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29/03/2016

Il mio papà violento e anche un po’ femminista

La porta è chiusa a chiave. Lì fuori c’è mio padre che batte forte. È fuori di testa. Mi ha inseguita per le scale, due piani, e poi mi ha quasi raggiunta prima che riuscissi a trovare rifugio in bagno. Lo sento bestemmiare, e ora sta dando fuoco a un pezzo di carta e lo passa sotto la porta. La fiamma, per fortuna, si spegne. Ma se fosse stato per lui mi avrebbe stanato dal mio temporaneo rifugio anche a costo di bruciare porta, casa, forse perfino me. Non ricordo più com’è iniziata la discussione, però è sempre la stessa storia. Qualcosa gli è andata storta, non gli è piaciuto un mio mugugno, non sopporta che io risponda alle sue insultanti provocazioni, e allora torna a battermi, per rimettermi al mio posto.

Dice che una figlia deve rispetto al padre e che non devo aprire bocca quando lui parla. Non posso neppure spostarmi quando mi lancia qualcosa. Ultimamente è il turno dei pezzi di pane, limoni, arance, mele, cose che si spiaccicano sulla parete perché io sono svelta a evitarli. Sarà che faccio sport, o che l’infanzia l’ho trascorsa a giocare a palla pazza, non so se avete presente, quel gioco in cui le compagne ti tirano la palla e se ti colpiscono sei squalificata. Una squadra contro l’altra, così, per puro divertimento. C’è mia madre che tenta di mettersi in mezzo. Mio padre non l’ha mai picchiata. Picchia solo me. Mi picchia forte. Mi minaccia. Mi lascia segni che non posso cancellare.

Devo essere una brava ragazza. Non vuole che qualcuno dica di me che sono una puttana. Dice che ci tiene al mio onore, perché non posso sporcare il suo buon nome. E mentre ascolto penso che tutto questo accade negli anni ’90, quando la questione dell’onore dovrebbe essere morta e sepolta. Allora lo sfotto e dico che se ci tiene, alla prima notte di nozze, stenderò il lenzuolo bianco e macchiato di sangue, per dimostrare a tutti che non ho avuto rapporti prematrimoniali. Invece io esco e scopo, all’insaputa di tutti. Mia madre fa la ruffiana. Mi copre più che può, però non fa nient’altro per combattere contro il mio papà violento. Lo fa perché ti vuole bene, dice. Lo fa perché ci tiene. Se non ci tenesse non sarebbe peggio?

E poi arriva l’amore, di un altro che ci tiene a me e me lo dimostra con irruenza. È aggressivo, passionale, sfida mio padre sul suo stesso terreno. Dice che se mi vede addosso un livido lo affronterà e mi porterà via da lui. Un principe azzurro in piena regola, quello che ogni bambina cresciuta a illusioni e fiabe piene di bugie si aspetta per l’età adulta. Un uomo che mi salva da un altro uomo. E chi mi salverà poi da quest’altro? E alle prime legnate subite dal mio fidanzato ecco che torna mio padre in veste di salvatore e litiga per riottenere la proprietà sul mio corpo. Lui può farmi di tutto ma le persone estranee non mi devono toccare. Oh, se avessi l’età giusta per andarmene da qualche parte a lavorare. Oh, se solo conoscessi qualcuno per arrivare in un’altra lontanissima parte del mondo e ricominciare.

Sono un po’ disillusa, in realtà, perché penso che ovunque vada troverò un finto principe, un finto cavaliere, e allora imparo ad aguzzare la vista e a mettere in moto il radar per intercettare gli stronzi. Lascio il mio fidanzato, con grande soddisfazione di mio padre. Poi chiedo di poter andare ad abitare altrove, per fare l’università, e papà mi dice che posso farlo a distanza. Studio e poi vado a dare gli esami. Mi accompagnerà lui quando serve. È ben felice di comprarmi i libri, tantissimi libri, ma di lasciarmi andare non vuole saperne nulla. Non ho un soldo bucato, so che se scappo via dovrò lavorare per mantenermi e non riuscirò a finire l’università. Accetto l’accordo con mio padre. O così o niente. Non ho molta scelta. Trascorro tre anni a non vedere quasi nessuno. Mi vergogno di presentarmi agli esami con la scorta quasi armata. Prendo buoni voti, mi spetterebbe anche la borsa di studio, poi mi dicono che potrei fare l’Erasmus, andare un anno all’estero per imparare qualcosa di nuovo.

Mio padre, stranamente, dice di si. A lui va bene. Mi dice che voleva assicurarsi che io finissi gli studi prima di farmi mettere in cinta da uno stronzo qualunque. Perciò mi aveva tenuta in ostaggio quasi fino all’ultimo. È tempo che tu vada, dice, e io lo guardo come se non lo conoscessi. Mi ha picchiata, rimproverata, terrorizzata, e poi mi dice cose che sembrano così piene di buon senso. Nel giro di pochi giorni succede qualcosa di nuovo. Mia madre cade dalle scale, e non mento quando dico questo, così deve tenere una gamba ingessata per un bel po’ di tempo. Mio padre dice che non posso più partire. La mamma sta così, non puoi abbandonarla.

Naturalmente lui non muove un dito, salvo lamentarsi quando per studiare tardo un po’ a fare la cena. A cosa serve d’altro canto una figlia femmina se non ad assistere la madre e il padre? Onorali, resta con loro, e io temo che non me ne libererò mai. Non sono un’omicida, non ho pensieri bui, ma sto per scoppiare. Lo so, me lo sento. Continuo a dare le materie e sono alla fine del quarto anno. Mi resta solo la tesi, e ‘sti cazzi, devo starci appresso per un bel po’. Mia madre nel frattempo guarisce e riprende la sua attività di schiava a tempo pieno. Ma loro si amano e io non posso mettere bocca in quello che è un equilibrio solido, nonostante tutto.

Per l’Erasmus è andato tutto a monte. Chiedo a mio padre se posso andare all’estero, come cameriera, come ragazza alla pari, perché mi serve a migliorare il mio inglese ed è necessario che impari per studiare testi che non sono neppure tradotti in italiano. Ho scelto una facoltà difficile e almeno questo dovrebbe indurlo a credere che dopo tanta fatica e tantissime rinunce ho tutta l’intenzione di concludere e trovare lavoro nel mio campo. Gli dico che non ho bisogno che mi finanzi il viaggio. Lavorerò d’estate per comprare il biglietto aereo e pagarmi alloggio e vitto per un paio di settimane. Il resto lo farò cominciando da capo, in terre sconosciute, per costruire il mio futuro.

Mi dice che se parto non vorrà più saperne di me. Non mi aiuterà mai più. Chino la testa, a voce bassa dico più o meno che me ne fotto e lui si incazza e fa per colpirmi. Papà, io sono grande. Se mi picchi ti picchio anch’io e poi esco a vado subito alla polizia a denunciarti. E lui non dice niente. È mortificato. Come se d’improvviso si rendesse conto di qualcosa. Forse è pentito. Invece no. Si sente intimamente ferito. Tu, mia figlia, dopo tutto quello che ho fatto per te, le mattinate per accompagnarti all’università, i soldi spesi, mi tratti così e minacci di andare alla polizia?

Molto ferito. Lo vedo come sgonfiarsi. Svuotato e privo di autorevolezza, non può più esercitare alcuna autorità. Mia madre dice che l’ho offeso e che ha ragione lui. Non dovevo minacciarlo di denuncia. Dovrei solo ringraziarlo. Pensa se ti capitava un padre come il mio, dice mia madre. E capisco che ci si può liberare dalle schiavitù solo una generazione alla volta, non tutto assieme, senza fretta. Le spiego che in ogni caso quello che lui ha fatto, negli anni, è maltrattamento. Mi dice per l’ennesima volta che poteva capitarmi un padre peggiore e che lui mi adora. È orgoglioso di me. Non mi ha trattato “da femmina” perché ci teneva che mi laureassi e quando capiterà vorrà stare in prima fila a piangere e ad applaudirmi. Questa è l’unica sua ragione di vita. Non ha altri che me.

Ci penso un po’, mi sento in colpa e vado a chiedergli scusa. Un po’ rimuovo, perché è così che si fa per sopravvivere e andare avanti. Gli “screzi” in famiglia possono capitare. Lui mi ha picchiato ma è pur sempre mio padre e gli voglio bene. Quant’è complicata l’esistenza quando provi sensazioni contraddittorie. Amore e odio. Voglia di mandarlo a fare in culo e di abbracciarlo. Cosa ne sanno in questura, e come faccio a sintetizzare tutto questo? E poi rifletto e penso che una denuncia non farebbe altro che togliergli soldi, tempo, e mia madre mi odierebbe. La famiglia è quella che è e nel bene e nel male mio padre ci sarà sempre. Non chiamo un altro cavaliere, un principe armato, a salvarmi. Devo fare da sola, come tante donne fanno in moltissime famiglie. Combattono battaglie per liberarsi e così liberano le generazioni successive.

Comincio a lavorare. Mio padre non mi parla per mesi. Quando ho i soldi per partire vado ad abbracciarlo e gli dico che deve lasciarmi andare. Ho capito la lezione. Non mi farò fermare da nessuno. Non mi farò mettere incinta. Mi laureerò e così lui potrà stare tranquillo senza doversi preoccupare di lasciarmi senza futuro, precaria a vita. Mi accompagna all’aeroporto, e ora scrivo da una città straniera, dopo il lavoro che mi toglie tanto tempo, ma mi piace. Mi sento libera. Da mio padre ho appreso il modo di gestire bene i soldi, perché lui è sempre stato previdente, e continuo a pensare che ogni persona non può essere descritta come bianca o nera. È tutto troppo semplice. Tutto troppo banale. Non è così che posso vincere la violenza, a meno che non temo per la mia vita. Ma chi ha consigli su questo alzi la mano. Io non ne ho. Penso che nessuno possa prevedere quello che succede e che le donne che subiscono violenza sviluppano un istinto reale che a volte salva loro la vita. A volte. Non sempre.

Non ho mai pensato di guarire mio padre. Non ho fatto a cambio col suo ruolo per cercare di salvarlo da se stesso. Ho combattuto restando fedele alle sue regole finchè ho potuto perché la dipendenza economica è quella che è e in Italia nessuno ti finanzia per farti studiare. È diventata una cosa per ricchi e io ricca non lo sono mai stata. Allora quando mi chiedono cosa serve per combattere la violenza io posso solo dire quel che serviva a me. Reddito, casa, retta per l’università. Chiedevo troppo? Penso di no. Ad ogni modo ora sono all’estero, mio padre mi telefona regolarmente perché non vuole che io spenda soldi per chiamarlo a mia volta. Dice che vorrebbe venirmi a trovare per vedere come mi sono sistemata e lo aspetto a giorni con l’entusiasmo di una figlia che può mostrare al proprio padre quel che è riuscita a fare da sola. L’ho perdonato. Mi ha perdonata.

Poi tornerò da lui, a casa, per poco tempo. Finirò la tesi, la consegnerò, e con la laurea in mano partirò per tentare la fortuna, ovunque tranne che in Italia. E non lo faccio per sfuggire a mio padre. Non lascio nulla in sospeso, perché la mia battaglia io l’ho già vinta. Lo faccio perché tutta la nazione, l’Italia, è basata sul potere dato all’autorità paterna. Un presidente, un capo del consiglio, molti ministri, il sostegno alla famiglia “tradizionale”, chi vuole le donne sottomesse, chi scrive che le donne non dovrebbero neppure leggere. Perciò posso dire che mio padre, anzi, rispetto a molta brutta gente, è quasi un femminista. Lo dico con ironia. O forse anche no. Chissà.

Ringrazio chi mi ha letta fin qui e auguro una buona lotta a tutte le donne che in silenzio si liberano, ogni giorno. Coltivando sogni, senza rinunciare a vivere, sopravvivendo a testa alta alle molestie e poi guadagnando spazio senza sparare un colpo, con le sole armi che a molte di noi sono concesse, quando e se possiamo procurarcele. La costanza, la servitù, come quella di donne nere e schiave che servivano i padroni a testa bassa fino a ottenere la carta che le dichiarava libere. Progettando in segreto una fuga. Coltivando l’idea di poter, un giorno, realizzare altro. Lo studio. Il lavoro. A volte la rivoluzione, sulla nostra pelle.

Chiunque preferisca vivere con dignità ha bisogno di questo. Diritti, libertà, lavoro, reddito, istruzione, assistenza sanitaria. Dov’è tutto questo in Italia? Vivo, adesso, in un paese in cui queste cose sono garantite. Perché in Italia invece no?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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