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venerdì 30 ottobre 2015

Stupendo


Razzismo e xenofobia nelle “libere” Ucraina e Estonia

“Né erano altro che grattarla nelle calcagne, ove il capo prudea”, verrebbe da dire col sommo poeta, a proposito delle lamentele con cui alcuni esponenti ucraini parlano d'altro, rimasti senza voce per la batosta elettorale di domenica scorsa. Così, se addirittura la martire occidentale di ogni “sopruso antieuropeista”, quella Julja Timošenko che voleva risolvere la questione dei russi del Donbass con un paio di bombe atomiche, versa lacrime sulla “massa di falsificazioni dei risultati” elettorali operata dai suoi ex alleati di governo, il presidente Porošenko non trova nulla di meglio da fare che esaminare la questione dell'eliminazione, dai passaporti ucraini, delle pagine coi rimandi alla lingua russa, accanto alle altre lingue.

E se il Ministro degli interni, Arsen Avakov, è intenzionato a difendere in giudizio il proprio diritto a usare la lingua russa, allora il suo primo ministro (per quanto ancora?) Arsenij Jatsenjuk volge il capo dall'altra parte e blatera di lotta all'antisemitismo (alla maniera delle ex SS galiziane così oggi di moda in Ucraina?) come di una delle maggiori priorità del governo.

Avakov – nato a Baku, ma di nazionalità armena, occupa il 118esimo posto tra le persone più ricche d'Ucraina, con un patrimonio nel 2013 stimato a 99 milioni di $ – si è appellato contro la decisione del tribunale che gli impone di condurre tutta l'attività di stato usando esclusivamente la lingua ucraina. Essendo stato a suo tempo, quello del diritto a usare la propria lingua, uno dei punti cruciali che portarono poi all'attacco ucraino al Donbass, ecco dunque che Jatsenjuk parla d'altro e, per farlo, ricorre a un argomento che, nell'Ucraina di oggi, dovrebbe essere affrontato con più delicatezza, specialmente da chi sta eroicizzando le bande filonaziste galiziane che, durante l'ultima guerra, al servizio delle SS tedesche sterminarono anche decine di migliaia di ebrei ucraini.

Ma l'occasione, per Arsenij, era troppo ghiotta per cercare di ingraziarsi i padrini d'oltreoceano. L'incontro con una delegazione della Coalizione nazionale USA per il sostegno agli ebrei euroasiatici, sarà parsa ad Arsenij come una delle ultime possibilità per risalire un po' la china dei propri consensi (oggi all'1%); e allora, si nascondono per un giorno sotto il tappeto le nuove festività pro-Bandera e pro-UPA e ci si presenta nei panni del combattente contro l'antisemitismo; si vocifera di difesa della pace internazionale e, per una volta, non si parla del “vallo europeo” contro la Russia e ci si limita a condannare a qualche anno di prigione (in contumacia: ci mancherebbe!) chiunque metta piede in Crimea senza il permesso di Kiev; ci si batte il petto contro “ogni manifestazione di razzismo e xenofobia”, che non comprende, per carità, l'ostracismo di letteratura, arte e lingua russe; e, soprattutto, si invocano le aspirazioni eurointegriste ucraine. E il gioco è fatto.

E l'eurointegrazione ha buon gioco anche a latitudini leggermente più settentrionali: l'importante è difendere i “valori europei e occidentali” dalle “aggressioni di Mosca”: sul resto, in questi casi si può sorvolare. E' sufficiente, come ha fatto Jatsenjuk, condannare “ogni manifestazione di razzismo e xenofobia”; non importa poi crederci davvero, soprattutto se si fa parte della coalizione internazionale a “difesa di democrazia e libertà”. Dunque, anche nella “libera Estonia” (libera dalle “grinfie di Mosca”?), un nero è un nero e i discendenti dei cavalieri teutonici non sopportano colori diversi della pelle, anche se sono quelli dei “soldati arrivati a difendere la libertà” estone: le truppe Nato. Si è dovuto scomodare il Comandante in capo dell'aeronautica militare di Tallin, Jaak Tarien, per cercare di riannodare qualche filo: “Oggi mi sono vergognato della condotta dei miei compatrioti”. L'ingenuo Tarien ha ascoltato le parole del comandante della squadriglia aerea USA, il quale, dopo aver elogiato la bellezza del paese e la pulizia delle strade, gli ha parlato di come “gli alleati” di diverso colore, “nonostante arrivati fin là per difendere il vostro paese”, vengano trattati male a Tallin, “spesso verbalmente e a volte anche fisicamente”. Non volendo parlare, per sua stessa ammissione, dei profughi civili – verso cui l'Estonia non dà propriamente prova di “tolleranza europeista” – il Tarien si è limitato a “sentirsi offeso” per quei suoi compatrioti che accolgono con “sparisci e tornatene in Nigeria”, i buoni aviatori USA che cenano (pagando in dollari) tranquillamente nei ristoranti estoni, tra un'esercitazione e l'altra per “difendere l'indipendenza del nostro paese”.

Ma l'Estonia è l'Estonia e, contro le “aggressioni di Mosca”, un nero è un nero, anche se “difensore” Nato.

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Controcultura: The Lobster, di Yorgos Lanthimos


Va premesso che si tratta di un film in linea con una tradizione surrealista e grottesca di fare cinema, possiamo richiamare i nomi di Ferreri e Bunuel. Come nei film di questi due grandi, un senso di spaesamento, ma anche di divertimento di fronte al grottesco, attraversa tutta la pellicola.

Il film racconta di un mondo dove le relazioni sentimentali sono diventate un'affare di stato e polizia. L'ordine del discorso che le disciplina è basato su criteri di somiglianza\differenza; il protagonista (interpretato da un ottimo Collin Farrell) viene lasciato dalla moglie e l'unica domanda che è capace di rivolgerle è se l'amante di lei portasse occhiali (come lui) o lenti a contatto. Ovvero misurarne il criterio di somiglianza o distanza in base ad un parametro puramente “formale”.

Per chi viene lasciato, o più in generale non è “accoppiato” vi è una struttura, “L'Hotel”, dove si viene rinchiusi e si hanno a disposizione 45 giorni per trovare un nuovo partner: la pena, trascorsi i giorni, è la trasformazione in un'animale di propria scelta. La scelta del protagonista ricade su quella dell'aragosta: “animale dal sangue blu e sempre fertile”.

Il sesso tra non accoppiati è rigorosamento vietato, cosi come la masturbazione; bisogna sottostare a rituali propri di un'istituzione totale a metà tra la casa di riposo e il resort di lusso (balli, pranzi, sessioni in piscina), con la speranza di “sedurre” qualcuno. Questa “seduzione” come già accennato prevede il fatto di avere qualcosa in comune – emblematica l'unione tra due personaggi in base al fatto che talvolta sanguinino dal naso. Un criterio assurdo e puramente formale che si rivelerà però essere il modo “normale” di avere un relazione con qualcuno, introiettato a tal punto dai personaggi che, sia l'amico col sangue al naso (in realtà simulato), che il protagonista, fingeranno di possedere caratteristiche che non hanno dando vita a situazioni equivoche ed esilaranti.

Ulteriore caratteristica dell'Hotel è “la caccia” ovvero un momento della giornata in cui i residenti devono catturare coloro che hanno deciso di sfuggire all'hotel e all'idea della coppia: “I solitari”. Queste cacce avvengono in boschi circostanti all'Hotel, e hanno come premio 24 ore di permanenza per ogni solitario catturato. I solitari con cui verrà a contatto il protagonista non sono assolutamente una negazione dell'ordine del discorso dominante, anzi ne ricalcano al contrario gli schemi simbolici e l'organizzazione “sociale” – ad esempio essendo solitari ci si può masturbare ma non avere rapporti sentimentali o sessuali con gli altri membri del gruppo, pena una punizione fisica atroce.

La posta in gioco del film è probabilmente proprio qui: l'antitesi non “supera” la tesi, non è realmente contestatoria, ma finisce parossisticamente per confermare i presupposti che l'hanno generata. Dentro il gruppo che dovrebbe essere “rivoluzionario” il protagonista conosce una donna e trasgrendo le regole dei solitari finisce per instaurare un relazione con lei, anch'essa basata sul solito criterio di somiglianza, la reciproca miopia.

Un'evento finirà per rompere questa somiglianza gettando la coppia di fronte all'atroce dilemma sulla possibilità di instaurare una relazione al di là degli schemi. Il regista ci lascia con il dubbio sulla reale possibilità che questo accada, si può veramente rompere coi diktat, con le convenzioni sociali e gli ordini simbolici? E possibile una “rivoluzione” quando a tal punto si hanno introiettato le categorie dominanti?

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giovedì 29 ottobre 2015

A qualcuno piace il gendarme in redazione


Stiamo facendo una constatazione: nessun quotidiano italiano, tranne Repubblica – con una fotonotizia e un richiamo – mette in prima pagina la scelta di Erdogan di chiudere giornali e televisioni dell'opposizione a quattro giorni dalle elezioni politiche in Turchia.

È quasi banale pensare cosa sarebbe avvenuto se una decisione del genere fosse stata presa da qualche governo “non alleato”. Decine di pagine di servizi, commenti e condanne. In molti casi giustamente, in altri inventati di sana pianta (ci basterà ricordare, per tutti, la risibile storia della presunta “censura” nei confronti di Yoani Sanchez, blogger strapagata per fornire materiale di propaganda – pardon, di “comunicazione” – contro Cuba). Ma, in generale, una reazione contro la violazione di un pilastro centrale della democrazia liberale: la libertà di stampa.

Nessuna reazione o quasi, stavolta. Vuol dire che va bene, che si può accettare, che sta dentro il perimetro delle violenze giustificabili.

Secondo quale interesse superiore? Cosa ci può essere di più alto, per un giornalista che voglia vivere secondo lo standard deontologico descritto in ogni manuale di scuola?

A rigore, in questo caso, non si può parlare neanche di “interesse di stato”. La Turchia non è neppure dentro l'Unione Europea. Anzi, l'attuale governo turco sta trattando sul prezzo – tre miliardi, per ora – per trattenere sul suo territorio qualche milione di profughi siriani, iracheni e afghani che altrimenti si riverserebbero sulle isole greche e di lì, per mille vie, verso i paesi più ricchi dell'Europa continentale. Un complice retribuito, insomma, non un soggetto pari grado, da rispettare anche se magari a denti stretti.

Giornali e tv chiusi in Turchia, oltretutto, non sono neppure lontanamente ascrivibili a proprietà legate a “gruppi terroristici”, come pure Ankara prova a dire. Le irruzioni poliziesche di ieri, infatti, non sono state effettuate in media vicini a quelli che solo Erdogan considera tali – ovvero i curdi di ogni fede politica e la sinistra marxista turca. I militari hanno preso di mira i media riconducibili al movimento Hizmet, legato a Fetullah Gulen, predicatore islamista e magnate un tempo vicino allo stesso Erdogan e da tempo rifugiato... negli Stati Uniti.

Difficile dunque trovare giustificazioni per il silenzio complice dei giornalisti italiani. L'unica che ci viene in mente è “l'aria che tira”, nel mondo occidentale e anche, o soprattutto, qui da noi. È un'aria pre-bellica, in cui si annusa l'odore che proviene dalle guerre vere più o meno vicine ai nostri confini (un elenco ormai lunghissimo, dall'Ucraina alla Libia, passando per Siria, Palestina, Iraq, Kurdistan, Somalia, Eritrea, Afhanistan-Pakistan, Mali, ecc.) per cercare di capire dove sia meglio mettersi al riparo, sotto l'ombrello di un protettore potente. È un'aria che invita al servilismo servendosi dell'intimidazione continua, sproporzionata, urlata.

In un paese dove la polizia chiede più mezzi tecnologici e proiettili di gomma per “garantire l'ordine pubblico” nel periodo in cui è storicamente più bassa la conflittualità di piazza, a nostro avviso, appare “normale” al giornalista medio che in un paese membro della Nato il governo chiuda manu militari i media dell'opposizione. Comunque la pensi questa opposizione. E che dunque non vada espressa alcuna preoccupazione per le sorti della democrazia, in altri come in questo paese. E che, infine, non vada manifestata alcuna solidarietà concreta – esercitando semplicemente il proprio mestiere di cronisti e opinionisti – verso colleghi che hanno la sfortuna di lavorare sotto testate (e padroni) diverse dalla propria.

Non si tratta di una nostra illazione. C'è una linea di “pensiero professionale” apertamente rivendicata, e che sotterra la tradizione liberale del giornalismo british (“i fatti distinti dalle opinioni”) per adottare le regole del giornalismo embedded, letteralmente militarizzato.

Un esempio rifulgente di questa “nuova linea” nella comunicazione giornalistica è di sicuro Monica Maggioni, neopresidente della Rai, che tutti ricordano con giubbotto antiproiettile ed elmetto, con la divisa dell'esercito statunitense, al tempo della guerra in Iraq (quella del 2001); poi “normalizzatrice” di RaiNews24 (per anni gestita da Corradino Mineo); forse anche per questo ammessa alle conferenze del Bilderberg Group.

Citiamo letteralmente il suo pensiero in proposito:
Usciamo dalla retorica di una neutralità che non esiste e forse non è mai esistita, se non nella teoria. (…) E non sto parlando del gioco sporco della manovra truffaldina di chi altera gli eventi, le notizie, di chi costruisce in montaggio quello che non è mai accaduto. Sto parlando dello sguardo sulla realtà che ognuno di noi ha e si traduce in una scelta.

E’ una scelta girare la telecamera verso la folla o sul dettaglio del volto del potente che tiene il comizio. (…) Illuminiamo i volti e nascondiamo mondi.
In effetti non siamo più ai tempi – e alle tecniche – del Film Luce. La manipolazione ha fatto passi da gigante, ha sofisticato oltre il decodificabile le modalità di “produzione” di qualsiasi contenuto. Solo chi è del mestiere, ed anche molto bravo nel farlo, può capire quanto “lavoro sporco” c'è dentro una notizia.

Tutto ciò ha conseguenze devastanti, naturalmente. Nel senso comune di un paese, ma ormai anche di un intero continente. Qui da noi con un tocco di lercio in più della media, forse.

Anche per questo, nella piena consapevolezza dei limiti che abbiamo, continueremo a fare – con modestia ed orgoglio – il nostro lavoro. Di informazione e destrutturazione dell'informazione di regime.

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"Colpo di stato": la Turchia al voto tra guerra, repressione e censura

Era dal colpo di Stato militare di destra del 1980 che il regime non si scatenava in maniera così brutale contro tutte le opposizioni esistenti nel paese: curdi, sinistre, islamisti non allineati, media critici o indipendenti, intellettuali.

Oggi nelle edicole non sono stati distribuiti i quotidiani Bugun e Millet, di proprietà del gruppo Koza Ipek vicino al movimento Hizmet guidato dall’imam/imprenditore Fethullah Gulen, ex padrino di Erdogan ma ora protagonista di un duro scontro di potere con il ‘sultano’ che contro di lui ha addirittura fatto spiccare un ordine di cattura internazionale per ‘terrorismo’. L’Akp accusa l’ex sostenitore dell’attuale presidente di aver ordito un complotto per rovesciare il governo attraverso uno ‘stato parallelo’ che può contare su una vasta rete di poliziotti, magistrati, giornalisti, militari e funzionari, espulsi a migliaia dall’amministrazione pubblica, dai media e dalle forze armate negli ultimi due anni in una impressionante purga lanciata da Erdogan.

La Polizia, che ieri ha letteralmente assaltato le redazioni dei due quotidiani ha impedito che l’edizione odierna andasse in stampa. Nell’incredibile blitz di ieri i reparti antisommossa mobilitati in gran numero hanno preso il controllo anche di due emittenti televisive – Bugün tv e Kanaltürk – anch’esse vicine a Hizmet: in diretta tv, gli agenti hanno prima disperso con i lacrimogeni e ‘mini idranti’ dipendenti e giornalisti che cercavano di difendere la sede di Istanbul del gruppo Koza Ipek, per poi occupare i locali delle redazioni e della regia insieme agli amministratori nominati dal tribunale (molti dei quali membri del partito di governo).

L’account Twitter di Millet ha pubblicato quella che avrebbe dovuto essere la prima pagina che ritrae un’edizione insanguinata del giornale con la scritta “sanguinoso colpo di stato”. "Abbiamo completato il nostro giornale alle 15:00 (di mercoledì) e lo abbiamo mandato in stampa alle 17:00. Hanno preso tempo adducendo problemi tecnici fino alle 21:00. E poi ci hanno detto che non si poteva mandare in stampa perché c'è un divieto scritto" ha raccontato l'ex direttore di Bugun, Erhan Basyurt, che insieme ad altri due giornalisti di punta è stato licenziato stamattina dal nuovo consiglio d’amministrazione, nominato dopo il commissariamento.

Già la scorsa settimana un ente governativo aveva preventivato l’imminente interruzione delle trasmissioni di ben sette canali critici nei confronti dell’esecutivo da parte dell’operatore satellitare di stato Türksat.

Ma non è solo nei confronti degli ex alleati di Hizmet che gli islamisti al potere hanno scatenato una campagna repressiva senza precedenti negli ultimi decenni. Nei giorni scorsi minacce esplicite da parte del governo, dell’Akp e dell’estrema destra nazionalista dell’Mhp sono stati indirizzati contro i media del gruppo Dogan e il quotidiano Cumhuriyet, la cui sede è stata assaltata due volte da ultrà islamo-nazionalisti e i cui amministratori e giornalisti sono da tempo target di aggressioni mediatiche, giudiziare e politiche. Ed anche fisiche, come il presentatore televisivo Ahmet Hakan, che dopo aver partecipato ad una popolare trasmissione della Cnn Turk è stato pestato da alcuni balordi riconducibili al partito di governo. Mentre l’imprenditore Aydin Dogan, proprietario di alcuni importanti media, è stato addirittura accusato di sostenere “i terroristi curdi”, alcuni giornalisti e il direttore di Cumhuriyet sono sotto processo dopo che il quotidiano aveva rivelato che i servizi segreti di Ankara avevano gestito l’invio di un ingente quantitativo di armi ai jihadisti dello Stato Islamico. Il direttore di Zaman, popolare quotidiano gulenista, è finito invece nel mirino per vilipendio nei confronti del capo dello stato…

Quelli citati sono tutti media appartenenti in qualche modo al sistema di potere turco degli ultimi decenni, legati a pezzi dell’establishment, come la rete politico/affaristica di Gulen oppure imprenditori legati al Partito Repubblicano del Popolo. Per i media realmente indipendenti, di sinistra o espressione del movimento curdo la situazione è assai peggiore, con una ventina di siti di riviste e agenzie di stampa oscurati per ordine di una autorità per le telecomunicazioni strettamente manovrata dal governo e a capo della quale Erdogan ha piazzato un ex fedele dirigente del Mit, l’intelligence turca.

Mentre durante il fine settimana l’esercito turco bombardava a più riprese i combattenti delle milizie popolari curde a Tal Abyad – liberata dallo Stato Islamico nei mesi scorsi e che permette la continuità territoriale tra i cantoni del Rojava governati dal Pyd curdo nel nord-est e nel nord-ovest della Siria – le forze di sicurezza di Ankara hanno anche dedicato un qualche sforzo al contrasto dell’Isis. Secondo quanto riferito da fonti ufficiali, una settantina di presunti appartenenti a Daesh sarebbero stati arrestati nel corso di varie retate a Konya, Cumra, Kocaeli e Istanbul, mentre a Diyarbakir, la principale città curda, in una sparatoria seguita ad una esplosione morivano sette jihadisti e due poliziotti. Secondo una ricostruzione ancora parziale, gli scontri a fuoco, durati ore, sarebbero iniziati dopo l’assalto di un commando dello Stato Islamico contro una stazione di polizia. Molti oppositori di Erdogan si chiedono però se non si tratti in realtà di una sceneggiata per accreditare, a pochi giorni dalle cruciali elezioni del primo novembre, il ‘sultano’ come nemico dell’integralismo terrorista islamico, oltre che dei curdi, in modo da convincere settori sia laici sia ultranazionalisti e sciovinisti a sostenere il partito al potere che spera domenica di riconquistare la maggioranza assoluta persa nelle urne lo scorso 7 giugno.

A parziale smentite delle fantasiose e infamanti accuse di Erdogan a proposito degli attentati di Suruc e di Ankara – “gli autori sono l’Isis, il Pkk, i curdi siriani e il governo di Damasco” aveva strillato a più riprese il ‘sultano’ – l’ufficio del procuratore generale della capitale turca, incaricato dell’inchiesta sulla strage alla manifestazione contro la repressione del 10 ottobre, ha affermato di possedere “prove serie” che l’attentato sia stato compiuto da una cellula jihadista turca direttamente agli ordini del quartier generale di Daesh in Siria. Per il Procuratore Generale, a colpire la folla di sinistra vicino alla stazione dei treni di Ankara sarebbero stati dei miliziani dello Stato Islamico basata a Gaziantep, al confine con la Siria, il cui obiettivo era obbligare il governo “a rimandare le elezioni politiche del primo novembre” e destabilizzare il paese. In realtà, è più che evidente, i ‘destabilizzatori’ hanno colpito solo i nemici di Erdogan, e l’obiettivo degli attentatori sembra più quello di puntellare e “stabilizzare” il debole ma feroce governo dell’Akp – che ora si erge a unico potere in grado di combattere ‘i nemici della Turchia’ e di riportare l’ordine – più che quello di metterlo in difficoltà. In vista del voto di domenica Erdogan si sta giocando tutte le carte a disposizione, compresi la ‘strategia della tensione’ e il terrorismo di stato: guerra (vera) ai curdi e alle sinistre, guerra (simulata) ai jihadisti, guerra allo ‘stato parallelo’ accusato di complottare contro la Turchia, bavaglio alla stampa e voce grossa nei confronti degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, rapporti tesi con la Russia dopo l’intervento militare di Mosca a sostegno del governo siriano che di fatto rende impossibile la progettata invasione del nord del paese confinante.

Di fronte a uno scenario simile, incredibilmente, i repubblicani socialdemocratici del Chp, invece di far fronte comune con le opposizioni democratiche e di sinistra, hanno dato la loro disponibilità a formare un governo di coalizione con l’Akp nel caso in cui non ottenga neanche stavolta la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Ma che dalle urne esca una stabilità di facciata la sensazione è che la Turchia sia stata contagiata dal virus che ha già mandato in pezzi il Medio Oriente, e che la destabilizzazione diffusa a piene mani da Ankara – oltre che dalle potenze occidentali e dalle petromonarchie – in Siria, Libano e Iraq, rischi di abbattersi sulla società turca come uno tsunami.

Più di uno, ormai, si concretizza il serio rischio di guerra civile, tanto che domenica vinca Erdogan, tanto che le urne puniscano di nuovo il ‘sultano’, come sembrano indicare tutti i sondaggi che danno il partito islamista tra il 41 e il 43%, ampiamente sotto la maggioranza assoluta.

A questo punto il presidente dovrebbe puntare ad un massiccio condizionamento del voto, ricorrendo a brogli su vasta scala e all’interdizione del voto in alcune delle aree a maggioranza curda dove le autorità militari hanno imposto lo stato d’eccezione.

Impedire al Partito Democratico dei Popoli – l’Hdp – di ottenere di nuovo quel 13% che ha permesso ai curdi e alle sinistre di irrompere in parlamento il 7 giugno farebbe automaticamente crescere la quota di deputati da assegnare agli islamisti e in misura minore alle altre formazioni, Chp ed Mhp. Questo dopo che decine di co-sindaci e dirigenti curdi sono stati arrestati e che le sedi dell’Hdp in un centinaio di località sono state prese d’assalto, incendiate e distrutte, nel tentativo di espellere il partito dalla campagna elettorale. Obiettivo perseguito dal governo anche con il lancio di ripetute e massicce operazioni militari non solo contro i guerriglieri del Pkk, ma anche contro almeno una decina di città curde – Cizre, Sirnak, Lice, Hakkari ecc – prese d’assalto, assediate e bombardate dalle forze armate di Ankara con l’uccisione di decine di persone, manifestanti ma anche inermi passanti freddati dalle pallottole sparate dai tank o dai cecchini appostati sui tetti.

Scatenare il caos, come ha fatto Erdogan, nel tentativo di farsi accettare come l’unico in grado di riportare l’ordine – anche se un ordine soffocante, totalitario – potrebbe non funzionare e travolgere gli stessi apprendisti stregoni della “destabilizzazione stabilizzante”.

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EuroGolpe in Portogallo, la Troika impone un governo di destra

Nasce moribondo, almeno apparentemente, il governo di Pedro Passos Coelho, ex premier uscito vincitore ma al tempo stesso sconfitto dalle recenti elezioni legislative. Infatti la sua coalizione ‘Portugal a Frente’ tra i partiti della destra – i Popolari e i Socialdemocratici – si è piazzata sì in testa ma con soli 104 seggi sui 230 totali del Parlamento di Lisbona. Dopo il voto, su pressione della Troika, Coelho ha avviato la trattativa con i socialisti – arrivati in seconda posizione con il 32% – in modo da formare una, per i poteri forti, ‘grande coalizione’ in grado di gestire l’applicazione delle misure lacrime e sangue imposte al paese in anni di commissariamento.

Ma la trattativa non è andata in porto a causa soprattutto dell’intransigenza del centrodestra, oltre che di divisioni interne al Partito Socialista, spaccato tra una corrente che vorrebbe rivedere alcuni dei provvedimenti più iniqui e pesanti chiesti dalle istituzioni europee e dal FMI in cambio di alcune decine di miliardi di euro di prestiti, e un’altra che invece non vuol sentir parlare neanche di un leggero alleggerimento dell’austerity neanche ora che, almeno formalmente, Lisbona non è più nemmeno sottoposta al controllo diretto da parte della Troika.

E così nei giorni scorsi, dopo giorni di trattative tra il leader dei socialisti e i due partiti di sinistra entrati in parlamento – i il Bloco de Esquerda (BE) e la coalizione tra comunisti e verdi (Cdu) – il segretario del Psp Antonio Costa aveva chiesto al presidente della repubblica Anibal Cavaco Silva di ricevere l’incarico di formare un esecutivo, visto che aveva a disposizione un'ampia maggioranza parlamentare. In molti si sono chiesti come farebbe a funzionare un esecutivo sostenuto dai socialisti, fedeli servitori dei diktat di Bruxelles e di Francoforte anche quando erano all’opposizione, dai cugini locali di Syriza contrari all’austerity e favorevoli alla riduzione del debito, e addirittura dai comunisti che contestano la permanenza del paese nell’Euro e nella stessa Unione Europea, oltre che nella Nato. A meno di un’improbabile svolta anti austerity dei socialisti l’unico modo di far sopravvivere un siffatto governo sarebbe la rinuncia da parte delle sinistre alle proprie battaglie, in nome della semplice esclusione dal potere degli odiati esponenti della destra.

Ma non è questa, per ora, la questione, che semmai si porrà se e quando il ‘governo delle sinistre’ vedrà la luce e comincerà a cimentarsi con il debito, i tagli, le privatizzazioni, i licenziamenti ecc.

La questione – eclatante, gravissima, finora inedita – è che il presidente della repubblica, anche lui di destra, ha negato al leader socialista il conferimento dell’incarico di formare l’esecutivo. Formalmente Cavaco Silva ne aveva facoltà, essendo il Portogallo una repubblica parlamentare ‘vecchio stile’ ed essendo prassi consolidata incaricare in primo luogo il leader dello schieramento uscito vincitore dalle elezioni.

A gridare vendetta è la motivazione che ha guidato la contestatissima decisione di Cavaco Silva: la Troika – oltre ovviamente agli ambienti reazionari interni e ai mercati – non vuole che forze di sinistra, critiche nei confronti del ricatto del debito e dell’austerity o che addirittura mettono in discussione Euro ed Ue, possano accedere alla ‘stanza dei bottoni’. Potremmo discutere quanto l’esperienza di Syriza in Grecia dimostri che nelle capitali dei Piigs la “stanza dei bottoni” sia stata da tempo sequestrata e portata altrove, trasformando parlamenti e governi in semplici attuatori di decisioni prese altrove. Ma di fatto la decisione del presidente portoghese configura un vero e proprio ‘colpo di stato’ istituzionale, il primo compiuto in queste forme da una governance continentale che esplicitamente, senza infingimenti, decide chi può e chi non deve governare, in barba alle più elementari regole della democrazia rappresentativa. Qualche hanno fa era già accaduto – la sostituzione di Berlusconi con Monti – che l’Unione Europea intervenisse a gamba tesa per disarcionare un leader poco amato e impiantare un esecutivo più fedele, ma all’epoca si era trattato di una complotto.

Invece stavolta il principio che guida la sospensione della democrazia (in attesa forse che i portoghesi votino in maniera più convinta partiti obbedienti al volere dell’Unione Europea) è stato dichiarato esplicitamente quando il capo dello stato si è rifiutato di accogliere la richiesta del leader socialista. "In 40 anni di democrazia, nessun governo in Portogallo è mai dipeso dall'appoggio di forze politiche antieuropeiste... che chiedono di abrogare il Trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Patto di Crescita e di Stabilità... che vogliono portare il Portogallo fuori dall'Euro ... e dalla Nato" ha detto Cavaco Silva, il quale ha poi aggiunto: “dopo tutti gli importanti sacrifici fatti nell’ambito dell’accordo finanziario, è mio dovere, ed è entro le mie prerogative costituzionali, fare tutto il possibile per impedire che vengano mandati falsi segnali alle istituzioni finanziarie e agli investitori internazionali”.

Più chiaro di così si muore a dimostrazione che quando qualcuno afferma che ‘a governare sono i mercati e le banche’ non utilizza una metafora, e non esagera, ma descrive la cruda realtà.

Il problema, comunque la si voglia mettere, è che la coalizione guidata da Passos Coelho è molto lontana dalla maggioranza assoluta, e che quindi il suo governo di minoranza potrebbe durare il tempo di un battito d’ali. Allo stato, se i socialisti avranno un sussulto di dignità, potrebbe addirittura neanche superare lo scoglio della fiducia. In attesa del responso del Parlamento, comunque, il leader della destra ha presentato al Presidente della Repubblica la lista dei ministri del nuovo esecutivo, per la maggior parte già nella squadra precedente. Se il nuovo governo non dovesse farcela, il presidente dovrebbe scegliere se riconfermare comunque l’incarico al Coelho in attesa di nuove elezioni o se incaricare, seppur controvoglia, il segretario socialista Costa. Vada come vada, il parlamento non potrà essere sciolto prima della fine di gennaio, prima cioè che finisca il semestre bianco che precede l’elezione del nuovo capo dello Stato. Qualche mese potrebbe bastare ad un Coelho imposto dalla Troika, spiegano gli analisti, per far passare i provvedimenti più urgenti e più ingombranti chiesti da Bruxelles. E forse a dare il tempo ai socialdemocratici e ai popolari di convincere l’ala più liberista del Partito Socialista a prendere le redini della formazione estromettendo Costa oppure di creare una propria pattuglia parlamentare in grado di dare a ‘Portugal a Frente’ la maggioranza che per ora non ha. Una ‘grande coalizione’ non tanto grande, in fin dei conti, ma sufficiente a soddisfare le richieste dell’Unione Europea, alla faccia della volontà popolare.

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Iran - L'onu prevede più di mille esecuzioni capitali per il 2015

Più di 1.000 esecuzioni potrebbero esserci quest’anno in Iran. E’ quanto ha denunciato ieri all’Assemblea Generale della Nazioni Unite l’investigatore dell’Onu per i diritti umani in Iran, Ahmed Shaheed. Secondo il funzionario, a partire dal 2005 il ricorso alla pena capitale nella Repubblica islamica sta crescendo ad un “tasso esponenziale” al punto tale che l’Iran vanta ora il (poco onorevole) record di Paese con più persone giustiziate al mondo per numero di abitanti. La maggior parte delle condanne a morte, ha denunciato l’investigatore, viola le leggi internazionali che vietano l’utilizzo della pena capitale per reati non violenti e per i minorenni e ha chiesto per questi casi una moratoria. I dati snocciolati da Shaheed sono inquietanti: nel 2014 sono state eseguite 753 esecuzioni, 694 solo nei primi 7 mesi del 2015.

Alcune organizzazioni umanitarie sostengono che finora le persone giustiziate sono state 800. Questo numero, è però solo temporaneo perché, ha aggiunto Shaheed, “ce ne sono decine che attendono uno stesso destino” per cui “si raggiungerà probabilmente quota 1.000 entro la fine dell’anno”. I reati puniti con maggiore frequenza sono quelli connessi alla droga (il 69% delle esecuzioni nei primi sei mesi del 2015), crimini giudicati “più gravi” dalle autorità locali e che vengono equiparati a reati capitali perché danneggiano la salute e mettono in pericolo il popolo iraniano.

Il rapporto di Shaheed presenta, comunque, anche degli aspetti positivi. Sebbene la condizione dei diritti umani nel Paese venga giudicata “tremenda”, tuttavia il funzionario delle Nazioni Unite ha voluto sottolineare come il suo studio sia “leggermente più ottimista” rispetto a quelli degli anni precedenti. Per la prima volta, infatti, ha potuto incontrare le autorità giudiziarie iraniane a Ginevra lo scorso settembre per discutere con loro su come rispondere al problema della droga. Teheran avrebbe mostrato un impegno “concreto” a migliorare la condizione dei diritti umani. In un Paese dove gli investigatori speciali dell’Onu sui diritti umani non mettono piede dal 2005, però, la parola concreto può avere un significato relativo.

In questo contesto “allarmante”, Shaheed ha sottolineato i riflessi positivi che potrebbe avere sulla questione dei diritti umani l’intesa sul nucleare tra l’Iran e le sei potenze mondiali raggiunta lo scorso luglio. L’investigatore Onu ha esortato il presidente iraniano Hassan Rouhani a fare di più per proteggere i diritti umani fondamentali e a migliorare le leggi esistenti che li tutelano pur sottolineando come queste riforme debbano ottenere il sostegno di tutti i rami del governo e dello stato. “La mia speranza è che le autorità iraniane possano avere lo stesso spirito costruttivo che ha permesso di raggiungere l’accordo sul nucleare anche per quel che riguarda gli abusi commessi sui detenuti” ha chiosato Shaheed.

Tra le pratiche denunciate dall’Onu vi è l’isolamento prolungato, la tortura per estorcere confessioni, l’accesso vietato agli avvocati e la criminalizzazione del diritto alla libertà di espressione. Proprio quest’ultimo reato ha portato all’arresto di 46 giornalisti a partire da aprile e ha comminato sentenze severe a chi ha usato i social media per esprimere le proprie opinioni sul governo e sullo stato dei diritti umani nel Paese. “Alcuni – ha concluso con amarezza Shaheed – hanno ricevuto la pena di morte solo per aver postato articoli su Facebook e altri social media [che trattavano questi argomenti]”.

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Torta in faccia a Raffaele Cantone

Questa torta va veloce e con piena soddisfazione sulla faccia sfacciata di Raffele Cantone.

Questo magistrato ha acquisito fama come intransigente nemico delle ruberie. Per questo Renzi lo ha chiamato nel suo governo per dirigere l'autorità anticorruzione. Già qui ci sarebbe stato un superlavoro immediato, vista la quantità di componenti o sostenitori del governo sotto inchiesta per peculato, corruzione e reati simili. Ma Raffaele Cantone non ha combinato praticamente nulla né nel governo né altrove. Però lui stesso ha chiarito che nella pubblica amministrazione chi merita non fa carriera, quindi si è giudicato da solo.

Ora ha proclamato Milano capitale morale dell'Italia contrapponendola alla Roma corrotta. Ora, che Roma sia corrotta è vero, ma che Milano, o meglio che le sue classi dirigenti che hanno premiato Cantone non si sa bene per cosa, siano moralmente migliori è completamente falso. Può darsi che Cantone sia confuso in geografia, ma il vicepresidente appena arrestato per l'ennesimo scandalo sanità non governava il Canton Ticino, ma la Lombardia. Gli scandali Expo, sono a Milano non in Svizzera, dove invece è ancora ben collocata l'evasione fiscale di tante buone famiglie del posto. Tangentopoli è esplosa a Milano, e continua ancora. La Ndrangheta ha fatto del capoluogo lombardo la sede per lavare i capitali sporchi. Politici inquisiti per ruberie varie in Lombardia ce ne sono a quantità industriale. Se la capitale ufficiale è infetta quella morale non lo è da meno, la sola differenza sta nella ricchezza, che legittima sempre. A Milano semplicemente gira una montagna di soldi incomparabile con quelle che mai riuscirebbero a mettere assieme i magliari del mondo di mezzo, e la luce dei grandi affari, si sa, copre tutto.

Raffaele Cantone è la classica figura dell'eroe inventato e sempre sostituibile, che finché serve viene messo a decorare l'immagine dei potenti. Ora in un supremo gesto di coraggio annuncia anche di volersi dimettere dall'Associazione Magistrati perché troppo polemica con il suo governo. Speriamo si dimetta proprio da magistrato, perché non auguriamo a nessuna vittima di soprusi o ruberie di trovarselo di fronte in qualche tribunale. Torta.

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Tagli alla sanità. Si muore prima, subito

A volte ci dispiace avere ragione. Quando abbiamo adottato lo slogan “dovete morire prima” per indicare tutte quelle politiche che partono dal pareggio di bilancio per decidere cosa fare della popolazione – insomma “l'austerità” – speravamo sinceramente di esagerare. Al contrario, la realtà e le scelte dell'Unione Europea, con i governi italiani recenti tra i più entusiasti, stanno mettendoci di fronte al fatto compiuto: a forza di tagliare la spesa su sanità, pensioni, istruzione, servizi sociali et similia, i risultati si vedono, si sentono, si toccano (ferro o equivalenti)!

Riportiamo qui sotto un articolo tratto da un quotidiano insospettabile di simpatie per i poveri e/o per i lavoratori dipendenti, ovvero La Stampa di Torino, organo della Fiat, quindi sotto il controllo diretto della famiglia Agnelli (o come si chiama adesso) e di Sergio Marchionne.

Vi rimandiamo alla sua lettura per quanto riguarda i dati, elaborati dal Crea sanità dell’Università Tor Vergata. Di nostro, qui, ci limitiamo ad aggiungere poche considerazioni. A partire innanzitutto da questo grafico

Appare evidente che il benchmark – il punto di riferimento – è la Germania. La quale ha smesso di far progredire la qualità della vita dei propria anziani (la linea si appiattisce a partire dal 2011), mentre Italia, Francia e la media europea tendono a scendere verso il livello tedesco.

Ci sembra dunque evidente come non ci sia alcuna “autonoma scelta” da parte dei singoli governi nazionali, ma che ci si muova in modo coordinato per limitare la difesa della salute di tutti i cittadini europei. In modo “compatibile” con i livelli di spesa considerati “appropriati” (la definizione è del nostro ministero della sanità, che ha segato per questo 208 prestazioni diagnostiche), e non con le necessità delle persone.

Di suo l'Italia ci mette un “federalismo macabro”, per cui i livelli di cura sono profondamente diseguali – sia per costo sia per efficacia – da regione a regione, scontando pratiche clientelari e strutture sociali coltivate con attenzione nel corso dei decenni.

Ovviamente La Stampa non può sintetizzare alla nostra maniera la conseguenza diretta del progressivo e programmato peggioramento delle condizioni di salute dell'intera popolazione (gli anziani sono l'unica classe di età considerata nella ricerca del Crea, ma non è che i più giovani possano stare mediamente meglio, se il sistema è lo stesso per tutti). Perciò, se “gli over 75 con problemi di salute aumentano dell’8%, e il 32% delle medicine innovative non arriva nelle farmacie italiane”, a noi sembra ovvio che dai piani alti ci stiano dicendo “dovete morire prima”.

Non siamo per niente d'accordo. Si tratta di farlglielo capire.

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“Sempre più anziani malati, colpa dei tagli alla Sanità”

Lo studio: gli over 75 con problemi di salute aumentano dell’8%. E il 32% delle medicine innovative non arriva nelle farmacie italiane

Paolo Russo

Eccolo qui l’effetto tagli sulla nostra sanità: avevamo nonni tra i più in salute d’Europa ed ora stiamo perdendo terreno; oltre il 30% dei farmaci innovativi non arriva sui banchi delle farmacie; la spesa privata per curarsi sale del 14% e 2,7milioni di italiani rinunciano a visite e analisi; crescono le diseguaglianze da una regione all’altra per l’accesso alle prestazioni; per vaccinare i nostri figli spendiamo meno che nel resto dell’Unione europea.

Quanto siano state poco indolori gli ultimi anni di manovre sanitarie lo dice l’undicesimo Rapporto del Crea sanità dell’Università Tor Vergata, presentato ieri a Roma con il titolo non casuale «L’universalismo diseguale». 

IL GAP CON L’EUROPA – La nostra spesa è oramai inferiore del 28,7% a quella dei Paesi Ue. E gli effetti iniziano a vedersi. Solo 10 anni fa i nostri ultrasettantacinquenni con problemi di salute erano meno del 55%. Un record europeo, visto che la media era quasi di 10 punti superiore. Ora quella forbice si è ridotta a soli 4 punti con noi al 63%. «Il peggioramento della performance italiana non è distribuito equamente», sottolinea il rapporto, che indica nella classe media quella più a rischio di “razionamento” delle cure. Questo probabilmente perché i più ricchi possono comunque ricorrere al privato, mentre i più poveri sono almeno esenti dai super-ticket. I fenomeni di impoverimento per le spese socio-sanitarie si sono ridotti (100mila famiglie in meno avrebbero varcato la soglia di povertà), ma resta il fatto che 2,7 milioni di italiani ha rinunciato a curarsi per motivi economici. La cura dimagrante ha riguardato anche l’offerta dei farmaci. Il consumo di quelli innovativi approvati dall’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, è inferiore del 38,4% rispetto a quelli medi di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. Siamo più bravi nel contrastare il fenomeno del consumismo farmaceutico si dirà. Ma un’altra tabella del rapporto mostra il contrario: dal 2009 al 2014 oltre il 32% dei medicinali approvati dall’Ema non ha varcato i confini italici. Neanche in fatto di vaccinazioni stiamo messi bene. Ci lamentiamo di avere indici di copertura sotto la soglia di sicurezza del 95%, ma poi per immunizzare i nostri bimbi spendiamo appena 4,79 euro a testa contro i 10 della Francia, gli 11,3 della Germania e i 19 della Svezia.

Lo stato di salute della nostra sanità varia però da regione a regione. Tra differenti modi di applicare i ticket, maggiori o minori liste d’attesa, mini prontuari farmaceutici regionali, l’indice di equità per l’accesso alle prestazioni sanitarie stilato dal Crea mostra differenze abissali. Fatto cento l’indice nazionale si va dalla maglia nera Campania con indice 206 all’equo Trentino Alto Adige con indice 33. Ma con l’aggiunta delle Marche tutte le regioni meridionali sono sotto la media nazionale.

CITTADINI PENALIZZATI – Stesse iniquità si ritrovano sul piano fiscale, con i cittadini delle regioni in piano di rientro dal deficit penalizzati dalle super-addizionali Irap ed Irpef. Basti pensare che nel Lazio l’addizionale della tassa sul reddito da lavoro è superiore dell’88% a quella versata in Basilicata. Come si esce da questo impasse lo spiega Federico Spandonaro, Presidente del Crea: «Occorre una moratoria che mantenga invariata la spesa sul Pil. Con la certezza delle risorse disponibili sarà poi possibile rivedere la lista delle priorità d’intervento». Magari senza continuare a spacciare il razionamento delle cure con il falso universalismo del tutto gratis a tutti.

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Pubblico impiego. Cgil Cisl Uil fanno “ammuina”. L’Usb convoca lo sciopero generale

“Facite ammuina”. A leggere che Cgil Cisl Uil del pubblico impiego chiedono al governo "un contratto vero per i lavoratori e per cambiare i servizi ai cittadini" e si dicono pronti a "far arrivare il messaggio" anche attraverso lo sciopero generale, non può che venire in mente l’indicazione non certo detonante di Re Francischiello alle proprie truppe. Che l’aria stia diventando pesante lo dimostrano anche i tre giorni di mobilitazione che già vede impegnati i lavoratori del Mef cioè del ministero dell’economia al centro di uno scontro interno allo stesso governo.

Secondo Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uilpa, "liberare la contrattazione è l'unico modo per produrre innovazione vera, partecipata dai lavoratori pubblici, e riportare la Pa in linea con le esigenze reali del Paese. Per questo metteremo in campo anche lo sciopero, se dalla politica non verranno risposte". "E prima faremo una mobilitazione forte e capillare sia a livello nazionale che territoriale, cercheremo il confronto con la società civile, punteremo a creare alleanze sociali partendo dai bisogni delle persone", aggiungono i tre sindacati "ufficialisti".

Toni, indicazioni e contenuti diversi vengono invece dall’Usb che lo sciopero generale dei lavoratori del pubblico impiego lo ha già proclamato per il 20 novembre dopo una prima mobilitazione sotto il ministero della Funzione Pubblica. “Invece di rafforzare il fronte di opposizione ad una Legge di Stabilità che taglia ulteriormente i servizi pubblici, a cominciare dalla sanità, e continua a regalare soldi alle imprese, CGIL CISL UIL sono più preoccupate di impedire la riuscita dello sciopero dell’USB e tentano di svuotarlo con l’alternativa di una bella passeggiata romana, in un giorno non lavorativo, tanto per non disturbare troppo Renzi e la sua maggioranza”, dichiara Daniela Mencarelli, dell’Esecutivo nazionale USB Pubblico Impiego. “E’ in queste settimane che si discute la Legge di Stabilità – sottolinea la dirigente USB – e minacciare lo sciopero a dicembre, quando probabilmente il provvedimento sarà blindato dalla ormai consueta fiducia, risulta perlomeno poco credibile”. “L’unica iniziativa di opposizione alle provocazioni del governo sarà lo sciopero indetto dall’USB il 20 novembre – ribadisce Mencarelli – che vedrà scendere in piazza a Roma, Milano e Napoli i lavoratori del pubblico impiego, dei servizi esternalizzati, delle aziende partecipate e gli LSU-ATA, realizzando in questo modo l’unità di quel lavoro pubblico che garantisce la tenuta del welfare e che guarda ai cittadini come alleati in una lotta senza quartiere alla politica di tagli ai servizi essenziali voluta dall’Unione Europea”.“Siamo convinti che i lavoratori capiranno molto meglio dei vertici di alcune confederazioni sindacali che non si può aspettare, che è giunto il momento di protestare, forti della nostra dignità, utilizzando lo strumento dello sciopero che governo e industriali vorrebbero invece sopprimere”, conclude la dirigente USB.

Intanto dentro casa del Ministro Padoan c’è agitazione e non solo per lo scontro dentro il governo intorno ai dirigenti del Mef. Oggi è stato infatti il terzo giorno di mobilitazione per i lavoratori del MEF, in lotta contro la decurtazione del salario accessorio (FUA) prevista dalla legge di assestamento di bilancio e dalla legge di stabilità. La ribellione in “casa Padoan” è partita lunedì 26 ottobre dai lavoratori della Ragioneria Generale, che hanno constatato immediatamente le forti penalizzazioni inflitte al salario di tutti i dipendenti del comparto Ministeri. Ne è seguita un’assemblea di mobilitazione indetta dalla RSU del palazzo di via XX settembre, che ha visto la partecipazione di centinaia di lavoratori e lavoratrici: con un fragoroso corteo partito dal cortile del palazzo, ieri hanno fisicamente occupato la sede del ministero chiedendo con determinazione un incontro con l’autorità politica.

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Roma. Marino a fine corsa. Spunta l’ipotesi del rinvio delle elezioni

Noi non stiamo con Marino e neanche, ovviamente, con i suoi “fratelli coltelli” del Pd che lo hanno prima eletto e poi scaricato. E' bene dire subito come la si pensa in questo porto delle nebbie che avviluppa da mesi Roma e che oggi si è impantanato intorno alle dimissioni o meno del sindaco Marino.

Il sindaco “marziano” Marino e il commissario del Pd a Roma Orfini, si sono parlati in territorio "neutrale", ossia nell’abitazione privata del vicesindaco Causi. Ma l’incontro, a quanto pare non è stato risolutivo sulle sorti del sindaco né sulla consiliatura. E’ stata dunque un'ennesima giornata di incertezza ("Marino ritira le dimissioni", "No, le mantiene").

Le posizioni ormai sono note. Il Pd chiede che Marino metta fine al suo mandato subito, confermando le dimissioni. Il sindaco Marino invoca invece una via di uscita onorevole, un riconoscimento pubblico del lavoro svolto, e vorrebbe incontrare a quattr'occchi Renzi. Il premier però ha già fatto sapere di non avere nessuna intenzione di incontrare Ignazio Marino perché il "caso è chiuso".

Ma se le sorti del sindaco della Capitale appaiono comunque segnate, le modalità per arrivare alla fine della giunta Marino sono ancora da definire. Il Pd, da solo non ha i numeri per imporre in aula la mozione di sfiducia. Gli servono anche i voti dell’opposizione di destra, tutta o in parte, mentre Sel, che prima aveva annunciato una mozione di sfiducia, adesso sembra impegnata a testa bassa nella difesa di Marino in vista di una possibile lista civica guidata dal “marziano” alle prossime elezioni comunali. In questo caso potremmo parlare di una sorta di  “Marino 2 la vendetta”, una vera e propria bomba a tempo tra i piedi del Pd romano.

Ma sottotraccia sembra delinearsi anche un’altra ipotesi, quella di rinviare le elezioni comunali a Roma."Ci potrebbe essere una terza possibilità” – lascia trapelare un parlamentare del Pd, molto vicino a Renzi. “Se Marino ritirasse le dimissioni e si presentasse in aula, il Pd potrebbe astenersi e lui andare avanti, ma solo fino alla presentazione del bilancio. A quel punto lo faremmo cadere votando contro". Questo potrebbe consentire anche uno slittamento delle elezioni amministrative nella capitale, cosa niente affatto sgradita a Renzi e al Pd che vedrebbero bene una Capitale di fatto commissariata con il pretesto della gestione del Giubileo. "Marino – spiega ancora l'esponente del Pd – non ce la farà sicuramente a presentare il bilancio entro fine anno, questo permetterebbe di arrivare a gennaio-febbraio, nominare allora il commissario e andare a votare più tardi, un'ipotesi certo non negativa”.  Ma è una possibilità sicuramente azzardata, anche perché – nonostante l’operazione “Giubileo” – prolungherebbe il collasso politico, amministrativo e morale della Capitale e dello stesso PD, a Roma e forse non solo a Roma.

Fin qui la cronaca e i retroscena della vicenda Marino. Restano le valutazioni politiche e di merito sulla Giunta comunale guidata dal “Marziano”, che le pugnalate ricevute dai fratelli coltelli del suo partito non possono salvare. E’ per questa ragione che non riusciamo a capire né a condividere l’entusiasmo con cui una parte del popolo della sinistra romano si è arruolato nella campagna “Io sto con Marino”. Abbiamo affermato più volte – e continueremo a riaffermarlo in ogni sede – che le amministrazioni oneste non sono un merito perché dovrebbero essere il minimo sindacale. Quello che fa la differenza sono le priorità sociali su cui si decide di governare una città, soprattutto una metropoli martoriata ma resiliente come Roma. Il 23% degli abitanti vive oltre il Raccordo Anulare, altrettanti tra l’Anello Ferroviario e il Raccordo, una condizione di periferia non solo geografica e urbanistica ma sociale nella sua totalità. Il centro e le aree a ridosso – luoghi ormai gentrificati e sedi dei grandi eventi – sono ridotte da anni a foresteria e funzionali solo al devastante turismo di massa che è diventato una risorsa per pochi e un disagio per molti. Le emergenze e le condizioni sociali (da quella abitativa a quella lavorativa), la invivibilità, la collassata mobilità, la privatizzazione e il conseguente degrado dei servizi pubblici e sociali, la demonizzazione dei lavoratori comunali, delle aziende municipalizzare o dei poli archeologici e museali, sono priorità che hanno visto il Sindaco Marino o “sorprendersi della realtà” (il che non è affatto un bene) o schierarsi sistematicamente contro lavoratori, senza casa, abitanti delle periferie e alimentare un senso comune reazionario. Il segno antipopolare e rigorista del bilancio comunale perfettamente conforme ai diktat del Patto di Stabilità, è stato poi la ciliegina sulla torta. Il “candore” non è una qualità sufficiente ad assolversi dalle proprie responsabilità. Restiamo convinti che Marino avrebbe dovuto far saltare il banco già a dicembre dello scorso anno dando le dimissioni quando è esplosa l’inchiesta su Mafia Capitale. Si è prestato per mesi a fare da foglia di fico al Pd romano e nazionale fino a quando ne è stato scaricato. Ma questo, da tempo, non è stato e non può essere un nostro problema. Anche a Roma, come nel paese e in Europa, serve la rottura, una rottura profonda della gabbia esistente e sulle esigenze sociali prioritarie a cui dare risposte, a cominciare dal rigetto del Patto di Stabilità che strangola le amministrazioni locali. O ci si mette in questa logica o si perpetua la fetida atmosfera che respiriamo da troppi anni. E solo questa può essere la strada che può sbarrare il campo alla destra, il resto è fuffa.

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Rude


I soldi ci sono. Una idea forte per una sinistra protagonista

Riceviamo e pubblichiamo questo intervento del segretario romano del PRC.

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Partire dal quadro sconfortante che dipinge le condizioni della nostra città è un dovere rituale e ineludibile dal quale non di ci può sottrarre, anche se ormai la realtà è così evidente, che supera ogni denuncia.

Le periferie, mai così abbandonate al degrado, vivono ormai "sull'orlo di una crisi di nervi" permanente, tra malesseri sociali profondi e reali, tensioni alimentate ad arte da squallidi mestatori, e l'ormai evidente progetto di trasformarle in una sorta di discarica sociale, in cui espellere ogni contraddizione prodotta dall'assenza di qualsiasi politica di governo, che non sia l'attuazione di tagli di bilancio e repressione del dissenso.

Il sistema dei servizi comunali portato al collasso, da una strategia in cui si combinano gli interessi criminali di dirigenti corrotti, l'assenza di investimenti e la lucida volontà politica di distruggerli, per poter meglio attuare le politiche di privatizzazione, di cui possano approfittare le lobbies economiche che esercitano il potere in città.

Il lavoro pubblico, che piuttosto che essere la risorsa prima di una idea di rilancio della città, viene indicato come la causa prima di ogni inefficienza, per giustificare l'attacco al reddito dei lavoratori, i processi di privatizzazione, distruggere gli ultimi elementi di garanzia e generalizzare la condizione di precarietà, che già caratterizza gran parte del lavoro privato.

La casa, un dramma senza fine e senza speranza, per il quale si è giunti al paradosso di un intervento papale, a riempire il vuoto della politica, e a tentare di scoraggiare la pratica criminale degli sgomberi dei senzatetto.

Il dissenso e il conflitto sociale, già estromessi dalle istituzioni, a cui oggi si vuole negare anche di rappresentarsi in modo visibile, negando il diritto di manifestare in centro, chiudendo e sgomberando gli spazi in cui si organizza la partecipazione sociale e democratica, criminalizzando le espressioni più radicali di conflitto.

Le istituzioni, che commissariate di fatto e persa ogni ambizione a rappresentare la vita democratica della città, rinunciando a qualsiasi autonoma capacità di governo, fanno dell'amministrazione dell'esistente il terreno di battaglia di interessi e lobbies contrapposte, in un quadro di discredito e di impermeabilità alle richieste della città.

Una città che nel suo complesso si mostra esausta, sfiduciata, rassegnata e purtroppo, incattivita.

In questo quadro di macerie, l'unica cosa certa è il progetto di ridefinire il ruolo della città, non in funzione dei bisogni di chi ci vive, ma di una strategia di valorizzazione del capitale, che punta sull'immagine di una "città vetrina", per il suo ruolo di grande capitale europea e il suo ricco patrimonio storico e artistico, sede di grandi eventi e cantiere di grandi opere, luogo di spoliazione di beni comuni e patrimonio pubblico. Un progetto che divide la città tra un centro storico "vendibile" e una periferia-discarica, da nascondere, zittire e lasciare all'abbandono. Una città da vendere, e neanche al miglior offerente.

E' questo un progetto lucido e organico, ma che oggi, anche a causa della crisi e delle politiche liberiste di rigore, sconta una forte debolezza sul piano politico: è infatti evidente la contraddizione tra un blocco di poteri economici, forte e radicato, che da sempre comanda a Roma, chiunque governi la città, e la sua incapacità di produrre egemonia e consenso politico ed elettorale, così come era stato nelle precedenti amministrazioni, quando l'economia romana cresceva a ritmi ipertrofici, cibandosi dell'uso sconsiderato del territorio, guidata dalla locomotiva di uno sviluppo urbanistico irrazionale e dalla disponibilità di forza lavoro immigrata, specie nell'edilizia, a basso costo e priva di garanzie.

In tal senso la crisi della città è soprattutto una crisi politica, di cui la prima evidente manifestazione sono state le percentuali di astensione elevatissime, soprattutto nelle periferie romane, in occasione delle ultime elezioni cittadine. Il sindaco Marino è stato eletto in quella occasione, con il più basso consenso degli elettori mai registrato, in termini di votanti reali.

Oggi tale crisi politica è conclamata nella crisi del PD romano, il partito che per due decenni ha garantito il consenso politico ed elettorale, ai poteri economici della città. La vicenda della giunta Marino, le lacerazioni della sua ex maggioranza, la guerra per bande che attraversa il PD romano, il commissariamento e l'intervento diretto di Renzi, rappresentano la fine di un corso politico che non rimpiangiamo. L'eventuale ricandidatura di Marino e comunque la sua volontà di continuare a  giocare un ruolo politico, potrebbero essere la pietra tombale di ogni residua ambizione del PD di governare la città. 

Si apre quindi una fase di vuoto politico, che può essere l'occasione per ogni avventura. Vanno ridefiniti i rapporti, tra rappresentanza politica e potentati economici, e questo è un passaggio tutt'altro che scontato negli esiti.

La destra populista, fascista e razzista, dopo la grande manifestazione contro Salvini di febbraio e l'azzeramento di ogni ambizione leghista a Roma, punta sull'immagine "borgatara" della Meloni, per recuperare il consenso di chi in borgata ci vive tutti i giorni, e non ci fa solo passeggiate elettorali. E' un pericolo reale, ma difficilmente potrà essere il coagulo di un blocco sociale omogeneo, in grado garantire le strategie del capitale a Roma.

Il sempreverde Marchini, potrà tentare di approfittare della crisi del PD per presentarsi come naturale referente dei poteri economici della città, ma questo difficilmente basterà a garantirgli il consenso elettorale necessario per governare.

Sarà molto probabilmente il M5S a raccogliere gran parte del malessere sociale, che ancora si esprime attraverso il voto, mescolando la reale volontà di cambiamento della città, con pulsioni autoritarie e legalitarie, bassi umori razzisti, il tutto nella cornice di quel populismo anticasta a cui s'è ridotta la residua volontà di partecipazione politica. Una  vittoria del M5S apre ad un quadro di ulteriore destabilizzazione nella politica e nell'amministrazione cittadina, sia per le evidenti contraddizioni che si produrranno tra governo cittadino e governo nazionale, sia per le difficoltà di relazione tra governo cittadino e poteri economici, tra governo e la stessa macchina amministrativa comunale, e per le ambiguità stesse del M5S, che alimenta aspettative diverse e anche opposte, senza poi dimenticare il tema centrale, quello dell'impossibilità di governare la città, senza una chiara politica di rottura dei vincolo di bilancio e di rilancio dell'intervento pubblico. Il ritardo del M5S ad esprimere anche solo l'ipotesi di un candidato sindaco, è forse frutto della coscienza di queste difficoltà.

Questo lo scenario, questi i protagonisti, e in questa rappresentazione la sinistra politica e sociale sembra essere solo una comparsa. Una sinistra che sembra più che altro indecisa sulla scelta del soggetto a cui delegare il proprio ruolo, timorosa di agire in prima persona per la coscienza dei propri limiti. Così se da un lato ci si attarda a verificare gli ultimi margini di manovra all'interno di un centrosinistra che ha esaurito ogni ruolo e la sua stessa ragione di esistenza politica, magari affidandosi all'immagine del sindaco-vittima Marino, dall'altra sembra forte la propensione a rimanere alla finestra nell'attesa di capire quale sarà il prossimo interlocutore politico, per perpetuare quel po' di rappresentanza sociale e sindacale, che sembra oggi essere l'unica ragione dell'esistenza di una sinistra a Roma.

Ovviamente questa seconda opzione, non manca di richiami ideologici antisistema, oltre a rimarcare l'indiscutibile centralità del conflitto e dell'autorganizzazione sociale, come ambito prioritario della propria azione. Questo senza tener conto del fatto, che ormai dovrebbe essere evidente a tutti, che il languire del conflitto e della partecipazione sociale, la stessa difficoltà a reagire ai duri attacchi di questi mesi, sia sul fronte della lotta per la casa, che su quello degli spazi sociali, sul tema del lavoro e dei servizi, sono strettamente connessi alla difficoltà di trasformare il conflitto e la partecipazione, espressione di soggetti parziali e frammentati, in progettualità politica generale, capace di parlare a tutta la città.

Il PRC è un piccolo partito, parte di questa frammentata sinistra cittadina, ma pur cosciente dei propri limiti, per la sua stessa ambizione ad agire come "partito" comunista, non può rinunciare ad indicare i compiti della fase e a misurarsi con essi.

Riteniamo necessario quindi che la sinistra antiliberista, conflittuale e partecipativa, trovi la forza di agire nella crisi politica romana, anche e soprattutto nella prospettiva di poter svolgere un ruolo importante nella fase successiva alle elezioni, quando il quadro di destabilizzazione politica non potrà che accentuarsi, in un contesto di auspicabile crescita delle aspettative di cambiamento, favorito dalla sconfitta del PD.

Riteniamo necessario porre al centro della discussione sul governo della città, il tema della rottura dei vincoli di bilancio, la rimessa in discussione del debito e il pagamento degli interessi su di esso, un fisco locale in grado di colpire rendita e grandi patrimoni, per contrastare la vulgata deprimente "dell'assenza di risorse", e indicare chiaramente che "I SOLDI CI SONO", dobbiamo solo prenderceli. Un idea forte per ridare speranza a una città stremata. Sono questi temi che solo una sinistra coerente e determinata può porre, nella convinzione che i guasti di Roma, non sono solo il portato della corruzione e del malgoverno, ma dell'attuazione delle politiche di rigore imposte dall'Unione Europea.

Siamo convinti che il nostro impegno debba collocarsi chiaramente e senza ambiguità, al di fuori e contro, lo schieramento di centrosinistra che è oggi il più coerente garante di tali politiche di rigore.

Mettiamo a disposizione le nostre energie, la nostra organizzazione, la nostra presenza territoriale, nella costruzione di processi partecipativi che coinvolgano la parte viva della città, comitati, associazioni, centri sociali, movimenti e realtà sindacali, con l'obbiettivo di costruire insieme un'alternativa di governo, per presentarci, uniti, alla città intera. 

Come Partito facciamo questo, non solo perché la città ne ha necessità, ma perché siamo convinti che la battaglia contro le politiche di rigore in una grande capitale come Roma, è tappa ineludibile della nostra battaglia contro questa Europa. Questa Europa si combatte qui, oggi, a Roma.

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Renzi "il colombiano", tutto dighe e militari

“Finisco rapidamente sottolineando l’ottima sintonia che abbiamo sui temi della difesa... il lavoro che noi vogliamo fare insieme sulla modernizzazione delle forze armate”.

Così Matteo Renzi, nel corso di uno stucchevole duetto con il presidente colombiano Juan Manuel Santos, si è impegnato ieri a Bogotà a sostenere uno dei peggiori eserciti dell’America Latina, tacendo ovviamente su dettagli quali i 1573 membri dell’esercito (di cui 501 ufficiali – 22 generali), gli 89 membri della Marina militare ed i 56 agenti della polizia nazionale, indagati per stragi di civili (i ‘falsi positivi’). Il fatto che il premier italiano abbia salutato la Colombia come un “grande baluardo e presidio democratico” la dice lunga su quale sia la sua idea di democrazia.

Renzi non ha mancato di sottolineare il fatto che la diga colombiana di El Quimbo “sia una realizzazione italiana, con Enel e Impregilo. È molto importante che le varie operazioni infrastrutturali siano realizzate. Noi siamo molto interessati ad essere più presenti in questo territorio”.

A proposito del devastante impatto sociale e ambientale di quella diga, è utile rileggere un articolo di Fabrizio Lorusso, apparso su carmillaonline circa tre anni fa.

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Colombia: l’ENEL e la diga El Quimbo

Nella regione di Huila, Colombia centromeridionale, il megaprogetto per la centrale idroelettrica di El Quimbo contrappone da mesi le popolazioni locali al governo del conservatore Juan Manuel Santos e alla multinazionale italiana Enel, partecipata al 31% dal nostro Ministero dell’Economia, quindi dallo stato italiano. Questo caso, come molti altri in America Latina, ricorda da vicino la situazione vissuta in Val di Susa da oltre vent’anni. Un progetto caro, programmato da tempo, che si deve fare ormai “ad ogni costo” e “perché sì”, con gli abitanti del luogo (e non solo) che si oppongono e subiscono le vessazioni.

Colombia: l’ENEL e la diga El Quimboi dell’autorità e la scarsa chiarezza da parte della compagnia – in questo caso una multinazionale italo-spagnola dell’energia con grossi interessi in Colombia e in Sudamerica – su compensazioni e impatti ambientali. E’ vero, qui l’investimento non viene dal capitale pubblico colombiano, proviene dall’estero e, in parte, dalle tasche degli italiani. Gli effetti ambientali, però, restano in Colombia, mentre gli utili derivanti dall’esportazione delle risorse generate sul territorio vanno via. E’ il dilemma delle multinazionali che, presenti in più paesi per definizione, sono diventate un contropotere enorme, ma ogni paese poi regola il loro funzionamento e il loro potenziale d’intervento e di “negoziazione della sovranità” a livelli e in modi diversi. Storicamente in Latino America l’equilibrio s’è sempre spostato in favore del capitale e dell’investimento, quasi sempre stranieri, pregiudicando l’economia regionale nel medio-lungo periodo con lo sfruttamento di benefici e di alleanze politiche strumentali, bisognose di grandi progetti legittimatori e rendite che s’ottengono nel breve periodo, nell’arco di un mandato (o mezzo) presidenziale, per capirci. Le famiglie perdono casa, terra, lavoro, abitudini e identità in vista di un eventuale guadagno per tutto il paese che, però, corrisponde spesso all’interesse di pochi piuttosto che a quello generale.

La prima pietra dell’opera è stata posta già nel febbraio 2011, ma nell’ultimo mese e mezzo la situazione è precipitata: sono aumentate le proteste per la deviazione del Río Magdalena, fiume che, come il suo gemello Cauca, attraversa da sud a nord tutto il paese sudamericano.
Da una parte c’è un investimento di 625 milioni di euro, dall’altra l’inondazione di circa 8500 ettari delle terre più produttive e fertili della regione e il trasferimento di 3000 persone che dipendono dalla pesca, dalla pastorizia e dall’agricoltura.

Enel opera in Colombia con le controllate Endesa ed Emgesa. Grazie alla presenza storica di Endesa in America Latina, Enel ha oggi una capacità installata di 16 GW di cui 2,9 in Colombia. La idroelettrica El Quimbo, con i suoi 0,4 GW a regime per coprire tra il 4% e l’8% del fabbisogno elettrico nazionale, è in disputa tra i presunti “pionieri della modernità e dello sviluppo” e gli abitanti della valle tacciati da alti funzionari del governo del presidente Santos come difensori dell’ecosistema e di interessi politici esterni, “venuti da altre zone de paese” per creare disordini: industria ed energia per tutti, come parte di un piano nazionale basato sui settori estrattivo ed energetico, o sostenibilità locale e ambientale con autosufficienza alimentare, economia locale e qualità di vita per le popolazioni. Il presidente definisce il suo progetto di rinascita per il paese come “la locomotrice minerario-energetica”, un termine sicuramente adatto al futurismo e alle esigenze dell’economia di un secolo fa e che ricorda i modelli fallimentari della storia economica latino americana basati sull’esportazione e la svendita di materie prime e su un’industrializzazione pesante indotta dall’estero.

Per far funzionare questo ipotetico “treno della modernità” ed estrarre più oro, carbone e idrocarburi, serve più energia, quindi ecco che si chiude il cerchio. Ad oggi, infatti, la Colombia non avrebbe bisogno di un incremento così forte della sua produzione energetica. Su El Quimbo la posta in gioco è alta e le posizioni delle parti paiono inconciliabili, così come i modelli di sviluppo e di futuro sottesi all’operato governativo e alle popolazioni colpite da progetti non condivisi.
I cittadini contrari all’opera, uniti nell’associazione Asoquimbo, denunciano l’impresa di voler produrre soprattutto per l’esportazione e di non lasciare nulla sul territorio: si stima una perdita netta per l’economia locale di 345 milioni di euro in 50 anni e, anche se ci saranno 3000 assunzioni per la costruzione, poi resteranno solo poche decine di tecnici dopo un paio d’anni. La costruzione infatti dovrebbe terminare nel 2014.

Nel 2008, con l’ex presidente Alvaro Uribe, “Endesa cominciò i lavori senza le licenze ambientali”, precisa il senatore del Polo Democratico, Jorge Robledo. Le licenze, che stabiliscono anche le compensazioni a carico dell’azienda, vennero concesse l’anno dopo e poi negoziate al ribasso dall’impresa con il Ministero dell’Ambiente senza consultare le comunità, secondo le denunce di Asoquimbo. “Tra il 2008 e il 2009 si fecero i tavoli di concertazione, con il Ministero dell’Energia e delle Miniere, il governo di Huila, i sindaci dei comuni interessati direttamente, le comunità e l’impresa da cui scaturirono 30 accordi”, ha dichiarato alla rivista colombiana Semana Luis Rubio, direttore di Endesa Colombia. “Gli accordi furono inclusi come obblighi nelle licenze del progetto che stiamo rispettando”, ha confermato Rubio.

D’altro canto c’è chi sostiene il contrario e la stessa governatrice della regione, González Villa, ha riaperto il tavolo di verifica per il rispetto degli accordi che “furono inclusi come obblighi nella licenza ambientale concessa dal Ministero dell’Ambiente per il progetto ed è quello che dobbiamo verificare: se si stanno rispettando o no. Ci sono comunità in disaccordo col progetto, mentre Emgesa afferma che tutto va avanti secondo gli accordi”. Intanto i lavori sono iniziati comunque.

Miller Dussan, ricercatore e attivista di Asoquimbo, parla di un “inganno di Emgesa alle comunità dato che invece di risistemare degnamente gli abitanti, offre denaro in modo irresponsabile”. Un altro problema è che la compagnia “disinforma i diversi gruppi che quindi non conoscono i tipi di compensazione proposti, l’acquisto delle terre da parte di Endesa ha fatto perdere molti posti di lavoro agli abitanti”.

Dalla fine del 2011 sono ripartite le proteste pacifiche degli abitanti di Huila e il 14 febbraio c’è stato lo scontro di 300 poliziotti che hanno sgomberato 400 persone, anche donne e bambini, con lacrimogeni e manganelli. Il saldo è stato di qualche decina di feriti, di cui tre molto gravi, e un manifestante che perderà l’occhio destro. “Le armi impiegate non erano letali: fumogeni, lacrimogeni, granate stordenti ma mai armi da fuoco”, sostiene il capo della polizia locale Juan Peláez.

Il documentario, dal titolo “video che il governo non vuole che tu veda”, con le immagini dello sgombero a El Quimbo, del giornalista colombiano Bladimir Sánchez e dell’italiano Bruno Federico è passato da YouTube al portale della rivista Semana, ma Sánchez ha ricevuto minacce di morte dopo la pubblicazione, mentre Federico il 3 marzo è stato detenuto per alcune ore dalla polizia dopo la diffusione del materiale (allegato in fondo all’articolo).

Il presidente Santos ha definito l’azione della polizia “normale” e “secondo il protocollo” per un progetto pensato “per il bene di tutti i colombiani”. Il Ministro dell’ambiente Frank Pearl ha parlato di “interessi oscuri”, riferendosi ai contadini che non sarebbero “abitanti della zona ma studenti di altre regioni” e Santos ha affermato che “non accetterà che persone con intenzioni politiche blocchino l’opera”.

Il 3 marzo a El Quimbo c’è stata un’altra protesta, condotta in più punti, che è rientrata dopo alcune scaramucce con la polizia che ha lanciato lacrimogeni e granate da dispersione e, anche se i lavori sono già cominciati, la partita non è chiusa. “Lo scorso fine settimana s’è deviato il fiume, secondo gli standard ambientali e tecnici”, ha commentato Rubio, “la gente ha diritto alle compensazioni secondo i censimenti socioeconomici e questi prendono del tempo”. “Abbiamo ricerche per proteggere la ricchezza naturale della zona”, ha precisato.

Il 22 marzo gli oppositori al progetto di El Quimbo hanno portato avanti l’iniziativa per una giornata senza luce, un black out nazionale con lo slogan “Non abbiamo bisogno di più energia, ma di meno consumo”, che sintetizza una differente visione alla base dello sviluppo per la Colombia.
Il giornalista Federico, che sta seguendo da vicino tutta la vicenda, spiega invece che l’impresa ha riconosciuto solo 1700 compensazioni — soprattutto dei grandi proprietari con cui sono scesi a patti – sulle 3700 documentate da Asoquimbo, che 400 abitanti sono stati allontanati dalla zona senza alcuna alternativa e che i lavori sono continuati nonostante non si siano risolti questi problemi e le licenze ambientali non siano state verificate completamente.

Ma la corte dei conti e la magistratura hanno aperto un’inchiesta per corruzione e disastro ambientale e stanno indagando sulle accuse contro Emgesa, per violazioni ai diritti umani e ambientali, e sugli stessi contratti dell’azienda, compreso uno da 251 milioni di euro con l’italiana Impregilo per la costruzione della centrale. Rubio però non conferma, infatti, “la compagnia non è a conoscenza dell’indagine”. Una sentenza di sospensione dei lavori potrebbe arrivare, ma, visti i tempi della giustizia, il danno causato potrebbe essere già irreversibile: infatti, è già cominciata la deviazione del corso del fiume e solo l’imminente stagione delle piogge potrebbe rallentare, se non fermare del tutto, l’opera e trasformarsi in un’alleata delle popolazioni che esigono giustizia.

Di seguito il “Video che il governo colombiano non vuole far vedere” che racconta meglio di qualunque articolo gli scontri che il 14 febbraio scorso hanno contrapposto i manifestanti della zona, seduti in terreno demaniale, mano nella mano lungo le rive del fiume Magdalena, e la polizia colombiana che ha sgomberato questa catena umana con la violenza. Un pescatore ha perduto un occhio mentre gli stessi responsabili del cantiere presenziavano allo sgombero dando l’ok secondo quanto riportato da alcuni testimoni.


Per informarsi meglio, ecco 3 articoli in italiano (sono pochissimi quelli reperibili vista la palese reticenza dei media italiani su questo caso) e alcuni link con documentari e reportage.

El Quimbo – Il grido di Matambo

El Quimbo – Caso aperto

L’Enel e la diga El Quimbo

Reportage di TeleSur

Black Out di protesta e documentario

Video protesta in Italia

Blog di Miller Dussan, circa tre anni fa.

Fonte

Quattro delegati di Taranto lasciano la Cgil e vanno con l'Usb

«Non è possibile rimanere in questa Cgil. Decidiamo di uscirne, con l’intento di proseguire la nostra attività sindacale ed, anzi, rilanciarla». È quanto dichiarano le Rsu Francesco Marchese, Giuseppe Maniglia, Checco Masiello e Davide Cocorella del Comitato Iscritti Teleperformance, i quali annunciano pubblicamente la loro fuoriuscita dal sindacato Cgil per passare all'Unione sindacale di base.

«Vogliamo cambiare questo stato di cose e rompere il monopolio sindacale fondato sull’obbedienza al volere dell’azienda. Non siamo soli, ma, al contrario, abbiamo ricevuto subito il sostegno dell’Usb a cui aderiamo da oggi e insieme ai quali contribuiremo a ricostruire un movimento sindacale democratico e non verticistico, libero e non subalterno alle aziende, fatto di lavoratori e non di funzionari, legittimato dai lavoratori attraverso la rivendicazione e la lotta e non dai padroni attraverso la firma di qualunque accordo». Con queste parole le Rsu Francesco Marchese, Giuseppe Maniglia (presenti in conferenza stampa), Checco Masiello (assente per problemi di salute ma firmatario del documento) e Davide Cicorella (Comitato iscritti Teleperformance) hanno annunciato la decisione di passare dopo dieci anni di militanza nel sindacato Cgil all’Usb. Una decisione importante in una situazione delicata come quella di Teleperformance e maturata in diversi anni in cui «la Cgil è rimasta colpevolmente a guardare e ha consegnato completamente nelle mani dell’azienda la disciplina della prestazione di lavoro e degli orari». La condizione dei lavoratori di Teleperformance oggi è intollerabile e ciò accade anche perché la Cgil «ha ignorato consapevolmente il tema del controllo a distanza, non ha protestato di fronte alla palese violazione del Ccnl e delle leggi oppure, nella migliore delle ipotesi, ha aspettato le violazioni aziendali per promuovere azioni legali individuali che da anni prendono polvere in qualche cassetto o ha scritto qualche diffida che ha fatto il giro del web prima di essere dimenticata».

Ciò che si lamenta è soprattutto la mancanza di ascolto da parte dell’organizzazione sindacale. «Durante la nostra esperienza sindacale, come militanti ed Rsu - si legge su un volantino che verrà distribuito in mattinata fuori l'azienda - abbiamo tentato per anni di far capire alla nostra organizzazione, la Cgil, che la misura era stata ormai raggiunta da un pezzo, ma siamo stati sempre ignorati e progressivamente relegati al ruolo di fastidiosa minoranza interna: un problema sopportabile, finché circoscritto alle dinamiche interne all’organizzazione e non percepibile dai lavoratori. Oggi, però, siamo noi a sentirci totalmente estranei a ciò che realmente è diventata questa organizzazione». La Cgil, proseguono, «è sempre più distante da come avremmo voluto che fosse. Non abbiamo bisogno di un sindacato pavido e rassegnato ai ricatti occupazionali delle aziende, incapace di infondere coraggio ai lavoratori. Né di un sindacato complice, che contesta pubblicamente le scelte aziendali per giustificare agli occhi dei lavoratori la sua esistenza, ma che poi in trattativa accetta e firma qualunque accordo, anche contrario al mandato ricevuto dai lavoratori, oppure aspetta che le proteste dei lavoratori di fronte all’ennesima ingiustizia si trasformino in rassegnazione, per consentire all’azienda di fare ciò che vuole».

La decisione di accogliere Marchese, Cicorella, Maniglia e Masiello nel gruppo è stata assunta dopo diversi mesi di confronto. «Non siamo un sindacato che mira ad ‘ingrassare’ il gruppo ma abbiamo ritenuto opportuno invece inglobare loro che hanno una spinta importante per realizzare i nostri stessi obiettivi - dichiara Francesco Rizzo, responsabile USB Provinciale - . Questi ragazzi hanno preso una posizione verso la Cgil senza accettare passivamente quanto da loro proposto in ogni occasione. Il sindacato (Cgil) che oggi cerca di contrastare le politiche aziendali è lo stesso che ha permesso negli ultimi dieci anni all’azienda stessa di sottomettere i diritti dei lavoratori, sempre in nome del ricatto occupazionale. Noi questo lo combattiamo e con altri nuovi compagni motivati come loro riusciremo di sicuro ad ottenere qualcosa di importante».

Il primo passo ufficiale sarà l'impugnazione dell’accordo del 28 luglio con cui si conclude la procedura di societarizzazione che introduce un pesantissimo peggioramento delle condizioni dei lavoratori in deroghe al Ccnl e alla legge. «Soprattutto alla luce del fatto che tra settembre e ottobre sono stati firmati altri due accordi sindacali che prevedono l’assunzione di 183 lavoratori interinali in costanza di ammortizzatori sociali già preesistenti. E tutto ovviamente in accordo con la CGIL, Cisl, Uil e Ugl», conclude Rizzo.

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La Fed rinvia ancora, ma il tempo sta per scadere


La strategia del penultimatum. Alla Federal Reserve sono – da mesi – palesemente bloccati circa la svolta da imprimere alla politica monetaria. E anche la riunione del Fomc (Federal Open Market Committee, il direttivo della banca centrale Usa) chiusasi ieri sera ha confermato che “grande è il disordine sotto il cielo” della finanza globale con epicentro negli Stati Uniti.

In realtà, la Fed ha quasi promesso un rialzo dei tassi di interesse fermi a zero da ormai sei anni (vedi il grafico) a dicembre. Definendolo però solo possibile ha continuato ad alimentare l'incertezza sull'opportunità di questa mossa. Il che, per gli “operatori istituzionali” sui mercati (le grandi banche d'affari, i fondi di investimento, ecc.) è peggio che avere una prospettiva negativa. Si possono infatti elaborare strategie finanziarie profittevoli anche con mercati in calo, ma non si può adottare nessuna strategia di medio periodo se non si può sapere entro quale cornice ci si troverà ad operare.

Verrebbe da ironizzare sui maestri della “precarietà per tutti” che si lamentano della precarietà in cui – per un breve periodo e in gran parte per colpa loro – si son venuti a trovare.

Le ragioni per essere incerti, però, sono praticamente infinite. La Fed ha, per obbligo statutario, quello di fare scelte di politica monetaria tenendo d'occhio due parametri fondamentali: il tasso di disoccupazione e il tasso di inflazione. Negli Usa, naturalmente. Il resto del mondo si arrangi. Quest'obbligo è già fonte di incertezza.

La percentuale ufficiale di disoccupati è infatti al 5,1% (anche se non tiene conto delle decine di milioni di “scoraggiati” che non si iscrivono neppure più alle liste di collocamento), ovvero molto al di sotto del 6% considerato – non si capisce in base a quale criterio, oppure sì “fisiologico”. Quindi un rialzo dei tassi di interesse sarebbe ampiamente giustificato.

Ma il tasso di inflazione rimane più vicino all'1% che non all'”ottimale” 2%. Quindi una restrizione della liquidità sarebbe sconsigliata. Tanto più se si va a guardare dentro i dati sull'occupazione Usa, sempre più popolata di working poors a bassa qualifica, part time e salario da fame che non da “buoni lavori”, stabili e ben retribuiti.

Ma ci sono le lamentele degli investitori istituzionali, banche d'affari in prima fila. Un così lungo periodo di tassi azzerati e liquidità a go-go (tre quantitative easing in soli cinque anni) ha permesso di aggiustare conti devastati dall'esplosione del 2008-209, ma sta anche appiattendo oltre il sopportabile i profitti attesi. I titoli di stato, persino quelli italiani, garantiscono ormai rendimenti vicini allo zero o addirittura negativi. E l'investimento alternativo – quello azionario – è considerato da tutti, da loro in primis, già fin troppo inflazionato (un'autentica bolla pronta a esplodere).

La richiesta è dunque quella di un “ritorno alla normalità”, con la garanzia a chi investe o presta denaro (stiamo parlando di finanzieri, non di imprenditori nell'economia reale) di guadagnare quanto da loro considerato “accettabile”. E fa certamente parte di questo pacchetto la richiesta di esser “liberati” da diverse regole prudenziali introdotte dopo il grande crack di pochi anni fa, per limitare l'”eccessiva propensione al rischio” (al casinò finanziario, in effetti) di questi stessi investitori istituzionali.

La straordinaria liquidità creata da tutte le banche centrali del pianeta preme dunque ora sulla Fed perché decida in modo chiaro: o fa capire che le cose resteranno ferme ancora a lungo, oppure sceglie di cominciare la via del rialzo dei tassi di interesse (ovvero la restrizione della liquidità). Che si trascina dietro come ovvia conseguenza un “allentamento dei controlli” sulle grandi società finanziarie (non date retta alle lamentele: sono quasi inesistenti, ma anche quel poco appare un “soffocamento” degli anima spirits).

Dipendesse solo da questo, la scelta della Fed sarebbe ancora semplice. In realtà sei anni di liquidità a volontà non hanno rimesso in moto nessun processo di accumulazione nell'economia reale. L'unico merito rivendicabile consiste nell'aver rinviato l'esplosione generale. Aprire la stagione dei rialzi e del “liberi tutti” per gli squali della finanza implica conseguenze devastanti in primo luogo per i cosiddetti “paesi emergenti”, complessivamente in deflazione o in recessione, oltretutto fortemente indebitati in dollari e quindi in prevedibile affanno di fronte a interessi sul debito in salita. Ed anche la non esaltante industria statunitense "complesso militare-industriale" a parte si troverebbe alle prese con maggiori difficoltà nelle esportazioni.

Ma una decisione di questo tipo ha un peso determinante anche sulle strategie di politica monetaria di tutte le altre banche centrali, a cominciare dalla Bce che ha appena annunciato una decisione del tutto opposta (un quantitative easing più aggressivo a partire da novembre).

È fin troppo ovvio che la Fed ha il ruolo del pesce pilota per tutti. Ma aumentare il costo del denaro mentre l'economia globale non accenna a uscire dalla recessione è – da sempre – accendere la miccia sotto un camion di tritolo.

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Ucraina. Per Poroshenko in casa va male; fuori anche peggio

Non tira per nulla buona aria per Petro Porošenko che, battuto alle elezioni amministrative, pare sotto attacco anche dall'esterno dell'Ucraina. Media lettoni lo accusano di dire bugie e politici di Varsavia chiedono agli ucraini di riconoscere le proprie colpe nei massacri di polacchi durante l'ultima guerra. Da che pulpito arrivano le prediche, verrebbe da dire, ma tant'è.

Dunque, l'ottimista Porošenko scrive su twitter della fine del regime dei visti tra Ucraina e paesi UE e ringrazia il presidente lettone Raimonds Vējonis per l'appoggio dato a Kiev sulla faccenda. Da Riga – che, è bene ricordarlo, tiene alcune centinaia di migliaia di residenti russi nella qualifica di “non cittadini”, o “alieni” e che inaugura monumenti ai propri volontari ex-SS – arriva immediata la replica del portavoce presidenziale Gusts Kikusts: “Nel corso dell'incontro tra i due capi di stato a Kiev non si è parlato di abolizione del regime dei visti. Il discorso ha riguardato solo l'accordo di libero scambio tra Ucraina e paesi europei. Troppo azzardato parlare di fine dei visti”. Precedentemente, l'ex premier polacco e ora a capo del Consiglio d'Europa, Donald Tusk, aveva dichiarato che la partecipazione ucraina al programma “Partenariato orientale” non garantisce l'ingresso del paese nell'Unione Europea e si può parlare solo di “avvicinamento informale”.

Nemmeno a farlo apposta, proprio dalla Polonia arriva quella che non è propriamente una semplice strigliata d'orecchi, ma una ben più seria accusa di genocidio rivolta contro coloro che Porošenko e il regime golpista ucraino stanno eroicizzando: le bande fasciste galiziane al servizio delle SS che, negli anni '42-'44, fecero strage, oltre che di soldati dell'Armata Rossa e di civili ucraini, anche di oltre sessantamila polacchi residenti nella regione della Volinia. Vero è che l'accusa viene da parlamentari ultranazionalisti del PiS (il partito reazionario vincitore delle elezioni di domenica scorsa), ma l'evidenza storica è nota da tempo. In effetti, il PiS mescola sacrosante accuse di genocidio all'indirizzo delle SS ucraine (la divisione nazista “Galizia”, composta da volontari ucraini) e rivendicazioni sciovinistiche dell'estrema destra polacca. Da un lato, afferma che se gli ucraini “vogliono essere un popolo europeo e integrarsi nello spazio culturale europeo, allora non devono più glorificare e onorare l'OUN-UPA. Se ora gli ucraini innalzano monumenti ai “banderisti”, significa che sono anche pronti in futuro a usare gli stessi metodi dei nazionalisti ucraini, in particolare gli assassinii di massa”. Dall'altro, torna a rivendicare alla Polonia tutti i territori dei cosiddetti “Kresy Wschodnie”, le Frontiere orientali – oggi parte di Ucraina, Bielorussia e Lituania – mettendo particolarmente l'accento sulla città di Lvov: “Senza Lvov” dicono al PiS, “città sempre fedele alla Polonia, non c'è un popolo polacco” e chiamano a “difendere gli interessi del popolo polacco che vive in quelle terre”. Un'altra disputa tra ladroni, dunque; una delle tante, quando al potere sono formazioni che fanno della predicazione della forza contro “il nemico esterno” il perno per tenere sotto un tallone terroristico il proprio stesso popolo.

E' così che, a Kiev, non hanno la minima intenzione di rimangiarsi le feste ucraine ufficializzate da Porošenko: il 1 gennaio, data di nascita del filonazista Stepan Bandera e il 14 ottobre, data di fondazione dell'UPA, braccio armato dell'OUN banderista. Passi avanti verso l'”avvicinamento informale” a Bruxelles.

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Sprechi di Stato

Qualche tempo fa, fece rumore il video di un corteo di 24 macchine al seguito di Renzi durante una sua visita non ricordo bene in quale località. Pochi notarono un particolare: del lungo e non necessario corteo, facevano parte anche un mezzo speciale – credo dei Nocs – ed una autoambulanza. Neanche Berlusconi girava con un simile seguito.

Si pensò ad un vezzo del “fiorentino bizzarro” che, qualche giorno prima, era stato al centro di molte polemiche per l’acquisto di un mega aereo riservato al Presidente del Consiglio.

Ora pare che il vezzo si sia esteso anche ad altra altissima carica dello Stato, il cui corteo era anche più lungo e sempre con autoambulanza e mezzo speciale. La voce che corre nei palazzi è che ci sia un’allerta terrorismo per l’avvicinarsi del giubileo, e si pensa ai soliti jihadisti dell’Isis, Al Quaeda o simili.

Già, ma le misure adottate potrebbero anche dimostrarsi insufficienti. Gli jihadisti sono diabolici. E se dovessero attaccare con bombe incendiarie? Mi sembra il caso di aggiungere un mezzo adeguato dei vigili del fuoco.

E se l’attacco venisse dal cielo, magari con elicotteri d’assalto, come un Mi-24 di fabbricazione russa? O con dei caccia di quinta generazione come il T-50? D’accordo i russi dicono che i primi pezzi dovrebbero esser pronti per il 2017, ma se mentissero e ne avessero già dati una squadriglia ad Al Quaeda? Vatti a fidare di russi ed islamisti! Dunque, almeno un pezzo di anti aerea semovente ci sta.

Poi va valutata la possibilità di attentati con bazooka che renderebbero vulnerabili anche le auto blindate, per cui almeno almeno due carri Leopard 1°5, con cannone da 105/51 mm, direi che sono il minimo per stare un po’ tranquilli.

Nelle città di costa un reparto di lagunari per improvvisi attacchi dal mare non sarebbe di troppo e, per concludere, sarebbe auspicabile una camera iperbarica ed anche un esorcista in caso di riti macumba (che gli islamisti, pure se armati tecnologicamente, sempre selvaggi sono!).

SIETE SU SCHERZI A PARTE! Ma, insomma, ci stiamo bevendo il cervello tutti quanti? Quanto costa questa pagliacciata di cortei che stanno facendo? Queste cose non solo non rendono affatto più sicuro il trasporto dell’illustre statista di turno, ma, anzi l’attentato se lo chiamano. La presenza di uomini dei servizi in borghese sarebbe più efficace. Poi, per il resto, se l’attentato ci fosse lo stesso, sarebbe studiato tenendo conto delle visibilissime misure di sicurezza adottate e la partita l’avresti persa lo stesso. La sicurezza sta nella prevenzione: nel lavoro di analisi, infiltrazione, intercettazione e monitoraggio dell’avversario.

Insomma, non si vede nessun capo di stato o di governo europeo marciare alla testa di una simile sfilata. Qui pare che sia una gara a chi fa il corteo più lungo. Se non hai almeno 24 macchine al seguito non sei nessuno, sei solo un poveraccio che non conta nulla.

E non parliamo del super aereo per il super Presidente del Consiglio! A quanto pare, dopo la cifra da capogiro che è costato, si è scoperto che non aveva i dispositivi di sicurezza richiesti dagli enti di navigazione aerea, per cui l’aereo è rimasto in officina, ed il povero Renzi non potrà servirsene per il suo viaggio in Sud America dove andrà con altri due aerei normalissimi della flotta Sismi. Perché due? Perché aveva invitato una mandria di imprenditori al seguito, per cui, senza il super aereo, bisogna prenderne almeno due di quelli normali e neanche bastano, perché diversi inviti sono stati disdetti, con grande scorno ed incazzatura degli “scaricati”. Ma questo delirio quanto costa? Siamo sicuri che non sia il caso di applicare qui la spending review?

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