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25/10/2015

Londra apre le porte alla Cina

di Michele Paris

La visita di questa settimana in Gran Bretagna del presidente cinese, Xi Jinping, è stata contrassegnata da un’eccezionale accoglienza riservata sia dal governo Cameron sia della casa reale, a conferma dell’importanza dei crescenti legami commerciali e finanziari tra coloro che possono essere considerati rispettivamente l’alleato più fedele e il principale rivale degli Stati Uniti.

Dopo l’arrivo all’aeroporto di Heathrow nella serata di lunedì, Xi è stato ricevuto il giorno successivo dalla regina Elisabetta, dal duca di Edimburgo e dal primo ministro, David Cameron, per poi essere accompagnato dalla stessa sovrana nella carrozza reale fino a Buckingham Palace, dove è stato ospitato assieme alla moglie per tutta la sua permanenza a Londra.

Martedì, poi, il leader cinese ha preso parte a un “banchetto di stato” con i membri del governo e della famiglia reale, ad esclusione del principe Carlo, secondo i media britannici tenuto lontano per evitare imbarazzi all’ospite d’onore, visto il sostegno espresso più volte dall’erede al trono per la causa tibetana. Nella giornata di mercoledì, invece, Xi ha incontrato Cameron, prima di volare a Manchester per visitare alcuni progetti di investimento assieme al Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne.

Sempre martedì, Xi ha parlato ai membri delle due camere del Parlamento britannico, affermando come i due paesi stiano diventando “sempre più interdipendenti” e dando vita a “una comunità di interessi condivisi”. Il presidente cinese ha fatto inoltre riferimento a due questioni cruciali nei rapporti bilaterali, l’adesione come membro fondatore della Gran Bretagna alla Banca Asiatica di Investimenti nelle Infrastrutture (AIIB) e la scelta di Londra come primo mercato di bond cinesi in yuan al di fuori della madrepatria.

Il governo conservatore britannico si è ritrovato esposto a critiche e pressioni a causa della cordialissima accoglienza riservata a Xi Jinping, tanto che vari esponenti del gabinetto hanno cercato di giustificare il consolidamento dei rapporti con Pechino. Il Ministro degli Esteri, Philip Hammond, ha ad esempio sostenuto in un’intervista alla BBC che “i legami con la Cina sono decisamente nel nostro interesse” e che il suo governo guarda a questo paese per assicurarsi “investimenti in infrastrutture”.

Per il governo Cameron, un rapporto più solido con la Cina potrebbe d’altra parte sbloccare fino a 30 miliardi di sterline in accordi commerciali e investimenti in Gran Bretagna, creando circa 4 mila nuovi posti di lavoro in vari settori.

La visita di Xi e gli affari conclusi questa settimana erano stati in parte preparati da una trasferta in Cina a settembre di Osborne, durante la quale il ministro conservatore aveva assicurato che la Gran Bretagna intende diventare il “partner occidentale numero uno” di Pechino.

Come per molti altri paesi, dunque, la Cina rappresenta anche per la Gran Bretagna una straordinaria opportunità dal punto di vista economico, in particolare sul fronte degli investimenti diretti. Attualmente, la Cina è già il secondo paese da cui la Gran Bretagna importa il maggior numero di prodotti, dopo la Germania, mentre l’export britannico verso la Cina è più che raddoppiato tra il 2010 e il 2014, salendo a quasi 16 miliardi di sterline.

Allo stesso modo, negli ultimi tre anni gli investimenti cinesi in Gran Bretagna sono aumentati a ritmi vertiginosi, mentre le interconnessioni finanziarie tra i due paesi hanno raggiunto livelli decisamente consistenti, come conferma il fatto che le banche del Regno hanno un’esposizione verso la Cina superiore a quella combinata verso USA e UE. Secondo il Tesoro britannico, infine, la Cina dovrebbe superare gli Stati Uniti come secondo partner commerciale di Londra entro i prossimi dieci anni.

La presenza di Xi in Gran Bretagna è stata così l’occasione per promuovere vari accordi, tra cui spiccano quelli relativi agli investimenti cinesi nel settore dell’energia atomica. Londra intende cercare finanziamenti per una serie di progetti di reattori nucleari per un valore di un centinaio di miliardi di sterline nel prossimo decennio. Prevedibilmente, più di un giornale britannico ha ricordato come l’afflusso di capitale cinese in questo ambito abbia implicazioni per la sicurezza nazionale del paese, tanto che sezioni delle forze armate e della comunità dell’intelligence sembrano avere espresso le proprie perplessità.

Il crescente orientamento di Londra verso la Cina è comunque un dato di fatto acquisito per il governo Cameron. La conferma di ciò era giunta tra l’altro con il già ricordato annuncio qualche mese fa della partecipazione della Gran Bretagna all’AIIB, nelle intenzioni cinesi vera e propria alternativa a istituzioni come la Banca Mondiale o la Banca Asiatica per lo Sviluppo, tradizionalmente dominate dagli Stati Uniti. La decisione era stata presa nonostante il parere contrario e le pressioni di Washington e aveva scatenato una corsa tra i paesi occidentali ad aderire al nuovo istituto internazionale patrocinato da Pechino.

Come dimostra la nascita dell’AIIB, la capacità della Cina di attrarre nella propria orbita economico-finanziaria molti paesi alleati degli Stati Uniti produce significative conseguenze strategiche, emerse chiaramente nel dibattito scaturito dalla visita di Xi Jinping a Londra. Tanto più che l’avvicinamento a Pechino di paesi come Gran Bretagna o Australia, tradizionalmente allineati agli interessi dell’imperialismo USA, si sovrappone alla cosiddetta “svolta” asiatica di Washington, ovvero la serie di iniziative e progetti diplomatici, economici e militari per contenere l’espansionismo cinese che, spesso, si basano o dovrebbero basarsi sulla collaborazione con questi stessi paesi.

I malumori degli Stati Uniti per questa evoluzione devono essere stati presi in considerazione dal governo Cameron, come confermano le dichiarazioni del primo ministro e di alcuni membri del suo gabinetto per garantire che la “relazione speciale” con Washington non esclude la costruzione di una “solida partnership” con la Cina.

Il fatto che il governo britannico, nonostante le rassicurazioni, abbia ritenuto di dovere intraprendere un percorso di avvicinamento così deciso verso Pechino contro le indicazioni USA testimonia a sufficienza di quali interessi siano in gioco nella competizione per intercettare il capitale cinese o penetrare nello sterminato mercato del colosso asiatico.

Questi processi suggeriscono anche e soprattutto una tendenza verso l’inasprimento delle relazioni internazionali, anche tra paesi alleati, a causa della crisi strutturale del capitalismo. Un deterioramento dei rapporti che, tra USA e Gran Bretagna, appare ancora relativamente trascurabile, anche se, a ben vedere, l’insofferenza di Washington nei confronti dell’atteggiamento fin troppo accondiscendente di Londra verso la Cina si è intravista in maniera chiara in questi giorni.

Sempre il Financial Times, ad esempio, questa settimana fa ha citato un anonimo ex membro “molto influente” del governo americano, il quale ha sostenuto senza mezzi termini che l’eccessiva “deferenza” del governo Cameron nei confronti di Xi “potrebbe in futuro creare più di un problema per la Gran Bretagna”.

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