Partito socialista scompare (definitivamente?) dalla scena politica francese, relegato ad un misero 6,3% e surclassato a sinistra persino da quel Jean-Luc Mélenchon scherzato per tutta la campagna elettorale dalla stampa mainstream. Ma questi dati rimangono sullo sfondo rispetto al senso di questa tornata elettorale transalpina, dove la continuità si conferma a scapito dei diversi “populismi”.

Prevale su tutti un candidato “di sistema” come Macron, ma se al suo 23% sommiamo il quasi 20% di Fillon, nonché il 6,3% di Hamon, ci ritroviamo un 50% di voti a salvaguardia del potere istituzionale francese. Niente sembra descrivere meglio la situazione francese della frase di Lenin: «La forza dell’abitudine di milioni e decine di milioni di uomini è la più terribile delle forze». In Francia, tutto sommato, il sistema tiene, come terrà saldamente in Germania, perché l’abitudine non è stata ancora intaccata dal peso della crisi. Nonostante la decadenza relativa, nessuna vera crisi sociale è presente nell’Europa che conta. E in assenza di tale crisi, nessun fenomeno elettorale intaccherà veramente il potere politico nei luoghi centrali della costruzione europeista. Lo Tsipras francese Mélenchon raggiunge il solito onorevole risultato nel turno inutile dove a prevalere è il voto “ideologico”. Fossero state vere elezioni, la forza elettorale concreta della sinistra avrebbe avuto uno spessore più ridotto. Fuori dal circo elettorale, nei paesi del centro europeista non rimane che la messa in scena radicale che non intacca di una virgola lo stato di cose presenti.

Non è in Francia, come non sarà in Germania, che si farà la storia delle classi subalterne. Sono paesi politicamente persi perché socialmente troppo stabili. Il discorso ovviamente non può fermarsi alla fotografia elettorale, ma questa ne svela comunque un sintomo: il sistema, nell’Europa che conta, regge. La Vandea elettorale lepenista, in questo senso, è doppiamente funzionale. Da una parte cementifica il consenso attorno alle opzioni “di sistema”, presentate come uniche “razionali”; dall’altra serve come valvola di sfogo frustrata per vasti settori proletari disincantati dalla “politica ufficiale” e piegati alle ragioni di una rabbia xenofoba che non trova voce se non nella lotta contro il povero. La sinistra scompare del tutto.

Questo il quadro politico nel centro capitalista: un sistema politico che tiene, nonostante tutto; un’opposizione reazionaria che acquisisce “importanza non determinante”; una sinistra di classe che non conta più nulla. Questi tre caratteri vengono fotografati nelle urne, ma rispecchiano i rapporti di forza presenti anche fuori. Fuori dalla fiction elettorale infatti sembra arduo scovare qualcosa di qualitativamente diverso dal risultato di ieri. Ovviamente questo discorso vale per quei paesi dove, tutto sommato, il modo di vita occidentale regge alla crisi. E’ per tale motivo che difficilmente possono servire a prevedere risultati in Italia, contesto molto più intaccato dall’impoverimento generalizzato e quindi molto più disponibile all’avventura politica, se così può definirsi la scelta populista (grillina o leghista poco importa in questo caso). Neanche il tempo di terminare la conta dei voti, e tutto il blocco politico del paese, da destra a sinistra, dichiarava il proprio appoggio a Macron.

E’ il sistema che serra le fila e si stringe attorno al proprio momentaneo salvatore. Fuori dall’union sacrée neoliberale, c’è la reazione nazionalista. Questa la realtà dalla quale provare ad uscire.

Non sarà facile.

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Alitalia. I lavoratori bocciano l’accordo-capestro. Gentiloni convoca d’urgenza il Consiglio dei Ministri

I lavoratori Alitalia degli aeroporti milanesi hanno già bocciato l'accordo-capestro. Si attendono i risultati da Fiumicino. Secondo i dati forniti, l'affluenza nel referendum è stata molto alta, oltre il 95% delle lavoratrici e dei lavoratori è andato a votare. Dallo spoglio, secondo quanto si apprende da fonti sindacali, a Milano nel seggio di Linate i risultati dei voti scrutinati sono di 698 "no" e 153 "sì", con tre schede nulle e quattro bianche. A Malpensa, invece, i "no" sono stati 278 contro 39 "sì". Le schede bianche sono due mentre altre due sono state annullate. Si attendono i dati da Fiumicino, dove operano la maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori Alitalia, ma se il buongiorno si vede dal mattino, sembra proprio che i lavoratori abbiano bocciato il piano industriale-capestro orchestrato dalla proprietà, governo e Cgil Cisl Uil. Un atto di coraggio e dignità che rilancia la contraddizione tutta tra i piedi dei suoi responsabili.

Il Consiglio di Ministri deve aver fiutato la mala parata e vede profilarsi con nettezza che adesso non potrà più deresponsabilizzarsi sul futuro di Alitalia delegando le sorti della compagnia di bandiera ad un gruppo di incapaci e avidi “prenditori” e il lavoro sporco a Cgil Cisl Uil. Gentiloni si è affrettato a convocare d’urgenza il Consiglio dei Ministri proprio sulla vicenda Alitalia dopo che in pochi giorni due ministri (Calenda e Delrio) e lo stesso Gentiloni hanno fatto le barricate – una sorta di excusatio non petita – contro l’ipotesi della nazionalizzazione avanzata finora dal sindacato di base Usb come unica soluzione praticabile.“L'unica organizzazione sindacale entrata al Ministero dello Sviluppo Economico e uscita senza firmare la pre-intesa è stata USB, perché noi il mandato l’abbiamo discusso PRIMA con i lavoratori, attraverso 7 assemblee e 4 scioperi, e non DOPO. Questa dalle nostre parti si chiama assunzione di responsabilità” scrive l’Usb in una nota diffusa alla vigilia dei risultati del referendum.

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Badlands


Francia: un voto ordinario per una situazione straordinaria

Inutile girarci attorno. Nonostante lo sconvolgimento del consolidato rituale politico francese, con la sconfitta dei gollisti e dei socialisti assieme, il voto d’oltralpe è di quelli ordinari. Un candidato, Macron, “nè di destra nè di sinistra”, già collaboratore di Sarkozy e ministro di Hollande, che con i soliti contenuti generici, e un marketing da lancio di compagnia telefonica, ha conquistato un primo posto decisivo al primo turno delle elezioni.

Niente di più ordinario, e niente di più benedetto dall’asse bancario franco-tedesco, di fronte ad una situazione straordinaria della Francia. Macron contenderà, al secondo turno, la presidenza a Marine Le Pen che da anni gioca ormai lo stesso ruolo, così stancante che ha preso meno voti del previsto, di paladina della sovranità, da destra, contro la Francia. In entrambi idee e programmi che si potevano trovare tranquillamente un decennio fa. E una situazione del paese difficile da dieci anni.

Chi vincerà al secondo turno, le dichiarazioni di voto e l’analisi dei flussi elettorali sono nettamente a favore di Macron, dovrà fare i conti con i risultati delle elezioni politiche previste per giugno. Quella è la prima incognita, visto che i tradizionali punti di riferimento (di solito il partito del presidente eletto dopo un mese vince le politiche) sono saltati. Anche se la Francia è abituata alla coabitazione tra maggioranze diverse, quella presidenziale e quella parlamentare, stavolta i soggetti in campo sono diversi dal passato.

La seconda incognita è legata ai fattori internazionali: le crisi geopolitiche, quelle finanziarie, le stesse criticità strutturali dell’eurozona faranno sicuramente ballare la nuova composizione del potere francese.

Distrutto il partito socialista, del resto il banchetto nichilista col potere di Hollande non poteva che lasciare questa eredità, resta da commentare il risultato di Mélenchon e dello schieramento France Insoumise. Buon risultato, sulla scia delle mobilitazioni contro la Loi Travail (che per Macron è una stella polare) ma per cambiare, da sinistra, la Francia questo schieramento deve saper tenere e crescere.

Nel frattempo lo stereotipo del candidato che deve piacere a tutti (Macron) e l’archetipo della candidata di destra (Le Pen) staranno sotto i riflettori per queste due settimane. Intanto Macron, candidato che sembra animato da un software di un programma di robopolitics, in questo scenario si appresta, favoritissimo, a prendere familiarità con le leve del potere.

Redazione, 24 aprile 2017

Ucraina: deficiente chi non parla ucraino

Nei giorni scorsi il Tribunale internazionale de L'Aja ha ingiunto alla Russia di “astenersi dall'introdurre limitazioni ai diritti dei tatari di Crimea” e consentire l'istruzione anche in lingua ucraina, riconoscendo così implicitamente la Crimea come territorio russo. E a Mosca, il Comitato di indagine russo consente ai giudici internazionali di verificare direttamente l'assenza di qualsiasi limitazione ai diritti delle minoranze nazionali nella penisola, principalmente ai tatari, “integrati pienamente nello spazio socio-politico russo”. Ma, dato che la sentenza de L'Aja si riferiva anche al Medžlis dei tatari di Crimea, Mosca non ha alcuna intenzione di rivedere la propria posizione nei confronti di quella organizzazione, giudicata estremistica e, dunque, non riconosciuta dalla legge russa. Sembra che i giudici internazionali abbiano concordato con tale impostazione della questione, lasciando Kiev a bocca asciutta.

Forse per questo, il solista del gruppo rock ucraino “Vopli Vidopljasova”, Oleg Skripka, non nuovo a esternazioni nazionalistiche sulla Crimea, è tornato a urlare (Vopli sono le urla) sui temi a lui cari, proponendo ora la creazione di ghetti per coloro che, vivendo in Ucraina, non siano in grado di impararne la lingua. “Le persone che non riescono a imparare l'ucraino hanno un basso QI e la diagnosi è quella di demenza” ha detto; “devono essere isolati, perché socialmente pericolosi; bisogna creare un ghetto per loro”. In ogni caso, possono andare a cercare lavoro in altri paesi, ha sentenziato Skripka, che un mese fa aveva presentato il remake dell'inno dell'OUN “Siamo nati in un grande periodo”. Quasi interpretando alla lettera il consiglio di Skripka di cercare nuove opportunità all'estero, il presidente Petro Porošenko, che in passato aveva dato prova della sua scarsa conoscenza della lingua madre, facendosi suggerire in diretta conferenza-stampa la dizione ucraina di parole da lui conosciute solo in russo, ha ora invitato a studiare l'inglese, per “essere in sintonia con il mondo moderno, dotarsi di un potente strumento di auto-sviluppo e aver accesso ad un serbatoio unico di conoscenze. “Learn English. Explore the world!”, ha esclamato il primo cittadino ucraino.

La portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova ha commentato su feisbuc l'uscita di Skripka: "Si dovrebbe appendere uno striscione dall'aeroporto "Borispol" di Kiev sino al Chreščatik, la strada principale della città, con su scritto: "Salutiamo i partecipanti a Eurovidenie. Sentitevi in Europa: stiamo costruendo ghetti per deficienti che non parlano ucraino. Welcome to Ukraine!".

Pienamente solidale con Skripka è invece il leader dell'organizzazione nazionalista “Fratellanza”, Dmitrij Korčinskij, il quale ha anzi rilanciato, sostenendo che per i “patrioti ucraini” ogni parola pronunciata nella lingua degli occupanti è “una pallottola al cuore”. Quando si è in guerra, ha detto Korčinskij, “la cultura è propaganda. Anche la lingua è cultura e dunque è un'arma” e ha definito “quinta colonna” chiunque, pur sostenendo l'Ucraina, si ostini a voler mantenere relazioni diplomatiche, commerciali e culturali con la Russia. Come dimenticare l'omelia pronunciata dal Metropolita della diocesi Lutskaja e Volynskaja del patriarcato di Kiev, Mikhail Zinkevič, che nel 2015 aveva messo in guardia i fedeli ricordando loro che “Voi oggi vi trovate nella vostra cattedrale e dovete pregare nella vostra lingua ucraina e non nella lingua dell'occupante. Chi prega in un'altra lingua ... che non si inganni. Perché dio ascolta noi e mai loro”.

Non del tutto inaspettatamente, il Ministro degli interni ucraino Arsen Avakov ha però criticato l'uscita di Oleg Skripka a proposito del ghetto. Lo ha fatto, ovviamente, alla sua maniera: "Mi dispiace che abbia parlato di ghetto in Ucraina – un paese in cui la libertà è e, ne sono sicuro, rimarrà, il principale imperativo per le persone illuminate". Se non fosse così tragica la situazione degli oppositori al regime golpista, ci sarebbe da rimanere meravigliati. Il fatto è che Avakov, nato a Baku e di nazionalità armena, si sente probabilmente più a proprio agio con la lingua russa, come dimostrò il contrasto giudiziario con l'ex premier Arsenij Jatsenjuk o la lite con l'allora governatore di Odessa Mikhail Saakašvili, terminata a bicchieri d'acqua in faccia.

E, secondo quanto riporta Vzgljad.ru, anche a livello quotidiano la questione della lingua assume aspetti “coloriti”: sembra che diverse persone abbiano mandato a quel paese “voi e i vostri banderisti” le commesse dei supermarket di Kharkov, evidentemente obbligate dalle autorità a rivolgersi ai clienti solo in ucraino. Secondo il sito web Gorod X, un cliente sembra aver fatto addirittura tesoro delle parole di Skripka, solo al contrario, e avrebbe detto a una commessa: “Ma che sei deficiente? Non sei in grado di imparare il russo?”.

Già a fine 2016, ricorda la Tass, il consigliere del Ministero degli interni ucraino Ilja Kiva aveva dichiarato in TV, rivolto in principal luogo alla gioventù del Donbass: “Se non amerete l'Ucraina, vi costringeremo ad amarla!”. Prima di lui, il Ministro della cultura Evgenij Niščuk, sempre in riferimento agli abitanti del Donbass come persone di “seconda classe” e caratterizzando i loro rapporti col resto dell'Ucraina come un "abisso di coscienza", aveva asserito la loro "inferiorità genetica": "quando parliamo così tanto della genetica delle aree di Zaporože e del Donbass, quelle sono aree di importazione, e quindi prive di genetica". E prima ancora, estendendo il proprio “apprezzamento” a tutti i russi, non solo a quelli del Donbass, il consigliere presidenziale Jurij Birjukov, li aveva caratterizzati come “piccoli insetti nocivi”.

Non lontano dal vero dunque il Presidente della Commissione per l'informazione del Senato russo Aleksej Puškov, che ha definito le parole di Skripka “ordinario nazismo”: di fronte a tali “ministri” e tale “consiglieri”, naturale che, il 20 aprile, il centro di Kiev e il parco cittadino dedicato alla guerra antinazista siano stati tappezzati di volantini di “auguri” in occasione della nascita di Adolf Hitler; naturale che nelle strade di Kiev si accoltellino antifascisti; naturale che il cosiddetto Centro ucraino per i diritti umani chieda alla Procura generale di procedere nei confronti del 93enne ex colonnello dei Servizi di sicurezza Boris Stekljar, che nel 1952 aveva eliminato la banda clandestina di uno degli ultimi collaborazionisti filonazisti dell'OUN-UPA, Nil Khasevič, dato che, come dichiarano i nazionalisti, “egli costituisce una minaccia per il popolo ucraino”.

Ma in Italia si continua a sostenere la “democraticità” del golpismo ucraino.

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Cosa ci dice questo primo turno di elezioni francesi?

Poche brevi considerazioni a botta calda sui risultati di questa prima tornata di elezioni francesi:

1. i francesi sono un grande popolo che non si lascia intimidire o influenzare dalle aggressioni terroristiche: il dato dell’affluenza alle urne è quello di cinque anni fa e la Le Pen raccoglie quello che i sondaggi dicevano già prima dell’attentato degli Champs Eliseè.

2. Anche in Francia si profila un mutamento del sistema politico con la dèbacle dei partiti storici: gollisti e socialisti, che, sino alle politiche del 2012, totalizzavano il 56% dei voti, oggi superano a stento il 25%
.

3. A pagare il conto è soprattutto il partito socialista, ridotto al ruolo di lista di disturbo. Dopo 5 anni di cura Hollande, gli elettori del Ps si sono trasferiti in massa verso la Candidatura Macron e, in parte minore ma significativa, verso Melenchon. Il Ps ha virtualmente cessato di esistere e l’unica cosa che gli resta da fare è un congresso di scioglimento
.

4. Anche i gollisti se la passano male, anche se non come i socialisti. Nel complesso, Fillon, il super preferito all’inizio della campagna, ha mantenuto un dignitosissimo 19,8%, nonostante gli scandali che lo hanno investito e che segnalano l’intervento della magistratura in queste elezioni. I gollisti, peraltro mantengono una struttura di partito ramificata sul territorio che avrà il suo peso nelle prossime politiche.

5. Macron ha avuto un successo innegabile, assorbendo la maggior parte dell’elettorato socialista (la cartina geografica segnala una coincidenza quasi perfetta fra i dipartimenti occidentali in cui ottiene i suoi risultati migliori e quelli in cui li otteneva il Ps) e probabilmente vincerà il ballottaggio, ma poi dovrà affrontare le elezioni politiche e lui non ha un partito. Raccogliere un successo elettorale sul nome di un personaggio più o meno carismatico è un conto, trovare centinaia di candidati per i corrispondenti collegi, se non hai una struttura organizzata, è un altro paio di maniche. Pertanto non è per nulla detto che il successo odierno di Macron si tradurrà in un corrispondente successo dei suoi candidati nelle politiche, anzi, sin d’ora è bene che il giovanotto si predisponga ad un governo di coalizione con i gollisti (i socialisti probabilmente li assorbirà nelle sue liste regalandogli qualche seggio di mancia, ringraziamento per il servigio reso impedendo a Melenchon di arrivare al ballottaggio).

6. Mediocre il risultato della Le Pen nonostante quel 21% preso dalla candidata del Fn che va sommato un 5-6% dei candidati minori dell’estrema destra, il che porta le quotazioni della destra ad in 26-27%, il risultato migliore della destra nella storia della V repubblica. Ma siamo a livelli inferiori a quelli dell’inizio campagna che ridimensionano il fenomeno entro limiti largamente sub maggioritari.

Ragionevolmente la candidata del Fn uscirà battuta dal ballottaggio, tuttavia sarebbe errato sottovalutare il rischio di un suo successo che, pur sempre esiste, anche se con meno probabilità del risultato opposto. Con l’adesione di socialisti e gollisti, Macron parte da un confortevole 50% teorico e qualcosa può raccogliere anche nell’elettorato di Melenchon che in maggioranza si asterrà. La Le Pen parte da quel 26-27%, per cui non dovrebbe esserci partita ma... ma c’è un ma.

Realisticamente la Le Pen non ha nessun possibile alleato salvo i minori di destra, però è facile prevedere che lei si rivolgerà direttamente all’elettorato dei vari partiti e non è affatto detto che non ottenga consensi nell’elettorato di Fillon che ha una componente di destra ed è sensibile ai richiami dell’oltranzismo anti immigrati. Peraltro anche nell’elettorato di Melenchon le sue posizioni anti Europa potrebbero ottenere consensi. Nel complesso si tratterà di frazioni limitate ed è difficilissimo (ma non del tutto impossibile) che possa battere Macron. Il rischio maggiore è un altro: che al ballottaggio la Le Pen raggiunga il 40% il che potrebbe avere riflessi molto seri nelle politiche. Infatti quel 40% sarebbe di fatto del solo Fn, con uno sfondamento nell’elettorato dei “terzi esclusi”, mentre l’eventuale 60% di Macron sarebbe la risultante della confluenza di tre partiti (due se escludiamo gli inutili socialisti) per cui le candidature separate di gaullisti e macroniani potrebbero portare all’esclusione di molti di loro ai ballottaggi e dare la possibilità al Fn di raccogliere un consistente gruppo parlamentare.

7. Buono il successo di Melenchon, anche se ha mancato di un soffio (circa il 2,5%) il secondo turno. Risultato in cui hanno giocato in piccola parte le inutilissime candidature di estrema sinistra (Nueau Parti Anticapitaliste e Lutte Ouvriere) che, comunque, hanno messo insieme meno del 2,5% necessario, ma soprattutto la candidatura di quel merluzzo scondito di Hamon. Ora il compito di Melencon è preparare le politiche, radendo al suolo le eventuali candidature socialiste e, possibilmente, assorbendo qualcuna delle liste di estrema sinistra. Poi si potrà partire da una nuova aggregazione di sinistra vera. Va detto, però, che la volta scorsa, nel 2012, Melenchon prese quasi il doppio dei consensi che poi raccolse il suo Front de Gauche alle politiche.

8. Il risultato generale macroscopico è quel quasi 45% di francesi che hanno votato candidati “antieuropei”: un livello altissimo che dice come questo voto non è un punto di arrivo, ma solo di partenza e che la Francia è la gamba zoppa dell’Unione Europea già da oggi. Le borse oggi sembrano premiare l’Euro, come segnale di scampato pericolo, ma avranno modo di ricredersi.

Il museo delle penultime cose

L’ultimo romanzo di Massimiliano Boni, intitolato Il museo delle penultime cose (66thand2nd, 2017) non è solo narrazione di una profonda esperienza umana. Il libro ci mette in contatto con una comunità, con noi stessi, e con alcuni problemi politici del nostro tempo.

La vicenda si svolge in un futuro prossimo, tecnologicamente un po’ più avanzato del nostro, ma spostato più in là di circa un decennio rispetto all’epoca che stiamo vivendo. Vi si prefigura uno scenario che è già attuale: il quadro politico è segnato da un’ondata populista che vede riaffiorare intolleranze e forti pulsioni antisemite. In nome di un programma nazionale per la felicità (PNF, non a caso), la coscienza collettiva vede riaprirsi spazi per una nuova fase critica nel nostro tessuto comunitario. In questa Italia del domani, così simile a quella di oggi, sonnecchia una Roma sempre uguale a sé stessa, in cui però, nel contesto di Villa Torlonia, è stato edificato un museo dedicato al tragico destino del popolo ebraico, alla Shoah, e alla ricostruzione della biografia di tutti i deportati, in un coordinamento solido con altri istituti analoghi distribuiti in giro per il mondo.

Mantenere viva la memoria della Shoah non è semplice, e i protagonisti di questo libro fanno il possibile per promuovere iniziative pubbliche che richiamino l’attenzione dei visitatori. Il vicedirettore del museo, Pacifico Lattes, ha un profilo scientifico particolare. Esperto nell’indagine biografica dei deportati, è però terrorizzato dai campi di sterminio. Non ha mai partecipato, come il suo direttore (o come tanti testimoni), ai famosi “viaggi della memoria” organizzati per gli studenti, e non è mai stato, in prima persona, in un lager. Il solo pensiero delle sofferenze subite diventa una sorta di fobia disabilitante. Tuttavia, è un ricercatore raffinato e fortemente motivato a ridare vita, in forma ricostruttiva, a coloro che sono stati violentemente strappati alle loro famiglie, alla loro quotidianità, alla loro esistenza.

Il colpo di scena è presto rivelato dall’autore: contrariamente a ciò che tutti credevano, esiste un ultimo superstite transitato da Auschwitz, che alla soglia dei cento anni si ostina a non voler raccontare nulla della propria storia. Compito di Pacifico, a questo punto – nonostante la sua riluttanza – è quello di indagare sul caso, e provare a rievocare con quell’anziano, ricoverato in una casa di riposo, la sua storia di deportazione.

Il romanzo si sviluppa lungo questa trama, in modo lineare, restituendo con delicatezza i momenti familiari e le sofferenze personali di Pacifico Lattes, suggerendo tacitamente al lettore di provare a comprendere cosa significhi ancora oggi per un ebreo sentirsi sistematicamente bersaglio di violenza, insulti, diffidenza, irrisione. Ciò che Pacifico avverte – e noi con lui – è il pericolo costante, per sé e i propri cari. E non ha tutti i torti a sentirsi inquieto, come si scoprirà leggendo l’evoluzione della trama. La tentazione costante è la fuga, magari verso Israele. Ecco: questo forte raccoglimento identitario è un tratto significativo del libro; il senso di comunità che segna la vita degli ebrei romani e che continua ad unirli ottant’anni dopo le persecuzioni, lascia addosso una sensazione forte, che forse vale la pena di provare. Massimiliano Boni ci aiuta dunque a comprendere che la questione ebraica non è ancora chiusa, e non è solo una ferita del passato, ma rischia di essere un dramma che concerne anche il nostro futuro.

Si tratta comunque di un romanzo, non produce analisi né segnala soluzioni, ma ci trascina in una condizione sentimentale, ci fa conoscere uno sprazzo della nostra identità collettiva, e pertanto svolge con correttezza una sua funzione essenziale, poiché l’arte è conoscenza, e non semplicemente consumo culturale.

Il giudizio complessivo è dunque positivo. Lo stile apprezzabile per il ritmo. Forse la struttura narrativa e i dialoghi contengono qualche ingenuità, ma credo infine che il libro meriti di essere letto.

Soprattutto adesso, soprattutto in questi giorni.

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Essere incompatibili oggi

Nel 1962, in un convegno dell'Istituto Gramsci sulle Tendenze del Capitalismo italiano, Bruno Trentin presentò la proposta che l'azione sindacale dovesse considerare il salario come variabile indipendente dai vincoli economici. Quella scelta di rifiuto delle compatibilità doveva essere, secondo Trentin, la leva fondamentale per mettere in discussione le contraddizioni storiche del sistema produttivo e sociale del paese che, dopo un colossale boom economico, si trovava di fronte a limiti quantitativi e qualitativi di fondo dello sviluppo. La lotta di classe cioè era lo strumento fondamentale per rinnovare ed innovare la struttura produttiva, riqualificare la spesa e l'intervento pubblico, costruire un sistema sociale egualitario. E così avvenne prima e dopo l'autunno caldo del 1969.

Come poi sappiamo nel 1977 Luciano Lama, in una celebre intervista ad Eugenio Scalfari, rinnegò esplicitamente e brutalmente la formula del salario variabile indipendente e sottomise l'iniziativa sindacale ai vincoli delle politiche di austerità e ristrutturazione industriale. Lo stesso Trentin fece propria la critica di Lama all'impostazione sindacale che aveva portato ai più grandi successi della storia del movimento operaio italiano e divenne uno dei principali assertori della necessità di accettare le nuove compatibilità economiche.

La ricerca Cestes USB che viene presentata ha il grande merito di riproporci gli stessi interrogativi di fondo dei momenti cardine della nostra storia: quali sono le tendenze oggi prevalenti nel capitalismo del nostro paese e quali i compiti del movimento operaio di fronte ad esse?

Al contrario dei primi anni '60 del secolo scorso, il capitalismo italiano non viene da un lungo boom economico ma da una crisi ancora più lunga. La più lunga e catastrofica. Nel 1949 il sistema produttivo del paese aveva recuperato integralmente il livello del 1939, prima della distruzione bellica, mentre oggi a dieci anni esatti dall'esplodere della grande crisi siamo ancora sotto. E il sistema industriale, come sottolinea la ricerca, ha perso il 25% della sua capacità produttiva. Il trionfo produttivo di Marchionne, esaltato da Renzi e dal sindacalismo complice, consiste nell'obiettivo di portare la produzione di auto in Italia a 700.000 all'anno, quando fino al 2000 era di 1.400.000! E allora la Fiat era una azienda italiana mentre oggi è parte di una multinazionale USA con sede legale in Olanda.

La ricerca Cestes non solo ci dice che non esiste alcuna ripresa in grado di eguagliare e superare i livelli produttivi del passato, ma che questa ripresa non è neppure voluta da ciò che resta del capitalismo italiano. Che sta semplicemente cercando il punto di sistemazione e adattamento del nostro paese nel quadro delle gerarchie economiche che la globalizzazione prima, la sua stessa crisi poi, stanno ridefinendo.

Trent'anni di politiche liberiste, di vincoli europei a partire dall'euro, di assorbimento della grande borghesia italiana in un ruolo parassitario nella finanza internazionale; e il conseguente smantellamento dell'industria pubblica, la fine di eccellenze private come la Olivetti, la svendita, minuziosamente documentata nella ricerca, del made Italy alle multinazionali, tutto questo ha reso il nostro paese una colonia industriale appetibile alle scorrerie dei più forti. Le piccole imprese da sole non saranno mai in grado di reggere l'autonomia di un sistema produttivo, ed infatti esse oggi sono soprattutto terreno di caccia. Se a tutto questo si aggiunge che le politiche di austerità di bilancio, condivise tra potere capitalistico europeo, tedesco soprattutto, e borghesia parassitaria italiana, distruggono uno stato sociale fragile e di recente costruzione, si capisce che non c'è proprio alcuna ripresa in vista. E che anzi tutte le differenze economiche produttive e sociali sono destinate ad accentuarsi, con gran parte del Mezzogiorno che già oggi sta peggio della Grecia, e con Lombardia e Veneto già gravitanti fuori dal paese per interessi economici, in via di assorbimento da parte delle zone più ricche d'Europa.

Se questa tendenza alla sottomissione finanziaria e subimperialista è la tendenza di fondo, quali sono i compiti di chi non si rassegna ad accompagnare il declino del paese con la distruzione dei diritti del lavoro e sociali? Quale cultura delle incompatibilità bisogna professare e praticare oggi, perché la lotta di classe dal basso torni ad essere una delle componenti di un sistema che oggi giustifica e pratica solo quella dall'alto, dei ricchi contro i poveri?

A me pare che la prima decisione che un sindacato di classe debba assumere è quella di non scambiate mai il lavoro con il taglio dei diritti e del salario. Oggi qui sta l'ultimo anello di quella catena del valore che giustamente la ricerca pone alla base del supersfruttamento del lavoro. Dovendo far profitto una lunga fila di persone, dal manager al padrone diretto, all'azionista, alla banca, al rentier finanziario, è chiaro che il salario diventa la sola variabile dipendente, da comprimere al massimo per permettere a tutti quelli sopra di mangiarci su. Ecco, il sindacato di classe non ci sta più. Anche se i lavoratori ricattati e disperati accettano di ribassare il valore della propria forza lavoro pur di mangiare, il sindacato di classe non ci sta, va in minoranza e combatte lo stesso.

Questa è per me la condizione di sopravvivenza fondamentale di una prospettiva di classe, oggi soprattutto che il sistema si rende conto che la ripresa non ci sarà e che bisogna tagliare occupazione e salari per sempre. Rompere o almeno strattonare e accorciare la catena del valore è la prima delle incompatibilità necessarie.

In secondo luogo occorre programmare il conflitto sociale ovunque si aprano spazi per esso. Il sindacalista deve essere prima di tutto l'agitatore, colui che organizza la rivolta ovunque sia possibile. Le lotte della logistica dimostrano che ciò è possibile in una dimensione impensata fino a pochi anni fa e ci insegnano che i migranti più sfruttati e ricattati, possono essere alla testa della ripresa del conflitto sociale.

Bisogna poi collocare ed intrecciare la lotta di classe nel territorio, nelle periferie delle grandi città e in quella gigantesca periferia che sta diventando gran parte del Mezzogiorno. Lotta di popolo e lotta di classe devono crescere assieme, come in altri momenti drammatici della storia del paese.

Bisogna saldare la lotta contro lo sfruttamento a quella contro i tagli allo stato sociale e contro la privatizzazione del sistema pubblico. Lavoratori privati e pubblici son sempre più sottoposti agli stessi processi di oppressione e il sindacato di classe deve rompere le barriere artificiose che ancora li separano.

Infine a tutto questo bisogna aggiungere che non ci sarà mai una soluzione di mercato alla disoccupazione di massa e alla precarizzazione, ma che solo un gigantesco intervento pubblico nella economia potrà abbatterle.

Una moderna e consapevole strategia delle incompatibilità è oggi necessaria per giungere alla questione di fondo: la rottura del sistema di potere dominante e la conquista di una diversa via di crescita e sviluppo. Qui c'è un profondo lavoro culturale da compiere nel mondo del lavoro e in mezzo alle popolazioni oppresse e emarginate.

Dobbiamo rovesciare a livello di massa il mantra delle compatibilità, che proclama in ogni istante che bisogna accettare ciò che passa il convento perché così vogliono il mercato, la globalizzazione, l'Europa. Proprio l'euro, la UE, la Nato sono gli strumenti principali con i quali le classi dominanti italiane ed europee hanno distrutto i diritti del lavoro e lo stato sociale, non dobbiamo avere timore di indicarli come nemici nostri e di ogni prospettiva di riscatto sociale. A chi spiega che non ci sono alternative all'accettare quello che passa il convento, dobbiamo rispondere che non solo vogliamo quello che vogliamo perché è giusto, ma proprio perché bisogna rompere questo sistema profondamente ingiusto e costruirne un altro.

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