Presentazione


Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
Cerco

venerdì 30 settembre 2016

Right turn


L'Europa si specchia nell'abisso di Deutsche Bank

La nostra testata si occupa di Deutsche Bank da oltre cinque anni, qui un articolo del luglio 2011 Ufficiale, la Deutsche Bank scommette per aggravare il debito pubblico italiano – che preannunciava il rapporto tra la banca tedesca e l’attacco al debito sovrano del nostro paese, e ha seguito nel tempo diverse sue evoluzioni.
 
Non ci possiamo certo stupire di quanto sta accadendo, l’ennesimo cedimento del titolo dell’istituto tedesco che manda in flessione le borse europee, piuttosto possiamo registrare il fatto che la vicenda Deutsche Bank ha due tipi di soluzione. Entrambe legate a due fattori sistemici: la crisi delle banche europee, la crisi, più globale, della creazione di valore negli istituti bancari. Significativamente, proprio nelle ore in cui Deutsche Bank perdeva ulteriore quota, andando sotto i dieci euro per azione, l’edizione digitale di Die Welt rimarcava come stesse crescendo in Europa il settore dello shadow banking. Ovvero quel settore finanziario che, facendo servizi bancari (fideiussioni, assicurazioni, mutui, money market funding per limitare l’esposizione al rischio, finanziamento a opere per infrastrutture e diverse attività di rischio come i famigerati repo) toglie spazio al settore bancario tradizionale già eroso dai tassi bassi e dalle evoluzioni tecnologiche del banking. Die Welt segnalava infatti come un fatto ormai ineludibile (del resto negli anni ’90 lo shadow banking “pesava” per 9 milioni di credito nell’eurozona oggi quasi 25 nonostante la crisi del 2008): è sempre maggiore il peso dell’intermediazione finanziaria che sfugge alle autorità di regolazione continentale. Per questo la crisi di Deutsche Bank, che è stata stimata possedere il 10 per cento dei titoli tossici del pianeta, è ancora più forte.

Crisi delle banche europee, della produzione di valore bancario e concorrenza di nuovi soggetti, oltre alle tecnologie che sono destinata a produrre ulteriori mutazione nel settore, portano istituti come Deutsche Bank sull’orlo della crisi annunciata. Anche se, a loro volta, le banche dell’Eurozona hanno esposizioni dirette nei confronti del settore shadow banking per almeno l’8 per cento dei loro bilanci questo intreccio sembra, per loro, funzionare solo in negativo. Il settore istituzionale decresce e il settore bancario ombra cresce. Lo registravamo già nel 2012: “grande malato di questa crisi è il settore bancario. Il quale lo è sia nella sua cornice nota e istituzionale che nei suoi rapporti con lo shadow banking”.

Da allora, nonostante ulteriori pesanti interventi della Bce, niente è migliorato. E Deutsche Bank, sopravvissuta alla crisi del 2008 con pesanti interventi della Repubblica Federale Tedesca, ha continuato a produrre effetti negativi nel sistema bancario europeo, in quello finanziario e, in definitiva, in tutta la società continentale viste le severe politiche di bilancio imposte dal suo salvataggio (e pagate, in maniera diversa, da tutti gli stati). E’ presto, naturalmente, per dire se l’ultima oscillazione del titolo, che ha affossato le borse europee, sia in grado di creare choc sistemici. Di sicuro sono vere almeno tre cose: 1) in una situazione del genere qualcuno fa un po’ di guerra finanziaria, giocando su ribassi e rialzi, per guadagnare qualcosa (e con l’esplosione del trading automatico e dell’High-Finance Trading questo qualcuno ha armi sofisticate) 2) effettivamente Deutsche Bank è una bomba che potrebbe scappare di mano a chi la detiene 3) la banca potrebbe essere salvata ridimensionandola. Questo vorrebbe dire che la Germania rinuncerebbe agli investimenti di rischio? Non scherziamo: una parte considerevole degli asset dello shadow banking, il settore che cresce a detrimento di soggetti come Deutsche Bank, sono locati tra paesi alleati di Berlino (Olanda, Lussemburgo) o direttamente in Germania. Un ridimensionamento di Deutsche Bank rappresenterebbe solo una differenziazione del rischio sistemico. Oltre ad un bel bagno di sangue per risparmiatori e imprese, di fatto del continente, contribuendo a contrarre il già esangue Pil europeo.

Ma veniamo a un po’ di fatti. Il primo è che il titolo Deutsche Bank, di importanza sistemica, ha perso il 58 per cento del suo valore da inizio anno (fonte Handelsblatt). E, si badi bene non stiamo parlando di un titolo qualsiasi ma di questo. Si guardi la sproporzione tra il pil tedesco e il volume dell’esposizione in derivati di Deutsche Bank.

E’ comprensibile che le oscillazioni del titolo Deutsche Bank possano far tremare le borse. E anche Berlino, considerando che in Germania Deutsche Bank non è certo la sola, anche se è la più grossa, ad aver prodotto montagne di esposizioni in derivati. In più in questi giorni, un gruppo di hedge fund, fondi di investimenti aggressivi e importanti, ha lasciato Deutsche Bank, e i suoi servizi finanziari, considerandola indebolita e fuori mercato. Si capisce che, a parte le notizie gonfiate per favorire la guerra finanziaria e guadagnare speculando a breve, il problema strutturale esiste e si riverbera in tempo reale nei mercati globali. Due sono le interpretazioni dell’attuale momento (caduta del titolo da inizio anno e fuga di Hedge Fund). La prima è che Deutsche Bank ha maggiori riserve di liquidità che nel 2007, all’epoca del grande scossone sistemico del periodo, che ha una liquidity coverage ratio (liquidità da far intervenire in condizioni di stress finanziario) in linea con quanto richiesto dagli accordi Basilea III per prevenire le crisi sistemiche. Per questo, lo stesso Credit Suisse ritiene sovrastimato l’allarme di questi giorni. Questo non significa che in Germania non si vogliano vedere i problemi di Deutsche Bank: la Süddeutsche Zeitung ha parlato chiaramente di banca che deve diventare meno globale, meno globalmente sistemica, e più tedesca. In una operazione di ridimensionamento, e di salvataggio, che la riporti sotto il controllo tedesco e non in balia dei mercati globali. Operazione difficile, specie in un mondo finanziario dove le stesse banche centrali sono trascinate dai mercati, ma comprensibile.

Poi c’è la seconda interpretazione del fenomeno. Quella che stima la liquidità di Deutsche Bank di almeno 70 miliardi di euro al di sotto delle dichiarazioni ufficiali e che afferma che la liquidity coverage ratio può coprire le situazioni di stress per un mese. Dopo, in una situazione dove il titolo Deutsche Bank ha perso quasi il sessanta per cento di valore in un anno e quindi entro una dimensione permanente di perdite, comincerebbero problemi seri. Ma per chi? Semplice, come ha detto la stessa Goldman Sachs, Deutsche Bank sta al centro dell’intero sistema bancario europeo. Una seria, eventuale crisi tedesca si rovescerebbe su tutto il continente. Tra le stime che vedono una liquidità adatta a superare la crisi e quelle che affermano il contrario, si capisce, c’è una bella differenza. In ogni caso cambierà il rapporto tra sistema bancario e shadow banking, e lo stesso ruolo dei bilanci pubblici. Ampiamente sinistrati, con cascate di tagli in tutta Europa, dalla crisi del 2008. Per non parlare della geopolitica: gli Usa che hanno multato di 14 miliardi Deutsche Bank hanno fatto sentire il loro peso politico nella crisi e la stessa Turchia, come ammesso da stampa tedesca mainstream, si sta facendo vedere per dire la sua nel salvataggio di Deutsche Bank. L’Europa si specchia, in ogni caso, nella crisi di Deutsche Bank come quella di una inutile, barocca, cattedrale bancaria e finanziaria. Dove le somme, vertiginose e inimmaginabili, non servono che ad alimentare bolle, depressione economica e tagli ai servizi. E’ un prezzo da pagare alle divinità della moneta, del cui culto il continente non è ancora sazio.

Nella tragedia non manca naturalmente la farsa. Il governo italiano e i suoi, arruolatissimi, opinion-maker attendono buone nuove da Berlino. Ovvero che la crisi di Deutsche Bank permetta, di riflesso sulle misure eventualmente prese dal governo federale, di salvare la compagnia di giro del “management” delle banche italiane con un bel assegno pagato dai cittadini di questo paese. Non c’è nessuna strategia per il futuro, di un mondo bancario completamente mutato dall’inizio del secolo, nel governo Renzi. Far pagare, proprio in senso materiale, a tutti noi. Al limite un paese, in un’ottica di ristrutturazione e innovazione, ci potrebbe anche stare. Ma l’unica innovazione che conosce il governo Renzi è quella in materia di cazzate da raccontare a reti unificate. Capiremo alle prossime puntate se anche il guitto di Rignano sarà travolto o meno da delle ristrutturazioni che, in un senso o in un altro, non sono, classicamente, questione di “se” ma solo di “quando”.

Redazione, 30 settembre 2016

Fi-renzi. Spersonalizza il referendum aprendo la campagna elettorale?

Se i suoi spin-doctor gli avevano consigliato di separare il referendum dal suo governo, forse non si erano spiegati bene. L’apertura della campagna referendaria per il Sì di ieri sera all’Obihall di Firenze è il solito one-man show a cui Renzi ci ha già abituato.

Un migliaio di persone per ascoltare l’ex-sindaco, segretario del partito, premier e primo portavoce della riforma costituzionale. Certo non tanti dato che Renzi “giocava in casa” e ci si aspettava il pienone, come dimostra il divertente retroscena filmato da Repubblica in cui vengono portate via dalla sala intere file di seggiole altrimenti destinate a rimanere poco scenograficamente vuote. Se sono segnali di una progressiva disaffezione verso il premier e il governo è ancora presto per dirlo, ma sicuramente le sparate di questi ultimi giorni (tra cui l’evergreen di ogni sparata governativa dal 1864 a oggi: il ponte sullo stretto!) non stanno giovando alla causa “riformista”.

Giusto nella mattina Renzi parlava di conquistare i voti di destra parlando nel merito dei contenuti del referendum, un’affermazione totalmente contraddittoria nei suoi stessi termini, in quanto a rigor di logica se la riforma costituzionale si spiegasse così bene da sola i suoi supporter non sarebbero certo divisi fra destra e sinistra. Il governo, i giornali ma anche molti intellettuali “neutri” sbraitano che una riforma costituzionale è troppo importante per legarla alla tenuta o caduta di un governo, e che bisogna studiarla, discuterla e infine votarla proprio nel merito.

Questo merito appare però raramente nello spettacolo fiorentino, nel cui flusso di coscienza rientrano i funerali di Peres, la legge elettorale, le solite stoccate contro D’Alema, le strumentali critiche all’Europa e lezioni di geografia a Di Maio, dal pulpito di uno che confonde l’eccidio nazista di Marzabotto con una battaglia.

Tutto finisce nel calderone mediatico di Matteo, fino alle sue vecchie foto di quando era sindaco di Firenze, evidentemente anche quelle saggiamente proiettate per “spersonalizzare” il referendum.

Il merito della riforma viene quindi schiacciato nei due video-spot elettorali presentati alla fine del comizio: un’anziana signora che continua a ripetere che si vota sì, se no non cambia niente, e un bambino che chiede all’Italia di cambiare, perché da grande vuole diventare un inventore ma non vuole emigrare, scenetta che richiama – più che le reali lotte dei giovani che si oppongono al furto dei cervelli – un noto sketch di Maccio Capatonda.

L’apertura di Firenze sarà solo la prima di tante tappe che vedranno Renzi girare l’Italia per spiegare la bontà della riforma. Spetterà dunque anche al fronte del NO adeguarsi alla campagna referendaria: se volere continuare a sbugiardare soltanto le falsità che vengono detti sui singoli articoli costituzionali o se impegnarsi per smontare l’intero castello di carte, fatto di minacce e terrorismi vari anche da parte di istituzioni straniere e internazionali, in cui il governo sta cercando riparo insieme alla sua maldestra riforma costituzionale.

Fonte

Deutsche Bank, un’autobomba nel cuore dell’Unione Europea

Il cielo è nero sopra Berlino. Abituati a dare lezioni a tutti in materia di finanza e debito, l'establishment tedesco si trova ora in una posizione molto scabrosa. La banca principale della Germania – non a caso chiamata Deutsche Bank (DB) – sta crollando in borsa per la terza volta in pochi mesi. Drammatica, ieri sera, la scivolata sulla piazza di Wall Street, dove ha lasciato il 6,7% in poche ore.

La causa occasionale di questo tracollo, che anche oggi sta trascinando al ribasso tutte le borse mondiali, è stata fornita dalla notizia – diiffusa da Bloomberg, agenzia molto attendibile – che una decina di hedge fund hanno deciso di abbandonare la “posizioni” su Deutsche e investire altrove. La banca tedesca ha provato inutilmente a minimizzare, asserendo che i soli hedge fund che hanno partecipazioni in DB sono 800. Il problema è che i partenti sono tra i più grandi del settore: tra loro Millennium Partners, che gestisce 34 miliardi di dollari, Rokos capital Management (4 miliardi) e Capula Investment Management (14 miliardi). Quindi è un segnale potente, che ha messo in movimento tutti i lemmings del mercato, scatenando la fuga di massa.

All'origine – anche qui occasionale – c'è la multa di 14 miliardi sentenziata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti per disinformazione neI confronti dei clienti, cui sono stati venduti titoli cartolarizzati legati ai mutui subprime, senza ovviamente avvertirli. Una truffa in piena regola, praticata anche da altre banche Usa, già regolarmente condannate. L'entità della multa ha nuovamente sollevato dubbi sulla possibilità di DB di far fronte a questa e cento altre cause in giro per il mondo, anche perché il Fondo Monetario Internazionale ha di recente pubblicato un rapporto in cui si definisce questa banca come una delle più rischiose a livello sistemico («il più rilevante contribuente netto ai rischi sistemici tra le banche di rilevanza sistemica globale, seguita da Hsbc e Credit Suisse»). Per due motivi: la sua elevatissima interrelazione con il sistema finanziario globale e l'entità della propria esposizione in prodotti finanziari derivati di assolutamente incerto valore: 15 volte il Pil tedesco, oltre 50.000 miliardi di euro, duemila volte il valore di borsa della banca a giugno, quando il rapporto è stato reso noto. Ma da allora ha perduto un altro 30% del valore azionario...

Una cifra inconcepibile, che rende ogni raffreddore di Db una possibile polmonite per l'intero mercato finanziario, in primo luogo europeo. Come spiegava sempre il Fmi, «La Germania ha bisogno di studiare se i suoi piani di risoluzione delle banche sono applicabili, dal punto di vista, ad esempio, della tempestiva valutazione delle attività da trasferire, dell’accesso continuo alle infrastrutture dei mercati finanziari e dalla possibilità delle autorità di assicurare controlli su una banca con tempi di risoluzione di pochi giorni, con l’imposizione, se necessario, di una moratoria». Col bail in, insomma, non andrebbero lontano...

In queste ore il prestigioso settimanale Die Zeit sta rivelando che il governo tedesco sta studiando diverse opzioni di salvataggio della banca, incluso l'acquisto di almeno il 25% delle azioni. La circostanza è stata prontamente smentita dal portavoce di Angela Merkel, ma ci sono ragioni fin troppo evidenti per negare decisamente quel che non è possibile che non stia accadendo. Il governo di Berlino non può disinteressarsi del caso delegando la soluzione "al mercato", ma non può neanche intervenire in modo troppo diretto ed evidente.

I sondaggi locali dicono che il 70% dei tedeschi è assolutamente contrario ad usare soldi pubblici per salvare le banche, ben ricordando il prezzo già pagato – nel 2008-09 – per un'operazione massiccia dello stesso tipo ma di dimensioni probabilmente inferiori. Non va peraltro dimenticato che in condizioni altrettanto critiche si trova anche la seconda banca di Germania, Commerzbank, dunque l'eventuale via libera al salvataggio pubblico sarebbe particolarmente oneroso.

Un ostacolo certamente gigantesco per una cancelliera che tra un anno è attesa dalle elezioni politiche, e soprattutto per l'establishment politico di Berlino (Cdu più Spd), che ormai sente il fiato sul collo degli euroscettici di Afd sulla destra e della rediviva Linke sulla sinistra.

Ma l'ostacolo più grande resta comunque l'Unione Europea, la folle creatura senza testa politica legittimata, che governa ormai di fatto i 27 paesi che ne fanno parte (e soprattutto quelli che hanno adottato la moneta unica). Qui proprio la Germania ha imposto il divieto di salvataggio pubblico delle banche (ricordiamo il recente caso di Banca Etruria e altre tre banche locali, praticamente fallite nonostante le innumerevoli truffe operate nei confronti degli ignari clienti). Dunque chiedere per sé un'eccezione significherebbe aprire il vaso di Pandora della riscrittura di alcuni trattati, mentre ogni paese si precipiterebbe intanto e immediatamente a risolvere per proprio conto ogni problema aziendale e/o finanziario.

Un caos bancario che si andrebbe in un attimo a sommare a quello – mal gestito e potenzialmente distruttivo – dei flussi migratori e dei rifugiati.

Come si vede, una banca di quelle dimensioni non è solo un problema di economia...

Fonte

Il confine Siria-Turchia e la variabile curda

di Francesca La Bella

Analizzare un contesto di guerra può creare problemi di comprensione per la velocità in cui mutano alleanze e bilanciamento dei poteri sul campo. A seguito dell’arretramento delle forze dello Stato Islamico da alcune roccaforti con Manbij, dell’attacco del Governo siriano contro le forze curde Ypg a Hasakah e dell’invasione turca prima a Jarabulus e poi nelle aree circostanti, le milizie curde e le Sdf alleate hanno acquisito una posizione centrale nel destino dell’area settentrionale della Siria.

Non stupisce in questo senso che, mentre si profila la battaglia per Raqqa, gli Stati Uniti si trovino a confrontarsi con la necessità di trovare una mediazione con le forze Ypg per il prosieguo della campagna anti-Is. E’ notizia di queste ultime ore la richiesta da parte curda di alcune concessioni in cambio della partecipazione alla campagna verso l’autoproclamata capitale dello Stato Islamico: riconoscimento del progetto federale per il Rojava, coinvolgimento del Pyd nei negoziati di Ginevra e armamento diretto delle forze Ypg da parte della coalizione a guida statunitense.

La lotta contro l’Is, collante di un fronte spesso disunito e con interessi divergenti potrebbe, in questo senso, essere il viatico per il riconoscimento della legittimità di un Governo Regionale curdo nei cantoni posti lungo il confine turco-siriano. La composizione etnica di queste aree e le vittorie militari sul campo hanno permesso al Pyd ed alle milizie curde Ypg e miste Sdf di avviare un processo di autogoverno che, guidato ideologicamente dal Confederalismo Democratico di Abdullah Ocalan, trova sempre maggior sostegno in questi territori.

Il censimento della popolazione è uno dei passaggi principali operati in questa direzione. Gli attori dell’area, pur mantenendo contatti con la controparte curda hanno, però, più volte provato a delimitare il campo d’azione curdo in modo da mitigare l’effetto contagio su altre popolazioni e altre aree territoriali. Le motivazioni sono molteplici e diverse a seconda dei soggetti in analisi.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti il supporto alle Ypg sembra essere funzionale sia al contenimento di un nemico difficilmente incasellabile nelle categorie classiche di combattimento come lo Stato Islamico sia alla ridefinizione delle alleanze all’interno della Siria, dopo la quasi totale scomparsa dell’Esl e delle forze di opposizione ad Assad. Un’alleanza strumentale resa maggiormente chiara dopo il fallito colpo di Stato in Turchia che, però, non potrebbe avere futuro qualora il contesto d’area dimostrasse una palese contrapposizione al progetto Rojava.

L’indebolimento dei legami con Ankara non ha, infatti, impedito al Segretario di Stato americano di “invitare” le milizie curde a non superare la linea dell’Eufrate come non sembra essere in discussione il legame preferenziale tra Washington ed Erbil. Per quanto spesso non risulti evidente, il Krg ha, infatti, un ruolo molto importante anche nelle dinamiche interne alla Siria. Il Governo Regionale del Kurdistan Iracheno, da un lato, è il primo esempio di autogoverno curdo ed è frutto di un intervento militare internazionale contro uno Stato sovrano. Il Krg guidato dalla famiglia Barzani è, però, anche modello di una possibile convivenza con Paesi come la Turchia con la quale, grazie a ingenti investimenti infrastrutturali e ad un costante flusso petrolifero, è stato garantito il mantenimento dello status quo d’area.

Il Confederalismo Democratico del Rojava, invece, rientrando a pieno titolo nell’idea di organizzazione propagandata dal Pkk e dal Kck, pone una questione di legittimità sia agli Stati Nazionali sia al modello di Governo liberista e familistico del Krg.

Allo stesso modo, guardando al fronte Russia-Siria-Iran possiamo trovare un filo conduttore nelle scelte strategiche nei confronti delle forze curde. La capacità di porsi come terza via tra Assad e opposizioni fin dai primi mesi di guerra e di resistere indistintamente agli attacchi da entrambe le parti, ha reso evidente la capacità di mobilitazione e di intervento dei gruppi curdi. Per quanto le vittorie di Ypg e Sdf contro lo Stato Islamico, abbiano permesso a Damasco ed ai propri alleati di concentrarsi maggiormente su altre aree del Paese con minore dispersione di uomini e mezzi, inoltre, l’opzione di una futura Siria federale mina alle basi il progetto di Stato centrale forte da sempre sostenuto dal governo Assad.

Allo stesso modo, per quanto riguarda Teheran, la presenza di una consistente minoranza curda all’interno dei confini iraniani, induce il governo a temere che una definitiva vittoria dei curdi siriani possa costituire un pericoloso precedente. Parallelamente, però, la componente curda, negli anni, è diventata di estrema rilevanza per la regione e il timore che possa schierarsi apertamente contro il governo centrale ha portato ad una politica di contenimento più che di contrapposizione.

In questo senso l’incontro tra rappresentanti del Pyd e membri del governo siriano nella base russa di Khmeimim a Latakia il 18 settembre, nonostante l’allontanamento dovuto alle incursioni governative ad Hasakah, mostrerebbe come la collaborazione bellica possa continuare ad esistere anche in mancanza di un comune progetto per il futuro.

L’attore che maggiormente teme una vittoria curdo-siriana è, però, la Turchia. A fronte di un fallimento pressoché totale del tentativo di mediazione politica con il Pyd sul modello dei rapporti tra Ankara e Krg, la guerra per procura in territorio siriano attraverso il finanziamento di gruppi islamisti come Jabhat al Nusra non ha dato i risultati sperati. L’assedio di Kobane da parte dell’Is e la chiusura dei confini ai profughi da parte turca hanno, invece, portato ad un rafforzamento del dialogo intra-curdo e ad un nuovo protagonismo del Pkk. Il timore di un effetto a catena che investa ancor di più il territorio turco è tale da aver indotto, dopo il fallito colpo di Stato, ad un formale riavvicinamento a Russia, Siria e Iran ed allo sconfinamento in territorio siriano con l’operazione a Jarabulus, ufficialmente contro lo Stato Islamico.

In un contesto in cui Rojava mostra, seppur a guerra in corso, che il confederalismo democratico è un’opzione plausibile e percorribile, Ankara teme che i curdi-turchi riescano a far fronte alla repressione e ad avviare anche in Turchia forme di autogoverno regionale.

Il bilanciamento delle alleanze sembra, dunque, dipendere più da contingenti scelte tattiche e da strategie di lungo periodo, che da una vicinanza ideologica o politica tra le parti. In questo senso se la guerra dovesse finire, il progetto di una nuova Siria potrebbe aprire nuove fratture e nuove contraddizioni per tutto il Medio Oriente.

Turchia: stato d’emergenza perenne e caccia agli artisti ‘terroristi’

Poco dopo la proclamazione dello stato d’emergenza in Turchia, a seguito del maldestro e fallito golpe del 15 luglio scorso, vari esponenti del regime islamo-nazionalista turco avevano promesso che sarebbe durato meno dei tre mesi previsti e che una volta fatta ‘pulizia’ nell’esercito e negli apparati pubblici dagli odiati gulenisti la situazione sarebbe tornata alla normalità. Ma poi, qualche settimana fa, lo stato d’emergenza è stato prolungato ed ora le dichiarazioni del ‘sultano’ lasciano intendere addirittura che il prolungamento possa durare un anno. D’altronde nel paese si rincorrono voci e allarmi, per lo più alimentati da esponenti del regime, sul fatto che non sia del tutto scongiurato un nuovo tentativo di golpe. “Il governo spargendo queste voci sogna di rendere permanente il regime dello stato d'emergenza", afferma l'avvocato per i diritti umani Efkan Bolac.

Intanto di fatto lo stato d’emergenza è stato raddoppiato ed esteso fino ad ottobre su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale (MGK) presieduto dal presidente Erdogan, secondo il quale la misura si rende necessaria “per proseguire in modo efficiente le misure mirate alla protezione dei diritti e delle libertà dei cittadini". Ai critici il ‘sultano’ ha risposto che anche nella democratica e rispettata Francia "è applicato lo stato d'emergenza da un anno senza che nessuno trovi qualcosa da ridire". Ora la palla passa al Consiglio dei Ministri che però è sotto lo stretto controllo del capo dello stato dopo il repulisti interno all’Akp e allo stesso esecutivo iniziato anche prima delle purghe post putsch.

Nel corso degli ultimi due mesi, grazie agli speciali poteri concessi al governo e al presidente in particolare grazie allo stato d’emergenza, il regime ha imposto 8 decreti legge – che però saranno in vigore solo finché si prolungherà l’emergenza – che hanno permesso la più imponente purga mai effettuata nella società turca, portando al licenziamento e all’espulsione di decine di migliaia di dipendenti e amministratori pubblici e statali, alla chiusura di centinaia di scuole e università e di decina di media dell’opposizione, tutti accusati di avere legami con le organizzazioni capeggiate dal predicatore e magnate Fethullah Gulen (che, secondo le accuse, dal suo esilio statunitense avrebbe ispirato o addirittura orchestrato il tentativo di colpo di stato estivo) oppure con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan.

Secondo i dati forniti recentemente dal ministro della Giustizia di Ankara Bekir Bozdag – e quindi probabilmente sottostimati – attualmente ben 32 mila persone si trovano in stato di detenzione per motivi politici, ed altre 70 mila sono state denunciate e inquisite, molte delle quali sono già passate per i commissariati e le prigioni del paese o ci passeranno presto. Il numero di persone colpite dalla repressione è così alto che, ha annunciato lo stesso Bozdag, il regime ha deciso di costruire un nuovo maxi tribunale in grado di ospitare migliaia di imputati nel distretto di Sincan, nella capitale Ankara.

E, ovviamente, purghe e arresti proseguono quotidianamente senza sosta. La Procura di Istanbul ha emesso recentemente altrettanti mandati d'arresto per 87 impiegati di tre tribunali della metropoli sul Bosforo e per altri 75 dipendenti di diverse carceri nel Paese. Le operazioni delle forze di sicurezza per arrestare coloro che sono oggetto dei mandati di cattura sono iniziate all'alba di oggi in tutto il Paese. Gli imputati sono accusati di aver usato "l'app ByLock", di "aver effettuato transazioni verso conti correnti della Bank Asya, adesso chiusa", e di aver avuto "un ruolo attivo nelle finanze dell'organizzazione" legata a Fetullah Gulen, di cui il regime continua a chiedere con forza agli Stati Uniti l’arresto e l’estradizione.

Nei giorni scorsi le autorità turche hanno licenziato 87 agenti dei servizi segreti (Mit) per gli stessi motivi. Sempre nei giorni scorsi a finire in manette erano state altre 121 persone, arrestate nel corso di una retata condotta in ben 18 province diverse. Tra i ricercati, ci sono dirigenti della nota ong 'Kimse Yok Mu' (C'è nessuno?), a lungo utilizzata dallo governo di Ankara per condurre alcune iniziative di solidarietà all'estero.

Le autorità turche hanno anche bloccato le trasmissioni di ben 10 canali tv che utilizzavano la lingua curda, tra i quali Zarok Tv, il primo canale per bambini in curdo. La stessa sorte è toccata anche a due stazioni radio che trasmettevano in turco ed in curdo e considerate vicine al movimento di liberazione curdo.

Tra le vittime della repressione indiscriminata c’è anche l’artista e giornalista Zehra Dogan, finita in manette lo scorso 27 luglio insieme a 46 suoi colleghi mentre le autorità chiudevano tre agenzie di stampa, 16 canali televisivi, 45 giornali, 15 riviste e 29 case editrici. Zehra Dogan, direttrice dell’agenzia di stampa femminista Jinha, è nota per i suoi dipinti che ritraggono le distruzioni e le sofferenze inflitte dall'esercito turco nelle città del sud-est a maggioranza curda prese di mira negli ultimi mesi dai bombardamenti e dalla repressione indiscriminata. Contro di lei pende ora la grave accusa di collaborazione con il Pkk, che potrebbe costarle parecchi anni di prigione.

Fonte

430 MLN accantonati da IIT? Cingolani: «Un risparmio di sana gestione»

«…. non ci sono le risorse … per adesso stiamo anticipando lavoro gratuitamente» dice il Direttore scientifico dell’IIT. Eppure, il Governo ha stanziato, per Decreto Legge, 80 milioni a favore dell’istituto genovese. «Parliamo di questi 430 milioni di euro che sono piazzati da qualche parte? … Perché non l’avete spesi?» chiede Iacona. Ecco la risposta di Cingolani: sono in un conto infruttifero in Banca d’Italia: «lo Stato lo può utilizzare per la Ricerca, per gli esodati, per gli stadi, sono affari suoi. Io non posso accedere a quel fondo». Eppure risulta agli atti che IIT può pagare stipendi e fatture prelevando mensilmente. Sempre Iacona: «Perché non l’avete spesi?». Cingolani: «Ma veramente la gente pensa che io possa iniziare senza laboratori con 500 persone … il risparmio è stato fatto in dodici anni». Eppure, la tesi dei “risparmi dei primi anni” dopo la nascita di IIT nel 2003 non regge. Nel periodo 2010-2015, IIT deposita 115 milioni sul conto in Banca d’Italia e ha pure titoli e altri conti. Quel fondo «Non lo state utilizzando, sta lì … Guardando la situazione in cui lo Stato fa fatica a finanziare i PRIN … 100 milioni per tre anni …» incalza Iacona. Cingolani: «Rimane il fatto che è un risparmio di sana gestione». Chi ascolta questo botta e risposta non può fare a meno di domandarsi: chi e cosa detta l’agenda del più grande investimento in ricerca che si ricordi da almeno 10 anni?

Segnaliamo un interessante video che, punto per punto, evidenzia i punti lasciati aperti dalle risposte che il Direttore dell’IIT ha dato a Riccardo Iacona nel corso dell’intervista andata in onda nella puntata di Presa Diretta dedicata alla Ricerca Tradita.


Iacona: Ma perché l’ha richiesto a voi? Perché non l’ha richiesto al MIUR, perchè non lo
ha richiesto …

Cingolani: No, non ne ho la più pallida idea.

I: … cioè a un altro ente di ricerca, perché voi? No, perché questo è il primo punto della critica della procedura, sin dall’inizio.

C: La critica è infondata perché non ci sono le risorse.


C: E’ stata chiesta un’idea, quindi per adesso stiamo anticipando lavoro gratuitamente.

I: Ho capito, ma l’idea è tutto. Cioè chi ci garantisce, per esempio, che l’idea sua migliore di altre.

C: Viene valutata a livello internazionale dopo che è stata servita a chi l’ha chiesta.


I: Quindi lei avrebbe fatto così se fosse stato Ministro?

C: Se io fossi stato colui che governa mi sarei posto il problema cinque anni prima.

I: Se la cosa fosse stata pensata prima si poteva fare bene tutto?

C: Assolutamente.

I: Cioè lei avrebbe fatto, se fosse stato Martina …

C: Ma certamente. A tempo debito, sarebbe stato assolutamente normale fare una chiamata per idee.


C: L’ho messo in piedi io …

I: … perché le hanno chiesto così.

C: Perché mi hanno chiesto così.

I: Un po’ fatto “all’amatriciana” diciamo, perché c’era fretta. Posso dirlo almeno questo?

C: Allora, io non discuto la ricetta. Io posso dire che se mi chiedono di fare un progetto, io lo faccio
“to the best of my knowledge“. Ed è esattamente quello che ho fatto con l’IIT.

I: A lei l’hanno chiesto e lei l’ha fatto. Però la critica alla procedura adottata dal governo c’è e c’è tutta.

C: Se io avessi voluto fare il politico, mi sarei fatto votare. Non l’ho fatto, quindi francamente è una
responsabilità che volentieri non mi prendo.

I: Bravo.

C: Io sono un impiegato dello Stato, faccio quello che dice lo Stato. L’unica cosa su cui non mi convinceranno mai è il fatto che io debba fare l’obiettore di coscienza rispetto a chi mi paga lo stipendio. Questa è una boiata.


I: Parliamo di questi 430 milioni di euro che sono piazzati da qualche parte?

C: In Banca d’Italia. Tesoreria.

I: Nella Banca d’Italia? In un conto infruttifero?

C: Certo. In Banca d’Italia, non è nostro.

I: Ecco. Perché non l’avete spesi?

C: Adesso sono io che faccio una domanda: se avessi preso auto blu o investito in immobili …

I: No, poteva investirli nella ricerca però.

C: Ma non è … questa cosa che viene detta è tipica di chi non capisce come funziona la ricerca.
Ma veramente la gente pensa che io possa iniziare senza laboratori con 500 persone …

I: Ma sono passati anche dodici anni eh … il risparmio è stato fatto in dodici anni.

C: No, questo risparmio è stato fatto finché siamo andati a regime. E rimane in Banca d’Italia.


C: Quello lo Stato lo può utilizzare per la Ricerca, per gli esodati, per gli stadi, sono affari suoi. Io non posso accedere a quel fondo.


I: Non lo state utilizzando, sta lì.

C: No, io non lo utilizzo.

I: Guardando la situazione in cui lo Stato fa fatica a finanziare i PRIN …

C: Certo.

I: 100 milioni per tre anni …

C: Infatti secondo me dovrebbe prenderlo.

I: Oppure potrebbe dire, lo Stato, non do i 100 milioni all’anno per 4 anni ad IIT …

C: E’ diverso, perché… va benissimo, va bene anche questo. Va bene anche questo. Rimane il fatto che è un risparmio di sana gestione.

NdR: I commenti nel video contengono un’inesattezza: al minuto 2.43 la citazione dal Corriere è del 26 gennaio 2015. Il resto, ahinoi, è tutto vero

Fonte

Ovviamente, articoli e servizi del tenore di quello qui sopra vanno sempre considerati come del tutto interni agli steccati della cultura e del sistema dominanti, non a caso gli esempi più o meno virtuosi portati sono costantemente quelli del mondo anglosassone o tedesco.
Per capirci meglio, degli autentici miracoli cubani - nel settore sanitario - non si fa menzione alcuna così come non si pone l'accento sul fatto che insieme alla Germania, l'altro principale esportatore di prodotti manifatturieri ad alto contenuto tecnologico sia la Cina che fa su scala più ampia quello che in Italia si è fatto fino a quando il ruolo di traino nello sviluppo del paese lo ha avuto l'industria pubblica, quindi tutta roba perfettamente interna alla logica capitalista, ma non a quella neoliberale in voga dagli anni '80, guarda caso inizio del declino italiano...

Russia: dai “democratici” degli anni ’90 ai liberali

Sono passati più di dieci giorni dalle elezioni per la Duma, che hanno visto il partito presidenziale “Russia Unita” assicurarsi 343 deputati su 450 e, nei dibattiti televisivi serali, mentre gli esponenti dei partiti sconfitti accusano i rappresentanti di quello vincitore, di condurre una politica governativa filooccidentale, i secondi, senza sentirsi minimamente offesi, sottilizzano trattarsi invece di una politica liberale. Gli unici a sentirsi lesi sono i liberali dichiarati, che non hanno raccolto nemmeno il minimo di voti per mandare un rappresentante alla Duma.

“Il Ministero delle finanze uccide la Russia”, titolava pochi giorni fa il sito tsargrad.tv. Il tema non è nuovo: a febbraio gli assegni ai pensionati non più occupati furono indicizzati solo del 4%, invece che del 13%, secondo l'inflazione del 2015 e da tempo si parla della possibilità di non indicizzare affatto, per tre anni, gli assegni ai pensionati che continuano a lavorare. Ora il discorso verte sui pensionati che, lavorando, guadagnano più di 500mila rubli l'anno, circa 42mila rubli al mese. Vero è che, secondo cifre riprese anche dal PC russo, oltre due terzi di lavoratori guadagna poco più (e certe volte molto meno) di 15mila rubli al mese. Però, nota tsargrad.tv, è un fatto che il cosiddetto “blocco economico-sociale del governo stia da tempo sabotando le direttive più importanti del Presidente”. Difficile stabilire esattamente quanto reale sia la contrapposizione tra “ministri liberali” e presidente, soprattutto sulle questioni della politica economica; di fatto, da mesi sono fermi gli stipendi di insegnanti e operatori della sanità e “si riducono i contributi assistenziali agli strati più indifesi della società”. Secondo l'economista Mikhail Deljagin, la proposta del Ministero delle finanze di indicizzare di 36 rubli (0,5 euro) gli assegni per i minori invalidi non è altro che “la prosecuzione della politica liberale di Egor Gajdar”, forse la figura più tristemente rappresentativa del corso eltsiniano negli anni tra il 1991 e il 1994.

“Da 4 anni e mezzo continua il sabotaggio delle normative. Sono 4 anni e mezzo che nessuno è stato toccato e tutti i liberali sono al proprio posto. Nessuno fa i conti con loro ed essi continuano a distruggere l'economia, con metodo", dice Deljagin, che ricorda come nel maggio 2012 Putin avesse emesso la direttiva sull'aumento di stipendio per insegnanti e medici. Ma “il governo ha agito in modo semplice: ha preso i soldi dalle regioni e ha poi scaricato su di esse l'obbligo di attuare il decreto. Come risultato, alcune regioni hanno contratto debiti per attuarlo, altre hanno ridotto il numero di insegnanti e medici e altre ancora hanno fatto entrambe le cose”. Il peggio è, sostiene Deljagin, che i soldi così risparmiati su invalidi, medici, insegnanti, non giacciono fermi da qualche parte, ma "per lo più sono investiti in titoli dei nostri avversari strategici, USA e paesi dell'Unione Europea”.

Anche la presidente della Banca Centrale, Elvira Nabiullina, sembra ripercorrere la strada dell'ex-ministro delle Finanze Aleksej Kudrin: “la politica degli anni '90, di strangolamento dell'economia russa per mezzo di una fame artificiale di denaro – avrebbe favorito l'esportazione dal paese di 150 miliardi di $ – per ridurre l'inflazione a un livello da cimitero. L'intero blocco economico-sociale dello stato è costituito da persone che continuano la politica degli anni '90. Si accentrano le entrate nelle mani del centro federale e si scaricano gli impegni sociali sulle regioni. Se si crea una classe di miliardari, che servono gli interessi del business occidentale, essi sono ufficialmente i proprietari del paese. Se si concentrano tali mezzi colossali in mano a così pochi, vuol dire che bisogna derubare tutti gli altri. L'1% delle famiglie possiede il 71% delle attività private del nostro paese". Secondo le statistiche ufficiali, nel 2015 il livello dei consumi si è ridotto del 10% ma, “tenendo conto del dimezzamento dell'inflazione e del fatto che lo strato superiore delle persone nella nostra società non fa che diventare sempre più ricco, ne risulta che per il 90% dei cittadini lo scorso anno il livello dei consumi si è ridotto del 25%".

Deljagin ricorda come, nei Paesi baltici, con una simile politica, la popolazione si sia ridotta di un quarto; oggi in Russia 20 milioni di persone hanno redditi inferiori al minimo di sopravvivenza: “si tratta di lavoratori, non di pensionati; viene loro garantito quel minimo di sopravvivenza e, con la costante riduzione di quel minimo, sono destinati a morire. Con l'Olocausto furono uccise 6 milioni di persone; il prezzo in termini demografici delle riforme liberali nel nostro paese, solo negli anni '90, è stato di 12 milioni di persone”.

A questo riguardo, Vladimir Timakov afferma che il picco nel crollo delle nascite è già stato superato, ma che comunque, giunta a età riproduttiva la scarsa generazione degli anni '90, intorno al 2050 la popolazione russa sarà ridotta a circa 120 milioni, rispetto ai 146 attuali: effetto delle “riforme liberali” dell'epoca eltsiniana che, secondo i demografi, fecero registrare anche una mortalità record, negli anni '90 e 2000, superiore di circa 7 milioni alla media degli anni '80. L'anno più critico fu il 1994, paragonabile per mortalità al 1946; con la differenza che nel 1946 le persone morivano di fame, mentre nel '94 per il generale deterioramento della situazione socio-economica: quell'anno sono morte più di 600mila persone oltre la media, afferma Timakov. A ciò va aggiunto il forte calo di natalità, il cui picco fu registrato nel 1999, con 820mila bambini meno della media: 1,14 figli per madre. Oggi l'indice è risalito a 1,80 ma, in ogni caso, se oggi nascono 1,9 milioni di bambini, si prevede che intorno al 2026-'27 ne verranno al mondo 1,4 milioni. E sembra influire poco (appena per il 6%) anche il cosiddetto “capitale di maternità”, l'assegno concesso dal governo a partire dal secondo figlio: secondo i demografi, se qualche effetto positivo può aversi in provincia, nelle grandi città l'alto costo degli alloggi incide sulla decisione di non fare figli. Nel complesso, la forte crisi demografica degli anni '90 e seguenti fu dovuta al brusco peggioramento del tenore di vita e dell'assistenza sanitaria; alla sostanziale eliminazione delle vaccinazioni: nel 1992-1994 morirono 5.000 bambini solo di difterite, una malattia prima scomparsa. Nel complesso, a paragone degli anni '80, negli anni “eltsiniani” le perdite sono state di 12 milioni di bambini in meno e 7 milioni di morti in più: ogni giorno, in quegli anni, la popolazione si riduceva di 2000 unità. Anche paragonate alle litanie liberali sui “costi umani” del periodo sovietico, le “conquiste democratiche” eltsiniane fanno impallidire: secondo la storiografia ufficiale, sarebbero stati 8 milioni i morti nei cinque anni di guerra civile, soprattutto per malnutrimento e malattie, cui si aggiungono da 2 a 6 milioni per la carestia del 1921 e da 8 a 14 milioni per la carestia di inizio anni '30. A cifre tonde, circa 28 milioni di persone, considerate tutte le repubbliche dell'Urss; negli anni '90, quasi 20 milioni, tra morti e non nati, nella sola Russia indirizzata sulla via “democratica” dai consiglieri USA, all'epoca di casa a Mosca.

Andrej Ivanov, sul sito del PC Operaio Russo, sintetizza ciò che da tempo è diventata un'affermazione diffusa: i cittadini russi stanno impoverendo a velocità impressionante. Secondo il primo ministro Dmitrij Medvedev, “il consistente rallentamento del ritmo di crescita ha avuto inizio molto prima del calo dei prezzi del petrolio e delle sanzioni anti-russe" e oggi il PIL sarebbe a livello del 1990. Ma Medvedev avrebbe dovuto dire anche che la sostanziale deindustrializzazione del paese, denunciata con insistenza dai comunisti e l'affidarsi in pratica al solo export energetico, se arricchisce inverosimilmente gli oligarchi del settore, fa sì che il bilancio consolidato gennaio-agosto, a fronte di entrate per 17 trilioni, abbia registrato uscite per 18 trilioni e se le entrate da prodotti non energetici sono aumentate di 900 milioni rispetto allo scorso anno, quelle da prodotti energetici sono diminuite di 3 trilioni.

Tra i “rimedi” proposti, oltre la non indicizzazione delle pensioni, l'aumento delle tariffe comunali al livello dell'inflazione, fino a tutto il 2019: un metodo efficace per confermare una situazione che va avanti da quindici anni. Secondo sociologi comunisti dell'Università di Piter, il cosiddetto “coefficiente Gini” – pur con tutte le limitatezze del metodo – di differenziazione dei redditi (da “0”, differenziazione nulla, a “1”, massima differenziazione) ha registrato un balzo dallo 0,26 del 1991 allo 0,40 del 2004, fino allo 0.42 del 2012. Secondo il Global Wealth Report stilato dal Credit Suisse su dati non dei redditi, ma della ricchezza, nel 2012 l'indice Gini per la Russia era dello 0,84. Nella suddivisione generale dei redditi, il peso percentuale di quelli da “attività imprenditoriale” è salito dal 2,7% del 1985, al 3,7% del 1990, fino al 11,7% del 2004 e poi sceso al 9,7% del 2009; quelli da proprietà, da 1,6% del 1985, al 8,9% del 2005 e 8,2% del 2009; mentre i redditi da lavoro sono scesi dal 77,2% del 1985 al 65,2% del 2009. Già agli inizi della “rivoluzione” eltsiniana, secondo l'Istituto “Indipendente di Politica Sociale”, il peso reddituale del 20% di popolazione più povera si era dimezzato (dal 11,9% del 1992 al 6% del 1992) continuando poi a scendere ulteriormente fino al 5,3% del 1994, per “stabilizzarsi” al 5,6% nel 2002-2003. Nello stesso periodo, il rapporto tra gli introiti del 10% di “lavoratori” meglio pagati e il 10% di quelli peggio pagati è balzato da 3 nel 1991 a 30-40 volte intorno al 2000, per tendere successivamente a una relativa stabilità, intorno alle 26 volte, a partire dal 2003. Se l'economista Andrej Kolganov pare minimizzare, parlando di un'economia russa non “a pezzi: semplicemente ristagna; è sceso il livello di vita delle persone, l'occupazione non è in buono stato, la domanda interna si è ridotta”, ecco che a luglio il 41% (il 36% un anno fa) di intervistati nei sondaggi dichiarava entrate appena sufficienti per il cibo. Političeskoe Prosveščenie scrive che la caduta dei redditi ha raggiunto il massimo dalla crisi del 2008: ad agosto erano diminuiti del 8,3% su base annua, influendo su ciò anche la mancata indicizzazione delle pensioni e dei salari nel pubblico impiego, mentre sale il numero di lavoratori messi in aspettativa senza stipendio.

Non per questo, però, pur se i tentativi dei lavoratori di organizzarsi autonomamente, vengono sanzionati, spesso fisicamente, mancano le resistenze. Il sito web dei comunisti del VKPB, che settimanalmente pubblica una panoramica del movimento operaio, per il periodo tra l'11 e il 20 settembre ricorda lo sciopero di lavoratori petroliferi nel territorio di Khabarovsk, senza stipendio da tre mesi; picchetti operai a Kirov contro licenziamenti e ritardi nelle paghe: il trust del gas “Jamalstrojgazdobyča” deve 70 milioni di rubli di arretrati ai 900 dipendenti. A Omsk hanno scioperato gli operai di un'impresa di costruzioni in fase di liquidazione, in arretrato da maggio di 3 milioni, con 23 compagni di lavoro licenziati. Azioni di protesta e meeting in numerose città della Russia, da Mosca a Vladivostok, anche tra funzionari e collaboratori dell'Accademia delle Scienze, contro la riduzione di stanziamenti al settore scientifico.

Pravda.ru scrive della “Classe operaia dimenticata”: salari pagati in nero, a rate e con mesi di ritardo; condizioni di lavoro pietose; si viene lasciati a casa senza stipendio o chiamati solo per qualche giorno; in alcune imprese straniere non c'è pausa pranzo; rapporti da medioevo tra padrone (o direttore) e operai; dove c'è lavoro, si fanno anche 250 ore al mese più gli straordinari; si tagliano i premi di produzione previsti; il tutto col consenso dei sindacati ufficiali.

In breve, tutte delizie a noi ben note: il paradiso liberale dispensa la stessa beatitudine a tutte le latitudini.

Fonte

Dal tramonto all’alba

“Siamo sull’orlo di un evento che segnerebbe la fine dell’Occidente (sotto la guida americana)”. Ad affermarlo non è un militante antimperialista né un protocampista. E’ Martin Wolf, uno dei maggiori editorialisti del Financial Times in un articolo uscito mercoledì. Wolf accredita lo status di evento scatenante alla possibile vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali statunitensi. “L’imprevedibilità è il marchio di fabbrica di Trump e del suo approccio transnazionale... sarebbe un cambiamento di regime per il mondo intero... la sua presidenza non renderebbe grande l’America, al contrario, potrebbe mandare in pezzi il pianeta”, scrive Wolf.

Tra le righe del suo editoriale leggiamo però qualcosa di molto più pesante di un semplice endorsement per Hillary Clinton o l’ennesimo appello a fermare le variabili impazzite nelle leadership dell’Occidente (in fondo, Berlusconi è stato in questo quasi un precursore).

Per Wolf – e non solo per lui – è l’intera architettura, la sovrastruttura ideologica e psicologica mondiale, che rischiano di saltare se gli Usa non avranno più una guida sostanzialmente simile a tutte quelle che l’hanno preceduta. “Molti hanno sempre guardato con sospetto alle motivazioni degli americani, però pensavano che sapessero come si gestisce un sistema capitalista: la crisi ha mandato in frantumi questa fiducia”.

Il XXI Secolo dunque non sarà più il “Secolo americano”? Di questo si vanno convincendo e dunque preoccupando in molti, soprattutto nel campo nemico. Ma è una domanda che deve porsi con rigore (e non con atteggiamenti da tifoseria) anche chi per tutta la vita si è opposto al principale polo imperialista mondiale, perché delinea un passaggio che segna in ogni caso un cambiamento di fase storica. Altrettanto epocale del passaggio di consegne della leadership mondiale dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti o della “caduta del Muro” (da cui è ormai passato oltre un quarto di secolo...).

Almeno tre generazioni sono cresciute e si sono formate all’insegna della subalternità o della lotta al modello statunitense in campo economico, ideologico e militare. Una egemonia contrastata fino al 1991 dall’esistenza di quello che è stato definito il “socialismo reale” in una parte del mondo e da movimenti di liberazione anticoloniale, vittoriosi fino al 1979. Con la violenta controffensiva scatenata negli anni ’80 a tutti i livelli, gli Stati Uniti avevano giocato tutte le loro carte: da quelle più brutali degli interventi militari a quella ideologica del nesso inscindibile tra prevalenza della proprietà privata, individualismo, consumi e democrazia fino al totem della forza “progressiva” di una globalizzazione finanziaria a guida statunitense con cui imbrigliare e conformare l’intera comunità umana su questa pianeta.

La dissoluzione dell’Urss nel 1991 aveva fatto dire al politologo statunitense Francis Fukuyama che “la storia era finita” e che il capitalismo reale a guida Usa poteva ritenersi la sintesi massima dello sviluppo umano in tutte le sue forme. Non era la prima volta che un temporaneo vincitore si guardava allo specchio e immaginava di rendere eterno quell'attimo di gloria, dimenticando che nella Storia ogni arrivo è solo un punto di partenza.

Eppure l’allarme sulla fragilità di questo scenario lo avevano suonato proprio i neocons statunitensi, con un documento riservato pubblicato nel 1992 sul Washington Post, che anticipava i temi, le ambizioni e le preoccupazioni che saranno risistematizzate otto anni dopo dai pensatori più reazionari nel Pnac (il Progetto per un Nuovo Secolo Americano), che supportò ideologicamente lo scatenamento della guerra infinita in Afghanistan, Iraq, Medio Oriente e Libia.

I neoconservatori statunitensi, nonostante la vittoria storica degli anni Novanta, intuivano il rischio del declino Usa e temevano come la peste “l’emersione di potenze rivali che possano mettere in discussione il primato statunitense nel mondo”. Alla luce di quello che stiamo vedendo, possiamo dire che avevano intuito bene, ma le guerre scatenate dalle amministrazioni statunitensi dal 1991 in poi non sono servite a fermare questo declino, né ad avviare una duratura controtendenza.

Ai primi di settembre era stato l’esperto strategico del Corriere della Sera, Franco Venturini, a disegnare uno scenario sconfortato del vertice del G20 a Huangzou, in Cina. Un Obama che rischia di essere ricordato come “il presidente che ha perso il Medio Oriente”, la Turchia di Erdogan uscita più forte dal fallito golpe sobillato dai “fratelli coltelli” nella Nato, una Russia tornata protagonista della scena internazionale con l’intervento in Siria che ha stoppato le velleità dei nemici del governo Assad, con il riavvicinamento con la Turchia e la politica dei fatti compiuti sulla Crimea, una Cina che non è crollata sul piano economico come ipotizzavano (e speravano) molti osservatori internazionali. Venturini spera che lo scenario dei prossimi anni non corrisponda a queste tendenze. “L’America è necessaria, e ha ragione Robert Kaplan quando dice che un declino americano sarà sempre relativo. L’Europa deve salvarsi, elettori e migranti permettendo. Russia e Cina devono essere tanto forti da accettare anche compromessi scomodi”, scrive l’editorialista del Corriere. “Deve nascere, in definitiva, un ordine multipolare capace di gestire le tensioni di un dopo-Muro che è stato sin qui sinonimo di stragi e di impotenze. Comprese quelle del G20”.

Mercoledì, infine, in una intervista al Corriere della Sera, è stato Carlo De Benedetti ad affermare che “Siamo alla vigilia di una nuova, grave crisi economica. Che aggraverà il pericolo della fine delle democrazie, così come le abbiamo conosciute” (vedi l’intervista e il commento del nostro Dante Barontini su Contropiano di mercoledì). Anche l’Ingegner De Benedetti vede come una jattura l'eventuale vittoria di Trump alle elezioni statunitensi, ma sottolinea soprattutto che “Oggi proprio la progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia; senza che si sia risolto il problema della stagnazione. Peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerity in un periodo di piena deflazione, il che equivale a curare un malato di polmonite mettendolo a dieta”.

Insomma tre analisi “catastrofiste” in pochi giorni, da parte di esponenti rilevanti dell’establishment e sui loro principali strumenti di orientamento, sono qualcosa di più di “tre indizi che fanno una prova”. Emerge piuttosto la consapevolezza (oltre alla paura) che il piccolo mondo antico stia finendo anche per i capitalisti, ormai abituati a muoversi, decidere e agire in un sistema di alleanze, valori e parametri economici/ideologici dominante perché efficace e senza più avversari all'altezza. I padroni non controllano più il mondo come prima, “fan finta di sapere” diceva una canzone.

Ancora Martin Wolf ci ricorda che la quota di ricchezza prodotta dai paesi occidentali, sul totale del Pil mondiale, scenderà dal 64% del 1990 al 39% del 2020. Un processo che non avviene per una redistribuzione della ricchezza su basi di classe, ma dentro nuovi rapporti economici, politici e di forza nel mondo che vedono declinare gli Usa e i loro alleati storici. Gli stati europei, soprattutto.

Il problema è che nessun imperialismo dominante ha accettato di declinare senza ricorrere a tutti i mezzi per evitarlo. In questi 25 anni si sono accaniti sui salari e sui lavoratori per raspare margini di profitto sempre più sottili; si sono dedicati al saccheggio sistematico delle risorse dei paesi più deboli e hanno riempito il mondo di carta straccia pomposamente chiamata “prodotti finanziari”. Adesso stanno liquidando anche la democrazia rappresentativa che doveva rappresentare il “valore aggiunto” intrinseco dell’economia di mercato, il fiore all'occhiello che legittimava qualsiasi porcata.

La partita che si sta aprendo non è e non sarà una battaglia di opinioni ma lotta per la sopravvivenza e la trasformazione come necessità della sopravvivenza. La cui soluzione, come spiegava Marx, non può che essere “una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o la rovina comune delle classi in lotta".

Non si scherza più, se mai si è scherzato. Il tramonto sta scendendo, ma l'alba non arriverà da sola...

Fonte

La Fornero non si tocca, i pensionati come il bancomat

La sostanza dell'accordo è che la Fornero non si tocca. Il catastrofico innalzamento dell'età pensionabile resta tutto a fare i suoi danni alla condizione di lavoro e alla occupazione. Si potrà andare in pensione prima solo se si vincerà la lotteria dei lavori usuranti. Pochi saranno scelti tra coloro che hanno già 41 anni di contributi. Oppure se le aziende ti manderanno via come esubero. Oppure se ti indebiterai per 20 anni con quel raggiro usuraio che è l'APE.

Il solo risultato che viene sbandierato è la quattordicesima aumentata o elargita per la prima volta a circa tre milioni di pensionati con i redditi più bassi. A parte il fatto che gli aumenti non sono quelli vantati dalla propaganda, ma molto inferiori e legati al reddito complessivo del pensionato, c'è da chiarire che i soldi per questo piccolo risultato vengono direttamente dai tagli di tutte le altre pensioni per tutti gli altri pensionati.

L' ultimo comma del verbale firmato da Cgil Cisl Uil rinvia al 2019 la questione del taglio delle indicizzazioni delle pensioni. Come tanti ricordano nel 2012 Elsa Fornero si era commossa in pubblico mentre annunciava che avrebbe bloccato la rivalutazione delle pensioni rispetto all'inflazione. Nel 2014 la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale quella misura. Il governo però, come da abitudine, non ha rispettato la sentenza e ha dato solo piccole mance a una platea ridotta di pensionati. Sono in corso molte cause e diversi giudici hanno già rinviato di nuovo il contenzioso alla Corte.

Ora governo e Cgil Cisl Uil concordano che se ne riparli nel 2019, nel frattempo milioni di pensionati continueranno a perdere soldi. Per un ammontare calcolato a suo tempo dallo stesso governo in almeno 10 miliardi. Ora siccome tutta la manovra pensionistica, secondo Poletti, costa 6 miliardi si può ben affermare che il bancomat pensionati ha permesso al governo di farsi bello prima del referendum e di intascare 4 miliardi di resto...

Il governo ormai lo conosciamo con i suoi trucchi. La cosa che davvero ci indigna è il degrado di Cgil Cisl Uil, che hanno abbandonato la loro già moderatissima piattaforma per fare da stampella a Renzi. E alla Fornero.

Fonte

Shimon Peres non fu un “costruttore di pace”

I grandi del mondo stanno in queste ore omaggiando un loro storico pari grado. La fanfara della menzogna risuona da un lato all'altro del globo. Sulla figura di Shimon Peres ci sembra perciò necessario pubblicare il seguente impietoso ritratto scritto da Robert Fisk, uno dei più famosi inviati di guerra, pubblicato sul britannico The Indipendent.

Tradotto da Vercinge Torige, che naturalmente ringraziamo. Buona lettura.

*****

Shimon Peres non fu mediatore di pace. Non dimenticherò mai la vista dei corpi bruciati ed il sangue che grondava a Qana

Peres disse che il massacro si presentò come “un’ amara sorpresa”. Era una bugia: le Nazioni Unite avevano avvisato ripetutamente Israele che il campo era gremito di rifugiati.

di Robert Fisk

Mercoledì, 28 settembre 2016.

Quando al mondo è pervenuta la notizia della morte di Shimon Peres, tutti hanno esclamato: “Il mediatore di pace!” Ma quando io ho saputo che Peres era morto, ho pensato a sangue, fuoco e ad una carneficina; ad un massacro.

Io ne ho visto gli effetti: bambini fatti a pezzi, rifugiati che gridavano dal dolore, corpi bruciati... fumanti. Era una località di nome Qana e la maggioranza dei 106 corpi – la metà dei quali erano bambini – ora giacciono sotto le macerie del campo delle Nazioni Unite dove sono stati fatti a pezzi dalle granate Israeliane nel 1996. Ero in un convoglio di aiuti umanitari delle Nazioni Unite proprio a sud del villaggio Libanese. Quelle granate fischiavano proprio sopra le nostre teste, abbattendosi sui rifugiati stipati sotto di noi. Andò avanti così per 17 minuti.

Shimon Peres, candidato a Primo Ministro di Israele – posto ereditato quando il suo predecessore Yitzhak Rabin fu assassinato – decise di incrementare le sue credenziali militari, proprio il giorno prima delle elezioni assalendo il Libano. Il Premio Nobel per la pace usò come pretesto il lancio di razzi Katyusha oltre il confine libanese da parte di Hezbollah. Di fatto i razzi furono lanciati in risposta alla morte di un ragazzo libanese, causata da una bomba-trappola, che si sospettò essere stata lasciata da una pattuglia Israeliana. Ma tutto questo non era importante.

Pochi giorni dopo le truppe israeliane entrarono in Libano, nella zona di Qana, e per rappresaglia aprirono il fuoco nel vicino villaggio. Le prime granate colpirono un cimitero usato da Hezbollah; il resto fu riversato direttamente nel campo dell’Esercito Figiano delle Nazioni Unite, dove avevano trovato rifugio centinaia di civili. Peres rese noto: “non sapevamo che in quel campo erano concentrate centinaia di persone. E’ stata un’amara sorpresa.”

Era una bugia. Gli Israeliani avevano occupato Qana per anni, dopo la loro invasione nel 1982, avevano un video del campo, e durante il massacro del 1996 fecero volare addirittura un drone sopra il campo - un fatto questo che negarono, finché un soldato delle Nazioni Unite non mi diede un suo video del drone, i cui frames furono pubblicati dall’Independent. Le Nazioni Unite avevano ripetutamente avvertito Israele che il campo era pieno di rifugiati.

Questo fu il contributo di Peres alla pace in Libano. Perse le elezioni e, probabilmente, lui non penso più a Qana. Ma io non mai dimenticato.

Quando giunsi al campo delle Nazioni Unite, il sangue scorreva a fiumi attraverso i cancelli. Ne potevo sentire il puzzo. Bagnava le nostre scarpe e ci si appiccicava come fosse colla. C’erano gambe... c’erano braccia ovunque; e c’ erano bambini senza testa... e c’erano teste di anziani senza corpo. Il corpo di un uomo pendeva, in due pezzi, da un albero che stava bruciando. Quello che era rimasto di lui era in fiamme...

Sui gradini di una baracca sedeva una ragazza; stringeva una mano d’uomo coperta di peluria grigia, il braccio di lei a circondargli le spalle, dondolando il cadavere stretto nelle sue braccia avanti ed indietro. Gli occhi dell’uomo la fissavano. Si lamentava, gridando e piangendo, ancora ed ancora: “Mio padre, mio padre.” Se è ancora viva – perché negli anni seguenti doveva esserci un altro massacro a Qana questa volta da parte delle forze aeree israeliane – dubito, che la parola “mediatore di pace” sarebbe mai stata pronunciata dalle sue labbra.

Ci fu un’inchiesta delle Nazioni Unite che stabilì, anche se blandamente, che non era credibile, che una carneficina del genere potesse essere solo un “incidente”. Il rapporto delle Nazioni Unite fu accusato di anti-semitismo. Molto tempo dopo, una coraggiosa rivista isrealiana pubblicò un’intervista ad alcuni soldati dell’artiglieria che parteciparono all’incursione di Qana. Un ufficiale si riferì alla gente del villaggio come a “solo un pugno di Arabi” (“arabushim” in ebraico). “Ne morirono solo pochissimi di Arabushim... non c’è nulla di male in tutto questo,” citarono testualmente sulla rivista. Quasi allo stesso modo, il capo dello staff di Peres, senza alcuna preoccupazione, cinicamente, dichiarò: “Non conosco altre regole di gioco, né per l’esercito israeliano, né per i civili...”

Peres chiamò la sua invasione del Libano con il nome di “Operazione Furore”, che – se il nome non fu ispirato dal romanzo di John Steinbeck – deve per forza di cose provenire dal Libro del Deuteronomio. “La spada all’esterno ed il terrore all’interno,” recita nel capitolo 32, “distruggeranno sia il giovane che la vergine, il neonato e l’uomo dai capelli grigi.” Può esserci una descrizione migliore per quei 17 minuti a Qana?

Ricordando il conflitto Israele – Gaza

Si, naturalmente, Peres era cambiato negli ultimi anni. Fu rivendicato che anche Ariel Sharon – i cui soldati osservarono senza batter ciglio il massacro nei campi di Sabra e Chatila da parte dei loro alleati Cristiano Libanesi nel 1982 – fu un “costruttore di pace”, alla sua morte. Ma almeno non ricevette il Premio Nobel.

Peres negli ultimi tempi divenne il difensore della “soluzione dei due stati”, anche se le colonie Ebraiche in terra di Palestina – che egli una volta sosteneva con così tanto fervore – continuano ad aumentare. Ora dobbiamo chiamarlo “costruttore di pace”. E contare, se ne saremo capaci, quanto spesso la parola “pace” sarà usata nei suoi necrologi nei prossimi giorni. Quindi contare quante volte appare la parola Qana.

Fonte

Il 21 e 22 ottobre a Roma sarà “No Renzi Day”

Un vasto raggruppamento di organizzazioni sindacali di base, movimenti civili e sociali, organizzazioni politiche, militanti della lotta per la democrazia, il lavoro e l'ambiente, partigiani, ha dato vita al COORDINAMENTO PER UN NO SOCIALE ALLA CONTRORIFORMA COSTITUZIONALE.

Il coordinamento intende unire la campagna per il NO nel referendum costituzionale a quella sui temi del lavoro, sociali e ambientali, per contrastare le politiche e le leggi che in questi anni hanno messo in discussione i principi della prima parte della Costituzione.

Il 21 ottobre il COORDINAMENTO sostiene lo SCIOPERO GENERALE proclamato sinora da USB, UNICOBAS, USI per la difesa dei diritti del lavoro e dello stato sociale, per difendere ed applicare la Costituzione del 1948, per dire basta al governo Renzi e al massacro sociale. Lo sciopero si svolgerà con iniziative diffuse in tutto il paese.

Nel pomeriggio del 21 dalle ore 16.00 in poi a Piazza S.Giovanni si svolgeranno dibattiti ed una grande assemblea popolare con uno spettacolo in serata promosso da artisti solidali e per il NO alla riforma di Renzi. Simbolicamente per quella sera la piazza sarà dedicata ad Abd Elsalam, il lavoratore ucciso a Piacenza durante un picchetto di lotta alla GLS.

Alle 14 del 22 Ottobre da quella piazza partirà il corteo, il COORDINAMENTO indice il NORENZIDAY manifestazione nazionale a Roma per dire NO alla Controriforma Costituzionale ed a tutti i suoi autori nel nome del popolo sfruttato, precario, senza lavoro, impoverito, avvelenato.

Sono pervenute già le prime adesioni di organizzazioni e di esponenti dell'antifascismo, del diritto, dei movimenti, della cultura e della politica.

Coordinamento per il NO sociale alla controriforma costituzionale

Fonte

Hillary-Trump, scintille e menzogne

di Michele Paris

Il primo dei tre dibattiti previsti negli Stati Uniti tra Hillary Clinton e Donald Trump in vista del voto per le presidenziali dell’8 novembre prossimo è fortunatamente già andato in archivio e, come previsto, non dovrebbe avere particolari ripercussioni sulle decisioni dei potenziali elettori. Il pubblico che ha seguito la serata in diretta televisiva è stato uno dei più numerosi della storia di questi eventi, ma lo scontro tra due delle figure pubbliche più odiate d’America si è sostanzialmente risolto in una serie di accuse e attacchi reciproci che hanno confermato il livello di degrado forse senza precedenti raggiunto dal sistema politico d’oltreoceano.

Le premesse e i “contenuti” del dibattito di lunedì sera, andato in scena alla Hofstra University di Long Island, rendono di fatto inutile una qualche seria analisi dei temi affrontati. Gli stessi giornali americani che, come di consueto, si sono dedicati al “fact-checking”, ovvero alla verifica della veridicità delle affermazioni dei candidati, o hanno proclamato il “vincitore” della serata, contribuiscono in realtà ad alimentare l’illusione di una normale competizione elettorale, fondata sullo scambio di vedute e sulla discussione aperta di programmi e proposte politiche concrete.

Il primo dibattito presidenziale è stato piuttosto uno spettacolo mortificante fatto di slogan, insulti, ripetizione meccanica di affermazioni studiate a tavolino e, soprattutto, menzogne. Se nascondere la verità è uno degli esercizi più comuni della politica negli USA (e non solo) le circostanze domestiche e internazionali di questa tornata elettorale rendono ancora più grave il sostanziale silenzio su ciò che potrebbe accadere nei prossimi mesi.

In particolare, se alcune questioni di politica internazionale e legate alla “guerra al terrore” sono state toccate nel corso della discussione, nemmeno lontanamente Hillary o Trump hanno parlato alla popolazione americana della più che probabile escalation militare che Washington sta preparando attivamente, sia in Siria sia contro altri paesi rivali, come Cina, Russia o Corea del Nord.

Ad ogni modo, i giornali americani hanno più o meno concordato nel riconoscere a Trump un avvio di dibattito efficace, salvo poi finire sotto i colpi dell’ex segretario di Stato, in grado di mettere pressione a un rivale che, probabilmente, era stato consigliato dal suo staff di non eccedere nelle reazioni verbali per evitare conseguenze mediatiche negative.

Trump ha così ripetuto alcuni degli attacchi rivolti contro Hillary nei mesi scorsi, tornando ad esempio a sollevare le controversie scaturite attorno al suo stato di salute e alle e-mail personali utilizzate durante l’incarico al dipartimento di Stato. L’affondo che qualcuno si attendeva non è però arrivato e, anzi, in uno dei non pochi momenti al limite dell’assurdo della serata, Trump ha promesso una rivelazione “estremamente grave” sui coniugi Clinton per poi smentire se stesso e affermare di non poterlo fare, ufficialmente a causa della presenza nel pubblico della loro figlia, Chelsea.

Da parte di Hillary è stato invece fin troppo evidente il tentativo di utilizzare la carta del razzismo e delle discriminazioni di genere che hanno caratterizzato finora buona parte della campagna di Trump. L’appello basato sulle politiche identitarie è d’altra parte l’unica arma rimasta al Partito Democratico per dare un’immagine vagamente progressista alle politiche che lo caratterizzano, improntate all’ultra-liberismo e all’imposizione degli interessi della classe dirigente americana all’estero.

In uno dei rarissimi momenti della serata in cui si è almeno sfiorata la realtà della situazione americana, Trump ha parlato della “bolla” speculativa che rischia di far crollare nuovamente l’economia non appena “la Fed[eral Reserve] alzerà i tassi di interesse”. Ugualmente, è stato il miliardario di New York a cercare di smontare la fissazione di Hillary e dei Democratici per il coinvolgimento del governo russo nelle recenti violazioni dei sistemi informatici del partito.

La questione era stata toccata dalla Clinton per condannare le presunte simpatie di Trump per Putin. Il candidato Repubblicano si è tuttavia ben guardato dall’allargare la discussione ai piani di guerra contro Mosca, allo studio di quello stesso apparato militare americano che Trump corteggia da tempo.

La totale assenza di sostanza nel dibattito presidenziale di lunedì è da riferire in larga misura alla natura stessa dei due candidati e alle dinamiche che li hanno portati a un passo dalla Casa Bianca. Hillary Clinton e Donald Trump sono cioè l’espressione rispettivamente di un ambiente politico e un’élite economico-finanziaria con caratteri ben precisi, che sono il risultato di decenni di promozione di forze ultra-reazionarie.

Se Trump rappresenta una classe di multi-miliardari arricchitisi grazie a inganni, evasione fiscale, agganci politici e sfruttamento di lavoratori sottopagati, la Clinton è invece l’espressione di una classe politica non meno criminale, che ha costruito la propria carriera appoggiando guerre rovinose all’estero e lo smantellamento delle protezioni sociali garantite alle classi più deboli.

Da un’offerta di questo genere, è evidente che nulla potrà uscire di positivo dal voto di novembre e iniziative come il dibattito di questa settimana non sono che esercizi di poca o nessuna utilità per rassicurare gli elettori circa la salute di un sistema democratico che è in realtà al collasso.

Una vittoria di Hillary Clinton avvicinerebbe con ogni probabilità gli USA a un conflitto dalle conseguenze incalcolabili con una potenza nucleare. Trump, la cui clamorosa ascesa politica è dovuta quasi del tutto alla capacità di cavalcare le frustrazioni degli americani più colpiti dalla devastazione economica di questi anni, se pure promette una politica estera meno aggressiva e la salvaguardia di alcuni programmi sociali, non offre ricette alternative alla rimozione di qualsiasi ostacolo alle operazioni del business americano.

Chiunque sia a trarre eventualmente vantaggio dai tre dibattiti in programma fino al voto di novembre e a entrare alla Casa Bianca a gennaio, la prossima amministrazione promette dunque fin da ora di diventare precocemente la più reazionaria della già non edificante storia recente degli Stati Uniti d’America.

Fonte

Kashmir: India e Pakistan ai ferri corti

di Michele Paris

L’escalation di minacce e provocazioni tra India e Pakistan attorno alla nuova crisi che sta attraversando il Kashmir è sfociata mercoledì in un attacco “mirato” condotto dalle forze armate di Nuova Delhi nel territorio del vicino-rivale, ufficialmente per colpire sospetti militanti islamisti pronti ad agire nella regione contesa tra le due potenze nucleari.

L’iniziativa è stata annunciata giovedì da un generale indiano nel corso di una conferenza stampa appositamente indetta. L’incursione avrebbe provocato “perdite significative” tra i presunti terroristi e rappresenta la prima risposta concreta alle crescenti minacce rivolte al Pakistan da militari e politici indiani dopo l’attacco del 18 settembre scorso contro una base dell’esercito di Nuova Delhi nella città di Uri, nello stato di Jammu e Kashmir.

Nell’attentato avevano perso la vita 18 soldati indiani e il governo di Delhi ne aveva subito attribuito la responsabilità al gruppo terrorista pakistano Jaish-e-Mohammed (JeM), considerato vicino ai servizi segreti di Islamabad.

Il governo del Pakistan sempre giovedì ha smentito la versione indiana dell’attacco sul proprio territorio, mentre ha confermato che ci sarebbero stati scambi di colpi d'armi lungo la cosiddetta Linea di Controllo, cioè il confine che separa i due paesi nella regione del Kashmir. Per Islamabad, l’esercito indiano avrebbe sparato per primo, uccidendo due soldati pakistani e ferendone altri nove.

Allo scontro armato è seguito quello verbale, con il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, che ha ad esempio accusato l’India di agire in questo modo solo per dare soddisfazione ai propri media e all’opinione pubblica interna. Se tuttavia dovessero esserci nuove iniziative militari da parte di Delhi, ha avvertito il ministro, il Pakistan risponderà “in maniera ferma”.

La nuova impennata delle tensioni in Kashmir era iniziata nel mese di luglio dopo l’uccisione da parte delle forze di sicurezza indiane del giovane leader separatista Burhan Wani. Le proteste contro Delhi erano state represse duramente e negli scontri sono da allora morte più di novanta persone.

Il già ricordato attacco di Uri ha infine aggravato ulteriormente la crisi in atto, caratterizzata da toni particolarmente aggressivi da entrambe le parti. Solo poche ore prima dell’attentato del 18 settembre, il ministro della Difesa pakistano aveva ad esempio minacciato l’uso di armi nucleari contro l’India se “la difesa e la sopravvivenza” del suo paese fossero state messe in pericolo.

Soprattutto sul fronte indiano si era però registrato un crescendo di minacce nei confronti del Pakistan, debitamente alimentate dal partito di governo suprematista indù BJP (Bharatiya Janata Party) del primo ministro, Narendra Modi. Membri dell’esecutivo e del BJP, assieme a numerosi commentatori sui principali giornali hanno fatto appello al fervore nazionalista della destra indiana, raccomandando una punizione esemplare nei confronti del Pakistan.

La reazione all’attacco in Kashmir ha raggiunto livelli da isteria in India, dove in molti hanno invitato il governo ad abbandonare la tradizionale politica della “moderazione strategica” nell’affrontare minacce alla propria sicurezza.

Prima dell’incursione in territorio pakistano annunciata giovedì, l’India aveva condotto anche un’intensa campagna mediatica nel tentativo di isolare il Pakistan. Nel suo intervento alla recente Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il ministro per gli Affari Esteri, Sushma Swaraj, aveva denunciato la complicità pakistana negli attacchi in Kashmir. Nell’affermare che lo stato di Jammu e Kashmir è e sarà “per sempre parte integrante dell’India”, la diplomatica aveva sollecitato l’adozione di misure punitive contro il Pakistan.

Questa settimana, poi, il governo di Delhi ha fatto sapere che non parteciperà al summit dell’Associazione dell’Asia del Sud per la Cooperazione Regionale (SAARC), di cui l’India fa parte e che è in programma nel mese di novembre a Islamabad. Al boicottaggio dell’India sono seguiti quelli di Afghanistan, Bangladesh e Bhutan, mentre lo Sri Lanka ha sostenuto che lo stesso appuntamento non potrà avere luogo senza la partecipazione indiana.

La crisi dei rapporti tra India e Pakistan rappresenta un motivo di seria preoccupazione per gli Stati Uniti e la Cina, vale a dire le due potenze con i maggiori interessi nella regione. Pechino ha assunto una posizione estremamente cauta sulla vicenda, nonostante le crescenti frizioni con Delhi e i rapporti tradizionalmente solidi con il Pakistan.

Gli Stati Uniti hanno evitato di accusare in maniera esplicita Islamabad per l’attentato di Uri, raccomandando parallelamente ai due governi di risolvere la crisi attraverso il dialogo. Su alcuni media americani sono apparsi tuttavia commenti nei quali si incita l’India a rispondere con fermezza agli attacchi che vengono attribuiti a gruppi terroristi legati al Pakistan.

Ciò riflette con ogni probabilità posizioni contrastanti all’interno del governo e dell’apparato militare e dell’intelligence degli Stati Uniti. A loro volta, le divisioni sono dovute alla fluidità degli scenari strategici nel continente asiatico e alla centralità della partnership con l’India che Washington sta perseguendo da oltre un decennio.

Alle tradizionali ragioni del conflitto nella regione contesa del Kashmir, per la quale India e Pakistan hanno combattuto tre guerre a partire dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1947, si incrociano così le manovre americane per fare di Nuova Delhi uno dei cardini della strategia USA di contenimento della Cina.

A partire almeno dall’amministrazione di George W. Bush, gli Stati Uniti si sono adoperati per rafforzare i rapporti bilaterali con l’India e per promuovere le ambizioni da potenza regionale della classe dirigente di quest’ultimo paese. In questo quadro vanno intesi ad esempio l’accordo sulla difesa del 2005, quello sul nucleare civile del 2008 e quello, siglato ufficialmente solo poche settimane fa, sulla “logistica” militare che, sia pure con varie restrizioni, permetterà alle forze armate americane l’accesso temporaneo alle basi militari indiane.

L’avvicinamento tra Washington e Delhi ha evidentemente acuito le tensioni tra l’India e la Cina, nonché tra l’India e il principale alleato di Pechino in Asia meridionale, cioè il Pakistan. Islamabad, a sua volta, ha visto entrare in crisi il rapporto con gli Stati Uniti, sia per la nuova attitudine filo-indiana di questi ultimi sia per l’insistenza americana a fare di più per contrastare i gruppi fondamentalisti che operano in Afghanistan e che mantengono storicamente rapporti molto stretti con l’intelligence pakistana.

Esposto a queste pressioni, il Pakistan ha iniziato un processo di consolidamento dei rapporti con la Cina, la quale vede l’alleato come un elemento cruciale per il proprio ambizioso progetto di integrazione economica del continente euro-asiatico. A questo scopo, Pechino e Islamabad hanno lanciato il cosiddetto Corridoio Economico tra Cina e Pakistan (CPEC), ovvero un piano di infrastrutture che dovrebbe collegare la città portuale di Gwadar, nel sud del Pakistan, alla regione cinese dello Xinjiang.

Questo progetto ha implicazioni strategiche importantissime per la Cina, dal momento che permetterebbe ai propri traffici commerciali ed energetici di bypassare le rotte marittime nell’Oceano Indiano e in Asia sud-orientale, esposte a un possibile blocco da parte statunitense in caso di crisi o di guerra.

Il CPEC è visto con apprensione dall’India per varie ragioni. Innanzitutto la Cina avrebbe accesso al porto di Gwadar, dove potrebbe teoricamente posizionare una propria base navale. Inoltre, il progetto darebbe un impulso notevole all’economia cronicamente in affanno del Pakistan e, oltretutto, le rotte stradali e ferroviarie previste dovrebbero attraversare proprio i territori contesi con Islamabad lungo le aree di confine.

Il già complicato conflitto in Kashmir, in definitiva, rischia di avere risvolti ancora più esplosivi a causa del rimescolamento degli equilibri strategici in atto nel continente asiatico, prodotti dall’espansione dell’influenza economica e politica della Cina e, ancor più, dalle manovre americane per ostacolarne in tutti modi l’inevitabile ascesa.

Fonte

giovedì 29 settembre 2016

Got me wrong


Giochi senza frontiere: che fine ha fatto il Jobs Act?

Oggi proponiamo un gioco: prendete un qualsiasi motore di ricerca web, provate a cercare informazioni sulla condizione del mercato del lavoro post Jobs Act e cercate di capire come stanno le cose. Buona fortuna. Apparirà scritto in sequenza: aumentano gli occupati – aumentano i licenziamenti – si riduce il tasso di disoccupazione – si riducono le assunzioni – aumentano le ore lavorate – il Jobs Act fa flop – il Jobs Act funziona – la BCE approva il Jobs Act – l’OCSE boccia il Jobs Act – l’Istat dice bene – il Ministero del lavoro dice male – l’Inps dice un po’ bene e un po’ male – fino all’infinito. Tutte informazioni relative solo all’ultimo mese e mezzo, di cui quelle di carattere ottimista puntualmente a firma di alcuni giornali mainstream e filogovernativi (Corriere, Repubblica, Sole24Ore), quelle pessimiste da tutti gli altri. Effetto referendum costituzionale, probabilmente. Perché altrimenti non si spiegherebbe la rimozione di alcune considerazioni inevitabilmente legate agli indicatori ritenuti positivi, come quelli dell’Istat. Ad esempio:

DETTO: Aumento degli occupati (+189.000 tra il secondo e il primo trimestre 2016) – NON DETTO: oltre alla componente stagionale del secondo trimestre (un aumento dell’occupazione fisiologico legato a lavori tipicamente estivi), tra gli occupati rientrano tutti i lavoratori pagati tramite voucher, considerati occupati anche se hanno lavorato un’ora sola nella settimana precedente alla rilevazione Istat. Voucher che rappresentano una delle nuove frontiere della precarietà e dell’occultamento di lavoro nero, tramite il pagamento di un solo voucher per x ore di lavoro. E che, nonostante il governo continui a declinarne le responsabilità, hanno avuto nell’ultimo anno un boom–  nel 2011 i voucher venduti sono stati 15 milioni, nel 2015 hanno raggiunto i 115 milioni – spiegabile dalla pressoché nulla volontà di assunzione stabile da parte delle imprese.

DETTO: Aumento delle ore lavorate (+0.5% rispetto al trimestre precedente, +2.1% rispetto al 2015) – NON DETTO: come noto, produzione e occupazione sono collegate. Quindi, se la produzione non cresce – come emerge anche dalla stima del PIL rivista al ribasso – più che ad un aumento dell’occupazione si sta assistendo a un deterioramento della qualità dell’occupazione, ossia che, per tagliare con l’accetta, si lavora più ore a parità di salario. E d’altronde, se si continua a tagliare la spesa pubblica e se si continua a pensare che l’economia si possa risollevare regalando soldi alla classe imprenditrice italiana che fa cassa invece di investire, non si sa in che modo potrebbe aumentare la produzione e, con essa, l’occupazione.

DETTO: Riduzione della disoccupazione (-0.1% rispetto al primo trimestre 2016, -0.6% rispetto all’anno precedente) - NON DETTO: sono usciti dallo status di disoccupazione tutti i giovani che hanno attivato percorsi come Garanzia Giovani ed altri strumenti simili di cosiddetta politica attiva, che si sono tradotti in lavoro a titolo gratuito o quasi. Dato che fa scopa con la riduzione del numero di “Neet”, i giovani che non studiano e non lavorano, e che adesso “lavorano” gratis.

DETTO: La BCE promuove il Jobs Act – NON DETTO: e grazie al cazzo. Ce lo chiedeva l’Europa e il PD ha solo fatto i compiti.

Di contro, i più pessimisti (realisti?) dati del Ministero del Lavoro, ripresi dalle opposizioni, fotografano una realtà diversa sottolineando il crollo delle assunzioni – in particolare dei contratti a tempo “indeterminato” – e l’aumento dei licenziamenti (+7.4% nell’ultimo anno), chiaro sintomo che gli imprenditori stanno imparando velocemente a sfruttare i regali economici che vengono dal governo e la comodità della flessibilità in uscita. Guardando ai dati, quello che emerge è questo:
1) La dinamica occupazionale è tornata ai livelli del biennio 2013-14, né più né meno. Sia il livello di assunzioni sia il saldo tra assunzioni e cessazioni dei rapporti lavorativi sono tornati al livello del 2014: non solo il Jobs Act non ha avuto nessun effetto trainante sull’occupazione, ma quindi anche l’economia, come evidente anche dalle stime sul PIL, è ferma ai livelli di due anni fa, con buona pace di tutte le menate sulla ripresa economica che Renzi ci ripropone a giorni alterni;
2) Nei primi due trimestri del 2016 le assunzioni con contratto a tempo indeterminato hanno visto una riduzione di circa il 30% rispetto all’anno precedente, che è andata a compensare quasi al millimetro l’aumento delle assunzioni avvenuto nel 2015 a causa della decontribuzione: come volevasi dimostrare, finiti gli incentivi, finite le assunzioni. E non solo, perché in realtà esiste ancora un certo grado di incentivazione per le imprese che assumono, ma che non sembra essere abbastanza per funzionare da stimolo per l’occupazione, guardando ai risultati. Questi incentivi sono attualmente quindi solo tagli al costo del lavoro per imprese che molto probabilmente avrebbero assunto comunque;
3) Nel frattempo, dato forse ancora più significativo, la dinamica dei contratti a tempo determinato è rimasta invariata tra il 2013 e il 2016, mostrando perfino un aumento delle assunzioni con questa tipologia di contratto nei primi due trimestri del 2016. In altre parole, non c’è stato alcun tipo di disincentivazione dei contratti a termine e nessuna stabilizzazione o trasformazione consistente di questi contratti in quelli a tutele crescenti. Gli imprenditori preferiscono rapporti di lavoro a scadenza, continuando a non assumersi rischi e oneri di assunzioni più a lungo termine. E in maniera evidente. Infatti, i contratti a tempo determinato continuano ad essere la tipologia contrattuale maggiormente utilizzata dalle imprese, rappresentando circa il 70%(!) tra le tipologie contrattuali, mentre il contratto a tempo indeterminato rappresenta solo il 15-20%;
A questi dati si aggiunge poi un quadro “qualitativo” dell’occupazione in continuo peggioramento. Come rilevato dal rapporto annuale dell’Inps di luglio, nel 2015 il 70% dei dipendenti ha lavorato a part time, con contratti a termine, ha sperimentato discontinuità nel rapporto di lavoro o ha beneficiato di tutele integrative (CIG o mobilità); le retribuzioni medie giornaliere evidenziano differenze rilevanti con riguardo alle caratteristiche anagrafiche: donne/uomini, italiani/stranieri, giovani/adulti, nord/sud; infine, come anticipato, il numero dei voucher sembra continuare a crescere in maniera esponenziale.

Quello che emerge, in sostanza, è che in termini di indicatori occupazionali questo benedetto Jobs Act non è servito a nulla. Non ha fatto bene e non ha fatto male, non ha fatto semplicemente nulla, a parte l’ondata di assunzioni “drogate” del 2015. E di certo non ha avuto il ruolo di traino dell’occupazione e dell’economia atteso dal governo e adesso rivendicato senza fondamento. Il che, dal punto di vista di un governo riformista, potrebbe pure rientrare nel cassetto stracolmo dei tentativi falliti se solo non fosse costato tra una cosa e l’altra qualche decina di miliardi di euro, cioè UNO SPROPOSITO. E se non fosse, dal nostro punto di vista, che ha precarizzato definitivamente il mercato del lavoro a esclusivo vantaggio della classe imprenditoriale. Insomma, viene smentito per l’ennesima volta l’assunto per cui “meno tasse sul lavoro” e “meno garanzie contrattuali” portano direttamente all’aumento di posti di lavoro: baggianate. Non è vero, non funziona, non c’è alcuna relazione, la realtà smentisce come sempre le teorie austro-rettiliane tanto di moda nei migliori dipartimenti di economia del west.

Comunque, per dei risultati più chiari dovremo aspettare l’anno prossimo, o meglio anche tra tre anni, quando si vedrà che fine faranno gli occupati con il contratto a tutele crescenti. Magari allora, lontani dal referendum che pare aver reso Renzi il re Mida della situazione e magari con il PD in una fossa, capire qualcosa sul mercato del lavoro non sarà più uno sport olimpico...

Fonte