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giovedì 30 giugno 2016

Strage a Istanbul, Erdogan ha le mani sporche di sangue

Un filmato, ripreso dalle telecamere di sorveglianza, mostra esattamente il momento di una delle esplosioni causate da un attacco kamikaze sferrato ieri sera contro l’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul che ha causato 41 morti e oltre 230 feriti, di cui alcuni in gravi condizioni. Almeno 13 delle vittime sono di nazionalità straniera. L’attacco terroristico è stato realizzato alla vigilia della lunga festività del bayram, la fine del ramadan.

Nel filmato si osserva uno dei kamikaze cercare di fuggire dalla polizia, che poi viene colpito. Una volta a terra l’uomo aziona la sua cintura esplosiva e si fa saltare in aria.

Tre gli attentatori, che sarebbero arrivati al terminale delle partenze internazionali dell’aeroporto in taxi. I terroristi si sarebbero fatti esplodere dopo aver sparato sulla folla. Alcune testimonianze hanno detto di aver visto altri 4 attentatori partecipare all’aggressione. Altre fonti ancora parlano di 7 attentatori in tutto, ma si tratta di informazioni frammentarie e tutte da confermare.

La ricostruzione più attendibile è questa: un commando di tre uomini ha tentato di entrare nello scalo internazionale più importante d’Europa (61 milioni di passeggeri l’anno) ma è stato individuato dalle forze di sicurezza. Ne è seguito un intenso scontro a fuoco, durante il quale gli attentatori hanno sparato all’impazzata contro la folla. Una volta in trappola i kamikaze hanno deciso di farsi saltare in aria, causando altri morti.

Per tutta la notte le ambulanze hanno trasportato i feriti principalmente nei tre ospedali situati nei pressi dell’aeroporto, aiutate dai taxisti.

Questa volta il regime turco e i media non hanno neanche provato a citare e a coinvolgere, come altre volte era successo, l’insorgenza curda – il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) o i TAK (Falconi per la Libertà del Kurdistan), autori di vari attacchi contro interessi governativi e soprattutto contro le forze di sicurezza che in alcuni casi hanno causato anche alcune vittime civili – e si sono concentrati direttamente sulla matrice jihadista della strage, pur mancando per ora una rivendicazione del grave attentato.

Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha affermato in un comunicato che “l’attacco ha dimostrato, ancora una volta, il volto oscuro delle organizzazioni terroristiche che prendono di mira i civili innocenti”, mentre il premier turco Yildirim ha detto chiaramente che i primi indizi indicano l’impronta dell’Isis, anche se le indagini sono ancora in corso. Yildirim ha sottolineato che l’aggressione è avvenuta in concomitanza con i passi di riconciliazione avviati dalla Turchia con Israele e la Russia in questi ultimi giorni.

Al presidente turco Erdogan sono arrivati anche messaggi di cordoglio da tutto il mondo, compreso quello del premier Matteo Renzi che ha parlato a Bruxelles a margine del vertice dell’Unione Europea.

“Eventi di questo genere confermano la necessità di una risposta forte e coesa, tutti insieme, contro la minaccia del terrorismo internazionale e dell’estremismo – ha detto Renzi – al di là delle valutazioni su tutto ciò che è accaduto, tengo molto a esprimere a nome del popolo e del governo italiano il nostro sentimento di vicinanza e solidarietà ai turchi”.


Come al solito, il regime ha immediatamente imposto alla stampa – pena l’arresto dei giornalisti disobbedienti – il divieto assoluto di diffondere le immagini dell’attacco. In più gli apparati di sicurezza hanno anche immediatamente bloccato l’accesso a Facebook, Twitter ed altri social network (che però si possono in realtà usare scaricando dei speciali browser).

La strage di ieri sera a Istanbul, l’ennesima ad opera dello Stato Islamico in suolo turco negli ultimi mesi, evidenzia tutte le responsabilità di un governo che ha ampiamente supportato il jihadismo strumentalizzandolo nel tentativo di utilizzarlo per il rovesciamento del governo siriano e il contrasto alle forze curde e a quelle dell’asse sciita all’interno di una guerra globale che coinvolge ormai da anni tutto il Medio Oriente.

Se all’inizio alcune stragi e attacchi di matrice jihadista avevano colpito esclusivamente i nemici del regime – le sinistre, i curdi, gli intellettuali dissidenti, alcuni giornalisti che denunciavano il sostegno di Ankara ai fondamentalisti – più recentemente il terrore islamista ha cominciato a colpire indiscriminatamente la popolazione turca e anche alcuni interessi strategici del paese.

E’ evidente che l’attacco di ieri, come prima altri, causa un enorme danno economico ad un paese che ha già visto calare drasticamente gli arrivi dei turisti spaventati dai continui attacchi e dall’insicurezza che si respira nelle città pure militarizzate della Turchia. A iniziare la campagna contro il turismo l’attentato che il 12 gennaio scorso aveva colpita il quartiere di Sultanahmet, la zona antica e monumentale di Istanbul affollata di visitatori stranieri. Poi il 19 marzo era toccato alla zona commerciale di Istiklal Caddesi. Gli effetti sul turismo, una delle principali risorse del paese, sono stati disastrosi: ad aprile i visitatori sono crollati del 28%, a maggio di un altro 35, e la strage di ieri darà probabilmente il colpo di grazia all’industria turistica già colpita dalla sanzioni decise dalla Russia dopo l’abbattimento, alcuni mesi fa nei cieli della Siria, di un caccia di Mosca da parte dell’aviazione militare di Ankara.

Appare ormai evidente che il principale responsabile dell’ondata di attacchi contro la popolazione turca è proprio il regime islamo-nazionalista turco, che per anni ha coccolato, armato, finanziato e offerto riparo e rifugio a migliaia di combattenti e simpatizzanti dello Stato Islamico e di altre sigle jihadiste. Cellule dello Stato Islamico sono state lasciare agire indisturbate per anni nelle città turche, in particolare nel sud del paese, dove hanno potuto approntare numerose basi logistiche, depositi di armi ed esplosivi, campi di addestramento. Il regime ha tollerato il contrabbando del petrolio siriano e delle opere d’arte trafugate da parte dei fondamentalisti che hanno così incamerato enormi somme di denaro destinate a rafforzare la loro struttura militare.

Da anni camion pieni di armi diretti ai tagliagole del Califfato passano indisturbati la frontiera turco-siriana sotto il naso di migliaia di militari di Ankara, e i giornalisti che hanno documentato la cosa sono stati licenziati, arrestati o addirittura assassinati.

Se oggi le attenzioni dello Stato Islamico si rivolgono anche contro la popolazione turca lo si deve all’irresponsabile complicità con l’Isis di Erdogan e dei suoi apparati.

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Siria: gli Usa non vogliono la fine della guerra

“Quest’anno l’estate sarà particolarmente “rovente” in tutto il territorio siriano”. Con questo titolo è uscito un editoriale del quotidiano libanese Al Akhbar legato ai numerosi fronti di combattimento in tutto il territorio siriano. Sicuramente lo scontro principale è nella parte settentrionale del paese vicino alle città di Aleppo, principale centro logistico del Fronte Al Nusra (Al Qaida), ed a quella di Raqqa, capitale dell’autoproclamato Stato Islamico. Altrettanto cruciali per importanza strategica sono però gli altri due fronti di combattimento: nella parte centro orientale del paese in prossimità della città di Deir Ezzor, ultima roccaforte di Daesh (ISIS) e fondamentale crocevia per i collegamenti con il territorio iracheno, e quello nel suo meridione nei pressi della città di Deraa.

Dopo l’intervento russo nel settembre 2015 le sorti della guerra sembravano notevolmente tendere in favore delle forze lealiste. Bisogna anche dire che la scelta di Putin di sospendere le operazioni militari russe in Siria, dal febbraio 2016, per favorire una tregua, aveva lasciato perplessi i suoi principali alleati nel paese: Iran ed Hezbollah per primi. Il governo russo aveva, però, da subito chiarito quale era il suo principale obiettivo: ristabilire un equilibrio sul campo per favorire il regime di Al Assad negli accordi di pace e mantenere le proprie basi, strategiche per la zona del mediterraneo, visto il continuo accerchiamento dell’alleanza NATO verso oriente. Lo stesso si può dire per quanto riguarda la volontà di non opporsi militarmente agli USA, ad Israele ed alla stessa Turchia, nonostante l’incidente del velivolo russo abbattuto dalle forze turche.

Dalla sua entrata in vigore, però, le cose non sono andate come il governo russo aveva previsto. Dopo appena un mese l’amministrazione statunitense non ha rispettato gli accordi legati ad una separazione nel supportare i gruppi “moderati” ribelli, (principalmente quelli legati all’Esercito Siriano Libero – ESL) da tutte quelle milizie legate ad Al Qaida. In Aprile le forze sostenute dagli americani, i jihadisti come Ahram al Sham e Al Nusra (Al Qaida) si sono alleate per sferrare un nuovo attacco per conquistare tutta la regione di Aleppo. Nonostante due risoluzioni delle Nazioni Unite per “combattere Al Qaida in Siria come lo Stato Islamico”, il governo statunitense ha sempre richiesto ai russi di non bombardare il fronte Al Nusra. La motivazione era legata al fatto che “non è possibile separare gli alleati moderati dai jihadisti” e che un attacco avrebbe inevitabilmente colpito gli “amici” del governo americano, come denunciato più volte dal governo russo. In una sua intervista, durante il recente Forum Economico di San Pietroburgo, il ministro degli esteri russo, Lavrov, ha ufficialmente dichiarato che “gli americani dicono che hanno bisogno di alcuni mesi perché non riescono a separare i loro alleati “moderati” dai gruppi jihadisti, anche se penso che sia una tattica per mantenere ancora un legame con Al Nusra e usarlo poi in seguito per rovesciare il regime di Assad”. La stessa stampa occidentale, come il giornalista tedesco Jurgen Todenhofer primo inviato occidentale ad essere accolto a Raqqa dall’ISIS, ha più volte evidenziato come gli USA giochino su “più tavoli” ed appoggino “diversi gruppi, anche jihadisti, pur di rovesciare il regime siriano”, senza tener conto che una numerosa parte delle milizie armate dalla CIA ha poi raggiunto i diversi gruppi islamici come Al Nusra o Daesh.

Con gli accordi di pace inter-siriani sempre più impantanati ed il mancato impegno Usa nel combattere la galassia jihadista presente in territorio siriano, il governo russo ha preso sempre più coscienza della volontà statunitense di non rispettare la tregua. Le stesse rilevazioni aeree russe hanno documentato l’ingresso indisturbato di centinaia di miliziani di Al Qaida, attraverso il confine turco, diretti verso Aleppo. Lo stesso sostegno Usa nei confronti dei combattenti curdi dell’YPG o la creazione delle Forze Democratiche Siriane (insieme ad arabi e turcomanni) ha lo scopo di indebolire non solamente lo Stato Islamico, ma anche le forze lealiste: siriani, iraniani ed Hezbollah.

L’obiettivo di conquistare parte del territorio siriano, Raqqa compresa, e di costituire una zona indipendente curda, sotto tutela statunitense e francese, ha proprio la “finalità di smembrare lo stato siriano e di indebolire il regime di Assad” come ammesso dalle fonti CIA sul New York Times. Anche da questo punto di vista le cose però non sono andate come gli americani avevano programmato. La Turchia, pur di contrastare le milizie curde, ha tentato di chiudere parte dei rifornimenti di armi ai gruppi ribelli ed ha tentato un riavvicinamento con il governo russo. Le stesse forze curde e arabe hanno da subito avuto diversi motivi di frizione ed hanno evidenziato una certa incompatibilità principalmente per due motivi. Il primo è legato alla diffidenza degli arabi e dei turcomanni, sostenuti dal governo turco, nei confronti delle aspirazioni curde visto che coinvolgerebbero anche una parte di territorio non propriamente appartenente al Kurdistan siriano. C’è, inoltre, una differenza sostanziale tra i due fronti: i gruppi arabi delle FDS vogliono la caduta del regime, mentre quelle curde intendono consolidare la loro zona di controllo nel nord del paese per poi ottenere una maggiore autonomia anche, eventualmente, con Bashar Al Assad. Il secondo, invece, è legato ai rapporti di curdi e arabi con Damasco e la Russia. In diverse occasioni, infatti, i gruppi ribelli arabi hanno accusato le forze curde dell’YPG di aver combattuto insieme alle truppe lealiste e russe nella regione di Aleppo.

Come nel settembre del 2015 e nel febbraio 2016, il governo russo ha nuovamente sorpreso sia i suoi alleati sia il governo Usa. Lo stesso Lavrov ha dichiarato che “la pazienza russa è finita... la strada per una tregua ed una pacificazione del conflitto attraverso la diplomazia è ormai difficile vista la continua azione di disturbo del governo americano che mira con qualsiasi mezzo a far cadere il regime siriano”.

Il cambio di strategia e l’approvazione di un nuovo intervento è stato sancito il 9 giugno a Teheran nella riunione a tre con la partecipazione dei ministri della difesa di Russia, Iran e Siria. Subito dopo il summit il governo russo ha “annunciato la ripresa delle azioni militari di terra ed aeree su tutto il territorio siriano e su qualsiasi gruppo ribelle al regime”. Dopo poche ore, infatti, l’aviazione russa ha sferrato numerosi attacchi su Aleppo, Raqqa, Deir Ezzor e Deraa.

La scorsa settimana è stato confermato, invece, l’attacco nella zona di confine con la Giordania (città di Tanf) che aveva come obiettivo un campo di addestramento di milizie ribelli sostenute dagli USA. Il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, ha dichiarato ironicamente che “è difficile distinguere tra i diversi gruppi ribelli quelli moderati dagli altri”. Il messaggio, sintetizzato dall’agenzia stampa russa Sputnik, è stato: “dovete finire con gli inganni e dividere subito le milizie che appoggiate da quelle jihadiste, perché altrimenti tutti i vostri effettivi ed i vostri alleati diventeranno un obiettivo per i caccia russi”.

Da quanto riportato dal giornale Al Akhbar, l’obiettivo statunitense era utilizzare le milizie del campo di Tanf per conquistare parte del territorio meridionale, fino a Deir Ezzor, e insediare una zona di influenza arabo-sunnita ribelle per indebolire ulteriormente il regime.

Appare, infine, nuovamente rinvigorita l’alleanza tra lealisti siriani, iraniani, Hezbollah e russi. Le truppe della coalizione sembrano, infatti, aver resistito ai nuovi attacchi sia ad Aleppo che a Deraa portati avanti dal fronte Al Nusra e dai suoi numerosi alleati. Lo stesso si può dire per la battaglia di Raqqa, dove sia le forze lealiste che quelle curdo-arabe hanno rallentato la loro avanzata verso la capitale dello Stato Islamico. Anche in questo caso l’obiettivo di dividere il territorio siriano è stato in parte ostacolato con l’avanzata lealista da ovest e la conquista di territori strategici per il controllo dell’area. Le sorti della guerra sono ancora incerte e di difficile previsione. L’unica certezza è che sarà un’estate “rovente” in Siria, come purtroppo avviene da più di cinque anni a questa parte.

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Renzi-Merkel. Quale sistema bancario deve morire per primo?

Quando si parla di banche è meglio non farsi deviare dalle dichiarazioni in conferenza stampa, dove i primi ministri danno il peggio di sé per tranquillizzare i propri grandi elettori di riferimento. Se dovessimo infatti cercare di capire dalle dichiarazioni cosa si sono detti ieri Merkel e Renzi rimarremmo a guardare il dito, anziché la luna.

A chiacchiere, infatti, si è trattato di uno scontro sulle “regole” che riguardano le crisi di singole banche, con l’Italia che chiede di sospendere il meccanismo del bail in (prima di ogni intervento di salvataggio pagano di tasca propria azionisti, obbligazioni anche inconsapevoli e correntisti per la parte eccedente i 100.000 euro) e la Germania a ribadire che “non si cambiano le regole ogni due anni” (il tempo che è passato dal trattato in vigore sull’unione bancaria).

Fosse così, sarebbe solo l’ennesima puntata di un film già visto, con Renzi nella parte della vispa teresa cicalona e Merkel in quella dell’ottuso burocrate che obbedisce ciecamente alle “regole, anche quando queste sono chiaramente sbagliate (la crisi del sistema bancario europeo, stressato ora anche dalle conseguenze della Brexit, è generale, non individuale).

Oltretutto sarebbe uno scontro in cui – a noi del “mondo di sotto” – non converrebbe per nulla prender parte. Quello che Renzi chiede di poter fare, infatti, è di impegnare denaro pubblico (tasse di noi cittadini) per salvare gli istituti di credito messi peggio. Mentre la “fermezza” della Merkel punterebbe il bisturi su azionisti e clienti delle banche. Ovvero, di nuovo, su (quasi) tutti noi che il conto corrente ce lo hanno imposto altrimenti non ci potevano pagare lo stipendio e far comprare casa col mutuo.

In realtà occorre guardare ai problemi delle banche italiane e tedesche (e francesi, inglesi, ecc.) per come ce li presenta un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, non a caso sbattuto in apertura di prima pagina dal confindustriale IlSole24Ore. Se quelle italiane “soffrono le sofferenze”, ovvero i prestiti che soprattutto le imprese fanno fatica a restituire, quelle tedesche soffrono una lunghissima serie di problemi diversi: dall’immensa esposizione verso i “prodotti derivati” (la sola Deutsche Bank ha in pancia 75.000 miliardi di euro in spazzatura conclamata; 10 volte il Pil tedesco, cinque volte quello europeo e quattro volte il debito pubblico Usa e, si parva licet, circa 70 volte il “mostruoso” debito pubblico italiano di “soli” 2.300 miliardi), al modello di business antiquato (troppe filiali e dipendenti, guadagni certi solo sui tassi di interesse) fino alla dipendenza della politica regionale (nel sistema delle Landesbanken territoriali).

Una differenza sistemica così accentuata fa sì che qualsiasi sia la “regola” che viene scelta per risolvere le crisi ammazza qualcuno e salva qualcun altro. Non c’è insomma nulla di “oggettivo”, se non la crisi stessa, nessuna “scelta obbligata”, ma solo discrezione. Ovvero politica.

Sembra dunque chiaro che la “fermezza” merkeliana sia un modo di aiutare il sistema bancario italiano a portare presto i libri in tribunale, lasciando un mercato comunque abbastanza ricco a disposizione del proprio sistema bancario. Più o meno quel che è avvenuto, e sta ancora avvenendo, con il sistema industriale, parti consistenti della grande distribuzione (in cui sono stati i francesi a fare la parte del leone), ecc.

Ma, per favore, non ci venite a sfruculiare con il “rispetto delle regole” o con il renzian-berlusconiano “le ha violate prima la Germania”...

P.s. Sono questi i “valori europei” per cui bisognerebbe fare ogni sacrificio...

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Che cosa succederà in Brasile dopo il 16 agosto?

L’ultima speranza del PT lulista (1) rimane aggrappata alla coscienza di sei senatori, che unendosi ai ventidue contrari al procedimento di Impeachment, sancirebbero la fine del governo interino di Michael Temer. Un’ipotesi giusta, che però si scontra con una realtà costruita dalle “eccellenze” di Washington e da quelle della FIESP, cioè la Confederazione degli Industriali di Sao Paulo. La stessa FIESP che nel 2002 applaudì il “Patto Democratico” con Lula e che oggi è la principale responsabile del colpo di stato nei confronti di Dilma Roussef.

Il presidente della commissione creata dal Senato per legittimare o respingere il processo di Impeachment, intentato nella Camera dei Deputati contro la presidentessa, Dilma Rousseff, ha nuovamente postergato per il 6 luglio l’udienza in cui la presidentessa deve presentare la sua difesa. Un ritardo che vale oro per Dilma e per il PT, poiché il gruppo di analisti finanziari del Senato ha emesso un comunicato in cui si afferma che “...Dilma Roussef non ha la minima responsabilità nella cosiddetta “pedalata fiscale” (2) che rappresenta il 50% delle accuse formulate nel processo di Impeachment...”.

Quindi se il 16 agosto ci sarà il voto negativo di ventotto senatori, la richiesta di Impeachment sarà dichiarata “improcedente” (non giustificata), permettendo a Dilma e al PT di tornare nel “Palacio do Planalto” e dirigere un governo privo di una maggioranza effettiva nella camera dei Deputati come pure nel Senato. In pratica, il PT non avrà nessuna possibilità di ricomporre le antiche alleanze con il PMDB di Temer, il PRN di Collor e la sfilza di partiti regionali legati alle sette pentecostali che hanno infranto gli accordi che avevano con il PT, votando in favore dell’Impeachment. Un governo di minoranza che dovrà liberarsi anche di una decina di deputati e di senatori del PDT (3) e del PSB (4) che votarono a favore del procedimento di destituzione, oltre a dover sostituire tutti i direttori di dipartimento, i sottosegretari dei ministeri, i direttori generali e regionali che erano stati nominati dal PMDB, dal PRN e dai partitini regionali. Un “ripulisti” che dovrebbe estendersi anche nei ventisei stati.

A questo punto è imperativo chiedere se Dilma ricostituirà la struttura federale del governo soltanto con i quadri del PT, del PCdoB, del PDT e del PSB o se saranno convocati anche i quadri del MST, del MSTS, del MAB, senza dimenticare tutti gli organismi regionali che integrano il “Fronte Brasile Popolare” e il “Fronte Popolo Senza Paura”. Cioè, Lula consiglierà a Dilma di fare un governo di sinistra, andando, quindi a scontrarsi con la borghesia e i gruppi oligarchici o c’è un Piano B all’orizzonte? Purtroppo, dai contatti avuti con i rappresentati dei differenti movimenti sociali e con autorevoli dirigenti dei settori della sinistra del PT, il ritorno di Dilma e del PT nel Palacio do Planalto nel 17 di agosto è un’altra masturbazione politica del lulismo, cui si aggiunge il popolare detto carioca “...Ingannami che mi eccito di più!”.

Infatti, sono in pochi a credere che i sei titubanti senatori avranno il coraggio politico di far cadere il governo del golpista Temer. Un tema che la stampa brasiliana ha divulgato ampiamente dicendo che il governo ha in pratica comprato il voto di quei senatori del PSB e del PDT che potrebbero pentirsi e votare in favore di Dilma. Per esempio l’ex centravanti della nazionale brasiliana e del Barcellona, Romario, oggi senatore nel cosiddetto Partito Socialista Brasiliano (PSB), in cambio del suo voto potrebbe essere nominato dal governo come nuovo presidente di Furnas Centrais Electricas,che è la quarta impresa pubblica del Brasile e la dodicesima mondiale, specializzata in costruzioni di centrali idroelettriche. Per un individuo come Romario che non ha nemmeno la licenza superiore è come aver nelle proprie mani un pezzo del paradiso!

Ma la votazione del 16 agosto non si limita a favori del governo per gli opportunisti di turno. Purtroppo, ci sono in gioco grandi operazioni di speculazione politica che il governo Temer non potrà fare a meno di accettare, per garantire nel Senato il voto del 16 agosto a suo favore. Un voto che, in definitiva, ha un valore incommensurabile poiché è lo strumento legislativo che darà una definitiva legittimità al progetto golpista e alla nuova strategia dell’imperialismo in America Latina. Infatti, una di queste operazioni politiche speculative è portata avanti dal deputato Pastor Eurico – anche lui eletto nelle liste del cosiddetto Partito Socialista – e principale leader della setta pentecostale brasiliana , “Assembleia de Deus” (Assemblea di Dio)(5).

Questo Pastor Eurico è, anche, il coordinatore dei deputati evangelici, tra cui quelli legati al poderoso Vescovo, Emir Macedo, della congregazione pentecostale “Igreja Universal do Reino de Deus”(Chiesa Universale del Regno di Dio) che tra le altre cose è la proprietaria della televisione TV Record, vale a dire la seconda emittente TV in Brasile dopo la TV Globo! Ebbene il deputato Pastor Eurico ha offerto al governo Temer i voti di tutti i senatori evangelici se in cambio lui sarà eletto presidente della FUNAI, potendo installare in quest’organismo federale tutto il suo staff di “pastori”.

Per il lettore italiano la FUNAI potrebbe essere la succursale brasiliana della Funai Electric Co. Ltd., o quella della giapponese Funai Corporation! Niente di tutto ciò, perché si tratta della Fondazione Nazionali dei Popoli Indigeni del Brasile. Cioè un’organizzazione ufficiale del governo brasiliano responsabile della protezione dei popoli indigeni e della demarcazione delle loro terre, di cui le comunità indigene diventano proprietarie, incluso le immense ricchezze minerali della foresta amazzonica. In parole povere: petrolio, gas, diamanti, oro, stagno, nichel, niobio, cromo, tantalo e persino silvanita. Minerali che non possono essere estratti perché rovinerebbero l’ambiente e la cultura dell’isolamento delle comunità indigene. Però, queste comunità, dopo essersi modernizzate con la conversione praticata dai pastori delle sette evangeliche venuti dagli Stati Uniti, potranno richiedere all’ONU di diventare indipendenti, come alcuni anni addietro alcuni pastori tentarono di fare con il territorio dei Yanomani (6). Per alcuni settori dell’Esercito dietro questa ipotesi ci sarebbe lo zampino della CIA, con cui tutto può diventare possibile! E non è casuale che la Fondazione Rockefeller e la Fondazione Ford abbino speso milioni di dollari per finanziare spedizioni e progetti di esplorazione di ogni tipo nelle 175 aree indigene dell’Amazzonia brasiliana! (7)

Da parte sua, la sinistra del PT invoca la realizzazione di un plebiscito popolare per sapere, fin d’ora, se i brasiliani vogliono o no nuove elezioni presidenziali, poiché sa benissimo che il “colpo di stato legale” di Michel Temer è stato lo strumento politico e giuridico che i lobbisti delle multinazionali, le “antenne” della CIA in Brasile, le “eccellenze” del patronato brasiliano e la TV Globo hanno creato per interrompere il mandato presidenziale di Dilma Roussef.

Una proposta che è appoggiata dall’intraprendente Movimento dei Lavoratori dei Senza Tetto (MTST), più legato ai movimenti urbani e con una forte presenza nel Fronte “Un Popolo Senza Paura”. Per questo il MTST sta cercando di dinamizzare la pressione popolare, soprattutto quella delle favelas, in funzione di un possibile sciopero generale di massa, che obbligherebbe il governo interino di Michael Temer a gettare la spugna e fissare per novembre nuove elezioni presidenziali.

Secondo Miguel Soldatelli Rossetto – ex ministro per lo Sviluppo Agrario e poi del Lavoro nel governo Lula, Ministro del Gabinetto della Presidenza con Dilma e storico militante del PT, legato alla tendenza troskista “Democrazia Socialista, in questo momento il PT deve fare una scelta, poiché tutti i presupposti di un nuovo accordo con il PMDB sono saltati. Per questo – sottolinea Rossetto – la votazione nel Senato del 16 agosto è come un gioco di scatole cinesi, contro cui il PT e i movimenti sociali si devono mobilitare per imporre la realizzazione di un plebiscito, in cui il popolo decide se vuole mantenere questo governo o se opta per nuove e immediate elezioni presidenziali...”.

Una posizione condivisa anche da Emir Sader, l’intellettuale e giornalista che rimane ancora legato al PT, secondo cui “Questo governo non ha nessuna legittimità, lo sanno tutti. Lo stesso Temer lo ha riconosciuto recentemente nell’intervista condotta da Roberto Davila. Per questo non possiamo dargli tempo di costruirsi una nuova legittimità. Inoltre, non c’è molto tempo perché quello che stanno preparando in termini legislativi e istituzionali corrisponde alla distruzione immediata del cosiddetto Stato Sociale, composto con molta fatica in questi tredici anni di governo del PT. Se non ci sarà un cambiamento, subito dopo la votazione del 16 agosto, sarà una tragedia non solo per i lavoratori, ma anche per la classe media e la piccola borghesia che oggi si sentono realizzati!”

Un po’ differente è la posizione del “Fronte Brasile Popolare”, nel senso che appoggia e condivide le due posizioni. Quella del lulismo e quella della sinistra del PT, con cui ha mantenuto sempre uno stretto legame. Per questo, il Movimento dei Senza Terra (MST) – che è la principale forza politica di questo fronte, con la direzione dell’indomabile Joao Pedro Stedile sta coordinando le mobilizzazioni dei movimenti sociali che dovrebbero paralizzare il paese per manifestare in tutte le grandi città e soprattutto nella capitale, Brasilia poco prima la votazione del 16 agosto.

Infatti, se il “Fronte Brasile Popolare”, con la spinta del MST riuscirà a paralizzare la capitale Brasilia durante i due giorni che precedono la votazione nel senato e se, nello stesso tempo, il “Fronte Un Popolo Senza Paura”, guidato dal MTST, riuscirà a mobilitare il proletariato povero delle favelas con grandi manifestazioni davanti alle sedi del governo federale nelle grandi metropoli di Sao Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre e Belo Horizonte, sarà possibile influenzare i sei senatori ancora indecisi e quindi, impedire che l’impeachment sia legittimato anche dal Senato.

E’ chiaro che queste manifestazioni non saranno permesse dal governo. C’è il rischio di violenti scontri con la polizia e i reparti dell’esercito. Una possibilità subito prevista dal Ministro della Difesa, “l’ex-berlingueriano tropicale” Raul Jungmann, che il 22 giugno dichiarava: “l’Esercito sarà mobilitato per intervenire e per garantire un normale funzionamento delle Olimpiadi, soprattutto nella fase finale, mettendo in campo le unità speciali dell’Esercito e quelli della FNSP (8), che insieme alle Polizie Militari saranno impegnati in differenziati piani anti-sommossa!”
In seguito Raul Jungmann, ha rivelato che: “in questi ultimi anni lo Stato Maggiore ha elaborato dei piani tattici per isolare, con l’aiuto del Servizio Nazionale di Informazione dell’ABIN (9), tutte le aree da dove possono iniziare possibili tumulti, separandole da quelle dove si realizzeranno i Giochi Olimpici e le attrazioni per i turisti”.

In pratica il Ministro della Difesa, Raul Jungmann, il Ministro della Giustizia, Alexandre de Moraes e quello della Sicurezza Istituzionale, Sérgio Etchegoyen, grazie alla generica giustificazione di impedire tumulti durante le Olimpiadi, in realtà, stanno mettendo a punto la militarizzazione delle città brasiliane, per impedire la realizzazione di manifestazioni popolari contro il governo del golpista Temer.

Aspettando il 16 agosto e le elezioni amministrative di ottobre

Mentre i golpisti si stanno preparando in tutti i sensi per garantire “una repressione circonstanziata ma capillare”, i gruppi del movimento popolare, i partiti della sinistra e le pastorali della Chiesa cattolica continuano divisi tra il “Fuori Temer”, il “Ritorna Dilma” e il più recente “Fuori tutti”, cioè l’espressione movimentista e minoritaria del partito trotskista PSTU (10) e della CST una tendenza trotskista all’interno del PSOL (11)

Infatti secondo il professore Roberto Masilla, sostenitore del “Fuori Temer”, “il colpo di stato legale, nei confronti del governo di Dilma Roussef è il nuovo elemento della strategia dell’imperialismo statunitense in America latina. Per questo la sconfitta di Temer è necessaria non solo per garantire la continuità del processo di ri-democratizzazione e delle conquiste socio-economiche ottenute a caro prezzo dopo venti anni di dittatura militare. Oggi, sconfiggere Temer è fondamentale per rafforzare quei contenuti di lotta anti-capitalista e anti-imperialista, in un momento in cui gli Stati Uniti, dopo la riconversione dell’Argentina al dogma del liberismo, vorrebbero riconvertire i paesi dell’ALBA e in particolare distruggere i quindici anni di democrazia partecipativa realizzati nel Venezuela”.

Da ricordare che il “Fora Temer” non è disposto a dimenticare gli errori del lulismo e soprattutto la gestione liberista di Dilma, soprattutto nel suo secondo governo.

Comunque la grande differenza con il “Ritorna Dilma” è che questo movimento è molto più legato all’emozione che all’analisi politica. Frutto, come sempre, dell’eccessivo opportunismo elettorale del PT lulista, che utilizza le forzate dimissioni di Dilma e il termine “colpo di Stato” solo per ricreare la storica immagine del PT (sempre più sbiadita) con quella di un PT trasformato in un partito progressista, ma fortemente interclassista. Un partito che accontenta i miserabili delle favelas con programmi di assistenza sociale, mentre è alla borghesia e agli impresari che il lulismo garantisce status sociale e molto guadagno con le privatizzazioni, la flessibilità, le rendite finanziarie etc.etc.

E’ evidente che il confronto tra il “Fuori Temer” e il “Ritorna Dilma” ripropone uno degli storici mali della sinistra brasiliana, vale a dire la dipendenza dall’agenda del sistema elettorale borghese, che ogni due anni obbliga i partiti e i movimenti sociali a mobilitare i propri candidati, per conquistare una poltroncina nelle istituzioni parlamentari. Per esempio nel mese di ottobre ci saranno le elezioni amministrative e la maggior parte dei candidati già sta facendo la propria campagna elettorale nei quartieri. Poi, tra due anni, nel 2018, nuovamente i partiti e i movimenti si dovranno mobilitare per affrontare le elezioni presidenziali, le federali e le legislative per il rinnovo dei parlamenti nei ventisei stati e nel distretto Federale di Brasilia. Cioè tutto gira intorno alle elezioni e alla possibilità di conquistare un maggiore spazio nelle istituzioni.

Uno scenario politico che non ha entusiasmato gli operai, il proletariato delle favelas urbane, come pure i miserabili delle nuove baraccopoli, costruite ai limiti dei nuovi perimetri urbani. Infatti, la stragrande maggioranza di questi settori sociali, ha seguito in televisione quello che stava succedendo a Brasilia con la presidentessa Dilma. Un contesto che mostra, chiaramente, i segnali avanzati di una debolezza ideologica che è cresciuta proprio durante i governi lulisti e che oggi preoccupa soprattutto i dirigenti della sinistra del PT, perché la militanza si è ridotta enormemente e lo storico partito classista del PT, in realtà è diventato un “PD dalemiano alla brasiliana”.

In contrapposizione, il presidente del PT lulista, Rui Falcao pensa soprattutto ai costi milionari della campagna elettorale del PT nelle prossime elezioni amministrative di ottobre, che saranno d’importanza strategica per il futuro politico del vecchio leader del PT, Inàcio Lula da Silva e quindi per le reali possibilità che Lula avrebbe di vincere le presidenziali del 2018 per la terza volta. Infatti, se il PT eleggerà la maggior parte dei sindaci del Brasile, significa che Lula vincerà le presidenziali con medie altissime, tra il 60 e il 70%. Però se il PT non raggiunge il 48% nelle amministrative, significa che Lula vincerà il primo turno, perdendo il secondo, possibilmente per mano dell’ex-petista Marina Silva o dell’eterno candidato del PSDB, Aécio Neves.

Un’elezione difficile e abbastanza complicata, soprattutto perché non è detto che il fascino del vecchio leader del PT riesca a cancellare nel popolo della sinistra e soprattutto nei lavoratori gli errori commessi da Lula e il programma di privatizzazioni voluto da Dilma nel suo ultimo governo. Infatti, i lavoratori, gli studenti e gli intellettuali, cioè il 70% dell’elettorato del PT, non sanno se l’obiettivo politico della candidatura di Lula nel 2018 sarà di governare il Brasile con un governo popolare e progressista o se, invece sarà il solito “Patto Democratico”, sottoscritto con gli impresari, le multinazionali, i gruppi oligarchici e la borghesia in cambio della cosiddetta governabilità!

NOTE:

1 – PT Lulista: Il Partito dei Lavoratori (PT), più che un partito è stata una federazione di gruppi politici che prima amabilmente, ma poi con estrema durezza si sono scontrati per conquistare il controllo del partito. Nel 1995, Lula, Dirceu, Genoino, Palocci e Olivio Dutra riuscirono a raggruppare tutti i gruppi non socialisti e non marxisti che gravitavano nel PT, per formare la grande tendenza politica e sindacale “Unità nella Lotta-Articolazione”. In questo modo il gruppo di Lula, cioè i lulisti, passò a controllare il 70% del partito, eleggendo l’85% dei parlamentari e dei sindaci del PT, oltre ad imporre decisione politiche, alcune delle quali contradditorie, come per esempio l’apertura ai candidati legati alle sette evangeliche.

2 – Pedalata Fiscale: E’ il termine con cui il testo dell’Impeachment accusa la presidentessa Dilma Roussef per aver falsificato il budget della federazione con il trasferimento “illegale” di fondi inizialmente destinati a progetti specifici e poi dirottati nelle casse del Tesoro. In questo modo, il primo governo di Dilma ha potuto presentare un apparente saldo positivo nei conti dell’amministrazione federale. Però l’opposizione se ne accorse, denunciando quello, che in realtà è un vizio dei governanti brasiliani, praticato negli ultimi venti anni in tutta l’amministrazione dello stato brasiliano, cioè dal governo federale, dai governi dei 26 stati e dai comuni.

3 – Il PDT – Partito Democratico del Lavoro, fondato nel 1979 in esilio da Leonel Brizola e Darcy Ribeiro. E’ associato all’Internazionale Socialista. Vorrebbe essere la copia brasiliana del britannico Labour Party. Purtroppo nel PDT la figura politica di Brizola ha impedito l’approfondimento ideologico, al punto che questo partito ha un’anima profondamente legata al socialismo riformista e un’altra a quella della socialdemocrazia. Dopo la morte di Brizola il PDT ha perso molte sue caratteristiche ideologiche.

4 – Il PSB – Partito Socialista Brasiliano, è lo storico partito guidato dall’ex governatore di Recife, Miguel Arraes, che durante la dittatura aveva creato un interessante centro di resistenza progressista in Algeri con l’appoggio del FLN algerino. Purtroppo con la morte d i Arraes, il partito fu preso di assalto da una serie d’individui che lo hanno trasformato in “Partito-Motel”. Cioè gente, che non ha niente a che vedere con il socialismo riformista, compra il diritto di essere candidato (a sue spese) del PSB, per poi fare quello che vogliono nel Parlamento.

5 – “Assembleia de Deus”. E’ una setta evangelica, diretta da José Wellington Bezerra da Costa, che ha numerosi deputati e senatori disseminati nei differenti i partiti. Nel PT di Rio de Janeiro, Benedita da Silva si converti per potersi eleggere con il voto dei fedeli evangelici dell’Assemblea de Deus. Lo stesso fece Marina Silva nel PT dello stato amazzonico di Acre, per poi abbandonare il PT e diventare la candidata degli evangelici e della destra, opposta a Dilma Roussef.

6 – Il territorio dei Yanomani somma, 9.664 ettari. Alla fine degli anni ottanta negli Stati Uniti fece l’apparizione un pseudo-movimento umanitario che proponeva di ritirare la riserva dei Yanomani dal Brasile, per farne un “territorio internazionale dell’umanità”. Da sottolineare che in questo immenso territorio amazzonico, localizzato tra i comuni di São Gabriel da Cachoeira e Santa Isabel do Rio Negro, ci sono consistenti depositi di oro, diamanti, tantalite, nichel e logicamente riserve incalcolabili di stagno.

7 – Territori indigeni – Il Decreto legge 97.837del 1989, stabilisce che l’insieme delle 175 aree indigene delimitate negli stati amazzonici del Brasile sommano 2.585.911 ettari. Nello stato di Amazonas, le 66 etnie indigene – che nel 2005 l’IBGE aveva calcolato con 120.000 persone -, secondo i dati della FUNAI occupano un’area di 49.453 chilometri quadrati.

8 – FNSP – La Forza Nazionale di Sicurezza Pubblica è un organismo militare e poliziesco che interagisce nelle situazioni di crisi con i cosiddetti Battaglioni di Pronta Risposta, che sono delle unità speciali addestrate alla contro-guerriglia urbana e agli scontri con manifestanti non armati con armi da fuoco.

9 – ABIN – Agenzia Brasiliana di Intelligenza. Ha sostituito il tenebroso servizio segreto “SNI” creato nei primi anni della dittatura militare.

10 – PSTU – Partito Socialista dei Lavoratori Unificato – Fu fondato a Sao Paulo, nel 1954, quando la direzione del PT decise l’espulsione dei dirigenti della tendenza troskista, “Convergenza Socialista”.

11 – CST –Corrente Socialista dei Lavoratori. E’ una tendenza troskista (morenista) del PSOL, il nuovo partito della sinistra che si formò nel 2004 quando la direzione del PT, in maggioranza lulista, decise di espellere i quattro parlamentari (Heloisa Helena, Luciana Genro, Babà e Joao Fontes) per non aver votato la legge del governo Lula che, in realtà, penalizzava i pensionati.


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L’insolubile rebus elettorale

Il risultato delle amministrative ha riaperto la piaga del sistema elettorale creando una situazione pressoché insolubile.

Il Pd aveva commissionato ai suoi esperti un sistema elettorale che ne garantisse la vittoria trasformando la sua maggioranza relativa in maggioranza assoluta, qualunque fosse la base di partenza. Questo era già il Porcellum, ma la Corte Costituzionale lo bocciò, quindi bisognava fare altro e gli scienziati del Pd o circonvicini (Ceccanti, D’Alimonte eccetera) ebbero la formidabile trovata del “doppio turno con trucco”, cioè premio di maggioranza già al primo turno se una lista ottiene almeno il 40% (all’inizio si parlava di coalizioni ed il Pd alle europee, da solo, aveva avuto il 41% mentre M5s e destra arretravano) oppure premio al secondo turno al migliore. E questo nel presupposto che i voti degli altri due poli (M5s e destra) non si sarebbero sommati, data la distanza politica.

Solo che poi è successo l’impensabile: sistematicamente la destra al secondo turno votava per il M5s facendolo vincere oppure (meno frequentemente, ma a volte) gli elettori M5s votavano destra. Era già successo a Parma, poi a Livorno, Mestre, Chioggia ecc, ma si pensava fossero casi isolati in centri di provincia. Ora, a Torino e Roma è successa la stessa cosa (e per poco non è successa anche a Milano). Dunque, la tendenza è nazionale, per di più, nelle more dell’approvazione definitiva, la legge ha escluso le coalizioni assegnando il premio alla singola lista vincente, con il bel risultato di rendere inarrivabile la soglia del 40% al primo turno per il Pd che ormai è sotto il 35%.

Studio i sistemi elettorali da 30 anni ed ho capito che ci sono due tipi di sistema: quelli “neutrali” che non danno un vantaggio a nessuno (o danno un vantaggio molto piccolo al più votato) e quelli fatti per far vincere qualcuno in particolare. E’ la prima volta che mi capita di vedere un sistema elettorale pensato per far vincere un giocatore, che poi fa vincere il suo avversario. E’ la prima volta in assoluto che assisto ad un’autorete così spettacolare. Ricordate il goal da centro campo su rovesciata di Pelè? Bè, questa volta Pelè il goal l’ha fatto ma nella sua rete. Resta, comunque, un goal da grande campione!

Neanche a dirlo, il Pd è entrato in fibrillazione e non per la solita inconcludente sinistra di Bersani e Cuperlo, ma perché anche la sinistra cattolica di Franceschini e Fioroni è scesa in campo fiancheggiata dagli alleati centristi (Alfano, Casini, Verdini) che vedono con terrore lo scenario della vittoria del M5s. Ed allora che fare?

Renzi non vuole cambiare nulla e, dal suo punto di vista, ha ragione. Che fa? Dice: “Sapete abbiamo approvato una legge elettorale meno di un anno fa e doveva servire a far vincere me, ma visto che, invece, vincono i 5stelle, adesso ne facciamo una nuova per farmi vincere”. Ed ovviamente, il popolo ride.

Renzi che, tutto sommato, è il meno cretino del Pd (D’Alema a parte) si rende conto che sarebbe una seconda autorete con un immenso danno d’immagine. A proposito, nella loro stupidità, quelli della “Sinistra” sono semplicemente spudorati e non si vergognano di dire che bisogna cambiare la legge elettorale che loro stessi hanno votato, perché così non vince il loro partito!

Ma veniamo al merito: che soluzioni possono esserci? Prima di tutto riammettere le coalizioni, nella speranza di tirare dentro i centristi, magari un po’ di Sel  e qualche altro mendicante nella speranza di fare il 40% al primo turno. I voti per approvarla ci sarebbero, ma il rimedio rischierebbe di non essere efficace: il Pd oggi è al massimo al 32-33%, i centristi non hanno neppure il 3 e mezzo in tutto e non sono sicuri di non perdere qualcosa versoi destra, Sel ha, forse, il 3% ma si spaccherebbe. Insomma la soglia del 40% è lontana, dopo di che si passa al secondo e siamo al punto di prima.

Allora si può abolire il secondo turno, calcolando che M5s e destra resterebbero divisi e nessuno dei due avrebbe speranza di battere il Pd. C’è un altro problema: già così la Corte Costituzionale non è sicuro che non bocci l’Italicum e deve decidere a breve. Poi  bisognerebbe riaffrontare la Corte dicendo che sostanzialmente si rifà il Porcellum. E qui la Corte potrebbe denunciare Renzi ed i suoi per “oltraggio al comune senso del pudore”!

Poi c’è il problema dei tempi: meno di 16-18 mesi per varare la nuova legge e rifare i collegi. La vedo un po’ dura.

Peggio ancora: c’è di mezzo il referendum e, se vince il No,  l’Italicum decade di fatto per ragioni politiche perché non si può votare con due sistemi elettorali contrastanti fra Camera e Senato per cui sarebbe assicurata l’ingovernabilità. Dunque, in quel caso bisognerebbe trovare una quadra ed in pochi mesi.

Questo lo dico anche agli amici del M5s che stanno emettendo messaggi decisamente strani, per i quali “la legge l’avete fatta voi e vedetevela voi, noi parliamo di altro”. Parliamoci chiaro, stiamo dicendo che il M5s ha cambiato parere ora che l’Italicum li fa vincere? Spero di no, sarebbe una “bersanata” all’inverso: “Eravamo contrari prima perché pensavamo che servisse a far vincere il Pd, ma adesso che a vincere siamo noi, che nessuno tocchi l’Italicum!”. Oltre che un ragionamento opportunista sarebbe anche un ragionamento molto stupido. Infatti, non considera almeno quattro ipotesi:
 
 a. che i centristi ed altri, per vincere, entrino nelle liste del Pd nella speranza di fare il 40%, cosa difficile ma non impossibile;
 
 b. che il gioco degli elettori di destra che si riversano sul M5s non si ripeta alle politiche. E’ una possibilità e persino una probabilità, ma non c’è una assicurazione del Lloyd di Londra che accada ancora;
 
c. che la destra non si riprenda diventando la seconda lista (modello Parisi a Milano) ed il M5s resti escluso dal ballottaggio;
 
 d. che questa svolta (insieme ad altre) non costi al M5s la perdita di una parte dei suoi elettori (compreso chi scrive queste righe) scendendo anche per questo al terzo posto.

Siccome so che non siete così poco intelligenti da non considerare queste ipotesi, mi aspetto che il vostro giudizio sull’Italicum non sia cambiato ed, anzi, vi propongo una mossa che spiazzi gli altri: rilanciate il progetto Toninelli, invitando gli altri a misurarsi con quella ipotesi. Sul piano di principio, sarebbe coerente con la linea sancita dalla consultazione on line dell’inverno del 2014 e la fermezza sulle questioni di principio è la principale forma di onestà a cui occorre restare fedeli. Sul piano politico sarebbe un ottimo rilancio di immagine del movimento che potrebbe anche passare perché, in fondo, conveniente per tutti in una situazione in cui è tutto incerto e nessuno può essere sicuro di essere quello che si avvantaggerà degli strampalati meccanismi elettorali dell’Italicum. O no?!

Brexit - Uno spettro si aggira per l'Europa: la democrazia

Uno spettro si aggira per l’Europa: è la democrazia. Dopo il referendum greco, con il quale più del 60% della popolazione di quel Paese ha detto no all’austerità imposta dalla Ue e dalla Troika, è arrivata la Brexit, che ha visto una maggioranza meno netta, ma per molti versi più significativa, di cittadini inglesi chiedere il divorzio dalle istituzioni oligarchiche di quell’Europa che impone gli interessi del finanzcapitalismo globale ai propri sudditi.

In entrambi i casi non ha funzionato la campagna del terrore orchestrata da partiti di centrosinistra e centrodestra, media, cattedratici, economisti, “uomini di cultura”, esperti di ogni risma, nani e ballerine per convincere gli elettori a chinare la testa ed accettare come legge di natura livelli sempre più osceni di disuguaglianza, tagli a salari, sanità e pensioni, ritorno a tassi di mortalità ottocenteschi per le classi subordinate e via elencando.

In entrambi i casi la sconfitta è stata accolta con rabbia e ha indotto l’establishment a riesumare le tesi degli elitisti di fine Ottocento-primo Novecento: su certi temi “complessi”, che solo gli addetti ai lavori capiscono, non bisogna consentire alle masse di esprimere il proprio parere, se si vuole evitare che la democrazia “divori se stessa”. Ovvero: così ci costringete a imporre con la forza il nostro punto di vista.

In entrambi i casi ciò è infatti esattamente quanto è successo. In Grecia con il ricatto che ha indotto Tsipras a calare le brache e tradire ignominiosamente il verdetto popolare. In Inghilterra con il tentativo di far pagare così cara la Brexit a coloro che l’hanno votata da dissuadere altri a imboccare la stessa strada (non a caso il risultato deludente di Podemos e la marcia indietro di 5Stelle sull’Europa sono state accolte con soddisfazione: la lezione è servita a qualcosa...).

In entrambi i casi le élite hanno dispiegato tutto il loro disprezzo nei confronti dei proletari “sporchi, brutti e cattivi“ che si sono ribellati ai loro diktat. Imitati dalle sinistre: tutte, anche quelle che si proclamano radicali e antagoniste: non si può stare dalla parte degli operai inglesi perché sono egemonizzati dalla destra razzista e xenofoba (qualche idea sul perché ciò sia avvenuto?). I peggiori sono quegli intellettuali post operaisti che ormai sono parte integrante del polo liberal chic che definisce l’essere di sinistra o di destra non in base all’appartenenza e agli interessi di classe, bensì in base all’impegno per i diritti individuali, e affida l’emancipazione sociale a un immaginario “comunismo del capitale”.

Ho quindi accolto con piacere un intervento di Bifo che ha rotto il fronte “europeista”, riconoscendo che l‘aspetto dirimente del voto inglese non è il colore ideologico, ma da quali interessi di classe è stato dettato. Credo però che occorra fare altri due passi: 1) chiedersi perché i giovani “creativi” hanno votato in massa Remain; 2) ragionare concretamente sulla forma politica che oggi assume la resistenza proletaria al finanzcapitalismo e alle sue istituzioni oligarchiche.

Affrontare il primo punto significa fare i conti con il mito del cognitariato, prendere atto che questo gruppo sociale non ha mai espresso, non esprime, né mai esprimerà una cultura anticapitalista, che il suo strato superiore è parte integrante delle élite e, in quanto tale, è un nemico di classe, mentre lo strato inferiore – che continua a nutrire la speranza in una illusoria mobilità sociale, benché falcidiato da precariato, redditi miserabili, condizioni di vita oscene – potrà prendere coscienza dei propri interessi solo se egemonizzato dalla spinta antagonista che viene da fuori e dal basso.

Quanto al secondo punto: se è vero – come è innegabile non appena si guardi a quanto avviene negli Stati Uniti e in tutti i Paesi europei – che oggi la lotta di classe assume la forma dell’opposizione alto/basso, dell’odio per le élite politiche ed economiche (que se vayan todos), del rifiuto di ogni forma di delega, che assume cioè una forma populista, occorre decidersi a prenderne atto – perché la teoria e la prassi politica rivoluzionarie sono una cosa sola, sono cioè analisi concreta della situazione concreta – e agire di conseguenza.

Il populismo di destra si combatte con il populismo di sinistra, non con le ammoine radical chic. Il che vuol dire lotta per l’egemonia (cioè cambiare il senso di parole come popolo, comunità, sovranità, ecc. trasformandole in armi nella battaglia fra i flussi globali del capitale e i luoghi da cui i flussi estraggono valore), costruire blocco sociale a partire dal basso e non dall’alto delle nuove aristocrazie del lavoro, costruire organismi di democrazia diretta e riaprire la vecchia sfida, tenendo conto che l’unica cosa che oggi produce contro terrore rispetto al terrorismo psicologico delle élite è la democrazia e che, dopo la morte della democrazia rappresentativa, l’unica forma esistente di democrazia è appunto il populismo.

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mercoledì 29 giugno 2016

Indagine sulle periferie: quello che “Limes” non dice

La prestigiosa rivista di geopolitica “Limes” ha dedicato il suo ultimo volume al tema delle periferie urbane. Un'indagine ad ampio spettro, come nei canoni della pubblicazione, che spazia dall’analisi della condizione e trasformazione dei contesti urbani, metropolitani e oltre, sulla scia dei fenomeni connessi al progressivo inurbamento della popolazione mondiale; alla rinnovata centralità assunta dalle “periferie mondiali” nelle relazioni economiche e sociali e nelle modalità di governo del territorio urbano, costitutivi  degli equilibri geopolitici.

Un lavoro articolato che affronta la dimensione urbana delle metropoli e megalopoli globali sotto diversi profili di indagine, che consente di incrociare argomenti e dati utili per comprendere quella che ormai è comunemente riconosciuta come frontiera strategica per  l’indagine dei futuri scenari sistemici.

L’inurbamento è indubbiamente un fenomeno ricorrente nella “storia delle civiltà”: dall’antica Roma, alle città della rivoluzione industriale, passando per le città rinascimentali, ecc, l’attrazione svolta sulle popolazioni dai contesti urbani con la combinazione di commerci ed attività produttive ha contrassegnato inequivocabilmente le fisionomie delle varie fasi storiche e relative strutture economico-sociali.

Più della metà dell’umanità vive nelle metropoli e ai suoi margini

Le dimensioni assunte dalla crescita delle aggregazioni urbane nel contesto attuale ci pone di fronte ad una differenziazione del fenomeno per aree geo-politiche dell’inurbamento che per quanto attiene, ad esempio la condizione metropolitana in Europa, trascende il significato originario di trasferimento di popolazione da ambienti rurali interni a quelli urbani innervandosi con i fenomeni migratori. Tuttavia, su scala “globale” si afferma un dato inedito: l'inurbamento ormai riguarda la maggioranza della popolazione mondiale 53%, era il 42% a metà anni ’80, e le Nazioni Unite calcolano una progressione che dovrebbe portarci al 70% nel 2050. Le megalopoli, le città con più di 10 milioni di abitanti, passeranno dalle 28 attuali alle 41 del 2030, cosi le metropoli, tra 1 e 5 milioni, dalle 417 odierne alle 558; 34 delle prime 50 aree urbane più popolose sono in Asia.

Il dato “grezzo” segna dunque un passaggio epocale: su scala planetaria, la maggioranza della popolazione mondiale non trae più il proprio sostentamento dall’attività agricola, il riversarsi di moltitudini negli ambiti urbani segna il trasferimento di quote di ricchezza prodotta dal settore primario, l’agricoltura, ai settori industriale e dei servizi. Emblematica la situazione negli Usa il cui 90% del pil e l’86% dei posti di lavoro si genera in una porzione di territorio pari al 3%, coincidente con gli aggregati urbani.

L’inurbamento, per restare all’epoca moderna, che nei paesi del “primo mondo” si poneva in diretta relazione con le trasformazioni sociali generate dalla prima rivoluzione industriale e fasi successive, ossia, con l’affermarsi in quella parte dell’occidente di una compiuta prevalenza delle condizioni del  lavoro salariato, oggi trova riscontri in tutti gli angoli del globo coinvolgendo, oltre alle economie in ascesa, paesi che non hanno mai rotto con la propria condizione di sottosviluppo.

La natura planetaria del fenomeno rischia di rendere poco pertinenti e superficiali eventuali spiegazioni con pretese onnicomprensive. Ad esempio, gli argomenti a sfondo demografico-ambientale come desertificazioni, carestie, modificazioni climatiche hanno un impatto decisivo nelle dinamiche d’inurbamento e migratorie in particolari aree del pianeta, ma sono ben lungi dall’esaurire la questione.

Ciò che invece oggettivamente sembra imporsi come “leva” nel passaggio epocale della maggioranza della popolazione mondiale in insediamenti urbani è, ancora una volta, sia pure ad una diversa fase di sviluppo delle forze produttive, la dislocazione dei processi produttivi che, sulla scorta del superamento degli equilibri geopolitici tra super-potenze egemoniche, Usa e Urss, ha dato luogo a nuovi scenari della divisione internazionale del lavoro.

Il prodursi di rilevanti processi di accumulazione di capitali nel gruppo dei paesi BRICS, nel sud-est asiatico, ecc, determina il dato strutturale che interagisce con le condizioni territoriali, realizzando espressioni differenziate del processo di inurbamento.

Dagli anni ’80 assistiamo in Cina ad una migrazione interna che ha coinvolto circa duecentocinquanta milioni di uomini a cui se ne aggiungeranno altri duecento nel prossimo ventennio che, oltre a costituire un fenomeno di impatto planetario di cui fatichiamo anche a fornircene una rappresentazione immaginaria, configura un processo di inurbamento interno ad un piano di gestione politica ed economica fondato sul primato assoluto dei processi di pianificazione e programmazione pubbliche. Questo rilievo sulla centralità della gestione pubblica non mira all’affermazione della presunta natura eminentemente socialista della struttura economico-produttiva cinese, quanto alla differenziazione dai processi di inurbamento, abbandonati alla “spontaneità” dei mercati, che contribuiscono alla crescita delle megalopoli in altri contesti, da Bombay a Città del Messico.

Quello cinese nella storia dei processi di inurbamento/industrializzazione costituisce un unicum capace da solo di dar conto non soltanto quantitativamente del passaggio epocale della maggioranza degli abitanti del pianeta in insediamenti urbani, ma, anche, del cambiamento qualitativo in corso di un gigantesco apparato produttivo da avamposto dei processi di delocalizzazione dei paesi del “primo mondo”, la fabbrica del mondo fondamentalmente esportatrice, ad un apparato di produzione e consumo commisurati al mercato interno, ovvero con una solidità ed autonomia propri ad un competitore globale. Naturalmente tutto ciò si accompagna ad altrettanto gigantesche questioni ed interpretazioni dei processi in corso in Cina, tuttavia, l’elemento centrale e caratterizzante della mutazione economico-sociale cinese è, lo sottolineiamo nuovamente, la centralità strategica assegnata alla pianificazione e programmazione pubblica dei processi di inurbamento.

Il ruolo pubblico, con l’evidenza cinese in primis, allora si pone come differenziazione tra i processi di inurbamento su scala planetaria, mentre l’inurbamento si conferma come categoria dei fenomeni di migrazione interna a singoli paesi o aree.

Migrazioni interne e migrazioni verso i paesi ricchi

Un’attenzione particolare va riservata alla crescita esponenziale dei fenomeni di inurbamento già in corso nel continente africano, con particolare riferimento alla fascia subsahariana, in  cui la combinazione della crescita demografica, prevista una triplicazione della popolazione africana nel corso del secolo oltre i quattro miliardi, con i tentativi di consolidamento della presenza per il controllo delle materie prime soprattutto dei paesi appartenenti al polo europeo, le mire del polo islamista e le politiche di intervento in grandi opere infrastrutturali promosso dalla Cina, rischiano di accelerare ed amplificare i conflitti già presenti, incentivando flussi migratori esterni inevitabilmente rivolti verso l’Europa.

Il binomio guerra/migrazioni che con l’escalation dello scontro tra poli imperialistici nell’area mediorientale sta sottoponendo a fibrillazioni crescenti la tenuta della cittadella imperialistica europea, rischia di trovare in un futuro prossimo nell’estensione al continente africano delle contraddizioni tra le pretese egemoniche imperialistiche e un nuovo fronte di “invasione” di cui non osiamo immaginare le modalità di contenimento.

Il riferimento ai flussi migratori verso l’Europa e alla loro origine, ci consente di differenziare i fenomeni di inurbamento dovuti al trasferimento campagna/città dai fenomeni migratori propri alle metropoli occidentali. Naturalmente andrebbero effettuate distinzioni tra i flussi migratori contemporanei verso il Nord-America da parte delle popolazioni ispaniche con il progressivo deteriorarsi delle possibilità connesse all’economia di sussistenza agricola travolta dall’agro-business, da quelle che investono il vecchio continente. Il processo di inurbamento interno ai paesi europei legati al movimento della forza-lavoro campagna/città è ampiamente concluso, l’inurbamento nel vecchio continente è essenzialmente espressione dei flussi migratori generati dalle contese egemoniche dei poli imperialistici, foriere di destabilizzazioni di intere aree geopolitiche e di disgregazioni sistematiche di organizzazioni statuali spesso ricondotte a una condizione tribale.

Allora, provando a definire un’approssimativa sintesi delle tracce proposte, l’inurbamento si propone come duplice dinamica dello stesso fenomeno, ossia, la ridefinizione delle aree di accumulazione capitalistica e del peso egemonico dei poli imperialisti nei vari scenari geostrategici, che opera sia come ridislocazione dei luoghi di produzione del valore, le cosiddette filiere produttive, sia come distruzione degli equilibri geopolitici per il grado elevato di competizione inter-imperialistica.

Meritevole di rilievo, non solo l’effetto dei flussi migratori nelle metropoli/megalopoli occidentali, per la funzione classica “dell’esercito industriale di riserva” e del ruolo di contenimento degli aggregati urbani, oltre che per l’indagine della composizione della forza-lavoro e della permeabilità alle modalità di sfruttamento richieste dalla tentacolare estensione del rapporto privatistico, ma anche il processo migratorio interno alle aree geopolitiche: al processo migratorio esterno, di cui abbiamo sommariamente elencato le cause, si aggiunge un fenomeno migratorio interno alle aree geopolitiche, ossia il trasferimento dalla periferia produttiva, tipico esempio i paesi PIIGS europei, di competenze qualitativamente significative, vedi ricerca, verso i centri di “eccellenza” dell’organizzazione capitalistica. In altri termini, forza-lavoro ad alta qualificazione, anch’essa legata ad un “effetto trascinamento” verso i luoghi della valorizzazione, che non trova collocazione nei paesi di formazione per l’inadeguato livello generale della struttura produttiva o per la loro funzione nel quadro della divisione del lavoro competitivamente determinata. Un fenomeno dalle dimensioni non trascurabili, se è vero che i dati ufficiali dei flussi in entrata ed uscita dal nostro paese, esclusa la presenza cosiddetta clandestina, sono sostanzialmente equivalenti.

La visione capitalistica sulle metropoli

Dunque, ci sembra questo il quadro di tendenze che definisce il profilo delle metropoli/megalopoli nell’attuale fase della competizione globale, con cui interagiscono le questioni sollevate dalla rivista “Limes”: urbanistica, disagio sociale, criminalità, precarietà, fenomeni di radicalizzazione islamista ecc. Eppure, pur ribadendo, l’utilità del lavoro di indagine svolto dalla rivista non ci sembra che si colga la specificità delle aggregazioni urbane nella fase attuale, a partire dal rapporto decisivo pubblico/privato. In “epoca capitalistica” i processi di urbanizzazione hanno costituto uno strumento fondamentale per l’assorbimento delle eccedenze di capitale e lavoro (Harvey), con una funzione sostanzialmente anticiclica o comunque di sostegno all’accumulazione anche con la costruzione di infrastrutture. I grandi progetti di trasformazione urbana del XIX e XX secolo sono tutti interni al rapporto tra pubblico e privato, in una relazione di preminenza dell’aspetto pubblico per le inevitabili lunghezze del ciclo produttivo e la programmazione in settori quali l’edilizia, trasporti, ecc, realizzando una dimensione di funzionalità del contesto urbano alle necessità dell’accumulazione, con un ruolo strategico assegnato allo Stato.

Il piano Ina-Casa, 1949-1963, ad esempio, ha rappresentato nel nostro paese il modello della pianificazione urbanistica dell’inurbamento del 2° dopoguerra, con una visione di città a misura di collettività, non solo enunciata e che oggi apparirebbe come esempio di propaganda bolscevica, evidenziando una funzione di indirizzo e gestione del pubblico, sostanzialmente sopravvissuta, fino alla realizzazione dei piani di Edilizia Economica e Popolare (1964-84).

La città pubblica sopraffatta dagli interessi privati

Ciò che si impone oggi nel rapporto pubblico/privato è il superamento di un equilibrio nella salvaguardia delle funzioni e di ruoli, in cui il capitale privato, sempre più a dimensione multi-transnazionale, mira a riassumere all’interno del proprio processo di valorizzazione tutti gli ambiti della vita sociale. Come questo sia avvenuto è chiaramente iscritto nel sistema di relazioni e di interessi posti a governo delle metropoli urbane. L’immagine delle metropoli offerta da “Limes” di contesti urbani periferici a “bassa pressione istituzionale e a forte informalità” confligge con la realtà di una presenza istituzionale sempre più stringente, tra cui la sperimentazione dell’esercito con funzioni di controllo sociale, e la privatizzazione del territorio assoggettato, non solo per quanto attiene alla sfera criminale-speculativa, alla logica del mercato, in cui la deregolamentazione delle relazioni formalizza in modo netto i rapporti di forza.

L’invito da parte di “Limes” a riaffermare una rinnovata collaborazione tra pubblico e privato per una rinascita delle periferie, non tiene conto di questa nuova dimensione della supremazia della categoria del profitto come parametro codificato della razionalità ed efficienza del sistema.

Una condizione ben riassunta dal paradosso della metropoli romana, in cui la decrescita del numero dei residenti si scontra con la gentrificazione strisciante e con l’aumento incessante delle cubature di cemento per l’edilizia privata e l’estensione delle cinture periferiche, riconducibile ad un modello di insediamento pulviscolare, scollegato dalla rete dei servizi, interamente nelle mani dell’interesse privato e della speculazione.

Allora il progressivo venir meno della funzione pubblica, intesa come espressione di interesse generale, anzi il suo inglobamento nei criteri del capitale privato, a cui viene riconosciuta superiorità organizzativa e gestionale e centralità economica, pone la questione periferie sul terreno “politico” dell’esercizio della sovranità della parte maggioritaria della popolazione. Recuperare sovranità nell’affermazione dei propri interessi, per un modello di città sottratto all’egemonia degli interessi privatistici, dare corpo alla rappresentanza di questi interessi e alla loro natura inevitabilmente conflittuale è il vero nesso che riannoda la questione sociale urbana del XXI secolo alle possibilità di trasformazione del modello sociale.

E questo nell’indagine di “Limes” e di tutti quelli che hanno scoperto le periferie non può proprio esserci...

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Competizione globale nei cieli. Nasce società russo-cinese, tremano Boeing e Airbus

La durissima competizione tra Boeing e Airbus sull’areospaziale, adesso dovrà fare conti con un altro competitore di notevoli dimensione. Russia e Cina hanno infatti deciso d'entrare in campo e fare concorrenza ai due big nella produzione e vendita di aerei per il traffico passeggeri. Con questo obiettivo nasce una nuova joint venture russo-cinese nel settore degli aerei “widebody”, quelli che possono portare tra i 250 e i 300 passeggeri, da sempre il terreno di aperta concorrenza tra Airbus e Boeing in una guerra senza esclusione di colpi e che richiede un’altissima preparazione e gestione di tecnologie

Vladimir Putin, nel corso del suo recente viaggio in Cina, ha dato il via libera ad una nuova società mista che si occuperà di progettare e assemblare in Cina aerei di medie dimensioni. La joint venture coinvolge due gruppi già attivi nel comparto: la “United Aircraft Corp.” (UAC), russa e la “Commercial Aircraft Corp. of China” (COMAC, costruttore tra l’altro di un aereo, il C919 di medio raggio). Le due società hanno già siglato l’intesa e ora si apprestano a unire gli sforzi per portare a compimento, entro il 2016, un primo piano di sviluppo per aerei commerciali. La costruzione potrebbe iniziare entro il 2018. Solo il mercato cinese vale 840 miliardi di dollari da qui al 2030. Secondo altre fonti il piatto è ancora più ricco. China Southern Airlines Co., Air China Ltd. e altri carrier cinesi avranno bisogno di circa 6.330 nuovi aerei nei prossimi venti anni, per un valore di 950 miliardi di dollari, secondo Boeing, pari a circa il 17% del totale globale. Solo l’anno scorso, le compagnie aeree cinesi e le aziende di leasing di aerei della Cina hanno annunciato commesse per circa 780 aerei (con un valore stimato di 102 miliardi di dollari). Fino ad oggi il monopolio di Boeing e Airbus appariva consolidato, sia nell’innovazione sia come giro d’affari e clienti. Per il 2015 Airbus ha vinto la gara degli ordini, mentre Boeing si è aggiudicata quella dei velivoli effettivamente consegnati e dei profitti in bilancio.

Lo chief executive di Airbus, Fabrice Bergier ha spiegato bene in una intervista quale sia la posta in gioco nella competizione globale sui cieli. “Il calo dell’euro è estremamente importante per qualsiasi industria che esporta e noi esportiamo il 100%. Inoltre, abbiamo di fronte un concorrente, Boeing, che ha dei costi in dollari. È un effetto quasi immediato per le imprese più piccole, che non hanno in essere dei meccanismi di protezione contro la fluttuazione dei cambi. Noi ce li abbiamo e quindi siamo meno soggetti alle fluttuazioni in un senso o nell’altro. Ma, alla fine, possiamo dire che 10 centesimi di scarto tra l’euro e il dollaro sono un miliardo di euro in più o in meno per Airbus. Per cui, a lungo termine, la questione è effettivamente molto importante”.

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Arte, storia e società in William Kentridge

Da due mesi l’imponente opera d’arte di William Kentridge campeggia sui bastioni del Lungotevere. Merita una riflessione politica, perché l’opera segna una discontinuità a nostro avviso decisiva nel rapporto disarticolato tra arte e società nel XXI secolo. In questi mesi si sono sprecati i commenti (per una panoramica: il manifesto, Domus, il lavoro culturale), tutti generalmente entusiasti del lavoro compiuto dall’artista sudafricano. Per una volta concordiamo. Non ci soffermeremo sulle qualità artistiche, già svelate da molti autorevoli critici e commentatori d’arte, e che riprendono tutto sommato modelli ampiamente utilizzati della land art già in voga dagli anni Sessanta. Ci piacerebbe però rilevarne la natura e l’importanza politica. Un rapporto, quello tra arte e politica, rotto da decenni e che Kentridge ripropone in una veste nuova.


E’ inevitabile partire dal metodo utilizzato da Kentridge: togliere invece che aggiungere, sottrarre invece di sommare. Niente di rivoluzionario per l’arte contemporanea, ma utilizzato in maniera incisiva e non invasiva. Un metodo che andrebbe replicato nella gestione della città nel tentativo di risolverne le sue annose contraddizioni. L’artista pulisce i muraglioni (orribili, il segno peggiore lasciato in eredità dall’amministrazione sabauda nell’800) che ingabbiano il Tevere dalla loro naturale patina biologica. L’immagine emerge da questa rimozione delle concrezioni organiche, e per tale motivo è un’opera destinata a scadere. L’immortalità dell’opera che sopravvive al suo autore cede il passo al corso della storia. Un tentativo sicuramente opinabile ma originale, che disattiva presunte eternizzazioni dell’arte. In secondo luogo, l’opera sembra essere sempre stata lì, invecchiata con la città, residuo del passato. Non stravolge il paesaggio, non impone soggetti alieni in un panorama decisamente poco disponibile a mutazioni di segno. Il centro storico di Roma è estremamente rigido alla trasformazione, ogni mutamento assume le forme dello stravolgimento: una strada fuori scala, una roccia diversa dal travertino, un colore troppo acceso, eccetera: ogni qual volta la modernità ha cercato di farsi strada nel cuore della città antica ha prodotto disastri architettonici, urbanistici o artistici. Anche la famigerata teca di Meier, opera in sé non disprezzabile, soffre della diversa dimensione, del diverso colore e della diverso ruolo rispetto al quartiere circostante, determinandone la natura aliena al tessuto urbano. E questo nonostante, paradossalmente, restauri l’asse viario di via Ripetta devastato dal fascismo. Non è una questione di bellezza o bruttezza dell’opera in sé, ma la sua capacità di relazionarsi col contesto nel quale viene calata. Questo processo è reso incredibilmente armonioso da Kentridge. L’opera muraria non si presenta come “falso antica”, non rimanda all’antichità classica attraverso intenti “neoclassicheggianti”, è in tutto e per tutto un’opera moderna. Eppure, si innesta nel Lungotevere in maniera talmente equilibrata da risultare immediatamente parte di esso, senza traumi, senza organicità forzate.

L’opera peraltro si presta ad una doppia modalità di visione. Camminandoci affianco, si procede figura per figura, apprezzandone il contenuto artistico materiale; dalla sponda opposta del Tevere, si ha al contrario la visione complessiva, davvero monumentale senza però risultare fuori scala. Oltretutto, altra caratteristica rilevante: è pubblica e gratuita. Come tutte le altre opere d’arte contemporanea inserite nei tessuti cittadini, si potrebbe obiettare, eppure la natura pubblica in questo caso sembra essere più manifesta, più fruibile e accessibile. Non bisogna andarci “apposta”, ma è al centro di una delle zone più trafficate della città (i lungotevere appunto). Anche la sua inaugurazione è avvenuta attraverso spettacoli teatrali gratuiti e accessibili. Purtroppo, nessun soldo pubblico è stato speso nella sua realizzazione. Questa, che è una caratteristica esaltata dai vari commentatori, ci sembra piuttosto un suo limite. L’artista ha potuto produrla in quanto già affermato, e attraverso la sua notorietà è stato possibile raggiungere i finanziamenti necessari alla realizzazione (circa 800.000 euro). Non ha gravato sulle casse pubbliche, si dirà. E però ha contribuito a sancire un metodo, quello della privatizzazione della possibilità di fare arte. In questo caso il risultato è ottimo, ma quanta produzione artistica si ritrova a non potersi esprimere per l’accesso negato in partenza da un mercato esclusivamente privato? La forza artistica di Kentridge avrebbe potuto ribaltare questa dinamica, purtroppo rimarrà un’occasione sprecata.

Nel merito, invece, l’opera passa in rassegna alcuni momenti della storia della città, senza filo storico, anzi rifiutando il corso lineare della storia, affermando così il suo obiettivo: dimostrare che la storia è un seguirsi di “trionfi e lamenti”, le vittorie degli uni rappresentano le sconfitte degli altri, non c’è mai una verità universale ma sempre un senso relativo degli avvenimenti. Le vicende di una città densa di storia come Roma si susseguono senza filo logico ma, nell’insieme, il messaggio è che la storia procede attraverso i suoi opposti, senza verità ufficiali. C’è Aldo Moro e Giorgiana Masi, Romolo e Anna Magnani, i bombardamenti del 1943 e i migranti sbarcati a Lampedusa, e via dicendo. Questa impostazione radicalmente relativista è al tempo stesso interessante e ambigua. 

Interessante perché contribuisce a smontare il cliché positivista per cui la storia procede tendendo al progresso: non c’è alcun progresso automatico nella sviluppo umano, se non quello dato dai rapporti sociali che si stabiliscono tra gli uomini, che prevedono però anche fasi regressive. 

Ambiguo perché la rivendicata “assenza di verità” è di per sé fuorviante. Ammettere che nella storia non ci sia “verità” è falso. Tra lo schiavo e il suo padrone, tra lo sfruttato e lo sfruttatore, non può esserci relativismo, ma una verità celata dal rapporto alienato che intercorre tra i due soggetti nella sua forma impersonale che questo assume nella società. La verità è appunto lo sfruttamento, e l’opera di rimozione consiste nel celare questo sfruttamento attraverso l’eternizzazione (e l’idealizzazione) dei rapporti sociali.

Detto altrimenti, in riferimento all’opera, tra Aldo Moro e Giorgiana Masi non c’è equilibrio che tenga, non fanno parte tutti e due della violenza della storia, ma il primo è l’emblema di una storia (spersonalizzata ovviamente) di oppressione, mentre la seconda è il simbolo della lotta contro l’oppressione. La verità nella storia esiste e sta nel rivendicare la natura diversa dei due soggetti, non in quanto individui ma in quanto concretizzazioni particolari di un movimento storico.

Ovviamente non si può pretendere da un’artista scollegato da qualsiasi rapporto dialettico ma organico con la classe una presa di coscienza “filosofica” materialista. Smontare la narrazione dominante per cui la verità ufficiale è l’unica verità possibile, relegando la “controstoria” a complottismo, è già di per sé un’operazione culturale d’opposizione che va segnalata. Nella storia eterna di Roma fa parte il suo fondatore Romolo, l’imperatore Caligola, Anna Magnani così come la morte di una ragazza simbolo del conflitto di classe. E la storia non è la somma, ma la sintesi del conflitto necessario che intercorre tra questi vari soggetti. Per questo Kentridge li dispone sincronicamente. Non ci sbilanciamo nel dire se questa sia l’impostazione più adeguata. Ci limitiamo a rilevare che da molti anni mancava a Roma un’operazione artistica che facesse pensare, integrandosi nella società e nella storia della città da un punto di vista anche politico. Non ci sembra poco.

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La Costituzione ucraina e l’autonomia delle regioni

Siamo onesti; cerchiamo di non mancare di umiltà; accettiamo ciò che da secoli avremmo dovuto riconoscere, se non ci avesse fatto scudo la nostra innata mania di primogenitura nei campi più disparati del sapere. E’ tempo di ammetterlo: se non ci fosse stata l’Ucraina, nei campi fondamentali dello scibile umano saremmo ancora fermi all’anno mille, o anche più addietro. Ma non l’Ucraina in quanto nazione: no, l’Ucraina che solo negli ultimi due anni ha potuto ergersi a baluardo della civiltà occidentale e a “vallo europeo” contro la nuova Orda d’Oro semiasiatica della Moscovia. E’ proprio grazie a questa Ucraina che, a partire dalla “svolta” del febbraio 2014, siamo riusciti a stabilire che i nonni della Gioconda leonardiana erano di Odessa; possiamo affermare che Buddha è nato a Zaporozhe; non è più un mistero che furono i cosacchi a collaudare i primi sottomarini al mondo e che per Mosca è tempo di abbandonare il nome di Russia, usurpato a spese della Rus di Kiev. Ma tanto primeggiare nei campi della scienza e dell’arte sarebbe rimasto fine a se stesso, se non fosse stato coronato dalla legge fondamentale del paese: la prima Carta costituzionale al mondo. Anch’essa ucraina.

Quest’ultima scoperta è stata annunciata urbi et orbi proprio ieri, in occasione della Festa della Costituzione. L’annuncio si deve a non meglio identificati “patrioti ucraini”, che hanno pubblicato su twitter un’immagine della “prima costituzione al mondo”, dato che, scrivono i patrioti, “le Costituzioni in Europa e in USA apparvero solo 70 anni più tardi”. In effetti, la Carta redatta nel 1710 dal cosacco Pilip Orlik (per la verità, nato in territorio oggi bielorusso, ma allora appartenente alla Rec Pospolita polacco-lituana e morto nel principato di Moldavia, oggi territorio rumeno; ex funzionario di Ivan Mazepa, che tradì Mosca per la Svezia nella guerra russo-svedese) era un patto sottoscritto tra lui, in quanto getman dei combattenti di Zaporozhe e quelle truppe: “Pacta et Constitutiones legum libertatumqe Exercitus Zaporoviensis”. Patto mai entrato in vigore.

Per quanto riguarda invece la Costituzione attuale, sempre ieri, Petro Poroshenko ha detto di ritenere necessarie alcune modifiche nella parte relativa alla “Repubblica autonoma di Crimea” – che da due anni non fa più parte dell’Ucraina – senza specificare di quali variazioni dovrebbe trattarsi, accennando però a non meglio precisati “diritti dei tatari di Crimea nell’ambito dello Stato ucraino”. Molto più netto e preciso, invece, Poroshenko lo è stato a proposito dei mutamenti costituzionali riguardanti la decentralizzazione, previsti dagli accordi di Minsk sul Donbass: nessuna riforma “prima della creazione di condizioni di sicurezza nel Donbass”. Le variazioni previste, infatti, sono state approvate solo in prima lettura e Petro ha dichiarato che “le modifiche alla Costituzione non saranno votate né oggi, né domani e nemmeno il 4 luglio... tra le condizioni prioritarie” ha detto, “deve essere stabilito un pieno e duraturo cessate il fuoco” – che le truppe di Kiev si preoccupano quotidianamente di violare: ancora civili feriti, ieri e l’altro ieri – “la Russia deve ritirare tutti i propri soldati e mezzi militari dal territorio ucraino. Si deve procedere a un reale disarmo di tutti i raggruppamenti illegali e stabilire una zona di sicurezza. Solo dopo di ciò io chiederò alla Rada di votare in seconda lettura le modifiche costituzionali relative alla decentralizzazione”.

Le dichiarazioni di Poroshenko seguono quelle della cancelliera Merkel che, in un colloquio col premier ucraino Vladimir Grojsman, ha detto che non si può procedere ora alle elezioni nel Donbass “per ragioni obiettive; è pericoloso”. Qualche settimana fa, il leader della DNR, Aleksandr Zakharcenko, aveva affermato che Donetsk considerava il 14 luglio come data ultima entro la quale Kiev dovrebbe adottare il disegno di legge sulle elezioni nel Donbass, concordandolo con la leadership delle Repubbliche popolari.

Per parte sua, il Ministro degli esteri ucraino, Pavel Klimkin, già qualche mese fa aveva dichiarato di non considerare accettabile che uno status speciale del Donbass venisse fissato nella Costituzione. Questo, nonostante che, pressoché nello stesso periodo, l’allora ambasciatore USA a Kiev, Geoffrey Payett sostenesse che l’Ucraina debba ratificare le modifiche alla Costituzione relative alla decentralizzazione: “Tra i più importanti elementi del processo di riforme” aveva detto Payett, c’è “la creazione di condizioni favorevoli per la decentralizzazione e lo sviluppo dell’autodeterminazione locale”.

Più di recente, sul sito news-front.info, l’osservatore Dmitrij Rodionov pronosticava che il parlamento si sarebbe occupato della decentralizzazione, escludendo però la questione dello status speciale per il Donbass. Ciò si desume dalle dichiarazioni rilasciate dallo speaker della Rada Andrej Parubij, secondo cui, formalmente, il testo di riforma costituzionale da approvare in seconda lettura, non può essere diverso da quello adottato in prima lettura, nell’agosto 2015, allorché i deputati si erano inchinati ai sentimenti “democratici” dei nazionalisti che, fuori del parlamento, a colpi di granate avevano ucciso quattro Guardie nazionali. In effetti, la nomina di Parubij, ex “capopopolo” di majdan, a speaker della Rada nell’aprile scorso – in occasione dell’elezione di Vladimir Grojsman alla carica di primo ministro – è stata vista dai più come un segnale del fatto che Kiev ha deciso la strada militare nella questione del Donbass. Sin da aprile, Parubij ha categoricamente escluso ogni discussione sullo status speciale del Donbass, tuonando costantemente che la regione debba tornare sotto il pieno controllo di Kiev. Ancora lo scorso 8 giugno, il Ministro degli interni Arsen Avakov, aveva raccomandato al Parlamento di escludere lo status speciale per il Donbass dal tema della decentralizzazione.

E, effettivamente, nel testo di riforma costituzionale non c’è parola di uno “status speciale del Donbass”. Secondo il direttore del Centro di ricerche euroasiatiche, Vladimir Kornilov, i falchi Parubij e Avakov continuano a lavorare per la guerra e rappresentano la garanzia che Kiev non arriverà a concedere alcuna decentralizzazione al Donbass. Anche il politologo ucraino Jurij Gorodnenko prevede che la Rada arrivi a votare le modifiche costituzionali, escludendo lo status speciale del Donbass e che una reale decentralizzazione non possa venir raggiunta che dopo l’elezione di un nuovo Parlamento.

Così ieri Poroshenko, celebrando alla Rada la Festa della Costituzione e accennando all’autonomia per i 250mila tatari della Crimea “occupata dalla Russia”, autonomia che “discende pienamente dal diritto imprescindibile del popolo dei tatari di Crimea all’autodeterminazione nell’ambito di uno stato ucraino sovrano e indipendente”, si è “dimenticato” della minoranza nazionale più forte della penisola, quella del milione e mezzo di russi. E si è “dimenticato” anche e soprattutto del Donbass. In tal modo, ha scelto la strada dell’autonomia a parole, per non concederla a nessun soggetto: né in Crimea, che non ha più nulla a che vedere con l’Ucraina, né nella Bucovina, né tantomeno nel Donbass. All’inizio del mese, avendo in mente gli stretti legami con le frange più radicali dei nazionalisti turchi, Poroshenko aveva innalzato i tatari di Crimea ad “avamposto della ucrainicità”: un avamposto formato da pochi gruppi del Medzhlis che, da mesi, fuori dai confini della penisola e con l’appoggio diretto dei “Lupi grigi” turchi, sta tentando il blocco della penisola e non esita a invocare allo scopo l’intervento della Nato. Poroshenko aveva in mente quei tatari che, in combutta con Pravji Sektor, organizzano periodicamente agguati ai punti di accesso alla Crimea e tentano sortite in mare ai danni di pescherecci e navi russe. I tatari che vivono in Crimea, invece, ormai da due anni hanno passaporto russo, alla loro lingua è riconosciuto quello status ufficiale mai concesso da Kiev e Mosca riconosce la “Autonomia regionale nazional-culturale dei tatari crimeani nella Repubblica di Crimea”. Oggi Poroshenko ha bisogno di giocare la carta dei tatari crimeani, nota il politologo ucraino Oleg Soskin, ma è pericoloso “far risaltare una sola etnia; ciò contraddice anche la Costituzione. E cosa diranno ebrei, bulgari, polacchi, ungheresi, rumeni... Poroshenko, poi, dovrà concedere l’autonomia ai rumeni della Bucovina settentrionale, nella regione di Černovits, o agli ungheresi dell’Oltrecarpazia”. Ma Poroshenko finge di ignorare la questione russa: secondo il censimento del 2001, in Ucraina vivono 8 milioni e 300mila russi, cioè il 17% della popolazione; ma ben il 29,6% considera il russo lingua madre. Parla russo l’85% della popolazione nella regione di Odessa, l’81% in quella di Zaporozhe, il 74% di Kharkov e il 72% di Dnepropetrovesk. Il Presidente parla di autonomia, autodeterminazione, appena quel poco sufficiente a mostrare agli sponsor occidentali di “onorare” gli accordi di Minsk sul Donbass, ben consapevole, però, che il giorno che concedesse veramente ciò di cui parla, le bombe a mano di nazionalisti e neonazisti scoppierebbero non solo di fronte al Parlamento, ma anche dentro il palazzo presidenziale.

Che abbia colpito nel segno la neonazista, ex Jeanne d’Arc delle cronache romantiche occidentali, Nadezhda Savcenko che, proprio nel giorno della Festa della Costituzione, ha dichiarato che in Ucraina “il popolo da molto tempo vive senza stato e statualità. Possiamo dunque vivere anche senza presidente”.

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Shock di sistema, inutile voltarsi indietro

Democrazia contro dittatura dei mercati. Non è una disputa ideologica, ma la quotidianeità dei problemi che attraversa il mondo attuale.

A un anno di distanza, due paesi europei collocati ai poli opposti della scala gerarchica capitalista – Grecia e Gran Bretagna – si trovano nella stessa identica posizione di “dannati”. Naturalmente, il paese forte e ricco resiste meglio di quello povero e debole, ma la pressione dei “mercati” si esercita in entrambi i casi in modo assolutamente identico perché “i mercati” sono un’entità impersonale, un modo di produrre e vivere, altamente automatizzato o – nel caso specifico della finanza globale – quasi integralmente informatizzato. Le decisioni che possono spezzare la vita di un’intera popolazione, dunque, sono in parte – e ci sembra che sia anche quella principale – in mani che non hanno mai avuto il senso del tatto, perché non sono umane.

Ci sono certamente i governi, c’è l’Unione Europea (uno Stato in formazione, non uno “spazio” in cui giocare), i tecnoburocrati di Bruxelles, che prendono decisioni secondo le regole fissate nei trattati. Loro sì che possono “graduare” la violenza delle decisioni punitive secondo la antica logica dei rapporti di forza. Dunque spietati e omicidi con la Grecia, cautelosi e prudenti con la Gran Bretagna (al di là delle dichiarazioni di facciata; vedi qui).

“I mercati” no, loro non guardano in faccia a nessuno, ma anche loro fanno i conti con la forza, economica e finanziaria. E la piazza di Londra è quella dove avvengono metà degli scambi globali. Non è politica (esercizio semi-arbitrario della forza o della mediazione), è calcolo matematico. Ma i risultati sono quasi identici.

Per capire meglio il funzionamento dei “mercati” in questo caso vi rimandiamo, per comodità, alla illuminante scheda del sempre preciso Morya Longo, de IlSole24Ore (del resto il quotidiano di Confindustria deve dare informazioni ultra-attendibili ai propri associati, mica può far propaganda pura come Repubblica).

Quel che qui ci interessa approfondire, invece, sono le conseguenze della Brexit sul piano politico e geostrategico. Che questo voto – se non sarà rovesciato con un vero e proprio golpe molto autoritario – segni la prima vera rottura nel processo di costruzione del “sovra-Stato” chiamato Unione Europea è giudizio comune a tutti. Cosa accadrà ora, invece, è una scommessa tutta da verificare, perché – banalmente – nessuno l’aveva davvero presa in considerazione, neanche quelli che da destra avevano fatto campagna per il leave.

Tutti hanno anche capito che la Ue non può andare avanti pensando soltanto alle politiche di austerità, ossia di strangolamento dei ceti medio-bassi, perché la “reazione dei popoli” – in una situazione di crisi economica e di libertà di voto – porta necessariamente a far emergere forze che devono in qualche modo corrispondere al malessere diffuso, anche quando – come nel caso delle destre nazionaliste, fasciste o parafasciste – questa corrispondenza è puramente strumentale.

Ma la Ue è stata costruita, trattato dopo trattato, per essere esattamente questa cosa qui. E fanno incazzare – non ridere – i Prodi e i D’Alema che ora dicono “bisogna correre ai ripari”, “cambiare l”Europa”, o almeno cambiare subito le sue politiche economiche rinviando a tempi migliori una “riforma” dei trattati. Non ci sono “riforme” possibili, in questa Ue, se non dall’alto; per decisione di chi controlla il gioco (serve l’unanimità per correggere un trattato fondamentale), mentre qualsiasi governo eletto da qualsiasi maggioranza popolare è destinato programmaticamente a rimanere “isolato”, impotente, rovesciato brutalmente o corrotto integralmente.

Di più. E’ venuto alla luce del sole, come lava dalle profondità della terra, che la linea di frattura, all’interno di ogni paese, è anche una divisione di classe.

A favore della Ue sono i grandi capitali multinazionali e tutte le categorie (professionali o del lavoro dipendente) che hanno un interesse materiale nel mantenimento dello statu quo o dell’avanzamento dell’integrazione. Interesse materiale non vuol dire solo “soldi”, e infatti tutti i media di regime insistono molto sugli studenti della cosiddetta “generazione Erasmus” – una ristretta minoranza della loro stessa generazione – per indorare la pillola e mostrare quella che a tutti gli effetti è la faccia migliore di questa “Europa”.

Contro hanno votato tutti i “perdenti”: lavoratori dai salari bloccati e dai diritti evanescenti, disoccupati, pensionati, giovani di non elevatissima istruzione e condannati alla precarietà perenne. “Proletari”, avremmo detto una volta. Ma da 50 anni a questa parte anche la ricchezza misurata in figli si è molto impoverita...

Una divisione che dovrebbe aiutare a identificare “i nostri”, ma che risulta difficile da inquadrare per tanta parte della “sinistra” – anche “rivoluzionarissima” – cresciuta dentro gli assetti che rendevano “naturale” la condizione di cittadini “subordinati ma liberi di muoversi”, senza diritto di parola, all’interno dell’Unione Europea.

Da quelle parti l’idea della “rottura” è stata demonizzata con le peggiori fesserie, fino a carezzare in qualche caso estremo l’idea di eliminare il suffragio universale, reintroducendo il voto per censo o almeno per Q.I.

La domanda che resta in canna è dunque semplice: ma come credete che possa avvenire un “cambiamento radicale” o una “rivoluzione”? Restando eternamente nello statu quo fin quando la maggioranza della popolazione non avrà capito che “abbiamo ragione noi”? E chi sarà mai il soggetto sociale di questo cambiamento radicale? I “ceti medi riflessivi” o “quelli che non hanno capito bene”?

Alcuni ottimi analisti di equilibri internazionali hanno cominciato ad avanza l’ipotesi di apertura di una fase di “balcanizzazione” dell’Unione Europea. E questo a prescindere dalla presenza – che non c’è – di “forze rivoluzionarie” in grado di esercitare un ruolo guida. Vuol dire che i movimenti tellurici nel sistema sono di dimensioni tali da poter travolgere l’architettura dell’Unione Europea anche senza che qualcuno ne invochi la rottura. È questa struttura che impedisce al vecchio di morire e al nuovo di nascere, in questa parte del mondo.

È l’apertura di una fase di terremoti ravvicinati, “impersonali”, che cambiano la geografia e la storia, il terreno su cui poggiamo i piedi e a cui avevamo fatto l’abitudine. Ma non siamo noi, e tantomeno “i nostri”, che possono nutrire nostalgie per il mondo che se ne sta andando.


Un tempo i comunisti lo capivano prima degli altri, e lavoravano per cogliere il tempo e l’occasione...

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Brexit, ecco come funziona il contagio globale

di Morya Longo

Hanno votato in Gran Bretagna. Ma a pagarne le conseguenze, per ora solo sui mercati finanziari, è tutto il mondo. Come un gigantesco terremoto, le scosse sismiche si sono infatti sentite fino al Giappone e agli Stati Uniti. Ma soprattutto hanno colpito duro sulla Borsa di Milano: da giovedì scorso, giorno del referendum, le vere vittime del «leave» sono state infatti le banche italiane, che hanno perso in media il 27%. Molto più, paradossalmente, del 13,9% di quelle inglesi.

Questa è la faccia più oscura dei mercati finanziari: sono così grandi (circa 9 volte maggiori del Pil mondiale) e così veloci (ormai una grande fetta delle contrattazioni in Borsa è effettuata da algoritmi automatici) che riescono a propagare in pochi secondi la crisi da una parte ad un’altra del globo. Votano gli inglesi, ma soffrono le imprese giapponesi e le banche italiane. Tutto questo a causa dei mercati finanziari che, ormai, sono diventati meccanismi velocissimi per propagare il contagio da un Paese all’altro. Fino all’economia reale.

Il paradosso delle valute

Il primo canale di propagazione del «virus» dell’incertezza è quello valutario. Che dal giorno di Brexit la sterlina abbia perso il 10,56% rispetto al dollaro è comprensibile: se si temono fughe dalla Gran Bretagna di banche o aziende (ammesso che poi avvengano davvero) e dunque di capitali, è normale che la valuta del Paese si deprezzi. Un po’ meno normale è che lo yen si rafforzi violentemente su tutte le altre valute, causando un danno all’economia giapponese e dunque un forte ribasso (-5,64% dal giorno del referendum) sulla Borsa di Tokyo.

Ci si potrebbe domandare: cosa c’entrano lo yen e il Giappone con Brexit? Il motivo è squisitamente finanziario. Lo yen viene infatti tradizionalmente usato dagli investitori globali come valuta per il cosiddetto «carry trade». In parole povere: quando lo scenario è positivo, molti investitori si indebitano in Giappone (dove i tassi sono molto bassi da decenni) e con i soldi presi in prestito comprano azioni oppure obbligazioni altrove. Questo, in tempi normali, causa il deprezzamento della valuta nipponica. Così, quando i tempi non sono più normali come ora, avviene il movimento opposto: tutti chiudono le posizioni di «carry trade», vendono azioni e ricomprano yen per rimborsare i debiti. Così lo yen, magicamente, si apprezza. E un rafforzamento altrettanto finanziario è quello del dollaro, tradizionalmente visto come valuta rifugio.

La caduta delle Borse

Dalle valute ai mercati azionari il passo è breve. Le azioni inglesi cadono per un motivo ovvio: tutti prevedono che la Gran Bretagna possa subire un rallentamento economico a causa di Brexit. Ma cadono poco, se si pensa che dal giorno del referendum la Borsa di Londra ha perso “solo” il 3,12% (meno della metà di Francoforte). Perché? La riposta è ovvia: per la sterlina. Dato che, come detto prima, il pound si è deprezzato del 10% e dato che la Borsa londinese è composta da molte società che vivono di export, gli investitori credono che le aziende inglesi possano prima o poi beneficiare del deprezzamento della loro valuta.

Ci si può dunque domandare come mai siano invece crollate in maniera violenta le Borse europee, dato che anche l’euro – in fondo – si è un po’ svalutato. Il motivo qui è legato in parte alla grande incertezza politica che circonda il progetto europeo. Ma c’è anche un altro motivo, più “finanziario”: gli investitori che oggi vogliono proteggersi dall’incertezza, non potendo vendere titoli di Stato dei Paesi del Sud (perché sono protetti dalla Bce), vendono azioni nel Sud Europa. E soprattutto azioni di banche, che – oltre ad avere delle criticità strutturali – sono la cosa più simile ai titoli di Stato e al rischio Paese che esista. Per questo a perdere più di tutti, in questi giorni, sono le banche italiane (-27,3% in tre giorni, contro il 16,9% di quelle tedesche e il 13,9% di quelle francesi): perché su di loro si scarica la furia di tutti coloro che vogliono “coprirsi” dal rischio italia.

L’economia reale

Come appare evidente, Brexit è stato solo un detonatore: a creare il contagio globale sono meccanismi (spesso automatici) dei mercati finanziari. Meccanismi che di tanto in tanto scattano, a prescindere da quale sia il motivo: a inizio anno era il timore sulla Cina, poi il mini-petrolio, ora Brexit. Il punto è capire se questa turbolenza finanziaria possa, alla lunga, ripercuotersi sull’economia reale. Se le banche crollano in Borsa, per esempio, non possono effettuare aumenti di capitale (in Italia ce n’è bisogno) e dunque sono costrette a ridurre il credito alle imprese. Se lo yen sale, soffre l’economia giapponese. E così via: il domino è globale.

Ecco perché i Governi e le banche centrali sono tutti pronti a intervenire: per evitare che questa bufera, per ora solo borsistica, si scarichi sull’economia reale. Tutti sono convinti che prima o poi le banche centrali facciano qualcosa: la Fed Usa e la Bank of Japan per arginare la salita delle loro valute, la Bank of England per tamponare le conseguenze di Brexit e la Bce per arginare la marea in Europa. Anche i Governi stanno cercando il modo per intervenire, per esempio a sostegno delle banche. Così lo scenario cambia continuamente, e la speculazione finanziaria anche. Ecco perché capire i meccanismi della finanza è sempre più importante. Per questo «Il Sole 24 Ore» lancia, da oggi, una serie di dossier quotidiani sui rischi e le opportunità derivanti da Brexit.

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