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martedì 31 maggio 2016

Tutta la debolezza di Bankitalia, nelle Considerazioni di Visco

L’Ignazio Visco peggiore della storia legge le meno veritiere “Considerazioni finali” mai elaborate. È una sorpresa negativa, profondamente negativa, perché in tutte le laceranti congiunture del dopoguerra – nel bene e nel male, ossia condivisibili o meno che fossero – le Considerazioni hanno sempre restituito un quadro realistico della situazione economica.

Si sente il peso delle “istituzioni” internazionali (Bce, Ue e Fmi) come di quelle nazionali, perché già nel tracciare il quadro della crisi Visco si “dimentica” sia la sua origine che la sua evoluzione.
Nel 2015 l’economia italiana è tornata a crescere per la prima volta dall’avvio della crisi del debito sovrano. Vi sono chiari segnali positivi, soprattutto per la domanda interna. L’attività economica rimane però lontana dai livelli precedenti la crisi; è soggetta alle stesse incognite che gravano sull’economia globale ed europea.
Nell’inconsueto mix di verità e propaganda, infatti, Visco parla di “crisi del debito sovrano” (2011, dunque) saltando a pie’ pari ogni riferimento alla vera data di inizio (2007, i mutui subprime, e 2008, il fallimento di Lehmann Brothers). In questo modo può continuare a sostenere la menzogna delle “istituzioni” sovranazionali per cui l’inceppamento dell’economia globale non sarebbe dovuto alle contraddizioni specifiche del capitalismo attuale – finanziarizzazione senza controllo, shadow banking, esplosione del debito privato – e dunque sarebbero giustificate le politiche di austerità, le “riforme strutturali” e istituzionali che fanno pagare per intero il conto a chi lavora, restringendo al contempo gli spazi e la sostanza della democrazia.

Va da sé che “sbagliando” la diagnosi ne possa derivare soltanto una terapia altrettanto sbagliata.

Ed è un vero peccato – un crimine, sul piano scientifico – perché in realtà Visco avrebbe molte cose interessanti da dire. E alcune le dice anche.

Scontata la difesa della politica monetaria del suo superiore gerarchico – la Bce peraltro guidata dal suo predecessore in via XX Settembre, Mario Draghi – anche se non esagera nel delinearne gli effetti positivi:
Si tratta di misure di portata eccezionale. Gli acquisti di attività finanziarie hanno raggiunto il 9,4 per cento del prodotto dell’area lo scorso 20 maggio, si porteranno al 17 per cento nel marzo 2017. Negli altri principali paesi avanzati gli interventi delle banche centrali hanno assunto dimensioni ancora più ampie: circa il 20 per cento del PIL negli Stati Uniti e nel Regno Unito, più del 60 in Giappone.

L’evidenza attesta l’efficacia delle misure espansive. Il costo del credito all’economia si è ridotto e la frammentazione finanziaria nell’area dell’euro si è attenuata. Le misure hanno favorito la flessione dei rendimenti e hanno sostenuto i prezzi di una vasta gamma di attività finanziarie, con riflessi positivi sui consumi, attraverso effetti ricchezza, e sugli investimenti, attraverso la riduzione del costo del capitale. Hanno alimentato la fiducia di imprese e famiglie. Secondo le nostre stime, in assenza delle misure di politica monetaria introdotte tra la metà del 2014 e la fine del 2015 sia il tasso di crescita annuo dei prezzi sia quello del prodotto sarebbero inferiori, nell’area, di circa mezzo punto percentuale nel triennio 2015-17. Per l’Italia, gli effetti stimati sono più pronunciati.
Si potrebbe ironizzare a lungo sulla dimensione dei costi (il 17% del Pil dell’eurozona) per ottenere benefici calcolati nel +0,5% del Pil stesso (metà della “crescita” italiana, bisognerebbe peraltro sottolineare), ma giustamente Visco valorizza la parte relativamente piena del bicchiere, evitando così di esser collocato tra i critici teutonici della stessa Bce.

Ma almeno non lascia spazio a ottimismi (governativi) eccessivi:
Per la politica monetaria la sfida principale resta il permanere dell’inflazione su livelli eccessivamente bassi; la variazione dei prezzi è tornata negativa nei primi mesi di quest’anno. Il fenomeno non è limitato all’area dell’euro, è connesso in larga parte con il calo del prezzo del petrolio, ma dipende anche, in misura rilevante, da dinamiche interne: i margini inutilizzati di capacità produttiva e di forza lavoro sono più ampi che in altre economie avanzate.
Non omette, e questo torna a suo onore, il dettaglio velenoso: i problemi dell’economia continentale, deflazione in testa, non sono addebitabili ai soli fattori esogeni (petrolio, ecc), perché se “i margini inutilizzati di capacità produttiva e di forza lavoro sono più ampi che in altre economie avanzate” significa che l’attuale configurazione produttiva continentale (Germania compresa, dunque) soffre di “sovracapacità produttiva”. Siamo insomma in piena crisi di sovrapproduzione. Più che in altre aree, certo, ma non diversamente da altre aree.

Inevitabile, con queste premesse, parlare dei rischi derivanti da una crescita che non arriva e che non può neanche arrivare fin quando il sistema delle imprese continua il suo “sciopero degli investimenti”:
In rapporto al PIL, gli investimenti restano però ancora molto al di sotto dei valori osservati prima della crisi, su livelli minimi nel confronto storico. In prospettiva, l’andamento della domanda estera è il principale fattore di incertezza: secondo le imprese si sono intensificati i rischi geopolitici, che hanno un impatto negativo sull’attività economica, sia per l’effetto diretto sulle esportazioni, sia per la maggiore cautela che inducono nei piani di investimento.
Non a caso, dunque, Visco ripone le sue speranze altrove, rispetto alle esportazioni:
I guadagni di occupazione potranno essere ampliati se si consoliderà la ripresa della domanda interna.
In questo intreccio tra investimenti (privati e pubblici) assenti e domanda interna necessariamente da sostenere nasce probabilmente il suo discutibilissimo “ok” alla strategia economica renziana (in realtà di Pier Carlo Padoan), fatta discendere da un classico esercizio matematico:
L’aumento dell’incidenza del debito pubblico sul prodotto, da poco meno del 100 per cento nel 2007 a quasi il 133 lo scorso anno, è soprattutto il portato della crisi. Se in questo periodo il prodotto reale fosse aumentato in linea con il decennio precedente e il deflatore in linea con l’obiettivo di inflazione nell’area dell’euro, il peso del debito sarebbe aumentato di soli tre punti percentuali, un incremento di poco inferiore a quello derivante dal sostegno finanziario fornito dall’Italia ai paesi in difficoltà; tenendo conto delle ricadute positive di una maggiore crescita sul disavanzo pubblico, il peso del debito si sarebbe ridotto. Questo semplice esercizio rende evidenti i rischi ai quali è esposta l’economia di un paese in grave ritardo competitivo e l’importanza di riforme strutturali volte a sostenerne il potenziale di crescita; esse sono tanto più necessarie in presenza di un debito pubblico così elevato.
Insomma: i margini per un intervento pubblico sulla dinamica economica erano strettissimi, e lo sono ancora, ma “per fortuna” si è evitato di stringere quanto avrebbero voluto e preteso le “istituzioni” e la Troika:
Dal 2014, alla fine di un triennio particolarmente duro per l’economia italiana, la politica di bilancio è divenuta moderatamente espansiva. Il Governo mira a conciliare il sostegno alla ripresa con la riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL, opportunamente indicata come obiettivo strategico. Nei suoi piani la riduzione dovrebbe iniziare quest’anno e rafforzarsi nel triennio successivo. L’evoluzione del contesto macroeconomico rischia di ostacolare il conseguimento di questo obiettivo nel 2016; uno stretto controllo dei conti pubblici e la realizzazione del programma di privatizzazioni possono consentire di avvicinare il più possibile il rapporto tra debito e prodotto a quanto programmato e garantirne una riduzione significativa nel 2017.
Dopo di che il via libera alle ulteriori misure che si vanno addensando nel disegno della “legge di stabilità” 2016 non potrebbe essere più pieno:
Per sostenere una ripresa più rapida e duratura è necessario il rilancio di investimenti pubblici mirati, anche in infrastrutture immateriali, a lungo differiti; sono importanti un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale gravante sul lavoro, il rafforzamento di incentivi per l’innovazione, il sostegno ai redditi dei meno abbienti, particolarmente colpiti dalla crisi. Se i margini oggi disponibili nel bilancio sono limitati, è comunque possibile programmare l’attuazione di questi interventi su un orizzonte temporale più ampio.
Si capisce benissimo che il contenzioso con l’Unione Europea a guida tedesca si è andato inspessendo nel corso degli ultimi mesi, ben al di là delle dichiarazioni di facciata di un leaderino sfacciato e pretenzioso:
I risultati conseguiti sono importanti ma disomogenei. Le limitazioni alle leve nazionali sono state rapidamente poste in atto; l’introduzione e la piena condivisione degli strumenti sovranazionali segnano invece un ritardo. Anche per gli interventi comuni a sostegno di singoli paesi membri in difficoltà si è scelta la strada di una condivisione dei rischi contenuta. Con l’istituzione dell’ESM è stato superato il tenore restrittivo della clausola di divieto di salvataggio prevista dai Trattati europei che avrebbe impedito qualunque forma di assistenza; tuttavia, la capacità finanziaria del fondo è modesta, sostenuta da garanzie limitate dei paesi membri.
L’Unione Europea ha dunque seguito due velocità diverse, a seconda che si dovesse centralizzare il controllo di gestione delle finanze pubbliche (l’austerità è stata imposta con velocità e ferocia, senza troppe mediazioni) oppure costruire gli strumenti di politica fiscale, finanziaria ed economica comuni (nessuna “condivisione dei rischi”, continuano a ripetere i “virtuosi del Nord”, rinviando sine die misure che – in un’ottica strettamente capitalistica – darebbero stabilità continentale, sia pure a un costo alto e condiviso).
Il nuovo disegno istituzionale e molte delle decisioni che ne sono scaturite sono stati soprattutto indirizzati a ridurre i rischi propri di ciascuno Stato o dei singoli intermediari bancari, anche prescindendo da possibili implicazioni sistemiche. È, questa, una situazione di vulnerabilità: vi è il pericolo non solo che le autorità nazionali ed europee non siano in grado di reagire adeguatamente a shock di ampia portata, ma che abbiano anche difficoltà a evitare effetti di contagio originati da tensioni di carattere circoscritto. Una effettiva riduzione dei rischi complessivi richiede che adeguate reti di sicurezza basate su strumenti sovranazionali affianchino le misure pensate per ridurre fragilità specifiche.
Il “nazionalismo dei forti” prevale ai tavoli di trattativa tra gli Stati, certamente. Ma per “i mercati”, e segnatamente per la speculazione finanziaria, questa differenziazione dei rischi-paese è un’occasione per pasteggiare a spese altrui (nostre, banale persino dirlo).

Dove Visco sorprende ancora, purtroppo in negativo, è nel trattare il problema-banche. Ossia quello che istituzionalmente è il suo campo operativo principale, dopo la perdita della sovranità monetaria.

Parte con una lamentazione non priva di senso:
Nel caso del sistema bancario si è pressoché annullata la possibilità di utilizzare risorse pubbliche, nazionali o comuni, come strumento di prevenzione e gestione delle crisi. L’esperienza internazionale mostra che, a fronte di un fallimento del mercato, un intervento pubblico tempestivo può evitare una distruzione di ricchezza, senza necessariamente generare perdite per lo Stato, anzi spesso producendo guadagni. Andrebbero recuperati più ampi margini per interventi di questo tipo, per quanto di natura eccezionale.
E se non può intervenire lo Stato – come è avvenuto in altre crisi bancarie, anche tedesche – allora gli strumenti diventano improvvisamente inesistenti:
[...] la posizione assunta dalla Commissione europea in materia di aiuti di stato esclude l’utilizzo, a fini preventivi e di ordinata gestione delle crisi, degli schemi di assicurazione obbligatoria dei depositi, sebbene tali fondi siano di natura privata, essendo finanziati e autonomamente gestiti dagli intermediari; l’efficace conduzione dei processi di risanamento richiederebbe invece l’utilizzo di tutti gli strumenti a disposizione. Non vi è motivo per considerare come impropri aiuti di stato iniziative che contribuiscono a correggere fallimenti del mercato senza ledere la concorrenza. Un’interpretazione rigida della normativa sugli aiuti di Stato, poco attenta alla stabilità finanziaria, ha anche ostacolato l’ipotesi di istituire una società per la gestione dei crediti deteriorati delle banche italiane.
Per questa via Visco arriva infine al varco dove tutti lo attendevano: il salvataggio delle quattro banche, a cominciare da quella Etruria:
Con la condivisione delle perdite da parte di azionisti e creditori subordinati (burden sharing) e con le misure di salvataggio interno (bail-in), che prevedono il possibile coinvolgimento di altri creditori, si è deciso di proteggere i contribuenti, imponendo invece un costo diretto a risparmiatori e investitori. La nuova normativa costituisce una risposta a vicende occorse in sistemi bancari diversi da quello italiano, direttamente colpiti dalla crisi finanziaria globale e sostenuti da massicci aiuti di stato. Essa è pensata per contrastare, com’è giusto, comportamenti opportunistici delle banche, ma nella sua applicazione va ricercato un equilibrio tra questo obiettivo e quello della stabilità. Diversamente da quanto proposto dalla delegazione italiana nelle sedi ufficiali, non è stato previsto un sufficiente periodo transitorio che consentisse a tutti i soggetti coinvolti di acquisire piena consapevolezza del nuovo regime, né si è esclusa l’applicazione delle norme agli strumenti di debito già collocati, anche al dettaglio.
La responsabilità è insomma soprattutto dell’Unione Europea, che non ha voluto nemmeno discutere di un “periodo transitorio” nell’applicazione delle nuove norme (bail in), anche se ovviamente c’è tutta la condanna postuma possibile per gli organismi dirigenti delle banche fallite, che hanno nascosto problemi, sofferenze, veri e propri falsi in bilancio, fino alla catastrofe finale.

Ma neanche una parola sulle responsabilità della stessa Bankitalia, che avrebbe dovuto “sorvegliare”. In parte Visco rimanda alla oggettivamente grande documentazione fornita durante la crisi dei “quattro”, comprese le audizioni davanti al Parlamento. Ma resta comunque la (pessima) sensazione che Palazzo Koch abbia voluto intervenire il più tardi possibile, seguendo prassi già seguite in passato, ritrovandosi poi inabilitata ad intervenire operativamente nel momento in cui le “nuove regole” venivano velocemente imposte come uniche.
Le crisi bancarie costituiscono sempre per le autorità di supervisione un passaggio delicato. La Vigilanza è chiamata a ridurre per quanto possibile la probabilità che i dissesti si verifichino e a contenerne le ricadute. Questa responsabilità richiede di riflettere sempre sulle cause delle crisi, su come identificarle più rapidamente, su come migliorare gli interventi ispettivi e a distanza. Ma non va dimenticato un punto importante: gli ordinamenti e il modello di vigilanza prudenziale che si sono andati affermando a livello internazionale negli anni, sotto la spinta del Comitato di Basilea, giustamente valorizzano l’autonomia imprenditoriale delle banche. L’autorità di vigilanza non può sostituirsi sistematicamente nelle loro scelte gestionali.
Questa oggettiva impotenza si ripercuote anche sulle prospettiva del sistema bancario italiano, oberato da crediti deteriorati, sofferenze e carenze di governance (tradotto: amministratori fraudolenti, spesso di bassa qualità professionale).
Al netto delle svalutazioni già apportate dalle banche, il valore dei crediti deteriorati è di poco inferiore a 200 miliardi. Più della metà si riferisce a situazioni in cui la difficoltà dei debitori è temporanea. Se ci si concentra sulle sole sofferenze, il valore netto è pari a meno di 90 miliardi.
Visco è obbligato a difenderne la funzione, ma è fin troppo chiaro – calcolatrice alla mano – che il neonato Fondo Atlante, messo insieme con piccolissimi contributi dal sistema bancario stesso, non è assolutamente in grado di far fronte a eventuali (già in corso) nuove crisi di istituti di credito nazionali.

Le sua Considerazioni, insomma, alla fin fine si risolvono in un’autodifesa che rivela l’indebolimento fenomenale di quella che resta tuttora la più attrezzata “riserva di cervelli” nel bel mezzo di una classe dirigente fatta di corsari dalla vista cortissima.

Una debolezza che non nasce oggi, certamente, ma che si va accentuando col passare del tempo e le “strette” imposte dall’Unione Europea; e soprattutto dalla Germania. Bastava dare un’occhiata, stamattina, all’intervista data da Luigi Zingales al Fatto per averne la conferma: “il governo e Visco devono chiamare la Troika”, che in questo momento sarebbe quasi più “tollerante degli uomini di Angela Merkel”.

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Francia. Contro la Loi Travail raffica di scioperi “illimitati’

L’Unione francese delle industrie del petrolio (Ufip) ha annunciato alcune ore fa un “netto miglioramento” nel rifornimento di carburante alle stazioni di servizio in Francia anche se il 20% sono ancora parzialmente o totalmente a secco a causa dei blocchi dei lavoratori a raffinerie e depositi. “Dopo una settimana difficile, la mobilitazione di tutti gli attori e il coordinamento con i poteri pubblici hanno consentito un netto miglioramento”, ha rivendicato il presidente dell’Ufip, Francis Duseux, che nei giorni scorsi aveva chiesto e ottenuto dal governo l’invio dei reparti antisommossa a sgomberare alcuni dei picchetti e delle occupazioni che impedivano i rifornimenti. Anche il gigante petrolifero francese Total ha parlato di un “miglioramento significativo”, con 553 (contro le 650 di ieri) stazioni di servizio totalmente o parzialmente a secco su una rete di distribuzione che ne conta in totale 2.200.

Comunque sullo otto raffinerie esistenti in Francia, oggi quattro sono ancora bloccate del tutto, mentre due funzionano a regime ridotto e solo altre due, quelle del gruppo statunitense Exxon/Mobil, lavorano normalmente. Intanto lo sciopero nel settore proseguirà almeno fino a giovedì non solo nelle raffinerie ma anche ai terminal petroliferi del grande porto marittimo di Marsiglia e a quello di Le Havre (nel nord). Una trentina di petroliere sono bloccate da ieri al largo del terminal nel sud della Francia a causa della protesta dei lavoratori contro la contestatissima Loi Travail.

Intanto ieri sera è iniziato in tutto il paese lo sciopero a carattere illimitato della Sncf, la società ferroviaria; i lavoratori dei trasporti (ma quelli aderenti al sindacato conservatore Cfdt si sono sfilati dalla protesta), oltre alla cancellazione della legge El Khomri, pretendono anche una diminuzione dei ritmi e degli orari di lavoro recentemente aumentati dal governo. Fermi almeno al 50% anche i treni ad alta velocità e a lunga percorrenza mentre per ora dovrebbe essere esente dallo sciopero la Ratp, la rete ferroviaria urbana parigina, anche se i sindacati del settore chiedono la riapertura immediata dei negoziati sul salario e comunque hanno indetto uno sciopero contro la versione francese del Jobs Act a partire da giovedì.

Per completare il quadro anche tutti i sindacati dell’aviazione civile hanno convocato uno sciopero del trasporto aereo dal 3 al 5 di giugno. Alla protesta contro la legge sul lavoro si sommano anche quelle dei lavoratori dell’Air France – che hanno deciso ben 6 giorni di blocco – contro il taglio dei loro stipendi deciso dall’azienda. Come se non bastasse la capitale francese rischia di essere sommersa dalla spazzatura visto che da questa mattina è bloccato il più grande inceneritore di rifiuti della città mentre ieri i lavoratori della Cgt avevano bloccato la discarica di Ivry-sur-Seine, la più grossa della regione parigina dell’Ile-de-France.

I vari sindacati e le organizzazioni studentesche che da tre mesi protestano contro la norma che precarizza e rende più flessibile il lavoro, concede prevalenza ai contratti aziendali invece che a quelli nazionali di categoria e rende più facili i licenziamenti si preparano ad una nuova giornata di manifestazioni e blocchi. Cgt, Solidaires, Fsu, Unef, Fidl, Sud, e Unl hanno indetto per il 14 giugno la nona giornata di mobilitazione generale contro il governo, quando i campionati europei di calcio saranno già iniziati. Il rilancio degli scioperi e delle manifestazioni, seguito ieri alla decisione da parte del governo e del presidente socialista di continuare diritti per la loro strada nonostante la forte opposizione sociale, politica e sindacale alla Loi Travail, preoccupa molto l’industria turistica, già colpita dalle cancellazioni seguite agli attentati di Parigi di novembre e ora alle prese con un calo drastico degli arrivi dall’estero.

Ieri Manuel Valls ha assicurato di non avere alcuna intenzione di allungare la lista di quei leader politici che hanno dovuto subire una sconfitta a causa delle proteste sociali. “Se soccombessimo alle proteste e alla Cgt ossessionati dalla scadenza elettorale del 2017 (le elezioni legislative) perderemmo tutto” ha affermato il primo ministro.

Ma il governo teme ora che la propria intransigenza porti a quella “convergenza delle lotte” che in parte finora era mancata a causa delle tensioni tra i settori radicali del movimento denominato ‘Nuit Debout’ e le direzioni dei sindacati maggioritari, accusati di non fare abbastanza contro il governo e di aver tollerato negli ultimi anni troppi attacchi nei confronti delle libertà democratiche e dei diritti dei giovani e dei lavoratori. Del resto per varie settimane, dalla fine di febbraio a tutto marzo, la Cgt e Force Ouvriere hanno chiesto non il ritiro della legge ma una modifica di alcuni punti sulla base di un dialogo con le parti sociali, non convocate invece da un governo accusato di ‘voler fare da solo’.

Adesso che i socialisti hanno ribadito il loro no a modifiche sostanziali del testo legislativo – che pure era stato ventilato nei giorni scorsi da alcuni esponenti dell’esecutivo o del gruppo parlamentare socialista – i sindacati difficilmente potranno smobilitare, compresi quelli – come Force Ouvriere – che più volte hanno lasciato intendere anche negli ultimi giorni di essere pronti ad una mediazione con il governo. Lo spettro è quello della convocazione di uno sciopero generale (veramente generale), che finora anche la Cgt ha procrastinato e che potrebbe trascinare con sé settori sociali consistenti finora non particolarmente attivi nella protesta, oltre che provocare una rimonta significativa della partecipazione di quei settori giovanili protagonisti della prima fase della rivolta e poi passati almeno in parte in secondo piano.

Mentre il primo ministro Manuel Valls ha telefonato personalmente sabato a tutti i leader delle varie sigle sindacali, compreso quello della Cgt, il presidente del Medef (la Confindustria francese) Pierre Gattaz accusava platealmente Philippe Martinez di essere alla testa di un sindacato di “teppisti e terroristi” e di essere responsabile di comportamenti da codice penale. Il capo degli industriali francesi minaccia ora addirittura che, se Valls alla fine cederà ai sindacati e riscriverà l’articolo 2, quello che concede priorità agli accordi aziendali invece che ai contratti di categoria, gli imprenditori chiederanno addirittura il ritiro di una legge a quel punto ‘snaturata’ (dal punto di vista padronale, ovviamente).

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Frusciante intervista George A.Romero (Lucca 09/04/16)


Mostruosità sociale

In queste pagine ci occupiamo di Medio Oriente, trattando purtroppo anche violenza e morte. Ma certe tare maschiliste e patriarcali che opprimono e assassinano le donne sono ben radicate nelle strade occidentali che percorriamo ogni giorno, con l'aggravante ormai di non farci più caso.

Cronaca nera, antropologia criminale, psicosociologia s’interrogano se quel cannibalismo che vive nei replicanti seriali che siamo diventati – servili coi forti, spietati coi deboli, menefreghisti quanto basta – sia peggiore nella versione “l’amo troppo, vado e l’uccido” oppure “passo, guardo la scena (magari del delitto) faccio clic e tiro dritto”. L’uno e l’altro, due volti del soggetto mostruoso che si definisce ancora umano. In genere di genere maschile, che sa essere più disgustoso per quei vizi sedimentati nei millenni: brutalità e violenza, supremazia e possesso, narcisismo ed egoismo. Ma anche: superficialità e indifferenza, opportunismo e convenienza, viltà e delega. Di cui la misera esistenza d’oggigiorno è piena. Se all’elenco (solo parziale) delle abiezioni nostre, quelle soggettive, s’aggiungono le depravazioni d’un sistema che le coltiva e le nutre, le divulga e le esalta con una pratica quotidiana vicina all’abisso e senza capacità di vivere diversamente, il gorgo s’ingigantisce. Però prosegue, i valori risultano schiacciati dai disvalori, ben mascherati, da casualità, tendenze, pressappochismo, modi di fare. Non si tratta d’inseguire manicheismi ma di salvare le vittime e, potendo, i carnefici inducendoli a non esserlo. Indicandogli altri percorsi, se riescono, e comunque impedendogli di nuocere. Conosciamo, invece, come unica via, sempre quella del dolore e della sua ripetizione. Con criminali che riproducono efferatezze di cui “non si rendono conto”, confusi e dissociati in un mondo distratto e abituato a ogni aberrazione. Così c’è chi pensa di recuperare Caino attenuandogli la pena, che è l’altra faccia di chi lo vuole squartare sulla pubblica piazza, facendogli patire ciò che ha riservato ad altri. Pseudo soluzioni del permessivismo o del fascismo che ci lasciano infantili, irregolari ed ebeti. Irresponsabili e assassini. Recuperare il senso di come e perché esistere può essere obiettivo religioso oppure laicissimo, certamente ragionevole di fronte al nulla riempito di merce, false passioni, amori straparlati di cui c’ingozzano. Di cui siamo scippati senza accorgerci di crepare.

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Scrap


Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Roma disfatta, di Vezio De Lucia e Francesco Erbani

Già da qualche settimana è possibile trovare sugli scaffali Roma disfatta, un libro scritto a quattro mani da Vezio De Lucia e Francesco Erbani per i tipi della Castelvecchi, e di cui consigliamo caldamente la lettura. Il testo, sviluppato sotto forma di dialogo tra l’urbanista ed il giornalista, ci restituisce infatti una fotografia della città che è impossibile ignorare, soprattutto per chi ha l’ambizione di provare a ricostruire un insediamento sociale nelle periferie.

Ma procediamo con ordine. Uno dei punti cardine su cui molto insistono gli autori è quello della forma, o meglio, della perdita di forma, che ha caratterizzato la crescita della città in questi ultimi decenni. E delle conseguenze sociali e politiche che questo ha avuto sull’intero organismo urbano. Se infatti diventa difficile e perfino inutile provare a ragionare di Roma per pezzi separati, è altrettanto improponibile provare a farlo senza riferirsi alla sua realtà fisica. Come ci ricordano gli autori, dal dopoguerra in poi la città si è distesa sul suo vasto territorio (129mila ettari) distribuendo i nuovi insediamenti in tutte le direzioni intorno alla città consolidata e oggi appare orientata a concentrarsi in corone sempre più esterne rispetto al centro storico. Alla Roma ufficiale, piccola cosa in termini di estensione e popolazione, si oppone dunque la Roma delle tante e tra loro diverse periferie. Un centro storico sempre meno abitato (120mila residenti, la metà di quanti erano nel 1961) che continua a rappresentare il vero e caotico centro direzionale della città, ma che ignora, ricambiato, cosa ci sia al di fuori del Grande Raccordo Anulare. Pezzi di città fra loro estranei e molto spesso ostili.

A partire da questo quadro i due autori si concentrano sui guasti provocati nell’ultimo ventennio dall’urbanistica liberista asservita alla rendita fondiaria che ha imposto, a fronte di un trend demografico ormai stabilizzato, un continuo aumento del consumo di suolo. Si è passati così dai 12500 ettari di suolo urbanizzato del 1961 agli oltre 50 mila attuali, cosa che ha fatto di Roma una delle città europee con la più alta quantità di suolo urbanizzato (230 mq) per abitante. La conseguenza inevitabile di queste due tendenze è stata la progressiva diminuzione della densità abitativa che, se le previsioni edificatorie dell’ultimo piano regolatore dovessero essere confermate, scenderebbe sotto i 50 abitanti per ettaro impedendo il funzionamento accettabile dei servizi pubblici e condannando milioni di romani a vivere in una “non-città”. Ed è questo un altro elemento forte che emerge dall’analisi di De Lucia ed Erbani: la struttura pulviscolare che è stata imposta a Roma dalla rendita fondiaria, non solo produce una bassa qualità della vita e uno scarso livello di accessibilità della città, ma determina costi sociali ed economici insopportabili. Il mastodontico debito comunale, la sofferenza economica delle municipalizzate così come il traffico ingestibile e la sporcizia endemica delle strade sono il frutto della perdita di forma di Roma. Inseguire la “città speculativa” e la “città abusiva”, portando servizi, asfaltando strade, prolungando la rete idrica e fognaria, garantendo l’illuminazione ha significato socializzare i costi a fronte della privatizzazione dei profitti. Ed è in questa idea di città e nella deregulation che ne è conseguita che va ricercata la genesi degli oltre 22 miliardi di debito accumulati dal Comune di Roma e del degrado cittadino. Stando a quanto riporta Erbani in un suo precedente lavoro nella capitale nei primi anni Duemila sono state costruite una media di 10mila nuove case ogni anno, il valore dello stock immobiliare non è mai cresciuto tanto come in questi ultimi vent’anni, eppure la città si ritrova povera di infrastrutture e con il bilancio disastrato. Dov’è andata a finire tutta questa ricchezza? Come si spiega questo scarto tra ricchezza immobiliare e povertà urbana? Quesiti a cui il lavoro di De Lucia ed Erbani prova a dare una risposta indicando nella rendita urbana la forza indisturbata dello sviluppo territoriale capitolino.

Un altro aspetto che emerge con chiarezza dall’analisi dei due Autori, e che ci riguarda direttamente per il come e il dove fare politica, è poi il modo con cui la bolla immobiliare ha ridisegnato la geografia sociale di Roma. Se fino al 1998 solo il 12% dei romani abitava fuori dal GRA oggi questa percentuale è salita al 26% ed è destinata a toccare il 30% nei prossimi anni. Si è passati così da 500mila a 900mila residenti nel giro di circa vent’anni, a cui vanno aggiunti tutti quei romani che vivono appena dentro il Raccordo e le 163 mila persone che tra il 2001 e il 2010 hanno lasciato Roma per spostarsi nei comuni limitrofi di quella che viene definita la “periferia regionale”. A ridosso del raccordo si sviluppano dunque la “citta speculativa” degli immobiliaristi, la “città abusiva” dei condoni edilizi e la “città pubblica” dell’edilizia popolare, una “periferia anulare” in cui vivono oltre un milione di romani marginalizzati dal funzionamento infame del trasporto pubblico, costretti all’uso dell’auto privata e a sopportare quotidianamente ore e ore di traffico per raggiungere il posto di lavoro. Un elemento caratteristico di questo modello di città è infatti la concentrazione del lavoro nelle zone centrali, un fenomeno amplificato dall’espansione del turismo e dall’ulteriore terziarizzazione dell’economia romana.

Questa concomitanza di “lavoro dentro e abitazione fuori” ha così aumento il pendolarismo e l’alienazione di chi spende quotidianamente nel traffico ore e ore di vita sottratte alle relazioni sociali e all’arricchimento culturale. Abbiamo già scritto sui riflessi politici di questa cartografia sociale (leggi) per cui evitiamo di tornarci, è interessante però l’analisi che gli autori fanno della parabola politica dell’abusivismo per il ruolo che questo ha svolto nella storia della città. L’abusivismo romano è infatti un fenomeno complesso, la cui natura varia a seconda del periodo storico e del luogo. Dopo la Liberazione rappresentò un passaggio obbligato per migliaia di immigrati provenienti soprattutto dal sud che si insediarono intorno alle borgate storiche. Come ricordano gli Autori sotto la guida del Pci la lotta di resistenza si trasformò in lotta di “residenza” per ottenere l’abrogazione della legge fascista del 1939 che vietava l’iscrizione anagrafica ai lavoratori provenienti da altri comuni negando loro la possibilità di godere di alcuni diritti sociali (assistenza sanitaria, sussidio di disoccupazione, scolarizzazione) e politici. Con la vittoria delle sinistre negli anni Settanta le borgate assunsero una centralità inedita nella politica dell’amministrazione comunale e furono oggetto di una consistente opera di urbanizzazione primaria. Alcuni autori osservarono però come già da allora l’abusivismo di necessità contenesse in nuce “elementi di scelta ideologica” verso la casa familiare e di proprietà. Aspetti che verranno fuori una volta che, esaurita la stagione “collettivista” del risanamento e del solidarismo urbano, con le politiche di condono, si aprirà la stagione del privatismo e della proprietà. Una trasformazione strutturale che cambiò il segno politico a quella che qualcuno aveva definito un processo democratico di redistribuzione della rendita fondiaria e che a partire dalla metà degli anni ’80 portò quel mondo a guardare prima alla Dc sbardelliana e poi alla destra sociale, fino all’irruzione del M5S nel 2013.

Oggi la “città abusiva” si estende per oltre 15mila ettari del territorio comunale, brandelli di “non-città” in cui vivono oltre 640mila romani, che rappresentano quasi 1/3 della Roma costruita, e che sono caratterizzati da una bassissima densità abitativa (43 persone per ettaro), dalla cronica mancanza di spazi pubblici, di aree verdi e urbanizzazione secondaria. Per avere un ordine di grandezza e di confronto la “città pubblica”, in cui vivono 320 mila romani, non supera i 3500 ettari, a dimostrazione che la grande assente della scena urbanistica romana è l’edilizia pubblica. Come emerge dalla lettura del testo le città non sono altro che il prodotto del sistema economico dominante e delle sue classi dirigenti. L’urbanistica neoliberista sperimentata con il “Modello Roma” di Rutelli e Veltroni ha prodotto enormi periferie e l’accumulazione di un debito mostruoso che pesa come un’ipoteca sul futuro della città. Bisogna avere quindi la consapevolezza che ogni possibilità di inversione di tendenza passa attraverso la ricostruzione della città pubblica, e che sarebbe velleitario ed illusorio pensare di riuscirci esclusivamente attraverso l’onesta, la generosità e la competenza senza mettere al primo posto la rottura dell’ordine liberista. Per concludere il libro ci è piaciuto, e pure molto, tanto che come Carovana delle periferie lo presenteremo e lo discuteremo il prossimo 9 giugno alle 18 al Corto Circuito. Insieme agli autori, insieme ad Antonello Sotgia e insieme ai militanti che in questi anni stanno lavorando per riconquistare alla sinistra di classe delle casematte sociali.

Roma disfatta/Vezio De Lucia e Francesco Erbani/Castelvecchi/16,50 euro

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Gerda Taro - Fotografa e rivoluzionaria

Al ritorno dal fronte di Brunete, Gerda Taro perse la vita a causa di un incidente. Viaggiava aggrappata al predellino esterno della vettura del generale polacco Walter Swierckinsky, colma di feriti; Walter fu un noto Comandante delle Brigate Internazionali.

Ad un certo punto, aeroplani tedeschi volarono a bassa quota sul convoglio repubblicano mitragliandolo, seminando il panico e provocando il caos fra i vari veicoli fra i quali quello della reporter. Un carro armato repubblicano amico urtò, nel trambusto generale, l’auto alla quale era aggrappata Gerda che cadde sotto i cingoli del tank restando schiacciata e letteralmente sventrata.

Gerda non perse conoscenza e durante il penoso trasferimento, che durò ore, all’ospedale di Madrid ‘El Geloso’ mantenne le viscere in sede con la pressione delle proprie mani; i testimoni ricordano un’incredibile freddezza e coraggio nella ragazza.

Alcuni tra i migliori medici delle Brigate Internazionali le trasfusero plasma e tentarono di operarla senza anestetici e senza antibiotici, suturare la devastante ferita ma si resero subito conto che ogni tentativo non l’avrebbe mai salvata; il suo organismo non poteva più svolgere alcuna funzione vitale che si protraesse oltre le poche ore.

All’infermiera che dovette vegliarla fu indicato di somministrarle tutta la morfina possibile per non farla soffrire in quanto il decesso era inevitabile. Restò in vita e vigile sino all’alba del 26 luglio 1937; morì semplicemente “chiudendo gli occhi”. Gerda aveva 26 anni.

Il suo corpo fu traslato a Parigi e accompagnato da 200mila persone fu tumulato al Père Lachaise con tutti gli onori dovuti ad un’eroina repubblicana. Allo scultore Alberto Giacometti venne chiesto di realizzare il monumento funebre. Pablo Neruda e Louis Aragon lessero un elogio ‘in memoriam’.

Il suo compagno Capa non si riprese mai più dalla morte della dolce e vivacissima Gerda, prima donna reporter a morire sul lavoro. Da allora anch’egli rischierà sempre la morte sul lavoro, incontrandola poi nel 1954 nella guerra di Indocina.

Un anno dopo la morte di Gerda, nel 1938, Robert Capa pubblicherà in sua memoria “Death in the Making”, riunendo molte foto scattate insieme.

La sua tomba a Parigi, giace dimenticata nella zona di Père Lachaise dedicata ai rivoluzionari e alla Resistenza, vicino al noto Mur des Federès.

Nel 1942 il regime collaborazionista fascista francese censurò l’epitaffio inciso sulla tomba di Gerda, epitaffio mai più restaurato. La tomba, dopo le modifiche occorse nel 1953, è accessibile da un viottolo posteriore.

La tomba di Gerda Taro fu l’unica ad essere violata dalla mano nazi-fascista, forse per l’influenza che la giovane rivoluzionaria, caduta nella guerra contro il fascismo, ancora esercitava sulla crescente Resistenza francese.

Rimasta a lungo nell’ombra del fidanzato Robert Capa e relegata al ruolo di sua compagna, dalla metà degli anni 1990 Gerda Taro è oggetto di interesse storico per il suo ruolo di giovanissima donna contro-corrente, rivoluzionaria militante sino al sacrificio massimo e protagonista della storia della fotografia e della Resistenza al fascismo.

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Frusciante al Cinema: Captain America: Civil War (Maggio 2016)


Corto Maltese e la poetica dello straniero

Hugo Pratt è uno degli autori italiani di storie a fumetti (ma ha scritto anche romanzi) più conosciuto e amato non solo nel nostro Paese ma nel mondo intero. Non meno conosciuto e amato il suo personaggio preferito, quel Corto Maltese che fra un anno compirà cinquant’anni (la prima storia che lo vide protagonista, “La ballata del mare salato”, fu pubblicata nel 1967). Anticipando l’evento di un anno, Stefano Cristante (docente di sociologia della comunicazione all’Università di Lecce e grande appassionato di fumetti) ha appena pubblicato un saggio (“Corto Maltese e la poetica dello straniero. L’atelier carismatico di Hugo Pratt”, Mimesis Editore) che ricostruisce – con straordinaria ricchezza di notizie, analisi critiche e riferimenti letterari e filosofici – vita, morte e miracoli del personaggio e dell’autore.

Nato a Rimini nel 1927 e morto a Losanna nel 1995, Pratt ebbe una vita avventurosa quasi quanto la sua creatura. Rientrato con la madre in Italia (a Venezia) nel 1943, dopo avere passato parte dell’infanzia e dell’adolescenza in Etiopia (dove il padre, ufficiale dell’esercito italiano, morì in un campo di prigionia inglese), lo scrittore inizia giovanissimo la carriera di fumettaro alternando il lavoro a frequenti viaggi per mare (si arruola più volte come mozzo) per poi trasferirsi (nel 1949) a Buenos Aires, dove lavorerà e vivrà per tredici anni prima di rientrare in Italia. Cristante ne segue passo per passo la produzione, in cui si riconoscono le influenze letterarie di autori come London, Kipling, Stevenson e Conrad (oltre a quelle di una congerie di letture storiche, filosofiche e antropologiche), individuando in una serie di personaggi gli “antenati” di Corto Maltese che, come anticipato, vedrà la luce nel 1967.

Esaurita l’analisi dei “prequel”, il lavoro di Cristante entra nel vivo, tracciando un ritratto a tutto tondo del nostro eroe (o piuttosto antieroe). Corto si presenta fin dall’inizio come un paradossale miscuglio di caratteri: un po' pirata (non caso amico/nemico di Rasputin, pittoresco farabutto cui Pratt ha dato le sembianze del famoso monaco e una complessa personalità dai tratti dostoevskiani), un po’ gentiluomo, un po’ dandy, con quella sua eleganza stilizzata che il tratto sintetico dell’autore esalta. A tale proposito, Cristante richiama giustamente l’attenzione su un disegno che sfuma spesso in silhouette, costringendo il lettore a ricostruire ciò che il segno accenna (non senza concedersi alcune riflessioni sulla specificità del fumetto come medium “freddo”, secondo la lezione di McLuhan).

Ma il contributo più interessante del saggio consiste, a mio avviso, nel mettere a fuoco la “poetica dello straniero” che s’incarna nelle storie di Hugo/Corto: Corto è lo straniero per antonomasia, l’avventuriero che attraversa scenari esotici in cui riesce sempre a muoversi a proprio agio senza farsene tuttavia integrare; di più: è straniero in un mondo di stranieri, diverso fra i diversi, sempre circondato da caratteri non meno “fuori luogo” di lui, come le donne misteriose, seduttive e ingannatrici con cui si incontra senza mai arrivare a consumare un rapporto erotico (la cifra del personaggio è una strana forma di castità in cui il gioco della seduzione soppianta il gioco dell’amore). Infine Corto è un avatar di Hermes, il dio fanciullo, il trickster divino che abita gli intermondi favorendone gli scambi reciproci ma senza mai lasciarsene catturare. È, quindi, portatore di saperi arcani ed esoterici (e infatti Cristante non manca di sottolineare come, con il passare del tempo, le storie di Pratt si siano venute caricando di allusioni alle tradizioni esoteriche islamiche, ebraiche e gnostiche).

Insomma: un personaggio per fumettari colti (pur se non mancava di sedurre il lettore comune) e, aggiungerei, un personaggio caro ai reduci disincantati ma non rassegnati degli anni Sessanta e Settanta: basti pensare a una storia come “Corte sconta detta arcana”, che si svolge ai confini fra Siberia e Manciuria, fra Guardie Bianche nostalgiche dello zarismo, signori della guerra cinesi e rivoluzionari mongoli alleati dei bolscevichi, nella quale Corto sembra a volte evocare l’ex rivoluzionario irlandese coprotagonista di un famoso film di Sergio Leone, “Giù la testa coglione”, amico di banditi e ormai lontano da furori ideologici eppure pronto a rischiare la pelle a fianco dei rivoluzionari messicani.

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Amministrative: chi potrà cantare vittoria il 19 giugno?

Come al solito cerco di anticipare i criteri per “leggere” i risultati delle prossime amministrative, con l’avvertenza che si tratta di finte amministrative, sia perché, più che sui sindaci, si vota sul governo (esattamente come fu 5 anni fa, quando il declino di Berlusconi fu anticipato proprio dalla sconfitta alle comunali di Milano, Torino, Cagliari, Genova e Napoli), sia perché sono la prova generale del Referendum dove quello da tenere d’occhio è il risultato del Pd, sia perché sono l’ultimo appuntamento elettorale di qualche importanza prima delle politiche.

Questa volta è piuttosto complicato fissare le asticelle per capire chi avrà vinto e chi no: elezioni amministrative su molti comuni totalmente disomogenei, forte presenza di liste civiche, frammentazione del quadro politico, molteplicità di sfide ecc.

Il riepilogo generale servirà poco a capire perché si tratta di un campione assolutamente casuale e quindi non indicativo di tendenze generali, inoltre la presenza delle civiche (tipo “per tizio sindaco”) “sporca” il risultato rendendolo poco leggibile e c’è il comportamento anomalo degli elettori del M5s che votano quel partito alle politiche ma molto meno alle amministrative. Quindi, questo dato è quasi inservibile a meno di risultati stratosferici, ad esempio, se il Pd prende un totale del 40% saremmo di fronte ad una impennata paragonabile alle europee, ma se prendesse il 20% potrebbe non essere il sintomo di una dèbacle perché dovremmo considerare il risultato delle civiche di fiancheggiamento.

Neppure il totale delle amministrazioni conquistate, confermate o perse direbbe granché perché ovviamente la somma di Roccasgurgola, Piovarolo e Poggiosciancato non equivarrebbero a Napoli o Torino.

Il test serio è quello delle cinque città principali, dove conta chi prende il sindaco e, per certi versi, alcuni confronti fra liste rivali. E la partita vede un dato di partenza di 4 città al Pd (Torino, Milano, Roma e Bologna) ed una ad una civica (Napoli con De Magistris), nessuna a M5s o alla destra.

Vediamo il quadro partito per partito:

Pd: le aspettative dicono Napoli persa a favore di De Magistris, Roma fortemente compromessa, Torino Pd favorito ma non certo, Milano in bilico e Bologna quasi sicura per il Pd. Per cui, se il Pd perdesse solo a Roma e Napoli, conquistando le altre tre città potrebbe parlare di vittoria: Napoli era persa in partenza, Roma, dopo Mafia Capitale e l’ingloriosa fine di Marino era virtualmente persa, dunque, il partito avrebbe fatto l’en plein degli obiettivi possibili. Poi, evidentemente, se conquistasse in più o Roma o Napoli sarebbe un trionfo. Vice versa, se accanto alle due, perdesse anche Milano, sarebbe sconfitta piena e se ci si aggiungesse anche Torino, sarebbe una disfatta.

Come si vede, il limite che demarca la sconfitta dalla vittoria è Milano, non solo perché trasformerebbe un 2 a 3 in un 3 a 2, ma per l’importanza della città (se il Pd perdesse, sarebbe all’opposizione nelle principali tre città italiane) e per il valore simbolico di questa sconfitta: Sala è stato voluto personalmente da Renzi ed i sondaggi di partenza lo davano vincente al primo turno. Una sconfitta a Milano sarebbe un segnale di allarme rosso anche per il referendum ed accenderebbe lotte a coltello nel Pd. A proposito, in quel caso, sono disposto a mettermi fuori della sede del Pd a distribuire gratuitamente rasoi e vinca il migliore!

M5s: non è un mistero per nessuno che il M5s punta con decisione a prendere Roma (sostenuto da sondaggi favorevolissimi) e, se possibile, Torino, mentre a Milano, Napoli e Bologna ci si attende un risultato mediocre intorno al 15% per cui, probabilmente, non accederà ai rispettivi ballottaggi. Pertanto, se prende Roma, va al ballottaggio a Torino, (pur perdendolo) e mantiene percentuali accettabili fra il 15 ed il 20% nelle altre città, potrà parlare di vittoria piena; se poi conquista anche Torino avrebbe stravinto sulle aspettative, mentre un risultato sotto il 15% nelle altre città ridimensionerebbe un po’ il successo. Ovviamente, se perdesse a Roma il risultato sarebbe negativo e servirebbe a poco anche una inaspettata vittoria a Torino. Tutto si gioca a Roma, però anche i risultati di lista nelle altre città potranno essere un indicatore.

Destra: affronta la prova nel peggiore dei modi, divisa quasi dappertutto salvo Milano, ha un trend elettorale non positivo, in compenso non ha amministrazioni uscenti da difendere, per cui tutto quello che viene è di più. A Roma, Torino e Napoli si batte per andare al ballottaggio ma con pochissime speranze di vincere. Di fatto, l’unico risultato che può raggiungere è Milano dove sembra che ci sarà un testa a testa. Un successo milanese potrebbe rivitalizzare l’area, dimostrando che “c’è ancora”. Il vero confronto sembra essere quello interno, fra Lega e Fdi da una parte e Fi dall’altra. Per Fi sarebbe un successo straordinario piazzare Marchini al ballottaggio lasciando a terra la Meloni (e detto, per inciso, Marchini è quello che potrebbe dare più fastidio alla Raggi, anche se con pochissime probabilità di prevalere), per il resto vedremo il confronto fra i voti di lista soprattutto a Milano, anche se è probabile che, nel rimescolamento generale, le civiche prendano più voti di Fi e forse della stessa Lega.

Sinistra: nonostante i pasticci combinati a Roma e Milano, potrebbe superare quota 5%, il che sarebbe una discreta affermazione, mentre a Torino potrebbe aspirare anche all’8%, questi sarebbero i numeri del successo, mentre dal 4 % in giù sarebbe sconfitta. Un successo, magari in coincidenza con una sconfitta del Pd ridarebbe fiato sia al progetto di Si che alla battaglia del Referendum.

E adesso stiamo a vedere tenendo d’occhio astensioni e referendum.

Majdan per Monsanto & Co.

Petro Poroshenko ha chiesto alla Rada di approvare le modifiche alla Costituzione relative alla legislazione giudiziaria, sostenute (ma davvero?!), ha specificato il presidente, da USA, Commissione Europea e Commissione di Venezia, UE e Consiglio d’Europa.

A rischio di apparire pedissequi ripetitori di una storia a noi ben nota, la riforma suggerita a Poroshenko ipotizza un cambiamento del sistema di immunità dei giudici, che permetterà di “perseguire efficacemente i giudici corrotti, che distorcono il sistema giudiziario”. Previste “misure decisive per depoliticizzare il sistema giudiziario” e ridurre l’influenza del Presidente su di esso. In particolare, verrebbe eliminata la nomina dei giudici per la durata di cinque anni da parte del presidente e quest’ultimo potrà solo controfirmare la candidatura presentata al Consiglio Supremo di Giustizia. Saranno eliminati anche i cosiddetti tribunali superiori specializzati, si creerà la Corte di cassazione e nel Consiglio Supremo di Giustizia verrà aggiunto un Consiglio popolare, che dovrebbe garantire una reale influenza pubblica sulla trasparenza delle candidature.

“Riforme” europeiste e “antigiustizialismo” a parte, ieri l’ex primo ministro ucraino e regina del gas, Julja Timoshenko, ha tirato un affondo sul cosiddetto “nuovo memorandum di collaborazione” che si starebbe mettendo a punto tra Kiev e FMI, definendolo antisociale. Gli interessi della bionda oligarca vanno certamente in direzione opposta ai “sentimenti sociali” da lei compianti, ma in ogni caso la denuncia è indicativa del ruolo assegnato a Kiev dai centri dell’imperialismo occidentale. Timoshenko ha detto che il documento sarebbe stato preparato in segreto da presidente e governo, alle spalle del parlamento, dopo di che il fatto è stato ammesso dal Ministero delle finanze, dal Ministro per lo sviluppo economico Stepan Kubiv e dal presidente del consiglio Vladimir Grojsman, salvo essere semi smentito qualche ora dopo.

Il memorandum prevede innanzitutto l’eliminazione della moratoria sulla privatizzazione dei terreni agricoli, la fine delle agevolazioni per l’agricoltura nazionale ucraina, l’aumento delle tariffe comunali su energia elettrica e gas, l’abrogazione delle agevolazioni per l’andata in pensione di insegnanti e medici e, in definitiva, il taglio di queste categorie professionali. Già dal 1 maggio sono state eliminate le cosiddette tariffe energetiche sociali, unificandole in una tariffa unica, praticamente doppia e dal 1 luglio aumenterà il costo dell’acqua calda e del 90% quello del riscaldamento.

Non si tratta solamente di nuove condizioni dettate a Kiev per ricevere l’ultima tranche di “prestiti”, per 1,7 miliardi di $, congelata da fine 2015; come appare evidente soprattutto dalla questione dell’eliminazione della moratoria sulla privatizzazione dei terreni agricoli, si sta istituzionalizzando la vittoria dei grandi monopoli agroalimentari internazionali (Cargill, Monsanto, Dupont, AgroGeneration, ecc.) che già prima del golpe del febbraio 2014 (!!) avevano puntato i propri appetiti sulle fertili terre nere dell’Ucraina occidentale e meridionale. Il cerchio di majdan si chiude sui suoi “romantici estimatori”.

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Ttip. Il partito della nazione in vendita

Carlo Calenda rappresenta al meglio la casta renziana. Esperienze manageriali sin dalla prima elementare e un’abilità, superiore a quella di Tarzan sulle liane, nel saltare tra le cordate di potere e da un incarico all’altro. Cosi il nostro è balzato agilmente da Montezemolo a Monti e poi da quest’ultimo a Renzi. Che lo ha nominato all’inizio dell’anno nella Commissione Europea, salvo poi ripensarci dopo pochi mesi e collocarlo al vertice del Ministero dello Sviluppo Economico.

Il nuovo salto di Calenda c'é stato il 10 maggio e già il 13, intervenendo da neo ministro a Bruxelles, il nostro ha subito schierato l’Italia tra gli ultras del TTIP. Mentre il governo francese e tedesco cominciavano ad esprimere dubbi sul micidiale trattato che concederebbe licenza di far tutto alle multinazionali, il nostro si è lamentato del fatto che le opinioni pubbliche ed i parlamenti nazionali abbiano rallentato il negoziato. I popoli a volte contano ancora qualcosa rispetto al mercato, che scandalosa arretratezza!

Ora il ministro chiarisce in una intervista sul Corriere della Sera la sua posizione, che evidentemente è anche quella del governo.

L’Italia, sostiene il ministro, è il paese che più avrebbe da guadagnare dalla piena attuazione del TTIP. Non solo non avremmo più il formaggio Asiago prodotto nel Minnesota, ma le nostre piccole imprese avrebbero la possibilità di sconfiggere la prepotenza e i privilegi delle multinazionali e quella di invadere i mercati del mondo, compresi quelli degli USA. E le preoccupazioni per gli OGM, i diritti sociali e del lavoro, le legislazioni ambientali non avrebbero alcuna ragione d’essere, in quanto queste materie non farebbero parte del negoziato.

Neppure l’addetto stampa di una multinazionale del petrolio oggi sarebbe capace di affermare seriamente un tale concentrato di sciocchezze. Per altro clamorosamente messe alla berlina dalle rivelazioni di GreenPeace sulle clausole segrete dei negoziati. Rivelazioni che, accanto alla crescente mobilitazione della opinione pubblica, hanno convinto diversi governi europei a mettere un freno ai negoziati.

Per altro le affermazioni del ministro risultano ancora più ridicole di fronte a ciò che si è sempre saputo essere il cuore del TTIP, cioè quella clausola di arbitrato che sottrarrebbe gli investimenti esteri alle legislazioni nazionali. Per il ministro Calenda tali clausole sarebbero utilizzabili meglio e con più risultati dalle Formaggerie Prealpine, piuttosto che dalla Monsanto. Neppure quando hanno istituito l’Euro, vantandone tutti i magnifici guadagni che ne avrebbe ricevuto l’Italia, i suoi sostenitori si erano spinti a tanto.

Ma ora c’è il rischio che tutto questo sia messo in discussione, lancia l’allarme Calenda, anche perché negli Stati Uniti le amministrazioni pubbliche intendono continuare a privilegiare le aziende del posto in tutti gli appalti. Ma guarda che strano...

Non comprendiamo se il Corriere della Sera condivida il pensiero del ministro in tutto, o in fondo si vergogni un poco della sua sconclusionata rozzezza. Elogi della globalizzazione come quelli che abbiamo letto nell’intervista, oggi farebbe fatica a farli, almeno senza ridere, persino un manager della Banca Morgan.

Ma ciò che dobbiamo purtroppo ricordare è che l’entusiasta fautore del TTIP, che oggi piange sul rischio che esso non si possa realizzare, non è un venditore di obbligazioni che deve convincere un pensionato a dargli i sui risparmi, ma un ministro della Repubblica che vuole convincere il suo paese a mettere in vendita sé stesso.

Sempre più spesso si afferma che Renzi voglia essere il leader di un moderno partito della nazione, e che a questo fine voglia trasformare il PD e smantellare la Costituzione. Ora Calenda chiarisce che quel partito, se si realizzasse ed avesse successo e noi speriamo di no, sarebbe quello della nazione in vendita.

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Loi travail: la mediazione impossibile

Un’altra settimana di intensa mobilitazione contro la “loi travail et son monde” è appena trascorsa e il conflitto si inasprisce sempre di più.

Giovedì ha avuto luogo l’ottava giornata di mobilitazione nazionale, con manifestazioni partecipate da alcune centinaia di migliaia di persone in tutte le principali città della Francia. La partecipazione popolare è addirittura aumentata rispetto alle settimane precedenti, nonostante la repressione poliziesca e giudiziaria sia sempre più brutale.

Tale giornata di mobilitazione si è innestata su una settimana che aveva visto il blocco delle raffinerie del paese e dei principali snodi portuali, facendo seriamente temere che le riserve di carburante iniziassero a scarseggiare. La risposta del governo non si era fatta attendere: il premier Valls, con i soliti toni marziali, ha annunciato che contro i “bloqueurs”, nuovo bersaglio e capro espiatorio dopo i “casseurs”, sarebbe stata utilizzata la massima fermezza. Alla fermezza si è poi accompagnata la confusione quando, nel corso della medesima giornata, primo ministro, ministro dell’economia e presidente della repubblica si sono espressi in maniera differente circa la possibilità di modificare l’articolo 2 della legge, ossia la norma che permette ai contratti di lavoro a livello aziendale di derogare ai contratti collettivi nazionali.

A prescindere dalla discussione concernente l’articolo 2, il governo ha da tempo focalizzato il dibattito non tanto sul merito delle singole disposizioni, ma sull’ideologia che sta alla base della riforma e sulla sua necessità nel contesto della competizione infra-UE e globale. In questo senso, la contrarietà sempre più diffusa alla loi travail certifica l’insuccesso dei tentativi di produzione del consenso intorno ad un nuovo modello di vita e di lavoro che invece in altri paesi, come l’Italia, è riuscita in maniera molto più semplice.

Ci sembra opportuno rimarcare che, proprio al fine di produrre consenso, il governo cerca costantemente di ribaltare l’ordine del discorso, appropriandosi e strumentalizzando parole e tematiche che sono stati elementi centrali per il movimento contro la loi travail. Esempi di questa tendenza sono le affermazioni secondo cui l’utilizzo dell’art. 49.3 per far approvare la legge sarebbe democratico, mentre i blocchi delle fabbriche e gli scioperi sarebbero invece antidemocratici e attenterebbero alla libertà dei francesi. Occorre sottolineare, specie in un momento storico in cui gli organi di informazioni sono sempre più necessari alla costruzione ed alla legittimazione del discorso dominante, che le pratiche discorsive di un potere in difficoltà non riescono a colpire nel segno, né a sviluppare consenso intorno ad una riforma alla quale sono contrari, secondo i sondaggi, circa il 70% dei francesi.

Un ulteriore elemento problematico per l’esecutivo attiene alle modalità secondo cui si è venuto ad impostare il conflitto. Abbandonati gli iniziali toni parzialmente comprensivi verso i manifestanti, si è in seguito cercato di individuare capri espiatori, così da dividere il movimento e generare riprovazione verso coloro che partecipassero alle azioni più violente. Tuttavia, anche tale strategia è fallita: non vi è stata un’ondata di sconcerto e di sdegno per le azioni dei “casseurs”; al contrario, sin dall’inizio delle contestazioni un numero sempre maggiore di persone, molte delle quali non provenienti da precedenti esperienze di militanza, prende la testa del corteo e agisce in maniera spontanea ed incontrollata attaccando i simboli del capitalismo contemporaneo.

Inoltre, il delinearsi del conflitto con le opposizioni come rapporto di forza, ha portato l’esecutivo a concedere grande importanza all’aspetto più propriamente militare della gestione delle contestazioni. Tuttavia, anche in questo caso, l’operazione è parzialmente fallita, poiché nonostante la straordinaria brutalità dell’azione repressiva e le vere e proprie persecuzioni giudiziarie verso militanti delle realtà più attive (facilitate dalla vigenza dello stato d’emergenza), la contestazione non si è sedata, né la partecipazione è diminuita. Al contrario, tali pratiche repressive hanno generalizzato un odio profondo verso le forze dell’ordine ed il potere che esse difendono.

A nostro avviso, pare rilevante sottolineare come il conflitto che si è scatenato in Francia a partire dalla loi travail non sia ricomponibile. Esso non è ricomponibile proprio perché verte sulla visione del mondo delle due forze che si contrappongono, senza che vi possano essere possibili mediazioni che non siano solo un palliativo per una delle due parti in gioco. Tale conclusione, peraltro, non è minata dalla possibilità (per ora improbabile) di un accordo, in base al quale il testo attuale della legge sarebbe emendato e quindi accettato da alcuni dei sindacati che vi si oppongono: il conflitto è infatti andato molto oltre le singole disposizioni del testo normativo, e si è legato alla prospettiva ideologica che vi sta dietro. Esso si associa, soprattutto per quanto riguarda la composizione giovanile (protagonista così come in Grecia al momento del referendum del 5 luglio 2015), ad un rifiuto dell’esistente e ad un’opposizione radicale alle prospettive propagandate dai dominanti, ai loro miti fondativi ed all’universo desiderante proposto.

Infine, da tale opposizione alla loi travail non può non cogliersi un profilo di rifiuto rispetto alle politiche dell’Unione Europea. Come affermato dai membri dell’esecutivo e dal commissario UE francese Moscovici, la loi travail realizza quelli che sono i valori e le direttive dell’Unione Europea sul lavoro. Da questo punto di vista, quindi, una prospettiva rivoluzionaria rispetto al mondo della loi travail non può non far propria anche una prospettiva di rottura dell’Unione Europea.

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Il Consiglio d’Europa attende Nadezhda Savchenko a braccia aperte

Il timbro neonazista del regime golpista ucraino non deve sbiadire: giorno dopo giorno ci si incarica di aggiungere inchiostro. Così, la prospettiva Mosca di Kiev cambia nome e diventa via Stepan Bandera; la prospettiva Nikolaj Vatutin (uno dei più intraprendenti generali sovietici, assassinato nel 1944 dai nazionalisti ucraini) sarà prospettiva Roman Šukevič. Insieme ai due massimi esponenti del nazismo ucraino, altri “eroi” del tridente nazionale daranno il nome alle strade della capitale, a cominciare dagli ufficiali bianchi della guerra civile, come Almazov, Emeljanovič-Pavlenko, Zmienko. Altro inchiostro lo ha aggiunto, suo malgrado, l’avvocato Vladimir Olentsevič, che i golpisti continuano a tenere dietro le sbarre a Kiev perché, a suo tempo, era riuscito a far annullare in giudizio l’attribuzione a Bandera e Šukevič del titolo di “Eroi dell’Ucraina”.

A rinfrescare il marchio fuori dei confini nazionali sarà presto la “Speranza d’Ucraina”-Savchenko (Nadezhda significa speranza) che, inviata da Petro Poroshenko in missione di “marketing extraterritoriale” nelle capitali europee, già in giugno prenderà parte alla sessione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, in qualità di deputato della Rada ucraina. D’altronde, che la puntatrice del battaglione “Ajdar”, condannata in Russia a 22 anni di colonia perché riconosciuta corresponsabile di omicidio e graziata il 25 maggio da Vladimir Putin, porti in giro per il mondo i simboli del neonazismo ucraino non turba assolutamente il Consiglio d’Europa, il cui segretario generale, il norvegese Thorbjørn Jagland, il 26 maggio ha ribadito la solidarietà dell’organismo “con l’Ucraina e il suo popolo, nel momento in cui il paese sta adottando misure per attuare un sistema giudiziario pienamente indipendente, efficace e professionale”. Parole queste che devono aver sforbiciato l’udito delle centinaia di comunisti ucraini, delle avanguardie antifasciste di Kharkov, di semplici oppositori del regime golpista, scomodi al governo per non riuscire a pagare le tariffe municipali che, quando hanno la fortuna di non cadere sotto le bastonature o le pistolettate dei battaglioni neonazisti, affollano le prigioni del paese. Ancor meno la cosa sembra angustiare il Presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE), Pedro Agramunt, che il 25 maggio ha definito “un’ottima notizia il rilascio di Nadiya Savchenko, membro dell’Assemblea parlamentare”; “mi rallegro all’idea di accoglierla presto a Strasburgo – forse anche per la prossima sessione di giugno, se le sue condizioni di salute lo consentono”, ha detto Agramunt, scompigliato per le immagini di Speranza bene in carne, dopo i mesi di “scioperi della fame”.

Tutt’altra reazione ha suscitato nel Donbass la grazia a quella che senza giri di parole viene definita “l’aviatrice-sadica, nazista convinta e russofoba” che, oltre alla corresponsabilità nell’assassinio dei giornalisti russi Igor Korneljuk e Anton Vološin, è considerata autrice di torture nei confronti di civili del Donbass e di miliziani fatti prigionieri. I “più teneri” commenti in rete nei suoi confronti, chiedono semplicemente di ignorarla, per evitare di renderle “troppo onore. Lasciamo che sia l’APCE a sbaciucchiarla e succhiarla”; oppure “è solo per noi che Savchenko è un’assassina, un mostro, una fascista, ma per l’APCE è una di loro”. Ricordando le parole pronunciate subito dopo la liberazione, secondo cui intende tornare nel Donbass “a uccidere i russi”, c’è chi dice che “si è dato carta bianca al genocidio”. EADaily ha condotto un breve sondaggio tra gli abitanti delle Repubbliche popolari. Secondo l’agenzia Anna-News, l’atteggiamento generale è molto negativo: “La liberazione di un’assassina patologica non può essere giustificata da nessun motivo “umanitario”: quante persone potrà ancora uccidere impunemente?”. Ancora: “tutta questa cagnara su una donna anormale, fatta per di più Eroe d’Ucraina: è disgustoso. Tale il paese, tali i suoi eroi”. C’è chi adduce “motivi di geopolitica”, ma in ogni caso si dice rammaricato: “i politici ucraini provocano o risa o sdegno. Nadja non ha tanta scelta: o dire ciò che le fanno dire, o tacere, a comando. La terza variante ha due valenze: il carcere o la morte”. Qualcuno vede il lato positivo della faccenda, nella liberazione dalle carceri ucraine dei russi Erofeev e Aleksandrov e nel fatto che ora la “patata bollente Savchenko” è passata nelle mani di Poroshenko e non è possibile liberarsene semplicemente uccidendola, come hanno fatto col giornalista Buzinà o col deputato Kalashnikov. Tra gli abitanti di Donetsk c’è poi addirittura chi dice che “presto gli slogan anti-Putin saranno più diffusi di quelli anti-Poroshenko. Parlando seriamente, credo che ora se ne freghino di noi”. Tra le milizie, c’è chi pensa che la “liberazione di Savchenko sia una sconfitta e un segno di debolezza, che porterà presto frutti negativi. Inoltre, come possiamo spiegare al popolo che una criminale, condannata, sia stata non semplicemente scambiata, ma addirittura graziata dal presidente del paese i cui civili lei ha ucciso?”

A fronte di ciò, sentimenti di delusione per la condotta generale delle leadership di DNR e LNR serpeggiano in Russia tra buona parte dei comunisti non legati al PC ufficiale. Uno degli ultimi esempi è dato dal partito comunista operaio russo (PCOR) che, in una dichiarazione del 18 maggio scorso, ricordava come il popolo del Donbass nel 2014 fosse “insorto contro l’attacco del fascismo ucraino, sostenuto tuttora dall’imperialismo USA e dai suoi satelliti della UE” e avesse proclamato “l’indipendenza dal potere banderista di Kiev, formando le Repubbliche popolari e armandosi per difendere la propria terra”. E’ chiaro che “tale risultato non si sarebbe potuto raggiungere senza l’aiuto solidale del popolo e dello stato russo. Tuttavia, il cosiddetto cessate il fuoco dopo gli accordi di Minsk solleva più preoccupazione che ottimismo; le forze armate ucraine bombardano regolarmente Donetsk, Gorlovka, Jasinovata e molte altre città di DNR e LNR. Non minore preoccupazione sollevano alcuni atti delle leadership delle Repubbliche popolari: hanno rinunciato all’idea iniziale di unirsi nella Novorossija, liquidano le componenti di democrazia popolare, lasciano irrisolti gli omicidi di Mozgovoj e di altri comandanti, escludono dagli organi amministrativi operai, minatori e miliziani e al loro posto compaiono persone che, nei momenti più critici della guerra, si erano rifugiate in Ucraina; non volevano ammettere i comunisti alle elezioni e poi, quando comunque tre comunisti erano stati eletti al parlamento della DNR nelle liste di “Repubblica di Donetsk” (uno di essi è poi morto al fronte), si sono dichiarati decaduti gli altri due, col pretesto della “perdita di fiducia”: avevano perso la fiducia della borghesia? L’11 maggio, nel secondo anniversario della proclamazione della DNR, si era tentato di impedire ai comunisti di partecipare alle manifestazioni con le bandiere rosse. Il perché questi fatti non siano notati dall’Osce, è chiaro; ma il perché vengano taciuti dai poteri e dai media russi, è una questione che riguarda il popolo russo”. Se da un lato, col pretesto della normalizzazione della situazione, Kiev “spinta da determinate forze dell’Occidente, concentra artiglierie, mezzi pesanti e uomini al confine per l’attacco”, d’altro canto l’eliminazione dal servizio effettivo delle milizie più esperte, alimenta il sospetto che i tentativi dei lavoratori di levarsi in armi per difendere LNR e DNR verranno bloccati all’interno stesso del Donbass. Ma al ritorno del Donbass sotto Kiev farà seguito un altro bagno di sangue nello stile banderista, sull’esempio di Odessa ma su scala molto maggiore”. La dichiarazione del PCOR fa dunque appello a “tutte le forze progressive russe perché pretendano dal governo e dal Presidente che si adottino le misure necessarie a impedire che si avverino tali scenari: aiuto umanitario, economico e militare al Donbass; informazione obiettiva sul proseguimento dell’aggressione ucraina; offerta della cittadinanza russa a quanti, tra i miliziani e i loro familiari, lo desiderino”.

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#Femminicidio: non c’entra né l’amore né la “gelosia”

Sara di Pietrantonio, l’ultima vittima di femminicidio, è stata uccisa dall’ex fidanzato. Alla fine lui ha confessato dicendo che le ha dato fuoco quand’era ancora viva. L’ha messa al rogo e ha lasciato un corpo bruciato dove prima c’era una ragazza che stava per tornare a casa. Dell’ex fidanzato dicono – i conoscenti di lei – che la perseguitasse e che non aveva gradito di essere stato lasciato. Un No è difficile da digerire per uno che vuole solo imporre potere, controllo, che è interprete della cultura del possesso. Qualcuno lo ha descritto come un individuo “geloso” e già sui media inizia il processo alla vittima con chi afferma che lei avrebbe intrapreso un’altra storia.

C’è poi una serie di titoli, frasi, commenti che, sui media, rinviano ancora ad una figura bisognosa. Qualcuno parla di “amore” non corrisposto o di “troppo amore”, che poi è la balla di sempre usata per giustificare un delitto di questo tipo. C’è chi si chiede perché lei non avesse denunciato, dato che lui viene descritto come uno stalker che l’aveva costretta a cambiare abitudini, a rinunciare a incontrarsi con gli amici all’Eur. Ma tutto questo gioco del rimpallare responsabilità, continuando ad analizzare i perché si o no lei non ha fatto o ha fatto questo e quello, non fa altro che spostare l’attenzione sulla vittima. E non si tratta di una attenzione buona, ma di un processo.

Altre donne avevano denunciato, perfino più di una volta, ma sono state uccise lo stesso. Altre avevano usato amici e parenti a farle da cordone protettivo, e lui è arrivato comunque. Ed è sbagliato immaginare che chi commette questo tipo di delitti sia un mostro. Non lo è. Dirlo significa non guardare accanto a noi, nei nostri contesti, tra le persone che conosciamo, normalissime, uomini e donne, che a volte giustificano uno stupro, altre volte chiamano troia una ragazza in shorts, o ancora trovano divertente fare battute sessiste, dimenticando che una donna ha il diritto di dire No, di scegliere per sé, e che la reazione autoritaria di chi impone scelte diverse risponde a una mentalità che fino a poco tempo fa aveva una sua giustificazione nel delitto d’onore.

La legge che lo consentiva non esiste più ma esiste ancora la cultura che stava dietro a quella legge. Esiste ancora chi parla di gelosia, di amore, di un uomo bisognoso e fragile che aveva bisogno di pietà. E per quanto un uomo sia disperato perché la ragazza l’ha lasciato, quando quella disperazione diventa giustificazione per un delitto si tratta di un orrendo atto di egoismo: mia o di nessun altro. Mia o di nessun altro. Questo è possesso, è la convinzione che una donna sia di esclusiva proprietà dell’uomo che dice di amarla.  E’ l’incapacità di vedere una donna come altro da se’. Questa è violenza di genere, per il ruolo di genere che viene imposto ad una donna quando si crede che lei, in quanto donna, dovrà essere fedele, a soddisfare le voglie di un uomo che non sa accettare un No come risposta.
Due consigli, mai ripetuti abbastanza:
  • quando lei ti lascia, se hai tu bisogno di uno psicologo per elaborare il tuo lutto, vai dallo psicologo e allontana ogni pensiero violento. Perché non è il lutto che ti porta alla violenza ma è la violenza che è radicata in te e che rinnova l’alibi in quello che pensi sia uno sgarbo fatto a te. Tutto inizia e finisce con il tuo ego. E lei? Se dici di amarla e non riesci a vederne i desideri e le libere scelte allora non la ami. Sei solo uno stronzo egocentrico che deve crescere. Solo questo.
  • quando tu lo lasci, non accettare di vederlo per l’ultima volta, non ti fermare se ti segue, non immaginare di poterlo controllare, di poter evitare gravi conseguenze, perché non hai alcun potere su di lui, non puoi convincerlo ad accettare la tua decisione e non restare da sola. So che è ingiusto che tu debba proteggerti e cambiare vita mentre lui va in giro indisturbato, ma credimi: salvati la vita, non fidarti mai, non scendere neppure sottocasa, con i tuoi che stanno dentro, per farlo smettere di fare casino. E questo non vuol dire che se succede qualcosa è colpa tua, perché un potenziale assassino è imprevedibile, ma ricorda che verrà da te con l’aria da cane bastonato, a chiederti di tornare da lui, e quando gli dirai di no lui potrebbe ucciderti. Mettilo in conto.
Quello che dico sempre è che serve un modo per prevenire questi delitti “aiutando” gli stalkers, predisponendo servizi che li allontanino dai loro propositi e tutelando la vita delle donne che altrimenti saranno vittime di femminicidio. Non serve un’azione repressiva che agisca dopo la morte di una donna, perché lei è e rimarrà morta, per quanti anni di prigione possano essere imposti al suo assassino. Serve un’azione preventiva che punti sulla cultura, sull’educazione al rispetto dei generi nelle scuole, su servizi che mettano in atto un piano antiviolenza che tenga conto di tutto e che non si basi sul vuoto marketing istituzionale che ministri e governi fanno per guadagnare consenso senza poi riuscire a migliorare le cose. Il femminicidio trattato come un brand, per vendere la propria immagine o quella di un governo, senza tenere conto di quello che è la violenza di genere, di quanto sia radicata la mentalità sessista in ogni spazio che frequentiamo, resta solo una parola vuota, incomprensibile, perfino non utile. Pensateci. Pensiamoci.

Ps: leggo che la ragazza aveva chiesto aiuto alle macchine di passaggio e nessuno si è fermato. Se questa cosa è vera poi non chiediamoci perché serve combattere contro una cultura che coinvolge troppe persone, incluse quelle che pensano che “i panni sporchi si lavano in famiglia”.

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lunedì 30 maggio 2016

Israele - 200 ex generali contro Netanyahu, subito negozati con i palestinesi

di Michele Giorgio   il Manifesto

Oltre 200 ex generali ed ufficiali delle forze armate ed agenti dei servizi segreti, che si definiscono “Comandanti per la sicurezza di Israele”, criticano pubblicamente la mancanza di iniziativa da parte del governo Netanyahu e hanno elaborato un “piano” per sbloccare la situazione di stallo con i palestinesi. Non si tratta di una proposta particolarmente avanzata e rispettosa di tutti i diritti dei palestinesi. Chiede però un ampio ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967 per consentire ai palestinesi di costruire un loro Stato indipendente.

Il presidente del gruppo, Amnon Reshaf, ha condannato i “mercanti di paura” secondo i quali non ci sarebbe un partner palestinese per trattare un accordo. Un riferimento evidente agli esponenti della maggioranza di destra che negano l’esistenza di una controparte per eventuali negoziati e descrivono il presidente dell’Anp Abu Mazen come un nemico e un sostenitore del terrorismo.

Il piano chiede uno stop della costruzione di insediamenti ebraici nei Territori occupati, l’accettazione dell’iniziativa di pace araba del 2002 e il riconoscimento di Gerusalemme Est, la parte araba della città, come capitale dello Stato palestinese.

L’iniziativa allarga la spaccatura tra i militari e il governo Netanyahu che si è fatta ancora più profonda nei giorni scorsi dopo l’improvvisa nomina dell’ultranazionalista Avigdor Lieberman a ministro della difesa al posto di Moshe Yaalon, un ex comandante delle forze armate.

Intanto la Francia si prepara ad ospitare, il 3 giugno, un incontro con i ministri degli esteri di diversi Paesi finalizzato alla convocazione, in autunno, di una conferenza internazionale per rilanciare il negoziato israelo-palestinese. L’iniziativa francese è stata respinta da Netanyahu che si è detto disposto solo ad incontrare Abu Mazen.

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I cinque mesi che ci aspettano

Ci aspettano cinque mesi di fuoco. E’ bene esserne consapevoli. Mettendo i fila i passaggi fin qui prevedibili, se ne ricavano scenari da cui i movimenti politici e popolari che spingono per il cambiamento di segno quantomeno progressista, possono acquisire punti di forza o gestire le possibili battute d’arresto. Proviamo ad analizzare i passaggi che ci attendono.

1) Tra il 5 e il 20 giugno ci sono elezioni nelle più importanti aree metropolitane del paese. Il  progetto di governance autoritaria del PD di Renzi rischia forte in alcune di esse, in particolare a Napoli e Roma. Ha poche chance a Milano, se la deve giocare a Bologna, ha meno problemi a Torino. E’ evidente come la sconfitta del progetto piddino/renziano a Roma e Napoli non può che essere l’obiettivo su cui convergere. Le forze in grado di declinarlo nelle urne sono De Magistris a Napoli e il M5S a Roma. A Napoli le cose sono più chiare. A Roma, se fino al primo turno sarà comprensibile esprimersi in coerenza con le proprie identità – sia con il non voto che con un voto mirato – al ballottaggio non si possono fare prigionieri: i candidati del Pd (o eventualmente quelli neofascisti) devono uscire sconfitti dalle urne, il Pd oggi è il nemico da battere. Quindi, anche se esprimono soggettività, potenzialità e progetti diversi tra loro, sostegno a De Magistris e alla Raggi.

2) Se le due maggiori aree metropolitane nel nostro paese – Napoli e Roma – rompono con il progetto di governance autoritaria di Renzi, potrebbe determinarsi uno scenario che contiene grandi potenzialità politiche. Ad esempio sul piano dello stop alle privatizzazioni dei servizi pubblici locali al centro del Testo Unico del governo (riforma Madia) e dei diktat della Commissione Europea, sullo stop al ricatto del debito, sul reddito sociale per i disoccupati. Due amministrazioni locali di grandi aree metropolitane che si mettono di traverso al governo, aprono la strada ad una possibile alleanza “politica” tra movimenti sociali, sindacali, ambientali, democratici e governi locali di opposizione contro il progetto renziano ed europeo.

3) Tre giorni dopo i ballottaggi del 20 giugno, il 23 giugno, novità rilevanti potrebbero venire dall’esito del referendum sulla Brexit in Gran Bretagna. Se vince il si all’uscita dall’Unione Europea, l’obiettivo del referendum sui Trattati Europei e sulla fuoriuscita del nostro – Ital/Exit – e degli altri paesi socialmente massacrati dall’Unione Europea,  ne trarrebbe una forza enorme sul piano politico e sociale. La Piattaforma Sociale Eurostop, ad esempio, ha inquadrato questo scenario molto meglio dei sostenitori di un “Piano B” già completamente depotenziato dalle sue aspettative più avanzate.

4) A giugno ci sono nuovamente le elezioni politiche in Spagna dopo sei mesi in cui non si è riusciti a costituire una coalizione di governo. La decisione di Izquierda Unida di dichiarare pubblicamente l’obiettivo dell’uscita dall’Unione Europea è un passo in avanti rilevante. Dovrà ovviamente trovare il modo di declinarlo nella coalizione con Podemos che invece su questo è molto più arretrato.

5) In Francia lo scontro sociale contro le “leggi sul lavoro” antisociali e la governance autoritaria che l’Unione Europea sta imponendo a tutti i paesi aderenti, indica una linea di resistenza di straordinaria importanza. I tempi, purtroppo, non sembrano ancora maturi per gli effetti-contagio. Non lo è stato per la Grecia dei momenti migliori, né con la Spagna degli Indignados. L’accumulazione delle forze antagoniste avviene ancora su base nazionale, ma è ovvio che tutto questo produce un senso comune di rottura e rivolta comune ai diversi paesi europei.

6) Infine ad ottobre c’è “la madre delle battaglie” con il referendum/plebiscito controcostituzionale voluto da Renzi. E’ evidente come nei prossimi mesi occorrerà lavorare pancia a terra, quartiere per quartiere, metro per metro, per mandare la gente a votare e votare NO e per mandare a casa Renzi. Per settembre e ottobre già si è cominciato a discutere di una mobilitazione nazionale per il No al referendum e contro Renzi, di uno sciopero generale che coniughi vertenze sindacali/sociali con la difesa della democrazia e dell’attivazione di una campagna capillare nel paese. Rimane ancora l’incognita della data del referendum di ottobre, che Renzi vorrebbe celebrare prima della decisione  della Corte Costituzionale il 4 ottobre sulla ammissibilità del ricorso di incostituzionalità avanzato verso il nuovo sistema elettorale: l’Italicum. Un minor tempo a disposizione è un fattore che gioca a favore del governo che sta manipolando ampiamente le comunicazioni di massa.

Quali scenari si potrebbero aprire e con i quali fare i conti nei prossimi cinque mesi?

– Se Renzi va male alle elezioni nelle grandi città, la Corte Costituzionale accetta di discutere l’incostituzionalità dell’Italicum e il governo perde il referendum di ottobre, Renzi va a casa e si apre una fase completamente nuova e interessante.

– Se Renzi porta a casa la pelle nelle elezioni comunali e vince il SI al referendum/plebiscito di ottobre, le amministrazioni locali di Roma e Napoli diventerebbero il “ridotto” dal quale animare la resistenza politica, sociale e democratica in tutto o in parte del paese contro la governance autoritaria.

Si tratta dunque di due scenari che richiedono comunque una forte capacità di visione e azione politica di segno antagonista, di classe e democratico. Se si mette in campo una alleanza politica e sociale con qualche presidio istituzionale nelle città, intorno a obiettivi come il no alle privatizzazioni, la priorità del diritto al lavoro e all’abitazione, la democrazia partecipativa e l’uscita dall’Unione Europea e dall’euro come alternativa alla gabbia esistente, avremmo a disposizione un programma politico a tutto tondo con concrete possibilità di radicamento e rappresentanza politica del nostro blocco sociale di riferimento. Ma soprattutto  potremmo riaprire – nuovamente e finalmente – la prospettiva della rottura per il cambiamento politico e sociale nel nostro paese e di poter influenzare gli altri a fare altrettanto.

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America e antiamerica nelle elezioni Usa

Abbiamo il primo verdetto nella corsa alla presidenza statunitense: Donald Trump sarà lo sfidante ufficiale del campo democratico, uno schieramento che sarà rappresentato – a meno di eventuali cataclismi – da Hillary Clinton. Per tutti, uno scontro tra l’America presentabile e quella impresentabile. In realtà, al di là delle diverse e più che convergenti qualità dei due sfidanti, sarebbe più utile comprendere le ragioni sociali di uno scontro a detta di molti fuori dal comune. A questo riguardo, sul Corriere di qualche giorno fa Alan Friedman invitava ad un’analisi più in profondità della questione. Ora, Friedman è notoriamente un personaggio improbabile, ma la visuale da cui legge lo scontro che appresta a mettersi in scena permette l’individuazione di alcune caratteristiche di questa elezione, che altrimenti rimarrebbero schiacciate dall’afflato ultra-soggettivista e politicista che trova spazio nei media mainstream. Trump e Clinton sono due liberisti miliardari, pienamente dentro i centri di comando degli Stati Uniti. Se osservassimo lo scontro solo dal punto di vista soggettivo dei due sfidanti, non potremmo cogliere altro che la scontata omogeneità del potere statunitense, capace di accalorarsi per sfide che in realtà celano una totale continuità tra i vari possibili presidenti. Questa parte di verità esiste ed è sotto gli occhi di tutti. E’ anche la parte di verità “principale”, nel senso che svela sinteticamente la politica americana meglio di molte altre parole. Potremmo fermarci qui eppure, mai come oggi, serve uno sforzo di comprensione.


Perché i due sfidanti sono (o vengono raccontati) così diversi? Sui principali media la natura dello scontro viene schiacciata sulla diversità personale dei due protagonisti. Eccentrico e volgare tycoon privato Trump, rispettabile donna della politica Clinton, con pochi veri consensi ma dalla sua la forza della continuità istituzionale. Per operare un salto interpretativo andrebbe invece cambiata prospettiva. Perché un personaggio davvero degradante come Trump ha potuto fare così tanta strada da portarlo alla candidatura presidenziale, e per la prima volta nei sondaggi con diverse possibilità di vittoria? La soluzione a questa domanda va ricercata nella società americana. Friedman dice una cosa molto forte: l’elettorato di Trump e di Bernie Sanders è in buona sostanza lo stesso. Quel pezzo di società impoverita dalla crisi, composta da lavoratori senza più orizzonti di arricchimento, espulsi o precarizzati dai cicli produttivi, emarginati dal discorso pubblico, si sono divisi nell’appoggiare Trump o Sanders, ma sono accomunati da una voglia di riscatto o più semplicemente di “presenza” che personaggi “istituzionali” come la Clinton non garantiscono più. Il “sogno americano” sembra essersi bloccato, e per quanto Hollywood, le serie Tv, la cultura generalista prodotta dagli Usa tenti di preservarne l’alone mitico, senza vera redistribuzione di ricchezza la sola ideologia di potere non basta più.

Non abbiamo la certezza che sia così. Non possediamo dati certi o tendenziali che i due potenziali elettorati siano composti prevalentemente da questo tipo di soggettività. E’ però vero che queste elezioni rappresentano in qualche modo una novità, palesano una frattura difficilmente colmabile negli Usa senza ritorno alla redistribuzione economica. La vera novità non è tanto Trump, quanto la corsa all’elezione di Sanders. Mai nessun outsiders aveva avuto fino ad oggi tante chance di vittoria, aveva messo così in difficoltà il Partito democratico, da posizioni apertamente socialdemocratiche quasi – almeno per gli standard Usa – socialiste. Se questo è vero, da questo punto di vista Sanders e Trump si assomigliano più di quanto ragione vorrebbe. Non è una somiglianza soggettiva naturalmente: i due non potrebbero essere più diversi. Ma ambedue portano in dote la possibile rappresentanza di un pezzo sempre più grande di società americana senza più rappresentanza. Una società falcidiata dalla crisi e dalle sperequazioni del reddito, che stanno polarizzando una popolazione mai così divisa economicamente al proprio interno.
A mio avviso, per comprendere la crescita del voto a favore di Trump bisogna capire che l’America che vota per Trump e quella che vota per Sanders sono più simili di quello che la logica di destra e sinistra suggerirebbe[…] Trump e Sanders sono d’accordo nel ritenere che il commercio libero sia un male che minaccia posti di lavoro. Entrambi sono pieni di appeal agli occhi dei poveri o dei lavoratori del ceto medio-basso, che faticano ad arrivare alla fine del mese[…] La verità è che sia Trump che Sanders, in modi diversi, parlano alla pancia di milioni di americani che si sentono ingannati dal sistema, trascurati dalla ripresa economica, più poveri e pieni di rabbia e frustrazione.
Secondo dati citati da Friedman, 50 milioni di americani (il 15% della popolazione), sono sotto la soglia di povertà. Altri 106 milioni (il 33% degli americani), la superano di pochissimo. Una faglia sociale con pochi epigoni in Europa e nel resto del mondo “ricco”, eppure oggi più che mai capace di prendersi la scena, sebbene in forma ultra alienata, e probabilmente senza determinare alcunché di concreto nella politica Usa. Il problema, però, non ci sembra tanto la crescita economica.

E’ in gioco un altro fattore determinante e storicamente – almeno nel Novecento – davvero raro da ritrovare. Gli Stati Uniti sono in crescita, così come è in crescita economica l’Europa. Sono crescite certamente ridotte nelle percentuali del Pil, ma per economie mature e in buona sostanza “post-industriali”, difficilmente si possono prevedere – anche per ipotesi accademica – percentuali più alte. Insomma, invece dell’1% si può crescere del 2%, ma è difficile, per non dire impossibile, che economie sofisticate e dalla domanda interna satura arrivino a crescere a ritmi cinesi. A meno di catastrofi come nuove guerre globali, anche il più ottimista dei professoroni liberisti si augurerebbe un trend di crescita dell’1,5-2% annuo, sapendo che di più sarebbe impossibile. Il fatto nuovo è che tale crescita avviene senza lavoro, da una parte, e dall’altra che la ricchezza prodotta rimane ferma nella gestione finanziaria di chi se ne appropria. Non c’è redistribuzione, quella che permetteva di legare il sogno americano, promosso dalla cultura mainstream, alla sostanza materiale dell’aumento di stipendio o della bassa disoccupazione e al lavoro garantito. Non c’è “dimensione pubblica” della crescita. Più gli Usa crescono, più crescono i poveri: questo l’apparente paradosso che determina la nascita di fenomeni politici “di rottura” (che poi questa rottura sia vera, presunta o solo mediaticamente raccontata, poco importa per questa analisi). Ci troviamo allora di fronte ad una novità, novità che peraltro trova spazio politico anche in Europa. In questo senso Trump è davvero simile ai movimenti “populisti” (come il M5S) o “reazionari” (come le varie forme di lepenismo) europei: le “ragioni sociali” che lo producono convergono con le basi materiali dell’affermazione delle destre populiste o reazionarie in Europa. L’assenza di lavoro in presenza di crescita, la mancata redistribuzione del reddito, la mancata integrazione di quote di popolazione nella rappresentanza politica “presentabile”, concorrono a plasmare una massa sociale di milioni di persone senza più rappresentanza, che si affidano a qualsiasi opzione politica percepita, anche solo perché mediaticamente così raccontata, come “opposta” alla convergenza politica liberista dei vari “centrodestra” e “centrosinistra” occidentali.

Questa che è poco più di un’intuizione dovrebbe, se ulteriormente confermata, divenire ipotesi di lavoro per le sinistre occidentali. Nel senso che o questa massa viene contesa politicamente alle forze populiste e reazionarie, o la sinistra sarà sempre più spinta a rappresentare quel pezzo di “società integrata” che però è numericamente in via di estinzione, e questa estinzione quantitativa e qualitativa determina così anche la scomparsa della sinistra politica in quanto tale. Di qui a capire “come si fa” ce ne corre. Ma già inquadrare il problema sarebbe qualcosa. Anche una lettura più attenta dei fenomeni politici statunitensi, in questo senso, può aiutare nell’impresa di trovare gli strumenti adatti ai tempi che corrono.

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