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lunedì 30 novembre 2015

L’ordine non regna a Parigi

Appaiono veramente ipocrite le esternazioni e le scomposte grida sollevate dalla quasi totalità del sistema dei media occidentali a proposito delle vivaci contestazioni di Parigi contro il vertice denominato “Conferenza Mondiale sul Clima Cop 21”.

Un’indegna esecrazione autoritaria e bellicista capitanata da quel Manuel Valls il quale, anche a proposito dei cortei e delle proteste di domenica scorsa, non ha perso l’occasione di indossare l’elmetto e di lanciare proclami di guerra accompagnati dalla stucchevole retorica patriottarda che dal quel venerdì 13, il giorno degli attentati parigini, sta scorrendo a fiumi in Francia come in tutta Europa. Anche con la complicità di alcune importanti forze della cosiddetta sinistra “radicale” continentale, incapaci di distanziarsi dal richiamo alla Union Sacrée proclamata contro i nemici interni ed esterni o addirittura sue fiere protagoniste. A partire da quel Front de Gauche che nel parlamento di Parigi ha compattamente votato a favore del prolungamento di ben tre mesi dello stato d’emergenza, mentre già il governo progetta la sospensione anche della Convenzione Internazionale dei Diritti Umani in nome di una crociata contro il terrorismo che in realtà copre le responsabilità dell’Unione Europea nel conflitto in corso in Medio Oriente e le aspirazioni imperialiste, anche in campo militare, del polo europeo e della Francia in particolare.

Ma nonostante il clima di stato di assedio e di vera e propria sospensione materiale delle norme e delle leggi che afferiscono alle libertà di movimento e di contestazione, la giornata di lotta di ieri di Parigi è un segnale positivo da valorizzare politicamente e da difendere contro ogni tentativo di criminalizzazione, di rimozione sociale e di riduzione ad episodio di sterile jacquerie.

Centinaia e centinaia di attivisti e di militanti di diversi gruppi e organizzazioni non hanno inteso rinunciare alla possibilità di esprimere – al centro della metropoli parigina – la propria contrarietà ad un Vertice internazionale che – al di là della demagogica propaganda con cui si ammanta – rappresenta la legittimazione formale alla costante ed intensificata manomissione capitalistica degli equilibri climatici, ambientali e del generale rapporto capitale/natura.

Tali vertici rappresentano solo dei momenti in cui i governi delle principali potenze del mondo esprimono una sorta di elenco di buone intenzioni in materia di tutela dell’ambiente e della natura, sfoderano cifre, dati e fantasmagoriche proiezioni statistiche le quali vengono puntualmente stravolte e disattese con buona pace di tutte le raccomandazioni e le preoccupazioni sulla fragilità dell’eco/sistema e dei relativi equilibri climatici.

Bene, dunque, hanno fatto quegli attivisti che hanno inteso, coraggiosamente, sfidare l’asfissiante controllo militare del territorio per rappresentare le ragioni di una mobilitazione che – anche alla luce delle attuali tendenze del modo di produzione capitalistico, le quali pur con accentuazioni e ricadute materiali diverse nei vari quadranti geografici internazionali, confermano la loro natura criminale e criminogena di questo processo storico – deve diventare prassi ordinaria e continua dei movimenti di lotta.

Eppure questa contestazione è dovuta impattare e fare i conti con i posti di blocco disseminati in tutta la metropoli, con il capillare controllo del territorio, con gli arresti preventivi il giorno prima della manifestazione di decine di militanti ambientalisti e, poi, con l’abituale corollario della repressione di strada (cariche poliziesche, gas urticanti, granate stordenti e manganellate a volontà). Un apparato blindato che non ha impedito all’intelligenza ed alla creatività dei compagni e degli attivisti di trovare le opportune forme di espressione e di rappresentazione della propria ostilità nei confronti del vertice e dei governi che vi partecipavano.

Come Rete dei Comunisti riteniamo importante ogni momento politico e sociale di critica e di messa in discussione del processo di normalizzazione autoritaria e di blindatura delle relazioni sociali che, da dopo i fatti di Parigi, sta acquisendo nuova linfa in tutto il continente.

Sempre più l’interventismo militare e le aggressioni contro i popoli e i paesi del Sud del mondo fa il paio con il crescente militarismo e con la limitazione delle agibilità politiche, sociali nelle metropoli occidentali.

Rompere, quindi, la pace sociale, opporsi ai divieti polizieschi, alle limitazioni del diritto di sciopero e delle più che legittime proteste sociali e politiche, battersi per la liberazione di tutti i manifestanti arrestati, impedire l’oscuramento degli strumenti della comunicazione indipendente ed antagonistica sono compiti politici di questa particolare congiuntura dello scontro sociale che avvertiamo come prioritari e urgenti.

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Non nel vostro nome

Giusto per ricordare agli intellettuali italiani che se il presepe, i cori di Natale, la messa di mezzanotte e tutto l’ambaradàn natalizio fanno parte della loro cultura, beh, non fanno parte della mia.
Che regolarmente pago fino all’ultimo euro di tasse per permettere agli insegnanti di religione di andare in classe a insegnare la loro religione: contro la quale non ho nulla, anzi. Rispetto, stimo e, se lo devo dire chiaro, spesso invidio i miei amici cattolici, quelli veri. Sono persone degnissime, che non hanno alcun bisogno di scusarsi per l’Inquisizione, o la connivenza con i casi di pedofilia, così come i miei amici islamici non sentono la necessità pelosa di dire che non sono terroristi. Tuttavia, mi farebbe piacere ricordare a tutti che esistiamo anche noi, quelli che non hanno la fortuna di avere una fede, e che però, prosaicamente, paghiamo per la fede degli altri. Che puntualmente, quando si parla di rispetto, si dimenticano quello dovuto a noi.

Che non consideriamo radici comuni i canti di Natale, il presepio e le messe di mezzanotte, e che invece saremmo disposti a incontrarci con loro sul campo della civiltà, del progresso, della tolleranza, del rispetto reciproco. Tutte cose che però si infrangono sul loro desiderio, non dissimile se non nei metodi (meno cruenti ma altrettanto efficaci) di far vivere noi secondo le loro regole e convinzioni. Per abortire bisogna chiedere il permesso a ginecologi cattolici, per i matrimoni gay si aspetta il via libera di cattolicissimi pluridivorziati e puttanieri, e via così.

Ora, costoro devono sapere che non sono più vicino a loro, culturalmente parlando, di quanto non lo sia al più oltranzista degli Imam. Per quanto il Natale faccia parte del mio retroterra culturale (e ne sono felice), non è che io e voi siamo uguali perché mangiamo il capitone la vigilia, anzi. Se volete incontrare me, la gente come me, dovete fare come i miei amici cattolici, quelli che stimo e rispetto: cercarmi su terreno di valori valido, rispettoso, onesto. Ci si vede dopo la messa e ci si trova d’accordo sul reciproco rispetto, sui diritti civili e umani, non su dove piazzare i Re Magi nel presepe.

Dovete capire che anche se siamo cresciuti tutti insieme in un paese cattolico, noi cattolici non siamo. E se anche rispettiamo le vostre tradizioni, quando pretendete di dettarci le leggi, di farci mantenere i vostri preti, non siete affatto diversi dal musulmano rompicoglioni che pretende che voi non mangiate lo strologhino o il prosciutto, o che si offende se portate il vino a tavola. Voi che tremate al pensiero che il crocefisso scompaia dalle aule (non dalle vostre chiese, dalle aule), fareste bene a ricordarvi che quando ce lo avete piazzato non avete mica chiesto il nostro, di parere. Noi non ce lo vorremmo, ma siccome siete di più, e non ve ne frega un cazzo di quello che desideriamo noi, il crocefisso resta dov’è.

Quella che voi chiamate tradizione condivisa è un’imposizione, che peraltro ritenete ingiusto pagarvi da soli.

Capisco fare la figura degli oscurantisti, ma quella dei pezzenti ve la potevate risparmiare.

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Russia e Cina alle prese con la ‘mina’ turca

A quale punto sono i rapporti tra Mosca e Ankara, a una settimana dall'abbattimento del cacciabombardiere russo nei cieli sopra il confine tra Siria e Turchia? Difficile stabilire il grado di sincerità del presidente turco Recep Erdogan quando, nella conversazione telefonica avuta ieri con l'omologo kazako Nursultan Nazarbaev e di cui ha dato notizia l'emittente Anna news, ha espresso il desiderio di incontrarsi al più presto con Vladimir Putin.

Difficile, anche perché, stando alle informazioni messe in rete da una delle corrispondenti più preparate di Komsomolskaja pravda, Darja Aslamova, la Turchia starebbe “preparando un intervento massiccio in Siria con l'obiettivo della creazione di una zona cuscinetto e dietro il pretesto della difesa dei turkmeni siriani (molti dei quali fanno parte di gruppi terroristici, quali Al Nusra) dai bombardamenti russi”. Secondo Aslamova, che si basa su sicure fonti turche, i servizi segreti di Ankara starebbero addestrando anche gruppi terroristici formati da Uyghuri cinesi, un'etnia turcofona di fede musulmana che vive nel nordovest della Cina. Aslamova testimonia di scritte cinesi lasciate sui muri del quartier generale Isis della città di Al Houl riconquistata dai combattenti curdi e questi ultimi hanno riferito di cadaveri di cinesi lasciati sul campo dall'Isis in ritirata.

Ma, senza attendere l'addestramento turco, c'è chi si dichiara già pronto (un anno e mezzo di guerra contro i civili del Donbass e le lezioni degli istruttori USA serviranno bene a qualcosa!) a intervenire contro i russi in Siria: sono i neonazisti del battaglione ucraino “Azov”. Il loro comandante, ora deputato della Rada Andrej Biletskij, ha dichiarato al canale tv “112 Ucraina” che “Considerando il raffreddamento dei rapporti con la Russia e lo scontro di interessi russi e turchi in Siria, è assolutamente logico per la Turchia cercare contatti con l'Ucraina”. E così, ha detto, il battaglione “Azov” può benissimo “riunire la propria legione straniera e inviarla a combattere per la coalizione occidentale in Siria”. Una dichiarazione che non meraviglia, anche dopo le notizie, diffuse giorni fa, su gruppi terroristici kuwaitiani dediti all'acquisto di armi di fabbricazione cinese in Ucraina e al loro smercio in Siria passando per la Turchia.

Sembra dunque ancora presto per fare affidamento sulle “buone intenzioni” di Ankara. Ormai solo in pochi credono alla “fatalità” o al “nervosismo” dei piloti turchi nell'abbattimento del cacciabombardiere russo il 24 novembre scorso. Sabato scorso anche l'ex presidente libanese Emile Lahud, in un'intervista esclusiva alla russa RT, ha dichiarato che quanto accaduto col Su-24 era stato pianificato da tempo. Secondo Lahud, l'azione di Ankara è stata dovuta in larghissima parte ai legami di Erdogan con i gruppi estremisti della regione: “E' noto a tutti che il presidente turco Erdogan appoggia già da cinque anni i gruppi fondamentalisti, permettendo loro di vendere petrolio in Turchia. Ed è anche noto che da cinque anni Erdogan insiste per la creazione di una zona cuscinetto tra Turchia e Siria, da utilizzare come piazzaforte da cui i terroristi possano attaccare il legittimo governo siriano”. Inoltre, “i bombardieri russi, che stavano colpendo i trasporti di petrolio nella zona montuoso tra Siria e Turchia, ostacolavano i piani di Erdogan e così lui si è deciso a tale passo irresponsabile”.

Il petrolio, appunto. Sempre sabato scorso, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha ufficializzato ciò di cui i media parlano da tempo: Mosca dispone di informazioni sicure circa gli interessi economici del figlio di Erdogan nel petrobusiness. E “le azioni provocatorie della Turchia non fanno gli interessi né della Nato, né della Russia e nemmeno della Turchia”, ha detto Peskov, riferendosi all'allarme lanciato dall'Associazione degli imprenditori turchi, preoccupati per le conseguenze del raffreddamento dei rapporti tra Mosca e Ankara, una delle cui prime conseguenze è stato il congelamento del progetto del Turkish stream, il gasdotto che avrebbe dovuto sostituire il North stream: ambedue mandati in soffitta – per ora – dagli interventi di Washington interessata a neutralizzare le esportazioni energetiche russe.

In effetti, a parere di vari esperti russi, chi veramente trae immediato profitto dalla “guerra fredda” russo-turca è ancora una volta Washington. Il direttore del Centro di ricerche orientali Vladimir Avatkov dice che abbattendo il Su-24 la Turchia ha oltrepassato la “linea rossa” e ha dimostrato chiaramente da che parte sia schierata, solidarizzando con l'Isis. Ankara, dice, Avatkov, ha apertamente accusato la Russia di aggredire la popolazione civile siriana, mentre lei stessa, in tutti questi ultimi anni, ha cercato di abbattere il regime di Assad, sostenendo che si tratti di una tirannia e volendolo sostituire con un regime leale ad Ankara; ed è pronta a farlo con ogni mezzo, anche ricorrendo all'Isis. La Turchia si è molto “dispiaciuta” per una serie di mosse politiche russe; soprattutto, per la riunione della Crimea alla Russia. Con questo atto di aggressione contro la Russia, i turchi hanno deciso di mostrarci – ha detto ancora Avatkov – quale sia il nostro posto e che la Turchia deve giocare un ruolo primario nella regione. Ma, soprattutto, tra i vari gruppi di interesse interni al regime turco, quelli più strettamente legati agli USA hanno pianificato l'affare del Su-24: i legami economici tra Mosca e Ankara stavano cominciando a preoccupare qualcuno, ha detto Avatkov.

E a lato (ma non troppo) dell'incidente col cacciabombardiere, è venuto anche nei giorni scorsi il blocco energetico della Crimea, organizzato dai gruppi nazionalisti e tataro-crimeani dell'Ucraina, ma pianificato ad Ankara, a detta di alcuni, per liberare il mercato crimeano per le merci turche. L'ideologo dei tatari-crimeani, Mustafa Džemilev, pare strettamente legato ai servizi segreti turchi ed è stato a suo tempo decorato con l'Ordine della Repubblica di Ankara, la seconda decorazione turca per livello di importanza. In seguito al blocco della penisola, l'importazione di merci turche sarebbe cresciuta di quattro volte.

Per contro, c'è chi si propone di “far pentire” armi in pugno la Turchia per le proprie azioni: è “il primo musulmano” di Russia, il presidente ceceno Ramzan Kadyrov, il quale ha dichiarato che mille volontari sono pronti e attendono solo l'ordine di Putin. “Non dubito in alcun modo”, ha detto, “che la Turchia si pentirà a lungo di quanto ha fatto. Coloro che a ogni passo parlano di amicizia e collaborazione, poi non si comportano così insidiosamente. Ritengo mio dovere dichiarare che io personalmente, la Repubblica Cecena e tutto il popolo ceceno siam pronti a eseguire incarichi e ordini di qualunque difficoltà”.

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Turchia - C'è l'accordo con l'UE sui migranti: 3 miliardi di euro e adesione all'unione ripristinata

Alla fine l’accordo è arrivato, in barba ai diritti umani e alla nebbiosa relazione con le milizie islamiste che combattono Assad in Siria. La Turchia riceverà 3 miliardi di euro di aiuti e rientrerà in corsa per un posto nell’Unione europea: tutto, purché tenga i migranti del Medio Oriente lontani dalle coste del Vecchio continente.

L’annuncio è stato fatto ieri dal presidente della Commissione Europea Donald Tusk, che ha spiegato i termini dell’accordo: a fronte dei 3 miliardi di euro erogati da Bruxelles, Ankara dovrà implementare i controlli alle frontiere, schiacciare i trafficanti di uomini e collaborare con l’Ue per il rimpatrio di quelle persone non qualificate come rifugiati. Dovrà inoltre cooperare sull’assistenza ai rifugiati nel paese, assistenza facilitata dagli aiuti Ue e che sarà diretta soprattutto ai profughi siriani. Bruxelles controllerà mensilmente i progressi compiuti da Ankara.

“Ci aspettiamo un passo importante – ha detto l’ex premier polacco in conferenza stampa – verso il cambiamento delle regole di gioco per arginare il flusso migratorio che sta arrivando verso l’Unione Europea attraverso la Turchia”. Un flusso sempre più grande che a lungo ha provocato litigi tra i paesi membri, e solo recentemente ha portato a un accordo parziale sulla divisione per quote dei rifugiati in ogni paese, una ripartizione per 28 dei richiedenti asilo su oltre 850 mila migranti giunti quest’anno.

L’altra faccia ghiotta dell’accordo con Bruxelles è la possibilità di riprendere il processo di adesione all’Unione Europea superando lo stallo degli ultimi dieci anni e saltando una serie di step: il processo, infatti, si basa sul completamento di 35 “capitoli”, ognuno relativo a un aspetto della politica interna. Ankara, come rivela il portale Middle East Eye, ne ha completato solo uno negli ultimi dieci anni, ma comunque l’Unione Europea ha acconsentito ad aprire il “capitolo” 17, quello relativo alla politica economica e monetaria, entro il 16 dicembre. E a tenere due vertici l’anno con Ankara sul suo processo di adesione.

Eppure, solo due settimane fa, Bruxelles sembrava decisa a non accordarsi con la Turchia finché questa non si fosse “adeguata agli standard europei” sui diritti umani e sulle libertà fondamentali. In un rapporto redatto dalla commissione Europea e diffuso il 10 novembre scorso si puntava il dito contro la stretta sulla libertà di espressione nel paese che, dopo “due anni di progressi in materia”, era tornata al punto di partenza. Le libertà fondamentali, si legge nel rapporto, sono messe seriamente a repentaglio dagli arresti e dalle condanne a carico di giornalisti, minacce agli editori ostili al governo, intimidazioni nei confronti dei mezzi di comunicazione e delle modifiche alla legge su internet.

Il rapporto era costellato da una serie di esempi di violazioni delle libertà fondamentali, che vanno dalla gestione delle manifestazioni di Piazza Taksim nel maggio del 2013 – durante le quali persero la vita 8 persone e centinaia rimasero ferite per la brutalità delle forze di polizia – al maxi processo aperto lo scorso anno proprio contro i manifestanti, 255 dei quali sono stati condannati ad alcuni anni di prigione. Un processo che ha completamente ignorato le forze di sicurezza turche e le loro colpe.

Bruxelles, però, ha contestato soprattutto il controverso uso del potere giudiziario da parte delle autorità, segnalando “l’indebolimento della magistratura, del principio di separazione dei poteri e le pressioni politiche a cui sono stati sottoposti i pubblici ministeri”. Un punto che non cessa di essere di attualità, in Turchia, con l’ultimo di una serie di arresti clamorosi effettuato qualche giorno fa a Istanbul: l’accusa di spionaggio, terrorismo e rivelazione di segreti di stato per Can Dundar ed Erdem Gul, giornalisti del quotidiano Cumhuriyet rei di aver prodotto e diffuso un servizio nel 2014 su un carico di armi fermato dai soldati turchi alla frontiera con la Siria, e destinato alle milizie islamiste dell’opposizione anti-Assad. 

Sabato scorso, ovvero il giorno seguente al fermo dei due cronisti, il quotidiano Today’s Zaman riferiva che erano stati arrestati anche due generali e un colonnello dell’esercito turco, colpevoli di aver fermato proprio quel convoglio di camion in direzione della Siria lo scorso anno. Il polverone scatenato dal caso, che aveva suscitato enormi polemiche proprio a ridosso delle elezioni presidenziali di maggio 2014, aveva portato l’attuale primo ministro turco Davutoglu, allora ministro degli Esteri, a dire che i camion trasportassero aiuti umanitari ad alcuni villaggi turkmeni appena aldilà della frontiera a sud della Turchia. Secondo quanto detto dal presidente Erdogan in una conferenza stampa sulla vicenda martedì scorso, invece, i camion erano carichi di munizioni destinati al cosiddetto Esercito Libero Siriano.

Due versioni diverse della stessa storia, quelle date dai due più alti rappresentanti turchi, che gettano nuovo fumo sulle relazioni controverse che da anni avverrebbero a ridosso della frontiera turco-siriana, come hanno denunciato diversi analisti e giornalisti, e come ha sentenziato recentemente anche il presidente russo Vladimir Putin. Relazioni di cui l’Europa, impegnata da più parti a invocare la distruzione dello Stato Islamico, sembra non interessarsi, come non sembra interessata alla situazione dei diritti umani in Turchia, il cui rispetto è condizione necessaria per entrare nell’Unione. E anche se da Bruxelles promettono di “tornare a parlare delle differenze che ancora rimangono con la Turchia sui diritti umani e sulla libertà di stampa”, bloccare l’arrivo dei migranti è senza dubbio la questione più impellente.

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Speculazioni geopolitiche, come sempre sulla pelle degli ultimi. 

Controcultura: il “canto della rivolta” ha una strana melodia

Con l'uscita dell'ultimo film si è conclusa la saga di Hunger Games, una delle distopie cinematografiche di maggiore successo degli ultimi anni.

Complessivamente si può dire che i film che la compongono mettano in campo elementi interessanti che rispecchiano le contraddizioni del mondo in cui viviamo. Tra tutti, la divisione classista della società e il (dis)valore della competizione, portato alle sue estreme e letali conseguenze, tra i giovani delle classi subalterne, intrappolati in questo incubo a metà strada tra i circenses dell'antica Roma e il talent show. Anche l'uso falsificante dei media e della televisione, lo strumento propagandistico per eccellenza delle distopie futuristiche (e non solo), è un elemento d'interesse di questa saga.

Non mancano certamente incoerenze e punti deboli nelle sceneggiature, soprattutto nel film che prendiamo in esame. Concentrandoci sull'ultimo e atteso capitolo, la seconda parte del Canto della rivolta, uscito nelle sale qualche settimana fa, si può dire che la denuncia delle storture del nostro mondo sia in qualche modo annacquata e resa meno incisiva.

La rivolta che si scatena nei “distretti” per rovesciare il regime autoritario del presidente Snow perde ogni carattere “di classe”: i ribelli non sembrano interessati a mettere in discussione la struttura socio-economica di Panem, la città in cui ha luogo la vicenda, ma semplicemente a instaurare una forma di democrazia con libere elezioni. Le masse in rivolta, inoltre, politicamente non esistono, e non esiste dialettica tra loro e l'organizzazione politico-militare che guida la rivoluzione; anzi, come poi si viene a sapere, il processo rivoluzionario è del tutto sovradeterminato dal vertice dell'organizzazione e dai suoi giochi di potere.

Se a questo aggiungiamo il ruolo della propaganda e delle stragi falsamente attribuite al dittatore, il tutto suona come una sorta di lapsus per il ruolo storico che hanno avuto (e continuano ad avere) le amministrazioni USA nel destabilizzare e instaurare regimi fantoccio in diverse parti del mondo...

L'infida neopresidente, Alma Coin, intenzionata a restaurare il crudele regime degli hunger games una volta preso il potere, rappresenterebbe la solita cinica litania delle “rivoluzioni che falliscono sempre”, se non fosse per l'azione vendicatrice della protagonista, Katniss, la guida morale e mitica della rivolta. Ma appunto, la rivoluzione ha buon fine, viene eletta una nuova presidente, altro non si sa: il film si conclude con il ritiro a vita privata dei protagonisti.

Tutto sommato è perfettamente comprensibile che un prodotto hollywoodiano non contenga un messaggio “rivoluzionario” che non sia spurio e pieno di incoerenze, e in fondo è anche perdonabile. Un film è un film e lo si può apprezzare per altre cose. Ma considerando l'inconsistenza della sceneggiatura e le due ore e più di noia per una pellicola alquanto prevedibile, si può dire che questo non valga il (sempre più costoso!) prezzo del biglietto.

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Lo scandalo riguardo al legittimo uso della forza

Ragazzi, vorrei fare un po’ di chiarezza riguardo un paio di cose.

Il pretesto è l’ennesimo post feisbucchiano in cui si grida allo scandalo per l’utilizzo della celere durante uno sgombero d’un liceo occupato.

E quindi, , proseguiamo.

Allora, la prima parola è consapevolezza: nel senso che bisogna sempre avere ben chiaro cosa si sta facendo, come lo si sta facendo, in che contesto si agisce e contro chi e che cosa si agisce.

Soprattutto, bisogna essere consapevoli di ciò che queste azioni comportano.

Come qualcuno ha già ben detto prima di me, solo chi è male informato si indigna.

Da qui, a cascata:

– lo stato, parole di Max Weber, è l’unico attore che detiene il monopolio della forza, della quale può fare legittimo uso. Poi, parafrasando Charles Tilly, si può aggiungere che ogni stato si è formato tramite atti di forza – per loro natura violenti – e che, quindi, la violenza è un aspetto proprio di ogni forma statale, anche quelle più democratiche. Le forze dell’ordine non sono nient’altro che il mezzo attraverso il quale lo stato si difende dai suoi cittadini, mantenendo l’ordine e l’equilibrio.

– Le parole diritto e legittimo sarebbero da bandire dal vocabolario, perché non si può usare un metro di classificazione basato su regole statali per qualificare un atto di contestazione alle stesse.

Se violi la legge, si può quindi dedurre, non stai compiendo un’azione legittima e, di conseguenza, lo stato – lui sì – è legittimato – dalle sue stesse leggi – a redarguirti. Generalmente dandoti una scarica di legnate che te le ricordi, così impari ad alzare la testa, stronz*!

Sui diritti il discorso è più complicato, ma possiamo provare con una domanda retorica: che diritti sono, se per essere tali qualcuno deve stabilire per legge che lo sono?

Mi vengono in mentre i matrimoni tra persone di identico sesso, o il diritto alla casa.

Che diritto è un diritto che non è tale finché non lo è per legge?

Un diritto, se tale, lo è sempre, indipendentemente dal fatto che qualcuno lo conceda o meno.

I diritti non si concedono, esistono. Quindi, conseguentemente, è pleonastico definire qualcosa un diritto. A meno che non si voglia fare un discorso legalitario, però qui si cade in un paradosso: non puoi occupare ed invocare la legge allo stesso tempo, perché sarebbe come mangiare una mela e lamentarsi del fatto che le mele ci facciano schifo – non so se rendo –.

Quindi, avendo stabilito – spero spiegato, una minima – che l’occupare stabili pubblici o privati è un’infrazione della legge – e che, per questo motivo, non è azione legittima – di che cosa ci si scandalizza se lo stato manda la sua guardia personale a risolvere la questione?

Io mi stupisco di più quando una manifestazione non viene caricata, piuttosto che il contrario.

Perché – e il G8 di Genova, a chiunque sia in grado di guardarlo con occhio critico, questa cosa l’ha insegnata e pure bene – se alzi la testa, se contesti l’istituzione, l’unico modo che questa conosce per rimetterti a posto è bastonarti.

Ogni tipo di ordine statale si basa su forme di terrore e minacce, più o meno bianche, più o meno velate, più o meno violente.

Un’altra frase di Charles Tilly – che definisce lo stato un’associazione simile al racket, nata con l’unico scopo di delinquere – è che il cittadino paga allo stato le tasse per proteggersi da se stesso e, se ci pensate, è così: di fronte alla minaccia della coercizione fisica, vengono versati emolumenti (per il mantenimento della classe politica, fondamentalmente – ciao medioevo, non sei mai andato via! –). Di conseguenza non è atto spontaneo, ma conseguenza di una minaccia.

Quindi, tornando allo stupore, è necessario sapere da che parte si sta.

E’ necessario sapere che, se ti manganellano, fondamentalmente hanno ragione. Fosse anche solo per il fatto che la legge la fanno loro, quindi c’è poco da star lì a discutere, gridare allo scandalo. E’ la prassi, prassi che viene perpetrata da quando sono nati gli stati, quindi da sempre.

Questo non vuol dire che bisogna stare zitti e subire. Questo vuol dire che bisogna sapere a cosa si va incontro, sapere cosa si rischia.

Forse, ancora prima di tutto ciò, bisogna sapere per cosa si sta combattendo e insieme a chi si sta combattendo.

Non c’è spazio – nel mio mondo ideale non c’è mai spazio – per la moderazione, per prendere tempo, per continuare a non scegliere da che parte stare.

O di qua, o di là. O si chiedono i diritti allo stato, la protezione della legge – la stessa che ti manganella in manifestazione e derubrica l’omicidio di Carlo Giuliani come legittima difesa (il primo che parla dell’estintore, giuro, ne compro uno e cristosanto) – o si contesta lo stato con azioni non legittime.

Poi, può essere considerata giusta una cosa non legittima?

Io dico di sì.

Fosse anche solo per il fatto che l’amore tra due simili è una cosa giusta, e solo la legge d’uno stato retrogrado, ignorante può non considerarla legittima.

Detto questo, passo e chiudo.

Ascoltatevi la canzone, se volete.

Vostro,

Inchiostro.

Brasile - Un onda di fango tossico ha raggiunto l’Oceano

In seguito al cedimento di due dighe, nel sudest del Brasile, il fango tossico è arrivato nell'Atlantico e potrebbe volerci un secolo per essere riassorbito.

“Fukushima brasiliana”, così è stata battezzata la tragedia che ha colpito il Brasile lo scorso 5 novembre in seguito al cedimento di due dighe nel sudest del paese. Il nome rende l’idea della gravità del disastro sociale e ambientale la cui vera portata non è ancora chiara. Il crollo delle dighe di proprietà della società mineraria Samarco, costruite per contenere le acque reflue, ha causato undici morti e dodici dispersi ed è il peggior disastro ambientale nella storia del Brasile, tra i più gravi mai avvenuti al mondo. La muraglia di fango che ha investito il villaggio di Bento Rodrigues conteneva infatti sostanze altamente tossiche come mercurio, arsenico, piombo e altri metalli pesanti.

Come temuto dai biologi, la marea velenosa costituita da 62 milioni di metri cubi di fanghi tossici, ha prima devastato il bacino del Rio Doce e dei suoi affluenti nel Minas Gerais e ora si appresta ad avvelenare il mare di Espirito Santo. Secondo Marcos Freitas, coordinatore esecutivo dell’Instituto virtual internacional de mudanças globais (Ivig), la tragedia è stata causata dall’incuria della Samarco colpevole di gravi inadempienze in termini di manutenzione e sicurezza, ed è la più grave mai provocata da una compagnia mineraria. La quantità di fanghi tossici dispersi sarebbe infatti di due volte e mezza maggiore del secondo peggior incidente del genere, avvenuto il 4 agosto 2014 nella miniera canadese di Mount Polley, nel British Columbia.

Nonostante l’immediato allarme nulla è stato fatto per impedire che l’onda tossica arrivasse sulle coste brasiliane dell’Oceano Atlantico, in una delle regioni con maggior biodiversità del Brasile. “L’arrivo del fango tossico nell’oceano può avere un impatto ambientale equivalente alla contaminazione di una foresta tropicale delle dimensione del Pantanal brasiliano”, ha dichiarato il biologo André Ruschi, direttore della Estação Biologia Marinha Augusto Ruschi di Aracruz, Santa Cruz, nello Espirito Santo. Ruschi ritiene che il danno ambientale provocato da questo tsunami di fango potrebbe impiegare almeno cento anni prima di essere riassorbito completamente. “Un disastro di proporzioni mondiali con conseguenze difficili da immaginare a causa del quale potremmo pagare un prezzo enorme”.

Tra le principali vittime del disastro ci sono gli indiani Krenak, popolo indigeno che vive sulle rive del fiume contaminato e ora deve fare affidamento sulle forniture di acqua potabile e cibo. “Il fiume era tutto per noi, non ci forniva solo acqua e pesce, era per noi una fonte di cultura”, ha detto il capo tribù Leomir Cecilio de Souza. “Il fiume ha mantenuto la nostra gente fin dai tempi degli antenati, era sacro. Ma ora è morto”. La marea tossica, correndo veloce verso il mare, ha lasciato dietro di sé un paesaggio spettrale, fatto di animali morti, alberi sradicati e uno spesso strato di fango solidificato. Finora il governo brasiliano ha inflitto alla Samarco, di proprietà dei giganti del settore Vale e Bhp Billiton, due multe: una di circa 60 milioni di dollari e l’altra di 250 milioni.

Gli esperti stimano tuttavia che i danni all’ecosistema e alla biodiversità avranno un costo di diversi miliardi di dollari. Inoltre l’azienda, che inizialmente ha più volte negato la tossicità del fango, non ha ancora fornito un elenco completo delle sostanze presenti nel fango fuoriuscito dalle dighe.

La preoccupazione è ora per le altre 200 dighe simili sparse per il paese che potrebbero rappresentare un rischio. Le associazioni umanitarie e ambientaliste chiedono un inasprimento delle normative e denunciano la stretta relazione tra i politici e le compagnie minerarie che lo scorso anno hanno speso oltre sette milioni di dollari in campagne politiche e pubblicitarie.

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Dopo avvenimenti di questo genere è facile prevedere un nuovo dissesto per l'amministrazione Rousseff, con altrettanta sicurezza si può anche scommettere sul fatto che questo disastro non costituirà la pietra tombale dello sviluppo, basato sull'estrattivismo e lo sfruttamento intensivo dell'ambiente, su cui si reggono tutti i regimi, anche progressisti, del Centro-Sud America.

L’ultima frontiera del femminismo proibizionista: vietare la chirurgia estetica!

Proibizioniste e dame della temperanza.
Passavano il tempo a proibire l’alcool e a cacciare via prostitute.
Che certo femminismo sia diventato autoritario potete notarlo voi stesse. Potete vederlo nella maniera che hanno di imporre il loro punto di vista, senza capacità di ascolto per le diversità. Succede nell’ambito dell’antiviolenza, del sex working autodeterminato, del porno, delle immagini hot. Succede con i libri, con alcuni film, si pensi alla richiesta di censura sul film delle 50 sfumature di grigio che a loro parere “istigava alla violenza sulle donne”. Fino ad arrivare a quel che succede anche qui da noi, con l’accusa di compiere reati quando evitiamo di sostituirci alle donne che si raccontano e diamo voce alle loro rivendicazioni. Parlo delle sex workers, le attrici porno, le webcam girl, per poi arrivare ai divieti di indossare il velo, ancora per il bene delle donne, invocando leggi autoritarie, giustizialismi e carcere.

Denuncio questa deriva autoritaria fin dal momento in cui mi resi conto di quel che stava per arrivare in Italia. Negli Stati Uniti va avanti così da parecchio e in Europa c’è un gruppo egemone che parla di divieti a tutti i livelli. La libera scelta delle donne non esiste più. Ci sono alcune donne che si autoeleggono in rappresentanza di tutte, che giudicano quelle che si spogliano, o si vestono, quelle che si velano o non si velano, quelle che lavorano, purché facciano i lavori che dicono loro. Sorvegliano l’uso che facciamo dei nostri uteri, parlando di genitorialità di coppie gay e bambini concepiti per essere cresciuti da queste coppie. Parlo del fatto che, per esempio, i linguaggi si fanno sempre più orribili, i toni esasperati e le censure richieste e auspicate con qualunque mezzo. Tutto pur di mettere un bavaglio in bocca a chi esprime opinioni diverse.

Delle femministe radicali, quelle che sorvegliano anche la sessualità delle donne, giacché non puoi farlo sporco, non puoi farlo sadomaso, non puoi far nulla che loro stesse non farebbero, ricordo che sono le stesse femministe che sono transofobe perché concludono che le trans “non sono donne” e che anzi, sarebbero “infiltrate” nei movimenti femministi. Demonizzare le donne dicendo di voler salvare le donne è l’ultima meta di una serie di cadute dogmatiche del femminismo. Scopro ora che un’altra femminista radicale afferma con decisione, così come alcune hanno già fatto anche in Italia, che la libera scelta ha dei limiti (imposti da loro, evidentemente) e che sarebbe utile vietare la chirurgia estetica.

Dimenticavo di dire che il femminismo sta alla tappa del più feroce proibizionismo e che per alcune rappresenta una sorta di cattiva religione che tutto vede e sa e nulla permette senza che le sacerdotesse vi diano l’autorizzazione. Il rispetto per l’autodeterminazione delle donne non sembra più importante. Gli slogan come il corpo è mio e lo gestisco io non valgono più. Le donne vanno vittimizzate, infantilizzate, private del diritto di scelta, dunque patologizzate, o criminalizzate se si ostinano a pensare con la propria testa. La tizia di cui parlo si chiama Dr Clare Chambers, autrice del libro Sesso, cultura e giustizia: I limiti della scelta, e sostiene che lo Stato dovrebbe occuparsi delle donne che usano la chirurgia estetica. Dimenticavo che l’altra tendenza di certo femminismo è quella di consegnare i corpi delle donne allo Stato patriarcale, al grande padre, affinché provveda a sorvegliarci, “proteggerci” e impedirci di fare cattive scelte. Evocano il patriarcato “buono”. Esultano quando un paternalista qualunque bacchetta femministe che difendono le libere scelte delle donne e tutti allegramente insieme rendono difficile la vita di donne che scelgono liberamente tutto ciò che a quelle femministe non piace.

La Chambers dice che la chirurgia estetica viene usata a causa di pressioni sociali. Può anche essere così ma che diritto ha lei o altre come lei di scegliere al posto delle donne? Da quando il femminismo oltre a decostruire e sovvertire finisce per vietare quello che alcune non preferiscono? In Inghilterra parte allora una campagna contro chi pubblicizza la chirurgia estetica, firmata subito dalla dottoressa Chambers. In un programma della BBC radio lei fu ascoltata da circa tre milioni di persone. La chirurgia estetica viene demonizzata, senza pensare che ci sono casi di disforia vera e propria che la chirurgia estetica può guarire. Capita che una persona non si piace così com’è e tende a quello che vorrebbe diventare. Chi ha deciso cosa va bene per la propria salute e cosa no? Farsi trapiantare un rene va bene e migliorare il proprio aspetto invece no?

Potrei quasi essere d’accordo con le premesse del ragionamento. Esiste la chirurgia estetica invasiva, usata per “conformarsi”, ma chi siamo noi per decidere quello che può o non può fare un’altra donna? E poi perché parlarne sempre e solo al femminile? Tantissimi uomini ricorrono alla chirurgia estetica e nessuno si preoccupa del loro stato di salute giacché si sa che le donne sono vittime per antonomasia e che agli uomini, invece, ben gli sta. Il libro della Chambers parte dalla esatta considerazione – o dagli stessi pretesti – da cui partono altri ragionamenti del femminismo proibizionista. All’improvviso, queste donne che sono state definite ancelle del liberismo, perché in nome dell’unione tra donne, da siglare per combattere la violenza, hanno cancellato la differenza di classe, si sono accorte che il liberismo è dannoso. Peccato fingano di non sapere che il femminismo stesso può diventare uno strumento di guadagno, di denaro, fama, posizione sociale. Può diventare e in parte è diventato un brand che fa marketing per vedere se stesso, anzi, per urlare che la pessima situazione, descritta con cifre allarmanti e toni emergenziali, richiede un intervento forte e massiccio e richiede l’assoluta unione, ancora, delle donne in lotta contro l’uomo. Così in nome della lotta al liberismo (nuova formula prestata a donne borghesi e non libertarie) si censura ancora una volta la differenza di classe e ci si dedica alla superficie delle questioni invece che prevenire le cause economiche che eventualmente possano minare la libertà di scelta.

Cito Chiara Lalli, a proposito dell’ultima crociata contro la maternità surrogata:

«La presunzione di parlare in nome di tutte le donne è pericolosa e miope. E la volontà di difendere le persone dalle loro stesse scelte è paternalistica e anche un po’ ridicola. (…) Ovvero, l’utero è mio ma decidi tu cosa devo farne»

Il punto è che i corpi sono nostri e alcune vorrebbero farli diventare corpi di Stato, assegnando alle istituzioni la facoltà di poter decidere dei nostri corpi. Come possono dimenticare quello che ci viene imposto a proposito di aborto, sessualità e contraccezione? Come si può condividere la posizione di donne che vogliono farci diventare Oggetto di Stato?

Concludo con una riflessione di Manu:

Il cuore della questione non è vietare alle persone di modificare il proprio corpo, ma costruire insieme una società in cui ogni corpo sia accettato. Di certo stigmatizzare chi ricorre alla chirurgia plastica non è una soluzione!
Il proibizionismo e le sovradeterminazioni che lei (la Chambers) propone sono solo un’altra forma di coercizione sociale, un altro canone che si va ad aggiungere a tutti i canoni di “bellezza” che già ci sono imposti. A me francamente sembra una stronzata, una visione del problema che non va al di là del proprio naso. Come tutte le forme di femminismo che cercano di sostituirsi al patriarcato invece di abolirlo.
In questo senso può essere interessante il lavoro di Orlan: è un’artista che ha centrato il suo lavoro sulla modifica del corpo attraverso la chirurgia estetica, rivendicando il diritto di modificare il proprio corpo e giocando con i canoni di bellezza costruendone uno proprio che è una sorta di collage di tanti canoni; rendeva pubbliche le sue operazioni chirurgiche con performance auto-ironiche e mai polemiche.

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Usa, il ritorno dei derivati

di Carlo Musilli

Metti insieme il regno delle class action, gli Stati Uniti, e i prodotti finanziari più redditizi e oscuri, i derivati. Il risultato è un’azione legale (l’ennesima) contro le 10 banche più potenti del pianeta: Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Citigroup, Bank of America, Merrill Lynch, Barclays, Credit Suisse, BNP Paribas, Deutsche Bank, UBS e Royal Bank of Scotland.

La settimana scorsa questo dream team della finanza mondiale è finito sotto accusa per aver creato un cartello che, “almeno dal 2007”, avrebbe impedito l’ingresso d’intermediari non bancari sul mercato degli “interest rate swap”, un tipo particolare di derivati.

A presentare l’azione giudiziaria sono stati il Public School Teachers’ Pension e il Retirement Fund of Chicago, due fondi pensione che sostengono di aver pagato più del dovuto i contratti di swap a causa delle limitazioni alla concorrenza generate dal presunto cartello.

Insieme alle banche, sono state citate in giudizio davanti alla Corte distrettuale di Manhattan anche due piattaforme di scambio degli swap: Icap e Tradeweb. Quest'ultima è controllata al 40% dall'agenzia di stampa anglo-canadese Thomson Reuters, che però non è stata accusata di alcun illecito.

Il caso ha suscitato grande clamore non solo per i nomi degli istituti coinvolti, ma anche per il peso nel sistema finanziario globale degli “interest rate swap”. Con questa espressione si fa riferimento ai contratti swap più diffusi, attraverso i quali due parti si scambiano – per un periodo di tempo prestabilito – pagamenti calcolati sulla base di tassi d’interesse differenti e predefiniti, applicati a una somma di riferimento. In sostanza, non c'è scambio di capitali, ma solo di flussi corrispondenti al differenziale fra i due tassi d’interesse (di solito uno fisso e uno variabile).

Il mercato degli “interest rate swap” è ciclopico: vale circa 320mila miliardi di dollari, una cifra difficile da immaginare. Solo per avere un termine di paragone, basti pensare che il Prodotto interno lordo degli Stati Uniti è pari a circa 16.700 miliardi, venti volte meno del business legato agli Irs.

Insomma, da soli questi derivati costituiscono una larga fetta di quell’attività speculativa che non ha nulla a che vedere con l’economia reale e che garantisce ai colossi di Wall Street la massima parte dei loro guadagni. E’ come una gigantesca nube finanziaria che sovrasta la realtà produttiva senza più bisogno d’intrattenere con essa alcun rapporto.

Proprio dalla folle compravendita di derivati (tossici) è iniziata la crisi del 2007, che, nata negli Usa, ha poi attraversato l’Atlantico per trasformarsi a poco a poco nella crisi dei debiti sovrani europei. All’epoca il peccato originale fu nei “credit default swaps” legati ai mutui subprime, ovvero titoli derivati che funzionavano come assicurazioni sulla fragile vita dei mutui immobiliari più criminali della storia contemporanea.  

Non più tardi dello scorso settembre si è conclusa negli Stati Uniti un’altra class action che aveva come oggetto proprio i Cds (il cui mercato a fine 2014 valeva 16mila miliardi di dollari). In quel caso erano coinvolte 12 banche – fra cui Goldman Sachs, JP Morgan Chase e Citigroup –, accusate dagli investitori di aver manipolato il mercato dei “credit default swaps” per controllare le informazioni, limitare la concorrenza e manipolare i prezzi.

Alla fine gli istituti, pur senza ammettere alcuna responsabilità, hanno patteggiato, accettando di pagare un risarcimento da 1,87 miliardi di dollari. Una conclusione analoga a quella di molte altre cause intentate contro banche americane per il far west che ancora regna nel mondo dei derivati.
E alle banche non potrebbe andare meglio di così: per quanto costoso, il patteggiamento chiude la causa particolare senza mettere in discussione il sistema generale. Non sarà perciò una grande sorpresa se anche la class action aperta la settimana scorsa si chiuderà in questo modo. In fondo, non è bastata una crisi globale per regolamentare il mercato in cui si fanno soldi dai soldi.

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Colorado Springs: ogni religione ha il suo Isis

Colorado Springs, sparatoria nella clinica degli aborti: tre morti, undici feriti. Preso il killer. Un uomo armato ha fatto irruzione nella clinica e ha aperto il fuoco dalla finestra contro gli agenti; per ore ha tenuto in ostaggio decine di persone poi alla fine è stato catturato.

tratto da baruda.net


Una scelta nostra. Una scelta solo nostra
Nessuno che chiede ad intere comunità di “prendere le distanze”.
Nessuno che chiama questo fatto con il suo nome.
Nessuno che azzarda paralleli con le Brigate Rosse.
Un’attenzione e una delicatezza incredibile nello scegliere di non usare mai, mai, le parole terrorismo, fondamentalismo cattolico: non vedo chiari ed espliciti riferimenti ai “pro life”.

I veri esecutori di quello che non si può non definire un massacro, tentativo di una vera e propria carneficina.

Immaginate l’odore di pulito, i corridoi luminosi, i camici, le stanze e le salette d’attesa: immaginate infermieri ed utenti, medici e sale operatorie.

Immaginate poi un kalashnikov (sembra che sia questa l’arma utilizzata) e il suo indistinguibile suono, immaginate quel che è un corridoio di una clinica per il controllo delle nascite cosa diventi in pochi secondi.
Tra sangue, cadaveri, urla, fuggi fuggi, altri spari, altri morti e quasi una decina di feriti: il luogo di questo che sembra uno dei soliti deliri americani con spari all’impazzata chiarifica immediatamente la scena.

Il luogo non è stato scelto a caso perchè la Planned Parenthood è una struttura medica per il controllo delle nascite dove si praticano aborti, già presa di mira dai militanti pro-life nel passato.


Quindi un chiaro attacco alla donna, all’autodeterminazione, alla libertà di scelta: ma non è un bistrot parigino, il killer è “solo” un appartenente alla destra fondamentalista, vicino al Ku Klux Klan, non un barbuto islamico da cui milioni di persone si trovano costrette a “prender le distanze” solo perché appartenenti allo stesso credo.

8 dipendenti di cliniche dove si praticano aborti son stati uccisi negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni, molte e molte di più son le donne che muoiono per praticare aborti clandestini anche nel nostro paese.

La guerra che le religioni combattono contro il corpo delle donne non ha diverse bandiere ma una sola: quella del patriarcato e quella di oggi è solo un’altra bella pagina di terrorismo cattolico mascherato da raptus.

29 novembre 2015

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Terrorismo: quale prevenzione?

La maggiore pecca della lotta antiterroristica dei paesi occidentali è sicuramente l’assenza o l’insufficienza del contrasto politico e psicologico, tuttavia, i rimedi di natura politica o psicologica richiedono tempo e, nel frattempo, abbiamo il problema di bloccare l’offensiva terrorista ed impedire altri massacri e questo si fa sul piano di polizia e di intelligence. Il guaio peggiore è che, anche su questo piano, si sta facendo l’esatto contrario di quello che andrebbe fatto.

In primo luogo la moltiplicazione delle “misure a protezione” con militari in assetto di guerra nei pressi di uffici pubblici, chiese, luoghi di raccolta, poi metal detector stile aeroporto anche per visitare musei e chiese, entrare a concerti, presidi nelle stazioni ecc. ecc. sono un dispendio di soldi del tutto controproducente: quante volte avete visto azioni terroristiche fallite per il presidio militare del luogo o jihadisti arrestati per questi controlli? Tre o quattro casi in 15 anni. E’ solo un modo per dare una (infondata) sensazione di sicurezza ai cittadini, una sorta di effetto placebo che, però, quando poi l’attentato accade, diventa un effetto nocebo perché si risolve nel l’attribuire ai terroristi un’aura di invincibilità e, di riflesso, una patente di impotenza alle forze di polizia: quanto di peggio si possa fare. C’è una legge di comportamento per la quale il terrorista colpisce nel punto sguarnito e, siccome non è fisicamente possibile proteggere più del 10% dei possibili obiettivi (stazioni, aeroporti, treni, navi, aerei, caserme, commissariati, metropolitane, stadi, università, manifestazioni politiche, mercati all’aperto, uffici pubblici, ponti, chiese, scuole, musei, supermercati, autobus, cinema, teatri, eccetera eccetera), prima o poi l’attentato avverrà.

Con l’inutile spiegamento di forze in divisa si forniscono solo informazioni ai terroristi su quali sono le zone presidiate e quali no.

Sarebbe già preferibile seminare la città di agenti in borghese, telecamere occultate e collegate con sistemi informatici di riconoscimento facciale e lettura targhe, ronde in auto civili ecc. e tenere auto pronte a partire con agenti armati a bordo di jeep accuratamente nascoste in caserme ed autorimesse di commissariati e stazioni dei carabinieri, pronte a partire al primo segnale. Utili anche posti di avvistamento nascosti. Non è quello che impedirebbe attentati soprattutto di tipo suicida, ma creerebbe problemi ai terroristi che, pur dando per scontata la presenza di un apparato di sorveglianza, non sarebbero in grado di sapere con sicurezza dove esso è dislocato e questo, quantomeno, potrebbe rallentare il ritmo degli attentati, quel che sarebbe già un risultato, oppure potrebbe indurre in qualche errore da sfruttare.

In secondo luogo, chiudersi in difesa è sempre perdente. La miglior prevenzione è individuare ed arrestare i terroristi prima che compiano attentati, per questo occorre lavorare “nella massa” degli immigrati o dei turisti mediorientali, con molta pazienza, facendo meno errori possibile (che provocano reazioni molto negative), alla ricerca dello “jihadista sconosciuto”.

Identificare un insospettabile è un terno secco, perché sorvegliandolo con molta discrezione, spesso si risale tutta la filiera che, comunque, non va mai arrestata del tutto, perché qualcuno degli identificati conviene non prenderlo per vedere che contatti prende. Per identificare l’insospettabile si può partire da un gruppo base, ad esempio: mediorientale, maschio fra i 20 ed i 35 anni, senza precedenti di nessun genere, ed iniziare a scremare sulla base di una serie di indizi il nucleo da esaminare con più attenzione. Ad esempio se ciascun sospettato frequenta regolarmente la moschea e meglio ancora se “radicale” (per questo è un errore chiudere le moschee con imam radicali che, invece, vanno tenute aperte e tenute d’occhio), controllare dalla carta di credito (quelli che ce l’hanno) dove fa la spesa ed assumere come indizio se si serve presso negozi arabi e se gli acquisti nel periodo del Ramadan sono compatibili con quelli prescritti per il periodo di penitenza, se acquista alcoolici (controllare eventualmente le carte di fidelizzazione dei super mercati) controllare sulla scheda telefonica chi fa frequenti chiamate nei paesi del Mo, se frequenta internet point o uffici di moneygram o simili ecc. se fa spesso viaggi e dove.

Accumulato un certo numero di indizi base, si restringe l’area ad un gruppo molto più ristretto che si passa a controlli più stringenti: interessante è controllare se ciascun sospettato fa offerte votive, se risultano contatti telefonici con numeri sospetti, se alcuni degli indagati non sono in contatto fra loro, controllare i gradi di parentela con ricercati o con caduti o anche solo vittime di bombardamenti (spesso la vendetta è una delle motivazioni degli attentatiti soprattutto suicidi) e si procede ad una seconda scrematura. Ottenuto un numero sufficientemente ristretto si inizia con i controlli mirati, intercettazioni (se possibile avere interpreti fidati), pedinamenti molto discreti (meglio se fatti senza usare uomini, ma seguendo i tracciati telefonici), eventuale infiltrazione di confidenti nel posto di lavoro, fotografie, controlli sui posti frequentati, controllo delle mail (se possibile), eventuale controllo della postazione dell’internet point ecc.

Questo dovrebbe dare come risultato due o tre nomi di molto probabili jihadisti, che a quel punto vanno marcati a vista estendendo i controlli ai contatti abituali.

Altra pista importante è il monitoraggio costante dei siti jihadisti che invece, del tutto stupidamente, si vorrebbero chiudere. Al contrario vanno tenuti aperti ed osservati controllando (con un’opportuna opera di penetrazione dei server) i flussi di traffico (ad esempio è provato che nell’immediatezza dell’attentato in un paese, il flusso di traffico da e per quel paese con il Mo subiscono una impennata) per analizzare i contenuti dei testi, ma anche, aprendo falsi siti jihadisti, per disorientare, dividere e disinformare l’avversario, magari suggerendo tecniche di difesa dai servizi di sicurezza occidentali che, invece, avrebbero l’effetto di rendere riconoscibile lo jihadista ecc.

Infine, ovviamente, seguire la traccia del denaro, nell’epoca delle reti informatiche non dovrebbe essere cosa ardua e questo sia per capire chi e come li finanzia, ma anche per capire a chi vanno i rivoli di denaro che partono dalla centrale per sostenere questo o quel gruppo locale in Europa. Ma quando si parla di denaro i nostri servizi diventano stranamente rispettosi della Privacy.

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Skins in my closet


domenica 29 novembre 2015

Not a lot to save


Kurdistan iracheno - Sulaimaniya contesta Barzani, scatta la repressione

Chiara Cruciati – Il Manifesto

Sulaimaniya è altro rispetto ad Erbil. Centro liberale del Kurdistan iracheno, è la città delle opposizioni al sempreverde presidente Barzani, la città della cultura popolare e delle voci critiche.

Da qui è partita l’ondata di proteste che prima ha imbarazzato il Kdp, il partito di Barzani, e poi ha giustificato la dura repressione della polizia. A monte la rabbia per una crisi economica pagata solo dai ceti medio-bassi, ma che non scalfisce le ricchezze accumulate dall’élite politica ed economica. Una crisi giustificata con la lotta all’Isis e l’arrivo di due milioni di profughi e imputata unicamente al governo centrale di Baghdad. Ma dietro c’è altro: il nuovo protagonismo kurdo che sfrutta l’avanzata islamista sia per far tacere le opposizioni che per ampliare i confini, strategia a cui reagiscono le milizie sciite che aprono il fuoco contro i peshmerga a Kirkuk e l’esercito iracheno, impegnato a Ramadi. Ieri la presa da parte governativa del Ponte Palestina ha tagliato del tutto la via dei rifornimenti all’Isis arroccato nel capoluogo dell’Anbar.

«Le manifestazioni di protesta non sono nuove – spiega al manifesto Kamal Chomani, giovane organizzatore dei sit-in a Sulaimaniya – Saddam le aveva frenate, era una minaccia più seria rispetto all’autoritarismo del governo kurdo. Ma oggi l’assenza di riforme socio-economiche ha fatto da miccia. All’inizio in piazza sono scesi insegnanti e dipendenti pubblici, che chiedevano i salari, bloccati da 3 mesi. Poi si sono uniti giovani e cittadini, furiosi con Barzani, ancora sulla poltrona nonostante il mandato sia scaduto».

Una scintilla e la protesta è esplosa: all’inizio di ottobre alcuni insegnanti hanno organizzato un sit-in di fronte all’hotel, a Sulaimaniya, dove si trovavano rappresentanti del governo. La polizia ha impedito loro di entrare nell’albergo. Poche ore dopo, a Erbil, i dipendenti della sanità sono entrati in sciopero. In pochi giorni l’intero Kurdistan ha aderito: migliaia di persone sono scese in strada a Kaladize, Kelar, Pencewin, Halepce. Nel mirino sono finiti i simboli del potere tentacolare di Barzani, gli uffici dell’Kdp: manifestanti hanno dato fuoco alle sue sedi, altri a quelle dei partiti islamisti Komal e Yekgirtu.

La polizia non ha tardato a soffocare le proteste. Al suo fianco uomini armati, miliziani del Kdp, che attaccavano i manifestanti a bordo di pick-up. Cinque morti e 200 feriti il bilancio finale, prima che la rabbia popolare fosse repressa nel sangue e il governo lanciasse la sua personale rappresaglia. I ministri del partito Gorran (“Cambiamento”) sono stati cacciati, al presidente del parlamento è stato impedito di raggiungere i suoi uffici, divieto che vige tuttora. Raid anche contro la stampa: le reti tv Nrt e Knn, vicine alle opposizioni, sono state chiuse e ora trasmetteno da Sulaimaniya, dove il Kdp non esercita il potere di cui gode a Erbil.

«I disordini scoppieranno di nuovo – aggiunge Kamal – Le riforme per redistribuzione della ricchezza e maggiore trasparenza nel budget pubblico non sono in agenda, la disoccupazione giovanile sfiora il 50%. Migliaia di laureati non trovano lavoro se non tramite il capillare sistema clientelare di Kdp e Puk. Barzani controlla tutto: peshmerga, polizia, affari esteri, petrolio».

La tensione è palpabile, sono in tanti ad additare le strette relazioni tra potere economico e politico: tra le altre, la famiglia Barzani possiede direttamente o controlla in modo occulto Korek Telecom, la principale compagnia di telecomunicazioni; la compagnia aerea Zagros Jet; Rudaw, società commerciale che possiede emittenti tv e giornali.

I tentacoli del sistema risucchiano quasi ogni aspetto della vita politica ed economica del Kurdistan, fiaccando la popolazione, già sotto pressione per l’avanzata di Daesh. Entriamo nella sede di Sulaimaniya della tv Knn, vicina al partito Gorran. Yassin Omar, analista, ci accoglie nel suo ufficio: «Diversi fattori hanno condotto alle proteste – spiega al manifesto – La recessione economica, la pressione psicologica dovuta all’Isis, l’autoritarismo del governo. Il Kurdistan è sull’orlo di un grave scontro interno tra fazioni politiche».

«Il Kdp usa a proprio favore tale caos. La crisi economica è prefabbricata perché le risorse economiche non mancano: il greggio, che ora vendiamo senza passare per Baghdad; l’ingente flusso di esportazioni e importazioni; il contributo degli sfollati, nuovi consumatori che spendono nel nostro mercato. Nessuno conosce le reali entrate derivanti dalla vendita di greggio, ma parliamo di almeno 750mila barili al giorno. È vero che il prezzo è sceso, ma una simile quantità basta a coprire le spese interne».

Resta, alla porta, la minaccia del “califfato”, anche questa – dice Omar – abilmente sfruttata: «Se non ci fosse Daesh, le proteste sarebbero proseguite. Kdp e Puk non avrebbero potuto nascondere sotto la sabbia l’ingiustizia sociale che regna in Kurdistan. Vivono nel lusso, quando la gente non arriva alla fine del mese. Costringono la società in un sistema tribale e clientelare che impedisce uno sviluppo democratico».

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Non tutti i curdi sono uguali...

La rivoluzione delle donne in Rojava: vincere il fascismo costruendo una società alternativa

di Dilar Dirik, attivista curda e dottoranda all’università di Cambridge.

La sua ricerca è incentrata sul Kurdistan e il movimento delle donne curde
(Titolo come apparso nel blog dell’autrice: The Women’s Revolution in Rojava: Defeating Fascism by Constructing an Alternative Society, dal capitolo “A Small Key Can Open A Large Door: The Rojava Revolution” in Strangers in a Tangled Wilderness, Marzo 2015, Combustion Books. (Traduzione di Eugenia)

La resistenza contro lo Stato Islamico a Kobane ha fatto conoscere al mondo la causa delle donne curde. Con la loro tipica miopia, i media non hanno preso in considerazione le radicali implicazioni del loro gesto, ovvero l’essere pronte ad abbracciare le armi in una società patriarcale, e per di più contro un gruppo che sistematicamente stupra e vende donne come schiave sessuali, anzi, persino riviste di moda si sono appropriate della lotta delle donne curde per i loro scopi sensazionalisti. Le combattenti più “attraenti” finiscono nelle interviste e nei servizi che ne fanno poi un’immagine esotica da toste amazzoni. La verità è che, per quanto possa essere affascinante – sopratutto in una prospettiva orientalista – scoprire una rivoluzione femminile tra i curdi, la mia generazione è cresciuta riconoscendo le donne combattenti come parte della nostra identità.

L’Unità di Difesa Popolare (curdo: Yekîneyên Parastina Gel, YPG) e l’Unità di Difesa delle Donne (curdo: Yekîneyên Parastina Jin‎, YPJ) di Rojava, regione a maggioranza curda nel nord della Siria, affrontano il cosiddetto “stato islamico” da due anni e stanno opponendo una strenua resistenza nella città di Kobane. All’incirca il 35 per cento dei combattenti, un numero stimato di 15.000, sono donne. Fondata nel 2013 come un’armata delle donne indipendente, il YPJ dirige autonomamente operazioni e addestramenti. Ci sono centinaia di brigate femminili sparse nel Rojava. Quali sono le motivazioni politiche di queste donne? Perché Kobane non è caduta? La risposta si trova nella radicale rivoluzione sociale che accompagna i loro fucili di autodifesa.

Innanzitutto bisogna analizzare le implicazioni di stampo patriarcale, nella guerra e nel militarismo, per comprendere la natura della lotta delle donne contro l’ISIS e della sistematica guerra condotta dall’ISIS contro le donne. Normalmente, in guerra, le donne vengono percepite come parti passive nei territori difesi dagli uomini, mentre al contempo il sistematico ricorso alla violenza sessuale è strumento di dominio e umiliazione del nemico. Essere militante è “non-femminile” (un-womanly); scavalca le norme sociali e mina lo status quo. La guerra è vista come una questione maschile: suscitata, condotta e conclusa da uomini. Che “combattente” possa dunque essere anche donna, crea disagio generale. Nonostante la tradizionale divisione di genere esemplifichi e idealizzi le donne come delle sante, la punizione è altrettanto feroce una volta che abbiano osato violare il ruolo prestabilito. Questo è il motivo per il quale tante donne combattenti, ovunque nel mondo, sono soggette a violenza sessualizzata in quanto combattenti in guerra o prigioniere politiche. Come molte femministe hanno indicato, lo stupro e la violenza sessuale hanno poco o nulla a che vedere con il desiderio sessuale, ma sono strumenti per dominare e imporre la propria volontà su un’altra. Nel caso delle donne militanti, il fine della violenza sessualizzata, fisica o verbale che sia, è di punirle per essere entrate in una sfera maschile.

Le militanti curde stanno combattendo contro lo stato turco (secondo esercito più grande della NATO e primo ministro che si appella alle donne chiedendo loro di partorire almeno tre figli), contro il regime iraniano (il quale disumanizza le donne apparentemente nel nome dell’Islam), contro il regime siriano (stupro sistematico come strategia di guerra) e contro i jihadisti, come quelli dell’ISIS. Inoltre, combattono anche contro il patriarcato, ancora insito nella stessa società curda. E ancora contro matrimoni precoci e forzati, violenza domestica, delitti d’onore e cultura dello stupro.

L’ISIS ha dichiarato una guerra alle donne con rapimenti, matrimoni forzati e schiavitù sessuale. Si tratta di una distruzione sistematica della donna, una forma specifica di violenza: femminicidio. La violenza sessuale è il castigo per le donne militanti che sono entrate in una sfera riservata agli uomini, al “genere privilegiato”. Per i membri dell’ISIS, che dichiarano “halal” (lecito) stuprare le donne nemiche e che si aspettano 72 vergini in paradiso come ricompensa per le loro atrocità, le donne militanti sono certamente un perfetto nemico…

Nonostante l’esplicita natura sessista della guerra e della violenza, in tutto il mondo le donne si schierano in prima fila nelle lotte per la libertà ma, una volta che la “liberazione” è raggiunta, vengono respinte, rimandate nei ruoli tradizionali in modo da ristabilire la “normale” vita civile; considerando ciò, cosa possiamo imparare sulla liberazione da un punto di vista radicale?

La repressione delle donne curde avviene su vari livelli, e questa esperienza ha maturato in loro la consapevolezza che le diverse forme di oppressione sono interconnesse tra loro. Da qui scaturisce l’ideologia che ora anima la resistenza nei tre cantoni del Rojava dichiarati autonomi nel gennaio del 2014, tra cui, appunto, Kobane. È una resistenza che trova risonanza con gente in lotta in tutto il mondo, che sente la causa come propria.

Qual è il credo politico dietro la resistenza delle donne curde?

“Noi non vogliamo che il mondo ci conosca per le nostre pistole, ma per le nostre idee,”, dice Sozda, una comandante del YPJ a Amude, indicando le immagini che tappezzano la loro stanza in comune: guerriglieri del PKK e Abdullah Öcalan, il rappresentante ideologico del movimento, attualmente in prigione. “Non siamo soltanto donne che combattono l’ISIS. Noi lottiamo per cambiare la mentalità della società e mostrare al mondo di cosa siano capaci le donne.” Per quanto il PKK e l’amministrazione del Rojava non siano esplicitamente legati, condividono gli stessi principi politici.

Il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), fondato nel 1978, ha iniziato una guerriglia contro lo stato turco nel 1984. Inizialmente puntava all’indipendenza del Kurdistan, ma sorpassò ben presto i concetti di stato e nazionalismo, criticati in quanto oppressivi ed egemonici. Ora propugna un progetto di liberazione sotto forma di democrazia – inclusiva, femminista e radicale – e di autonomia regionale: “confederalismo democratico” (parità dei generi, ecologia) e democrazia diretta per tutti i gruppi (etnici, linguistici, culturali e religiosi). Abdullah Öcalan afferma esplicitamente che il patriarcato, insieme al capitalismo e allo Stato, sono alla base di oppressione, dominazione e potere: “L’uomo è un sistema. Il maschile è diventato Stato e lo ha trasformato in cultura dominante. L’oppressione di classe di genere si sviluppano insieme. La mascolinità ha generato il genere dominante, la classe dominante, e lo stato dominante,”. Si ribadisce il bisogno di una lotta femminista autonoma e cosciente: “la libertà della donna non può essere assunta una volta che una società ha ottenuto generale libertà ed eguaglianza.” I quadri del PKK frequentano seminari contro il patriarcato e a sostegno dell’uguaglianza di genere, in modo di cambiare il senso di privilegio e diritto naturale dell’uomo sulla donna. Öcalan dimostra le connessioni tra differenti istituzioni di potere: “Tutte le ideologie, di stato e di potere, derivano da comportamenti sessisti […]. Senza la schiavitù della donna nessun altro tipo di schiavitù può esistere, e nemmeno svilupparsi. Il capitalismo e lo stato-nazione non sono che il maschile dominante nella sua forma istituzionalizzata. Detto con franchezza: il capitalismo e lo stato nazione sono il monopolio del maschio dispotico e sfruttatore”. Anche il movimento delle donne produce indipendentemente teorie e critiche sofisticate, ma che, nel Medio Oriente, il leader di una lotta per la liberazione metta la liberazione femminile come misura critica della libertà stessa, è pressoché straordinario. Solo leggendo, capendo la posizione di questo movimento e le sue azioni corrispondenti, è possibile comprendere la mobilitazione di massa delle donne di Kobane. Questa posizione non è emersa dal nulla, ma nasce da una tradizione radicata con un determinato sistema di principi.

Il PKK ripartisce ogni posizione nell’amministrazione tra un uomo e una donna, dalle presidenze del partito ai consigli di quartiere, tramite il principio di co-presidenza (co-chair concept, lett. “seggio in comune”). Oltre al fornire ad entrambi lo stesso potere decisionale, il concetto di co-presidenza mira a decentralizzare il potere, prevenire il monopolismo, e promuovere la ricerca del consenso (consensus-finding). Il movimento delle donne è organizzato autonomamente, socialmente, politicamente e militarmente. Mentre questi principi organizzativi cercano di garantire la rappresentanza femminile, la mobilitazione massiva sociale e politica mira alla coscienza della società in modo da interiorizzare i concetti appoggiati. Influenzate dalla linea femminista del PKK, la maggioranza delle donne nel parlamento turco e nelle amministrazioni municipali sono curde. Insieme al YPG/YPJ, unità del PKK realizzarono un corridoio umanitario per salvare i Yazida nelle montagne del Jebel Sinjār (Nord-Iraq) ad agosto. Alcune donne del PKK morirono difendendo la cittadina di Makhmour, nel Kurdistan iraqeno, a fianco dei compagni uomini. Ispirati da questi principi, i cantoni del Rojava hanno rinforzato i meccanismi di copresidenze e quote, hanno creato unità di difesa della donna, comuni femminili, accademie, tribunali e cooperative. Il movimento delle donne Yekîtiya Star è organizzato autonomamente in tutti i settori, dalla difesa all’economia, fino alla sanità. Assemblee e consigli femminili coesistono con quelli popolari e hanno potere di veto sulle decisioni di quest’ultimi. La discriminazione basata sul genere viene fronteggiata dalle leggi. Uomini colpevoli di violenze contro le donne non sono supposti a far parte dell’amministrazione. Nel bel mezzo della guerra, uno dei primi atti del governo è stata la criminalizzazione di fenomeni come matrimoni forzati, violenza domestica, delitti d’onore, poligamia, matrimoni precoci e il “prezzo della sposa”. Molte donne non-curde, specialmente arabe e siriane, si sono unite ai ranghi militari e amministrativi del Rojava e vengono incoraggiate ad organizzarsi autonomamente. In tutti i settori, incluse le forze di sicurezza interna, la parità dei sessi è parte centrale dell’educazione e dell’addestramento. Mentre alcuni editorialisti affermano arrogantemente che le donne di Kobane lottano “per valori occidentali”, le accademie femminili in Rojava criticano la nozione delle donne occidentali più libere, e dell’occidente detentore di un monopolio dei valori come la parità dei sessi. “Non c’è libertà individuale se l’intera società è schiavizzata”. In seminari pubblici, le donne esprimono le proprie critiche alle scienze sociali e propongono vie per liberare il sapere dal potere. Eppure questa rivoluzione femminista popolare ed esplicita è completamente ignorata dai media mainstream.

“La nostra lotta non è solo per la difesa della nostra terra”, spiega una comandante del YPJ.

Jiyan Afrin. “Noi in quanto donne facciamo parte di tutte le estrazioni sociali, indipendentemente se combattiamo l’ISIS o la discriminazione e violenza contro le donne. Stiamo cercando di mobilitare e di essere le autrici della nostra stessa liberazione”. Quale liberazione?

L’esperienza del movimento femminile curdo illustra che per una rivoluzione sociale significativa i concetti di liberazione devono essere sciolti dai parametri dello status quo. Per esempio, il nazionalismo è un concetto patriarcale. Le sue premesse limitano le lotte per la giustizia. Similarmente, l’idea di uno stato-nazione perpetua il sistema egemonico, oppressivo e dominante. Piuttosto che sottoscrivere questi concetti, la liberazione dovrebbe essere vista come una lotta senza fine, il tentativo di costruire una società etica, solidarietà tra le comunità e giustizia sociale. Dunque, piuttosto che essere una questione basata sui diritti che carica il peso sulle donne, la liberazione e l’uguaglianza dei generi dovrebbe diventare una questione di responsabilità di tutta la società, perché misurano l’etica e la libertà della società stessa. Per una lotta radicale e rivoluzionaria, la liberazione della donna deve essere nel processo sia obiettivo intrinseco, sia metodo attivo. La partecipazione politica deve andare oltre al voto e ai diritti e deve venir radicalmente reclamata dalle persone.

In un era nella quale grandi statiste alimentano guerre ingiuste in paesi del terzo mondo pretendendo di “salvare le povere donne oppresse”, insieme a gruppi razzisti e maschilisti che credono di contribuire alla causa femminile nel medio oriente tramite azioni sensazionaliste egocentriche che loro considerano radicali, e nella quale l’estremo individualismo e consumismo sono propagati come emancipazione, le combattenti di Kobane hanno contribuito a ri-articolare il femminismo radicale rifiutandosi di attenersi alle premesse dell’ordine costituito da stato-nazioni capitalisti e patriarcali, reclamando l'autodifesa legittima, dissociandosi dal monopolio di potere dallo stato, e combattendo una forza brutale non per conto degli imperialisti, ma per una liberazione nella quale loro stesse stabiliscono i termini.

Da Kobane, la combattente YPJ Amara Cudî mi racconta via internet: “Una volta ancora, nuovamente, i curdi sono apparsi sul palcoscenico della Storia. Ma questa volta con un sistema di autogoverno e autodifesa, specialmente per le donne, che ora, dopo millenni, scrivono loro stesse la loro storia per la prima volta. La nostra filosofia ha reso noi donne coscienti che possiamo vivere solo resistendo. Se non possiamo difendere e liberare noi stesse, non possiamo difendere o liberare altri. La nostra rivoluzione va oltre questa guerra. Per riuscire, è vitale sapere per cosa stiamo lottando.”

Senza questo impegno collettivo per scuotere la coscienza della società, per trasformare i senzavoce in attori politici, Kobane non sarebbe stata capace di resistere per così tanto. Questo perché la mobilitazione politica e ideologica della popolazione di Rojava sono imprescindibili dalle vittorie contro l’ISIS: una rivoluzione genuina deve prima sfidare la mentalità di una società. Perciò, la lotta delle donne contro l’ISIS non è solo militare, ma anche esistenziale. Esse non resistono solo contro la misoginia dell’ISIS, ma anche contro la cultura dello stupro e del patriarcato nella loro stessa comunità. Dopotutto, l’ISIS cavalca sopra il concetto di “onore” nella regione, costruito intorno ai corpi e alla sessualità delle donne. Per questo, un grande striscione nel centro di Qamishlo dichiara: “Noi sconfiggeremo gli attacchi dell’ISIS garantendo la libertà delle donne nel medio oriente.”

Uno non deve simpatizzare con il PKK, ma non può nemmeno sostenere la resistenza a Kobane negando il pensiero che la alimenta, per poi esprimere solidarietà alle donne coraggiose che combattono l’ISIS. Non puoi scrivere l’epos delle donne di Kobane senza aver letto la vita di Sakine Cansiz, cofondatrice del PKK, che aveva guidato un'insurrezione in un carcere turco e aveva sputato in faccia al suo torturatore. È stata assassinata insieme a Fidan Dogan e Leyla Saylemez il 9 gennaio 2013 a Parigi. Donne come lei hanno aperto la strada alla lotta contro lo stato islamico – donne che erano state, prima dell’ascesa dell’ISIS, etichettate come prostitute, terroriste, streghe irrazionali e confuse, crudeli, perché combattevano lo stato turco, membro della NATO.

Oggi, le donne di Rojava decorano le loro stanze con foto delle loro compagne Sakine, Fidan, e Leyla.

La de-politicizazzione della lotta a Kobane priva i combattenti del senso del loro operato e estrae la mobilitazione collettiva dal contesto – questo per interesse della coalizione, che consiste di stati che non solo avevano ignorato e marginalizzato la resistenza di Rojava all’ISIS per due anni, ma anche rifornito di armi gli stessi individui che poi avrebbero formato questo sanguinario gruppo. Solidarietà con le donne di Kobane vuol dire anche interessarsi alle loro politiche. Vuol dire sfidare l’ONU, la NATO, le guerre ingiuste, il patriarcato, il capitalismo, la religione politica, il commercio mondiale di armi, il nazionalismo, il settarismo, il paradigma dello stato, la distruzione ambientale – i pilastri di un sistema che ha scatenato l’inizio di questa situazione. Non permettete che coloro che hanno proiettato ombre buie, violente sul Medio Oriente e che causarono l’ascesa dell’ISIS, pretendino ora di essere i “buoni”. Sostenere le donne di Kobane vuol dire alzarsi in piedi e diffondere la rivoluzione.

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Parigi - Oreste Scalzone commenta lo stato di emergenza dichiarto da Hollande

Una domenica mattina, fredda. Come (quasi) sempre... 'qualcuno tentò, ma non seppe'. Tentato di aprire, sviluppare in sequenza lineare ciò che gli sembra aver da dire, arrivare a conclusioni (sempre provvisoriamente definitive), e con un click metterle in circolazione, o quantomeno a disposizione, foss'anche solo dei celebri «sedici lettori», o magari meno o più, uno, nessuno. Al netto di e oltre "tutto", alla peggio foss'anche semplicemente per poter uscire dall'apnea e respirare un po', nel senso – si parva licet... – di "...e ha parlat', 'o zi' Nisciuno", oppure "Dixi, et salvavi..." (che qui non si salva niente, ma almeno si tacita il tumulto di dentro, il rimorso dell'inevaso e dell'inadempienza, il debito pur senza promessa nei confronti anche solo di pochissimi/e). Foss'anche solo per... come "pressurizzarsi" per non implodere, schiacciato da un po' di morte nel cuore per l'incalzare implacabile di voci, vociferazioni d'ogni tipo, da tutti i lati, voci da fuori e echi di dentro, che si accavallano implacabili e da cui ci si sente sopraffatti. (E non parliamo qui del resto, il resto della-vita, materiale corporale, vita «che tossisce tutta la notte sotto le tue lenzuola e non vuol lasciarti dormire», minora d'ogni tipo, disparati disperati, che irrompono, incessantemente perentori che esigono, ingiungono, reclamano, tutti ed ognuno egualmente e tutti assieme prioritari, come avventori attorno a un bancone di caffé o alla porta di cessi o sportello per biglietti di treno indifesi e senza convenzione possibile...).

Tentare di non implodere, e al contempo (e come sia possibile non saprei, ma similitudine metaforica non abbisogna di realisticità, vedi le topologie...), al contempo per non squartarsi, essere strappati esplodere, esser tirato "fuori-di-sé" senza via di "rientro", ritorno, ritrovarsi. Insomma, per "tenersi"' insieme – tenere insieme, per dirla con Zenone, tutte le persone che compongono la risultante «io», molte voci intorno a, sentirsi come "asino fra i suoni", tirato spinto strappato interpretato appiattito classificato interrogato processato sospettato arruolato coscritto al dritto e a rovescio e a forza, senza neanche la facoltà del silenzio, ché la "scena muta" e anche il ritardo è preso per eloquente, e non c'è scampo. D'altronde, il tempo è cronometrato alcuna epoca è concessa, l'intempestivo è letto in modo sintomale, il tempo è quello da «duello al sole» dei cow-boy, quello del pensiero di Twitter, della 'Canzone di Piero' di De André, tirare per primo con tiro per riflesso, come lo sparatore al piattello o l'arciere de lo zen e il tiro con l'arco, come 'sputa-sentenze', certezze sicumèriche apodittiche implicite normative date come a valore normativo universale, e soprattutto messe in colpa, assegnazioni a essenza e a colpa... La forma obbligata, sequenziale, e il tempo di leggere tutti i punti, in generale, per lo più non è concesso, "la prima risposta è quella che conta", la scelta di come cominciare è seguire e conchiudere è fatale, mortale...

Quante volte cominciato con "A questo punto, per intanto...". Formule, espedienti, trovate, marchingegni cadono come birilli uno dopo l'altro, il filo-del-discorso si riaggomitola e ri-cresce per digressioni e ulteriori ramificazioni, flash-back, blow-up e tentativi di synopsis, sguardi d'insieme.

Il punto non sarebbe cosa dire, ma come, come cominciare e da che. Insomma: nei quattro minuti che mi restano per concludere questa operazione forse solo apotropaica, testamentaria per giudizioso dispositivo nel caso che..., dico intanto:
1. Se la data e l'ora fossero oggi, comincerei dal dire che ciò di cui in pochissimi si parla, è che nella ferale sigla IS, oltreché «Islamico», c'è «Stato».
E infatti, nell'orrore a cielo aperto della fogna che è la Ragion di Stato, nella fattispecie geo-strategico-economico-politica, i cent'ottanta o non so, i "Grandi della terra" che stanno sbarcando oggi a Parigi (più il loro collega convitato di pietra Baghdadi e qualch'altro), sono, per cominciare, bari, doppio-, triplo-, multi-giochisti, con quello che ciò significa. Entrare anche solo con un'unghia (tra l'altro, ridicolmente, con velleitarismo puro), se non per una critica radicale a tuttissimo campo, vuol dire "giocarsi anche in estremo le ragioni del rispetto di sé". Tutti, nessuno escluso.

2. Se la pagina del "diario" fosse il venerdì 13 scorso, dopo lo sbigottimento la prima reazione che esprimerei sarebbe – dato poi chi e chi..., la compassione e l'orrore.

3. E poi, dacché, come disvelava un «terribile giurista», «sovrano è [sempre] chi decide sullo stato d'eccezione», e che questo anche qui si è ormai fatto «regola», un'invariante quasi della «costituzione formale», un vero e proprio dispositivo anzi di "governamentalizzazione sovversiva" del territorio e della popolazione, anche il nostro compito è lo stesso di sempre: «la creazione del vero stato di emergenza». A Place de la Republique, per il comunismo. […].

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Più che un commento è un flusso di coscienza...

Diyarbakır, assassinato Elçi l’avvocato dei diritti

Muoiono manifestanti, oppositori, avvocati, giornalisti e con loro muore la democrazia nella Turchia erdoğaniana. Stamane Tahir Elçi, notissimo giurista dei diritti civili della comunità kurda e presidente di Diyarbakır Bar Association, stava parlando in strada nell’omonima località, una conferenza stampa all’aperto sul clima repressivo che nelle terre nell’est e nell’intero Paese è diventata da mesi una tragica realtà, quando sono partiti colpi d’arma da fuoco. Un’azione mirata a seminare morte. Dopo secondi di panico, immagini di cameramen mostrano l’avvocato a terra in un lago di sangue. Chi ha ucciso Elçi? Un killer prezzolato, un fanatico che odia gli oppositori, un agente dei servizi, un poliziotto in borghese come quelli presenti che si vedono sparare nelle riprese televisive? La magistratura indaga: da un’auto sono partiti dei colpi contro un poliziotto che crolla, segue una fitta sparatoria che lascia senza vita l’avvocato e un agente. La dichiarazione del premier Davutoğlu “colpita è la Turchia” è una realtà che nasconde il losco piano governativo di continuare a cavalcare un clima di paura e di difesa della sicurezza della nazione proprio mentre s’incentiva il terrore di Stato.

Perché di fronte a quest’ennesimo ‘omicidio di regime’ il premier e il ministro dell’interno Ala, intervenuto anch’egli sostenendo investigazioni a tutto campo, una responsabilità totale ce l’hanno, non riuscire a garantire la vita a queste categorie di cittadini: attivisti d’opposizione, giornalisti, avvocati, operatori dei diritti e popolazione kurda. Da una preliminare autopsia Elçi risulta colpito al collo e alla schiena, ma un membro dell’Hdp (Ömer Taştan) presente sul luogo afferma d’aver visto un colpo diretto alla testa, mentre un video mostra degli sparatori che puntano le armi automatiche sul gruppo di persone in cui c’era l’avvocato. Ben undici operatori dell'associazione sono rimasti feriti. Recenti dichiarazione di Elçi a favore del Pkk, che a suo dire non poteva essere considerato un gruppo terrorista, avevano sollevato forti polemiche, nell’ottobre scorso l’avvocato era stato anche fermato e condotto in galera. Immediate proteste sono montate a Diyarbakır, dove centinaia di persone si sono riversate per strada per condannare l’omicidio e sono state disperse con idranti e gas urticanti. Manifestazioni anche in altre province ad alta concentrazione kurda e a Istanbul, tutte duramente represse. Mentre il Partito Democratico del Popolo ha denunciato un piano per assassinare Elçi; “Ma noi saremo tutti Tahir, lavoreremo e lotteremo come lui per ottenere giustizia” afferma un comunicato emesso in serata.


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sabato 28 novembre 2015

Guerra e precarietà - Le comuni verità di Luttwak e Poletti

di Giorgio Cremaschi

Chissà perché in questi giorni ho finito per associare Edward Luttwak a Giuliano Poletti.

Sono due persone diversissime per storia cultura e esperienze, l'uno intellettuale militante dell'imperialismo USA, l'altro burocrate un poco rozzo del pentitismo comunista. Sono persone normalmente lontanissime eppure le loro uscite di questi giorni sui mass media italiani me li hanno fatti sembrare assai vicini.

Il primo a La7 ha rivendicato con orgoglio il sostegno degli Stati Uniti ai talebani e a ciò che ne è seguito. È stato un buon affare comunque, ha detto, perché in Afghanistan è crollata l'Unione Sovietica è così l'Occidente ha visto sconfitto il suo principale nemico.

Il secondo ha dichiarato inutili le lauree con alti voti, magari conseguite in ritardo, e poi ha rivendicato la necessità di superare il concetto stesso di orario di lavoro, sostituendolo con la retribuzione a prestazione.

Io trovo che entrambi abbiano brutalmente descritto la verità. Per Luttwak la guerra si fa per conquistare potere e chi la vince, qualsiasi mezzo usi, ha sempre ragione. Non troveremo in lui le ributtanti ipocrisie sulle guerre umanitarie e democratiche. Le guerre servono a tutelare precisi interessi e per questo devono essere astute e spietate. Le guerre di Luttwak sono quelle del capitalismo liberista e globalizzato di oggi, quello santificato da George Bush padre allorché dichiarò: il nostro sistema di vita non è negoziabile e verrà difeso in tutti i modi.

Giuliano Poletti deve esercitare qualche ipocrisia in più, vista la professione, ma alla fine non scarseggia in brutalità. Il suo attacco al 110 e lode corrisponde ad un mercato del lavoro nel quale i giovani laureati vanno a fare le polpette ai McDonald's, naturalmente nascondendo il titolo di studio altrimenti non verrebbero assunti. A che serve studiare tanto se i lavori che vengono offerti non corrispondono minimamente alla cultura acquisita? Poco tempo fa ho conosciuto un ricercatore universitario che, stufo di fare la fame, aveva rilevato la bancarella del padre ai mercatini. Poletti sta semplicemente cercando di adeguare le aspettative scolastiche alla realtà del mercato del lavoro. Nel quale serve soprattutto una piccola istruzione di base adatta alla nostra società mediatica e consumista. Solo ad una élite rigidamente selezionata, quasi sempre su basi censitarie, sarà consentito di lavorare esercitando le competenze apprese in lunghi studi. Per la maggioranza dei giovani studiare troppo è tempo buttato. Come aveva lamentato Berlusconi, non può essere che anche l'operaio voglia il figlio dottore. Le controriforme della scuola di Gelmini e Renzi hanno cominciato ad adeguare, con i tagli, il sistema formativo al mercato del lavoro fondato su precariato e disoccupazione di massa. Meglio studiare meno e prepararsi ai lavoretti precari che verranno offerti, piuttosto che accumulare rabbia per una laurea non riconosciuta da nessuno.

Anche sull'orario di lavoro Poletti ha in fondo detto la verità. La globalizzazione finanziaria, l'euro, le politiche di austerità hanno progressivamente distrutto le secolari conquiste del mondo del lavoro. Che per avere un orario definito per la propria prestazione e ridotto a dimensioni umane e legato ad una retribuzione dignitosa, ha speso 150 anni di lotte e miriadi di vittime. Oggi tutto è in discussione e non perché il lavoro non abbia più bisogno delle tutele conquistate, ma perché il capitale ha trovato la forza di distruggerle. Consiglierei a Poletti, che non pare persona particolarmente colta, la lettura di Furore di John Steinbeck. È la storia di una famiglia che, durante la crisi degli anni '30 negli USA, è costretta a migrare e a trovare lavoro a cottimo. E arrivano in una azienda ove si raccolgono le cassette di arance a cinque centesimi l'una, senza orario di lavoro e se non va bene via.

Il New Deal keynesiano di Roosevelt si rivolse anche contro quel sistema di sfruttamento, che oggi non a caso viene invece riproposto nell'Europa in cui, con l'austerità, trionfa il liberismo e si distruggono lo stato sociale e i diritti del lavoro.

Luttwak e Poletti sono dei reazionari, la loro visione del mondo fa venire i brividi e fa tornare indietro di secoli, ma non hanno inventato nulla. Ciò che dicono corrisponde a ciò che si fa realmente nelle nostre società malate.

Quindi più che per le loro parole conviene mostrare scandalo per la realtà che cinicamente descrivono e difendono. E soprattutto conviene, quella realtà, provare a cambiarla.

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