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sabato 31 dicembre 2016

L'operaio della Fiat (La 1100)


Un ottimo pezzo per augurarsi un 2017 migliore, ma solo ai "proletari" di ogni luogo, razza, religione e sarcazzi assortiti.
Invece a padroni, dirigenti, intellettuali organici, banchieri, politici di complemento, "tecnici" (mortacci ai tecnici!!!) l'augurio di prenderselo finalmente nel culo!!!

Capisaldi 2016

Ultimi scampoli d'anno, quindi tempo di resoconti, una volta tanto, almeno si spera... puntuali.

A livello generale è il caso di rispolverare il vecchio adagio "anno bisesto, anno funesto" data la merda che ha abbondantemente caratterizzato ogni ambito della vita umana in questo 2016.

Dei decessi nel mondo dell'arte hanno parlato tutti e pure troppo, io per fortuna – non me ne voglia nessuno – mi inquieto molto di più per i licenziamenti di massa, ultimi in ordine di tempo quelli operati da Almaviva, e per i frutti malati che la competizione globale continua a produrre in Medio Oriente piuttosto che in Ucraina.

C'è stato anche del buono, comunque, mi riferisco allo scollamento ormai conclamato tra masse ed élite dirigenti che nel corso dell'anno si è materializzato nella Brexit, nell'elezione di Trump e nella vittoria del no al referendum del 4 dicembre, tre eventi che hanno aperto faglie potenzialmente insanabili nei rapporti "democratici" che hanno accompagnato l'ultimo trentennio, almeno in occidente.

A dispetto dell'anno precedente, che fu piuttosto avaro quanto a nuovi ascolti, il 2016 è stato ricco di soddisfazioni a partire dai classici, con Led Zeppelin e Black Sabbath impostisi stabilmente nei miei ascolti giornalieri, passando per una rinnovata passione per il cantautorato italiano – Fabrizio De André con Volume 8 e Rino Gaetano con... tutta la sua produzione – e due inaspettati ritorni.

Il primo è stato Pylon, ultimo album dei Killing Joke che mi ha lasciato assolutamente senza parole: sinteticamente posso scrivere che a mio parere si tratta della migliore uscita della formazione britannica dai tempi di Pandemonium. Un'uscita che segna il passo perchè fonde meglio di quanto sia mai stato fatto (ed io conosca) sonorità post-punk, groove industrial e potenza elettronica in un'amalgama che non stanca nonostante l'attualissima – in senso sociale e politico – ossessività che caratterizza ogni brano.

Il secondo è, invece, The Most Intelligent Child di quei Moloty che, ormai 3 anni fa, furono la miccia che fece definitivamente esplodere la rivoluzione all'interno dei miei ascolti.

Dopo aver partecipato alla campagna di finanziamento per il disco che mi sono trovato tra le mani, li avevo letteralmente persi di vista e ne avevo anche limitato molto gli ascolti, prevalentemente perché la loro musica, per me trova la migliore dimensione in momenti di riflessione intellettuale ed umana che, col peggioramento delle condizioni materiali personali, trovano sempre meno spazio in cui svilupparsi.

Ritrovarli è stato, quindi, un piacevolissimo deja-vu oltre che un'occasione, l'ennesima, per prendere atto e riflettere che questo stile di vita, così appiattito sul nasci – consuma (sempre meno che c'è deflazione) – muori è sempre più asfissiante soprattutto a livello psicologico ed emotivo.

Ho scritto deja-vu perché il nuovo album s'inserisce perfettamente nel solco tracciato dal suo predecessore, con la differenza che questa volta l'esperienza non è a "basso costo" e si sente. A giudicare dalla qualità della registrazione e più in generale di come suona il disco, penso che la campagna di autofinanziamento abbia prodotto frutti lusinghieri e le composizioni, ma soprattutto le atmosfere della formazione romana, non hanno potuto che giovarne enormemente.

Dal momento che, come ho scritto poc'anzi, sono particolarmente legato all'atmosfera che i Molotoy mi aiutano a costruire, ho registrato con un certo fastidio il numero maggiore d'inserti vocali presenti nel disco rispetto al passato. Pur rendendomi conto che la scelta sia artisticamente e commercialmente funzionale alle economie del gruppo a me non garba.

Resta comunque il fatto che, nei miei ascolti, i Molotoy continuano a configurarsi come gli unici "esordienti" in cui sia palpabile una sincerità nell'arte smarrita più o meno come risulta smarrita la capacità di rompere gli schemi all'interno dell'intellettualismo di sinistra...

Tanta roba per il trio romano dunque!

Almaviva Contact. La forma e la sostanza

L’incontro di ieri al Ministero dello Sviluppo economico, convocato dalla viceministro Teresa Bellanova, non ha avuto l’esito sperato: l’azienda ha confermato la chiusura del sito produttivo di Roma e il contestuale licenziamento dei 1.666 lavoratori Almaviva Contact di questa sede.

L’incontro era stato richiesto unitariamente dai sindacati dopo aver consultato – attraverso una raccolta di firme e un referendum – i lavoratori romani e avere verificato la volontà della maggioranza di accettare l’accordo del 21 dicembre. Alla luce di tale risultato i sindacati avevano chiesto che la “nuova” trattativa, che si dovrà concludere entro il 31 marzo 2017, coinvolgesse anche la sede di Roma. Da quanto si legge l’azienda avrebbe da un lato contestato il risultato della consultazione, dall’altro rifiutato di ritirare/sospendere i licenziamenti (operativi da oggi, 30 dicembre, secondo quanto comunicato con le lettere individuali inviate nei giorni scorsi), adducendo motivazioni di carattere giuridico-formale.

Vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà ai lavoratori, alle loro famiglie e ai delegati romani di Almaviva Contact che, se non verrà trovata una soluzione diversa da quella attuale, perderanno il posto di lavoro, pagando un conto amarissimo per situazioni su cui non hanno alcuna responsabilità, in primis la progressiva crisi del settore (gare, tariffe, delocalizzazioni) e l’insufficienza di regole e controlli.

Inoltre vogliamo dire all’azienda che, per quanto possano essere legittime le considerazioni formali a sostegno delle scelte fin qui fatte, oggi serve uno sforzo di natura diversa per tener conto della sostanza delle cose e affrontarle di conseguenza.

Nei prossimi tre mesi infatti si dovrà sviluppare una trattativa sui temi che la stessa azienda ha giudicato prioritari per recuperare il necessario equilibrio economico e produttivo (modalità di controllo a distanza secondo art. 4 legge 300/70; recupero efficienza e produttività; intervento temporaneo sul costo del lavoro). Questa trattativa è già di per sé molto complicata e la chiusura del sito di Roma non apre solo un dramma sociale ma equivale a minare il terreno del confronto che sta per essere avviato, pregiudicandone l’esito.Il prossimo futuro sarebbe segnato da una pioggia di ricorsi legali che determinerebbero una situazione di estrema incertezza proprio quando sia Almaviva Contact sia l’intero gruppo Almaviva hanno bisogno di maggiore stabilità per consolidare le opportunità di ripresa.

Al contrario, un gesto di responsabilità da parte dell’azienda sarebbe utile anche a restituire un po’ di credibilità e di rispetto al nome di Almaviva che – come ognuno di noi sta constatando quotidianamente – non era mai caduto così in basso.

Roma, 30 dicembre 2016

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Putin spiazza Obama e non espelle i diplomatici Usa

La prevedibile e annunciata ritorsione di Mosca contro l'espulsione di 35 diplomatici russi, decisa dall'amministrazione uscente degli Stati Uniti non c'è stata. La Russia infatti non espellerà diplomatici americani in risposta alle espulsioni di funzionari russi ordinate da Barack Obama. Ad annunciarlo è stato lo stesso presidente russo Putin respingendo la proposta di ritorsione che gli era stata presentata dal ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. "Noi non vogliamo creare problemi ai diplomatici americani" ha detto Putin, che si accinge a festeggiare il Capodanno, la principale festività russa. Putin ha addirittura invitato i diplomatici Usa, le loro famiglie ed i loro bambini alla festa al Cremlino per la fine dell'anno.

Tuttavia Putin ha osservato che, secondo la prassi internazionale in vigore, per la parte russa ci sono tutte le ragioni per una risposta adeguata alla decisione di Barack Obama di espellere 35 diplomatici russi. Il presidente russo ha poi liquidato come "diplomazia di bassa lega" (letteralmente "da cucina") le misure punitive annunciate dalla Casa Bianca per le presunte interferenze russe – tramite azioni di hackeraggio – nella campagna elettorale delle elezioni presidenziali. Putin ha invece inviato gli auguri di buon anno a Trump. Secondo alcuni osservatori, la reazione di Putin suona come beffa per Obama. Perché Putin lo «scavalca» e si rivolge al presidente-eletto Donald Trump. Nel messaggio Putin auspica che "i nostri due Paesi, agendo in chiave costruttiva e pragmatica, sappiano ripristinare i meccanismi di cooperazione bilaterali in vari campi e portare a un livello qualitativamente nuovo l'interazione nell'arena internazionale".

Resta da vedere adesso come si comporterà Donald Trump una volta che, il prossimo 20 gennaio, si sarà insediato alla Casa Bianca. Un primo problema è se revocherà o meno le ultime sanzioni contro la Russia. Per ora il presidente eletto ha minimizzato il problema, esortando a più riprese a "andare avanti con cose più importanti", ma ha anche promesso di ascoltare la settimana prossima i leader delle agenzie di intelligence statunitensi per farsi aggiornare sul caso. Da molte parti le polpette avvelenate disseminate negli ultimi suoi giorni da Obama contro la Russia (ed anche verso Israele), vengono valutate come un attacco contro lo stesso Trump, una manovra di politica interna attraverso la politica estera per "incastrarlo" su decisioni già prese e dalle quali è sempre problematico recedere.

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L’Italia chiede all’Europa di censurare la libertà di espressione su internet

ZeroHedge analizza freddamente il significato delle dichiarazioni del nostro capo dell’antitrust, Pitruzzella, in merito alle “fake news”. Come al solito, dietro una richiesta apparentemente ragionevole, si cela una verità inconfessabile. L’establishment vuole mettere in atto un “Ministero della Verità” orwelliano, una schiera di individui non eletti, ovviamente coordinati da Bruxelles, che non rispondono a nessuno delle loro azioni ma che possono decidere cosa è vero e cosa no. Chi controlla il presente controlla il passato, e chi controlla il passato controlla il futuro (Orwell, 1984).

di ZeroHedge, 30 dicembre 2016 – tradotto da Malachia Paperoga per http://vocidallestero.it/


I primi sono stati gli Stati Uniti, poi la Germania, che ha dato la colpa di quello che non funziona nella società alle “false notizie”, e non, per esempio, a una serie di terribili decisioni prese dai politici. Ora è il turno dell’Italia di chiedere di porre fine alle “false notizie”, cosa che di per sé potrebbe non essere preoccupante. Tuttavia, il modo in cui Giovanni Pitruzzella, capo dell’antitrust italiano, chiede all’Unione Europea di “agire” su quelle che sarebbero “notizie false”, consiste a dir poco in una repressione totale della libertà di espressione e darebbe ai governi la libertà di mettere a tacere qualsiasi fonte che non rispetti la propaganda dell’establishment.

In un’intervista al Financial Times, Pitruzzella ha detto che le regole sulle “false notizie” su internet sarebbero meglio gestite dallo stato piuttosto che dalle società dei social media come Facebook, un approccio già adottato in precedenza dalla Germania, che ha richiesto a Facebook di porre fine all’”hate speech” (discorso di odio, ndVdE) e ha minacciato di multare il social network fino a 500.000 euro per ogni “falso” post.

Pitruzzella, a capo dell’antitrust dal 2011, ha detto che “i paesi dell’UE dovrebbero istituire organismi indipendenti – coordinati da Bruxelles e modellati sul sistema delle agenzie antitrust – che potrebbero rapidamente etichettare le notizie false, rimuoverle dalla circolazione e infliggere ammende se necessario.”

In altre parole, una serie di burocrati non eletti, che non rendono conto a nessuno, si riunirebbero tra loro per decidere quali sono e quali non sono le “notizie false”, e poi – rullo di tamburi – “le rimuoverebbero dalla circolazione.” D’altra parte, considerando che una settimana fa Obama ha dato all’Europa il via libera ad ogni forma di censura e sospensione della libertà di parola, quando il Presidente uscente degli Stati Uniti ha votato la “Direttiva per contrastare la Disinformazione e la Propaganda“, nessuno dovrebbe sorprendersi che un’Europa improvvisamente imbaldanzita ricorra a tali misure agghiaccianti.

Così, con l’Europa sull’orlo di implementare una sfrenata censura, ecco lo specchietto per le allodole atto a giustificarla.

“La Post-verità in politica è uno dei motori del populismo ed è una delle minacce per le nostre democrazie” ha detto Pitruzzella al FT. “siamo giunti a un bivio: dobbiamo scegliere se lasciare internet com’è, il selvaggio west, o se ha bisogno di regole che tengano conto del modo in cui è cambiata la comunicazione. Penso che abbiamo bisogno di impostare tali regole e questo è il ruolo del settore pubblico”.

Traduzione: presto dipenderà da Bruxelles decidere quali contenuti Internet sono adatti al vasto pubblico europeo, perché, a meno che non intervenga un burocrate, le “notizie false” scateneranno sempre più populismo e non, per esempio, anni di riforme politiche fallite o di decisioni sbagliate della Banca Centrale.

In breve, è tutta colpa di internet se il sistema politico europeo è scosso da una reazione anti-establishment senza precedenti, che non ha nulla a che fare con, be’, con nient’altro.

Come nota il FT, la richiesta di Pitruzzella arriva in un contesto di crescenti preoccupazioni per l’impatto delle “false notizie” sulla politica nelle democrazie occidentali, compreso il voto sulla “Brexit” e le elezioni americane di quest’anno. In Germania, che nel 2017 va incontro alle elezioni parlamentari, il governo sta progettando una legge che imporrebbe multe fino a 500.000 euro sulle società dei social media per la diffusione di “notizie false”.

Gli alleati di Matteo Renzi, l’ex primo ministro, hanno anche sostenuto che le “false notizie” hanno contribuito alla sua sconfitta nel referendum di dicembre sulla riforma costituzionale, che ha portato alle sue dimissioni, anche se la sconfitta è arrivata con un margine di 20 punti percentuali. Almeno non hanno dato la colpa agli hacker russi... per ora.

Quindi, anche supponendo che limitare la libertà di espressione sia la risposta giusta, perché non imporre alle piattaforme l’auto-controllo?

Beh, secondo Pitruzzella sarebbe inopportuno affidare questo compito all’autoregolamentazione da parte dei social media. “Le piattaforme come Facebook hanno creato grandi vantaggi per il pubblico e i consumatori: stanno facendo la loro parte come operatori economici, adottando politiche che modificano i loro algoritmi per ridurre questo fenomeno”, ha detto. “Ma controllare le informazioni non è il compito delle compagnie private. Storicamente questo è il compito dei pubblici poteri. Essi devono garantire che le informazioni siano corrette. Non possiamo delegarlo completamente.”

Conosciamo almeno un italiano che sarebbe d’accordo (Benito Mussolini).

E proprio come “Lui”, Pitruzzella ha minimizzato le preoccupazioni sul fatto che la creazione di agenzie statali per monitorare le false notizie introdurrebbe una forma di censura, affermando che si potrebbe “continuare ad utilizzare un internet libero e aperto”... fino a quando tutti i membri dell’internet “aperto” sono d’accordo con quello che le agenzie decidono essere vero e indiscutibile. Ma secondo lui ci sarebbe un vantaggio, in quanto ci sarebbe una “terza parte” pubblica – indipendente dal governo – pronta ad “intervenire tempestivamente nel caso che venga leso l’interesse pubblico”.

Al momento, l’unico modo in cui le “notizie false” possono essere combattute – almeno in Italia – è attraverso il sistema giudiziario, che è notoriamente lento. “La rapidità è un elemento critico” ha detto Pitruzzella, quindi qual è la soluzione? Ma ovviamente un Ministero della verità.

Il Movimento di opposizione 5 Stelle è spesso etichettato come il principale facilitatore in Italia delle “false notizie”, attraverso il blog del suo fondatore, il comico Beppe Grillo, e una rete di altri siti web affiliati al partito. Ma Pitruzzella ha rifiutato di citarli come i principali colpevoli. “Non so se questo è vero, non vorrei criticare nessuno, nemmeno il Movimento 5 stelle. Ma credo che, se non ci sono regole, molti possono approfittarsene.”

Naturalmente, una volta che la libertà di espressione verrà sottoposta a censura, Pitruzzella non avrà nessun problema non solo a criticare chi non è d’accordo con lui, ma anche a chiudere prontamente i loro canali di espressione sulla rete.

*****

La storia politica del "neutrale" Pitruzzella si è tutta svolta all'ombra degli antichi potentati democristiani, tra cui spicca il ruolo di consulente giuridico per le giunte regionali siciliane di Cuffaro e Lombardo.

La scheda biografica più asettica rintracciabile è quella su Widipedia, ma non è difficile fare i collegamenti tra ruoli ricoperti e interessi "societari" difesi. Che a un personaggio simile – di cui non ricordiamo un solo intervento sulla materia assegnatagli, ovvero le concentrazioni di cartello tra imprese, contrarie alla concorrenza – sia attribuito un potere qualsiasi su questioni che riguardano la libertà di un paese, è di per sé preoccupante...

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Lavoratori sotto il tiro di padroni e magistratura

Proprio nel giorno della sanzione riguardante i 1.600 licenziamenti di Almaviva, dalla Corte di Cassazione arriva la conferma del clima pessimo che, in Italia, si sta respirando versoi diritti e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori sempre più esposti al vento dello sfruttamento e della ricerca indiscriminata del profitto da parte di coloro che debbono essere ancora chiamati “padroni” senza tema di apparire legati a schemi antichi.

Schemi antichi ma purtroppo ancora e sempre validi.

“Si può licenziare per fare più profitti”: un verdetto della Cassazione legittima la disdetta del rapporto di lavoro, anche se l’azienda non è in crisi.

La sezione lavoro della Cassazione ha così sposato la tesi della prevalenza, dal punto di vista Costituzionale, dell’articolo 41 che sancisce la libertà d’impresa proprio di questo concetto considerando evidentemente superati i commi 2 e 3 dello stesso articolo 41, laddove si dispone che l’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla libertà, sicurezza e dignità umana (cosa può accadere di peggio per la dignità umana se non perdere il lavoro per far posto alla crescita indiscriminata del profitto?) e – al comma 3 – si prevede che il legislatore debba fissare i programmi e i controlli opportuni affinché l’attività economica pubblica e privata possa essere utilizzata e coordinata a fini sociali.

Il legislatore, al contrario ha invece legiferato, attraverso il Jobs Act, per l’intensificazione dello sfruttamento, la precarietà, la disponibilità della forza lavoro a esigenze indiscriminate di profitto e di soggezione ai valori dell’impresa capitalistica.

Questa sentenza della Cassazione appare proprio in linea con questo tipo di pessimi principi e dimostra come ci si intenda muovere, dal punto di vista del potere, in pieno dispregio del dettato costituzionale e quindi della stessa opinione della maggioranza del corpo elettorale così come espresso il 4 Dicembre scorso.

E’ necessario ricordare, ancora un volta, che il 4 Dicembre con il voto referendario al di là degli articoli specifici posti in discussione sono stati, soprattutto, riaffermati l’articolo 1, quello che recita della Repubblica fondata sul lavoro, e l’articolo 3 laddove c’è scritto di eguaglianza di tutti davanti alla legge.

Da notizie di stampa si apprende che dovrebbe essere in atto, nel seno della Corte Costituzionale, uno scontro al riguardo dell’ammissibilità del referendum abrogativo proprio al riguardo della legge sul Jobs Act, quella dei voucher e dei licenziamenti indiscriminati.

Esiste un solo modo per rispondere a questo insieme di indiscriminati attacchi tendenti a rendere la condizione lavorativa più esposta alle logiche indiscriminate dello sfruttamento e del profitto.

La sola risposta possibile è quella della riorganizzazione di un conflitto di fondo proprio sul tema del lavoro, in modo da porre in discussione un vero e proprio spostamento dalla prevalente centralità dell’impresa alla centralità delle lavoratrici e dei lavoratori.

In un Paese che deve reagire all’impoverimento e alla paura del precariato la crescita delle ragioni del conflitto sociale appare come l’impegno di gran lunga prioritario per le forze sindacali e politiche più coerenti e in linea con la storia e l’identità della classe lavoratrice.

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Obama e la fabbrica delle illusioni

Obama esce di scena in maniera quasi infantile, come vendicatore della Clinton. Sanzioni alla Russia, ritenuta colpevole della vittoria di Trump su un'élite incapace di interpretare l'umore dell'opinione pubblica. Rinnovo delle sanzioni all'Iran, colpevole di essere un Paese che non si piega agli Usa e di avere raggiunto in Siria un accordo di tregua con Mosca e Ankara. Ha fatto poco, se non l'accordo sul nucleare con Teheran senza però dargli alcun seguito. Sarà rimpianto solo se il successore farà peggio: in otto anni ai vertici dell'Ufficio Propaganda, lui ha soprattutto moltiplicato le illusioni. Buona fortuna

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Repressione e solidarietà: aggiornamento a due mesi dagli scontri di Magliana

E’ necessario vigilare sulle ripercussioni repressive dei fatti di Magliana, visto che – per l’ennesima volta – Polizia e Magistratura, in assenza di prove dimostrabili, stanno procedendo alla rappresaglia economica sui compagni. Un copione già ampiamente visto in molti altri casi, che aggira il normale corso giudiziario e procede vendicandosi sugli imputati. Oltre ad un aggiornamento sulla questione repressiva, in coda all’articolo daremo conto (ancora parziale, per fortuna), come sempre fatto, della nostra solidarietà economica. Una mini-campagna (qui a lato trovate il manifesto) che ha dato i suoi frutti e che contribuirà alla difesa di tutti i compagni coinvolti nei processi.

L’epilogo della giornata ha visto il trasferimento presso gli uffici della Questura e l’identificazione per 53 compagni fermati per le strade del quartiere, e, in seguito, per 10 di loro (suddivisi in due diversi filoni di indagini) è stata ordinata la perquisizione dell’abitazione e la conseguente traduzione in carcere in attesa di convalida dell’arresto. Le ipotesi di reati, tutti in circostanze aggravanti, spaziavano dalla resistenza e dalle lesioni a pubblico ufficiale, fino al danneggiamento (per questi reati si sono costituiti parte civile sia alcuni agenti delle FFOO che alcuni proprietari di autovetture parcheggiate lungo il percorso del corteo) a cui fa da cornice l’ormai consueta accusa di devastazione e saccheggio. Dinanzi al Gip, che ha convalidato l’arresto per tutti gli indagati (com’è prassi che avvenga), sono state revocate le misure cautelari per 7 dei soggetti sottoposti a interrogatorio, mentre per gli altri 2 è stata predisposta la custodia cautelare in carcere e solo per uno di loro presso il domicilio, a loro dire poiché sussisterebbero i rischi di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove; precisiamo che la fondatezza dei suddetti presupposti, nello specifico il rischio di reiterazione della condotta che ha originato il reato, non è motivata da gravi e comprovati indizi di reato (di cui si è ammesso che l’impianto accusatorio è manchevole) ma fa leva sulle arbitrarie segnalazioni, le denunce o (di rado) i fermi effettuati dalla Digos nel corso della loro attività politica, e per molte delle quali non è mai giunti a giudizio. Semmai a pregiudizio. A circa due settimane di distanza dall’interrogatorio dinanzi al Gip, giunti in sede di riesame, il castello accusatorio del Pm ha perso un importante pezzo, concorrendo a decostruire parte della narrazione deforme e sproporzionata che questi aveva esposto rispetto alla giornata: il Tribunale in questione ha infatti escluso la sussistenza dell’ipotesi di reato di devastazione e saccheggio poiché, appunto, sproporzionata rispetto alla rilevanza dei danni materiali che si suppone siano stati arrecati dal corteo; nonostante ciò, restando in piedi le ipotesi di reato residuali, a tutti i ricorrenti è stata imposta la misura cautelare presso il domicilio. Da allora tre compagni continuano ad essere privati della loro libertà.

Nel contempo, ormai circa un mese fa, sono state notificate a più di un centinaio di compagni (tra cui praticamente tutto il nostro collettivo) verbali di accertamento di violazione amministrativa, redatti peraltro in maniera generalizzata per tutti i “contravventori” e adducendo motivazioni sommarie a riguardo, per “aver impedito ed ostacolato la libera circolazione per le vie di Magliana durante il corteo”, violazione che prevede la comminazione di una sanzione tra i €2582,28 e i €10329,14. E’ evidente che l’operazione, sommata agli atti di costituzione di parte civile avanzate dagli agenti delle Forze dell’ordine, mira a fungere da repressore per il passato e da deterrente per il futuro, come già si è avuto modo di notare in altre occasioni, facendo leva, non solo e non principalmente attraverso le implicazioni e le conseguenze penali che potrebbero scaturire a seguito di processi che si protraggono spesso per molti anni, ma riservando importanti conseguenze economiche sicuramente più rapide, certe e personalmente afflittive. In assenza di imputazioni efficaci e comprovate e davanti alla prospettiva di sentenze scagionanti, come al solito i Pm pretendono con le misure cautelari e con le pene pecuniarie e amministrative ciò che sanno di non poter raggiungere in sede penale. Ma questo, lungi dal preservare le garanzie giuridiche degli inquisiti, le restringe ulteriormente attraverso l’abuso di misure e sanzioni che non rispettano i normali iter giudiziari. Strategia molto in voga in questi anni, dalla val di Susa alla lotta per la casa.

Politicamente, abbiamo avviato sin dalle ore successive alla manifestazione una concreta solidarietà economica, consapevoli che a fianco – e forse al di sopra – del problema penale, c’è un grave problema economico. Delle spese processuali, da una parte; delle sanzioni amministrative, dall’altra. Rispetto alle seconde, sarà decisivo non solo difendersi dalle stesse, ma anche organizzare momenti di raccolta fondi in grado di garantire ogni compagno sanzionato: questo sarà per forza di cose possibile solo in forma congiunta, visto che le multe assommano a centinaia di migliaia di euro. Staremo però a vedere se e quando dovremo pagare. Rispetto alle spese processuali e degli avvocati, abbiamo organizzato la vendita di magliette per finanziare soprattutto gli studi di tutti i compagni coinvolti. Abbiamo stampato prima 100 magliette, subito terminate, ristampandone successivamente altre 100. Il guadagno lordo della vendita delle magliette è stato di 2364 euro. Il calcolo non si basa esclusivamente sulle magliette vendute: alcune le abbiamo donate alle donne e agli uomini conosciuti in carcere e che hanno solidarizzato coi nostri compagni; altre sono state donate ai compagni coinvolti nella repressione. Al contrario, molti compagni hanno donato volontariamente somme di denaro a prescindere dall’acquisto della maglietta stessa. Il guadagno netto è di circa 1554 euro, somma che destineremo per intero agli studi degli avvocati coinvolti nella difesa dei compagni. Questo è però un dato ancora parziale: ci sono ancora altre magliette da vendere e contiamo in un saldo definitivo migliore. Già così, però, rappresenta un piccolo successo di questa sorta di “mini-campagna” economica. Solidarietà vera, concreta, materiale, verso tutti i coinvolti, nonostante le diverse valutazioni politiche sulla giornata. Fatti, non chiacchiere da facebook. Questo è d’altronde lo stile di un collettivo politico comunista.

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Ankara, Berlino e Mar Nero, a proposito di alcuni episodi recenti

In breve tempo si sono succeduti tre avvenimenti che non sembrano collegati da nulla, ma che forse in qualche modo lo sono, magari solo in parte: l’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia, l’attentato di Berlino con relativa uccisione a distanza dell’attentatore, infine la caduta dell’aereo russo nel mar Nero. Non abbiamo alcun elemento concreto che colleghi un episodio all’altro, possiamo solo osservare alcune stranezze, coincidenze, evidenze.

Iniziamo dall'assassinio dell’ambasciatore russo compiuto da un poliziotto turco che non si capisce se lo abbia fatto per simpatie integraliste (come il grido “Allah akbar” e il riferimento ad Aleppo farebbero pensare) o per altre motivazioni meno palesi. Comunque non potrà dircelo perché è rimasto ucciso ed anche questo è un classico di queste storie: l’attentatore che muore sul posto, mai che riescano a ferire questi attentatori ed interrogarli. Di fatto è evidente che questo potrebbe essere una vendetta dell’Isis per l’intervento russo in Siria. Ma a gioire di questo episodio potrebbero essere anche altri: ad esempio, una grana nei rapporti fra Ankara e Mosca probabilmente non dispiace affatto agli americani che, dal colpo di stato di luglio in poi, hanno ben pochi motivi per stare sereni. E, guarda caso, questo accade pochi giorni prima che Obama lasci una grana sotto il camino di Trump, sbattendo fuori una trentina di diplomatici russi, così da ostacolare la distensione Usa-Russia. O ancora, gli oppositori interni di Erdogan: i turchi hanno detto che dietro c’è Gulen, ma prove di una pista o dell’altra? Neanche l’ombra.

E veniamo all’aereo russo caduto nel Mar Nero. La cosa più strana di questa vicenda è stata la fretta con la quale le autorità hanno negato l’attentato terroristico, salvo poi rettificare il tiro e dire che questa matrice non può essere esclusa, per poi tornare subito a negarla. Perché tanta fretta e queste oscillazioni? Tanto più che è evidente come, a poche ore (se non minuti) dal disastro, non è umanamente possibile né escludere né considerare una pista qualsiasi e per di più, a bordo dell’aereo, oltre che il coro dell’Armata rossa (di per sé un obiettivo simbolico) c’era il capo della polizia militare, e l’aereo era diretto in Siria. Ora si parla di incidente, però ci sono aspetti che non quadrano: girano voci (smentite dalle autorità) che alcuni cadaveri indossavano i giubbetti di salvataggio, ma sino a pochissimo prima la torre di controllo aveva parlato con il pilota e sembrava tutto calmo. Si parla di un pezzo caduto nel motore non si capisce in quale modo e perché, inoltre l’aereo era stato revisionato a settembre. Ma soprattutto, un pezzo che si stacca da solo non esclude affatto un attentato in forma di sabotaggio. Perché escluderlo? Questo ricorda la storia dell’aereo caduto nella zona del Sinai nell’autunno del 2016: anche in quel caso i russi esclusero dal primo momento e con forza che si trattasse di un attentato, ma poi è venuto fuori che fu abbattuto. Perché questo interesse a negare attentati nei quali si è vittime?

Vero è che in questo caso non c’è alcuna rivendicazione che, per logica, avrebbe dovuto esserci. Di fatto, uccisione dell’ambasciatore (anche qui nessuna rivendicazione) e caduta dell’aereo si succedono a brevissima distanza di tempo che è di per sé sospetta. Pertanto, anche qui abbiamo pochissimi elementi per capire, ma molti sospetti da risolvere.

Berlino: ci sono forti somiglianze con Nizza nella metodologia, e somiglianze con Charlie Hebdo, circa strani comportamenti. Ad esempio la stranezza di questi terroristi che vanno a fare attentati scrupolosamente con documenti che poi lasciano nel mezzo usato. Distrazione? E non mi spiego neppure come ha fatto il personaggio a girare mezza Europa, per venire in Italia via Olanda (sic!), passare diverse frontiere e diverse stazioni senza essere riconosciuto dalle telecamere. Poi in Italia viene inquadrato dalle telecamere all’uscita della stazione di Milano, ma non viene né fermato né seguito, forse perché non riconosciuto per finire casualmente a Sesto San Giovanni.

Insomma se queste telecamere non servono neppure ad identificare il super ricercato del momento che le teniamo a fare?

Comunque, in questi attentati c’è sempre qualcosa che non si capisce bene. Ovviamente non penso affatto che si tratti di un episodio di strategia della tensione in salsa islamista: l’attentato è quello che sembra, una strage pensata ed eseguita da islamisti radicalizzati, per dimostrare di esistere ancora, solo che in queste circostanze ci sono mille pasticci, confusioni, versioni inventate per  far quadrare i conti nell’immediatezza che poi vengono rabberciate. Ed anche la mitica polizia tedesca fa pasticci come tutte le altre.

Cosa ci dice questo attentato? Ho l’impressione che il terrorismo jihadista, per lo meno quello di marca Isis, sia in difficoltà. Rispetto al ciclo di attentati iniziato con la strage di Charlie Hebdo e poi proseguito sino a Nizza, si ha la sensazione di un’azione molto meno complessa, forse improvvisata o quasi, e forse neppure ascrivibile direttamente all’Isis ma opera di una cellula isolata (infatti manca rivendicazione credibile).

Almeno per ora, fortunatamente, non seguito dallo sciame terroristico cui siamo abituati. Il che, dopo l’offensiva subita ad Aleppo e Mosul sembra molto poco. Si ha quasi la sensazione di un esaurimento di questo ciclo dello jihadismo. Ma ovviamente è presto per dirlo, per ora possiamo avere solo l’impressione di una fase calante nella quale l’Isis raschia il fondo del barile, a meno che non si stia concentrando sulla Russia, ed allora le due vicende precedenti vanno lette in un’altra ottica, nella quale c’è un conflitto coperto in cui l’attentatore non rivendica e l’aggredito nega di ave subito un attentato. Resterebbe da capire perché.

In ogni caso, anche se l’Isis dovesse perdere il suo dominio territoriale e ridursi solo ad una forma di guerriglia fra Siria ed Iraq, questo non vorrebbe dire che è finito o sta finendo lo scontro con lo jihadismo: dopo Al Quaeda e dopo l’Isis potrebbe esserci un nuovo ciclo.

Nel complesso abbiamo tre casi di difficile interpretabilità, ma tutti in qualche modo riconducibili al quadro mediorientale. Un quadro frammentario ed oscuro, nel quale forse uno dei tre avvenimenti può essere casuale (in fondo, gli aerei cadono anche per errore di manovra o per cedimento strutturale) ma che non si può escludere neppure che sia nella serie. Ed anche se la questione dell’aereo russo fosse solo un incidente, gli altri due eventi sono sicuramente delittuosi e non può escludersi che abbiano un qualche rapporto fra loro. Ed è questa fitta nebbia che ci impedisce di capire cosa stia succedendo il dato più inquietante che ci fa temere si stia preparando un “botto” senza precedenti. Ovviamente speriamo di sbagliarci.

“Gentiloni va avanti con le riforme di Renzi, cioè licenziamenti di massa”

Quasi 1700 licenziamenti sono stati spiccati da Almaviva, che si prepara a delocalizzare le attività in Romania. Il solo intervento del governo nella vertenza è stato quello di proporre un rinvio di tre mesi dei licenziamenti in cambio della disponibilità dei lavoratori ad accettare paghe rumene sul posto. La rappresentanza sindacale di Napoli aveva accettato, quella di Roma inizialmente no, poi i lavoratori si sono spaccati, ma troppo tardi per l'azienda. Che ha accolto l'invito a licenziare del ministro Calenda, quello a favore del TTIP, che aveva dichiarato inevitabile la riduzione di personale. Il tutto nella passività complice delle belle statuine CgilCislUil.

Il 2016 consegna così al nuovo anno la legalizzazione e l'incentivazione per i licenziamenti di massa, come risultato voluto delle leggi e della politica dei governi Monti, Letta, Renzi.

Oltre 60.000 persone sono già state licenziate a seguito della cancellazione dell'articolo 18 iniziata da Fornero e completata dal Jobsact. Siamo tornati al regime del licenziamento "ad nutum", ad un solo cenno del padrone, come veniva definito dal linguaggio giuridico prima dell'approvazione dello Statuto dei Lavoratori. Ora si torna a prima del 1970, con le ragioni del profitto aziendale che travolgono i diritti del lavoro. Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione ha dato sanzione giuridica alla regressione, confermando il licenziamento di un impiegato di un'azienda di Firenze, effettuato con la semplice e brutale motivazione di voler guadagnare di più. Ebbene il 7 dicembre la Corte ha dichiarato ammissibile questo licenziamento: è giusto migliorare così la redditività aziendale. È il via libera della magistratura al massacro sociale.

La liberalizzazione dei licenziamenti di massa è il sogno che si realizza della Confindustria, sogno che nel passato veniva però rivendicato promettendo ammortizzatori sociali adeguati. Il giuslavorista Pietro Ichino e la sua compagnia liberista, sostenevano infatti il diritto delle imprese a licenziare liberamente, però aggiungevano che si sarebbe dovuto garantire un reddito adeguato agli espulsi dal lavoro. Imbrogliavano e dal 1 gennaio 2017 la loro truffa la sperimenteranno centinaia di migliaia di persone.

Col nuovo anno infatti andrà a regime la "riforma" avviata da Monti e Fornero e completata ancora una volta dal Jobsact di Renzi. Sarà così abolita l'indennità di mobilità che per alcuni anni accompagnava le lavoratrici e i lavoratori licenziati per crisi o ristrutturazioni aziendali. Dalle liste di mobilità le imprese potevano assumere ricevendone incentivi, mentre i più fortunati tra i licenziati potevano sperare di far durare l'indennità fino alla pensione.

Tutto questo ora viene abolito, e ai licenziati per crisi o maggior profitto aziendale spetterà solo la nuova indennità di disoccupazione universale, la NASPI. Per un massimo di 12 mesi e poi arrangiarsi.

Ichino e gli altri liberisti hanno per anni urlato contro l'apartheid del mondo del lavoro. Per costoro i lavoratori con diritti stavano verso precari e disoccupati come i bianchi nel Sudafrica, quando i neri erano privi di diritti politici. Con Nelson Mandela quel paese ha infine distrutto l'apartheid e lo ha fatto nel solo modo civile, cioè estendendo ai neri i diritti dei bianchi. Per i mascalzoni liberisti nostrani invece la fine dell'apartheid è consistita nel togliere diritti a tutti. Tutti allo stesso modo schiavi, questa l'idea di eguaglianza di Ichino, Renzi, della Confindustria e dello loro riforme. Riforme che Gentiloni ha dichiarato di voler continuare, alla faccia del voto referendario che ha affermato l'esatto contrario.

I licenziamenti di massa sono il primo rischio sociale del 2017 e per fermarli dovremo darci da fare in tutti modi e con tutti gli strumenti, dalle lotte ai possibili referendum. Ma nulla cambierà davvero se non metteremo sotto accusa e non combatteremo a fondo le riforme liberiste, i loro governi, i loro complici sindacali e i loro mandanti, dalla UE alla finanza internazionale.

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venerdì 30 dicembre 2016

The ghost of Tom Joad


“La risoluzione Onu sulla Palestina è debole se non prevede sanzioni per Israele”

Dedichiamo lo spazio approfondimenti di oggi di Radio Città Aperta per tornare parlare di Palestina e lo facciamo con un rappresentante del Comitato con la Palestina nel cuore. E' al telefono con noi Lucio Vitale. Buongiorno Lucio, grazie per la tua disponibilità.

Ciao, buongiorno a voi

Sono stati giorni significativi e importanti, sono successe cose importanti per quello che riguarda la questione della Palestina. Il 24 dicembre è passata la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che condanna la politica del governo israeliano di autorizzare la costruzione di nuove case per coloni ebrei nei territori palestinesi, con l'astensione del rappresentante degli Stati Uniti. C'è stata la reazione rabbiosa di Netanyahu, che si è scatenato contro i paesi che hanno votato a favore di quella mozione convocando gli ambasciatori e scagliandosi anche contro l'amministrazione Obama. Effettivamente, Lucio, è un fatto storico che gli Stati Uniti si astengano su mozioni di questo tipo... E infine c'è questo tentativo, questo scambio di reciproche “affettuosità”, tra lui e Donald Trump, il presidente eletto. Trump dice: tenete duro fino al 20 gennaio – come se Israele avesse bisogno di tenere duro rispetto a qualcosa, avesse qualche tipo di problema a fare quello che gli pare – che arrivo io e sistemo le cose. E proseguono le esternazioni violente e aggressive di Netanyahu nei confronti di chiunque metta in discussione la legittimità israeliana ad estendersi e a fare quello che vuole dove vuole. Questo è un po' il quadro generale. E' successo qualcosa di importante però Lucio, parliamo forse soprattutto dell'astensione degli Stati Uniti?

Guarda, sicuramente è importante quello che è successo perché, come ha detto Samanta Power, che è l'ambasciatrice Usa presso l'Onu: "sono cinque decenni che l'America in maniera formale e informale comunica ad Israele che comunque l'occupazione dei territori della West Bank è fuorilegge". C'è una risoluzione che delimita perfettamente i territori, i confini, che sono quelli della fine della guerra del 1967. Dall'altro canto bisogna dire che questa medaglia ha due facce. Dall'altro canto noi che abbiamo un po' analizzato, all'interno del comitato, un po' più questo aspetto siamo venuti alla conclusione che la guerra è una guerra anche intestina all'interno dell'amministrazione americana. Obama mi sembra di capire che non si è mai sbracciato più di tanto a favore della Palestina. Se ricordi nel 2014 c'è stato “margine protettivo”, un'azione cruenta degli israeliani contro i palestinesi di Gaza, con più di 2000 morti e non mi sembra che gli Usa e Obama in particolare abbiano fatto qualcosa di concreto per fermare quella carneficina. Quindi alla luce di quello che è successo in questi giorni io direi più che... è uno sgarbo che si sono fatti Obama e Trump per il tramite della questione palestinese e di Israele quindi. Se tu ben ricordi Trump aveva, in campagna elettorale, detto che avrebbe riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele. Cosa che non può avvenire perché tutti sappiamo che, sempre per i famosi accordi che hanno definito i confini nel 1967, Gerusalemme non può essere la capitale di nessuno stato ma dovrebbe essere, semplicemente, una città santa dove tutti i pellegrini possono accedere sotto il controllo Onu e non, quindi, né israeliana né palestinese. E' una città che andrebbe congelata. Dicevo che questo sgarbo è stato fatto da Obama a Trump perché Trump aveva detto, in campagna elettorale, che avrebbe riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e detto questo Obama, di contraccolpo, promise 35miliardi di dollari in armamenti a Israele da spendere nell'arco di 10 anni. Quindi c'è stata una rincorsa a prendersi quei voti che in America delle volte sono decisivi per eleggere un presidente. Probabilmente questi voti sono andati a finire a Trump e non ad Obama, ecco perché Obama si sveglia, dall'oggi al domani, e dice: io adesso a questo punto metto il bastone tra le ruote a Trump e quindi siccome lui ha promesso Gerusalemme capitale di Israele, io, dall'altro canto, gli faccio pressioni per quanto riguarda gli insediamenti dei coloni. Sì, noi gioiamo, siamo felici, siamo contenti perché finalmente c'è qualcuno che strilla che c'è una legge sovranazionale, che è quella dell'Onu, che andrebbe rispettata. Il problema di questa risoluzione è che è una risoluzione fantasma perché non implica sanzioni a chi non la rispetta e quindi... Sì, va bene, d'accordo...

Esiste ma è pressoché inutile...

...è inutile, sì, io penso che è inutile. Poi Obama e Kerry, Kerry in particolare, insegue ancora questa dei due stati... Tutti sappiamo che i due stati non sono più possibili perché ormai la West Bank è diventato praticamente quasi... è quasi completamente a gestione israeliana. Sappiamo che è stata divisa in tre zone, la A, la B e la C. La A è gestita da Israeliani, la B a metà tra israeliani e palestinesi, la C che è gestita dai palestinesi che ormai è diventata il 22 per cento della Palestina, quindi niente. E lì dovrebbero entrare all’incirca 6 milioni di palestinesi, senza tener conto che la risoluzione 194 comunque dà la possibilità ai palestinesi profughi fuori dalla Palestina di rientrare in Palestina, cosa che Israele non vuole. E' inutile che si parli di questa risoluzione in maniera così enfatica quando ancora non sono stati sciolti vecchi nodi e vecchie risoluzioni Onu ancora non sono state applicate. Questo era giusto per fare un po' il quadro della situazione di quello che è successo secondo me, secondo noi del comitato anche lì in Palestina. Comunque l'importante per noi in questo momento è che se ne continui a parlare, perché lì c'è un nodo che va sciolto. Va sciolto perché vediamo cosa succede poi se questi attriti restano per troppo tempo.

Chiaro, quindi diciamo che al netto dello scambio di cortesie tra virgolette tra l'amministrazione uscente e quella entrante degli Stati Uniti, Obama e Trump, di tutta questa vicenda... quale potrebbe essere un risvolto positivo a cui... in cui infilarsi per riuscire a... quantomeno a far presente che esiste... Sappiamo che Israele sta incrementando la sua politica di colonizzazione dei territori palestinesi, quindi la situazione comunque è emergenziale da questo punto di vista no?

La situazione è emergenziale. L'importante è parlarne, l'importante è far sapere, anche perché all'interno delle comunità ebraiche nel mondo c'è comunque la consapevolezza che chi va lì non trova un ambiente favorevole. Ancora adesso... leggevo alcuni giorni fa che di nuovo Netanyahu insisteva presso le comunità ebraiche francesi a dire loro che non è la Francia la loro casa ma la loro casa è Israele. Perché loro hanno bisogno di coloni. Lì c'è un problema anche demografico: i palestinesi stanno crescendo come popolazione, demograficamente aumentano, mentre gli israeliani soffrono un po' della malattia che soffre tutto l'occidente e quindi sono sempre meno le nascite e quindi è un popolo che non è in crescita e quindi per colonizzare hai bisogno di persone. Ecco il motivo per cui si richiamano sempre nuovi coloni dall'America, dall'Europa. Parlarne e dire a chiare note, specialmente noi qui in Europa ma anche in America, che lì non c'è una situazione favorevole ad una colonizzazione, perché non può andare avanti per eterno questa cosa. I palestinesi che sono lì comunque non andranno mai via. Io poi ci sono sia a Gaza, sia in Libano, sia a Gerusalemme e lì delle volte la colonizzazione è subdola. Faccio l'esempio del tempio di Davide che dice che sta fuori le mura di Gerusalemme. Lì hanno mandato via interi quartieri di palestinesi per fare degli scavi. Poi sotto hanno trovato qualche mattone … qualche cosa di antico c'è, come d'altronde un po' in tutte le vecchie città arabe ed europee, se scavi qualcosa trovi. Intanto sono stati allontanati dei Palestinesi da quell'area. E così è quasi intorno a tutta Gerusalemme è avvenuto questo, in vari modi. E poi è un continuo demolire case dei palestinesi e un continuo edificare case dei coloni. E questo deve terminare. Deve terminare perché qui si sta parlando di un furto di terra, è proprio un furto in piena regola: c'è qualcuno che ruba qualcosa a qualche d'un altro e lì, mi dispiace, se non si applicano delle sanzioni a delle risoluzioni, è inutile che le facciamo queste risoluzioni, servono solo per parlarne. E comunque ha un suo perché anche questo, insomma.

Bene Lucio, noi ti ringraziamo per la tua disponibilità e per la tua analisi. Buon lavoro.

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Omicidio Regeni: l’infamia del delatore, il silenzio dei colpevoli


Giulio Regeni scoprì tardi le infide mani cui s’era affidato, seppure nella sua indagine sul tessuto sociale del Cairo, Mohamed Abdallah, che il ricercatore definisce miserabile, risultasse il responsabile del sindacato dei lavoratori ambulanti. L’uomo rappresentava una quantità infinita di persone che lavorano in una filiera di parziale legalità o di totale illegalità. Terreno di enorme interesse, da scandagliare, perché in quella megalopoli che è la capitale egiziana coinvolge forse uno o due milioni d’individui che danno da mangiare a cinque, sette milioni di bocche. Eppure chi in loco ha osservato con attenzione, e dovuta discrezione, persone, luoghi e contesto in cui quei commerci si sviluppano ha notato in quante occasioni uomini in divisa, o con fare da divisa, avvicinano gli ambulanti. In pochi casi cercano di sequestrare merce, estranea spesso a ogni controllo, in altri intessono dialoghi, conciliaboli. Cercano confidenze, ricevendo notizie e delazioni. Perciò non sorprende scoprire in Abdallah quel doppiogiochista diventato agli occhi di Regeni un personaggio meschino che lo vende ai poliziotti per continuare a ricevere favori per sé e la categoria, assediata e al tempo lusingata dalle vendite e dal mercimonio.

Il fatto che lo pseudo sindacalista ne parli ora, smentendo quanto dichiarato, o meglio non dichiarato, in precedenza, non può essere frutto d’una personale decisione. La sua versione subisce un correttivo dopo che mesi d’indagini e molteplici depistaggi da parte delle autorità inquirenti e politiche egiziane hanno prodotto il nulla. Le dichiarazioni di Abdallah, infarcite della bontà di comportamento che ogni sincero egiziano avrebbe tenuto di fronte a uno straniero intrigante e sospetto, paiono seguire un copione recapitatogli dal ministero dell’Interno. In quell’intreccio criminale che è stato il rapimento, lo strazio e l’omicidio di Giulio Regeni, nella saga del ricatto e dello sfruttamento dei ruoli la regia rimodella le voci. Quindi fa recitare all’informatore la parte del cittadino modello che lancia anche un proclama all’egiziano medio che deve farsi Stato a fianco degli organismi dello Stato. Quelli che proteggono il singolo e la collettività, come molti credevano accadesse ai tempi della thawra di Tahrir, “custodita” dalla lobby delle stellette. Questo sostenevano liberali e nasseriani. Di quale custodia si trattasse lo spiegano da anni le carceri speciali che rinchiudono decine di migliaia di oppositori.

La versione affibbiata ad Abdallah rilancia due concetti precisi: Regeni era una spia oppure un ingenuo, doppiamente giocato, da chi lo manovrava e dal personaggio cui s’era affidato. Ma ad ucciderlo, sostiene il suo traditore, sarebbe stata non l’Intelligence interna, bensì quella dei suoi ispiratori palesi od occulti. Così il cerchio si richiude a preservare i vip della politica del Cairo: il ministro dell’Interno Ghaffar e il presidente Sisi, che da mesi schivano un’indagine seria inibendo la magistratura interna e impediscono allo staff del procuratore italiano Pignatone di realizzare adeguate ricerche su esecutori e mandanti dell’efferato delitto. Le attuali dichiarazioni del sindacalista-informatore rilanciano un’ipotesi già gettata in pasto alla stampa: operazioni di micro spionaggio compiute dal Dipartimento dell’Università di Cambridge per conto dei Servizi britannici. Un’illazione che potrebbe venir rimossa da quel mondo accademico che così salverebbe il suo onore e quello di Regeni. Però Cambridge resta ingessata nella sua tradizione e non raccoglie insinuazioni né provocazioni, trincerandosi in un silenzio ormai stridente. Ma se tutto deve coincidere, secondo l’attuale affermazione accanto al presunto spionaggio e alla conseguente eliminazione, ci dovrebbero essere pure le sevizie. Fino a che punto la memoria di Regeni dev’essere martoriata?

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Il killer del lavoro, nel lungo termine, non è la Cina. E’ la robotizzazione


Il primo lavoro che Sherry Johnson, 56 anni, ha perso a causa della robotizzazione, è stato a Marietta, nello stato della Georgia, nella sede del giornale locale, dove il suo compito era di rifornire di carta le stampanti e di ordinare le pagine stampate. Tempo dopo vide le macchine imparare a poco a poco a fare il suo lavoro; quindi le vide utilizzate in un reparto di produzione merci, dove venivano costruiti macchinari per la respirazione, poi ancora nell'inventario di un magazzino, ed infine in un archivio.

La lavoratrice da noi intervistata ha dichiarato “Quello che mi fa veramente incazzare è... Ma se lo chiedono come possiamo costruirci una vita, in questo modo?” Sherry quindi si è iscritta ad un corso per computer a Goodwill, ma anche questo non è bastato: “I ventenni, i trentenni, sono molto più aggiornati di noi in quella roba lì, noi non ci siamo cresciuti insieme, come è stato per loro,” dichiara la Johnson, che ora ha sviluppato un piccolo handicap, e vive in un quartiere di case popolari a Jefferson City, in Tennessee.

Il neo eletto Presidente USA, Donald J. Trump, in campagna elettorale, promise ai lavoratori come la Johnson che avrebbe riportato in auge lavori come quelli che sapevano fare prima, frenando il commercio internazionale, le delocalizzazioni e reprimendo l’immigrazione. Ma gli economisti, invece, sono convinti che la minaccia peggiore per il lavoro sia rappresentata da qualcosa d’altro: la robotizzazione.

“Chiaramente, l’avvento della robotizzazione nel mondo del lavoro è stato fondamentale, ma a lungo andare, non può diventare così 'invadente'”, afferma Lawrence Katz, professore di economia ad Harvard e studioso del lavoro e di innovazione tecnologica.

Nessun candidato, durante la campagna elettorale, si è occupato molto della robotizzazione. La tecnologia non è un’antagonista facile e gestibile come può esserlo la Cina o il Messico, non esiste un modo definito, semplice, per sbarazzarsene, e per di più, molte delle compagnie del settore, sono dislocate negli Stati Uniti, che ne beneficiano nei modi più diversi.

Il neo Presidente Trump, lo scorso mercoledì, ha dichiarato ad un gruppo di dirigenti di alcune compagnie del settore tecnologico: “Vogliamo che voi non molliate, che continuiate con la ricerca nell’innovazione. Qualsiasi cosa potremo fare per aiutare questo processo, saremo pronti a farla in ogni momento.”

Andrew F. Puzder, punta di diamante nel Gabinetto Trump (nel quale ricopre la carica di segretario per il lavoro), ed amministratore delegato della CKE Restaurants (catena di ristoranti specializzata in piatti messicani), in un’intervista rilasciata a marzo al “Business Insider” (rivista americana on line) ha esaltato le virtù dei robot, a differenza di quelle della razza umana dichiarando: “Sono sempre educati, cortesi, riescono a far comprare anche più del necessario al cliente, non prendono mai una vacanza, non sono mai in ritardo, tra di loro non esistono casi di discriminazione razziale, sessuale o di età, mai un caso di infedeltà, dovuto ad arrivismo personale, nelle aziende robotizzate.”

Secondo una ricerca di alcuni economisti, tra cui Daron Acemoglu e David Autor del M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology), la globalizzazione è palesemente responsabile per la perdita di alcuni tipi di lavoro, particolarmente se ci riferiamo ai rapporti commerciali con la Cina durante gli anni 2000, rapporti che portarono ad una rapida e netta perdita di posti di lavoro, che si attestò intorno a circa 2 milioni/2 milioni e mezzo. Nello specifico, Autor, in un paper pubblicato a Gennaio 2016, rilevò che i lavoratori delle zone del paese più interessate dalle importazioni, sono generalmente più toccati dalla disoccupazione, ed avranno un reddito ridotto per il resto della loro vita. Nel tempo, la robotizzazione ha avuto un effetto molto più forte di quello della globalizzazione, che prima o poi avrebbe comunque eliminato questi settori lavorativi, ha dichiarato in un’intervista lo stesso Autor, che sottolinea: “Un po’ dipende dalla globalizzazione [la perdita dei posti di lavoro N.d.T.], ma molto di più dal fatto che abbiamo sempre meno bisogno di lavoratori per fare lo stesso lavoro,” ha dichiarato l’economista, ed infine, “ sostanzialmente, oramai i lavoratori sono solo dei supervisori delle macchine.”

Quando Greg Hayes, amministratore delegato della United Technologies (multinazionale americana attiva in diversi settori, perciò detta, “conglomerata”) concordò nell'investire in tecnologia ben 16 milioni di dollari in una delle sue fabbriche “Carrier” (produzione ed installazione di impianti di climatizzazione e refrigerazione commerciale), come parte di un accordo con Trump, teso a mantenere alcuni siti industriali in Indiana, invece di delocalizzare in Messico, egli dichiarò che il denaro vero, il cosiddetto profitto, scaturisce sempre dalla robotizzazione.

E ultimamente ha dichiarato alla CNBC (stazione radiotelevisiva del New Jersey), senza tanti peli sulla lingua: “Quello che fondamentalmente vuol dire tutto questo è che avremo sempre meno posti di lavoro disponibili”.

Prendiamo l’industria dell’acciaio, ad esempio: sono stati bruciati 400.000 posti di lavoro, il 75% della sua forza lavoro, tra il 1962 ed il 2005. Ma le spedizioni non calano, secondo uno studio pubblicato lo scorso anno dall’American Economic Review. La ragione sta in una nuova tecnologia, detta “minimill”*. Per gli autori della ricerca, Allan Collard-Wexler della Duke University e Jan De Loecker della Princeton University, l’impatto di questa nuova tecnologia sul mercato è stato ed è ancora molto forte: pensiamo al controllo sulle pratiche gestionali, ma anche alle perdite di posti di lavoro nel Midwest, al commercio internazionale, ma anche agli stipendi, diminuiti sensibilmente.

Un’altra analisi redatta dalla Ball State University, ha attribuito la causa della perdita di posti di lavoro per il 13% circa agli scambi commerciali con gli altri paesi, e, per il restante, ad una crescente produttività, ma in virtù proprio della robotizzazione, quindi, si può dire, “drogata”. Il settore dell’abbigliamento è stato colpito maggiormente dal commercio internazionale, quindi dalla concorrenza di altri mercati – si evidenzia nello studio – mentre il mercato dei computer e della produzione di componenti elettroniche sono stati colpiti dai progressi raggiunti dalla tecnologia stessa.

Con il tempo, la robotizzazione ha avuto generalmente un lieto fine: mentre da una parte cancellava posti di lavoro, ne creava altri in settori differenti; ma alcuni esperti si preoccupano che questa volta potrebbe essere differente: anche se l’economia è migliorata, le attività ed i salari, per un grande segmento di lavoratori – in particolare uomini senza titolo universitario che di solito si dedicavano a lavori manuali – non hanno avuto una ripresa.

Daron Acemoglu, economista turco, nel numero di maggio di un periodico economico, si è imbattuto in una ricerca dalla quale ha appreso che, nel migliore dei casi, la robotizzazione lascia la prima generazione di lavoratori colpiti da questo processo di “modernizzazione” in una sorta di sbandamento, di stato confusionale, dal momento che ci si accorge d’un tratto di non avere le competenze necessarie per ricoprire mansioni e compiti più complessi.

Robert Stilwell, 35 anni di Evansville, nell’Indiana, appartiene a questa generazione: non si è diplomato alle scuole superiori ed in fabbrica costruiva parti di auto e di strumenti, le imballava e le caricava sui camion. Dopo essere stato licenziato, ha trovato lavoro come cassiere presso un minimarket, che ha voluto dire accettare un salario molto ridotto.

“Mi ero abituato ad avere un lavoro veramente molto buono e gratificante, e mi piaceva la gente con la quale interagivo, finché non sono stato superato da una macchina; a quel punto sono stato mollato,” questa la sua dichiarazione.

L’ultima occupazione di Dennis Kriebel, invece, è stata di supervisore in una fabbrica di profilati di alluminio, dove aveva passato dieci anni a forare parti per automobili e trattori; alla fine, circa cinque anni fa, ha perso il suo posto di lavoro per colpa di un robot.

Kriebel, ora cinquantacinquenne, afferma che “tutto quello che facciamo, può essere fatto anche da un robot, se quest’ultimo viene programmato da qualcuno in grado di farlo.” Ora Kriebel vive a Youngstown, in Ohio, la città a cui Bruce Springsteen ha dedicato una delle più belle ballate dell’album “The ghost of Tom Joad”**. Springsteen canta così: ”Seven hundred tons of metal a day/Now sir you tell me the world’s changed”… “Settecento tonnellate di metallo al giorno/Adesso, padrone, dimmi che il mondo è cambiato.”

Da allora, Kriebel sbarca a malapena il lunario facendo lavori occasionali. Purtroppo oggigiorno, in fabbrica, molte delle nuove mansioni richiedono competenze tecniche specifiche, e lui non ha un computer e neanche intende acquistarlo.

Esperti del lavoro affermano che esistono vari modi per aiutare i lavoratori nel periodo di transizione, una sorta di limbo, in cui hanno perso il lavoro e sono stati sostituiti dai robot: programmi di riqualificazione professionale, aiuto dai sindacati, la creazione di maggiori opportunità di lavoro nel settore pubblico, o un reddito minimo garantito più alto, maggiori detrazioni fiscali per i redditi da lavoro, e, per i lavoratori della prossima generazione, più corsi di laurea a disposizione. Lo scorso martedì, la Casa Bianca ha pubblicato un rapporto sulla robotizzazione e l’economia, in cui si propone una migliore formazione, dalla prima infanzia all’età adulta, un aggiornamento della rete di solidarietà sociale con strumenti come un salario assicurato, e così via; ma il neo presidente Trump, ha già dichiarato che le politiche di questo tipo che metterà in campo non saranno molte.

“Solo se permetteremo al mercato privato di robotizzarsi, senza alcun sostegno economico da parte dello Stato, otterremo la soluzione ad una serie di problemi, dall’immigrazione al commercio internazionale, persino al forte impatto della tecnologia,” ha dichiarato a suo tempo, l’economista Lawrence Katz, a capo dell’Ufficio Economico del Dipartimento del Lavoro, sotto la Presidenza Clinton.

I cambiamenti non hanno interessato solo il campo del lavoro manuale: i computer hanno imparato rapidamente a fare anche il lavoro dei “colletti bianchi”, e persino quello del personale del settore servizi. La tecnologia del momento, potrebbe automatizzare il 45% delle attività svolte da personale retribuito, secondo un rapporto di McKinsey, (società internazionale di consulenza manageriale) apparso nel mese di Luglio. A minor rischio sono i lavori che richiedono creatività, o la cura e la gestione di persone.

La lavoratrice di cui raccontavamo all’inizio, Sherry Johnson, ora in Tennessee, ha dichiarato che il suo lavoro preferito ed allo stesso tempo meglio retribuito ($8.65 l’ora) è prendersi cura dei cuccioli, in un rifugio per animali; questo è un lavoro che meno si adatta ad essere compiuto da una macchina: “Spero che un computer non riesca a fare tutto questo, anche se alcune macchine sono già in grado di cambiare la carta sporca delle gabbie e dare affetto ed attenzione ai cuccioli.”

Dal New York Times, Claire Cain Miller
Traduzione e cura di Francesco Spataro


Note
*In italiano mini-acciaieria. Stabilimento siderurgico che utilizza una particolare tecnologia (fornace ad arco elettrico) che lo rende più flessibile al mercato; per questa ragione viene usata questa tecnologia in periodi di sovrapproduzione o crisi del mercato.

**”Il fantasma di Tom Joad”, album del 1995 di Bruce Springsteen, dedicato al periodo della Grande Depressione USA, del 1929. Tom Joad, a cui è dedicato l’ album, è anche il personaggio principale del libro di John Steinbeck “Furore”, un bracciante che si trova a vagabondare per il Grande Paese ed a combattere la Grande Crisi economica che colpì gli USA dopo il crollo di Wall Street e che creò milioni di disoccupati.

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Almaviva. La proprietà procede con i licenziamenti. Fuori 1600 lavoratori della sede di Roma

La proprietà non ha sentito ragioni. Ha chiuso la sede romana di Almaviva e fatto partire le lettere di licenziamento per 1.666 lavoratori del call center. Dopo il rifiuto delle Rsu della sede di Roma all'ipotesi di accordo, c’era stato un referendum che aveva visto i lavoratori praticamente divisi a metà ma con una risicata maggioranza favorevole ad accettare l’accordo-capestro (valido tra l’altro solo fino al 31 marzo 2017). Alla luce dell’esito del referendum, il governo aveva riconvocato le parti ad un tavolo di trattativa, ma anche l'ultimo tentativo di mediazione del ministero dello Sviluppo economico è fallito. Il viceministro Teresa Bellanova ha giustificato l'inerzia del governo affermando che "purtroppo l'azienda ha avanzato difficoltà anche dal punto di vista della tenuta della procedura e, quindi, ha ribadito il mantenimento dell'accordo dei lavoratori di Napoli e il mancato accordo con Roma".

La sede di Roma è stata resa inattiva dall’azienda già dallo scorso 22 dicembre. La prospettiva è quella di una delocalizzazione dei servizi di Almaviva in Romania (una realtà con salari più bassi e minori "ostacoli sindacali") che pare essere sin dall'inizio l'obiettivo perseguito dalla proprietà. L'accordo siglato dalla rsu della sede di Napoli è valido fino al 31 marzo 2017, e nulla lascia prevedere che l'azienda abbia usato solo strumentalmente l'accordo per indebolire i lavoratori per poi procedere comunque ai licenziamenti e alla delocalizzazione. Emergono in modo clamoroso le corresponsabilità di governo e Cgil Cisl Uil nella svendita dei lavoratori Almaviva e nella totale subalternità alle decisioni della proprietà. "È successo tutto ed il contrario di tutto, sono stati completamente calpestati ed ignorati i nostri diritti, governo ed azienda son stati davvero bravi a mettere noi ex colleghi uno contro l'altro" scrive Lucia, una lavoratrice di Almaviva, "La Bellanova oggi parlava di incapacità di comunicazione tra le parti in causa, ma il governo dov'è stato in questi 75 giorni? Fino all'ultimo presi in giro, nemmeno un cavolo di ammortizzatore sociale ci è stato offerto, 1666 persone (e famiglie) non si mandano via così. Si è perso tutto, la dignità, la coscienza di classe... Il governo è stato abile a scaricare tutta la responsabilità sugli altri, sulle rsu che da molti ex colleghi oggi sono state insultate. Scusatemi, sono arrabbiata, delusa e preoccupata perché siamo stati trattati come dei numeri".

Intanto alcuni mass media chiamano in causa – impropriamente in questo caso – l'Usb nella vertenza Almaviva e soprattutto nella decisione della Rsu aziendale di Roma di respingere l'accordo-capestro. In un comunicato la Usb fa sapere che: "Alcuni TG e organi di stampa questa mattina attribuiscono alla nostra organizzazione la responsabilità del mancato accordo nella vertenza Almaviva che apre la strada a 1660 licenziamenti nel sito di Roma. USB invece non è mai entrata nella trattativa. La responsabilità della gestione della vertenza è tutta di Cgil Cisl e Uil e del MISE che, come ormai accade in ogni importante vertenza, neanche prova a mettere sotto pressione le aziende affinché ritirino i licenziamenti. USB, come sempre in ogni vertenza, avrebbe gestito ben diversamente questo drammatico confronto senza alcun cedimento e senza introdurre alcuna pratica di contrapposizione tra lavoratori. Mentre il Governo decide un importante stanziamento per salvare le Banche, lo stesso governo, assieme ai sindacati complici, non vuole entrare seriamente in campo per imporre soluzioni occupazionali per i lavoratori. A questo governo e a questi sindacati vanno quindi attribuite le responsabilità della drammatica conclusione di questa vertenza".

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Operazione Bluemoon. Eroina di Stato

Italia - Anni '70, disinformazione e criminalizzazione pubblica del tossicodipendente, screditamento sociale della generazione di giovani alternativi/antagonisti che faceva uso di sostanze, contrasto poliziesco alle droghe leggere e diffusione strategica dell'eroina, convertendo al suo consumo specifico centinaia di migliaia di persone, riducendo gli altri consumi e poi togliendo prima l'anfetamina e poi la morfina dal mercato (in un tempo in cui non c'erano nemmeno sostanze per affrontare le tossicodipendenze da eroina).

Un pezzo della guerra psicologica, dentro la guerra fredda, all'opposizione sociale più radicale. Una tesi da sempre denunciata, almeno nel suo carattere oggettivo, dai movimenti extraparlamentari alla fine degli anni '70, che trova alcune conferme anche all'ipotesi del coinvolgimento organizzativo e diretto dei servizi segreti occidentali, qualche testimonianza e qualche riscontro oltre a un illustre e accreditato precedente: l'operazione COINTELPRO che la CIA condusse contro le Pantere Nere e che prevedeva l'immissione massiccia di eroina nei loro quartieri di radicamento per demotivare e annichilire la loro base di reclutamento (documenti disponibili perchè a differenza che in Italia i documenti dei servizi americani vengono desecretati dopo un tot di anni).

Una strategia raffinata che naturalmente non inventa il fenomeno culturale e sociale del consumo di sostanze psicotrope, ma lo coglie pienamente e cerca di enfatizzarlo, direzionarlo e utilizzarlo in chiave consumistica e autodistruttiva per una generazione "troppo ribelle".
Quello che l'epica di Gomorra non ci racconta...

(Alfonso De Vito)

Sull'operazione Bluemoon vedi anche: qui




Ankara, timori e interessi sul confine siriano

Ricomposto un rapporto che poteva incrinarsi per l’omicidio eccellente dell’ambasciatore russo ad Ankara (rimasto comunque tuttora oscuro) l’establishment turco guarda al futuro prossimo della sua politica interna e di quella che si sviluppa appena oltre confine nel turbolento scenario siriano. In questi giorni si parla con insistenza d’un tavolo di colloqui da tenere ad Astana (Kazakistan) assieme ai due ferrei alleati di Damasco, Russia e Iran. Sul tema interviene il ministro degli Esteri turco che la prende larga, puntando il dito sugli Stati Uniti, poco amati da tutti gli interlocutori. Cavuşoğlu, con un’intervista rilasciata ieri a un’emittente del suo Paese, risolleva un argomento noto da mesi: il rifornimento di armi americane alle Unità di Protezione del Popolo che, difendendo i territori del Rojava, combattono l’Isis. Tali forniture, a suo dire, finirebbero anche nelle mani del Pkk, che dall’estate del 2015 ha riaperto un fronte interno di guerriglia con Ankara, spina nel fianco che preoccupa non poco l’esecutivo e l’onnipresente presidente. Il ministro fa notare l’affievolito impegno aereo americano a favore dello Scudo dell’Eufrate, visto che l’amministrazione Obama, ormai in uscita dalla Casa Bianca, ha puntato tutto sullo scontro di terra anti Isis per mano dei combattenti kurdi.

Al di là della denuncia, che dovrà fare i conti con le prossime decisioni del nuovo staff presidenziale statunitense in Medio Oriente, i possibili negoziati sulla Siria ruotano attorno a punti tutt’altro che convergenti fra gli interlocutori. Quello sul futuro di Asad risulta centrale e appare in totale discordanza. Finora Mosca e Teheran continuano a offrire un appoggio incondizionato (e interessato) al presidente siriano, mentre con le sue dichiarazioni Cavuşoğlu afferma non solo che nessun esponente del regime di Damasco dovrà sedere al tavolo in preparazione, ma nega che nel piano stilato di recente fra Erdoğan e Putin siano previste garanzie ad Asad per una conservazione del potere sino a elezioni venture. A suo giudizio la trattativa dei piccoli passi deve assicurare il cessate il fuoco fra i gruppi contendenti, senza che lealisti e opposizione partecipino al tavolo di discussione, né tantomeno i rappresentanti delle Ypg o del Pyd, seppure in prima linea contro i miliziani del Daesh. Nell’intervento tivù Cavuşoğlu si sofferma sul filo diretto stabilito da Washington coi guerriglieri kurdi, che potrebbero essere utilizzati dalle forze della coalizione anti Isis anche nella prevista offensiva di terra su Raqqa. Quest’impegno avrà certamente una contropartita, che preoccupa la dirigenza turca perché riguarderà la giurisdizione dei cantoni del Rojava, rafforzati militarmente e politicamente.

Per evitarne la continuità territoriale dall’agosto scorso la Turchia fa di tutto - l’ingresso del suo esercito a Jarabulus lo dimostra - e molte delle polemiche rivolte agli Usa in merito al supporto offerto alle unità combattenti kurde, riguardano proprio la volontà di Ankara di tenere isolate le enclavi di Afrin e Kobanê. Il controllo jihadista di Al-Bab, che separa le due aree, può a sua volta rientrare nei sotterfugi tattici presenti in ogni mossa compiuta dai vari contendenti nel conflitto dei cento e uno interessi perseguiti da ciascun attore di questo scontro. Così come i frazionamenti, reali e presunti, del cosiddetto Hêzên Sûriya Demokratik, l’alleanza multietnica e multireligiosa avviata quattordici mesi fa che somma alla consolidata guerriglia kurda del Rojava gruppi locali di combattenti arabi, assiri, armeni, ceceni. Obiettivo comune: la battaglia verso il cuore del Califfato che deve vedere nella presa di Raqqa un obiettivo centrale. Un’offensiva che sarebbe dovuta scattare dopo quella di Mosul, e che era annunciata sin dallo scorso novembre. Ma dietro lo scopo (davvero comune?) di piegare l’Isis, si celano i contrasti territoriali, minori sotto un’ottica militare, non sotto quella politica. Così si vocifera che Ankara abbia promesso aiuto ai peshmerga se quest’ultimi lanceranno attacchi nell’area di Sinjar, nel nord iracheno, dove stazionano unità operative del Pkk.

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Una via di fuga da noi stessi

Il filosofo italiano Giorgio Agamben ha pubblicato nel 2016, per le edizioni Nottetempo, un profondo e importante libro dedicato al Pulcinella di Giandomenico Tiepolo. Il titolo del volume (Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi) richiama espressamente la formula con cui il pittore, figlio del più noto Giambattista Tiepolo, volle definire le sue 104 tavole di disegni dedicati alla nota maschera partenopea. Già nel periodo 1793-1797 (anno della caduta della Repubblica di Venezia), l’artista, ormai anziano, aveva impiegato le proprie energie per affrescare con un Pulcinella innamorato e una Partenza di Pulcinella la propria villa di Zianigo, riservando quelle immagini alla decorazione di una piccola camera, forse destinata al riposo o alla meditazione. Come se Tiepolo volesse ricapitolare la propria vita attraverso una relazione intima e interlocutoria con Pulcinella. Poco dopo si dedicò alle 104 tavole del Divertimento per li regazzi.

In quei disegni Pulcinella è rappresentato in molteplici situazioni, a compiere mille mestieri o a divertirsi. Pulcinella nasce, si ammala, muore, risorge, viene processato, impiccato e poi graziato; un Pulcinella bambino impara a camminare e un altro a corteggiare le ragazze. E in ogni disegno non si ravvisa mai un solo Pulcinella, ma molti, reiterati omuncoli goffi in camicione bianco, maschera nera e cono mozzato sulla testa.

Forse l’anziano pittore percepiva l’esigenza di misurare la propria coscienza in rapporto al padre, che pure aveva rappresentato ampiamente la maschera napoletana, sebbene con accenti comico-mostruosi e meno enigmatici, oppure – più intimamente – intendeva riponderare in Pulcinella la propria vita, tracciare un bilancio d’esistenza. Comprendere questo momento simbolico, per Agamben, diventa occasione per un’importante meditazione filosofica.

Nei disegni del Tiepolo convivono espliciti richiami cristologici ma anche mitologici. In particolare, Pulcinella sostituisce in alcuni tratti la figura che Cristo aveva occupato in altri suoi lavori, ma più spesso quella dei satiri, esseri semi-umani che popolano l’immaginario del mondo classico. Nel riferimento a Gesù o al satiro, emerge dunque Pulcinella come ente intermedio, evanescente sintesi di spirito e corpo (in lui mai distinguibili), così come nella sua maschera è indecifrabile uno stato d’animo univoco: mai chiaramente comico, né tragico. Tale misteriosa ambiguità è la cifra filosofica di Pulcinella, che chiama in causa la nostra coscienza.

Secondo Agamben, quel personaggio rappresenta per certi versi la medesima funzione ricoperta dalla parabasi nel teatro greco, intesa come interruzione dell’azione scenica. Il coro o l’attore, nella parabasi, si toglie la maschera e fuori dalla narrazione esprime opinioni personali rompendo l’ordine della struttura scenica. Ma si tratta di una diversione che non conduce lontano dal senso dalla vicenda rappresentata. L’azione scenica – ritenuta scontata nei suoi sviluppi – viene interrotta per far posto a una via d’uscita che riconduce all’interno, all’originario, al senso autentico. Pulcinella è questa interruzione del dramma, come appare evidente dal suo motto: ubi fracassorium, ibi fuggitorium. Ma non è una fuga verso nuovi luoghi, è una fuga dentro sé stessi, che procede dal fuori al dentro, dalla scontata traccia di un’esistenza preconfezionata, a un’autenticità smarrita. Ma forse si tratta di una fuga impossibile.

Come ampiamente riconosciuto, esiste un forte legame tra il comico e il tragico. Il primo esprime l’impossibilità di uscire dal proprio carattere, mentre il personaggio tragico appare svincolato dal carattere ma prigioniero di un destino. E tuttavia, a ben leggere la relazione, il fato costituisce la struttura celata e misteriosa in cui è incastrato il carattere, il quale in fondo altro non è che l’espressione compiuta del proprio destino. Ma il Pulcinella di Tiepolo è al di qua del comico e del tragico, perché non ha carattere, e dunque neanche un destino. Scrive Agamben: “Pulcinella non è un sostantivo, è un avverbio: egli non è un che, è soltanto un come […] egli è la raccolta e quasi l’accozzaglia, al livello più basso, di tutti i tratti che caratterizzano i personaggi della commedia” (p. 53). Per questo nei disegni del Tiepolo egli non è individuo particolare, Pulcinella è sempre “masnada”.

Nel quarto capitolo del suo libro Agamben rievoca efficacemente il mito di Er. Nel racconto platonico le anime in procinto di incarnarsi in una nuova esistenza scelgono la propria nuova forma di vita. Possono preferire un’incarnazione animale o umana, un’esistenza da tiranno o da mendicante, da meretrice o da sapiente. Quel che non possono scegliere è la virtù, che dipende invece dal grado di desiderio, di amore che si prova per essa. I più, secondo il mito, scelgono la propria forma di vita sulla base dell’esperienza accumulata nella vita precedente, come l’anima di Agamennone, che avendo maturato disprezzo per il genere umano, decide di incarnarsi in un’aquila. Molti trascurano che in ogni forma di vita è implicito un destino, talvolta amaro, come capita a chi si avvede troppo tardi di aver precipitosamente scelto di diventare un potente tiranno, per ritrovarsi conseguentemente costretto a compiere atti malvagi. Ma la colpa è di chi sceglie – ammonisce il mito – il dio non c’entra.

Se la scelta del nostro carattere dipende dalla forza del passato, dall’abitudine, dall’adesione a un “tipo”, è come se scegliessimo, insieme a un modo di vivere, una vita già vissuta, per cui il vivere si conforma a un ri-vivere. In questi termini, il carattere che ci siamo scelti, l’identità che preferiamo, cui aneliamo, nel mondo auto-rappresentato, è un non-vissuto. Scrive Agamben: “la seità, l’essere sé, si esprime in un carattere o in un’abitudine. In ogni caso, in un’impossibilità di vivere” (p. 110).

Pulcinella non si ferma a uno stile di vita, ma nei disegni del Tiepolo li attraversa tutti, senza assumerne nessuno come destino. È come se entrasse in un carattere e ne fuggisse nello stesso istante. Vive senza costruirsi un’immagine della propria vita. Pulcinella, dunque, è privo di biografia e di memoria. Egli non s’interroga sul senso della propria vita, sui risultati raggiunti o mancati: “il segreto di Pulcinella è che, nella commedia della vita, non vi è un segreto, ma solo, in ogni istante, una via d’uscita” (p. 130).

Pulcinella è un modello inarrivabile. Se ogni tipo umano, o carattere, è pensabile e rappresentabile, perché corrispondente a un’idea, il dispositivo di fuga incarnato da Pulcinella, suggerisce Agamben, è come un’idea platonica, di cui non esiste la cosa.

Rispetto alle considerazioni riposte in questa raffinata analisi del Pulcinella di Tiepolo, aggiungerei qualche elemento critico: quand’anche prendessimo coscienza del grado di falsità e di rinuncia alla vita che è implicito in ogni nostra scelta di carattere, non riusciremmo a sottrarci a quella scelta. Questo è il tragico in noi, ma è un dramma che non scalfisce Pulcinella, il quale non ripudia l’avere una personalità per privilegiare l’adesione a una dimensione esistenziale animalesca o brutale. Pulcinella semplicemente fugge dal bivio attraverso una riconduzione dell’anima al corpo. Ma anche qui occorre evitare l’equivoco. Nonostante la sua origine gallinacea e la sua prossimità al mondo animale, Pulcinella vive la vita degli uomini, non delle bestie, e tuttavia riesce a vivere senza artifici ideali.

L’alternativa al dualismo tra corporeità e costrutto personologico non è la vita vegetativa, ma è quella dimensione di corporeità spiritualizzata o pensiero corporeo, in virtù della quale Pulcinella volteggia come un provetto trapezista, come nella carta n.46 del Divertimento per li regazzi, oscillando graziosamente tra cielo e terra. Pulcinella ci riesce, noi no.

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Quale futuro per l’Ucraina golpista?

L'Ucraina ha ricevuto dalla UE la seconda tranche – 55 milioni di euro – a fondo perduto, rientranti nell'accordo sottoscritto nel 2014 tra Kiev e Bruxelles per un aiuto di 250 milioni di euro. La donazione è stata decisa dalla Commissione europea, che ha valutato positivamente le riforme condotte da Kiev. Di quali riforme si tratta? Innanzitutto, della lotta alla corruzione, per cui il paese, secondo Transparency international, è al 130° posto, su 167 paesi considerati, per “Percezione della corruzione”. Ma forse l'elargizione rappresenta anche un riconoscimento per la proclamazione della “democrazia europeista”, confermata, tanto per fare un solo esempio, dagli oltre 100 miliziani della DNR prigionieri nelle carceri segrete ucraine. La responsabile per i diritti umani della DNR, Darija Morozova, ha parlato di circa 15 luoghi di detenzione segreti del SBU ucraino, denunciati anche dalla commissione ONU per i diritti umani, in cui sarebbero rinchiusi miliziani di DNR e LNR – ieri, un miliziano liberato, ha raccontato delle torture e delle percosse ricevute in uno di tali luoghi – e ha dichiarato che, dal momento che Kiev non manifesta la volontà di giungere allo scambio di “tutti per tutti”, la DNR è disponibile a scambiare “690 soldati ucraini contro 47 miliziani”.

I milioni di euro della UE rappresentano forse un “premio” ai nazisti di Pravyj sektor che ieri, ad esempio, hanno bastonato chiunque si azzardasse a portare fiori di fronte al consolato russo di Odessa, per la sciagura del Tu-154; o anche agli altri neonazisti del battaglione “Donbass”, il cui capo Semen Semenčenko aveva proposto il blocco totale del Donbass, rifiutato da Kiev solamente perché ciò “significherebbe una catastrofe energetica per l'Ucraina”. O costituiscono forse una “testimonianza in contumacia” di quanto stabilito nei giorni scorsi dal tribunale rionale Dorogomilovskij di Mosca che, su istanza dell'ex deputato della Rada ucraina, Vladimir Olejnik, ha riconosciuto i fatti del 2014 quale colpo di stato, sostenuto da USA e UE, giudicando illegittimo l'attuale regime ucraino. Regime che “trasforma l'Ucraina in un focolaio di instabilità in Europa e direttamente ai confini della Russia” dice la sentenza, sottolineando che in Ucraina “non vengono rispettati i diritti umani, si tortura, si uccide, ci si beffa delle vittime innocenti”. Chiamati a testimoniare, vari esponenti del deposto governo ucraino, rifugiati a Mosca, hanno ricordato le minacce UE in caso di mancata sottoscrizione dell'accordo di associazione e come tutti gli avvenimenti di majdan fossero diretti da funzionari USA, mentre istruttori georgiani, polacchi e dei Paesi baltici dirigevano i tiri dei cecchini, sia contro i manifestanti, sia contro la milizia del berkut. La ex Ministro della giustizia ucraina, Elena Lukaš, ha dichiarato la sentenza dovrà essere automaticamente riconosciuta dai 12 paesi, Ucraina compresa (tutte le ex Repubbliche sovietiche, meno i 3 Paesi baltici) che hanno sottoscritto la Convenzione del 1993 sulla difesa e i rapporti legali nelle questioni civili, familiari e penali.

Ma è in ogni caso difficile pronosticare per quanto ancora quegli stessi milioni di euro e di dollari riusciranno a tenere in piedi il regime golpista, tanto più ora che la priorità delle operazioni antirusse occidentali sembra concentrata su scacchieri più meridionali. La situazione economica e sociale è sempre più critica. Sebbene per il Global Sustainable Competitiveness Index del “SolAbility” l'Ucraina sia salita dal 86° al 64° posto, il “Fondo Blejzer”, citato da RIA Novosti, ritiene che il paese non riuscirà a risollevarsi dalle perdite del 17% del PIL subite negli ultimi due anni e sia destinato a diventare il più povero d'Europa, con una crescita del PIL nel 2017 non superiore allo 0,5%. Il politologo Andrej Suzdaltsev pensa che ben presto gli ucraini, col visto o senza, cominceranno a cercare opportunità in giro per l'Europa, ove si verificherà un'ondata di “profughi economici”, privi del diritto al lavoro e quindi ridotti in massa alla schiavitù del lavoro nero. E sarà forse così, ad esempio, per i tremila operai (e i circa centomila lavoratori dell'indotto) della Fabbrica di trattori di Kharkov, una delle maggiori in epoca sovietica, privatizzata nel 2004 e ora in completa dismissione.

Per i sondaggi ufficiali ucraini, il 69% dei cittadini ritiene che il paese vada nella direzione sbagliata e il 30% si attende solo un ulteriore peggioramento della situazione. Secondo il Centro “Parole e fatti”, Petro Porošenko non ha mantenuto i 4/5 dei suoi impegni elettorali, tra cui lotta alla corruzione, miglioramento della situazione economica e la promessa di disfarsi dei suoi affari, quali la “Roshen”, la Banca di Investimenti internazionali, la “Ukrprominvest-Agro”, il “Canale 5” e tutti gli affari offshore. D'altronde, ironizza il politologo Viktor Neboženko, “è un politico o un businessman? La sua situazione politica è tale che qualunque mutamento a favore del paese minaccia il suo potere personale e le gigantesche possibilità di arricchimento”, al pari degli affari dei suoi compari ai vertici di Procura generale, Banca centrale, Commissione energetica nazionale e altri feudi fonte di guadagni.

E' così che si stanno facendo sempre più affrettate e trasparenti le lotte, mai cessate, per fare lo sgambetto ai rivali politico-affaristici e candidarsi all'attenzione degli sponsor occidentali. Ex oppositori quali Vadim Rabinovič e Evgenij Muraev hanno fondato “Vita”, l'ex governatore di Odessa (ed ex presidente georgiano) Mikhail Saakašvili ha creato il “Movimento delle forze nuove” e a L'vov, il centro del centro del nazionalismo e del neonazismo ucraino, Nadežda Savčenko ha tenuto a battesimo la propria piattaforma civile, “Runa” (“Rukh ukraïnskogo narodu”: Movimento del popolo ucraino) che, a detta dei fondatori, si batterà per un mutamento del sistema politico ucraino contando sulla “autentica élite ucraina, non legata alle oligarchie”. Già in ottobre, la Savčenko era stata espulsa dalla frazione parlamentare “Patria”, dell'ex “martire” Julija Timošenko, ma la notizia è balzata alle cronache solo il 15 dicembre, dopo che l'ex correttrice di tiro del battaglione neonazista “Ajdar” si era incontrata coi leader delle Repubbliche popolari, Aleksandr Zakharčenko e Igor Plotnitskij, mentre “Patria” si dichiara categoricamente contraria a qualsiasi colloquio con DNR e LNR. Il 22 dicembre, poi, la Rada aveva escluso Nadežda dalla delegazione ucraina all'Assemblea parlamentare europea e anche dalla Commissione difesa della Rada. Così che lei, per non scomparire dal cono dei riflettori e tenere il piede su due staffe, si affretta a dichiarare che “il popolo sente che l'odierno regime non è meno criminale di quanto non fosse all'epoca di Janukovič”.

Ma è pur vero che “il popolo ucraino” sembra sì prendere le distanze dal “Blocco Petro Porošenko”, ma solo per avvicinarsi a “Patria”, che ha ottenuto il 33,5% dei voti alle elezioni territoriali del 11 e 18 dicembre, giocando sugli slogan della riduzione delle tariffe municipali. “L'insoddisfazione sociale ha raggiunto l'apogeo”, commenta il politologo Ruslan Bortnik, citato dalla Tass, aggiungendo che “Patria” e “Blocco di opposizione” agitano sempre più “l'idea di elezioni anticipate, sia presidenziali che parlamentari, senza attendere il 2019, soprattutto dopo che, con l'elezione di Trump, ci si rende conto che Porošenko sta perdendo l'appoggio dei partner americani” e, probabilmente, anche di Francia e Germania, con i prossimi cambi della guardia presidenziali.

Vagliando il tutto, insomma, par di assistere a una riedizione, in salsa ucraina, del riadattamento del primitivo programma sansepolcrista alla repubblica di Salò, con le potenze “amiche” che giocano il tutto per tutto per sostenere la propria marionetta e gli ex ras che sventolano progetti “sociali” di “lotta alla corruzione” e ai “vertici oligarchici”. Come se ognuno degli esponenti golpisti, dopo aver affamato il popolo per quasi tre anni in nome della “nazione ucraina”; dopo due anni e mezzo di guerra contro il popolo del Donbass in nome della “integrità nazionale”, salvo ora proporre la riforma che rappresentò la scintilla della guerra nel Donbass: lo status nazionale della lingua russa; dopo aver eroicizzato le peggiori espressioni del nazismo vecchio e nuovo, lautamente sponsorizzato dai diversi raggruppamenti oligarchici in lotta tra loro, cercasse oggi di proclamare al mondo che “non ero io quello che ammazzava i civili nel Donbass”, “non era a me che Akhmetov dava i soldi per combattere contro il clan di Kolomojskij”, “non guardate me se qualcuno è stato lautamente pagato da Porošenko e dal Dipartimento di stato per sventolare i denti di lupo e le croci uncinate e scoprire i monumenti a Stepan Bandera”.

Come in ogni regime fascista della storia recente, così anche in Ucraina i gerarchi si sono sempre preoccupati in primo luogo del proprio arricchimento personale, inneggiando al regime, salvo poi tentare la fuga quando non c'era più nulla da arraffare. Di fronte alla profonda crisi di fiducia che il popolo ucraino mostra verso i golpisti; di fronte alle aperte manifestazioni di malcelata insofferenza dello stesso Occidente, costretto a sopportare i “mantenuti” galiziani solo per la loro funzione antirussa, i golpisti di Kiev cominciano a fare alla luce del sole quello che per tre anni hanno fatto sottobanco: la lotta a coltello col rivale in affari, per mostrarsi più adatto del concorrente a continuare a recitare la parte del cortigiano devoto ai graziosi signori che siedono nelle cancellerie occidentali.

Chissà come andrà a finire, in un paese in cui il consigliere presidenziale Oleg Medvedev si “scervella” su tuitter se Ded Moroz e Sneguročka (Nonno gelo e Fanciulla della neve: il babbo natale russo e sua nipote) siano da considerarsi parte “della rete spionistica russa” e debbano “sottostare alla decomunistizzazione, in quanto retaggi del periodo sovietico”, oppure siano semplicemente eredità del folklore ugro-finnico, estraneo alla nostra cultura”.

Per ridurre il grado di contrapposizione sociale oggi esistente in Ucraina, scrive la Tass, servirebbe forse la pubblica rinuncia di Porošenko a ricandidarsi alla carica presidenziale; ma, afferma il deputato alla Rada Sergej Leščenko, “è molto dubbio che egli sia pronto a tale passo. Ciò vuol dire che ci aspetta una lotta per il potere che non lascerà pietra su pietra”. Appunto.

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