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domenica 31 luglio 2016

Stazione di Bologna, 2 agosto 1980, la bomba con cui la destra vorrebbe rovesciare la storia dello stragismo


A pochi giorni dal trentaseiesimo anniversario della strage si torna a parlare della bomba, oltre venti chili di gelatinato e compound B, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, che esplose alle 10.25 del 2 agosto 1980 nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Saltarono in aria circa 300 persone, 85 di queste morirono. Dopo una inchiesta molto discussa e un tormentato percorso processuale furono condannati come realizzatori materiali dell’orrenda carneficina, tre neofascisti appartenenti ai Nar: Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, minorenne al momento dei fatti (tutti già condannati per altre uccisioni). L’operato della procura bolognese fu caratterizzato da errori, l’uso di teoremi, il ricorso indiscriminato a ricostruzioni e piste aperte da pentiti, dovette anche confrontarsi con l’azione di depistaggio dei Servizi. Per l’inquinamento delle indagini vennero sanzionati Licio Gelli, Francesco Pazienza e due dirigenti del Sismi, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte.

Per ammissione stessa dei magistrati che hanno redatto la sentenza finale di condanna, le conclusioni processuali non sono riuscite a definire in modo soddisfacente quello che fu il movente della strage ed individuarne i mandanti. Una indeterminatezza che ha lasciato aperte ipotesi e discussioni su piste alternative, scenari diversi che si sono sostituiti col passar dei decenni e delle maggioranze politiche. Negli anni '90 si è discussa l’ipotesi che la bomba alla stazione fosse stato un diversivo per distogliere l’attenzione dalla strage di Ustica: l’abbattimento, la sera del 27 giugno dello stesso anno, dell’aereo di linea Itavia che trasportava 81 persone sulla linea Bologna-Palermo. Disastro causato da una vera e propria azione di guerra aerea che vide jet militari Nato attaccare alcuni Mig libici che utilizzavano (autorizzati segretamente dalle autorità italiane) il “cono d’ombra” dell’aereo civile come schermo per traversare indisturbati i cieli del Tirreno di pertinenza Nato.

A partire dal 2000, su iniziativa della destra, si è imposta all’attenzione la cosiddetta “pista palestinese” che aggiornava la “pista mediorientale”, ipotizzata negli anni '80 da alcuni ambienti politici democristiani (Zamberletti), convinti della responsabilità del colonnello Gheddafi, di cui si sospettava la reazione per un accordo di protezione che l’Italia aveva concluso con Malta. La pista palestinese, a causa della sua strutturale fragilità (un movente inconsistente e indizi striminziti rispetto a quelli della pista neofascista), ha sempre avuto dei contorni incerti e varianti successive (dalla rappresaglia all’esplosione accidentale durante un trasporto di esplosivo) elaborati di volta in volta per colmare palesi incongruenze e gigantesche illogicità, per non citare l’assenza di riscontri.

A detta dei suoi sostenitori, oltre a membri della resistenza palestinese, vedeva coinvolti militanti della sinistra rivoluzionaria tedesca, almeno una delle vittime della strage, ed avrebbe persino lambito gli ambienti della lotta armata italiana.

Nelle intenzioni dei suoi fautori, infatti, essa costituiva un vero e proprio capovolgimento di paradigma storico, una sorta di risarcimento simbolico che in qualche modo doveva riequilibrare e riabilitare in forma vittimistica l’immagine della destra italiana macchiata dall’infamia indelebile per il ruolo avuto nella lunga stagione delle stragi, da piazza Fontana all’Italicus.

Nonostante l’importante campagna politico-mediatica dispiegata attorno a questa pista nell’ultimo decennio, il flusso incontrollato di documenti provenienti dagli ex archivi dell’Est, a volte inattendibili, in altre circostanze male utilizzati, i lavori molto discutibili della commissione Mitrokhin, l’azione di quella che può definirsi l’attività di una “agenzia di disinformazione e depistaggio” non ha prodotto risultati efficaci sul piano giudiziario: «Inserita all’interno di una cornice terroristica internazionale e suggestivamente intrecciata ad un groviglio di fatti storicamente accertati o meramente ipotizzati – concludeva il pm Ceri nella sua richiesta di archiviazione dell’inchiesta bis sulla strage, accolta dal Gip Giangiacomo – la pista palestinese ha rivelato una sostanziale inidoneità a fornire una complessiva spiegazione delle vicende della strage di Bologna».

Più fruttuosi sono stati invece i risultati sul piano del senso comune, dove il battage vittimistico del neofascismo e il paradigma rovescista messo in piedi dalla destra, che attribuiva per la prima volta le responsabilità di una strage, la più grande mai vista in Italia, ai “rossi”, grazie anche alla congiuntura favorevole del ventennio berlusconiano, ha riscontrato maggiore successo facendo breccia goebelsianemente in quella che possiamo definire la “percezione storica” del Paese.

Nella prossima puntata torneremo su alcune questioni recentemente sollevate dai sostenitori della pista palestinese, soprattutto – poiché questo è il vero tema – esamineremo la tecnica distorsiva e manipolatoria da loro utilizzata per dare vita ad una narrazione vittimistica e falsificatoria sulla strage.

1/continua

Precedenti puntate sull’argomento

0. Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
 

1. Puntata, L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
 

2. Puntata, Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
 

3. Puntata, Strage di Bologna, Mauro Di Vittorio viveva a Londra tra ganja, reggae, punk, indiani d’India e indiani metropolitani
 

4. Puntata, Cutolilli, Di Vittorio non deve dimostrare la sua innocenza è Raisi che deve giustificare le sue accuse
 

5. Accuse contro Mauro Di Vittorio, Paradisi e Pellizzaro prendono le distanze da Enzo Raisi ma non convincono affatto
 

6. puntata, ecco i documenti di Mauro Di Vittorio di cui Raisi negava l’esistenza

Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
 

Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
 

Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
 

Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

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"L'Isis non regala misericordia"

di Federica Iezzi – Il Manifesto

«Ha ridotto in macerie case, palazzi e chiese, ha lesionato ospedali, caserme, università e si è scatenato con violenza contro migliaia di persone inermi. Ha distrutto vite, ha annientato speranze» è così che Amal, solo 15 anni, vede la guerra con cui convive da più di cinque anni. Abita, con quello che è rimasto della sua famiglia, nella provincia di al-Hasakah, città nell’angolo nord-orientale della Siria.

Abita in un piano sotterraneo della sua vecchia casa, non tanto per il pericolo dei bombardamenti a cui ormai tutti sono abituati, ma perché la vecchia casa è stata totalmente rasa al suolo. E adesso quello che era il pavimento di quella casa è diventato il soffitto della nuova. Nel governatorato di al-Hasakah, in particolare nel Jazira Canton, tutto è iniziato con un’offensiva lanciata nel febbraio di due anni fa, dai combattenti dello Stato Islamico (ISIS), che hanno conquistato almeno 200 villaggi. E a Tell Brak, uno di questi villaggi tra al-Hasakah e Qamishli, cominciano i combattimenti tra l’Isis e la milizia kurda dell’Unità di Protezione Popolare (YPG). Nonostante l’isolamento all’interno del corridoio meridionale del capoluogo di provincia, i jihadisti hanno dettato legge.

«Prima guardavamo solo in televisione le barbarie dell’Isis. Morti, torture, violenze erano il nostro incubo ogni sera. Poi sono arrivati nelle nostre strade, nei nostri panifici, nelle nostre moschee. E d’un tratto niente più elettricità, assistenza medica, acqua e rifornimenti alimentari come riso, zucchero, pasta e benzina», ci spiega con una precisione disarmante Amal. Grazie alla rete di organizzazioni umanitarie kurde, aiuti e servizi sono stati forniti con enormi sforzi. Al taglio arbitrario dell’elettricità e alla carenza cronica di acqua potabile, il governo kurdo ha risposto con distribuzioni capillari di cibo, materiale sanitario e acqua.

Parliamo con lei durante l’Eid al-Fitr, festa che segue i sacrifici del mese di digiuno, mentre la maggior parte delle botteghe del suq centrale, ha aperto i battenti con luci e bibite colorate. La gente passeggia nel suq e sembra quasi inspiegabilmente non intimorita. «Dobbiamo continuare a fare quelle cose che ci aiutano a rendere la vita il più normale possibile».

Ma dov’è la normalità in Siria? Si sono perse tutte le cose che si danno per scontato ogni giorno, dall’aprire trascuratamente un rubinetto e veder uscire acqua, all’andare in un negozio a comprare latte. «E sì, mi mancano le cose più banali. Una doccia calda, una bottiglia di Coca-Cola, andare in bici a scuola».

I primi a fuggire da al-Hasakah, sono stati i cristiani che hanno abitato la zona per decenni. Quasi 4.000 famiglie hanno lasciato case e quotidianità. Deserto in pochi giorni il quartiere sud-orientale di al-Nachwa. 120.000 persone hanno trovato rifugio in città e villaggi circostanti, secondo i dati riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari. «Ho dormito in un campo all’aperto per il caldo insopportabile. Di giorno invece eravamo ospitati in chiese, monasteri e scuole», ricorda Sarah.

«Pregavo, ma non sapevo cosa cercavo con le mie preghiere. Una parte di me era arrabbiata, un’altra parte si vergognava per le scadenti condizioni a cui costringevo i miei figli». Oggi si continua a vivere in un labirinto di processi amministrativi, si vive sotto un’autorità, si ha paura di attraversare un territorio con un’autorità diversa. E dove le due autorità si sovrappongono bisogna stare lontano dai guai.

«Al-Hasakah è divisa tra la milizia kurda e le forze fedeli al presidente al-Assad. Vivo in un quartiere controllato dalle forze di regime e evito il posto di blocco kurdo che mi costringerebbe a fare il servizio militare obbligatorio», ci dice spaventato Abood, appena 19 anni. Fa il tassista e usa strade secondarie e sconosciute alle mappe, per spostarsi da al-Hasakah a Qamishli. «Ho due patenti di guida: la prima per il governo siriano, nel caso in cui la polizia di Stato mi ferma, e la seconda è per i curdi, nel caso in cui vengo controllato dall’Asayish, la polizia curda».

Al racconto di Abood si unisce Yana, i cui genitori hanno un piccolo negozio in una delle sfortunate aree in cui sia il regime sia le amministrazioni kurde hanno influenza. «Abbiamo pagato le tasse governative mensili e, a sorpresa, una tassa settimanale alle autorità kurde, per la pulizia delle strade».

Solo nell’agosto del 2015 dopo combattimenti prolungati, le forze kurde hanno ufficialmente dichiarato la liberazione della città di al-Hasakah dagli insorti dell’Isis. La campagna è stata condotta su tre livelli. Con il primo abbiamo circondato i villaggi occupati dal Daesh. La seconda fase è stata caratterizzata dal taglio delle rotte di approvvigionamento, negando ai combattenti la libertà di movimento. Il terzo livello ha previsto la progressiva riconquista dei quartieri dalla periferia al centro», ci spiega Felat comandante dell’YPG.

«Quando la al-Hasakah-al-Shaddadah road è stata chiusa dall’esercito kurdo, ci siamo sentiti in trappola nel mezzo di scenari già vissuti. La paura dell’assedio ci ha perseguitati e oppressi, mentre crescevano la carenza di cibo, acqua e medicine. Eravamo disposti perfino a fuggire a piedi attraverso i ripidi percorsi di montagna», ci racconta Tejaw, 25 anni e quattro figli. «Anche l’aereoporto di Qamishli era inaccessibile. Chi poteva volare? Solo chi aveva conoscenti che lavoravano per il regime siriano, in particolare che lavoravano nella Air Force Intelligence Directorate. In questo caso si potevano ottenere voli in aerei cargo per 160 dollari».

Anche se sempre meno civili hanno voglia di discutere dell’attuale situazione in Siria, Tejaw ci fa entrare nella tenda in cui vive nel campo di al-Hawl, a est di al-Hasakah, e inizia «I sostenitori del regime si sentono liberi di parlare solo nelle aree controllate dal regime e gli oppositori parlano nei campi profughi», questa la sua eloquente semplificazione.

«Di cosa si moriva quando il califfato ha rubato le nostre case? Di fame, povertà, omicidio, stupro, arresto, macellazione. L’Isis non regala misericordia, se sei vecchio o bambino, uomo o donna. Ogni goccia di sangue versata dal nostro popolo, ogni parete distrutta che portava storie di generazioni, ogni vecchio quartiere spazzato via dalle cartine rappresentano una storia persa, che non apparirà mai su nessun libro», continua.

Al-Hasakah è sempre stato uno degli obiettivi principali dello Stato islamico. Considerando gli stretti legami tra tribù arabe al confine tra Iraq e Siria, al-Hasakah rappresenta tutt’oggi il più facile mezzo per un’ulteriore espansione trans-frontiera dei possedimenti del califfato nero. Nei quartieri di al-Hasakah la graduale riapertura dei mercati, delle attività commerciali e dei locali, il ripristino del lavoro negli istituti statali e nel settore della sicurezza, si affaccia su una città che deve ancora fare i conti con edifici cancellati, case, punti di ritrovo e strade irriconoscibili.

Il peso umanitario conta oltre mezzo milione di sfollati interni da governatorati vicini, quali Deir Ezzor, al-Raqqa e Aleppo. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, ha permesso ad almeno 400 donne di ritornare alla vita lavorativa e spesso i materiali prodotti sono stati distribuiti ai residenti in stato di bisogno, dall’abbigliamento alle coperte.

«L’Isis ha sempre imposto restrizioni ampie alle libertà personali. Tutte le donne, comprese le bambine, avevano l’obbligo di indossare il niqab, il velo integrale, pena la lapidazione pubblica. Niente veli, guanti, borse, scarpe o accessori colorati. La città era una gigantesca prigione. Internet in casa era vietato e la maggior parte delle reti pubbliche era interrotta. I telefoni cellulari erano vietati e nessuno era autorizzato a fumare sigarette nei luoghi pubblici», ricorda Tejaw.

«Dovevamo pagare ai funzionari del califfato una somma a titolo di imposta, ed era anche previsto un dono volontario extra di 2.000 lire siriane (10 dollari circa). Le persone non potevano permettersi di comprare nulla. Molti negozi hanno chiuso e il prezzo del carburante e del gas è aumentato di cinque volte. Alcuni miei amici hanno collaborato con i militanti per ricevere maggiori razioni di cibo e carburante. 15 kg di farina e 10 kg di riso erano le quantità che riceveva una famiglia vicina all’Isis».

Telecamere sulle strade principali e pattuglie della Hisbah, la polizia locale, erano il temuto occhio dell’Isis sui civili delle città conquistate. Propaganda e indottrinamento erano ovunque. Dai programmi scolastici al reclutamento militare. Nelle scuole è stato vietato l’insegnamento della storia e del diritto. Le classi erano separate, studenti da un lato, studentesse dall’altro. Militanti dell’Isis pattugliavano le scuole primarie e secondarie, interrogando gli studenti sulla legge islamica.

Al-Hasakah aveva dalla rete nazionale di 20 ore di elettricità al giorno, che sono scese prima a sei-otto, poi a meno di due. Ogni quartiere della città aveva l’acqua una volta alla settimana. Non c’erano generi alimentari, l’ospedale non aveva medici o infermieri, e non c’erano nemmeno le medicine di base. È questo quello che continua a raccontarci Tejaw.

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Russia e Cina contro il sistema missilistico in Corea del Sud

Secondo il programma, si terranno solo il prossimo settembre, ma già il loro annuncio da parte del Ministero della difesa cinese ha sollevato le proteste del Dipartimento di stato. Le manovre navali russo-cinesi in un bacino da sempre strategico e, ultimamente, divenuto anche “caldo”, quale il mar Cinese Meridionale, sembrano costituire la bestia nera di Washington sul fronte estremorientale, pur se, a detta del portavoce del Dipartimento di stato, John Kirby, “le esercitazioni congiunte erano prevedibili e attese”. La contesa con le Filippine a proposito di alcuni arcipelaghi e la “sentenza” de L’Aja, con cui si afferma che Pechino non ha “diritti storici” praticamente sull’85% del bacino del mar Cinese Meridionale, paiono in effetti solo la maschera con cui gli Stati Uniti avanzano le proprie pretese sull’intera regione, a partire dalla penisola coreana, fino a quella indocinese. In ogni caso, la Cina non riconosce il verdetto de L’Aja, dal momento che la causa era stata avanzata unilateralmente da Manila e il Ministero degli esteri cinese, mentre ricorda che gli USA non hanno mai sottoscritto la convenzione ONU sul diritto marittimo, consiglia agli Stati Uniti di “smettere di caldeggiare l’illegale decisione dell’arbitrato e cessare di provocare incidenti nel mar Cinese Meridionale, troncare dichiarazioni e azioni contrarie alla sovranità e agli interessi della sicurezza cinese”.

A livello interno cinese, pare che lo sdegno per l’ingerenza USA nella questione delle isole contese, sia giunto al boicottaggio di massa di merci statunitensi e a campagne in cui si esortano i cittadini cinesi a portare al macero i propri strumenti elettronici USA.

La questione del mar Cinese Meridionale, si è inasprita ulteriormente dopo l’annuncio di Washington sull’installazione nella Corea del Sud del sistema missilistico THAAD. Oggi, il Renmin Ribao ricorda come questo “sia uno dei più avanzati sistemi di difesa missilistica al mondo, progettato per l’intercettazione di missili a corto e medio raggio ad una quota molto alta, extra-atmosferica. Rapportato ai missili nordcoreani, è come voler uccidere le zanzare a colpi di fucile”. Dunque, come chiedeva retoricamente oggi un twitter dell’agenzia Xinhua, “Quale pensate sia il paese obiettivo finale del THAAD dislocato in Corea del Sud?”. In caso di conflitto con il Sud, scrive il Renmin Ribao, “l’artiglieria nordcoreana è più che sufficiente, mentre sui 900 km dal punto più settentrionale a quello più meridionale della penisola, il THAAD è inutile”. Dunque, “le affermazioni secondo cui il sistema è diretto contro la minaccia nucleare nordcoreana e non contro paesi terzi, non sono che menzogne insostenibili. Il dispiegamento del THAAD in Corea del Sud non solo stimola lo sviluppo del programma nucleare della Corea del Nord, ma compromette anche l’equilibrio strategico, minaccia la pace e la stabilità nell’Asia nordorientale”, scrive l’organo del PCC.

L’agenzia Xinhua ricorda che le preoccupazioni circa il THAAD erano state ribadite ieri in un comunicato congiunto russo-cinese, al termine di colloqui a Mosca tra l’assistente del Ministro degli esteri cinese Kong Xuanyou e il vice Ministro degli esteri russo Igor Morgulov, secondo cui “tale azione unilaterale e non costruttiva degli Stati Uniti ha effetti negativi per l’equilibrio strategico, la sicurezza e la stabilità della regione e del mondo”. Le parti, scrive Xinhua, hanno convenuto di rafforzare il coordinamento, per affrontare al meglio gli sviluppi negativi e garantire la sicurezza strategica di Cina, Russia e altri paesi della regione. Kong e Morgulov hanno ribadito che Russia e Cina continueranno a ricercare la soluzione della questione nucleare nella penisola coreana attraverso il dialogo e i negoziati a sei – Cina, due Coree, Russia, USA e Giappone –, un formato di colloqui, come riportava ieri l’agenzia sudcoreana Yonhap, ribadito anche lo scorso 26 luglio al vertice dell’ASEAN a Vientiane.

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Il Golpe Labour: prove generali di anti-democrazia

di Leni Remedios

Pochi in Italia sanno che nel cuore dell'Impero occidentale, alfiere dei principi democratici, è in corso un altro silenzioso colpo di Stato.

BIRMINGHAM (Regno Unito) - Mentre in Turchia si consuma un golpe fallito (seguito da un contro-golpe fin troppo riuscito), pochi in Italia sanno che nel cuore dell'Impero occidentale, alfiere dei principi democratici, è in corso un altro silenzioso colpo di Stato, che assomiglia moltissimo a delle prove generali di anti-democrazia. Un esercizio di anarchia del potere, per usare le parole di Pier Paolo Pasolini. Un esercizio che, se funziona, potrebbe creare un precedente e venire esportato altrove. Stiamo parlando della turbolenza in seno al partito laburista britannico.

Se pensate che il partito sia in ragionevole tumulto perchè un suo leader precedente - Tony Blair - è sotto la pesante accusa di crimini di guerra, dopo la pubblicazione del Chilcot Report, vi sbagliate di grosso. I parlamentari pro-Blair sono troppo impegnati ad oscurare questa brutta faccenda puntando i fari sull'«ineleggibile» socialista Jeremy Corbyn.

In un'epoca in cui tutti i protagonisti della campagna referendaria, uno alla volta, si sono dati in vergognosa ritirata (David Cameron, Boris Johnson - poi riciclato come ministro degli Esteri- Nigel Farage, Andrea Leadsome), l'unico che vuole restare al suo posto in un momento così difficile per il paese è proprio lui, Corbyn, nonostante l'intero establishment politico-mediatico lo voglia cacciare via. Perché tutto questo accanimento?

Andiamo ai fatti con ordine.

Dopo la vittoria del Brexit al referendum, l'ala "New Labour" del partito laburista - il gruppo di parlamentari chiamati anche 'Blairites', poichè si rifanno alle politiche anni '90 di Tony Blair - ha votato in massa la sfiducia verso il neo-leader Jeremy Corbyn, reo di non aver condotto adeguatamente la campagna referendaria. Invece di cogliere la palla al balzo per compattarsi come partito e biasimare David Cameron - il Primo Ministro tory responsabile di aver promosso il referendum - con questa mossa i blairites hanno deciso di promuovere una scissione all'interno del loro stesso partito. In altri termini hanno deciso per un apparente suicidio politico.

Dico apparente perchè si sa come in realtà la visione politica di molti parlamentari laburisti sia ormai vicinissima a quella delle élites, i cui vasti interessi sono garantiti anche dai Conservatives. Una situazione di "centrismo neo-liberista" che è molto simile anche a quella del nostro paese, rispecchiante l'universale tendenza di '"livellamento al centro", che bolla sistematicamente tutte le altre alternative come "estremiste" e che incita i media collusi a fare lo stesso.

Contemporaneamente alla sfiducia al leader di partito, si è assistito a dimissioni di massa dei ministri del governo ombra, nella continuazione di quello che è stato definito a tutti gli effetti come un "coup", un golpe.

Uno ad uno hanno lasciato il gabinetto, illuminati dai riflettori dei media mainstream, e ripetevano allo sfinimento lo stesso mantra degradante riferito a Corbyn: "ineleggibile", "vuole dividere il partito". Il paradosso sta proprio qui. Ineleggibile non perché non rappresenti la volontà popolare (anzi, ha il pieno sostegno della base!); bensì perché non rappresenta i parlamentari Labour, la maggior parte dei quali, ripeto, sono fedeli alle politiche di Tony Blair. E suona stridente - per non dire ipocrita - come gli stessi parlamentari in ammutinamento, che hanno creato la spaccatura in seno al partito, abbiano accusato ed accusino altri di essere responsabili della divisione.

Le dichiarazioni degli ammutinati fioccavano ad ogni ora. Addirittura un parlamentare dichiarava alla stampa di sapere che Jeremy Corbyn ha votato in realtà per Brexit. Livelli alti di disperazione.

Potrebbe anche essere una barzelletta spiritosa se il tutto si fosse fermato qui.

Ma questo è solo l'inizio.

I fedeli blairites hanno messo in moto la burocrazia: giocando su un'ambiguità nel regolamento interno, hanno messo in discussione il principio per cui il leader uscente sia automaticamente in ballottaggio in caso di prossime primarie. In questo caso avrebbe necessitato dell'appoggio di almeno 51 parlamentari e sarebbe stato quindi automaticamente escluso.

I blairites, Hilary Benn in testa, si sfregavano le mani: consapevoli dell'enorme consenso popolare di Jeremy Corbyn, cresciuto nei mesi successivi alla sua prima elezione, e consapevoli che a questo punto nessun altro è in grado di batterlo, già contemplavano l'esito positivo di una sua esclusione sfruttando un cavillo legale.

Il tutto veniva rimesso in mano al NEC, il comitato esecutivo del partito. Il quale, però, per l'enorme disappunto di Benn e soci, dichiarava che - dal punto di vista legale - Jeremy Corbyn è automaticamente in ballottaggio come candidato alle primarie.

Euforia popolare. Una moltitudine di persone già si apprestava a registrarsi al partito laburista per dare il proprio sostegno a Jeremy Corbyn ed alle sue politiche.

Ma non finisce qui.

Con un colpo di mano, la stessa sera, il NEC deliberava anche, in palese contraddizione con il contratto sottoscritto dai neo-membri Labour, che gli iscritti dopo il 12 gennaio 2016 non avrebbero potuto prendere parte alle primarie. A meno che non versino 25 sterline come sostenitori - al posto delle abituali 3 sterline - e solo in un periodo finestra di due giorni, dal 18 al 20 di luglio, data odierna.

Un vero e proprio gesto di arbitrarietà del potere.

Che esclude così di fatto una buona fetta di elettori: ovvero quella working class che il partito laburista dovrebbe rappresentare, e che difficilmente può permettersi £ 25 per un voto. La democrazia ridotta a fetta di mercato da comprare.

Mentre uno dei maggiori finanziatori del partito Labour, Michael Foster - ex agente dell'industria dello spettacolo che ha versato finora 400.000 sterline al partito e che probabilmente reclama qualcosa in cambio - minaccia azione legale contro la decisione dell'esecutivo laburista.

Nel frattempo nuovi potenziali sfidanti leader sono apparsi all'orizzonte: Angela Eagle, autopropostasi ancora prima della decisione del NEC, e Owen Smith. La prima - che ha abbondantemente cavalcato l'attuale tendenza che vuole donne al potere, non importa se guerrafondaie tanto quanto i loro colleghi uomini - si è ritirata da poche ore, lasciando il posto a l'unico sfidante, Owen Smith.

Si tratta di un candidato senza carisma alcuno, scelto all'ultimo istante dall'élite probabilmente perché ha votato contro la guerra in Iraq. Dettaglio che strizza l'occhio all'elettorato Labour scioccato dalle rivelazioni del Chilcot Report sulle menzogne di Blair (mentre la Eagle non solo votò a favore della guerra in Iraq, ma votò per ben tre volte contro un'inchiesta come il Chilcot). Eppure Smith votò, come la Eagle, a favore dell'intervento in Libia. Ha appoggiato la privatizzazione dell'NHS (servizio sanitario nazionale) attraverso il gruppo Pfizer ed il gruppo pro-Blair Progress, nonostante ora tenti di smentire.

Si astenne quando fu ora di votare contro i tagli al Welfare imposti dal governo Cameron, per quanto ora cerchi maldestramente di scusarsi. E ha votato appena due giorni fa - come la Eagle - a favore del rinnovo del Trident, il programma nucleare militare britannico.

Tutte cose a cui Jeremy Corbyn si è sempre fieramente opposto. E l'elettorato gliene sta rendendo conto.

Non si può interpretare la sfida di Mr Smith a Mr Corbyn se non come una mossa disperata dell'ultima ora da parte di una classe dirigente presa alla sprovvista.

L'unica cosa che apparentemente riesce a fare Smith è ripetere in tv che Corbyn ha sinora solo forgiato degli slogans, ma non riesce a fornire soluzioni. Interrogato su quali potrebbero essere le soluzioni, Mr Smith sostiene "l'austerity va bene" (l'austerity va bene? Ricordiamoci che a dirlo è un esponente che si definisce socialista, non un membro del FMI) "ma ora bisogna pensare a dare prosperità".

Ci si chiede come. Forse foraggiando un'altra guerra?

A proposito: è degno di nota che, mentre Jeremy Corbyn viene passato sotto i fuochi dei suoi parlamentari, della BBC e delle principali testate britanniche, Tony Blair sembra essere per ora uscito indenne dal Chilcot Report. La stampa non se ne occupa più ed i familiari dei soldati e soldatesse britannici, caduti nella guerra in Iraq, sono costretti a lanciare un crowdfunding per pagarsi le spese legali di un processo.

Tornando alle primarie: a discapito della somma di £ 25 da versare, in rete si colgono sempre più testimonianze di persone che hanno fatto sacrifici per mettere da parte questi soldi pur di avere voce nelle prossime primarie Labour e per sostenere, come molti riportano nei social media, un politico "che parla la nostra stessa lingua". E contrariamente all'«ineleggibilità» sbandierata da blairites e media mainstream, la popolarità di Corbyn, come dimostrano i sondaggi you.gov, sta schizzando su, soprattutto dopo il voto sul Trident e la ritirata della Eagle.

Pensate che sia tutto? Il NEC ha introdotto una nuova regola: membri e sostenitori verranno monitorati - udite udite - nei social media. Chiunque usi parole diffamanti, come "traditore" nei confronti dei parlamentari che hanno dato la sfiducia a Corbyn, sarà bannato dalle primarie.

Attenti a come vi esprimete online: il Grande Fratello Labour vi guarda.

No, non finisce qui. Le riunioni locali di partito sono state sospese fino alle elezioni.

Una mossa con un target preciso, visto che molte circoscrizioni elettorali, in disaccordo con i propri parlamentari che avevano sfiduciato Corbyn, intendevano sfiduciare a loro volta i propri rappresentanti in parlamento.

Insomma, censura a tappeto.

Quando il gioco si fa duro per le élites, anche le ultime vestigia democratiche vanno sacrificate.

Mentre scrivo, leggo che solo entro queste poche ore sono 55.000 i membri registratisi come sostenitori, e se ne prevedono almeno altre 10.000 entro le 17.00 di questo pomeriggio, in cui si chiudono ufficialmente le registrazioni per i sostenitori paganti. Chiaramente quasi tutti sostenitori di Corbyn.

Un'ondata democratica che non riescono più a fermare. E non se ne capacitano.

Per quale altro politico la working class inglese verserebbe £ 25 pur di votarlo? Per uno con lo stile di Tony Blair?

Se secondo le elites essere eleggibile vuol dire spendere le comparse televisive versando tonnellate di politically correct e vendere bene delle bugie su una guerra disastrosa, una buona fetta di elettorato britannico ha capito da tempo che l'unico segno reale di eleggibilità è l'integrità politica e la non collusione con i poteri forti.

Ci si aspettano altre sorprese, da qui al 24 settembre, giorno in cui si saprà se Corbyn rimarrà o meno alla guida del partito.

Bisogna intanto evidenziare come questa faccenda tutta britannica non faccia altro che rivelare ancora di più la vera faccia prepotente, anarco-repressiva del potere.

Un paese che ha fatto passare l'esito di un referendum consultivo, vinto per pochissimi punti in percentuale, come un "must" da perseguire legalmente, poiché "esprime la volontà popolare", e che recalcitra nel passare il tutto al vaglio del Parlamento - come peraltro da legge - decide che per molto meno, ovvero l'elezione del leader di un partito di opposizione, la volontà popolare non conta più. In questo caso sì che contano i parlamentari, ovvero quelli con le mani in pasta.

Evidentemente la posta in gioco è alta.

Eppure qualcosa sta sfuggendo di mano. Come osserva Giulietto Chiesa, attualmente in ambito geopolitico "perfino l'Imperatore non sa mettere ordine nel canile".

La vicenda locale dei Labour ha un risvolto globale: rispecchia anch'essa questa situazione planetaria di estrema confusione, in cui tutto ed il contrario di tutto potrebbe succedere. Senza contare che, comunque vada a finire, avrà forti ripercussioni nell'ambito dei movimenti politici europei. Basti ricordare che Yanis Varoufakis, ex ministro greco del governo Tsipras e promotore di un nuovo movimento europeo, è da tempo uno dei consulenti di Jeremy Corbyn e probabilmente un elemento chiave per possibili future alleanze.

Non è detto che l'esercizio di anarchia del potere funzioni, in questo caso.

Potrebbe anche succedere che i reiterati tentativi di golpe porteranno ad un boomerang, che è già in previsione, poiché a questo punto della partita sono in molti a sostenere che Jeremy Corbyn terrà testa a qualsiasi rivale. Il ché è una buona notizia, per chi ha a cuore principi come disarmo nucleare, giustizia sociale, lotta contro l'austerity e potrebbe incoraggiare un sussulto di speranza in molti popoli europei e non.

Ma, stando alle premesse, teniamoci anche pronti all'eventuale contrattacco.

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L’avviso di liberazione per Ibrahim, giocatore senza squadra

Spunta dal nulla col foglio in tasca. La Repubblica del Niger, il Ministrero della Giustizia e, in basso, la Casa di Arresto di Niamey. Mostra con orgoglio l’avviso di liberazione. Fosse così facile liberarsi dopo un paio di mesi di detenzione per presunta scroccheria ai danni di un altro migrante. E dire che Ibrahim era appena sbarcato, secondo il suo racconto, dal pulman che lo aveva trasportato da Agadez a Niamey. Ordinari ritorni di coloro che hanno tentato il viaggio al nord di Lampedusa. Magari sarà stato l’esempio di George Weah, il liberiano connazionale attaccante del Milan e pallone d’oro. O semplicemente il desiderio di fare carriera dall’altra parte dello schermo televisivo. Fatto sta che Ibrahim, passa prima in Nigeria, crede alle promesse di un amico che gli promette un successo sicuro nell’ambito della telefonia mobile. Imbrogliato una prima volta lo segue nel tentativo di passare il Mare Nostro. Solo che a Tripoli il passeur che gli ha preso i soldi del transito lo rimanda ogni giorno a tomorrow, domani. Che poi è il giorno che mai arriva in tempo. Ci sono tanti domani come le stelle del cielo e la sabbia del mare. ‘Abramo’/Ibrahim aveva visto giusto, quando ha lasciato la Liberia. Pure lui partito dalla casa di suo padre per una promessa senza ritorno.

Visto e considerato che il domani non rispetta i patti, Ibramin anticipa i tempi e va in Algeria per giocare. Trova una squadra precaria e un permesso di soggiorno del tutto improbabile presso la società che lo assume e lo paga. Fanno cinquemila dinar al giorno, che non è male per sopravvivere malgrado la congiuntura dell’Algeria a causa del petrolio caduto in basso come l’indipendenza. Ibrahim si stanca e dà un addio al Mediterraneo. Aveva già pagato 1 500 dollari al passeur che sono sfumati nel domani che non arriva mai. Il nigeriano amico, lui, per qualche scherzo del destino è riuscito a partire dall’altra parte senza lasciare nessuna traccia di sé. Ibrahim non si lamenta e anzi si dice contento per lui visto che Dio, in genere, resta fedele alle sue promesse. Un terra, un popolo e una discendenza. Questi erano i patti e i patti vanno rispettati e per Dio su questo non ci sono dubbi. Che poi Ibrahim si trovi in carcere, nella Casa di Arresto, non è che un dettaglio che sarà risolto dopo appena due mesi. Si è fatto nuovi amici, ha giocato nel cortile della prigione con la squadra locale e soprattutto contava il numero delle stelle. Non riusciva a terminare il conto perché lo rinchiudevano in cella proprio sul più bello. Contava anche lui sulla promessa che lo liberassero l’indomani così avrebbe terminato di contare i giorni che rimanevano.

Era partito da Monrovia nel 2014 illuso dal nigeriano che gli aveva promesso favolosi guadagni in un paese ricco di 180 milioni di abitanti. Ma era senza fare i conti con la storia che l’ha portato prima in Libia e poi in Algeria, a Oran, dove giocava al calcio. Lui, che è nato ‘verso il 1989’ nella capitale Monrovia e ha visto passare la guerra civile durante buona parte della vita. L’ultima si è conclusa nel 2003 con la pace garantita dalle armi umanitarie delle Nazioni Unite che proteggevano i diamanti da esportare. Per gli alberi della foresta già Taylor il dittatore ci aveva pensato. Per pagare le sue milizie aveva scelto di commerciare legname con cinesi e malesiani. Ibrahim aveva pure tentato di studiare e di trafficare con cellulari. Alla fine gli rimaneva il calcio che, minuto per minuto, gli prometteva un campionato migliore. Sul foglio di liberazione c’è la foto di lui che regge tra le mani una lavagna. Hanno scritto il suo nome e la data di uscita, il 17 di luglio di quest’anno. Scritto col gesso che poi sarà cancellato per il liberato seguente. Intanto Ibrahim insiste per cercare una squadra, non appena avrà terminato di contare le stelle. L’ultima è quella stampata sulla bandiera della Liberia. Lone Star la chiamano, la stella solitaria, come quella di Abramo che sta ancora contando i granelli di sabbia.

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Scontri e situazione incerta in Armenia

Non sono ancora riprese a Erevan le manifestazioni di strada a sostegno del gruppo armato asserragliato da due settimane nel comando di polizia della capitale armena, in cui una trentina di assalitori erano penetrati lo scorso 17 luglio, uccidendo il vice comandante e prendendo in ostaggio gli altri agenti.

Intorno alle tre di questa notte (l’una in Italia) la Tass scriveva da Erevan che le circa due migliaia di manifestanti, riunitisi nella tarda serata di ieri in piazza della Libertà e che fino a quel momento avevano continuato a bloccare la prospettiva Maresciallo Bagramjan, una delle principali arterie stradali della capitale armena, avevano deciso di interrompere il meeting di protesta, per tornare a riunirsi questa mattina. A lungo la folla era rimasta indecisa sul da farsi; poi un forte acquazzone aveva deciso per loro e i cortei si erano sciolti.

Alle 17 di ieri ora locale, era scaduto l’ultimatum dato dalle forze di sicurezza armene al gruppo armato. Ma, scaduta l’ora fissata, né la polizia aveva proceduto ad alcun tentativo di fare irruzione nell’edificio, né gli assaltatori si erano arresi, né tantomeno erano cessate le manifestazioni a loro sostegno. Invece, poco dopo la scadenza dell’ultimatum, c’era stata l’uccisione di un poliziotto trentenne, tra quelli che da due settimane circondano la zona del sequestro, con un colpo di precisione alla testa sparato da un cecchino dall’interno dell’edificio. Qui infatti, gli assalitori dispongono di una notevole scorta di armi e di munizioni, dal deposito del comando di polizia preso d’assalto. Questa mattina, gli assalitori hanno liberato gli ultimi due ostaggi ancora nelle loro mani, un medico e un’infermiera, del gruppo di sanitari entrati nell’edifico il 27 luglio per prestare soccorso agli uomini rimasti feriti in seguito alle sparatorie con la polizia schierata tutt’intorno.

Dopo i violenti scontri di venerdì sera tra polizia e manifestanti che appoggiano il gruppo attaccante; dopo che, per due settimane, non è mai cessata la fucileria da parte del gruppo rintanato nell’edificio, ieri un comunicato del Servizio di sicurezza dichiarava che “ogni ragionevole possibilità di soluzione pacifica è scomparsa”. In effetti, a partire dai giorni immediatamente seguenti il 17 luglio, praticamente ogni sera si sono svolte manifestazioni dell’opposizione, a sostegno del gruppo “KrAZ”, per chiedere le dimissioni del Presidente Serzh Sargsjan e la scarcerazione di Zhirair Sefiljan, leader del movimento “Parlamento costituente”, arrestato il 20 giugno per possesso e trasporto illegale di armi. Le autorità, pur senza proclamare nessun particolare stato d’emergenza, si sono limitate a proibire meeting nell’area in cui, da due settimane, si stanno conducendo le trattative per cercare una soluzione non cruenta della situazione. Sono invece state permesse manifestazioni in altre zone della capitale; solo venerdì sera, con il tentativo dell’opposizione di concentrarsi nella zona interdetta, si erano verificati scontri di una certa entità: Interfax scriveva ieri di una settantina di feriti e oltre 160 fermati in seguito agli scontri della sera precedente; tra i fermati, figurava anche il vice-presidente del partito di opposizione “Eredità”, Armen Martirosjan; numerosi i giornalisti rimasti contusi in seguito alle cariche della polizia e per lo scoppio di granate assordanti.

Oggi, il portavoce del “ministero” degli esteri della UE si è detto preoccupato per gli avvenimenti di Erevan: “ribadiamo il nostro appello alle autorità armene ad evitare un uso eccessivo della forza da parte della polizia contro le manifestazioni pubbliche. Anche i manifestanti dovrebbero astenersi dalla violenza nell’esercizio dei loro diritti civili”. Anche il capo rappresentanza dell’Osce in Armenia, Argo Avakov, si è espresso per una soluzione non violenta della situazione a Erevan, facendo appello a “tutte le parti a esercitare la massima moderazione e non ricorrere alla violenza e astenersi da provocazioni per frenare il crescente rischio di una escalation”. Ieri, era stato il Segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, a esprimere “preoccupazione per gli avvenimenti … vorrei ricordare che in paesi che si attengono alla supremazia della legge, tutti i problemi devono esser risolti con il dialogo politico, il rispetto delle regole e degli standard di democrazia”. Jagland aveva invitato le parti in conflitto a porre termine a “questa situazione pericolosa e tornare ad adottare metodi democratici. Democrazia, supremazia dei diritti dell’uomo e della legge devono prevalere. La libertà di riunione deve essere rispettata pienamente”.

Considerando che le autorità armene non hanno considerato l’avvenimento come terroristico e non hanno quindi limitato né diritto di riunione o di manifestazione o di libertà di stampa, dopo gli appelli che, al contrario di altre situazioni ben note, giungono ora dalla UE, viene spontaneo ricordare come alcuni osservatori, su Sputnikarmenia, già prima del 17 luglio esprimessero timori circa un “calco” degli avvenimenti georgiani o ucraini, con una piazza della Libertà al posto di una piazza dell’Indipendenza. Tanto più che, come da copione, non si è mancato di mettere in giro voci su non meglio precisati interventi (quando? dove? in appoggio all’opposizione o alla leadership armena?) ora di reparti speciali ceceni, ora di forze di sicurezza russe. In effetti, la situazione in Armenia aveva cominciato a entrare in ebollizione lo scorso ottobre, allorché il fronte di opposizione “Nuova Armenia”, aveva annunciato l’inizio di un “processo di disordini civili, per il cambiamento di regime” nel paese. “E’ impossibile raggiungere un cambio di potere attraverso le elezioni”, aveva detto Sefiljan; “ciò si può ottenere solo con una insurrezione del popolo”.

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sabato 30 luglio 2016

Your time is gonna come


Per costruire un sindacato di massa e di classe ci vuole soprattutto partecipazione e militanza

Dal rinnovato impegno negli stabilimenti FCA (ex Fiat) alle iniziative e alla fortissima rappresentanza nell’ILVA di Taranto, dall’ultimo riuscito sciopero nella Piaggio di Pontedera alle continue aperture di realtà industriali più o meno grandi in tutto il territorio nazionale, USB dimostra con sempre più determinazione e credibilità che è ormai superato il tempo nel quale il sindacato di base veniva descritto esclusivamente come soggetto rappresentativo nell’ambito del pubblico impiego e dei trasporti.

Nel mondo dell’industria USB ha maturato ormai un’esperienza che pone il nostro sindacato non solo in forte competizione con Cgil e Fiom, ma in molti casi come forza trainante della ripresa delle mobilitazioni operaie.

Che dire poi del comparto del commercio, dove ormai siamo una realtà che lotta, che tratta, che studia e progetta soluzioni ma che sa al tempo stesso organizzare la protesta e le lotte con intelligenza, creatività e determinazione. Una rappresentanza ormai forte e matura che molto spesso ci pone al centro dell’attenzione delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio in modo così pressante e purtroppo parcellizzato da non riuscire talvolta a dare risposte in tempo reale.

La logistica è un settore nel quale siamo entrati da non molto tempo, ma che rappresenta per noi un ambito di intervento importante perché è qui che si incontrano le contraddizioni che sono poi quelle che si evidenziano nell’agenda sociale del paese: i migranti, lo sfruttamento derivante dalla mancata applicazione dei contratti e spesso delle leggi dello stato, la precarietà, la difficoltà dell’inserimento e dell’integrazione sociale, le politiche dell’abitare.

Ma ormai USB è presente ed attivo nella scuola e tra i braccianti, nei servizi pubblici e nelle municipalizzate, nell’industria e nei trasporti, nel pubblico impiego e nel commercio e in tutti i settori e comparti produttivi e dei servizi.

Questa maggiore rappresentatività è il frutto dell’integrazione e dello sviluppo di esperienze diverse, delle capacità, del lavoro e della militanza di migliaia di rappresentanti, delegati ed attivisti che in questi anni hanno attivamente partecipato alla costruzione prima dell’autorganizzazione, poi del sindacalismo di base e ora di USB che rappresenta oggi un forte punto di riferimento e di aggregazione nella realizzazione di un sindacato di massa e di classe che rappresenti realmente un’alternativa a Cgil, Cisl, Uil e Ugl e all’arcipelago dell’ormai in declino sindacalismo autonomo.

Come sempre nella storia della crescita delle organizzazioni ci sono momenti fondamentali nei quali si creano delle condizioni particolari che permettono di superare una normale e lenta progressione e tali congiunture rappresentano una positiva esplosione di valori, di potenzialità e di realizzazione. Purtroppo nell’ambito del sociale e del sindacato ciò si verifica nei momenti estremamente positivi o, al contrario, nelle fasi di crisi acuta. Questa è oggi la situazione, queste le condizioni che stanno facendo crescere USB in modo sempre più evidente.

Dobbiamo riuscire a rendere organiche, coerenti e propulsive queste potenzialità ed a costruire in breve tempo un sindacato realmente di massa e di classe, unica strada per dare risposte forti e positive alle esigenze di chi lavora e di chi è disoccupato, di chi vuole salario e pensione e di chi vuole reddito, di chi vuole una scuola pubblica e un tetto sulla testa, di chi è arrivato in questo paese spinto dalla fame e dalla guerra e di chi vuole sanità e servizi pubblici ed efficienti.

Per costruire un sindacato che sia in grado di dare risposte a queste richieste serve partecipazione, la più ampia e determinata possibile, ed è in questo senso che ci apprestiamo a lavorare.

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Golpe turco, anche Demirtas (Hdp) accusa Gulen

L’Occidente deve “badare agli affari propri” invece di criticare la repressione scatenata dal governo turco dopo il fallito golpe del 15 luglio scorso: lo ha affermato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. “Alcuni ci danno dei consigli, si dicono preoccupati. Fatevi gli affari vostri, guardate a quello che fate voi” ha ribattuto il ‘sultano’ sottolineando per l’ennesima volta lo scarso sostegno ricevuto dai governi dell’Unione Europea, accusati seppur indirettamente di aver tifato per i militari ribelli. Il Primo ministro, Binali Yildirim, ha nel frattempo reso noto che tutti gli elementi ritenuti fedeli all’imam Fethullah Gulen – considerato da Ankara la mente del golpe – sono stati “eliminati” dalle forze armate.

Anche il leader del Partito Democratico dei Popoli che riunisce i movimenti curdi e le sinistre radicali turche, Selahattin Demirtas, si dice convinto che dietro il maldestro tentativo di ‘regime change’ ci sia l’imam/magnate rifugiato in Pennsylvania. “Penso che il golpe in Turchia sia stato opera di un cocktail che include Gulen e altre fazioni scontente dell’approccio di Erdogan. Le indagini dovranno dirci la verità, ma credo che il governo non ci abbia ancora detto tutto e nei prossimi giorni emergeranno dei nomi shock di esponenti politici coinvolti, del partito Akp (di Erdogan) ma non solo” ha detto ad Istanbul il co-portavoce dell’Hdp, durante il primo incontro con la stampa internazionale organizzato dopo il 15 luglio.

Intanto purghe, epurazioni e retate continuano senza sosta. La magistratura di Istanbul ha confermato l’arresto per 17 giornalisti accusati di intrattenere rapporti col predicatore Fethullah Gulen, il che per il regime di Ankara configura il reato di appartenenza a “un gruppo terroristico”. Nel processo preliminare tenuto ieri, i giornalisti imputati erano 21. Quattro sono stati rimessi in libertà, altri 17 resteranno invece in carcere in attesa di giudizio, compresa la nota editorialista Nazli Ilicak.

Da parte sua il ministero dell’Educazione ha rimosso altri 3.932 dipendenti mentre altre 284 istituzioni educative sono state chiuse a Istanbul per presunti legami con i ‘gulenisti’. Il totale delle epurazioni dal solo settore pubblico è di almeno 70 mila, la maggior parte delle quali proprio nella scuola e nell’università.

Il regime turco sta intanto ampliando la repressione al settore delle imprese: nelle ultime ore tre importanti imprenditori sono finiti in manette. Le forze di sicurezza nella città di Kayseri (nel centro della Turchia) hanno arrestato il presidente della società a conduzione familiare Boydak Tenere, Mustafa Boydak, e due altri alti dirigenti dell’azienda. Mandati d’arresto sono stati spiccati anche per l’ex presidente Haci Boydak così come per altri due dirigenti: Ilyas e Bekir Boydak. Le misure restrittive fanno parte di un’indagine in merito al finanziamento delle attività di Gulen in Turchia. Mustafa Boydak è anche il capo della Camera di Commercio di Kayseri, una città in rapida crescita definita una delle “tigri anatoliche” per la prosperità che ha goduto sotto il governo di Erdogan. Boydak Tenere ha interessi nei settori dell'arredamento, dell’energia e della finanza, e possiede in particolare gli importanti mobilifici Istikbal e Bellona.

Il governo turco ha informato ieri di aver revocato i passaporti di 49.211 persone per sospetti legami con la rete di Fethullah Gulen.

Inoltre la Turchia chiuderà le caserme militari usate dai golpisti a Istanbul e Ankara. Lo ha detto il premier, Binali Yildirim, precisando che la decisione riguarda anche la base aerea di Akinci nella capitale, utilizzata come quartier generale dagli autori del putsch. Al loro posto, nasceranno dei “luoghi piacevoli dove la gente potrà passare il tempo” ha affermato il primo ministro.

Sempre per quanto riguarda la punizione di vasti settori delle forze armate, il ministro della Difesa Fikri Isik ha affermato ieri che le risposte alle domande degli esami delle accademie militari turche sarebbero state rubate per ben 14 anni, tra il 2000 e il 2014, e fatte pervenire agli studenti legati alla rete di Fethullah Gulen. Secondo il governo, si tratterebbe di uno degli strumenti principali dell’infiltrazione dei ‘gulenisti’ in posti chiave dell’esercito. Ankara avrebbe in mente di chiudere i licei militari e porre le accademie (università) sotto il controllo del ministero della Difesa e non più delle Forze armate.

La procura di Smirne, sulla costa egea della Turchia, ha spiccato un mandato di cattura per 203 poliziotti. Secondo l’agenzia statale Anadolu, diversi di questi agenti sono già stati arrestati in blitz condotti dalle unità antiterrorismo.

Nel corso di una delle tante commemorazioni di alcune vittime del fallito golpe il presidente turco Erdogan ha annunciato che ritirerà tutte le denunce contro le persone accusate di averlo “insultato”. Sono centinaia le persone contro le quali erano stati avviati procedimenti giudiziari per insulti alla presidenza, compresi molti giornalisti e persone che avevano scritto post critici nei confronti del ‘sultano’ sui social network. “Per una volta soltanto, perdonerò e ritirerò tutti i procedimenti contro i molti insulti ed espressioni di disprezzo che sono stati scagliati contro di me”, ha detto Erdogan, in quello che appare un gesto propagandistico.

Al tempo stesso il regime sembra continuare a perseguire il ristabilimento della pena di morte, che potrebbe essere reintrodotta attraverso la celebrazione di un referendum. Ad affermarlo è stato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu in una intervista alla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”.

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Terrore islamista e gasdotti: chi fornisce le armi?

Le forniture di armi ucraine allo Stato Islamico, dirette o indirette, sono un dato di fatto. Contropiano ha scritto più volte dei rapporti d’affari, in armi e petrolio, tra Kiev e Ankara (con la partecipazione di stati baltici e Polonia), con cui il contrabbando del greggio consente ai terroristi di acquistare armi e continuare nella scia di sangue che sta sommergendo il Medio Oriente.

Di acquisti diretti, le agenzie internazionali avevano scritto – per citarne solo una: la Reuters – già a fine 2015, allorché in Kuwait era stato arrestato, per contrabbando di lanciarazzi contraerei individuali, un cittadino libanese membro dello Stato Islamico, che aveva ammesso l’acquisto di armi in Ucraina; armi che erano poi giunte in Siria attraverso la Turchia.

Anche del dilagare di armi, soprattutto leggere, in Ucraina, vendute al mercato nero dagli “eroi” della cosiddetta Operazione AntiTerrorismo nel Donbasss, è stato scritto a più riprese. Sono di questi giorni, ulteriori notizie – ancora della Reuters – circa la diffusione di armi, anche pesanti, dall’Ucraina verso paesi dell’Est europeo e della Russia, fino al Medio Oriente. L’ipotesi più probabile è che lo smercio passi attraverso il porto di Odessa (era ovvio che le pastorali di Mikhail Saakašvili circa la “lotta alla corruzione” nascondessero, neanche tanto bene, conflitti oligarchici per il controllo di quello scalo) quindi, i Balcani e anche il Caucaso settentrionale russo. Secondo la Reuters, nessuno dei depositi a disposizione dei battaglioni neonazisti viene registrato, non viene condotto alcun inventario delle armi e i comandanti di quei reparti “volontari” sono i primi a trarne profitto. Tuttavia, ogni tanto, per motivare il proprio lavoro, il Servizio di sicurezza “scopre” qualcuno di quegli arsenali segreti, da cui ogni neonazista è libero di portarsi a casa le armi che preferisce: se prima “si trattava di pistole e fucili, ora si è passati ai lanciagranate e a intere partite di tritolo”, come quelle rinvenute un paio di settimane fa in un deposito nascosto dei neonazisti di “Dnepr-1”. E’ risaputo come anche comandanti dell’esercito “regolare” ucraino vendano addirittura veicoli blindati, denunciandone poi il furto: è accaduto un anno fa ed è accaduto di nuovo nei giorni scorsi.

A inizio giugno era stata la volta del francese Grégoire M., arrestato alla frontiera ucraino-polacca per contrabbando di armi ed esplosivi: 5 Kalashnikov, 2 lanciagranate anticarro RPG- 7 e relativo munizionamento, 125 kg di tritolo e 100 detonatori. Questo, a opera di una sola persona che, tranquillamente, con la propria auto, se ne era andata a far shopping in Ucraina; figuriamoci di cosa possano rifornirsi organizzazioni appena appena più dotate di uomini e auto, quali, ad esempio “funzionari statali e regionali, generali e non solo comandanti dei “battaglioni volontari”, come sostiene la Reuters”, afferma il direttore del Centro di ricerche euroasiatiche Vladimir Kornilov. Senza contare tutte le famiglie malavitose ucraine che, perdurante la guerra nel Donbass, fanno milioni approfittando della facile diffusione di armi che accompagna ogni conflitto, come era accaduto all’epoca dell’aggressione alla Jugoslavia. Secondo le stime dell’esponente del partito “Patria”, Fëdor Birjukov, tutte le forze ucraine impegnate nel Donbass, “regolari” e non, riescono a smerciare almeno il 20% delle armi a disposizione.

Ma si tratta comunque di mercato nero “al minuto”. Le triangolazioni su più vasta scala permettono invece uno smercio organizzato e all’ingrosso. Ne è un esempio quello diffuso da Livejournal, circa i rapporti d’affari tra l’impresa polacca “Level 11” e il Qatar – una cui delegazione militare aveva partecipato nel settembre 2015 all’esposizione “Armi e sicurezza” (!) a Kiev – con l’intermediazione del Consigliere commerciale dell’ambasciata ucraina a Doha, per la fornitura di sistemi razzo antiaerei S-125-2D dell’ucraina “Ukroboronprom”. E, come non è mistero il proficuo rapporto tra “Ukroboronprom” e “Level 11”, altrettanto non lo è il fatto che il Qatar, insieme all’Arabia Saudita, gli Emirati, la Turchia, sia uno dei finanziatori e rifornitori di armi dello Stato Islamico, attraverso cosiddetti Fondi di beneficenza islamica quali “Jamiat Qatar al-Khair”, “Sheikh Eid al-Khairiah” o “Qatari Red Crescent Society”. Del resto, Doha ne ha di esperienza nel settore: i finanziamenti ai terroristi ceceni a inizio anni ’90 ne sono un esempio.

Inoltre, nelle immediate vicinanze dell’aeroporto di Abū Nakhlah, è dislocatala la Al Udeid Air Base, con il 609° Centro operativo delle operazioni aeree e spaziali del Comando centrale USA (uno dei quattro centri esteri statunitensi) e ieri l’ex vice Presidente dell’Assemblea parlamentare Osce, Willy Wimmer, dichiarava a Sputnik.de che gli F-16 turchi che lo scorso novembre abbatterono il Su-24 russo operarono sulla base di coordinate fornite da velivoli USA e sauditi per la localizzazione elettronica.

Per quanto riguarda i rapporti Qatar-Turchia, scrive Livejournal, si prevedono lucrosi contratti per imprese turche in Qatar, in vista dei mondiali di calcio del 2022; ma, soprattutto, si punta alla realizzazione del gasdotto Qatar-Iraq-Turchia, che potrebbe arrivare fino in Europa: con i sunniti al potere in Siria, il gasdotto Qatar-Arabia Saudita-Giordania-Siria-Turchia sarebbe realizzato in tempi brevi. Questo recherebbe non poco danno economico a Mosca; ma, per il buon esito del progetto, è fondamentale il controllo del territorio da parte dello Stato Islamico: obiettivi ambedue in cui un ruolo importante può essere giocato anche da Kiev. E’ così che ieri, il vice premier della Crimea Ruslan Balbek, incontrando una delegazione parlamentare francese in visita nella penisola, ha parlato di campi di addestramento per terroristi dello Stato Islamico, allestiti nel sud della regione ucraina di Kherson, al confine con la Crimea.

Ma, nell’affare del gas, attori non certo di secondo piano sono gli Stati Uniti e, se negli ultimi mesi e soprattutto nelle ultime settimane i rapporti Washington-Ankara hanno preso una piega diversa, non per questo la Casa Bianca ha smesso di far perno sui propri picciotti a Kiev. Secondo l’intelligence della DNR, nelle ultime settimane le forniture militari USA all’Ucraina hanno fatto un “salto di qualità”: da non letali (giubbetti antiproiettile, visori notturni, equipaggiamento) a letali. Lo scorso 13 luglio, con volo charter RCH920 proveniente dalla base USAF di Spangdahlem, in Germania, sono giunte a L’vov 16 tonnellate di munizionamento per varie armi, tra cui 2 milioni di proiettili di vario calibro, insieme ad alcune centinaia di pezzi tra carabine, pistole, fucili a ripetizione, mitragliatrici, lanciagranate e fucili di precisione per cecchini.

Ulteriore merce per i traffici di armamenti con cui, anche attraverso Kiev, si rimpinguano le formazioni terroristiche. Un tassello in più nel puzzle degli interessi energetici e dei gasdotti internazionali che fanno del Medio Oriente un centro di scontro planetario, in cui il “paravento” dell’Islam serve a coprire la turpitudine dei profitti, sia occidentali che delle monarchie del petrolio.

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Elezioni Usa, le due facce di Hillary

Hillary Clinton aveva un obiettivo per la convention che l’ha incoronata candidata dei Democratici alle presidenziali di novembre: spiegare alla base che lei è una di loro. Impresa non facile: tradizionalmente vicinissima al potere, in politica più o meno dall’alba dei tempi, già First Lady e Segretario di Stato. Un curriculum imponente – il presidente Barack Obama ha infatti detto che «nessuno ha più titoli di lei per la presidenza, non li avevo io, non li aveva Joe Biden, non li aveva Bill Clinton» –, ma anche il terribile sospetto di essere un’emanazione diretta dell’establishment politico e finanziario la cui popolarità, negli Usa come altrove, è ai minimi storici.

Hillary nel suo discorso di chiusura della convention non è stata brillante come Michelle Obama o Joe Biden, non è stata fluviale come Barack Obama, non è stata potente come Michael Bloomberg, l’ex sindaco repubblicano di New York che alla fine si è schierato con lei dopo aver pure pensato di candidarsi alla Casa Bianca. Hillary ha cercato di mostrare il proprio volto più umano: «I miei titoli dicono solo quello che ho fatto, ma non spiegano il perché. In tutti questi anni di servizio pubblico mi sono sempre concentrata sul servizio e ho concesso poco tempo al pubblico. Qualcuno non sa cosa pensare di me, ma io non vengo da una famiglia che ha il suo nome su grandi palazzi (questa era per Trump, nda), la mia famiglia ha sempre cercato di costruire un futuro migliore».

Chiedersi se lei sia stata trattata peggio di altri uomini con una storia politica simile alla sua è più che legittimo. Ma ogni volta che lei parla è naturale che sorgano dei dubbi: la sua condotta è sempre stata spregiudicata nei confronti degli avversari, diverse biografie la descrivono come una politica cinica e spietata. Naturale non provare empatia, ma non è che i suoi predecessori fossero tutti degli stinchi di santo. Insomma, di chi parliamo quando parliamo di Hillary Clinton?

Piaccia o no, lei è l’unico argine alla follia di Donald Trump. Di questo, alla fine, ha preso atto anche Bernie Sanders, che ha invitato i suoi – in buona parte riuscendoci – a sostenerla in maniera leale. «Le elezioni vanno e vengono – ha scritto Bernie in un recente Tweet –, ma la lotta continua».

Hillary ha ringraziato a modo suo, inserendo nella propria agenda qualche dichiarazione che può essere letta come una (timida) apertura a sinistra: «Se pensate che dobbiamo aumentare le paghe a tutti, unitevi a noi. Se credete che Wall Street non debba mai più rovinare Main Street, unitevi a noi. Se pensate che tutti debbano avere accesso alle cure e le donne possano scegliere sulla propria salute, unitevi a noi».

Sincera o no, lei ci prova. Agli americani il giudizio sulla sua genuinità.

La convention democratica, per il resto, si era aperta con qualche polemica della base, questione in verità molto gonfiata dai blog della destra americana – seguiti poi a ruota anche dall’appiattita stampa italiana, che quasi sembra sperare che alla fine vinca Trump soltanto per poter dire “l’avevamo detto” –, visto che la manifestazione dei detrattori della Clinton ha visto la partecipazione di appena 10mila persone.

Sanders e Obama, come detto, hanno tirato la volata a Hillary, mentre il vicepresidente Joe Biden ha tirato delle mine pesanti sui Repubblicani e sul loro candidato e Michelle Obama ha toccato le corde preferite dell’elettorato democratico, quelle della speranza nei tempi che cambiano, tema che attraversa decenni di libri, dischi e film: «Ogni mattina mi sveglio in una casa costruita dagli schiavi e vedo le mie figlie, due ragazze nere, che giocano». La politica americana, d’altra parte, è così: un po’ retorica, ma almeno non si è perso il gusto per l’arte oratoria e se proprio vogliamo trovare un altro punto tutto sommato positivo possiamo dire che, diversamente da quanto si fa nella vecchia Europa, qui i progressisti non cercano di inseguire la destra sul terreno del populismo, rimediando sonore batoste perché alla copia l’elettorato preferisce sempre l’originale.

Alla fine, insomma, si può dire che i Democratici siano con Hillary. Compatti sì, ma non si sa quanto convinti.

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Stress test bancari, o il corporativismo dei forti

L’esito del cosiddetto stress – test cui sono state sottoposte le principali banche europee consente un’analisi, forse eccessivamente schematica ma sicuramente realistica, sul rapporto tra economia e politica nell’Unione Europea.

Appare evidente, infatti, come questo tipo di operazioni altro non rappresenti che la difesa corporativa di poteri forti, in questo caso quelli bancari, che escono sempre indenni anche rispetto alle stesse logiche di mercato che pure sono sempre invocate a gran voce in questi casi.

La globalizzazione vale per la povera gente investita dalla guerra e costretta a migrare percorrendo a piedi i Balcani oppure annegando nel Mediterraneo: non vale certo per i banchieri ben rinchiusi nelle loro fortezze provviste di aria condizionata.

Quando, poi, lo “stress – test” fornisce esito (fintamente) negativo c’è sempre pronta una bella ricapitalizzazione finanziata ovviamente dal “parco buoi”, cui tra qualche anno, com’è capitato ai poveri correntisti veneti sarà comunicato il classico “bambole, non c’è una lira”.

Nel frattempo chi doveva ingrassare, si è ingrassato.

L’esempio delle banche è il più facile da farsi, ma pensiamo alla finanziarizzazione delle industrie, agli spostamenti dei domicili fiscali, alle leggi fatte ad hoc per intensificare lo sfruttamento, precarizzare il lavoro, spostare ancor di più l’asse delle risorse a disposizione verso l’alto.

Si discute della crisi della democrazia e delle difficoltà delle èlite: in realtà l’assetto politico – sociale appare ormai saldamente strutturato sulla base del corporativismo dei potenti.

La “politica” si è ben orientata in questo senso, non tanto e non solo nella costruzione di una nuova dimensione del proprio ceto, ma soprattutto nell’edificazione di strutture istituzionali da utilizzarsi proprio in funzione dell’utilità per le corporazioni.

Nasce da qui la modifica in senso autoritario degli stessi regimi liberal – democratici e i progetti di fuoriuscita dal quadro costituzionale repubblicano (come negli auspici avanzati qualche tempo fa da J.P. Morgan).

La sola risposta possibile sembra essere quella dell’arroccamento sugli elementi di una cattiva tradizione di egoismi singoli e collettivi espressi da moltitudini poste perennemente in guerra verso altre masse, in una gara folle verso l’espropriazione del senso comune di un equilibrio comunitario.

Il versante corporativo, quello degli establishment dominanti in Occidente (democratici USA, grosse koalition tedesca, conservatori e laburisti britannici, socialisti francesi) e quello populista (Trump, Brexit, Front National) sono omologati nel cancellare ogni identità solidale ed egualitaria e conservare l’attuale segmentazione del potere in modo da renderne impossibile l’identificazione e la contesa.

E’ questo, sia ben chiaro, il senso complessivo, nel “minimum” della situazione italiana, delle renziane deformazioni costituzionali: nascondere il potere per lasciarlo intangibile nella disponibilità delle corporazioni (quelle vere, non certo quelle di Monsù Travet).

E’ necessario non farsi fuorviare dall’infuriare della propaganda e rendersi conto che è questo l’oggetto vero del contendere: quello del ritorno a far sì che le idee di eguaglianza ricompaiano sulla scena della storia come oggetto dell’agire politico.

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venerdì 29 luglio 2016

Paradossi... in tempi di guerra globalizzata

In questi giorni convulsi di guerra globalizzata e di jihadisti veri, finti o presunti il vocabolario politico europeo si va arricchendo di parole e concetti che forse riflettono meglio di mille ragionamenti la matrice intimamente neocoloniale dei conflitti in corso. Dopo aver ridotto a sinonimi i concetti di islamico ed islamista, dopo aver trasformato il radicalismo islamico in una psicopatologia per menti fragili pur di depoliticizzarne la natura e dopo aver addirittura teorizzato la “radicalizzazione istantanea” dei banlieusard arrabbiati nella moschea di Google, eccoci dunque arrivati alla proposta di “israelizzare” la società come panacea di tutti i mali. Come ha avuto modo di specificare il politologo francese Dominique Moïsi, esperto di geopolitica e di Medio Oriente per conto dell’Ifri (Institut français des rélations internationales), e convinto sostenitore della tesi: mi riferisco all’israelizzazione delle teste, degli stati d’animo, dei pensieri. Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che siamo in presenza di una minaccia permanente, imprevedibile, vicina e comportarci di conseguenza. Questo non vuol certo dire – continua Moïsi mettendo le mani avanti – che bisogna erigere muri, costruire barriere, consentire alla gente di armarsi o militarizzare le nostre città. Come se i muri, le barriere e la militarizzazione delle citta non fossero il prodotto del razzismo e del colonialismo di cui è intrisa la sociètà israeliana. Ed allora, in questi giorni convulsi di guerra globalizzata e di jihadisti veri, finti o presunti, il paradosso è che per leggere un commento intelligente bisogna andare a cercarsi l’articolo di un giornalista che tutto è fuorchè comunista e che, per di più, scrive sul giornale dei padroni...

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Perché è una guerra «dentro» una religione

È guerra, ma non di religione dice il Papa. E ha ragione: questa è una guerra “dentro” una religione. È cominciata all’interno l’Islam e la maggior parte delle sue vittime sono musulmani: per questo appare così frammentaria e contradditoria, anche quando il bersaglio sono le società occidentali. In realtà i contorni sono più nitidi di quanto non si voglia far credere: la religione è usata strumentalmente per un conflitto di potenza.

Si comincia nel 1979 quando l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan: fu allora che i mujaheddin vennero appoggiati per abbattere l’Impero Rosso. Erano “i nostri eroi”, dopo l’11 settembre, con i talebani e Al Qaeda, diventarono i” barbari”. La regia era americana, i soldi sauditi e il Pakistan a fare da ospitale piattaforma per tutti i gruppi islamisti anti-sovietici: è il ruolo che ha avuto la Turchia in Siria aprendo l’”autostrada dei jihadisti” per far fuori nel 2011 Bashar Assad. La Siria è l’Afghanistan dei nostri tempi. Ma alle porte di casa.

Il conflitto dentro l’Islam è diventato apertamente una guerra tra sciiti e sunniti nel 1980 quando il 22 settembre Saddam Hussein attacca l’Iran di Khomeini: tutto questo dieci giorni dopo il colpo di stato del generale Kenan Evren in Turchia. Corsi e ricorsi della storia: il fallito colpo di stato in Turchia oggi non solo ha aperto la strada alle epurazioni di Erdogan ma anche a un rivolgimento in un Paese cardine della Nato.

Il conflitto nel Golfo durò otto anni con un milione di morti senza cambiare i confini di un centimetro: Saddam venne finanziato con 50 miliardi di dollari dalle petromonarchie del Golfo per far fuori la repubblica islamica vissuta come una minaccia perenne all’egemonia dei sunniti. Ma non sempre le cose vanno come si vorrebbe: il Raìs, dopo l’occupazione del Kuwait nel ’90, diventò bersaglio di una prima guerra nel ’91 e di una seconda nel 2003. Questi “intervalli”, in cui l’Occidente “guardava a Est” furono costellati da centinaia di migliaia di morti tra i curdi e gli sciiti.

Facciamo un passo indietro per capire la politica occidentale e dei suoi alleati musulmani. Nel novembre ’78 Carter nominò il diplomatico George Ball capo di una task force incaricata di elaborare un rapporto sull’Iran. Ball assegnava ben poche chance alla dinastia Palhevi di restare sul trono del Pavone e raccomandava di sostenere l’opposizione di Khomeini. In realtà aveva ricalcato lo studio di uno dei massimi esperti mondiali, Bernard Lewis, professore emerito a Princeton, ex agente britannico al Cairo durante la seconda guerra mondiale.

Lewis raccomandava di appoggiare i movimenti radicali islamici, i Fratelli Musulmani e Khomeini con l’intento di promuovere la balcanizzazione dell’intero Medio Oriente lungo linee tribali e religiose. Più o meno quanto sostenevano i neo-con di Bush jr. che infatti nel 2003 acclamarono Lewis come il loro ispiratore.

Il disordine sarebbe sfociato in quello che il professore definì un “arco della crisi”, per poi diffondersi anche nelle repubbliche musulmane dell’Unione Sovietica. L’espressione “arco di crisi” ebbe un enorme successo, fu ripresa da Brzezinski, consigliere della sicurezza nazionale, insieme alla teoria di utilizzare l’Islam in funzione antisovietica. L’Iran, sfortunatamente per Carter, si rivelò più un problema per gli Usa che per Mosca ma l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa nel dicembre ’79 diede un impulso straordinario alla teoria di Lewis: furono armati migliaia di mujaheddin che inchiodarono i russi in un conflitto disastroso fino al ritiro nell’89. Con la fine dell’Urss, Washington decise che l’area non era più interessante e l’abbandonò all’Islam radicale.

Lewis fu il più strenuo sostenitore della necessità di rovesciare Saddam Hussein: lo definì «un passo decisivo per dare una spinta modernizzatrice a tutto il Medio Oriente». Le cose sono andate diversamente. Ma quello che colpisce non sono le previsioni sbagliate, quanto i discorsi che hanno accompagnato le azioni occidentali in Medio Oriente. Più che confortare le fantasiose teorie del complotto, questi studi rispondevano alla necessità di giustificare a posteriori le proprie azioni.

Esattamente come avviene oggi con la Siria, il Califfato e la Turchia: si voleva abbattere un dittatore a Damasco e adesso abbiamo un autocrate anche ad Ankara. Non solo ma come in una nemesi della storia, la Russia è tornata protagonista in Medio Oriente e l’Iran ha rafforzato le sue mire egemoniche davanti a potenze sunnite in crisi. Ma come giustamente sottolinea il Papa prima ancora che guerre di religione sono conflitti di potenza che tendono a salvare dinastie clienti dell’Occidente come quella dei Saud. Nessuna distorsione dell’Islam o interpretazione del Corano sfugge a questa prosaica realtà

di Alberto Negri, da Il Sole 24 ore del 29/7/2016

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Bring it on home


Turchia. Il regime accusa: dietro il golpe la Nato

Le accuse del regime turco al governo degli Stati Uniti, alla Cia e alle strutture della Nato per il fallito golpe del 15 luglio continuano a caratterizzare lo scontro tra Ankara e Washington. Sia Barack Obama sia vari capi delle forze armate statunitensi sono intervenuti più volte per smentire ogni loro coinvolgimento sulla sfortunata sollevazione dei militari di due settimane fa, ma con i giorni cominciano ad emergere degli elementi che, in mancanza di prove concrete e inoppugnabili, sembrano comunque verosimili.

Nei giorni scorsi il ministro della Giustizia Bekir Bozdag, durante un’intervista televisiva, ha dichiarato: «Gli Stati Uniti sanno che Fethullah Gülen ha dato vita a questo golpe. Obama lo sa meglio del suo stesso nome. Sono convinto che l’intelligence statunitense sa troppe cose». Secondo il ministro turco Washington sapeva cosa stava per succedere e non ha fatto nulla per mettere in guardia Ankara. Ma altri suoi colleghi del governo di Ankara sono stati ancora più espliciti, accusando l’esecutivo statunitense di aver sostenuto il tentativo di regime change in Turchia, per stoppare il repentino avvicinamento di Erdogan alla Russia e ad Israele, il che allontanerebbe ulteriormente l’importante membro della Nato dagli interessi politici e geostrategici degli Stati Uniti.

Poi sono venute le accuse da parte di alcuni media filogovernativi che hanno accusato gli Stati Uniti di aver cercato di assassinare Erdogan.

In particolare il quotidiano filoregime Yeni Safak ha puntato l’indice contro la Casa Bianca. Il giornale ha scritto che il golpe sarebbe stato organizzato dall’ex comandante di missione dell’Isaf – la missione della Nato in Afghanistan – John Campbell, coadiuvato da un’ottantina di agenti della Cia dislocati in Turchia. L’operazione sarebbe stata ‘oliata’ con lo stanziamento da parte di Washington di circa due miliardi di dollari, fatti passare tramite una filiale in Nigeria della United Bank of Africa e utilizzati per corrompere i generali e gli ufficiali ribelli. Dopo il suo pensionamento, nel maggio scorso, Campbell si sarebbe recato in Turchia almeno 2 volte per incontri segreti con alti ufficiali golpisti scrive Yeni Safak citando fonti d’intelligence.

A conferma delle accuse vari media turchi citano alcuni elementi. Intanto il complotto sarebbe stato organizzato e coordinato dalla base militare turca di Incirlik, dove parecchie centinaia di militari statunitensi gestiscono i raid aerei contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria e Iraq. Il generale Bekir Ercan Van, responsabile della base, è stato arrestato insieme ad un consistente numero di alti ufficiali e militari, con l’accusa di aver sostenuto la sollevazione. Per molti giorni dopo il 15 luglio alla installazione militare in dotazione alla Nato le autorità turche hanno letteralmente tagliato i rifornimenti di energia elettrica, e per alcune ore la base è stata addirittura assediata dai militari lealisti che hanno impedito le comunicazioni con l’esterno.

Altro elemento: il fulcro del putsch erano alcuni battaglioni turchi che negli ultimi anni sono stati sotto comando Nato inseriti nella Forza di reazione rapida – per lo più statunitense – nel corso di varie missioni militari dell’Alleanza Atlantica in vari paesi, in particolare in Afghanistan. Nei giorni scorsi due generali turchi di stanza in Afghanistan sono stati arrestati dalle autorità di Dubai su richiesta del regime turco. Il general Mehmet Cahit Bakir, comandante delle forze turche in Afghanistan, e il generale di brigata Sener Topuc sono stati fermati all’aeroporto di Dubai grazie alla cooperazione tra intelligence turca e le autorità degli Emirati arabi uniti. Secondo quanto riferito dal quotidiano turco Hurriyet i due generali sono stati trasferiti in Turchia subito dopo l’arresto.

Secondo quanto riferito dai media turchi, inoltre, insieme ai sette ufficiali turchi riparati a Salonicco subito dopo il fallimento del golpe ci sarebbero stati anche alcuni agenti della Cia, ma la notizia non è stata confermata da nessun media ellenico.

Sempre il quotidiano Yeni Safak ha scritto che nell’operazione coordinata dalla Casa Bianca sarebbe coinvolto anche Henri Barkey, ex ufficiale dell’agenzia di intelligence Usa e attuale direttore del programma per il Medio Oriente al Woodrow Wilson Center. Secondo il giornale, che cita fonti delle indagini, avrebbe trascorso la notte del 15 luglio in un hotel su una delle isole dei Principi, un piccolo arcipelago a poca distanza da Istanbul, organizzando un presunto “incontro clandestino” con altri esperti stranieri.

Secondo quanto riportato da vari media turchi, compresa l’agenzia stampa ufficiale Anadolu, i golpisti per riconoscersi avrebbero utilizzato una banconota da un dollaro con la stessa lettera iniziale – la F o in certi casi la J e la C – nel numero di serie. Il che, secondo le accuse, sarebbe una ulteriore riprova del legame tra i golpisti e gli Stati Uniti. Banconote da un dollaro sarebbero state trovate addosso o nelle abitazioni di alcuni dei militari e di altri arrestati perché accusati di aver preso parte alla sollevazione. Anadolu cita il caso del colonnello della gendarmeria Kamil Gunler, i giudici Neslihan Dagli e Guluzar Gulsen Firat, e anche un docente di una scuola coranica nella provincia orientale di Mus, Bahattin Turkaslan. E poi ancora poliziotti, imprenditori e accademici.

Ovviamente è difficile dire quanto siano fondate le varie notizie diffuse in questi giorni dalla stampa erdoganiana – alcune delle quali obiettivamente di tono complottista – ma ciò che conta è che il regime punta il dito contro Washington in maniera frontale.

L’oggetto del contendere, oltre alle nuove alleanze internazionali annunciate da Erdogan nelle ultime settimane, sarebbe rappresentato dalla numerose e strategiche basi che la Nato e gli Stati Uniti hanno potuto utilizzare finora in territorio turco, a partire da quella di Incirlik, fuori dalla quale alcuni membri del gruppo ultra-nazionalista di destra ‘Associazione della Gioventù Anatolica’ ha organizzato una manifestazione per “mandare un messaggio agli Usa golpisti”.

Secondo le accuse in cambio del loro presunto appoggio al tentativo di golpe gli Stati Uniti avrebbero avuto in uso dal nuovo governo supportato dai militari ribelli un’altra base al confine con la Siria, scrive sempre il quotidiano Yeni Safak.

E a nessuno è sfuggito il carattere doloso di un grande incendio che, all’inizio di questa settimana, ha assediato una base Nato a poca distanza da Smirne: un chiaro segnale, secondo alcuni analisti, a Washington.

In Turchia, fomentato dal regime ma trasversale anche all’interno degli schieramenti di opposizione, cresce un inconsueto sentimento anti-americano. Tanto che il leader del partito nazionalista di destra Mhp – gli ‘ex’ Lupi Grigi – Devlet Bahceli ha affermato che, se provate, le accuse di un coinvolgimento statunitense “significherebbe che gli Usa e i centri del potere globale vogliono trascinare la Turchia nella guerra civile”.

Le autorità statunitensi cercano di smorzare la polemica, ma sull’estradizione dell’imam Gulen, che vive dal 1999 in una sorta di fortezza protetta da uomini armati in una cittadina della Pennsylvania, la Casa Bianca non sembra per ora disposta a cedere. E nei giorni scorsi il Dipartimento di Stato americano ha autorizzato la “partenza volontaria” delle famiglie del suo personale in Turchia, adottando una misura che viene presa solo quando la situazione della sicurezza si aggrava “in modo significativo”.

Gli Stati Uniti hanno messo in guardia i loro connazionali contro un possibile rafforzamento delle attività di polizia e militari in Turchia, oltre che su possibili limitazioni alla libertà di circolare. Washington “chiede ai cittadini americani di riconsiderare i loro piani di viaggio verso la Turchia”, ha poi aggiunto l’ambasciata ad Ankara.

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Sentenza omicidio Uva: “Ammazzare di botte un ubriaco non è reato”

Le motivazioni della sentenza che ha assolto poliziotti e carabinieri

«Una sentenza sconcertante». Così il senatore Luigi Manconi definisce le 162 pagine con cui il tribunale di Varese ha motivato la sentenza di assoluzione per i dei due carabinieri e sei poliziotti finiti sotto processo per la morte di Giuseppe Uva.

A questo proposito, Manconi ha presentato nella mattinata di ieri un’interrogazione ai ministeri della Giustizia, degli Interni e della Difesa: «Da quanto si legge nelle motivazioni – sostiene il senatore – i carabinieri hanno commesso un sequestro di persona, ma il loro comportamento è scusabile, perché sarebbero incappati in un grave errore di valutazione».

In buona sostanza, per il tribunale non si può parlare di arresto illegale perché, di fatto, la notte del 14 giugno 2008 Giuseppe Uva non sarebbe stato arrestato, ma portato in caserma senza avvertire il procuratore di turno né stilare verbali di alcun genere. L’azione si spiegherebbe con il tentativo da parte degli uomini in divisa di evitare che Uva e il suo amico Alberto Biggiogero, ubriachi a notte fonda per le vie del centro di Varese, arrecassero danni di un qualche genere. Eventualità che la Corte d’Assise deve aver considerato inevitabile, visto che, nelle 162 pagine di motivazioni, diverse sono quelle dedicate ai reati commessi da Uva durante la propria vita, come se il processo fosse stato contro di lui.

Per i giudici fermare i due uomini in quel modo è stato senza dubbio un errore, ma non un reato, visto che le intenzioni erano tutto sommato buone e che, soprattutto, l’azione era perfettamente coerente con le decisioni della catena di comando. «Se persino i superiori da cui dipendevano gli imputati – si legge nelle motivazioni della sentenza – erano e sono persuasi che sia legittimo privare della libertà personale un soggetto ubriaco al fine di interrompere le azioni moleste, non si può che concludere che l’errore in cui sono incorsi gli operanti è scusabile».

Soprattutto questo passaggio, per Manconi, rappresenta «un pericoloso precedente» perché «le forze di polizia sarebbero autorizzate a derogare dai dettati costituzionali che tutelano la libertà personale come un bene prezioso, ovvero un diritto fondamentale e inviolabile di tutti i cittadini». In altre parole, spiega ancora il senatore del Pd e presidente dell’associazione A Buon Diritto: «Se un carabiniere o un poliziotto non sa distinguere tra un trattamento legittimo e uno illegale, sono davvero i cittadini a doverne fare le spese?».

Oltre al principio in base al quale l’illegalità di un arresto può diventare un errore poco più che formale – e, in fin dei conti, ‘scusabile’ –, i giudici di Varese hanno assolto le divise imputate da tutte le altre accuse. Non si trattò di omicidio preterintenzionale a causa della «insussistenza di atti diretti a percuotere o ledere» Giuseppe Uva, particolare che emerge dall’analisi delle perizie mediche e dall’audizione dei consulenti tecnici che «consentono di escludere in maniera assoluta la sussistenza di qualsivoglia lesione che abbia determinato o contribuito a determinare il decesso» del gruista 42enne.

Con queste sentenza la giustizia infine ammette di non essere capace di spiegare come sia morto Uva. Non per colpa medica, come stabilito da una sentenza della primavera del 2012 che ha assolto il dottor Carlo Fraticelli, né per conseguenza dell’arresto e della notte passata nella caserma di via Saffi, considerando l’assoluzione dei due carabinieri e sei poliziotti.

Semplicemente, poche ore dopo il Tso e il ricovero nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo, il cuore di Giuseppe a un certo punto ha smesso di battere. Un mistero. D’altra parte che il tentativo di scoprire la verità su questa morte fosse difficilissimo si era capito sin dalle prime battute dell’indagine, con l’inchiesta su quanto avvenuto in caserma che è cominciata soltanto nel 2012, quattro anni dopo i fatti e dopo che ben tre giudici, in vari dispositivi, avevano intimato al pm Agostino Abate di verificare il comportamento tenuto da poliziotti e carabinieri. Nel 2014, dopo un provvedimento disciplinare del Csm contro Abate per la negligenza con cui aveva condotto l’indagine e varie richieste di archiviazione per gli indagati da parte della procura, si arrivò all’imputazione coatta degli indagati. Il dibattimento, però, era a quel punto già irrimediabilmente compromesso: nessuna prova nei fascicoli, testimoni demoliti e poi dichiarati inattendibili, pochissimi elementi da portare davanti alla Corte. Alla fine le assoluzioni sono parse tanto dolorose quanto inevitabili.

da Il Manifesto

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Siria - La benedizione di al Qaeda all'addio di al Nusra

Al Qaeda dà la benedizione all’uscita del Fronte al Nusra dalle sue fila. Ad approvare la decisione del leader del gruppo qaedista in Siria, al-Jolani, sarebbe il capo della rete jihadista, Ayman al-Zawahiri. Ieri in un audio di sei minuti e mezzo pubblicato su YouTube, il leader di al Qaeda dà il via libera alla scissione per un preciso calcolo strategico: “La fratellanza dell’Islam che ci unisce è più forte di qualsiasi obsoleto legame tra organizzazioni. Questi legami devono essere sacrificati senza esitazioni se minacciano la vostra unità”.

Al-Zahawiri si riferisce all’intenzione di al Nusra di creare una nuova alleanza tra gruppi islamisti siriani, in chiave anti-Assad. Che l’obiettivo del Fronte fosse da tempo quello di presentarsi come alternativa al governo di Damasco non è una novità. Ma le rivalità sull’ampio campo di battaglia siriano, insieme all’inserimento di al Nusra nella lista nera globale (che lo esclude dal negoziato siriano e dalla tregua russo-americana), hanno impedito finora al gruppo di ergersi a leader di una potenziale coalizione jihadista nel paese.

Da qui la decisione di lasciare la madre al Qaeda, mero calcolo personalistico non certo dettato dall’abbandono dell’ideologia dell’organizzazione. Un’ideologia che combacia con quella del rivale Stato Islamico, con il quale gli scontri – armati e non – sono frutto di ambizioni di controllo territoriale e non di visione. A confermare le parole di al-Zahawiri è il suo vice, Abu al-Khayr al-Masri: valutata la particolare situazione siriana, al Qaeda “approva ogni possibile azione che preservi la jihad nel Levante”. “Invitiamo i leader di al Nusra a prendere le necessarie misure in questa direzione – aggiunge – Questa è anche una chiamata a tutte le altre fazioni jihadiste: dovete formare un unico fronte per proteggere la nostra gente e la nostra terra”.

Tutti d’accordo, insomma. L’obiettivo pare chiaro: al Qaeda punta a dare maggiore libertà di movimento al suo braccio siriano non solo nella speranza di evitare i raid russi se venisse cancellato dalla lista nera, ma anche per creare un fronte jihadista unico nel paese. Tante sono le milizie islamiste attive in Siria e alcune hanno alleanze più o meno strutturate con al-Nusra (vedi Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam, inspiegabilmente accettate come opposizioni legittime al tavolo del negoziato dell’Onu, e che da tempo chiedono al Fronte di uscire da al Qaeda), ma non esiste un fronte solo. La sua creazione, sotto la guida di al Nusra, permetterebbe anche di arginare l’avanzata sia propagandistica che militare del rivale Stato Islamico.

Se i gruppi minori accettassero la proposta (consapevoli però di rischiare di essere banditi da Ginevra) cambierebbe anche lo scenario siriano e le dinamiche interne al vasto e composito fronte delle opposizioni: quelle cosiddette moderate, a partire dall’evanescente Esercito Libero Siriano, già profondamente indebolite dalla presenza jihadista, potrebbero finire definitivamente nel dimenticatoio. Aleppo ne è la dimostrazione: le poche unità “moderate” sono accerchiate dal governo e i quartieri tradizionalmente controllati dall’Els ora sono in mano ai jihadisti.

Poche ore dopo le dichiarazioni di al-Zahawiri, il leader di al Nusra, al-Jolani, mostrava per la prima volta il suo volto in un video inviato ad al Jazeera nel quale dichiara finita l’esperienza precedente e fonda Jahbat Fatah al Sham, il Fronte di Conquista del Levante. Nel video di pochi minuti chiama a raccolta le milizie jihadiste perché uniscano sforzi e uomini nel campo di battaglia siriano. Non è un caso che al-Jolani abbia deciso di palesarsi proprio in questo momento. Con una chiara strategia comunicativa, il leader intende “legittimarsi” sia sul piano internazionale che su quello interno: non più gruppo clandestino, da lista nera, o gregario della più vasta rete qaedista ma leader protagonista di una nuova potenziale fase siriana.

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