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sabato 30 aprile 2016

Stand 4 what U R


Dopo il Jobs Act arriva il Social Act: la prosecuzione della guerra contro i poveri con altri mezzi

Dopo il Jobs Act  è ora la volta del Social Act sostanziato in quel piano nazionale di contrasto alla povertà attualmente al vaglio delle Commissioni Lavoro e Affari sociali della Camera: “Disegno di legge delega al Governo per il contrasto alla povertà, il riordino delle prestazioni e il sistema degli interventi e dei servizi sociali”. Molti aspetti del suddetto piano sembrano riflettere quei tratti essenziali della riforma delle politiche attive del lavoro (Dgl150/2015) contenuta nel Jobs Act ed anticipati nella fallimentare “Garanzia Giovani”. Insomma, dopo i giovani Neet, dopo i disoccupati, è ora la volta dei poveri. Ancora una volta, ci troviamo dinanzi più ad un’operazione di maquillage che di sostanziale aggressione al fenomeno della povertà diffusa; più una risposta alle richieste della Commissione Europea che non ai 4 milioni di cittadini in povertà assoluta (6,8% della popolazione) cui si sommano i 7 milioni 815 mila persone (12,9%) in stato di povertà relativa. A decreti approvati ci diranno – come già accaduto – che per la prima volta il Governo si impegna a combattere la povertà; ci parleranno di misure di protezione sociale universalistiche illudendo chi versa in condizioni di povertà di poter uscire da quella condizione, per poi scoprire, alla prova dei fatti, che nulla di tutto ciò era stato programmato. Ma per poter comprendere il senso di questo provvedimento, districandosi tra apparenza e verità, tra confusioni lessicali e pratiche dibattute tra i pochi addetti ai lavori, è bene subito precisare quegli elementi di contesto che aiutano tutti noi a comprendere la reale portata di questo provvedimento e i suoi beneficiari.

Di quali poveri si sta parlando?

Definire l’ampiezza del fenomeno è un esercizio di difficile comprensione poiché porta con sé la definizione di “povero” e del come venga costruita quell’asticella – la soglia – sotto la quale si è definiti tali. Già qui iniziano le prime distinzioni tra chi è povero-povero (povertà assoluta) e chi è un po’ meno povero (povertà relativa), tra chi già vive in uno stato di deprivazione materiale e chi è a rischio di entrarvi. Si tratta di una stima in cui vengono considerati Poveri assoluti tutti coloro che sono al di sotto o pari alla linea convenzionale di povertà data dalla spesa di un paniere di beni e servizi minimi e necessari per una vita minimamente accettabile (evidentemente tale soglia cambia in base al numero di componenti, età, luogo di residenza ecc). Per dare un’idea più chiara, potremmo prendere a riferimento una famiglia di 2 componenti adulti residenti nella città di Roma dove la soglia di povertà assoluta per questa tipologia è di 1066,30 euro che scende a 862,60 euro se vive a Napoli.

Anche le stime sulla povertà relativa assumono a riferimento una linea convenzionale di povertà che però è calcolata secondo una ratio diversa: la soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel paese (spesa totale per consumi delle famiglie/numero dei componenti) che nel 2014 è risultata pari a 1.041,92 euro. Ebbene sì, questi due diversi modi di calcolare le soglie di povertà assoluta e relativa possono dar luogo a situazioni paradossali per cui la stessa famiglia che vive a Roma è povera in assoluto in quanto si colloca al di sotto di 1066,30 euro, ma meno povera secondo la soglia di povertà relativa: 1.041,92 euro.

Non solo, in alcuni casi si parla di individui, in altri di famiglie ed evidentemente, pur parlando delle stesse persone i dati sembrano acquisire un peso diverso. In tal senso, si dirà che nel 2014 sono 1 milione e 470 mila le famiglie che versano in povertà assoluta ( 5,7% delle famiglie residenti) e 2 milioni e 654 mila le famiglie che versano in stato di povertà relativa (10,3%). Questi numeri che richiamano l’attenzione dei media per il tempo della stesura di un articolo, costituiscono invece l’esito devastante di una impostazione neoliberista delle riforme che hanno interessato lo stato sociale e il mercato del lavoro. Politiche cui vi è sotteso un modello di sviluppo sociale sempre più disuguale che condanna alla fragilità anche quei cittadini che fino a ieri si sentivano al sicuro (Saraceno, Davis 2011).

Ma quanti sono questi cittadini non più al sicuro? Il quadro che ci fornisce  Eurostat, EU-SILC (2014), evidenzia una situazione ben più allarmante di quanto descritto dalle statistiche Istat, poiché ci restituisce una fotografia del nostro paese con il più alto numero di cittadini a rischio di povertà ed esclusione sociale nella Ue a 28. La fonte parla di una popolazione pari a 17 milioni e 146 mila cittadini (2014) assumendo a riferimento tutte le persone che presentano almeno una delle seguenti condizioni: 1) sono a rischio di povertà – reddito inferiore al 60% di quello mediano; 2) soffrono di grave deprivazione materiale – si  tratta di circa 7 milioni di persone; 3) vivono in famiglie con bassa intensità di lavoro.

Insomma, il 28,3% della popolazione italiana è a rischio di povertà relativa e di esclusione sociale, come precisato dalla stessa Banca d’Italia in occasione dell’audizione del 4 aprile scorso. Questo affondo, aldilà del tecnicismo evidenzia come nel calcolo dell’ammontare del fenomeno si nascondono parecchi inganni: i numeri cambiano al variare dei parametri assunti a riferimento. Ciononostante, il tema continua ad avere un ruolo marginale nella politica governativa a fronte di una emergenza sociale che inevitabilmente impatta anche sull’economia (più poveri, meno domanda di beni di consumo, meno occupazione e, dunque, più poveri ancora). Nel frattempo, questa emergenza ha interessato nuove categorie, nuove forme di povertà determinate dalla precarizzazione del lavoro, della crescente quota di lavoratori a basso salario (che tra il 2008 e 2015 passano da circa il 24% al 28% ) e così i working poor sono andati a sommarsi a quei poveri senza lavoro (disoccupati e scoraggiati). Per costoro l’assenza di uno strumento universale di contrasto alla povertà, di una misura di reddito minimo o di cittadinanza  (l’Italia, insieme alla Grecia è l’unico paese a non esserne dotata) li condanna ad una traiettoria certa di mera sopravvivenza.

La lotta tra i poveri assoluti

Rispetto a questa drammatica diffusione di poveri “certificati” e di cittadini che vivono in quell’area grigia “a rischio di povertà e di esclusione sociale” la Commissione Europea, da un lato, ha imposto una politica di austerity e il pareggio di bilancio, dall’altro, si è fatta promotrice di una politica di contrasto alla povertà, al punto da definirla come una priorità della strategia Europe 2020. In tale contesto, anche la politica di coesione 2014-2020 (fondi strutturali) è stata assunta come strumento per la riduzione dei poveri, dedicando – per la prima volta –  il 20% del FSE a tale fine. L’Italia, in fase di programmazione comunitaria si è perciò impegnata a ridurre il numero di questi soggetti a rischio – entro il 2020 –  a circa 13 milioni, intesi come coloro che versano in un disagio ben più composito di quello definito nel calcolo della povertà assoluta e di quella relativa cui si fa riferimento nel nostro paese. Su quel target e quella priorità il Ministero del lavoro e delle Politiche sociali ha costruito il “PON Inclusione Sociale” e, coerentemente, ogni Regione nella propria programmazione comunitaria ha stanziato un 20% delle risorse di FSE sull’Obiettivo Tematico “Lotta alla povertà e all’inclusione sociale”.

Si arriva così al nuovo disegno di legge prima citato che, ben lungi dall’assumere a riferimento tutti coloro che sono a rischio di povertà e di esclusione sociale (come sarebbe stato ovvio aspettarsi) e posta la scelta politica di dedicare ben poche risorse economiche (1,4 miliardi nel 2016 e un miliardo per ciascun anno a partire dal 2017) per combattere l’esito più drammatico di questo modello di sviluppo destinato a generare povertà, si concentra esclusivamente sullo zoccolo duro di questo flagello: i poveri assoluti.

Fin qui, tutto sembrerebbe plausibile se non fosse per quel terribile ossimoro ”universalismo selettivo” che si concreta in una riduzione drastica di quella platea di poveri assoluti che potranno beneficiare dello strumento. Ebbene sì, alla faccia dell’universalismo, al sostegno di natura economica e di servizi potranno accedervi solo coloro che: 1) hanno un figlio minore; 2) un ISEE non superiore a 3000 euro; 3) nessun membro occupato; 4) almeno uno di essi deve aver avuto un periodo lavorativo non superiore a 6 mesi nel triennio precedente.

Insomma, anziché mettere a regime una misura universalistica di sostegno al reddito per tutti coloro che non riescono a consumare un paniere di beni essenziali, si preferisce procedere con quella stessa logica categoriale che da sempre è sottesa alle nostre misure – sempre più esigue – di protezione sociale. Le stime più conservative parlavano di un costo di 7 miliardi (ben al di sotto dei 9, 5 miliardi stanziati per i famosi 80 euro per i dipendenti a basso reddito) per sostenere un intervento a carattere universalistico che almeno interessasse tutti i 4 milioni di poveri assoluti, mentre lo stanziamento previsto, coprirà appena 1 milione di costoro (il 25%).

Vi è, infine, un altro aspetto inquietante di questa vicenda che sembra ricalcare pedissequamente il modello di politiche attive definito nel Jobs Act ovvero, quel principio di condizionalità cui è sotteso il postulato: povertà e disoccupazione non sono determinate dalle scelte politiche in materia di welfare, occupazione ed economia bensì da responsabilità individuali ed incapacità personali di “competere”. Sentiremo così parlare di “Inclusione attiva”, modalità elegante per vincolare l’erogazione di quel misero sostegno al reddito, a specifiche azioni da parte del soggetto, ivi compresa la partecipazione a corsi di formazione ecc. Insomma, dopo l’importante business che questo Governo ha assicurato alle Agenzie Private per il Lavoro grazie a Garanzia Giovani e al Dgl 150/2015, è ora la volta del terzo settore che, dopo lo smantellamento dei servizi sociali pubblici sarà chiamato alla “presa in carico” degli ultimi degli outsider, da condividere con le Agenzie Private per il Lavoro e gli enti di formazione. Ma a fronte di un lavoro che non c’è, tutto si tradurrà in una mera prassi burocratica (con costi esorbitanti), perdendo nuovamente l’occasione di dotarci di una misura di reddito minimo universale, garantendo così a tutti i cittadini di non scendere mai più sotto quella “linea d’ombra più o meno scura” che chiamiamo povertà assoluta.

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Gramsci. Debolezza del capitalismo italiano e soluzione fascista

Il discorso alla Camera di Gramsci sulla natura del fascismo, il 16 maggio 1925, nell’unico suo discorso parlamentare, mentre si discuteva la legge per la soppressione delle società segrete, diretta in primo luogo contro la massoneria, ma in realto contro ogni opposizione, man mano che queste venivano spinte fuori dai margini della “legalità”.

*****

Gramsci: “Il problema è questo: la situazione del capitalismo in Italia si è rafforzata o si è indebolita dopo la guerra, col fenomeno fascista? Quali erano le debolezze della borghesia capitalistica italiana prima della guerra, debolezze che hanno portato alla creazione di quel determinato sistema politico-massonico che esisteva in Italia, che ha avuto il suo massimo sviluppo nel giolittismo?

Le debolezze massime della vita nazionale italiana erano in primo luogo la mancanza di materie prime, cioè la impossibilità per la borghesia di creare in Italia una sua radice profonda nel paese e che potesse progressivamente svilupparsi, assorbendo la mano d’opera esuberante.

In secondo luogo la mancanza di colonie legate alla madre patria, quindi la impossibilità per la borghesia di creare una aristocrazia operaia che permanentemente potesse essere alleata della borghesia stessa.

Terzo, la questione meridionale, cioè la questione dei contadini, legata strettamente al problema della emigrazione, che è la prova della incapacità della borghesia italiana di mantenere… [Interruzioni].

Il significato dell’emigrazione in massa dei lavoratori è questo: il sistema capitalistico, che è il sistema predominante, non è in grado di dare il vitto, l’alloggio e i vestiti alla popolazione, e una parte non piccola di questa popolazione è costretta ad emigrare…

Noi abbiamo una nostra concezione dell’imperialismo e del fenomeno coloniale, secondo la quale essi sono prima di tutto una esportazione di capitale finanziario. Finora l’imperialismo italiano è consistito solo in questo: che l’operaio italiano emigrato lavora per il profitto dei capitalisti degli altri paesi, cioè finora l’Italia è solo stata un mezzo dell’espansione del capitale finanziario non italiano.

Voi vi sciacquate sempre la bocca con le affermazioni puerili di una pretesa superiorità demografica dell’Italia sugli altri paesi; voi dite sempre, per esempio, che l’Italia demograficamente è superiore alla Francia. È una questione questa che solo le statistiche possono risolvere perentoriamente ed io qualche volta mi occupo di statistiche; ora una statistica pubblicata nel dopoguerra, mai smentita, e che non può essere smentita, afferma che l’Italia di prima della guerra, dal punto di vista demografico, si trovava già nella stessa situazione della Francia dopo la guerra; ciò è determinato dal fatto che l’emigrazione allontana dal territorio nazionale una tal massa di popolazione maschile produttivamente attiva, che i rapporti demografici diventano catastrofici. Nel territorio nazionale rimangono vecchi, donne, bambini, invalidi, cioè la parte di popolazione passiva che grava sulla popolazione lavoratrice in una misura superiore a qualsiasi altro paese, anche alla Francia.

È questa la debolezza fondamentale del sistema capitalistico italiano, per cui il capitalismo italiano è destinato a scomparire tanto più rapidamente quanto più il sistema capitalistico mondiale non funziona più per assorbire l’emigrazione italiana, per sfruttare il lavoro italiano, che il capitalismo nostrale è impotente a inquadrare.

I partiti borghesi, la massoneria, come hanno cercato di risolvere questi problemi? Conosciamo nella storia italiana degli ultimi tempi due piani politici della borghesia per risolvere la questione del governo del popolo italiano. Abbiamo avuto la pratica giolittiana, il collaborazionismo del socialismo italiano con il giolittismo, cioè il tentativo di stabilire una alleanza della borghesia industriale con una certa aristocrazia operaia settentrionale per opprimere, per soggiogare a questa formazione borghese-proletaria la massa dei contadini italiani specialmente nel Mezzogiorno.

Il programma non ha avuto successo. Nell’Italia settentrionale si costituisce difatti una coalizione borghese-proletaria attraverso la collaborazione parlamentare e la politica dei lavori pubblici alle cooperative: nell’Italia meridionale si corrompe il ceto dirigente e si domina la massa coi mazzieri… [Interruzione del deputato Greco].

Voi fascisti siete stati i maggiori artefici del fallimento di questo piano politico, poiché avete livellato nella stessa miseria l’aristocrazia operaia e i contadini poveri di tutta l’Italia. Abbiamo avuto il programma che possiamo dire del Corriere della Sera, giornale che rappresenta una forza non indifferente nella politica nazionale: ottocentomila lettori sono anch’essi un partito.

[Voci “Meno…”. Mussolini “La metà! E poi i lettori dei giornali non contano. Non hanno mai fatto una rivoluzione. I lettori dei giornali hanno regolarmente torto!].

Gramsci: Il Corriere della Sera non vuole fare la rivoluzione.

[Farinacci: Neanche l’Unità!].

Gramsci: Il Corriere della Sera ha sostenuto sistematicamente tutti gli uomini politici del Mezzogiorno, da Salandra ad Orlando, a Nitti, ad Amendola; di fronte alla soluzione giolittiana, oppressiva non solo di classi, ma addirittura di interi territori, come il Mezzogiorno e le isole, e perciò altrettanto pericolosa che l’attuale fascismo per la stessa unità materiale dello Stato italiano, il Corriere della Sera ha sostenuto sempre un’alleanza tra gli industriali del Nord e una certa vaga democrazia rurale prevalentemente meridionale sul terreno del libero scambio.

L’una e l’altra soluzione tendevano essenzialmente a dare allo Stato italiano una più larga base di quella originaria, tendevano a sviluppare le “conquiste” del Risorgimento.

Che cosa oppongono i fascisti a queste soluzioni? Essi oppongono oggi la legge cosiddetta contro la massoneria; essi dicono di volere così conquistare lo Stato. In realtà il fascismo lotta contro la sola forza organizzata efficientemente che la borghesia capitalistica avesse in Italia, per soppiantarla nella occupazione dei posti che lo Stato dà ai suoi funzionari. La “rivoluzione” fascista è solo la sostituzione di un personale amministrativo ad un altro personale”.

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Globalizzazione: la vendetta degli sconfitti

La globalizzazione nei paesi avanzati sta fallendo: chi la sostiene dovrebbe ammettere che ha fatto vittime. Wolfgang Münchau pubblica sul Financial Times la spiegazione alternativa a quella mainstream: la causa della crisi non sono gli Stati che non hanno fatto le “riforme” necessarie a renderli più competitivi. Nessun dato avvalla questa tesi.

La realtà è che le inevitabili crisi legate alla globalizzazione non sono state governate dagli Stati, nell’idea che la globalizzazione e l’integrazione europea avrebbero fatto del bene a tutti. Non siamo nel momento migliore per stringere un accordo come il TTIP o fare ulteriori liberalizzazioni, ammonisce Münchau.

La globalizzazione e l’appartenenza all’Eurozona hanno danneggiato non soltanto alcuni gruppi sociali, ma intere nazioni. Se i politici non si muoveranno di conseguenza, sicuramente lo faranno (lo stanno già facendo) gli elettori.

di Wolfgang Münchau, 24 aprile 2016

La globalizzazione sta fallendo nei paesi occidentali avanzati, dove questo processo, già osannato con l’idea che avrebbe fatto del bene a tutti, ora affronta un contraccolpo politico.

Perché? Il punto di vista dell’establishment, perlomeno in Europa, è che gli Stati abbiano trascurato di mettere in atto le riforme economiche necessarie per renderci più competitivi a livello globale.

Vorrei proporre una lettura alternativa. Il fallimento della globalizzazione in Occidente in realtà dipende dall’incapacità delle democrazie di governare gli shock economici che inevitabilmente derivano dalla globalizzazione – come la stagnazione dei salari reali medi per due decenni. Un altro shock è stata la crisi finanziaria globale – una conseguenza della globalizzazione – e il suo impatto permanente sulla crescita economica a lungo termine.

In una grande parte dell’Europa, la combinazione di globalizzazione e progresso tecnico ha distrutto la vecchia classe operaia e ora sta mettendo a rischio i posti di lavoro qualificati della classe media inferiore. Così l’insurrezione degli elettori non è né stupefacente né irrazionale. Perché gli elettori francesi dovrebbero accogliere con gioia la riforma del mercato del lavoro, se questa potrebbe avere come conseguenza la perdita del loro posto di lavoro, senza alcuna speranza di trovarne uno nuovo?

Alcune riforme hanno funzionato, ma chiediamoci il perché. Le acclamate riforme del mercato del lavoro tedesche nel 2003 hanno avuto successo nel breve periodo, perché hanno migliorato la competitività di costo del paese grazie a salari più bassi rispetto a quelli degli altri paesi avanzati. Ma queste stesse riforme hanno prodotto una situazione vicina alla piena occupazione solo perché nessun altro paese ha fatto lo stesso. Se altri avessero seguito l’esempio, non ci sarebbe stato alcun guadagno netto.

Inoltre, le riforme tedesche hanno avuto un enorme lato negativo: hanno abbassato i prezzi relativi in Germania e così hanno fatto impennare le esportazioni nette, il che a sua volta ha generato un enorme deflusso di risparmi, vale a dire la causa profonda degli squilibri che hanno portato alla crisi dell’eurozona. Riforme come queste ben difficilmente possono essere la ricetta giusta per affrontare il problema della globalizzazione da parte delle nazioni avanzate.

Del resto non c’è alcuna prova basata su fatti che i Paesi che hanno fatto le riforme abbiano ottenuto risultati migliori o siano maggiormente in grado di far fronte alle spinte populiste.

Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno strutture di mercato più liberali rispetto alla maggior parte dell’Europa continentale. Eppure il Regno Unito potrebbe essere sul punto di uscire dalla UE; mentre negli Stati Uniti i Repubblicani potrebbero essere in procinto di eleggere un populista estremista come loro candidato presidenziale. La Finlandia è in testa a tutte le classifiche di competitività, ma la sua economia è un caso disperato di non-ripresa e ha un forte partito populista.

L’impatto economico delle riforme è solitamente più sottile di quanto ammettono i loro sostenitori. E non c’è nessun collegamento diretto tra riforme e supporto ai partiti politici tradizionali.

La mia diagnosi è che la globalizzazione ha travolto le società occidentali sia dal punto di vista politico sia tecnico. Non c’è nessun modo in cui possiamo – né dobbiamo – sfuggirle. Ma il cambiamento deve essere governato. Questo significa accettare che questo potrebbe non essere il momento più adatto per un altro accordo di scambio commerciale o una liberalizzazione del mercato.

Nel week end scorso in Germania ci sono state grandi proteste contro il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP – Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti), un accordo tra Stati Uniti e Unione Europea. Uno dei suoi aspetti più criticati è che ridurrebbe la sovranità in campo legale dei suoi partecipanti.

Negli ultimi due anni c’è stato un drastico capovolgimento dell’opinione pubblica in Germania sui benefici del libero commercio globale in generale, e del TTIP in particolare. Nel 2014, quasi il 90 per cento dei tedeschi era favorevole all’abolizione delle barriere commerciali, stando a un sondaggio di YouGov. Oggi l’assenso è precipitato al 56 per cento. Nello stesso periodo le persone che si oppongono esplicitamente al TTIP sono aumentate dal 25 al 33 per cento. Questi numeri non suggeriscono che l’Unione Europea debba diventare protezionista. Ma il rapido mutare delle cifre dovrebbe servire come segnale d’allarme per i politici, invitandoli a muoversi con prudenza.

Non capisco perché Sigmar Gabriel, leader del patito socialdemocratico tedesco e ministro dell’Economia, sia un sostenitore così appassionato del TTIP. Se davvero cerca di interrompere l’erosione di consenso nei confronti del suo partito, dovrebbe essere maggiormente in grado di comprendere il costo politico di questo accordo. Non è molto sorprendente che una larga parte dei sostenitori del partito xenofobo Alternative für Deutschland provenga dalle file degli ex elettori della SPD.

Un no al TTIP perlomeno eliminerebbe uno dei fattori che sono alla base dell’irrompere di sentimenti contro l’Unione Europea o contro la globalizzazione. I marginali vantaggi economici legati all’accordo non sono sufficienti a controbilanciare le conseguenze politiche della sua adozione.

Quello che i sostenitori della liberalizzazione globale dei mercati dovrebbero ammettere è che sia la globalizzazione sia l’integrazione europea hanno fatto vittime. Si pronosticava che entrambi avrebbero creato una situazione in cui nessuno ci avrebbe rimesso, mentre alcuni ci avrebbero guadagnato. Non è andata così. Siamo vicini al punto in cui la globalizzazione e l’appartenenza all’eurozona hanno danneggiato non soltanto alcuni gruppi sociali, ma intere nazioni. Se i politici non si muoveranno di conseguenza, sicuramente lo faranno gli elettori.

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Primo maggio contro

Due anime percorrono questo Primo Maggio. Una è quella di regime. Essa è ben simboleggiata dalla orribile pubblicità di Cortina, che usa Pelizza da Volpedo per chiamare alle ultime discese sui suoi costosi impianti di sci. È l’assorbimento consumistico della festa dei lavoratori, come purtroppo è già in gran parte avvenuto per l’8 marzo. Contribuiscono sicuramente a questa distruzione del senso della giornata appuntamenti come il Concertone di Roma. Questo spettacolo promosso da CGIL CISL UIL e concordato censura per censura con le autorità della Rai, ha il compito rappresentare un momento di svago che non configge con nessuno, men che meno con chi il lavoro lo sfrutta.

E che la parola sfruttamento sia invece quella più necessaria oggi ce lo dicono da ultimi i dati dell’INAIL, che proprio alla vigilia della festa dei lavoratori ci informano che coloro che sono rimasti uccisi sono il 16% in più rispetto all’anno scorso. 1200 sono le vittime degli omicidi per il mercato, la competitività, la precarietà, lo sfruttamento.

Chi lavora, chi riesce ad uscire dalle sabbie mobili della disoccupazione di massa dove affondano tutti i principi della democrazia, è sottomesso allo sfruttamento perché subisce il più brutale dei ricatti. O mangi sta minestra o salti dalla finestra, questa è l'antichissima e brutale filosofia che regola oggi i rapporti di lavoro. E che tiene vincolati alla stessa catena i braccianti impiegati nei campi a tre euro all’ora, gli operai della Fiat costretti a turni massacranti, i dipendenti delle banche che devono vendere obbligazioni a rischio, i lavoratori dei servizi pubblici sui quali si scaricano addosso i tagli allo stato sociale. Ricatto è la parola che oggi accompagna e sostiene sempre l’altra, sfruttamento. Assieme queste due parole sono i pilastri sui quali si regge l’attuale rapporto di lavoro, spinto sempre di più alla regressione verso il Medio Evo. A questa marcia indietro del lavoro ha dato la sua spinta Matteo Renzi, con l’eliminazione dell’articolo 18 e con la continua aggressione a tutti i diritti residui delle lavoratrici e dei lavoratori, che il presidente del consiglio condanna come privilegi da abbattere. Renzi odia i sindacati, soprattutto quelli che fanno il loro dovere a difesa dei lavoratori, e ama i padroni che come Marchionne li combattono. Renzi giudica incomprensibili le lotte e le manifestazioni, che fa regolarmente bastonare dalla polizia. Renzi è capo di governo più aggressivo e reazionario verso il lavoro da molti decenni. Il Primo Maggio nel suo vero significato non può che essere prima di tutto contro Renzi e tutto ciò che fa e rappresenta.

Ecco emergere allora la seconda, la vera anima della festa delle lavoratrici e dei lavoratori: quella che nasce dalla lotta contro il potere che sfrutta. Il segnale più forte e vicino ci viene dalla Francia, dove da un mese lavoratori e studenti lottano contro la loi travail, almeno lì il Jobsact lo traducono. Il Primo Maggio in Francia sarà una giornata di manifestazioni contro Hollande e la sua legge per rendere più facili i licenziamenti. E quei cortei parleranno a noi e a tutti i lavoratori d’Europa, imbrogliati e vessati dalla Unione Europea, dall’Euro, dai sacrifici immani nel nome delle banche e della finanza. Certo rispetto a ciò che accade in Francia la caduta della mobilitazione in Italia è impressionante, ma non dobbiamo scoraggiarci. Nonostante il torpore amministrato dal potere e da Cgil Cisl Uil avremo anche noi tanti segnali di un Primo Maggio contro. Da chi farà sentire la sua rabbia per la fabbrica che chiude a chi protesterà contro i supermercati aperti. Dalle piazze ufficiali dove comunque emergeranno scontento e indignazione, alle mobilitazioni alternative. Tra cui voglio ricordare quella che si svolgerà a Napoli, a Bagnoli contro la privatizzazione di un intero territorio.

Segnali di ripresa di passione e lotta al di fuori della, e contro la, pacificazione di regime ce ne sono e saranno sempre di più. Per questo possiamo comunque augurarci un buon Primo Maggio contro.

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Niger. Una nave di sabbia alla deriva

I naufraghi sono stati raccolti passata la frontiera di Assamaka. Scoperti in mare aperto. Migranti che cercavano di attraversare illegalmente il confine con l’Algeria. Nella zattera alla deriva hanno trovato decine di migranti. Oltre un centinaio le donne coi bambini arrestati nell’oceano chiamato Sahara. Le forze di sicurezza li hanno abbordati, arrestati e ricondotti al porto più vicino. Naufraghi improvvisati senza mappa e direzione apparente. Zattera di sabbia che una duna senza nome ha tradito con la complicità del vento, torrido, di stagione. Le riserve d’acqua erano esaurite e i pozzi sono ormai lontani dagli itinerari dei turisti. L’isola più vicina si allontanava e neppure le scialuppe potevano accostarla. Una bandiera bianca sventolava distratta dall’altra sponda. I bambini a bordo hanno cominciato a cantare senza voce.

I disertori hanno pubblicato una dichiarazione il 27 aprile scorso. Si tratta di una parte dell’equipaggio che allerta sulla deriva della nave. Una ventina di associazioni del bastimento sono definite resistenti per contestare il capitano e il suo equipaggio. Denunciano una mascherata elettorale che solo soddisfa i pirati e i contrabbandieri della flotta armata dell’economia. Una nave di sabbia che, secondo i disertori, naviga dritta verso le colonne d’Ercole della dittatura. Rivendicano il diritto di manifestare liberamente e senza condizioni. Chiedono la liberazione dei prigionieri e la vista ai ciechi. Domandano le dimissioni della Corte Costituzionale e la dissoluzione della Commissione Elettorale Indipendente. Hanno indetto una giornata di sciopero per la nave che pochi hanno seguito. I disertori si preparano a manifestare sul ponte il sabato.

Gli ammutinati sono silenziosi. Formano la maggioranza della nave di sabbia. Stanno sottocoperta e stivati dove capita raccontano avventure ormai passate. Solo quando l’ora del rancio tarda a venire si lamentano in silenzio. Imbarcati senza contratto come manovalanza a buon mercato si sono ammutinati un giorno che non ricordano. Vedono passare le oasi e seguono con gli occhi il volo dei gabbiani. Coltivano dove possono e sperano che domani arrivi in tempo. Credono che Dio solo possa capire quello che si aspettano dalla vita. Gli ammutinati sono tenuti a bada da militari dall’uniforme stirata da poco. Giovani ufficiali, caporali e sergenti al soldo della sicurezza dei pochi che alloggiano a parte e organizzano serate danzanti. Si guardano da lontano come abitassero navi differenti. Tutti, invece, navigano nella stessa nave di sabbia.

I mercanti abitano i posti migliori della nave di sabbia. Commerciano e vendono di tutto. Oro, argento, pietre preziose e perle. Lino e porpora, seta, avorio e legni pregiati. Schiavi, armi e cocaina. Comprano e vendono voti elettorali, contratti, licenze, terreni, giacimenti, libri santi e acqua benedetta. Sono alloggiati nel castello a piani della nave di sabbia e imbarcano mercenari per fare le loro guerre di mercato. Mercanti del tempo che nel Sahel si deposita come polvere sugli avvenimenti e si trasforma in impunità. Acquistano diritti umani e li svendono ai politici durante i mandati presidenziali. Si camuffano in benefattori e arruolano il circo umanitario per spettacoli in prima serata. A loro non importa la destinazione del viaggio. La nave di sabbia è scortata da bucanieri e briganti. Il timone, da domenica all’alba, l’hanno preso le donne, che viaggiavano clandestine a bordo.

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Ragusa. Consigliera del M5S fan di Mussolini

“Non festeggio il 25 aprile” e “noi eravamo fascisti, poi siamo rimasti fascisti e rimarremo sempre fascisti” e ancora “il 25 aprile è cominciata l’occupazione”. Sono alcune delle frasi, accompagnate da foto di busti di Mussolini, che nei giorni scorsi Giovanna Sigona, consigliera comunale di maggioranza a Ragusa, comune amministrato da qualche tempo da una giunta monocolore espressione del Movimento 5 Stelle, ha pubblicato sul suo profilo Facebook, proprio in concomitanza con il 25 aprile.

L’esponente ragusana del Movimento 5 Stelle non nasconde la propria ideologia. Come quando nel 2015 aveva affermato in aula la “necessità” di allontanare i migranti dal centro di Ragusa.

Intervistata, la consigliera si è difesa affermando che gli slogan risalgono ad alcuni anni fa (anche se li ripubblica ogni anno) e che quest’anno si è limitata a scrivere che “non festeggia il 25 aprile perché non si sente libera”. E poi ha spiegato che ha pubblicato le foto dei busti del Duce – casualmente il 26 aprile – perché sono stati realizzati da lei stessa in pietra lavica: “ho pubblicato quelli di Mussolini così come quelli di Hitler, che mi sono stati commissionati” si è giustificata… aggiungendo che comunque va molto fiera dei suoi lavori, ed in particolare dei busti del dittatore italiano, “i frutti della cui opera ci stiamo ancora godendo”. “Credo che Mussolini abbia fatto delle cose positive per il nostro paese” ha spiegato appellandosi alla libertà di parola vigente in un paese democratico come l’Italia. Anche se, a una domanda esplicita rivoltale dall’intervistatore, la signora Sigona risponde di non rinnegare affatto il fascismo e di non trovare alcuna contraddizione tra l’ideologia mussoliniana e quella del partito che rappresenta in un consiglio comunale.

Dopo le polemiche sollevate nei giorni scorsi dai giornali locali, il Movimento 5 stelle ha preso le distanze: “Apprese le gravi dichiarazioni della consigliera comunale”, si legge in una nota, “inerenti l’esaltazione dell’ideologia fascista nel rispetto della Costituzione e della legge Italiana, il M5S si dissocia apertamente e condanna tali affermazioni reputandole ancor più gravi per il ruolo istituzionale che la stessa rappresenta”. Una tiepida presa di distanze alla quale Giovanna Sigona risponde dal suo profilo Facebook con questa frase: “Perché lo state facendo ora, dopo che ogni anno il 25 aprile pubblico la stessa foto? Perché ci sono le elezioni. Siete falsi e ipocriti”.

Ma per ora nessuno ha citato la possibilità di una espulsione della consigliera neofascista, mentre la stessa sorte è toccata a molti esponenti del movimento guidato da Beppe Grillo per molto meno...

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Si direbbero piccoli problemi di selezione della classe dirigente...

venerdì 29 aprile 2016

Bordate all’eurozona: domenica l’Austria, venerdì la Grecia

Non era difficile prevedere il fatto che già il primo turno delle elezioni austriache provocasse problemi seri all’Italia. E’ esplosa subito la questione Brennero che riguarda sia i profughi che l’economia visto che, con i nuovi controlli alle frontiere, ci sono diverse catene della logistica che rischiano di veder lievitare i costi o di saltare. Diversi osservatori, che in Austria si definiscono neutrali, hanno parlato di una campagna elettorale tutta giocata sull’immigrazione “che ha approfondito ed accelerato le distanze dagli schieramenti” (riportiamo qui una intervista alla Deutsche Welle).

L’Austria è un paese economicamente fermo – chiude la prossima previsione di bilancio con un piccolo avanzo strutturale ma anche, di riflesso, con un tasso di crescita di poco superiore allo zero – che è evidentemente spiazzato dai flussi migratori. Dalla Germania, anzi dalla Baviera, sono già arrivati segnali di malessere rispetto alla chiusura delle frontiere austriache che danneggia diverse catene della logistica che passano tra i due paesi. Vedremo cosa accadrà sapendo che, se salta la catena Schengen, il riflesso su economia e (poi) finanza sarà non trascurabile. Di sicuro quello che sta accadendo è una bordata all’eurozona, non intesa come moneta ma come area dove si intensificano i flussi di traffico. Ma c’è anche il rischio di bordata all’eurozona come moneta. La crisi bancaria di Hypo, oggi Heta, sta portando la regione Carinzia al fallimento, (previsioni attendibili danno perdite superiori di tre volte al bilancio della stessa regione) ed è evidente come l’Austria rischi di avvitarsi su una crisi politica, legata ai profughi, economica e finanziaria. Tra l’altro, in caso di vittoria della Fpoe al secondo turno delle presidenziali, non è da escludere un conflitto tra presidenza e governo (coalizione centrodestra-centrosinistra fino al 2018) che può essere risolto dal presidente della repubblica ma che potrebbe non essere indolore.

In questo scenario c’è il ritorno, sulle scene perchè dietro le quinte non si è mai conclusa, della crisi greca. Lo scontro, tra governo greco e il solito plotone di istituzioni continentali e non, è sulla prossima tranche di finanziamenti al paese ellenico. La Grecia, per l’ennesima volta, rischia la bancarotta tra maggio e settembre. E, per l’ennesima volta, al paese ellenico, in cambio degli “aiuti” vengono chieste misure draconiane per vampirizzare, ancora di più, il paese. Quale è la novità rispetto agli ultimi mesi? Che la Grecia ha ripreso a fare resistenza, rifiutando le clausole di salvaguardia (quelle che l’Italia ha accettato da tempo) a garanzia del debito. Clausole che il governo greco ritiene incostituzionali. Certo, lo scorso anno abbiamo visto, in diretta mondiale, quanto sia, oggettivamente, poco solida la resistenza del governo Tsipras in caso di trattative del genere dentro-o-fuori. Ma la nuova bordata all’eurozona, da una crisi ritenuta sotto controllo, c’è. E le crepe, in questi crisi, non le allarga l’opinione pubblica ma i mercati finanziari. In cerca di crisi, e quindi di volatilità di borsa, per qualche guadagno ribassista su tutta la superficie globale.

Rimane, come notava Varoufakis nella fonte che citiamo, che dall’inizio della fase acuta della crisi, la Grecia ha ricevuto cento miliardi di dollari dalle istituzioni internazionali. Dove sono finiti questi soldi? Girati alle banche francesi e tedesche che avevano fatto della Grecia l’Eldorado della speculazione. Banche che non hanno ancora risolto la crisi del 2008. Come l’austriaca Hypo che “salvata” nel 2009, continua a fare danni anche oggi. Certo bordata oggi, bordata domani, l’eurozona appare poco in salute. Vedremo il suo stato entro la fine dell’estate (tra Austria, Grecia, Brexit e Spagna). Nel frattempo, si conferma la verità dell’ultimo monologo della Grande scommessa: mentre la finanza continua ad esplodere, la gente se la prende con gli immigrati.

Redazione, 29 aprile 2016

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Hound dog


Egitto - Giornalisti in piazza contro al-Sisi

Decine di giornalisti hanno marciato ieri per le strade del Cairo denunciando il regime di al-Sisi per le “violazioni della libertà di stampa” avvenute durante le proteste di lunedì. In un reclamo ufficiale redatto dal Consiglio del sindacato dei giornalisti e consegnato alle autorità egiziane, gli operatori dell’informazione hanno accusato il ministro degli interni, Majdi Abdel Ghaffar, e il capo delle forze di sicurezza nella capitale, Khaled Abdel Aal, per quanto accaduto quattro giorni fa.

Il sindacato ha stigmatizzato il comportamento delle forze dell’ordine per gli arresti di alcuni giornalisti avvenuti “illegalmente prima e durante i cortei di lunedì”. Secondo il Comitato di protezione della stampa, infatti, almeno 33 operatori dell’informazione sono stati fermati in diverse retate compiute dalla polizia prima ancora che avessero luogo le manifestazioni.

Il reclamo di sei pagine consegnato ieri alle autorità egiziane accusa anche la polizia di aver bloccato i giornalisti all’interno della sede del sindacato mentre erano in corso le proteste e di aver impedito a quelli che erano rimasti fuori di entrare nell’edificio. Ma le colpe delle forze di sicurezza non finirebbero qui. I poliziotti, si legge ancora nel testo, avrebbero permesso ai sostenitori del regime di al-Sisi di attaccare le sedi del sindacato fornendo loro protezione. Prima di marciare verso l’Alta corte di giustizia, un gruppo di fotoreporter ha ieri voluto simbolicamente alzare le telecamere in segno di protesta contro la repressione governativa che ha subito.

La cronaca della giornata di lunedì è stata un lungo elenco di manifestazioni (talvolta di poche decine di persone) disperse con lanci di candelotti lacrimogeni, di arresti, di raid in diverse località egiziane. La protesta più consistente è avvenuta in piazza Mesaha, nel governatorato di Giza, dove si sono radunate centinaia di persone che hanno scandito slogan contro il regime reo di aver ceduto all’Arabia Saudita le due isole “egiziane” del Sinai (Tiran e Sanafir). I manifestanti hanno chiesto poi la scarcerazione di tutti gli egiziani arrestati lo scorso fine settimana. Imprecisato il numero delle persone fermate nei vari cortei che hanno attraversato il Paese. Secondo l’attivista Zayed Salem, nella sola giornata di lunedì gli arrestati sono stati 161, in maggioranza a Dokki (il Cairo). Altre fonti sostengono che il totale sarebbe più alto.

Mentre il regime prosegue la sua inflessibile campagna securitaria contro i dissidenti, una nuova polemica diplomatica investe il Paese. In visita ufficiale ad Abu Dhabi, il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha detto mercoledì che il mondo arabo, l’Africa e la Palestina avrebbero bisogno di un Egitto “forte” non di quello “fragile sotto l’amministrazione di as-Sisi”. Le dichiarazioni hanno mandato su tutte le furie i vertici del regime egiziano che ha risposto subito per le rime. In una nota, il ministero degli esteri egiziano ha detto che le dichiarazioni turche “riflettono lo stato psicologico” di Ankara da quando è salito al potere l’ex generale as-Sisi. Ha rincarato poi la dose il portavoce del ministro degli esteri egiziano, Ahmed Abu Zeid. Secondo Abu Zeid, i turchi dovrebbero smetterla di ripetere questi “slogan vuoti” e dovrebbero, invece, badare di più alle posizioni politiche che hanno assunto negli ultimi anni che li hanno portati ad isolarsi con il resto del mondo.

Le relazioni tra Egitto e Turchia sono tese da quando il presidente egiziano islamista democraticamente eletto, Mohammed Morsi, è stato destituito con un colpo di stato militare il 30 giugno 2013. In più di una circostanza Erdogan ha chiesto al Cairo il rilascio del suo stretto alleato. I suoi appelli sono sempre caduti nel vuoto.

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Generation clash


Pisa: al Cnr la protesta dei ricercatori

Nonostante i media abbiano voluto ridurre la giornata di oggi al semplicistico schema scontri tra manifestanti e polizia, in piazza davanti al CNR di Pisa c’erano anche tanti lavoratori e lavoratrici degli Enti Pubblici di Ricerca, provenienti da tutta Italia (CNR, ISS, ISPRA, ISTAT, CREA, ISFOL, ENEA, INDIRE) che hanno manifestato la propria contrarietà alla riforma proposta dalla Ministra Giannini, pacificamente, ma con estrema determinazione e con contenuti molto chiari.

La riforma Giannini-Madia, così come è scritta, disperde un patrimonio del Paese dismettendo di fatto due generazioni di ricercatori, dichiarando il loro profilo ad esaurimento e pertanto chiuso. Licenziamenti certi per migliaia di precari, probabili esuberi nel personale di supporto sono le conseguenze della proposta Giannini che costruisce una sistema della ricerca pubblica svilito nella sua funzione di servizio rivolto alla committenza sociale.

USB ha presentato a metà marzo le proprie proposte al Ministro Madia e sfida questo Governo al confronto sui contenuti, anche se non ci aspettiamo aperture da parte di chi ha mostrato finora solo disprezzo per quel pezzo di Paese che lavora nel settore pubblico al servizio della cittadinanza, compresi i lavoratori degli Enti di Ricerca.

USB continuerà con le iniziative di opposizione a questa riforma, chiamando alla mobilitazione tutti i lavoratori della Ricerca Pubblica per difendere il proprio futuro e quello del nostro Paese.

Unione Sindacale di Base

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Gimme shelter


Iran - Al voto per i ballottaggi delle parlamentari

Urne aperte oggi fino alle 18 (ora locale) per quasi 17 milioni di iraniani per i ballottaggi delle elezioni parlamentari di febbraio. In ballo vi sono 68 seggi (sui 290 totali del parlamento) che stabiliranno definitivamente chi, tra le forze moderate o quelle più restie ad un riavvicinamento con l’Occidente, controllerà la prossima legislatura nella Repubblica Islamica. Due mesi fa un blocco di riformisti vicini al presidente Rouhani ha ottenuto la maggioranza dei voti (106 seggi a fronte dei 64 conquistati dai radicali e 52 dagli indipendenti). A febbraio un peso fondamentale lo hanno avuto i giovani sotto i 35 anni (oltre il 60% della popolazione) e le donne che hanno visto nel tandem riformista-centrista l’opzione per un’ulteriore apertura del Paese dentro e fuori i confini.

Nel primo turno il voto fu duplice: oltre al votare per il parlamento (il Majlis) i cittadini furono chiamati anche ad eleggere i membri dell’Assemblea degli Esperti, il corpo che nomina il leader supremo. Nella provincia di Teheran, la più popolosa del Paese, i riformisti hanno vinto tutti e 30 i seggi parlamentari disponibili e 15 dei 16 seggi disponibili all’Assemblea degli Esperti (sugli 88 posti complessivi). Un risultato, quest’ultimo, molto importante perché mai come questa volta – affermano molti analisti – è alta la possibilità che i nuovi membri eletti potrebbero partecipare all’elezione del successore dell’attuale Guida Suprema, l’Ayatollah 76enne Alì Khamenei, ormai malata da tempo.

I risultati delle votazioni rappresentano il primo test per Rouhani dopo l’accordo sul nucleare raggiunto con le grandi potenze (tra cui gli Usa) nei mesi scorsi. Sebbene il voto parlamentare di fatto non produca grandi cambiamenti nelle politiche iraniane, è tuttavia vero che un risultato convincente delle forze riformiste potrebbe rafforzare la figura di Rouhani e, di conseguenza, favorire le sue riforme in ambito sociale ed economico. I moderati, che si presentano ai ballottaggi di oggi con 58 candidati, hanno bisogno di ulteriori 40 seggi per potersi assicurare il controllo del nuovo parlamento. Indipendenti e falchi presentano complessivamente 78 candidati. Ciascun parlamentare eletto resta in carica 4 anni. Secondo quanto ha dichiarato il ministro degli interni, Abdolreza Rahmani Fazli, i risultati delle votazioni si dovrebbero conoscere sabato. I lavori parlamentari inizieranno invece a fine maggio.

Negli ultimi giorni molte figure di spicco del mondo politico e religioso iraniano hanno esortato i cittadini a recarsi alle urne. Tra questi, anche l’Ayatollah Khaminei. ”L’importanza dei ballottaggi – ha dichiarato mercoledì – non è inferiore a quella del primo turno [di febbraio]. Abbiamo bisogno che tutti partecipino. Il voto è decisivo”.

Inviti simili sono stati fatti dai principali schieramenti politici. In particolare da quello riformista che considera (non a torto) le elezioni di oggi un vero e proprio referendum sulla politica di distensione con l’Occidente portata avanti dal presidente iraniano e dal ministro degli esteri Zarif che è culminata con l’accordo sul nucleare.

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Nuit Debout e i limiti del gauchismo

La sinistra di classe deve fare i conti con il populismo. Questo il giudizio – a dire il vero l’unico interessante nella marea di commenti preconfezionati letti in questi giorni – espresso da Carlo Formenti riguardo alle proteste francesi contro la riforma del lavoro predisposta dalla legge El Khomri. Interessante perché problematizza l’interpretazione di un movimento, altrimenti raccontato unicamente nei termini enfatici tipici di certe “analisi” interessate. Le mobilitazioni “spontanee”, “orizzontali”, e (ovviamente) “giovanili” generano sempre entusiasmi trasversali pari solo alla rapidità del riflusso che le caratterizza e al vuoto che lasciano dietro di sé. Formenti non si ferma però a rilevare i limiti di uno schema ormai caratteristico delle sinistre europee. Dice anche che con tali venature populiste bisogna farci i conti, sporcandosi le mani, senza banalizzazioni libresche, cogliendone non solo i limiti ma, forse soprattutto, le potenzialità di “rigenerazione” della sinistra. In ogni caso questo ventennio ci sta consegnando una modalità di partecipazione politica che non è solo il frutto distorto di certo populismo progressista, ma anche il prodotto specifico dello scenario politico contemporaneo. Prima di affrontare la questione bisognerebbe chiedersi se la mobilitazione francese in corso ricalchi davvero forme di populismo.

Populismo è concetto sviante per descrivere bene un movimento di protesta. E’ un’astrazione generica, trasversale, disorientante, che si presta poco alla comprensione effettiva di un fenomeno politico. Vale sicuramente in alcune circostanze (ad esempio, il “peronismo” corrisponde bene al concetto di populismo, così come certi movimenti qualunquisti europei, vedi il M5S), ma non basta ritrovare alcuni elementi in questa o quella mobilitazione per marchiare politicamente un movimento come “populista” (che ha, sempre, una valenza negativa e mai tecnica). Il movimento francese in questione, più che populista, ci sembra ricalcare piuttosto le modalità organizzative e gli orizzonti politici della sinistra movimentista europea dell’ultimo ventennio. Le differenze, che pure ci sono a leggere certe analisi, soprattutto di Frederic Lordon, sono più il riflesso della contingenza particolare e dell’esperienza accumulata, che date dalla natura politica del movimento, mentre le aderenze agli altri movimenti di protesta di riferimento (Occupy Wall Street o Indignados) ci sembrano maggiori. Il problema strutturale che invece si può rilevare è d’altro tipo.

La particolare situazione francese non consente più movimenti di protesta che partano o stabiliscano il proprio campo ideale e logistico nel centro della metropoli. In Francia la frattura di classe passa dalla segregazione geografica, razziale, economica e culturale delle banlieue contro la città integrata, inclusa, ricca, turistica. Non c’è movimento di classe se non parte e se non coinvolge le classi subalterne migranti delle periferie. La riproposizione di mobilitazioni per diritti, anche sociali, da cui sin dal principio sono esclusi gli emarginati della società francese, non farà che approfondire il solco traumatico tra classi integrate nello Stato e classi escluse e disintegrate dalla partecipazione politica.

Sono rappresentati i bisogni, i problemi, la condizioni di vita e di lavoro delle periferie francesi nella lotta alla legge El Khomri oggi in Francia? I dubbi sono molti, conoscendo l’incomunicabilità radicale tra centro e periferia attualmente esistente, nonché la composizione sociale di queste proteste. Certo gauchismo, se un tempo aveva la forza della mobilitazione a scapito della propria innata trasversalità sociale, oggi può essere più un problema che una soluzione. Evidentemente è meglio mobilitarsi contro la deriva neoliberista che anche in Francia sta trovando disposizione giuridica, ma se l’obiettivo della mobilitazione stessa non assume subito i contorni dello scontro tra periferia e centro, questo è destinato non tanto alla sconfitta, ma al repentino assorbimento nel campo del dissenso compatibile, fisiologico e in qualche maniera utile all’autonarrazione delle possibilità democratiche del liberalismo occidentale. Insomma, qui il problema non è tanto quel che si dice o si pensa, che può essere più o meno condivisibile, quanto il pezzo di società che si vuole o si può rappresentare. Ed è un problema maledettamente complesso, perché se per tutto il Novecento lo schema era più “intuibile” e legato ad automatismi virtuosi, oggi lo sfaldamento sociale e politico impone una scelta di campo e un cambio di paradigma. Frederic Lordon dice cose condivisibili: la critica dei limiti dei movimenti simili precedenti (appunto OWS e Indignados) va nella direzione giusta (critica però mai metabolizzata dai suoi epigoni: chi si entusiasma per Nuit Debout è lo stesso che si entusiasmava per il 15M o i vari Occupy, senza rilevare differenze, senza sollevare dubbi, procedendo per esaltazione allogena, e in nessun caso avanzando per autocritica), soprattutto nel rimettere al centro la natura politica dello scontro in atto, il suo posizionarsi inequivocabilmente nella frattura destra-sinistra, nella sua radice nel rapporto tra capitale e lavoro. Dice anche cose meno condivisibili, a partire dalla retorica costituente che caratterizza certo pensiero tardo-post-operaista onanistico. Non è questo, davvero, il problema. Piuttosto, ecco: l’ennesima lezione del professorino in carriera che spiega la necessità di ribellarsi, prima ancora che ai comunisti in via d’estinzione, ha stancato e disilluso quel proletariato migrante e autoctono escluso dai processi d’integrazione sociale, processi ai quali invece aspirano quei più o meno giovani mobilitati nel centro della metropoli occidentale.

Carlo Formenti dice però una cosa decisiva nel suo invito a non banalizzare quello che lui chiama “populismo di sinistra”. L’attuale forma della politica, la sua natura intrinsecamente distante e opposta ai bisogni e agli istinti della popolazione subalterna, nonché la stagnazione economica che non consente redistribuzioni di reddito capaci di suscitare consenso, impongono il populismo come forma tipica delle istanze politiche antagoniste di questi anni. La mobilitazione trasversale contro il ceto politico è sbagliata in termini politici, ma riveste una natura sociale che è importante cogliere, la quale è il prodotto della particolare dinamica capitalistica di questi ultimi decenni, che genera reddito per élite sociali e impoverimento per il resto della popolazione. E’ in atto una polarizzazione sociale che si esprime politicamente attraverso istanze confusionarie, parzialmente trasversali, assolutamente spurie, in una parola: populiste, come le definisce Formenti con un termine che condividiamo poco. E una sinistra degna di questo nome tale problema non può nasconderlo, ma farci i conti, pena la sua scomparsa. Siamo d’accordo. Sporcarsi le mani significa d’altronde esattamente questo, saper stare dentro certe proteste, colme di contraddizioni e altrettanto foriere di potenzialità. In ogni caso, starne completamente fuori non aprirebbe spazi concorrenti ma al contrario chiuderebbe ulteriori possibilità di influenza sociale e politica, relegherebbe certa sinistra non solo all’irrilevanza, ma definitivamente nel campo della nemicità popolare. E’ una dialettica mai stabile per definizione, ma che va perseguita in maniera militante, questo si, e insediata socialmente laddove ci interessa stare. Non è la confusione politica oggi il freno, ma la natura di classe dei soggetti mobilitati. E in Francia questo limite ci sembra presente non da oggi, ma da un ventennio abbondante.

Kiev, morto in carcere il prigioniero politico antifascista Igor Astakhov

Ci siamo occupati solo pochi giorni fa di un tema che non sembra stare a cuore ai media nostrani, quello del numero e delle condizioni delle centinaia di prigionieri politici finiti nelle carceri del regime golpista di Kiev a partire dalla presa del potere nel febbraio del 2014. Uno dei prigionieri politici più noti è morto in carcere la scorsa settimana. Della vicenda parla un articolo di Enrico Vigna, che riproduciamo in parte.

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Igor Astakhov, prigioniero politico e attivista antifascista di Odessa, è morto in carcere, ucciso dalla mancanza di cure e dalle torture, delle autorità ucraine

Enrico Vigna, 28 aprile 2016

Nella tarda serata del 23 aprile 2016 è morto nel carcere di Odessa il prigioniero politico Igor Astakhov, ucciso dalla illegalità e dalla mancanza di cure, oltreché per le torture e violenze subite in detenzione. Il cuore malato dell’uomo si è fermato. Era il giorno del suo compleanno.

Il regime di Kiev ha comunicato che “è morto per insufficienza cardiaca“.

Igor Astakhov era nato 48 anni fa, era stato arrestato il 20 gennaio 2015, accusato per i fatti del 2 maggio ad Odessa; era stato accusato per il sospetto coinvolgimento nell’uccisione di un noto esponente neonazista dei Battaglioni ATO, Yanu Shishman, e delle sue due guardie del corpo. Secondo le informazioni disponibili e i documenti video e fotografici, Shishman era uno dei capi dell’assalto neonazista alla Casa del Sindacati, dove il 2 maggio furono assassinate 48 persone e oltre 200 rimasero mutilate e ferite; questi era uno di quelli che lanciarono le molotov alla Casa dei Sindacati a Odessa il 2 maggio, e che avevano personalmente bruciato persone lì rifugiate.

Astakhov era stato accusato sulla base del codice penale ucraino, dell’articolo 115 parte 2: uccisione di diverse persone; dell’articolo 263 parte 1: possesso illegale di armi e dell’articolo 294: parte 2, partecipazione a disordini di massa il 2 maggio. Egli fin dall’inizio era stato membro attivo delle milizie di autodifesa popolare contro i nazisti di Odessa e contro il golpe di EuroMaidan. Un vero patriota ucraino antifascista, come si definiva.

Il suo avvocato in questi sedici mesi ha denunciato e documentato le orribili torture e violenze a cui è stato sottoposto, non solo all’inizio della detenzione, ma anche pochi mesi fa.

“Astakhov a partire dal primo giorno della sua detenzione è stato sottoposto a torture terribili. Ogni giorno è stato sottoposto a metodi illegali di interrogatorio. E ‘stato picchiato, torturato con scosse elettriche, unghie strappate, dita schiacciate, costole rotte, chiedendogli di ammettere le accuse e deporre contro i suoi compagni. Igor aveva una valvola artificiale nel cuore e dopo le torture stava sempre peggio, di recente aveva avuto un attacco di cuore e la richiesta di chiamare un medico non aveva avuto risposta”.

Persino la sua famiglia poteva incontrarlo solo saltuariamente e solo a molti mesi dal suo arresto.

Anche le continue richieste di maggiori cure e assistenza sono state negate, tutte cadute in un letale silenzio. Tutto invano. Attese, rinvii e tutto è rimasto in attesa, mese dopo mese, anno dopo anno. Hanno aspettato e sperato: ma la Giunta di Kiev è sorda ai diritti umani ed alla legalità internazionale.

I suoi avvocati hanno anche coinvolto le parti che partecipano agli “Accordi di Minsk”, Ucraina, Russia, Bielorussia, L/DNR, UE, fornendo le documentazioni relative alle bestiali violenze e torture a cui era sottoposto e chiedendo che fosse incluso negli scambi di prigionieri di guerra tra le parti.

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Roma. Berlusconi molla Bertolaso e punta su Marchini. Aria fetida nella capitale

Nella corsa per il sindaco di Roma, Berlusconi con un ribaltamento delle sue scelte dichiarate fino ad una settimana fa, ha “mollato” il suo candidato Guido Bertolaso. Adesso Forza Italia nelle elezioni comunali della Capitale sosterrà Alfio Marchini, uomo dei costruttori e dei palazzinari, figlio d’arte e giovane imprenditore rampante. “Con il dottor Guido Bertolaso – afferma in una nota Berlusconi – abbiamo deciso di sostenere e fare nostra la candidatura dell’ingegner Alfio Marchini. Non è una scelta nuova. Marchini era stato la nostra prima opzione, ed era caduta per i veti posti da un alleato della coalizione”.

Secondo il noto sondaggista berlusconiano Nicola Piepoli, patron e presidente dell’omonimo istituto demoscopico, con la convergenza di Bertolaso su Marchini “a Roma il quadro cambia radicalmente e la destra aumenta le sue possibilità di vincere”. In un commento raccolto dall’Ansa, Piepoli commentando il passo indietro del candidato di Forza Italia, ritiene che “La destra ora può vincere ma deve lavorare parecchio” argomentando la sua tesi: “Ci sono due aree di destra concorrenti che sono entrambe al 20% circa. Il terzo è Giachetti” che è all’incirca allo stesso livello, mentre “la Raggi è fuori gioco, nel senso che è più alta”. Tutti e tre, insomma, “si devono contendere un posto al ballottaggio” rendendo la situazione della corsa al Campidoglio “finalmente molto più aleatoria”. Secondo un sondaggio riservato e realizzato anche dell’altra sondaggista berlusconiana Ghisleri trapelato una decina di giorni fa sul Corriere della Sera, l’ex capo della Protezione civile sarebbe stato inchiodato al 5% come lista di FI e al 6% come candidato sindaco, ossia quinto in classifica, dietro di molto ad Alfio Marchini, accreditato al 12-13%.

Al vetriolo le reazioni degli altri esponenti della destra.“Renzi e Casini chiamano e Berlusconi risponde. Continua l’incredibile balletto di Fi che anche oggi cambia candidato” ha dichiarato Matteo Salvini dopo la notizia del passo indietro di Bertolaso e della convergenza di Forza Italia su Alfio Marchini. “Siamo contenti della semplificazione del quadro politico a Roma. Ora ci aspettiamo un’ulteriore semplificazione con la diretta e aperta convergenza di Alfio Marchini e di Forza Italia sul candidato del Pd e di Renzi, Roberto Giachetti” commenta fuori dai denti la candidata della destra a sindaco di Roma, Giorgia Meloni. Ma tra i fascisti romani non tutti reagiscono allo stesso modo. Ad esempio dopo la convergenza di Forza Italia su Alfio Marchini, sembra che anche Francesco Storace, candidato a sindaco di Roma per La Destra, stia valutando di fare un passo indietro in favore di Marchini.

Destra dunque in ordine sparso e “Partito della Nazione” creato da Renzi in pole position per giocare su due candidati: il giovane e rampante Marchini oppure lo stagionato, renziano e allineato Giachetti. Chi dei due riuscisse ad andare al ballottaggio potrà contare sull’appoggio sia di Renzi che di Berlusconi e del loro mutevole e infido entourage.

Nella Capitale si respira sempre più forte un aria fetida, per nulla attenuata dallo svolazzare di grembiulini degli affiliati alla loggia del Partito della Nazione. A Roma serve decisamente far saltare il tavolo e spazzare via tutto questo, un’impresa che appare quasi disperata ma altrettanto necessaria.

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Siria: tregua in frantumi

di Michele Paris

La fragilissima tregua negoziata per la Siria a febbraio da Russia e Stati Uniti appare sempre più sul punto di crollare dopo l’impennata di violenze registrata negli ultimi giorni, in particolare nella battaglia in corso per la conquista della (ex) capitale economica del paese, Aleppo. Soltanto qui, in meno di due settimane si sono contate almeno 200 vittime, cadute sia sotto i colpi dell’artiglieria e degli aerei da sia guerra del regime di Assad e della Russia, sia per mano dei “ribelli”.

Gli episodi di cui sono responsabili questi ultimi continuano però a suscitare un livello di indignazione decisamente minore tra governi e stampa occidentali rispetto a quelli attribuiti alle forze di Damasco.

I segnali del nuovo aggravamento della situazione nel paese mediorientale sono evidenti da tempo e questa settimana l’inviato speciale dell’ONU per la Siria, Staffan de Mistura, è sembrato prenderne atto nonostante il cauto ottimismo ostentato in precedenza.

Il diplomatico italo-svedese ha espresso estrema preoccupazione per quanto sta accadendo ad Aleppo e giovedì ha rivolto un appello disperato ai governi di Russia e Stati Uniti per prendere “iniziative ai più alti livelli” e cercare di salvare il cessate il fuoco, condizione necessaria per far segnare un minimo progresso sul fronte diplomatico.

Anche i negoziati di pace di Ginevra sono inevitabilmente a un punto morto, dopo che i leader del cosiddetto Alto Comitato per i Negoziati (HNC), che dovrebbe rappresentare i gruppi di opposizione al regime di Damasco, la settimana scorsa hanno abbandonato il tavolo delle trattative in segno di protesta per il mancato accoglimento di alcune richieste preliminari.

Secondo de Mistura non ci sarebbe motivo per cui Mosca e Washington non debbano mostrare la volontà di rimettere in piedi un processo diplomatico per il quale “hanno investito un così ingente capitale politico”. In realtà, le ragioni del sostanziale stallo delle trattative sulla Siria e della ripresa delle ostilità sul campo non sono per nulla risolte e hanno a che fare con il persistere di interessi totalmente divergenti tra USA e Russia sul futuro di questo paese.

L’intesa sul cessate il fuoco era stata accettata dall’amministrazione Obama principalmente per testare la disponibilità degli alleati della Siria a favorire un’uscita di scena pacifica del presidente Assad, sia pure facendo qualche concessione, come la presenza di uomini legati al regime in un eventuale governo di transizione. In questo modo, Washington intendeva provare a raggiungere per via diplomatica l’obiettivo perseguito militarmente per cinque anni, cioè installare, quanto meno nel medio periodo, un regime con un orientamento strategico opposto a quello di Assad.

Se la Russia ha più volte segnalato di essere disposta a valutare un cambio alla guida della nuova Siria, ciò da cui non intende transigere è però il mantenimento della propria influenza nel paese. La fermezza con cui da Damasco si continua inoltre a respingere qualsiasi ipotesi di esclusione di Assad da un futuro governo sembra limitare le opzioni di Mosca, dove si è ben consapevoli della doppiezza degli Stati Uniti e dei loro alleati, pronti a sfruttare qualsiasi concessione per avanzare la propria agenda.

De Mistura, dopo avere chiuso mercoledì la sessione di due settimane di colloqui indiretti a Ginevra, ha fatto sapere che il prossimo round di negoziati dovrebbe essere convocato a maggio, anche se l’assenza di una data precisa lascia intendere che si stia valutando un nuovo rinvio.

Il capo della delegazione siriana a Ginevra, Bashar Ja’afari, qualche giorno fa aveva comunque definito “utili e costruttivi” i colloqui. Da parte sua, de Mistura avrebbe fatto una proposta che prevede la permanenza di Assad alla guida nominale della Siria ma con alcuni suoi poteri trasferiti a tre o quattro vice-presidenti graditi a entrambe le parti. Sia il regime sia le opposizioni hanno tuttavia respinto l’ipotesi. Il che, secondo la stampa occidentale, potrebbe avere contribuito all’abbandono dei negoziati da parte di queste ultime.

Giovedì, intanto, i giornali occidentali hanno dato ampio rilievo alla distruzione di un ospedale di Aleppo in un’area della città controllata dai “ribelli”. I bombardamenti, attribuiti alle forze governative dai negoziatori dell’opposizione, avrebbero fatto decine di morti, tra cui medici e bambini. Decisamente meno spazio viene invece dato alle atrocità commesse nella città siriana dai gruppi armati anti-Assad e, soprattutto, alla composizione di questi ultimi contro cui il governo e le forze aeree russe stanno combattendo.

Ad Aleppo vi è una forte presenza di formazioni legate ad al-Qaeda, a cominciare dalla filiale dell’organizzazione jihadista in Siria, il Fronte al-Nusra. Non solo, anche i gruppi ritenuti “moderati” dall’Occidente si mescolano o collaborano in maniera più o meno intensa con quello qaedista.

A confermare questo quadro non è solo la propaganda di Mosca o Damasco, ma anche le dichiarazioni di svariati esponenti del governo e delle forze armate americane. Qualche giorno fa, il segretario di Stato, John Kerry, aveva affermato in un’intervista al New York Times che la Russia si stava “muovendo ad Aleppo” perché membri del Fronte al-Nusra operano assieme ad altri gruppi sostenuti dai governi occidentali.

Lo stesso concetto lo ha ribadito mercoledì anche il portavoce delle forze USA in Iraq, colonnello Steve Warren, il quale ha definito “complicati” gli scenari di Aleppo, visto che in questa città opera il Fronte al-Nusra che non è incluso nell’accordo sulla tregua in Siria.

Le richieste presentate dall’opposizione a Ginevra appaiono dunque difficilmente accettabili, sia per la situazione sul campo sia per la natura di questi gruppi e il ruolo destabilizzante che continuano a svolgere in Siria senza avere nessuna base di consenso tra la popolazione.

In maniera legittima, il governo di Mosca martedì ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di aggiungere due gruppi armati alla lista di quelli considerati terroristi attivi in Siria. Le due formazioni sono Jaish al-Islam e Ahrar al-Sham, entrambe rappresentate nei colloqui di Ginevra. Addirittura, il negoziatore capo dell’HNC, Mohammed Alloush, è uno dei leader di Jaish al-Islam.

L’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, si è detto certo che le due organizzazioni hanno “stretti legami” con al-Qaeda, ma anche con lo Stato Islamico (ISIS). Da Washington, la richiesta è stata accolta con irritazione. Il portavoce del dipartimento di Stato, Mark Toner, ha sostenuto che la proposta di Mosca rischia di mettere ancora più a rischio la tregua in Siria, senza però discuterne il merito.

Dietro a queste formazioni ci sono paesi come Turchia e Arabia Saudita e la loro presenza al tavolo dei negoziati rappresenta uno dei principali ostacoli a una risoluzione pacifica del conflitto. D’altra parte, anche gli Stati Uniti continuano a mantenere un atteggiamento per lo meno ambiguo nei confronti dei gruppi fondamentalisti che combattono in Siria, poiché, malgrado le preoccupazioni che possono suscitare, sono le uniche forze che operano con una certa efficacia per il cambio di regime a Damasco.

La malafede dei governi che auspicano il rovesciamento di Assad è evidente anche dai piani che l’amministrazione Obama sta valutando in previsione del definitivo fallimento dei negoziati di Ginevra. In tal caso, come hanno riportato di recente i media, scatterebbe l’implementazione di un “piano B” che consiste nell’aumento delle spedizioni di armi letali ai “ribelli”, a cui vanno aggiunti i 250 uomini delle forze speciali USA che il Pentagono ha da poco annunciato di volere inviare in Siria a sostegno dei 50 già presenti sul campo.

Preoccupante è infine un’altra iniziativa avallata dagli Stati Uniti su richiesta della Turchia. Proprio qualche giorno fa il regime di Erdogan ha dato notizia del dispiegamento di batterie missilistiche americane lungo il confine con la Siria. La decisione è motivata ufficialmente da ragioni difensive dopo un bombardamento attribuito all’ISIS contro la città turca di Kilis che ha fatto cinque morti lo scorso fine settimana.

Il sistema missilistico sarebbe però anche a poche decine di chilometri da Aleppo, possibile obiettivo turco nel caso la situazione per le formazioni jihadiste sostenute da Ankara dovesse precipitare e mettere a rischio gli ingenti investimenti fatti da Erdogan, ma anche da Washington e dagli altri partner nella regione, per abbattere il regime di Damasco.

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La gestione del petrolio determinerà il futuro della Libia

di Francesca La Bella

Ormai da molti anni, ogni qualvolta si scrive di Libia, sembra che la condizione di frammentazione e di disequilibrio del Paese sia giunta ad un punto di frattura tale da non permettere di immaginare una soluzione positiva né nel breve né nel lungo periodo. L’avvicendamento di Governi e milizie incapaci di mantenere un efficace controllo territoriale, la continua ed, apparentemente, inarrestabile avanzata dello Stato Islamico (IS) e il progressivo decadimento delle strutture economiche hanno fatto pensare, più volte, che si fosse giunti ad un punto di non ritorno e che un nuovo intervento internazionale fosse ormai alle porte.

In questi giorni un simile copione si è riproposto. Lunedì il presidente in carica, Fayez al Sarraj, avrebbe chiesto alla comunità internazionale di intervenire a supporto del Governo libico per difendere le risorse petrolifere del Paese dall’azione dello Stato Islamico. Dopo lunghi mesi di attesa in cui la possibilità di intervento veniva vincolata ad una preventiva richiesta di un Governo legittimo, la richiesta di aiuto del Governo di Accordo Nazionale (GNA) aprirebbe le porte alle potenze internazionali. La realtà è, però, meno lineare di quanto possa apparire. Da un lato, il GNA, creato a tavolino a Tunisi con il supporto delle Nazioni Unite ed insediatosi ormai da alcune settimane a Tripoli, mantiene una legittimità limitata in tutto il Paese e, in particolare, nelle aree amministrate dall’IS e nell’area di Tobruk dove le forze del Generale Khalifa Haftar conservano un discreto controllo territoriale. Dall’altra, gli attori internazionali che dovrebbero guidare l’intervento di supporto sembrano porsi, nuovamente, in una posizione attendista rispetto agli eventi.

Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, dopo le indiscrezioni del Corriere della Sera secondo le quali Roma avrebbe previsto l’invio di un contingente tra i 600 e i 900 uomini a sostegno dell’azione del GNA a difesa dei terminal petroliferi, fonti della Difesa e del Governo hanno immediatamente ridimensionato l’entità dell’intervento subordinandolo all’esistenza di un’azione internazionale coordinata e rivendendone i numeri al ribasso. Allo stesso modo il G5 (Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia), riunito ad Hannover proprio mentre la richiesta di Sarraj veniva resa pubblica, pur affermando la vicinanza al GNA e la legittimità della richiesta, non sarebbe giunto a delineare una chiara strategia di intervento o delle definitive tempistiche di azione.

In questa fase, come in passato, le scelte degli attori internazionali sembrano guidate da forze opposte che determinano un atteggiamento ambivalente ed ambiguo rispetto alla questione. Se da un lato, in una logica strettamente neo-coloniale la comunità internazionale sembra voler proteggere i propri investimenti nel Paese, in primo luogo in ambito petrolifero, ed impedire che la crisi libica tracimi al di fuori dei confini andando a incidere sulla sicurezza e la stabilità europea, dall’altro il ricordo del fallimento dell’intervento contro Gheddafi induce alla cautela. Il timore che un nuovo coinvolgimento bellico in terra libica possa minare i rapporti commerciali e portare ad una recrudescenza degli scontri, ha indotto i Governi europei, l’ONU e gli Stati Uniti ad attuare una politica di soft power che, attraverso l’investitura di un nuovo Governo ed un supporto militare di medio profilo alle forze locali, ambirebbe a mutare la situazione locale senza la necessità di un’ufficiale azione bellica.

Un’ulteriore problematica che incide sulle scelte internazionali è sicuramente il ruolo ricoperto dal Governo di Tobruk e da Haftar nelle dinamiche libiche in generale e negli eventi di questi ultimi giorni in particolare. Negli scorsi mesi, molto si è discusso sulla possibilità di spartizione della Libia lungo linee di demarcazione regionali con la supervisione degli Stati Uniti: Tripolitania affidata alla gestione italiana, Fezzan sotto protettorato francese e Cirenaica controllata dalla Gran Bretagna. Sotto il controllo di Tobruk ricadrebbe, però, un’area approssimativamente sovrapponibile alla Cirenaica e, anche grazie al sostegno dell’Egitto di Al-Sisi, il Generale Haftar sarebbe riuscito, nonostante l’estromissione dal GNA, a mantenere un effettivo controllo di buona parte delle forze armate e a respingere l’avanzata dell’IS nelle aree limitrofe. L’ostilità degli attori locali, ma anche solo la mancanza di relazioni con questa controparte, potrebbe indebolire il progetto di “ri-costruzione” della Libia e portare ad un irrimediabile fallimento sia dell’opzione unitaria sotto la guida di Sarraj sia dell’opzione di protettorato internazionale.

A rendere ancor più evidente la distanza tra GNA e Tobruk ha contribuito la scelta di quest’ultimo, di esportare petrolio dal Paese senza l’autorizzazione del Governo centrale a prescindere dai divieti ONU espressi nella risoluzione 2278. La petroliera Distya Ameya, battente bandiera indiana, avrebbe lasciato il porto di Hariga lunedì sera con un carico di 650.000 barili di greggio in direzione di Malta. Dopo la denuncia della violazione, mercoledì sarebbe giunta la sanzione delle Nazioni Unite e il bando dal territorio libico della nave. Il Governo di Tobruk avrebbe, inoltre, promosso la creazione di una Libyan National Oil Company (NOC) orientale, concorrente e non allineata rispetto al NOC nazionale che, all’arrivo di Sarraj in territorio libico, aveva dato il proprio benestare al GNA.

La concomitanza tra la richiesta di intervento per difendere i pozzi dallo Stato Islamico e la crisi petrolifera con Tobruk, induce a pensare che i timori di Sarraj siano equamente ripartiti rispetto alle potenzialità disgregative dell’azione dei gruppi jihadisti e del Governo di Tobruk. In tal senso, risulta significativa la richiesta di Sarraj alle forze di Haftar e a quelle di Misurata di bloccare l’offensiva contro lo Stato Islamico a Sirte “fino a quando non verrà nominato un comando congiunto per l’offensiva”. Sotto questa luce, appare evidente che il reale oggetto del contendere tra le diverse forze sia sempre più il controllo delle fonti di profitto piuttosto che la legittimità politica o il futuro del Paese.

Francia - Manifestazioni contro la legge sul lavoro. 124 arresti, ventotto poliziotti feriti

Decine di fermi in Francia per gli scontri avvenuti oggi durante la quarta giornata di mobilitazione contro la nuova legge del lavoro osteggiata da studenti, sindacati e lavoratori. Secondo la CGT, nella capitale hanno manifestato  60.000 persone. A Marsiglia sono stati fermati 57 manifestanti che erano entrati nella stazione ferroviaria di Marseille Saint-Charles per bloccarla durante il corteo contro la legge El-Khomri. Manifestazioni e scontri sono avvenuti anche in altre città della Francia dove la polizia è intervenuta con cariche e lacrimogeni. Altri diciassette manifestanti sono stati fermati a Rennes, cinque a Parigi. Si segnalano feriti anche tra i poliziotti, sia a Parigi che a Tolosa. Scontri e danneggiamenti anche a Nantes e Lione.

A Parigi negli scontri, due agenti sono rimasti feriti, di cui uno, appunto, in stato grave per lesioni al cranio. Gli scontri più duri sono avvenuti nella zona del Pont d’Austerlitz, uno dei ponti che attraversano la Senna. Ha fatto il giro del mondo intanto la foto di una lussuosa Porsche incendiata alla periferia di Nantes.

L’auto di lusso era parcheggiata davanti alla prefettura di Loire-Atlantique. Altri veicoli parcheggiati nelle vicinanze non sono stati danneggiati fa sapere il quotidiano Le Parisienne. A Nantes i fermati sono stati 39. Dal momento che le proteste sono iniziate contro la legge Khomri, questo porta il numero a 131 arresti nella sola città di Nantes.

Al termine della quarta giornata di mobilitazione si registrano complessivamente 124 arresti tra i manifestanti e 28 agenti feriti di cui tre in condizioni gravi riferisce il ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve.

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giovedì 28 aprile 2016

Brexit, Grexit, Italexit… Basta con l’Unione Europea

La Grecia è tornata al punto di partenza come in un beffardo e tragico gioco dell’oca. Di nuovo deve offrire sangue alla Troika, cioè al grande capitale tedesco e alla finanza USA. La resa di Tsipras non è servita a niente altro che a rafforzare il cappio intorno al popolo. Ora ci sarà un altro giro di corda, mentre il governo prende i soldi degli ospedali per fare cassa. Chi sosteneva che così la sinistra avrebbe preso tempo in attesa di non so cosa, è smentito dai fatti. Siryza ha solo preso disonore e ora è punto e a capo. Intanto l’Austria mette muri e fili spinati e a deciderlo sono popolari e socialisti, cioè i partiti che governano l’Unione Europea e quasi tutti i suoi paesi, gli alleati di Renzi, Hollande, Merkel e persino di Cameron. Che i muri li ha già messi, anche per noi italiani, per poter vincere il referendum e mantenere il suo paese nella UE. Cosa che gli ha chiesto fermamente Obama, spiegando senza troppi giri di parole che se vincesse la Brexit, se la Gran Bretagna uscisse dalla Unione, andrebbe in crisi Il TTIP e sarebbe più difficile fare la guerra in Libia... Magari! Bisogna tenere unita l’Unione Europea in modo da concludere su base continentale l’affare della vendita dei profughi alla Turchia. Bisogna tenere unita la UE per poter continuare ovunque le politiche di austerità. Bisogna tenere unita la UE per fare le guerre in giro. E anche per distruggere nel suo nome le costituzioni antifasciste. Noi ne sappiamo qualcosa.

Da qualsiasi lato la si prenda, l’Unione Europea si rivela come la sede dove tutti i mali e le ingiustizie d’Europa si aggravano. L’Unione Europea è oramai un concentrato di ipocrisie, in una facciata dietro la quale esiste una sola libertà: quella dei capitali, delle banche, degli evasori fiscali, delle multinazionali. Per tutto il resto ci sono solo muri. Se è vero che con la Brexit salta il TTIP dobbiamo solo augurarci che il SI vinca. Se la Grecia affonda nella schiavitù coloniale, la Grexit è la sua sola via d’uscita. E se i francesi continueranno la straordinaria lotta che da settimane dura contro il Jobsact di Hollande, dovranno scontrarsi con la BCE di Draghi a cui la controriforma del lavoro è stata promessa.

Basta con l’Unione Europea. E non venite a rompere le scatole con la tiritera sul nazionalismo. Se in Europa tornano razzismo e fascismo la colpa è solo della Unione Europea, dell’Euro, delle politiche di austerità, e di tutto ciò che sta distruggendo le nostre democrazie nel nome del mercato e delle banche. Basta, sono convinto che il primo popolo che trovasse il coraggio di dire basta alla Unione Europea aprirebbe la via a tutti gli altri; e sarebbe una valanga. Basta con la UE, la democrazia e l’eguaglianza sociale stanno da un'altra parte, andiamo a riprendercele. Italexit.

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Libia. Intervento militare per accaparrarsi il bottino

La pantomima della richiesta del cosiddetto premier libico di “aiuto” alle potenze occidentali per stabilizzare il paese, svela definitivamente lo scenario di intervento militare e coloniale contro la Libia e le sue risorse.

In Libia c’è il 38% del petrolio del continente africano pari all’11% dei consumi europei. La maledizione della Libia è anche quella di avere un greggio di qualità e a basso costo, che fa gola alle multinazionali in tempi di bassi prezzi petroliferi. La Libia già oggi è un bottino da 130 miliardi di dollari che potrebbero quadruplicare dividendo il paese in due o tre regioni sotto il controllo delle potenze occidentali (la Tripolitania all’Italia, la Cirenaica a Gran Bretagna ed Egitto, il Fezzan alla Francia) e affondando le mani sui miliardi del Fondo sovrano libico giacente a Londra.

In questi cinque anni, spesso inascoltati, abbiamo denunciato il piano di destabilizzazione e divisione della Libia messo in campo già nel 2011 da Francia, Gran Bretagna e Italia. La minaccia dell’Isis e quella degli scafisti, si sono dimostrati pretesti agitati strumentalmente per legittimare quella che ormai si configura come una vera e propria spartizione coloniale di un paese e delle sue risorse.

Siamo scesi in piazza più volte nei mesi scorsi proprio per denunciare questo scenario. Ci auguriamo che l’ingordigia e l’arroganza di potenze come Francia, Italia, Gran Bretagna e dei loro alleati in Medio Oriente conosca nelle sabbie libiche l’amara lezione che i movimenti di resistenza anticoloniali gli hanno inflitto nei decenni trascorsi.

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Alture del Golan: scontro tra Onu e Israele

Martedì il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha riaffermato che non riconoscerà nessuna annessione unilaterale delle Alture del Golan da parte dello stato israeliano. La risposta ufficiale dell’ONU è arrivata a seguito delle dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, rilasciate a metà aprile, relative all’intenzione unilaterale da parte dello stato sionista di “annettere” parte del territorio siriano perché “sotto sovranità israeliana da più di 50 anni” e dopo aver tenuto la riunione dell’esecutivo, per la prima volta, proprio nel Golan.

Invitati dal Venezuela ad affrontare l’argomento, i 15 membri del Consiglio di Sicurezza attraverso il presidente del Consiglio, l’ambasciatore cinese Liu Jieyi, hanno dichiarato che “la posizione dell’ONU rispetto allo status giuridico delle Alture del Golan resta invariata: sono un territorio occupato illegalmente da Israele” e che il Consiglio di Sicurezza “esprime forte preoccupazione in merito alle dichiarazioni del premier Netanyahu ed alla volontà di Tel Aviv di considerare quel territorio di sua appartenenza”. L’ambasciatore cinese ha anche detto che “in base alla Risoluzione 497, del 1981, la decisione da parte israeliana di imporre le sue leggi e la sua amministrazione nei territori del Golan siriano occupato è totalmente illegittima, senza nessun fondamento o riconoscimento internazionale”.

Israele occupa le Alture del Golan dalla guerra del 1967 ed in seguito, senza nessun riconoscimento da parte della comunità internazionale, si è annesso parte del territorio siriano definitivamente nel 1981. Da allora la popolazione di quei territori, prevalentemente drusi, deve sottostare alle leggi ed all’amministrazione di Tel Aviv, mentre rivendica da sempre la sua appartenenza allo stato siriano. In questi anni, durante la guerra in Siria, l’esercito israeliano ha utilizzato quel territorio come punto di partenza per attacchi mirati alle truppe di Hezbollah in territorio siriano, con la scusa di interventi militari preventivi per contrastare il riarmo delle milizie sciite. Come riportato da diverse fonti giornalistiche quel territorio è diventato anche un punto di passaggio per il transito di guerriglieri jihadisti (prevalentemente Al Nusra) che andavano a combattere nella regione di Dera’a o che ripiegavano per essere curati negli ospedali sotto giurisdizione israeliana: ovviamente sempre con la “tacita” supervisione di Tel Aviv.

La risposta israeliana alle dichiarazioni del Consiglio non si è fatta attendere. Il suo ambasciatore all’ONU, Danny Danon, ha dichiarato che “la dichiarazione del Consiglio di Sicurezza non tiene conto della realtà dei fatti in Siria” aggiungendo polemicamente che “Israele dovrà negoziare sul futuro del Golan con chi? Daesh, Al Qaida, Hezbollah o con il governo sanguinario di Bashar Al Assad?”

In una risposta ufficiale il blocco parlamentare di Hezbollah “Fedeltà alla Resistenza” ha dichiarato che le dichiarazioni sioniste di annessione del Golan e delle Fattorie di Sheba’a (territorio libanese) sono “l’ennesimo tentativo di destabilizzazione della regione dell’alleanza israelo-saudita e della loro convergenza di interessi contro l’asse siriano, iraniano e libanese”. La resistenza “ha già liberato in passato il territorio libanese e combatte per la liberazione di quello palestinese e siriano (Golan compreso,ndr) dove la guerra è sia contro i movimenti jihadisti (Daesh, Al Nusra) sia contro l’entità sionista che ha favorito e sostenuto la nascita dei guerriglieri “takfiristi” in tutta la regione”.

Appare abbastanza singolare e strano il fatto che il territorio israeliano non sia mai stato minacciato dai gruppi jihadisti che invece imperversano in tutta la regione circostante (Libano, Siria, Iraq, Egitto, Libia), nonostante ci sia Gerusalemme, terza città santa per i musulmani, sotto occupazione e vittima di una continua ed inarrestabile colonizzazione. Secondo la stampa israeliana, infatti, il governo Netanyahu considera la parte delle Alture del Golan strategiche da un punto di vista militare contro eventuali azioni militari dove l’unico nemico individuato è Hezbollah e non Daesh o Al Nusra.

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Siria - Aleppo, decine di vittime in bombardamenti di governo e ribelli

Sarebbero circa 50 i civili rimasti uccisi nelle ultime ore in bombardamenti governativi e cannoneggiamenti dei ribelli su Aleppo: oltre 30 in un raid aereo che ha colpito un ospedale gestito da Medici Senza Frontiere e dalla Croce Rossa Internazionale, almeno altri 14 sotto il fuoco delle armi pesanti delle formazioni ribelli che combattono contro Damasco.

Le fonti locali vicine all’opposizione siriana affermano che aerei governativi avrebbero colpito l’ospedale al Quds e diverse abitazioni circostanti nel quartiere di Sukkari, nella parte di Aleppo sotto il controllo dei ribelli e dei qaedisti di al Nusra. Il bilancio pare destinato a salire a causa dell’alto numero di civili gravemente feriti. Medici Senza Frontiere riferisce che tra i morti ci sono 14 medici e pazienti, tra i quali l’ultimo pediatra, il dottor Wassim Maaz, che operava da anni in quella parte della città.

L’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), anch’esso legato all’opposizione anti-Damasco, aggiunge che 139 civili sarebbero morti sotto le bombe sganciate da elicotteri e caccia governativi negli ultimi sei giorni. Tra i morti si conterebbero 23 tra bambini e adolescenti e 15 donne.

Morti civili avrebbero fatto anche le armi pesanti delle forze schierate contro Damasco. Almeno 14 secondo la tv di stato siriana che ha riferito di un cannoneggiamento sui quartieri di Aleppo controllati dall’esercito governativo. I feriti sono almeno 10. L’attacco potrebbe essere stato una rappresaglia per i raid aerei governativi.

Le ultime stragi di civili compiute dalle parti in lotta confermano la fine definitiva del cessate il fuoco entrato in vigore nelle settimane passate e che aveva regalato alla Siria un raro periodo di calma relativa nelle aree principali di scontro tra forze governative e formazioni ribelli. Non è chiaro peraltro se i negoziati sotto l’egida dell’Onu per una soluzione politica della guerra civile riprenderanno il mese prossimo o sono destinati a saltare definitivamente.

Intanto lo Stato islamico, smentendo le notizie che circolano di un suo presunto indebolimento avvenuto negli ultimi mesi, è tornato all’offensiva in Siria. In particolare nel nord dove ha strappato cinque villaggi ai milizioni dell’Esercito libero siriano (Els, la milizia dell’opposizione “moderata”) e si è avvicinato alla città di Azaz, nei pressi della frontiera con la Turchia. Nei combattimenti sarebbero rimasti uccisi otto miliziani ribelli, nove dell’Isis e 20 civili. La città di al Azaz, che ospita decine di migliaia di profughi interni, è sotto il controllo dell’Els.

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