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23/12/2015

Afghanistan, ritiri e ritorni

Un ‘uccellino diplomatico’ che ha raggiunto il New York Times (è facile e conveniente volare nelle attrezzate redazioni dei media statunitensi) rivela che – prima del risvolto favorevole del trascorso week end con cui le forze talebane hanno mostrato il proprio “contropotere territoriale” anche nella  provincia dell’Helmand – copiose truppe Nato erano accorse in sostegno degli affannati reparti dell’esercito locale. Stavolta i missili della Nato sono stati messi da parte e s’è combattuto solo a terra, forse per evitare una nuova imbarazzante strage di civili e professionisti come a Kunduz. Fresca è la memoria dell’ospedale di Médecins sans frontières, con la moria di dottori e infermieri e la ridda di versioni contraddittorie diffuse in ordine sparso da Pentagono e Casa Bianca: “danno collaterale, non conoscenza delle coordinate della struttura, presenza di terroristi nella medesima, difesa dei militari nei pressi dell’ospedale…” Certo la guerra è guerra, ma i crimini di guerra richiesti dall’Ong francese sembra che non rientreranno in nessuna inchiesta internazionale. L’impiego, giorni addietro, di marines e unità speciali statunitensi nell’Helmand (l’area a più alta concentrazione di piantagioni d’oppio) era stato celato all’informazione per non svilire ulteriormente il ‘gioiellino’ voluto da Kerry e dal presidente Obama: l’Esecutivo sìssignore guidato dal sorridente Ashfar Ghani, incapace ad amministrare e a combattere.

Lui e il “sodale per forza” Abdullah, sembra che possano esser messi in crisi, oltre che dal deterioramento d’ogni vicenda quotidiana, da un’opposizione interna che vedrebbe Hamid Karzai tessere rinnovate trame con alcuni sempre vivi signori della guerra. Interessati a non subordinare i propri affari a un quadro caotico che può spingere il Paese verso una condizione simile al ‘tutti contro tutti’ degli anni Novanta. Specie adesso che pure il Califfato allunga le pretese su un territorio già ampiamente conteso da business e attori vari, clan e imprese subirebbero da questo caos contraccolpi non indifferenti. Le azioni di controguerriglia statunitensi, svolte nei giorni scorsi via terra come per tredici anni da marines, squadroni speciali, contractors d’ogni risma hanno perpetrato, fregandosene delle regole d’ingaggio e colpendo spesso i civili, si sono rese necessarie per sostenere lo sbandamento e l’ampia demoralizzazione dell’Afghan National Security Forces. I soldati di casa sempre più spesso mettono in pericolo ogni difesa, compresi i contrafforti vitali per la geostrategìa americana nella regione: le basi aeree. A Kandahar i soldati afghani hanno subìto lo stordimento di vedersi attaccati e intrappolati in quel luogo dai turbanti che sono stati impegnati (prima d’andarsene) solo dalle unità dell’US Army.

Anche un politico che ha partecipato a una delegazione filo governativa afghana ammette che senza il supporto di terra americano e senza l’aviazione tutte le province meridionali cadrebbero in mano talebana in tre giorni. E rafforza la tesi, testimoniando quanto visto di persona nel distretto Khanashin (parte meridionale dell’Helmand) dove esclusivamente i reparti statunitensi riuscivano a sbrogliare una situazione che militarmente gli afghani non erano in grado di risolvere. Casi reiterati nei distretti di Marja, Lashkar Gah, Sangin. Del resto il generale Campbell, che aveva visitato la provincia a fine novembre, s’era reso conto di persona dell’incapacità delle truppe afghane di reggere agli attacchi. Solo forze Nato di terra e d’aria possono tamponarla. Ma dirlo, fa cadere il castello di carte della creazione e preparazione di un esercito locale autosufficiente, piano in atto ormai da un triennio, con risultati più che scarsi. Le defezioni si susseguono, seppure il rimpiazzo è continuo per reclutamenti incentivati dall’altissimo tasso di povertà e disoccupazione, il  materiale bellico scompare facilmente per i traffici singoli e organizzati all’interno dei reparti. Casi diffusissimi, che dimostrano quanto scarsa sia la coscienza dello pseudo esercito messo su dal progetto americano. Intervistato pubblicamente dopo “il cinguettìo”, il portavoce Nato della provincia non nasconde l’aiuto di campo offerto dai suoi uomini ai soldati afghani. E per non rischiare le proprie basi la macchina da guerra statunitense potrebbe riproporre presto un ritorno di ‘boots on the ground’.

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