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mercoledì 30 settembre 2015

Le Monografie di Frusciante: Steven Spielberg


Calderoli il milionario. La Lega il miglior alleato di Renzi

Non per tediarvi, ma alcuni passaggi parlamentari sono molto più chiari di quanto la propaganda partitica vorrebbe far credere.

Partiamo da un fatto, avvenuto ieri in Senato. Il presidente Pietro Grasso ha definito "irricevibili" i circa 75 milioni di emendamenti presentati dal senatore della Lega Nord Roberto Calderoli. Esaminare "l'abnorme numero" ha detto Grasso, potrebbe "bloccare i lavori parlamentari per un tempo incalcolabile".

Un breve esercizio contabile, concedendo a ogni emendamento almeno il tempo di una lettura approssimativa - diciamo un minuto - ci dice che sarebbero serviti 143 anni. Senza dormire mai. Più che logico, dunque, che questa massa di spazzatura creata - come confessato dagli stessi leghisti - grazie a un software che riproduce migliaia di volte lo stesso testo, cambiando una virgola qua o una parola là, sia stata considerata degna del macero.

Nel bruciare i rifiuti, però, come sempre, si produce un danno. Di fatto, per la prima volta o quasi, degli emendamenti vengono cancellati senza alcun esame preventivo. O senza che venissero ritirati da chi li aveva presentati.

Un gesto d'autorità, privo di motivazioni di merito, che stabilisce un precedente pericoloso. In linea per nulla teorica, infatti, qualsiasi futuro presidente della Camera - visto che la riforma in discussione al Senato abolisce il bicameralismo svuotando di funzioni il Senato stesso - potrebbe fare la stessa cosa, adducendo naturalmente motivazioni diverse ma altrettanto "soggettive". La funzione stessa dell'opposizione parlamentare verrebbe a quel punto ridotta a semplice presenza da spettatore.

E' evidente che c'è un banale baco nel regolamento parlamentare. Sarebbe bastato un limite razionale al numero di emendamenti presentabile da un qualsiasi "onorevole senatore" e il problema non si sarebbe mai presentato. Fin qui il baco non era stato sfruttato in modo così ridicolo da nessuno. Ogni parlamentare produceva le sue obiezioni, sotto forma di emendamenti ai disegni di legge o decreti, limitandosi a quelli dotati di senso. Magari anche solo a fini ostruzionistici - è perfettamente legittimo - ma facendo leva su un argomento di merito.

Nel corso della cosiddetta "seconda repubblica" (la minuscola è intenzionale) c'è stato però uno slittamento progressivo verso lo svuotamento delle funzioni del parlamentare e quindi del Parlamento stesso. Basti ricordare che questi parlamentari sono tutti - nessuno escluso - nominati dalle segreterie di partito in base alla legge elettorale chiamata  "porcellum". E qui ritorna ancora una volta il nome di Calderoli...

Buttare lì milioni di frasi inutili che nessuno leggerà mai è un modo di facilitare il compito di chi vuol rendere il Parlamento un "bivacco di manipoli". Fin troppo facile, per un Renzi o una Boschi qualsiasi, dipingere gli oppositori come dei rompiscatole a prescindere. Così come è stato fin troppo facile, sulla questione migranti, far assumere al governo il ruolo di "diga ragionevole" contrapposta alle "bestie" che propongono di affondare i barconi in mare.

Calderoli e la Lega, dunque, si rivelano come il miglior alleato che Renzi potesse avere in Parlamento, come e più del "taxi Verdini" che sta traghettando mezzo squadrone berlusconiano tra le fila dei renziani duri e puri. Con la benedizione beffarda dell'ex Caimano (non lo chiama più così neanche Nanni Moretti...).

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Turchia. Bombardamenti, massacri di civili e retate di giornalisti curdi

“Nessuna tregua nelle operazioni contro i ribelli curdi del Pkk”. Lo ha promesso in un ennesimo, truce messaggio alla nazione, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, commentando l'uccisione di almeno 30 militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan oltre il confine con l'Iraq in un bombardamento operato dai caccia di Ankara. "Non ci fermeremo", ha spiegato Erdogan durante l’intervento trasmesso a reti unificate, nel quale ha affermato che le operazioni delle forze armate turche nei territori curdi del Sud-Est della Turchia e nel Nord dell'Iraq continueranno "senza sosta". "L'organizzazione terroristica non otterrà nulla attraverso attacchi armati", ha insistito il presidente turco. "Continueremo a lottare senza sosta fino alla fine e, se Dio vuole, avremo la pace che aspettiamo da tempo" ha tuonato il ‘Sultano’.

Il quale si è ben guardato dallo spiegare che l’offensiva armata contro i curdi non si limita ai guerriglieri del Pkk, ma prende di mira ormai incessantemente sia i villaggi curdi delle montagne al confine tra Iraq e Turchia sia le comunità curde in territorio turco.

Dallo scorso luglio numerosi villaggi, ma anche città di medie e grandi dimensioni, sono sottoposte ad un selvaggio assedio da parte delle forze di sicurezza di Ankara che non esitano ad utilizzare le armi, anche pesanti, contro i centri abitati nel tentativo di uccidere gli attivisti del movimento di liberazione curdo e di mettere a tacere le proteste della popolazione. Nelle ultime ore anche alcuni quartieri della città di Diyarbakir, la più popolosa città curda, sono stati bombardati mentre la popolazione ha tentato di bloccare i blitz dei militari e delle forze speciali della polizia erigendo barricate e scontrandosi con i membri degli apparati di sicurezza che, hanno testimoniato diverse fonti, sparano sui civili dai tetti come già avvenuto a Cizre nelle scorse settimane.

Stesso scenario anche a Bismil, in provincia di Diyarbakir, dove i cecchini dell’esercito hanno sparato contro passanti e manifestanti uccidendo un ragazzo di 22 anni mentre era seduto davanti alla propria abitazione. Nella stessa città hanno perso la vita anche una bambina di otto anni, Elif Simsek, e sua madre, uccise quando la loro abitazione nel quartiere Avasin è stata bombardata (i media ufficiali turchi hanno tentato di attribuire il duplice omicidio al Pkk raccontando che la bomba che ha colpito la casa era stata lanciata dai guerriglieri curdi, circostanza smentita dai media locali). In seguito una macchina nera ha fatto irruzione nel quartiere di Hancepek e dall’interno sono partiti vari colpi di arma da fuoco contro i passanti: numerosi i feriti, tra i quali anche cinque bambini. L’ultimo episodio denunciato è la morte di un ragazzino, Berat Güzel, morto dopo essere stato colpito da proiettili sparati dalla polizia mentre stava giocando in un parco.

Anche Lice – anch’essa a poca distanza da Diyarbakir – è sotto assedio da parte delle forze di sicurezza che sparano dalle montagne contro l’abitato. La città è stata nel frattempo completamente isolata dopo il taglio delle comunicazioni telefoniche e dei collegamenti internet.

Colpi di mortaio sono stati sparati dall'esercito contro le case della città di Beytüşşebap, causando la morte di 3 civili e il ferimento grave di altri due. Alcuni giornalisti che si erano radunati fuori dall’ospedale pubblico di Sirnak per raccogliere le testimonianze dei feriti sono stati cacciati dai membri delle forze speciali che hanno anche sparato in aria.

Testimoni hanno anche spiegato che gli abitanti dei quartieri assediati e bombardati, in particolare a Diyarbakir, hanno reagito con una ‘protesta del rumore’, una sorta di cacerolazo con l’obiettivo di dimostrare, facendo rumore, la propria condanna nei confronti dell’indiscriminata repressione operata dalle forze armate turche contro la popolazione civile.

Continuano intanto gli attacchi della guerriglia contro l’esercito e la polizia turchi. Venti militari sono stati feriti nell'esplosione di un ordigno nella provincia di Bitlis; secondo quanto riporta il sito on-line del quotidiano Hurriyet, guerriglieri del PKK hanno fatto detonare a distanza la bomba al passaggio di un veicolo militare vicino a un Circolo di ufficiali dell'esercito turco nel distretto di Tatvan.

Come se non bastasse, continua anche la crociata contro i media indipendenti e quelli vicini al movimento di liberazione curdo. Ieri centinaia di poliziotti incappucciati hanno assaltato gli uffici dell’agenzia Dicle (DIHA), del quotidiano curdo Azadiya Welat, della casa editrice Aram e di Kurdi-Der, una associazione per la tutela della lingua curda, tutte a Diyarbakir, ed hanno arrestato 32 tra giornalisti, fotografi e dipendenti amministrativi dei mezzi di informazione presi di mira dall’ennesima retata.

Tutti gli arrestati sono stati rilasciati questa mattina dopo essere stati interrogati durante la notte; l’agenzia DIHA ha denunciato che i giornalisti e i dipendenti sono stati condotti nelle cantine di un palazzo e sottoposti a violenze di vario tipo.

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Afghanistan, quell’occupazione che accresce il mito talebano

Solo taluni personaggi discretamente supponenti o eminentemente propagandistici, che pure rivestono ruoli anche d’alto profilo nella Nato, possono fingere stupore nella presa della città di Kunduz da parte talebana. Il flop più recente delle loro geostrategìe ha la denominazione di Resolute support, il piano che dallo scorso dicembre ha lasciato 13.000 marines e istruttori statunitensi nelle diverse basi aeree afghane: Kabul, Bagram, Kandahar, Camp Marmal, Herat, Mazar-e-Sharif, Jalalabad, Khost, da dove continuano a partire F-16 e droni per azioni “antiterroristiche”. A questi s’uniscono, ruotando, contingenti di varie nazioni (l’Italia resta in prima fila) che partecipano alla missione di polizia internazionale secondo i dettami del Pentagono. L’intento è formare un’efficiente struttura militare interna che dovrebbe garantire una sicurezza minima alla quotidianità. Ma secondo la cronaca, già enunciata più volte nei mesi scorsi, il passaggio di consegne fra l’Isaf e l’Afghan National Army risulta in oggettiva difficoltà. Dietro a roboanti numeri si celano solo diffuse debolezze. L’esercito locale è giunto a contare 400.000 uomini, ma spesso il reclutamento segue interessi soggettivi incentrati su un salario da riscuotere (fino a 500 dollari) che per la famiglia dell’afghano in divisa significa sopravvivenza, almeno fino alla sopravvivenza del congiunto. Inoltre è sempre presente una cospicua quota d’infiltrazioni che l’insorgenza riesce a introdurre fra i militari. Niente di nuovo sotto il sole, dunque, dopo quattordici anni dall’inizio della “risolutiva” Enduring freedom utile solo a mantenere l’economia di guerra statunitense.

L’attuale conduzione politica locale, oltre a mostrare contraddizioni del binomio Ghani-Abdullah, servito ad accontentare i potenti alleati di entrambi che rispondono ai nomi noti di Dostum (vicepresidente) e altri indomiti signori della guerra alla Sayyaf ed Hekmatyar, mostra tutta la sua impotenza. Essa è divisa fra: accondiscendere alle direttive di Washington, spartirsi gli aiuti internazionali, più gli introiti della produzione e traffico di oppiacei che ha raggiunto il 97% della quota mondiale, soppiantando totalmente quello che negli anni Settanta era il triangolo d’oro indocinese. Le forze talebane sono state sempre presenti in molte province del Paese, sia nel proprio rilancio del 2003-2005, sia negli anni seguenti. Hanno resistito a operazioni complesse del biennio 2009-2010, pianificate dai generali McChrystal e Petraeus, (un esempio per tutti è stato il cosiddetto “Colpo di spada” nell’Helmand, la più imponente azione aeromobile dalla guerra vietnamita). I turbanti neri applicavano pratiche storiche della guerriglia, sganciandosi e ricomparendo in zone diverse, ma conservando un rapporto con la popolazione e gli stessi avversari, rendendosi disponibili a discutere con americani e raìs locali, fra cui l’ex presidente Karzai. I colloqui intavolati già nel 2010 fra il capo della Cia Panetta,  quindi da Holbrooke, con gli uomini del mullah Omar e una parte della Shura di Quetta, testimoniano una tendenza talebana alle scelte tattiche. Senza, però, chiudersi in una subalternità di fatto. Se ogni trattativa riuscita tende a concludersi con un compromesso che porta la rinuncia a qualcosa, i Taliban, pur senza lasciare un brillante ricordo della propria guida della nazione dal 1996 al 2001, sono rimasti attori attivi sulla scena. Agli occhi di tutti.

Paradossalmente proprio il mantenimento d’uno stato d’occupazione del Paese, assieme alle considerevoli perdite sul campo riscontrate dalla coalizione Nato che introdusse un numero crescente di contractors (fra il 2012 e 2013 ne sono stati calcolati circa 160.000), ha aumentato il mito della resistenza talebana all’invasione duratura dell’Occidente. Ogni afghano, eccetto chi è considerato collaboratore o venduto allo straniero, è contrario alla soluzione militare attuata da Washington e dagli alleati. Perché essa non emancipa la nazione e ne tarpa un’economia autoctona, limita la libera crescita d’una società civile, coi bombardamenti aerei, che di fatto proseguono, produce vittime civili. L’insorgenza è vista da molti come una guerra di liberazione, le stesse figure dell’attivismo democratico che abbiamo più volte intervistato (Malalai Joya, Belquis Roshan, Selay Ghaffar) si pronunciano contro la mistificante missione Isaf e l’attuale mantenimento d’una presenza delle truppe Nato nel Paese. I talebani, inseguendo il piano di jihad antioccidentale, oltre a vantarsi di difendere il Paese, diffondono fra strati crescenti della gioventù un modello da perseguire, che in molti casi risulta più attraente di progetti pacifici che le poche componenti alternative e democratiche riescono a indicare. Peraltro negli ultimi mesi spaccature interne a gruppi talebani, che si rapportano alla rete di Haqqani e all’area delle Fata, ha creato una sorta di competizione sul fronte armato. Ahktan Mansour, il nuovo leader che ha rimpiazzato il mullah Omar, non intende cedere spazi interni a possibili aperture verso Al Baghdadi. Le prove di forze di Kunduz servono anche a delineare appartenenze e gerarchie.

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Eretici, scismatici o comunisti

La morte di Pietro Ingrao ha giustamente colpito molti compagni, dando occasione a tutti di riesumare con nostalgia o spirito critico i bei tempi andati, quando i comunisti – anche in questo paese – erano tanti, vitali, “egemoni” ciò nonostante fieramente divisi e divisibili.

Di quel passato glorioso sono rimaste solo le divisioni, fino all'atomizzazione individuale e oltre. Quindi non nutriamo nostalgie. Neanche per Ingrao, tanto stimolante sul piano intellettuale (al dà delle risposte che di volta in volta dava) quanto paralizzante sul piano politico operativo, specie nei confronti delle molte “aree” che nelle varie congiunture storiche si erano coagulate partendo dai suoi stimoli.

Nel suo ricordo del dirigente comunista, Giorgio Cremaschi giustamente evoca una definizione che in qualche modo riassume la sua figura: eretico non scismatico. Ovvero capace di critica sia alla linea dominante nel partito che alle stesse basi teoriche poste a giustificazione di quelle scelte, senza però mai – mai – mettere in moto una scissione. Neanche quando questa si era già verificata, come nell'ultimo caso conosciuto, che portò alla nascita di Rifondazione. Anche in quel caso, ci vollero due anni perché riuscisse ad accettare la realtà di fatto e quindi lasciare il Pds. Un po' troppo per un leader che agisce nel politico, oltre che nella sfera delle idee.

In questo comportamento c'è molto della cultura, o del senso comune, del movimento comunista del secolo scorso. Si discute magari fino allo sfinimento e agli insulti reciproci, ma alla fine si accetta la posizione della maggioranza. Fosse soltanto questo, lo diciamo subito, staremmo parlando di un valorelo spirito unitario, il senso di appartenenza a un'insieme collettivo – che condividiamo in pieno ancora oggi. È l'abc dell'essere comunista, rivoluzionario, attivista. Non ha senso, infatti, pensare al cambiamento sociale, dell'intero modo di produzione dominante, sul piano addirittura globale, senza al tempo stesso accettare la diversità di opinioni – inevitabilmente generata dal trovarsi ciascuno e tutti in situazioni differenti, per lingua, territorio, strato sociale, posizione lavorativa, livello reddituale, condizioni di vita, età, ecc. – che corrispondono fisiologicamente a punti di osservazione differenti della medesima complessità.

Diversità e unità che si compongono e rigenerano nel conflitto sociale, nella ricerca delle soluzioni efficaci ai problemi posti dal conflitto, in un processo incessante di superamento delle vecchie forme nel mentre si mantiene costante l'obiettivo della trasformazione rivoluzionaria.

Ben poco a che vedere col panorama attuale della sinistra ex comunista, sia di derivazione Pci che extraparlamentare. Qui domina il principio di scissione, la ricerca della “composizione” è rifiutata in radice, almeno nelle pratiche dominanti. Come se realmente solo quell'intervento sociale che stai facendo in un certo momento avesse un senso trasformatore del mondo. Come se realmente ogni micro-aggregato potesse credere di essere lui – e soltanto lui – il nucleo fondamentale che “un giorno” guiderà il processo rivoluzionario globale. Roba da tso urgente...

Ma rotture e scissioni, nel movimento comunista internazionale, lungo i cento anni esatti che ci stanno alle spalle e che sono coincisi con la vita di Ingrao, ce ne sono state molte. Alcune evitabili, altre no. Quando la realtà chiede soluzioni concrete e “il partito” – a livello nazionale o internazionale – non riesce a dare risposte efficaci, non c'è spirito unitario che possa tenere insieme il corpo sociale, i militanti, i “corpi intermedi”. Si tratta insomma di processi storici che producono la risposta necessaria, anche se non sempre quella “giusta per noi”, e non possono essere evitati, o messi sotto il tappeto, dalla ricerca dell'unità a tutti i costi.

È la contraddizione reale che decide cos'è giusto fare e cosa no, non le intenzioni soggettive, per quanto ben motivate sul piano ideologico. In questa contraddizione, da sempre, agisce la politica comunista. Quella che ricerca l'unificazione delle forme conflittuali delle classi sfruttate per convogliarle – a tempo e modo, secondo una logica costruttiva di un nuovo ordine sociale – nella distruzione dell'ordine esistente.

Questo per dire che non c'è mai – mai – un comportamento giusto per tutte le occasioni. Così come non è mai – mai – possibile un vittoria duratura basata sull'improvvisazione.

La rinuncia programmatica all'unità, magari goffamente mascherata dall'esibizione di disponibilità unitaria purché avvenga sotto la propria egemonia, è rinuncia esplicita, controrivoluzionaria, alle prospettive di trasformazione sociale. Ed è la situazione che ci troviamo davanti ogni giorno, ad ogni assemblea, corteo, seminario, chiacchierata informale.

La rinuncia programmatica all'alternativa organizzata, idem. Nessuna organizzazione resta sempre uguale, ogni corpo sociale si modifica con l'andare del tempo, specie se l'obiettivo della trasformazione radicale non sembra mai avvicinarsi. La storia del Novecento ci ha mostrato innumerevoli volte l'emergere del tumore “riformista”, socialdemocratico o addirittura liberal-liberista, ai vertici degli ex partiti comunisti. Davanti a certe derive, la scissione e la nuova fondazione diventano semplicemente un obbligo politico.

Non ci sfugge, naturalmente, che le due derive si tengono e si giustificano reciprocamente (ai limiti estremi: individualismo e “voto utile”), eternizzando comportamenti che hanno senso solo a determinate condizioni. Eretici-unitari-sempre-e-comunque e scismatici-a-prescindere sono due facce – sbagliate – della stessa medaglia.

È la dialettica materialistica, bellezza! Costringe tutti e sempre a fare scelte, senza preventiva certezza di averci azzeccato e di stare nel giusto.

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I renziani contro la Rai. E' la governance bellezza!

C'è da rimanere fulminati nel leggere che: "Sul Tg3 hanno costruito un'opposizione che non esiste, danno più spazio alla minoranza dem che alla vera opposizione parlamentare". "Non si sono accorti che è stato eletto un nuovo segretario, Matteo Renzi, che poi è diventato anche premier. Il Pd viene regolarmente maltrattato". Le parole del deputato Pd Michele Anzaldi, prima sul Corriere della Sera e poi su La Repubblica, hanno gettato benzina sul fuoco di una polemica che, dopo le critiche del Pd a Ballarò per la scelta di ospitare nelle prime puntate due esponenti M5s (Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista), si è inasprita con gli attacchi di Vincenzo De Luca contro i servizi di Presa Diretta e Report. Frasi che per il comitato di redazione del Tg3, "sono inaccettabili e ricordano nei toni editti bulgari di berlusconiana memoria". Replicano anche le organizzazioni dei giornalisti: "Ancora nel 2015 l'informazione non asservita dà fastidio. Abbiamo contestato i bavagli ieri, non smettiamo di farlo oggi. Le parole di Michele Anzaldi sono gravissime e rivelano la sua visione di una Rai servizio pubblico totalmente asservita al potere di turno" affermano i segretari della Fnsi, Raffaele Lorusso, e dell'Usigrai, Vittorio di Trapani. Va giù duro dal suo blog Beppe Grillo:"Le regole di Goebbels Anzaldi per la Tv pubblica sono chiare: vietato criticare il governo, vietato intervistare portavoce del M5S, il Pd ha sempre ragione, chi sgarra paga (Vianello è avvisato per la seconda volta)".

Intanto, per sapere esattamente di costa stiamo parlando, è bene dare un'occhiata ai dati di Open Tg che dimostrano piuttosto nettamente come Renzi, il suo governo e la sua maggioranza, godano di un ampia supremazia nella esposizione mediatica di tutti i telegiornali. Da dove nasce allora questa animosità del Pd e dei renziani addirittura contro il “suo” TG3? Assistendo ai telegiornali tappetino del duo Berlinguer/Mannoni, agli endorsement di Fabio Fazio o di Benigni, viene da chiedersi che cosa possano pretendere di più Renzi e i renziani. La mordacchia alle poche trasmissioni di inchiesta come Presa Diretta e Report oppure al sempre più soporifero Ballarò?

La sintesi più semplice, quella francamente più banale, rimanda quasi automaticamente alla pulizia etnica dei telegiornali dell'epoca berlusconiana, al famoso “editto bulgaro”. Una valutazione più aggiornata ci segnala invece che stiamo ben dentro un modello di regime oligarchico ispirato e imposto dalla governance a livello europeo. La demolizione della democrazia rappresentativa, di cui quello che a cui stiamo assistendo al e sul Senato è solo l'ultimo passaggio in ordine di tempo, non prevede più il contraddittorio, figuriamoci il conflitto.

Se il governo/regime dice che sta andando tutto bene, gli apparati ideologici di Stato (e il sistema dei media ne è parte integrante) non possono che veicolare acriticamente questa visione. Chi non lo fa, chi non adegua format, modi e tempi della comunicazione a questo input, è un disfattista, esattamente come nei tempi di guerra. Perché di questo si tratta.

Nell'epoca della competizione globale, che per sua natura si gioca sul mercato-mondo, i “fronti interni” devono essere in ordine, non possono manifestare dissonanze che indeboliscono la proiezione economica, politica o militare al di fuori del paese.

All'evidenza dei fatti si riconferma ancora una volta come la vera jattura di questo ventennio non sia stata tanto la “casta” ma l'artificiosa e artificiale polarizzazione tra berlusconiani e antiberlusconiani, alimentata da un gruppo editoriale/finanziario (Espresso-La Repubblica) contro un altro gruppo editoriale/finanziario (Fininvest). Chi ha accettato questa polarizzazione ed ha girato in tondo per anni, ha perso prima l'anima e adesso che i tempi si fanno duri, sembra aver perso anche la voce.

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La Nato sbugiarda il governo Renzi: Trident Juncture pure a Napoli

Anche il Comando delle forze congiunte NATO di Napoli – Lago Patria avrà un ruolo chiave nella mega esercitazione militare Trident Juncture 2015 che avrà luogo ad ottobre e novembre negli spazi aerei, terrestri e marittimi di Portogallo, Spagna e Italia. La conferma ufficiale è giunta il 28 settembre a conclusione del vertice alleato tenutosi proprio nel quartier generale del JFC – Joint Force Command di Napoli, a cui hanno partecipato l’ammiraglio della Marina militare USA Mark Ferguson (Comandante in capo di JFC Naples), il generale dell’esercito britannico Adrian Bradshaw (vicecomandante supremo delle forze alleate in Europa – DSACEUR) e il generale tedesco Lothar Domroese, comandante del Joint Force Command di Brunssum (Olanda). “Nel corso del meeting sono state discusse le implicazioni strategiche relative al Readness Action Plan e alla NRF, la Forza di Risposta della NATO”, si legge nel comunicato emesso dall’ufficio stampa di JFC Naples. “Il vertice tra i tre leader militari ha avuto luogo alla vigilia dell’esercitazione Trident Juncture 2015, che consentirà di dare la certificazione al Comando di Brunssum per guidare nel 2016 la Forza di Risposta NATO NRF, in qualità di quartier generale di comando e controllo. Attualmente è il Joint Force Command di Napoli a fungere da comando e controllo per la NRF 2015 ed esso sta supportando l’esercitazione mediante assistenza e potenziale umano aggiuntivo”.

Affermazioni che sbugiardano in toto quanto riferito in Parlamento dal governo italiano lo scorso 17 settembre. “Si sottolinea che la città di Napoli non è coinvolta ad alcun titolo nella esercitazione”, riportava il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, nella risposta scritta all’interrogazione presentata da alcuni deputati del Movimento 5 Stelle sul ruolo delle installazioni militari italiane interessate da Trident Juncture 2015. “A livello nazionale, il coinvolgimento prevede l’invio di elementi dell'Esercito in Spagna, Portogallo e a Capo Teulada, di assetti aerei dell’Aeronautica presso le basi di Trapani, Decimomannu, Pratica di Mare, Pisa, Amendola e Sigonella, mentre per la Marina Militare saranno presenti assetti navali inclusi nell'esercitazione nazionale Mare Aperto”, aggiungeva il sottosegretario Alfano. “L’esercitazione sarà guidata dal Joint Force Command Brunssum (Olanda) e non dal Joint Force Command di Napoli come riportato in premessa all’interrogazione parlamentare”.

Grazie a Trident Juncture 2015, la NATO potrà sperimentare per la prima volta in scala continentale quella che è destinata a fare da corpo d’élite della propria forza di pronto intervento NRF, la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), opportunamente denominata Spearhead (punta di lancia). La VJTF sarà pienamente operativa a partire dal prossimo anno e verterà su una brigata di terra di 5.000 militari, supportata da forze aeree e navali speciali e, in caso di crisi maggiori, da due altre brigate fornite a rotazione e su base annuale da alcuni paesi dell’Alleanza. “La Spearhead force sarà in grado di essere schierata in meno di 48 ore”, afferma il Comando NATO. “In particolare, essa potrà essere di grande aiuto nel contrastare operazioni irregolari ibride come ad esempio lo schieramento di truppe senza le insegne nazionali o regolari e contro gruppi d’agitatori. Se saranno individuati infiltrati o pericoli di attacchi terroristici, la VJTC potrà essere inviata in un paese per operare a fianco della polizia nazionale e delle autorità di frontiera per bloccare le attività prima che si sviluppi una crisi”. Proprio in vista della creazione della nuova task force, sono stati riorganizzati i quartier generali e i comandi operativi alleati: la Forza di pronto intervento NRF, nello specifico, è stata posta gerarchicamente sotto il controllo del Joint Force Command di Brunssum e del Comando per il Sud Europa di Napoli – Lago Patria.

Crescono intanto le adesioni di associazioni e comitati alla manifestazione nazionale No Trident Juncture che si terrà nel capoluogo campano sabato 24 ottobre. “La NATO è uno strumento di convergenza e di coordinamento degli interessi dominanti dell’imperialismo euro-atlantico, uno strumento offensivo al servizio delle mire espansionistiche ed interventistiche delle grandi potenze occidentali, a scala planetaria, che tanti disastri stanno provocando in giro per il mondo”, scrivono i promotori dell’appello, il missionario comboniano Alex Zanotelli, il Comitato napoletano “Pace e disarmo” e la Rete Napoli No War. “E’ per questo che a partire dalla Sicilia (dove il governo tenta d’imporre l’entrata in funzione del micidiale Muos a Niscemi), dalla Sardegna, da Poggio Renatico (Ferrara), da Pratica di Mare e Pisa, tutti coinvolti nell’esercitazione, proponiamo di costruire insieme una forte mobilitazione contro la Trident Juncture, la militarizzazione dei territori e le politiche di guerra, su tutto il territorio nazionale”.

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Palestina all'Onu, Abu Mazen disinnesca la bomba

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Questa sera alle Nazioni Unite Abu Mazen non lancerà la “bomba” annunciata per settimane. Perché la bomba è diventata un petardo. Di fronte all’Assemblea dell’Onu non proclamerà la fine degli Accordi di Oslo firmati nel 1993 e della cooperazione di sicurezza con Israele. E nel suo discorso non farà neanche un attacco frontale, senza precedenti, alla politica del governo di Benyamin Netanyahu. Pressioni statunitensi, in particolare del segretario di stato John Kerry, e anche dell’Europa, hanno spinto Abu Mazen ancora una volta a ingranare la retromarcia. Assistenti e consiglieri del presidente palestinese si sono affannati in questi ultimi giorni a rassicurare americani ed europei. Non ci sarà alcuna “bomba”. Abu Mazen a tratti sarà perentorio, persino duro. Protesterà per le politiche israeliane sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme e per la colonizzazione ebraica dei Territori occupati. Forse detterà un nuovo calendario di scadenze per la nascita dello Stato di Palestina che in ogni caso Israele non rispetterà. Tutto qui. Un copione già noto per la platea dell’Onu che, appena qualche anno fa, ha riconosciuto alla Palestina lo status di Paese non membro osservatore.

Al Palazzo di Vetro questa sera isseranno per la prima volta la bandiera palestinese ma non ci saranno scossoni. Eppure mai come in questo momento la questione palestinese ha bisogno di tornare sui tavoli che contano. Il fatto che Barack Obama nel suo discorso di due giorni fa abbia ignorato i palestinesi e le loro aspirazioni, indica con estrema chiarezza la posizione che il futuro di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza occupano nelle priorità americane. E questo continuo tira e molla di Abu Mazen, che parte in quarta e poi frena, si sta rivelando devastante per il futuro dei palestinesi e per la residua credibilità del presidente tra la sua gente. Chi, a questo proposito, può dimenticare il clamore con il quale ad agosto era stata comunicata la convocazione, a metà settembre a Ramallah, dopo circa 20 anni, del Consiglio Nazionale Palestinese (Cnp, il Parlamento dell’Olp, quindi di tutti i palestinesi). «Immetteremo sangue nuovo nelle vecchie arterie dell’Olp e delle istituzioni palestinesi», spiegavano con enfasi i solerti funzionari della presidenza. Abu Mazen ha anche dato le dimissioni da presidente del Comitato esecutivo dell’Olp. Poi, all’improvviso, senza uno straccio di annuncio ufficiale, gli stessi solerti funzionari hanno fatto sapere che il Cnp non si sarebbe più riunito, se ne riparlerà, forse, verso la fine dell’anno. Non appena si è capito che la convocazione del Cnp sarebbe servita soltanto a cacciare dall’assemblea gli uomini di Mohammed Dahlan (nemico di Abu Mazen) e a sostituirli con quelli fedeli al presidente, oltre a sancire l’esclusione dall’Olp, forse definitiva, del movimento islamico Hamas, si sono sollevate le fazioni della sinistra palestinese, a cominciare dal Fronte Popolare, e anche correnti interne a Fatah, il partito guidato proprio dal presidente.

Intanto nelle strade della Cisgiordania e di Gerusalemme, come in quelle dei campi profughi palestinesi sparsi nei Paesi arabi, tante persone neanche sapevano della convocazione del Cnp.

La linea di Abu Mazen della creazione di uno Stato palestinese attraverso negoziati con Israele è deragliata di fronte al secco no di Netanyahu e del suo governo di destra e ultranazionalista della nascita di una entità palestinese realmente sovrana e non invece confinata in bantustan sparsi per la Cisgiordania (Gaza già lo è). Da parte loro Stati Uniti ed Unione Europea, in modi diversi, confermano che non imporranno a Israele scelte che si attendono da decenni. Abu Mazen perciò è impotente, isolato, messo ai margini in un Medio Oriente dove è in atto la catastrofe siriana. Non sa quale strada percorrere mentre esclude categoricamente una sollevazione popolare contro l’occupazione israeliana. Si è sempre opposto, usando anche le forze di sicurezza dell’Anp, ad una nuova Intifada palestinese e non ha alcuna intenzione di interrompere la cooperazione di sicurezza con Israele nonostante una risoluzione in tal senso approvata nei mesi scorsi dal Consiglio Centrale di Fatah. Ha aderito alla Corte penale internazionale ma ora frena le tanto sbandierate, nei mesi scorsi, richieste di incriminazione di Israele per l’attacco a Gaza nel 2014 e la colonizzazione incessante dei Territori palestinesi occupati.

Tre anni fa all’Onu Abu Mazen aveva saputo accendere i cuori e le speranze di una fetta consistente di popolazione palestinese, inclusa quella di Gaza sotto l’autorità di Hamas. Tuttavia lo Stato di Palestina che ha ottenuto su pezzi di carta non esiste ancora sul terreno, resta una utopia di fronte a un Israele forte, determinato, sempre ben sostenuto dagli Stati Uniti, non importa che alla Casa Bianca ci sia Bush o Obama.

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Sogin e marketing sui rifiuti nucleari

di Liliana Adamo

Per Sogin, azienda che si occupa di “decommissioning” per gli impianti atomici, la campagna on air (tv, web, radio e stampa), è partita da un pezzo, ma il processo entrerà nel vivo dell’interesse generale quando sarà pubblicata la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee ad accogliere il Deposito Nazionale per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi italiani. Il documento definitivo sarà divulgato attraverso il sito web www.depositonazionale.it, insieme a un Progetto Preliminare, una volta ottenuto il placet dai due Ministeri direttamente interessati, Sviluppo Economico e Ambiente.

Sulle reti televisive fino a novembre prossimo, incentrato su azioni quotidiane girate in slow motion, mentre una voce di fondo, recita “Sul problema dello smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi il nostro Paese non è andato lontano…”, lo spot è stato realizzato da Saatchi & Saatchi, con un “battage” che “veicolerà attraverso testi, materiale multimediale e altri canali d’interazione, lo sviluppo di questo percorso”. Costo? Ben 3,2 milioni di euro.

Il percorso integrato al Deposito Nazionale, sembra concentrarsi in un solo leitmotiv, la trasparenza. Di trasparenza la Sogin pare averne bisogno, e non per una mera questione di marketing. Per esempio, ad evitare uno Scanzano bis, quando, nel 2003, il comune lucano fu indicato come sito unico per la sistemazione di scorie nucleari a media e alta intensità. Salvo poi, sconfessare lo stesso decreto dell’allora Consiglio dei Ministri con un emendamento che sanciva, di fatto, come l’alta sismicità della zona, ponesse a rischio l’intero complesso.

Anche adesso, il progetto presenta le prime insidie: intanto, i ministeri interessati hanno smentito la scelta delle aree preposte che, secondo i media, sarebbe stata fissata per quest’agosto, facendo slittare l’approvazione della “mappa”, nel giugno 2016.

Va chiarito un dato imprescindibile: l’Italia, grazie a un referendum popolare, ha definitivamente chiuso col nucleare, ma le scorie prodotte da attività industriali e sanitarie, vale a dire, quelle di bassa e media radioattività, ci sono e vanno gestite in modo adeguato, “trasparente” per usare un sinonimico caro alla campagna Sogin. Non è lo stesso per i rifiuti nucleari ad alta radioattività, messi al bando sull’intero territorio del nostro Paese, neanche in situazioni “emergenziali” o “temporanee”. Da rimarcare, inoltre, che da allora, nulla è stato fatto, mentre il Deposito nucleare avrebbe dovuto esserci per legge, da almeno sette anni.

Strategicamente, il passo saliente di uno spot multimilionario pone l’accento su “un’ampia e approfondita consultazione pubblica” per “ripartire insieme, attraverso un percorso condiviso e partecipato”, chissà, con l’attesa di una qualche regione che si candidi, autonomamente a sede del Deposito, in virtù di possibili ricadute economiche e occupazionali.

Eppure, da qualche mese in Sardegna, regione ormai sconquassata da alcuni “interventi” fallimentari, si sono formati comitati cittadini sul piede di guerra annunciando le giornate “No Nuclear day”, e, in prospettiva, il fatto già la dice lunga.

Lo smaltimento del nucleare è una patata bollente, anzi, bollentissima, che si vorrebbe passare di mano in mano. Il gruppo Sogin insiste sull’esposizione di una presunta normalità delle radiazioni, citando un’enormità d’oggetti d’uso comune, ponendo l’accento su tutto ciò che è naturalmente radioattivo, asserendo che questa radioattività, una volta accertata, può essere isolata.
Ma nel corso degli anni, qualche volta, abbiamo visto come la radioattività sfugga al controllo, con esiti che neanche stiamo qui a ribadire. Sia si tratti di grandi centrali nucleari o dei più defilati centri di ricerca, in tutta questa sorta di rassicurazione generale, ci sono dati che non tornano.

Per quantità, i nostri rifiuti ammontano a 75 mila metri cubi di scorie a bassa e media radioattività e 15 mila ad alta radioattività; è comprensibile, quindi, una soluzione accettabile dal punto di vista sia ambientale sia economico. Ma non basta progettazione, realizzazione e gestione affidabili, parliamo di strutture che devono essere durevoli per centinaia di anni. Dunque, l’impegno diretto di un’entità nazionale con l’incarico di supervisore e un’autorità anticorruzione non sarebbero solo graditi ma fondamentali durante l’intero iter del processo.

Durante una conferenza stampa tenuta dai vertici della società, non si è parlato, ad esempio, delle oggettive difficoltà tecniche che ruotano intorno allo smantellamento risolutivo del reattore gas - grafite di Borgo Sabotino (nei pressi di Latina, prima centrale nucleare italiana, costruita dall’Eni), dove sono immagazzinate oltre duemila tonnellate di materiale ad alta radioattività. Sono questi, fra gli altri, che attendono la realizzazione di un sito unico, ma non quel Deposito cui si parla, bensì di un dock geologico definitivo, come appunto, indica, un recentissimo documento curato dal Governo Britannico sul tema, pubblicato su La Nuova Ecologia.

Attenzione: tale documento cita anche lo smantellamento di undici reattori gas - grafite inglesi - che sarà terminato nel 2115. No, non è un errore di stampa, si parla di cento anni, poiché bisogna attenderne la riduzione naturale di radioattività per poi passare al nucleo del reattore. La dimostrazione, per quel che concerne la corretta, esaustiva informazione energetica in Italia, che astenersi da inibizioni e riserbi potrebbe sì garantire quella “trasparenza” tanto auspicata sul piano marketing.

Sogin non creerà un Deposito geologico ma, secondo i loro parametri, una “struttura a rischio zero”, con barriere ingegneristiche e naturali costruite in serie, seguendo i più recenti standard posti dall’International Atomic Energy Agency per la definitiva sistemazione dei 75 mila metri cubi di bassa e media radioattività e lo stoccaggio limitato dei restanti 15 mila metri cubi ad alta radioattività.

In toto, il materiale proverrà dalle operazioni di smontaggio degli impianti dismessi sparsi sul nostro territorio e dalle attività nucleari, in campo medico, industriale, di ricerca, i quali, però, continueranno a produrne in futuro.

In più, come detto in precedenza, è stata indetta una gara rivolta ai vari Professionisti, per la realizzazione di un concept congiunto, un Parco Tecnologico che si troverà all’interno del Deposito Nazionale di scorie radioattive. Il costo parziale dell’opera, escluso il Polo Tecnologico, si aggirerebbe intorno ai 1,5 miliardi di euro.

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I "no" rivoluzionari di Ingrao

Eretico e non scismatico, così Fausto Bertinotti ha definito Pietro Ingrao riproponendo un giudizio che Claudio Sabattini aveva dato su se stesso tanti anni fa. Mi pare una immagine troppo statica, anche perché Ingrao negli ultimi anni della sua eccezionale vita politica scismatico lo era diventato. Dopo aver combattuto con tutte le sue forze la svolta di Occhetto aveva inizialmente sostenuto che bisognasse rimanere nel partito erede del PCI, perché si doveva stare "nel gorgo". Ma dopo solo due anni quel partito lo aveva lasciato e si era speso per costruire un'alternativa a sinistra di esso. Se si è coerentemente eretici prima o poi scismatici si è costretti a diventarlo, se le cose non cambiano. D'altra parte nessuno dei leader della sinistra italiana, che siano stati più eretici o più scismatici, è riuscito a fare meglio di lui, segno che la contraddizione che ha vissuto non è di quelle che si possono risolvere con puri atti di volontà.

La storia di Ingrao è quella della parte migliore del comunismo italiano, quella sinistra di scuola togliattiana che accomunava il legame di ferro con l'Unione Sovietica con la ricerca gramsciana di una via per la rivoluzione in Occidente. Si fa torto ad Ingrao se si cancella questa parola, rivoluzione, dal suo vocabolario e dai suoi sentimenti. Non è mai stato un riformista in nessuna delle accezioni correnti o passate. Anzi mi permetto di testimoniare che negli ultimi anni questa parola era tra quelle che più gli stavano care, quella che riassumeva lo scopo di una vita e lo sguardo verso il futuro. Certo essere rivoluzionari nel PCI comportava prezzi da pagare ed errori. Da quando nel 1966 affermò il suo dissenso, ma poi accettò quelle regole del gioco che lo condussero ad approvare la radiazione de il Manifesto, credo che siano diverse le volte nelle quali Pietro Ingrao abbia sofferto la contraddizione tra il suo sentire ed il suo concreto comportamento. Ma questa sua sofferenza e personale contraddizione, da lui stesso poi più volte ricordate, non ci deve far smarrire il dato di fondo. Ingrao aveva ragione e se il PCI avesse accettato il suo punto di vista sulle nuove contraddizioni del capitalismo e soprattutto la sua richiesta di libertà di discussione interna, la storia della sinistra in Italia ed in Europa sarebbe diversa, più avanti. Invece quello stesso apparato che poi dalla sera alla mattina sarebbe corso in massa a cambiare nome al PCI, nel nome dell'ortodossia combatté Ingrao e coloro, pochi, che rimasero con lui. I miglioristi, chissà perché definiti liberal, furono allora alla testa della resa dei conti di tipo staliniano con Ingrao ed il suo dissenso. Ma egli accettò alla fine quella condizione perché credeva restasse in piedi la doppiezza del PCI, il suo essere una forza di massa con pratica riformista che, anche se alla lontana, continuava a richiamarsi alle sue radici rivoluzionarie, al comunismo. Fino a che questo legame non fosse stato del tutto soppresso Ingrao sarebbe rimasto in quel fiume, cercando di muovere da lì controcorrente. Per questo la sua vera e profondissima rottura fu con la Bolognina nel novembre1989.

Sulla base delle passate esperienze il gruppo dirigente occhettiano sperò per qualche giorno che Ingrao non si opponesse alla svolta, magari dandone una lettura di sinistra. Era una incertezza che percorreva anche tanti di noi, combattuti tra la necessità di un cambiamento e la diffidenza verso quel cambiamento. Dopo qualche giorno di silenzio, nel quale si accreditarono le voci più diverse, Pietro Ingrao espresse tutto il suo disaccordo, tutta la sua rottura con la svolta. Fu proprio la rinuncia esplicita alla prospettiva anticapitalista, al cambiamento di sistema a farlo decidere. Attenzione, in un certo mondo radicale la svolta veniva presentata addirittura come una scelta di sinistra. In fondo, si diceva, il PCI era diventato un partito moderato anche perché la parola comunista giustificava i peggiori comportamenti opportunistici nel nome di un ideale superiore. Eliminando questa copertura ideologica ci sarebbe stato più radicalismo pratico. Era un errore politico, storico e culturale, che non comprendeva che tipo di capitalismo ideologico e totalitario si stesse affermando e come fosse indispensabile, anche per la battaglia quotidiana più immediata, un punto di vista critico di sistema. Il fatto che oggi l'anticapitalismo di Papa Francesco abbia tanto successo e copra un vuoto così profondo a sinistra dà completamente ragione al no di Ingrao. Che a quel punto scelse una pratica politica che non era sua, quella di corrente, quella delle alleanze con dirigenti del PCI contrari alla svolta da punti di vista abbastanza distanti dal suo. Divenne perciò anche scismatico e non mi risulta che se ne sia mai pentito. Gli "ingraiani" cioè quei dirigenti politici e sindacali che erano considerati a lui vicini, si divisero nel 1989 come già avevano fatto nel 1966. Molti lo abbandonarono e operarono per la versione di sinistra della svolta.

Cancellato il PCI, Ingrao continuò soprattutto un'opera di testimonianza e militanza. Francamente a chi lo ha criticato per questo mi sento di chiedere cosa avrebbe potuto fare di davvero diverso, con il disastro in atto della sinistra italiana in tutte le sue anime e strutture. Così lo ricordiamo novantenne farsi accompagnare in motorino alla fine del lungo percorso di un corteo contro la guerra e poi salutare a pugno chiuso. Era il suo modo concreto per resistere ed indicare una via. Nella storia ci sono i no che vincono e ribaltano il corso egli eventi, e quelli che solo indicano quello che avrebbe potuto essere e non fu. Entrambe queste specie di no sono decisive per le nostre vite. Per questo i no di Ingrao nel 1966 e nel 1989 durano nel tempo e ci ricordano da dove partire se si vuol davvero cambiare una società sempre più ingiusta e distruttiva.

Ingrao non fu mai pacificato o rassegnato e non può essere imbalsamato in un vuoto e ipocrita pantheon dei padri di una Repubblica che da tempo non esiste più. Ingrao era un rivoluzionario di una pasta speciale, come sono tutti i veri rivoluzionari, quelli per dirla con Che Guevara, che sanno essere duri senza perdere la tenerezza.

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Il libro in una mano, la bomba nell'altra


"Che Dio ci perdoni, se stiamo pregando!"

La resa della “sinistra Pd”: è la liquidazione definitiva

Con il voto sulla riforma costituzionale, la “sinistra” Pd si è definitivamente arresa a Renzi. Poco importa che il fiorentino abbia concesso qualcosa (peraltro irrilevante ai fini dei nuovi equilibri istituzionali), anche se avesse concesso la piena elettività di tutto il nuovo Senato, non cambierebbe nulla dal punto di vista politico perché quello che conta è che:

a) Renzi ha dimostrato di aver avuto la forza di fare la più radicale riforma costituzionale dal 1948 in poi e che si tratti di una riforma peggiorativa non ha peso.

b) Renzi ha piegato la minoranza del suo partito.

c) La minoranza ha perso l’ultima occasione per dimostrare di essere altro dal renzismo: se, dopo la riforma elettorale e il jobs act, ha votato anche la riforma della Costituzione, non ha senso che, d’ora in poi, minacci di votare contro qualsiasi altra cosa: in primo luogo perché non le crederebbe più nessuno, in secondo perché, a questo punto, nessun elettore capirebbe un improvviso irrigidimento su qualsiasi altra cosa, dopo che si è ceduto sulla Costituzione. Vedrete che voteranno anche la legge antisciopero.

d) La “unconditional surrender” di questi giorni azzera anche ogni potere di contrattazione di Verdini, Sel, Ndc eccetera perché ormai è chiaro che Renzi avrebbe comunque la maggioranza e quindi, ormai, siamo in pieno “regime”;

e) Questo lo hanno capito tutti nel gregge della minoranza Pd e, d’ora in poi, sarà una corsa a chi si vende prima al padrone del Pd il quale, per parte sua, alla prima occasione, massacrerà questo branco di incapaci per riempire le liste di suoi giannizzeri. E se farà fuori anche Bersani e Cuperlo, ci farà un segnalato piacere e gliene saremo grati.

Dunque, questa è la definitiva scomparsa della “sinistra” Pd e, con essa, anche di quel che resta del vecchio Pci. Ed in qualche modo è giusto che sia così: la disciplina da caserma in cui sono stati allevati i militanti del Pci, per cui “Il partito ha sempre ragione”, “meglio avere torto con il partito che ragione da soli”, “tutto è preferibile all’aborrita scissione” e via belando, ha come suo esito il fatto che quel che resta dei vecchi militanti del Pci devono adattarsi all’idea di finire i loro giorni in un partito fascistoide e paramassonico: “uniquisque suum”. E si preparino anche a fare i crumiri in caso di scioperi non autorizzati: non gli costerà molto, tanto sono abituati a tutto.

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Siria - Obama contro Putin all'Onu, ma poi cede all'accordo

Sul palcoscenico dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ieri è andato in scena lo spettacolo del botta e risposta russo e statunitense sulle politiche delle super potenze in Medio Oriente. Obama, dallo scranno Onu, ha difeso la politica Usa, attaccato Damasco (unico responsabile della crisi, ha detto il presidente), rigettato una sua possibile partecipazione all’eventuale governo di transizione, accusato la Russia di atti unilaterali, a partire dall’annessione della Crimea.

Pochi minuti dopo è toccato al presidente russo: Putin ha denigrato la strategia Usa, accusato Washington e alleati del Golfo di aver infiammato le tensioni finanziando gruppi terroristi, ribadito la necessità di riconoscere Assad, unica soluzione alla guerra civile.

Posizioni distanti. A parole. Perché la realtà dei fatti, dettata dagli equilibri militari e politici sul campo, è ben diversa: le due super potenze fingono una guerra fredda che non c’è. Quella che c’è è la volontà di uscire puliti dalla crisi siriana, salvaguardando i propri interessi strategici ed economici, perché – com’è ovvio – nessuno lavora mosso dall’interesse di tutelare il popolo siriano.

A margine dell’Assemblea Generale Onu, i due si sono incontrati, per la prima volta da due anni, e hanno discusso a porte chiuse per oltre un’ora e mezza. E le parole, utili a mantenere le posizioni di fronte ai media e alle rispettive opinioni pubbliche, hanno lasciato spazio alla tutela degli interessi reciproci.

Dopo l’apertura di Obama, nel discorso all’Assemblea, al dialogo con Russia e Iran, nell’incontro tra i due presidenti Mosca e Washington hanno deciso di lavorare insieme, su un terreno comune: “Abbiamo punti in comune e abbiamo differenze – ha detto Putin ai giornalisti – Penso che ci sia un modo per cooperare sui problemi che stiamo affrontanto”.

Ovvero, raid congiunti e coordinati contro l’Isis in Siria: Putin l’ha definita una nuova coalizione globale, come quella che sconfisse la Germania nazista di Hitler. Questa potrebbe essere la scappatoia, che tiene per ora a lato la questione scottante, la presenza o meno del presidente Assad. Mosca lo vuole, Washington no. Si giungerà ad un compromesso: Assad potrebbe prendere parte alla transizione politica in un negoziato con le opposizioni volto alla formazione di un governo di unità. E in una seconda fase lasciare spazio ad una figura del suo establishment, meno problematica e che salvi la faccia (e gli interessi) di tutti gli attori regionali e globali.

Un segnale chiaro dell’intenzione, dettata dalla necessità, di dialogare l’ha data lo stesso Obama: l’amministrazione Usa ha sospeso il costosissimo programma di addestramento dei ribelli moderati. Un programma fallimentare, smascherato dalle ultime vicende, a partire dalla consegna dell’equipaggiamento militare da parte di un’unità appena addestrata ai miliziani di al-Nusra. La decisione segue l’ammissione del generale Austin, capo delle operazioni militari nell’area, secondo il quale i combattenti effettivi preparati dagli Usa non sono più di 4 o 5.
All’assenza di una strategia statunitense fa da contraltare la massiccia presenza dell’asse sciita, sostenuto dalla Russia: 150mila miliziani combattono nel campo siriano, guidati da Teheran, sola forza ad oggi – a parte i combattenti kurdi – a tenere le posizioni contro i gruppi islamisti che controllano oltre un terzo del paese. Fa da contraltare anche il centro di coordinamento messo in piedi a Baghdad da russi, siriani, iraniani e iracheni e volto a definire e gestire le operazioni militari nei due paesi invasi dallo Stato Islamico.

Sullo sfondo resta una proposta russa, riportata dal vice ministro degli Esteri di Mosca, Bogdanov: entro ottobre potrebbe partire un nuovo tavolo del negoziato a cui prenderanno parte Stati Uniti, Russia, Turchia, Egitto ed Iran. Per uscire dalla crisi siriana con un accordo che ormai è palesemente necessario, soprattutto per chi in 4 anni non è riuscito a rovesciare Assad.

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Cacciata dall’occupazione perché promiscua

Quando ho occupato, assieme ad alcuni ragazzi, la casa dove abitavamo insieme, non pensavo di trovare lì persone che mi avrebbero giudicata. Attorno ai compagni si realizzano molte aspettative. Sono tutti buoni, dalla parte giusta, meravigliosi, antifascisti, antirazzisti, antisessisti. Non ho avuto alcun problema ad essere l’unica donna tra gli uomini. È vero che i primi tempi mi sono data molto da fare nella cura della casa. Mi sentivo in obbligo, come se qualcuno mi avesse fatto il lavaggio del cervello e io non riuscissi a liberarmi del ruolo di cura che ti consegnano alla nascita se tu sei femmina.

Pulivo, cucinavo, mentre loro parlavano di rivoluzioni e lotte contro il sistema. A volte è facile spostare le lotte altrove senza però mettere in discussione nulla di quello che accade vicino a te. Uno di loro faceva il “capetto” e tutti pendevano dalle sue labbra, e a me era permesso intervenire a meno che per i tanti impegni dentro o fuori casa non potessi partecipare. In realtà preferivo pensare all’orto. Facevo la spesa risparmiando. Cercavo di sedare inimicizie e atteggiamenti competitivi. A poco a poco per me fu naturale dormire prima con uno e poi con l’altro. In vari periodi della nostra convivenza ho fatto sesso con ognuno di loro. Piaceva a me e piaceva a tutti. Saldava la nostra convivenza e salvo un caso in cui uno di loro manifestò gelosia nei miei confronti andò tutto a meraviglia. Fu così almeno fino all’arrivo di Manuela.

Più giovane di me, disse che aveva bisogno di stare lontana da contesti che non la stimolavano intellettualmente, così decidemmo che sarebbe potuta restare. C’è stato un breve periodo in cui lei tentava di ingraziarsi me per avere ruolo in quel gruppo. Poi andò a letto con uno degli occupanti e tutto cambiò. Lei partecipava a tutte le assemblee vicina al suo compagno. Interveniva spesso e la sua voce veniva ascoltata seriamente. Nel frattempo io continuavo ad accettare le lusinghe dei compagni che mi baciavano e abbracciavano perché ero una magnifica cuoca, il perno dell’occupazione, senza di me non ci sarebbe stato quello spazio e quindi continuavo a cucinare, pulire, e nel mio tempo libero studiavo molto.

Un giorno uno di loro, molto ubriaco, mi abbracciò e andammo a letto insieme. Il sesso fu godibile. Mi fece molto ridere il modo in cui mi parlava. Poi sussurrò all’orecchio che la tipa che avevamo accettato di includere nel nostro gruppo diceva in giro che il fatto che io andassi a letto con tutti diventava una distrazione. Toglieva armonia al gruppo. E mi disprezzava molto, contrariamente a quello che pensava dei compagni la cui promiscuità non era minimamente messa in discussione. In realtà era lei che aveva assunto un atteggiamento molto competitivo e che mi dava sostanzialmente della zoccola perché era forse gelosa del suo partner, con il quale avevo fatto sesso anch’io, o perché semplicemente voleva diventare intima, ancora più parte del gruppo di quanto fossi io.

Non diedi peso alla cosa, pensai che l’ubriaco straparlava e continuai la mia vita divisa tra mille impegni e la militanza di gruppo. Un giorno il “capetto” disse che era necessario che io fossi presente alla riunione serale. Avevano qualcosa da dirmi, così andai. Erano lì schierati, come se volessero fucilarmi da un momento all’altro. Nessuno sedette accanto a me e fu lei, l’altra, ad aprire l’assemblea con un intervento che poneva l’accento sull’importanza dell’azione militante del gruppo e sul fatto che sarebbe stato davvero terribile se qualunque cosa avesse il potere di ledere quell’equilibrio.

Continuò il capetto che mi fece una vera e propria paternale. Non accennò al fatto che aveva più volte goduto sessualmente della mia compagnia. Disse che forse sarebbe stato il caso di allontanarmi perché la mia presenza destabilizzava un po’ tutti. Chiesi chi fossero quelli destabilizzati della mia presenza, a parte l’altra donna lì presente, e nessuno seppe dirmi senza abbassare gli occhi per non incontrare il mio sguardo. Volevano che io me ne andassi in quanto “zoccola”, senza alcun dubbio. Di mezzo c’era un atteggiamento sessista e paternalista e anche la solita mania di controllo e di accentramento di certe donne che non sanno far di meglio che cercare una nemica per distruggerla. Agli occhi degli altri. Agli occhi del mondo intero.

Dissi che meritavo di restare perché quel posto l’avevo costruito con le mie stesse mani. Avevo sgobbato per farlo diventare molto più abitabile e poi non avevo alcun luogo in cui andare. La tizia allora disse che sarebbero stati certamente comprensivi. Per gentile concessione potevo restare ma non troppo a lungo. Mi davano il tempo – che carini – di cercare un altro posto in cui stare. Avevano grande rispetto per me ma a quanto pare non facevo gioco di squadra. Forse intendevano che non ero disponibile a seguire la loro morale in fatto di sesso ma non mi pare che qualcuno di loro sia mai stato messo in discussione, e, come al solito, è una donna quella che deve fuggire via con una lettera scarlatta attaccata al corpo.

Avevo già intenzione di andare all’estero, perché l’Italia non mi offriva molte possibilità. Perciò decisi di anticipare la mia partenza e dopo aver spedito le mie cose, con pacchi destinati alla casa di un mio amico, salutai tutti e presi il primo volo disponibile. Di loro non ho poi saputo granché. Ogni tanto leggo sul loro blog interventi della tizia che pensa di essere il padreterno. Credo che abbiano deciso di ospitare anche un’altra persona, un’amica della tizia, cacciata però poco tempo dopo con chissà quali pretesti. Io me la godo, qui dove sto, e voglio solo ricordare questi fatti, accaduti un po’ di tempo fa, perché è giusto dire che se non si fa la rivoluzione nel proprio privato, nell’intimità, non c’è rivoluzione che tu possa fare fuori.

Ho scoperto, a mie spese, che le dinamiche di un gruppo, per quanto “compagno”, sono esattamente le stesse che in qualunque altro posto. E, per finire, affermo che continua a piacermi fare sesso con molti uomini. Così sono io. Se tu e tu e tu non lo tollerate allora immagino che voi siete compagn* tanto quanto può esserlo un fascista qualunque. Non sono io quella sbagliata. E non mi convincerete del contrario.

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Di nuovo alta la tensione in Burkina Faso tra golpisti e militari

Tensione ancora alta in Burkina Faso, dove resta forte il rischio di uno scontro militare tra l’esercito, sostenitore delle autorità transitorie, e gli ex golpisti del reggimento di sicurezza presidenziale (Rsp) del generale Gilbert Diendéré. “L’esercito ha comunicato alla popolazione di tenersi lontano dal quartiere di Ouaga 2000, che è presidiato dalle truppe regolari e dove nei pressi del palazzo presidenziale è ancora asserragliato il Rsp - spiegano dalla capitale - e anche l’area del centro città è stata isolata dalle truppe; qui si trovano la sede della televisione nazionale e i vecchi palazzi del governo, dove in questi giorni si riuniscono le autorità provvisorie: tutte strutture strategiche”.

Tra i due gruppi di militari dunque “sembra esserci un braccio di ferro”, continuano le fonti, dopo il rifiuto del Rsp di completare il disarmo previsto dagli accordi raggiunti la scorsa settimana. Patti che, tuttavia, sono stati rispettati solo in parte anche dall’esercito regolare, che avrebbe dovuto acquartierarsi a 50 chilometri dalla città, e, secondo quanto appreso dall’agenzia MISNA si sarebbero verificate anche “rappresaglie contro i familiari delle ex guardie presidenziali”.

I soldati del Reggimento di sicurezza presidenziale (Rsp), responsabili del colpo di stato del 17 settembre a Ouagadougou, si rifiutano di consegnare le armi alle forze di sicurezza regolari nonostante le autorità provvisorie del Burkina Faso siano tornate al potere.

In un comunicato, il governo ha accusato alcuni membri dell’Rsp di aver preso in ostaggio i soldati incaricati di disarmarli e anche alcuni compagni della guardia presidenziale che volevano ubbidire agli ordini delle autorità ristabilite. Il generale Gilbert Diendéré, che era a capo dei golpisti, ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie in merito alla questione. Il presidente Michel Kafando ha istituito una commissione che valuti chi debba essere ritenuto responsabile del golpe ed essere giudicato di conseguenza. Inoltre il governo ha congelato i conti di Diendéré e di altre tredici persone coinvolte nel colpo di stato.

Da parte loro, movimenti popolari come Balai Citoyen hanno invitato la società civile a restare mobilitata: continua infatti la diffidenza di queste forze per i risultati dell’ultima mediazione internazionale,vista come troppo favorevole agli uomini di Diendéré.

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martedì 29 settembre 2015

Benni. Perché ho rifiutato il premio De Sica

Stefano Benni, scrittore e non solo, ha rifiutato il premio Vittorio De Sica, assegnatogli furbescamente dal ministro Franceschini per mascherare con un nomina indubbiamente di sinistra una linea di politica culturale e dell'istruzione decisamente elitaria, classista, censitaria. Insomma: di destra estrema.

Qui di seguito la motivazione ufficiale, che lo stesso Benni ha deciso di rendere nota in seguito al diffondersi metastatico di motivazioni strambe sui vari media.

*****

Poiché sono uscite notizie un po' imprecise a riguardo, ecco il testo della motivazione con cui il Lupo Benni non ha accettato il premio Vittorio De Sica:

Gentili responsabili del premio De Sica e gentile Ministro Franceschini, vi ringrazio per la vostra stima e per il premio che volete attribuirmi.

I premi sono uno diverso dall'altro e il vostro è contraddistinto, in modo chiaro e legittimo, dall'appoggio governativo, come dimostra il fatto che è un ministro a consegnarlo.

Scelgo quindi di non accettare. Come i governi precedenti, questo governo (con l'opposizione per una volta solidale), sembra considerare la cultura l'ultima risorsa e la meno necessaria.

Non mi aspettavo questo accanimento di tagli alla musica, al teatro, ai musei, alle biblioteche, mentre la televisione di stato continua a temere i libri, e gli Istituti Italiani di Cultura all'estero vengono di fatto paralizzati. Non mi sembra ci sia molto da festeggiare.

Vi faccio i sinceri auguri di una bella cerimonia e stimo molti dei premiati, ma mi piacerebbe che subito dopo l'evento il governo riflettesse se vuole continuare in questo clima di decreti distruttivi e improvvisati, privilegi intoccabili e processi alle opinioni. Nessuno pretende grandi cifre da Expo, ma la cultura (e la sua sorgente, la scuola) andrebbero rispettate e aiutate in modo diverso. Accettiamo responsabilmente i sacrifici, ma non quello dell'intelligenza.

Comprendo il vostro desiderio di ricordare il grande Vittorio De Sica, e voi comprenderete il mio piccolo disagio.

Un cordiale saluto e buon lavoro

Stefano Benni

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Dalla Catalogna un no a Ue, Euro e Nato che parla a tutto il Mediterraneo

Le elezioni regionali catalane hanno segnato un importante risultato. Intanto, nonostante una martellante campagna intimidatoria nei confronti delle forze indipendentiste portata avanti dal mondo finanziario, dai poteri forti interni e addirittura da alcuni leader politici internazionali – Merkel, Cameron, Obama, Sarkozy – i movimenti che si battono per l’autodeterminazione della Catalogna hanno ottenuto un risultato che sfiora la maggioranza assoluta dei voti e ottiene quella assoluta dei seggi.

E ciò nonostante uno storico tasso di affluenza alle urne che ha favorito indubbiamente i partiti nazionalisti spagnoli grazie alla “mobilitazione straordinaria” di parte dell’elettorato conservatore e unionista tradizionalmente meno attivo.

L’altro risultato importante delle elezioni regionali catalane di ieri è stata la grande affermazione della Candidatura d’Unità Popolare, la Cup. All’interno di un panorama politico che, al di là del diverso giudizio sull’indipendenza, sostiene trasversalmente i diktat dell’Unione Europea e le politiche neoliberiste e di austerità, o comunque si limita anche a sinistra a critiche relative e a proposte di aggiustamento e di impossibile miglioramento, l’affermazione straordinaria della Cup – 8.2% dei voti e 10 seggi – dimostra che è possibile, per una forza che mette apertamente in discussione i dogmi del capitalismo e la permanenza all’interno dell’Eurozona e della Nato, conquistare radicamento sociale e credibilità di massa.

Esattamente il contrario di quanto hanno fatto in questi ultimi anni diversi partiti della sinistra radicale europea che hanno visto i propri slogan e propositi infrangersi contro il muro del dogma della permanenza all’interno dell’Unione Europea, dei suoi apparati coercitivi, dei suoi meccanismi autoritari.

L’affermazione di una coalizione politica autenticamente anticapitalista come la Cup, che non teme di pronunciarsi apertamente per la rottura dell’Unione Europea e per l’inizio di una campagna di disobbedienza di massa rispetto alle imposizioni di Madrid e di Bruxelles, non può che essere salutata come una buona notizia e come un segnale che va raccolto e rilanciato anche negli altri paesi, in particolare in quelli maggiormente stretti nella morsa del processo di integrazione imperialista del continente.

L’ottimo risultato conseguito dalla sinistra anticapitalista catalana è il frutto di una coerente e intelligente campagna che assieme alla questione nazionale pone come centrale anche quella sociale, in una concezione all’interno della quale non ci può essere liberazione dall’oppressione nazionale senza una contemporanea liberazione dallo sfruttamento capitalistico. Una forza anticapitalista, per intendersi, che non lotta per creare un nuovo stato qualunque esso sia, ma che concepisce la rottura degli assetti istituzionali come aspetto, tappa e volano per una altrettanto necessaria rottura del sistema economico e delle relazioni sociali vigenti.

Molti dei voti che hanno permesso l’exploit della Cup arrivano da ex elettori di partiti come Erc – repubblicano ma socialdemocratico ed europeista – o come la sezione locale della Sinistra Unita o dagli eco-socialisti di ICV, incapaci di indicare ai settori popolari una prospettiva chiara di lotta e di trasformazione, tanto sulla questione nazionale quanto rispetto alla rottura della gabbia dell’Unione Europea. La stessa ambiguità che in Catalogna ha fortemente penalizzato Podemos, movimento le cui precedenti caratteristiche antisistema sembrano affievolirsi man mano che passa il tempo e che la sua direzione sceglie di spuntare alcune delle storiche rivendicazioni di rottura.

Che nel campo indipendentista diventi centrale e determinante una forza politica antagonista come quella incarnata dalla Cup è positivo anche per l’opera di demistificazione che questa coalizione compie nei confronti della strumentalizzazione della rivendicazione indipendentista operata dall’ex governatore. Artur Mas, infatti, è responsabile di politiche rigoriste e autoritarie non dissimili da quelle applicate in tutto lo stato dalla destra spagnolista sotto dettatura della Troika. Il comune intento di creare un nuovo stato repubblicano catalano non può nascondere le evidenti differenze ideologiche e di programma tra forze che rappresentano gli interessi di settori sociali distanti quando non opposti.

Il drammatico impatto sociale delle politiche imposte ai singoli stati dall’Unione Europea dopo il manifestarsi della più grave crisi del capitalismo nell’ultimo secolo ha scatenato in Catalogna una vasta e crescente mobilitazione indipendentista, in un contesto in cui alle rivendicazioni di carattere sociale si sono sovrapposte quelle nazionali.

Bene fa la Cup a tentare di contendere ai settori sovranisti della borghesia catalana – che intendono l’indipendenza da Madrid esclusivamente come una leva per gestire al meglio i propri interessi – l’egemonia all’interno del vasto fronte che lotta per l’autodeterminazione, contestando i tagli, le privatizzazioni, la repressione dei movimenti sociali e mettendo in discussione, come già detto, Ue e Nato.

Se il flop di Podemos può essere considerato un segnale estendibile anche allo scenario politico statale in vista delle elezioni legislative spagnole di fine anno, nel campo unionista il boom sperimentato da Ciutadanos indica che il sistema politico sul quale si è basato il paese a partire dalla morte di Franco e dall’autoriforma del franchismo sembra trovare un nuovo punto di equilibrio che movimenti populisti come Podemos non sono in grado di mettere in discussione. Se è vero infatti che il Partito Popolare crolla e che i socialisti perdono molta del proprio consenso – anche se rimangono una forza politica tra le principali – è vero anche che molti dei voti in fuga dai due partiti dell’establishment vengono attratti da una formazione come Ciutadanos, anch’essa di natura populista e schierata a destra su posizioni centraliste e liberiste nonostante l’utilizzo di un messaggio “anticasta”. Il vecchio regime bipartitico fondato sull’alternanza tra PP e PSOE sembra puntare, per sopravvivere, a trasformarsi in tripartitico, mantenendo così intatta la propria natura autoritaria e antipopolare. Se non saprà uscire dalle ambiguità che contraddistinguono la propria linea Podemos rischia seriamente di seguire la parabola che ha già consumato Syriza e di diventare la quarta gamba di un sistema politico-istituzionale spagnolo inamovibile quanto oppressivo.

Rete dei Comunisti - 28 settembre 2015

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Sulla situazione in Catalogna segnaliamo:

Catalogna: al voto con la pistola puntata alla tempia

Banche, imprese, Ue e Liga: tutti contro la Catalogna indipendente

Catalogna. “Rompere con Madrid, l’Ue e l’Euro, non pagare il debito”: la Cup detta la linea

Eurostop in marcia, anche in Catalogna

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Competitività. Una copertura ideologica per un attacco di classe

“L’Italia deve tornare a competere”. Una affermazione che industriali e capi di governo in questi anni continuano a mettere un po’ ovunque. Come si fa in cucina per il prezzemolo; più o meno come fa la sinistra con il suo “facciamo come…”. Fa scena, mette d’accordo (più o meno) tutti o comunque tanti. Poi ci si chiede: come? Come tornare a competere? La risposta in questi giorni viene dal presidente di Confindustria, Squinzi.

di Carmine Tomeo

Il presidente dell’associazione degli industriali la risposta ce l’ha: il contratto collettivo di lavoro “deve essere il vero motore del cambiamento”, ma affinché possa svolgere questa funzione, “deve essere un contratto innovativo”. Qual è l’innovazione? Anche qui la risposta è quasi scontata: “a più flessibilità ed efficienza potrebbe corrispondere maggior salario”, dice Squinzi che, magnanimo (sic!) dichiara che gli industriali sono “disposti a offrire aumenti salariali in cambio, ad esempio, di maggiore flessibilità nelle mansioni”. Eccola l’innovazione del capo dei padroni italiani. La proposta, in realtà, non è nuova. È perfettamente in linea con quella lanciata da Marchionne poche settimane fa, quando in un incontro con le organizzazioni sindacali nel giorno della prima assemblea del gruppo ad Amsterdam, l’Ad di Fca aveva parlato di un contratto specifico con aumenti salariali legati agli obiettivi aziendali. In quell’occasione Marchionne aveva definito (bontà sua) questa proposta come la fine “di relazioni industriali stagnanti basate su sterili contrapposizioni tra capitale e lavoro.”

Già in quell’occasione i sindacati collaborativi (mi si perdoni l’eufemismo) avevano mostrato di gradire l’idea di Marchionne; in questi giorni, quegli stessi sindacati, hanno mostrato di gradire la proposta di Squinzi. Un atteggiamento che non meraviglia affatto, ma è sempre utile ricordare a quale livello di accondiscendenza siano giunti Cisl e Uil nelle relazioni sindacali. Tanto per fare un esempio, la leader della Cisl, Annamaria Furlan, appare quasi entusiasta quando risponde che “Da subito dobbiamo iniziare a lavorare al nuovo modello: il contratto nazionale deve garantire il potere d’acquisto, quello di secondo livello territoriale e aziendale punta alla produttività”. Ovviamente anche la Uil è disposta a rivedere il modello contrattuale nei termini dettati dal padronato, mentre la Cgil si mostra cauta ma non chiude la porta in faccia agli industriali.

C’è da chiedersi, a questo punto, se il problema del nostro Paese è una scarsa produttività per cui risulta necessaria una maggiore flessibilità dei lavoratori così da condensare i tempi di lavoro (perché questo è l’obiettivo non esplicitamente dichiarato dal padronato). A leggere l’Istat si direbbe proprio di no. Secondo l’istituto nazionale di statistica in Italia “Complessivamente, nel periodo 1995-2014 la produttività del lavoro è aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,3%”; mentre “Nella fase più recente (2009-2014) la produttività del lavoro è cresciuta dello 0,6% medio annuo”, ben più alta della produttività del capitale, che nello stesso periodo è stata dello 0,1%. Ma i padroni preferiscono puntare su un maggiore rendimento dei lavoratori, su un più intenso sfruttamento del lavoro. In sostanza, gli industriali chiedono di “contrattare” sulla facoltà loro di spremere una maggiore quantità di lavoro per estrarre più profitto. Una soluzione assolutamente logica dal punto di vista del capitale, visto che, in un periodo di crisi (specie se prolungata come quella che stiamo vivendo), non c’è un interesse imprenditoriale ad investire, sapendo di non poter ricavare profitto dalle spese sostenute in investimenti di capitale fisso.

Una soluzione che, al contempo, rende i lavoratori molto più ricattabili dietro il falso mito della fine del conflitto tra capitale e lavoro (per dirla con Marchionne) o del fatto che così non si fa torto a nessuno (per dirla con Squinzi). Tutti felici e contenti sulla stessa barca, a sentire il padronato.

Tutti felici, tranne i lavoratori, ovviamente, che vedrebbero aumentato il grado di ricattabilità a cui sarebbero soggetti. La flessibilità che Squinzi pretende dai lavoratori, infatti, è una necessità del capitale di riempire di lavoro ogni porosità del ciclo produttivo, di condensare nello stesso arco di tempo una maggiore quantità di lavoro. In sintesi, di estorcere al lavoratore una maggiore quantità di lavoro. Questa è la flessibilità che è richiesta; questa è la “cooperazione” di cui tanto spesso si parla. Il modello Marchionne, già sperimentato ed al quale Squinzi si unisce, è questo qui. E non si evince da nessuna parte che un lavoratore Fca guadagni più di un lavoratore metalmeccanico di pari livello, né che si senta gratificato dalla “cooperazione” con l’azienda. “Un operaio di terzo livello Fca-Cnh guadagna mediamente 750 euro lordi annui di meno di un suo pari livello di un’altra fabbrica metalmeccanica”, aveva affermato Landini, commentando la proposta di Marchionne.

E per chi non sarà flessibile? In quel caso c’è sempre il Jobs Act ed una serie di altri strumenti normativi che il padrone può usare per far tornare al lavoratore lo spirito di cooperazione.

P.s.: a proposto dell’accostamento iniziale tra modi di dire adatti a molte occasioni. De “L’Italia deve tornare a competere” abbiamo detto; del prezzemolo, in questo momento, non ci interessa. E allora rivolgiamoci a quelli del “facciamo come…”.

Una domanda: non sarebbe il caso di concentrarci su proposte contro l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro e restituire centralità al conflitto capitale-lavoro (lo cita pure Marchionne, dovremmo farlo a maggior ragione noi), così da ridare una connotazione di classe al conflitto sociale? Non sarebbe questo un migliore utilizzo delle nostre energie (quelle che rimangono), anziché consumarle nella artificiosa costruzione di un contenitore vuoto spacciato per soggetto politico unitario?

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I bombardamenti sauditi polverizzano il patrimonio dello Yemen


di Chiara Cruciati – Il Manifesto

La guerra con­tro lo Yemen è una guerra occulta: oltre 4mila morti, 1 milione di sfol­lati interni, 21 milioni di per­sone senza accesso costante a cibo e acqua. Alla deva­sta­zione subita dalla popo­la­zione civile se ne aggiunge un’altra: quella alle immense ric­chezze archeo­lo­gi­che e archi­tet­to­ni­che di un paese che è stato culla della civiltà araba e isla­mica. Sana’a, Marib, Aden: città, che ad ogni angolo nar­rano la sto­ria del mondo arabo e il suo incon­tro con popoli asia­tici e afri­cani, sono in mace­rie. «Para­diso»: que­sto signi­fica in arabo il nome Aden, la città por­tuale a sud, tar­get dei vio­lenti raid della coa­li­zione anti-Houthi gui­data dall’Arabia Sau­dita.

Quello che lo Stato Isla­mico sta facendo in Iraq e in Siria, can­cel­lando Pal­mira e Nim­rud, Riyadh lo sta facendo in Yemen, nel silen­zio del mondo. Ne abbiamo par­lato con Lamya Kha­lidi, archeo­loga stau­ni­tense di ori­gini pale­sti­nesi al Cen­tro Nazio­nale della Ricerca Scien­ti­fica (Cnrs) fran­cese. Lamya ha vis­suto in Yemen per otto anni e lo segue dal 2001. Oggi moni­tora i danni pro­vo­cati dal con­flitto in corso.

Dopo oltre cin­que mesi di guerra, è pos­si­bile fare un bilan­cio dei siti distrutti o dan­neg­giati, sti­mare le per­dite per il patri­mo­nio yeme­nita?

È dif­fi­cile dare i dati esatti, nep­pure le auto­rità locali sono in grado di muo­versi sul campo per docu­men­tare i dan­neg­gia­menti. Al momento, comun­que, il bilan­cio è ter­ri­bile. L’ultimo rap­porto del Mini­stero degli Interni risale al 19 luglio e com­prende 43 siti (moschee, siti archeo­lo­gici e luoghi turi­stici). Ritengo che tale numero sia aumen­tato a dismi­sura negli ultimi due mesi a causa della vio­lenza dei bom­bar­da­menti. È impos­si­bile sti­mare il numero di reperti dan­neg­giati o distrutti. Pos­siamo farlo nel caso del Museo di Dha­mar, pol­ve­riz­zato in un bom­bar­da­mento aereo: cono­sce­vamo prima il numero di oggetti lì con­ser­vati, non ser­vono altre stime, si è perso tutto. E non dimen­ti­chiamo che i raid, il caos e la povertà faci­li­tano i sac­cheg­giamento di siti e musei. Ci sono poi siti che sono stati bom­bar­dati più volte, come l’antica diga di Marib o i siti di Bara­qish e Sir­wah, risa­lenti al primo mil­len­nio a.C.

Tra i siti più noti, sim­boli dell’impatto della distru­zione di un’eredità mon­diale, quali sono ormai persi per sem­pre?

Vista l’ampiezza della distru­zione, dob­biamo divi­dere i danni a patri­moni tan­gi­bili in cin­que cate­go­rie: le città; i monu­menti come moschee, cit­ta­delle, forti; i siti archeo­lo­gici; i reperti archeo­lo­gici; e i musei.
Il museo di Dha­mar è un signi­fi­ca­tivo esem­pio della por­tata della per­dita. Il museo ospi­tava decine di migliaia di reperti, alla cui cata­lo­ga­zione hanno lavo­rato molti archeo­lo­gici yeme­niti e stra­nieri. Si tro­vava in un sito archeo­lo­gico, sca­vato prima della costru­zione del museo. È stato pol­ve­riz­zato in un secondo, non rie­sco a capire come nes­suno possa rea­gire. Se il museo nazio­nale egi­ziano del Cairo fosse bom­bar­dato, il mondo si mobi­li­te­rebbe, scioc­cato e disgu­stato. Quando il museo di Mosul è stato van­da­liz­zato, i video hanno fatto il giro del mondo e la rea­zione della gente è stata duris­sima. Qui stiamo par­lando di musei nazio­nali, isti­tu­zioni nazio­nali che pro­teg­gono tesori ine­sti­ma­bili.

I siti archeo­lo­gici sono nume­rosi, molti sono stati col­piti all’inizio del con­flitto dalla coa­li­zione sau­dita e poi bom­bar­dati di nuovi, nono­stante gli sforzi di Une­sco e archeo­logi di pro­teg­gere un patri­mo­nio mon­diale. Tra que­sti la diga di Marib, ancora oggi tar­get, è un’impresa del genio inge­gne­ri­stico del primo mil­len­nio a.C. quando a gover­nare lo Yemen era la dina­stia Sabei. Un’altra città della stessa epoca, Bara­qish, restau­rata da un team ita­liano, è stata col­pita solo pochi giorni fa: il tem­pio di Nakrah, com­ple­ta­mente ristrutturato dagli ita­liani, il tem­pio di Ath­tar, le mura cit­ta­dine e anche la casa usata dal team, sono ridotti in mace­rie.

Se par­liamo di città, clas­si­fi­cate siti Une­sco per la loro archi­tet­tura moz­za­fiato, unica, la lista è lunga: è dif­fi­cile tro­vare in Yemen un vil­lag­gio che non abbia la sua par­ti­co­la­rità. Il più ovvio atto di van­da­li­smo sono i raid con­tro le città vec­chie di Sana’a e Shi­bam, entrambe patri­mo­nio dell’umanità. Meno note sono Zabid, Saada e Wadi Dhahr, in lista per l’ingresso all’Unesco.

E poi ci sono i monu­menti, moschee e cit­ta­delle, tombe sacre, distrutti dai raid aerei o van­da­liz­zati da gruppi come Isis e al Qaeda, che vi vedono forme di ido­la­tria. Non è qual­cosa di nuovo in Yemen: da quando ci lavoro, da 15 anni, i mili­ziani Wah­habi spesso arri­vano dall’Arabia Sau­dita per distrug­gere l’eredità yeme­nita. Ma que­ste moschee e tombe sono parte di un’identità ric­chis­sima e antica, che intrec­cia insieme l’Islam reli­gioso e quello cul­tu­rale.

Molti non sanno di quanto sia esteso il patri­mo­nio yeme­nita, della sua uni­ver­sa­lità. È un paese con una cul­tura che è un mosaico di ele­menti, dall’Asia sudoc­ci­den­tale, dall’Africa dell’Est, dal Medio Oriente. È un incre­di­bile mix di popoli, suoni, sapori, este­tica, archi­tet­tura che si sono uniti natu­ral­mente, in un modo bel­lis­simo, con sullo sfondo uno dei pae­saggi più vari al mondo. Ora tutto ciò è in pericolo.

Pensa che in futuro sarà pos­si­bile recu­pe­rare parte di que­sta ere­dità? O si tratta di danni irre­pa­ra­bili?

La prin­ci­pale tra­ge­dia sono le vit­time civili e la pro­fon­dità dei danni alle infra­strut­ture e alle case. Quando la crisi finirà, il recu­pero di que­sto patri­mo­nio non sarà una prio­rità. In ogni caso, si potrà recu­pe­rare solo quello che esi­ste ancora. Quello che è stato distrutto, è perso per sem­pre, è inso­sti­tui­bile. I bom­bar­da­menti con­ti­nui con­tro alcuni siti e la demo­li­zione com­pleta di altri lasciano ben poca spe­ranza. Quello che l’Isis sta com­piendo in Siria e Iraq con­tro i patri­moni locali è esat­ta­mente lo stesso di quello che Riyadh fa in Yemen.

Ci sono orga­niz­za­zioni inter­na­zio­nali che stanno ten­tando di fare pres­sioni sui sau­diti per pro­teg­gere que­sta ere­dità?

Quello che sta suc­ce­dendo in Yemen sta avve­nendo nel silen­zio asso­luto del mondo. Non c’è nep­pure una buona coper­tura media­tica. Intanto la gente è ter­ro­riz­zata, i raid sono così vio­lenti e col­pi­scono pesan­te­mente le aree abi­tate, intere fami­glie non sanno dove andare o cosa fare. Que­sta è la dimo­stra­zione che la coa­li­zione bom­barda indi­scri­mi­na­ta­mente, senza pre­oc­cu­parsi di vite umane, patri­mo­nio o diritto inter­na­zio­nale. I rac­conti di amici e col­le­ghi rima­sti in Yemen mi ricor­dano l’attacco israe­liano con­tro Gaza della scorsa estate.

Nel caso del patri­mo­nio sto­rico, i raid sono sì indi­scri­mi­nati ma anche molto pre­cisi. Alcuni siti sono nel mezzo del deserto, come la diga di Marib. Puoi col­pirla solo con coor­di­nate pre­cise. E poi lo rifai, per set­ti­mane: è chia­ra­mente una distru­zione voluta per­ché quel sito non minac­cia nes­suno. Non ci sono strade vicino, né vil­laggi intorno. L’Unesco ha con­se­gnato all’Arabia Sau­dita una lista di siti pro­tetti, ma Riyadh è indif­fe­rente. La pres­sione che viene fatta sui sau­diti è nulla: i ten­ta­tivi di pro­te­zione non sono pro­por­zio­nali al livello di distru­zione. L’Unesco cerca di fare la sua parte ma non ha influenza. Nes­suno ascolta.

In un edi­to­riale sul New York Times, lei ha par­lato di “van­da­lismo sau­dita”. Qual è l’obiettivo di Riyadh quando distrugge i sim­boli di un paese con una sto­ria mil­le­na­ria? Imporre la pro­pria nar­ra­tiva, la pro­pria auto­rità?

Non so quale sia l’obiettivo, ma posso dire che si tratta di una distru­zione cal­co­lata: cono­sco que­sti siti, dove si tro­vano, quali sono abi­tati e quali no, e so che non è facile col­pirli a meno che non lo si voglia. Dall’altro lato abbiamo città come Sana’a e Shi­bam, siti Une­sco, chia­ra­mente molto popo­lati: è evi­dente che siano affol­lati di civili e siano sede di un patri­mo­nio impor­tante. I sau­diti, che in mano hanno una lista no-fly, non rispon­dono alle domande sul per­ché stanno com­piendo una simile distru­zione. Non penso lo faranno fino a quando i loro alleati, gli Stati Uniti e l’Europa, invie­ranno loro un equi­pag­gia­mento ad alta pre­ci­sione che pro­voca distru­zione di massa. Nes­suno li sta accu­sando di cri­mini con­tro l’umanità. Si tratta di puro van­da­li­smo, esat­ta­mente quello che com­pie l’Isis in Siria.

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Paesi baltici: “democrazia” intermittente tra sfilate di SS e “minaccia russa”

Crescono gli allarmi per le manifestazioni più eclatanti e, in diverse occasioni, sfacciatamente provocatorie, di neofascismo, antisemitismo, neonazismo, revisionismo storico, in vari paesi dell'Europa orientale. La questione ha toccato picchi di aperta esternazione, anche simbolica, con l'apparizione dei battaglioni neonazisti in Ucraina, i cui capimanipolo sono stati a suo tempo addestrati da istruttori USA, quindi usati sul fronte del Donbass, dove hanno terrorizzato la popolazione civile, “istituzionalizzati” dal potere golpista di Kiev e, ovviamente, bellamente ignorati – quando non addirittura romanzescamente riverniciati di buonismo – dalla maggior parte dei media nostrani.

Ma, prima e oltre che in Ucraina, dove l'eroicizzazione di elementi e gruppi a suo tempo al servizio delle SS è frutto della “democratizzazione” degli ultimi anni, l'area di più radicata e stagionata memoria nazista è quella del Baltico. Negli ultimi tempi anche in Polonia e in Moldavia si assiste a un crescendo di distruzione di monumenti dedicati ai soldati sovietici caduti nella Seconda guerra mondiale e alla rimozione dei resti di militari dell'Armata Rossa dai cimiteri e loro trasferimento in località remote. Nel migliore dei casi, i monumenti vengono trasferiti in periferie lontane delle città; in altre occasioni, si recintano aree apposite in cui vengono raccolti busti, monumenti, targhe legati alle gesta dei soldati rossi o che in qualche modo ricordino il periodo sovietico – è stato così, a suo tempo, nella stessa Russia – e, più di recente, in alcuni di quei paesi, è scoppiata la moda dei “musei dell'occupazione sovietica”, a volte semplicemente “musei dell'occupazione”, equiparando il periodo sovietico all'invasione nazista. In Estonia, i veterani russi dell'Armata Rossa, anche i decorati come Eroi dell'Unione Sovietica, sono equiparati per legge agli scagnozzi locali al soldo delle SS naziste: alle parate vengono fatti sfilare insieme come “partecipanti alla Seconda guerra mondiale”! Si demoliscono i monumenti ai caduti sovietici, ma si investono solide cifre in quelli alle Divisioni SS baltiche, i cui reduci possono riunirsi ufficialmente, in uniforme nazista, a differenza dei veterani rossi, cui si vietano le assemblee e persino l'esibizione di decorazioni sovietiche. Il 16 marzo è già dal 1994 pressoché ricorrenza ufficiale in Lettonia, a ricordo dell'ingresso in battaglia delle Divisioni lettoni, contro l’Armata Rossa e nelle file delle SS. E se i membri del Comitato antifascista lettone organizzano controparate con la bandiera dell'Urss, a finire in galera sono proprio loro, per esibizione di “simboli antistatali” e non i nazisti della Legione volontaria SS.

Il sempre più traballante primo ministro ucraino Arsenij Jatsenjuk – costretto ora a inventarsi anche falsi attentati, per cercare di risollevare l'audience intorno alla sua persona – non escogita nulla di nuovo, quando parla di “Untermenschen” a proposito dei russi che vivono in Ucraina o quando, come nel gennaio scorso, nell'intervista alla TV tedesca ARD, aveva parlato di “aggressione dell'Urss alla Germania e all'Ucraina” nel 1941: nei paesi baltici, gli omaggi alle ex SS locali, i pianti contro la “occupazione sovietica”  o l'esclusione dalla categoria dei vivi di chiunque non sia “nativo etnico”, sono da tempo istituzionalizzati.

Per la verità, ogni tanto anche lì sono costretti a fare qualche passo indietro, quando il passato di qualcuno di quegli “eroi” rischia davvero di compromettere il paese agli occhi della comunità internazionale che, se volge la testa o addirittura amplifica gli urli sulla “invasione bolscevica delle piccole repubbliche” baltiche, è costretta a esternare commenti sdegnati a proposito dell'oltraggio ad alcuni “principi fondanti” della democrazia, come è il caso dell'olocausto. E' così che in Lituania lo scandalo è scoppiato quando si è scoperto che un “eroe nazionale” aveva partecipato, durante la guerra, non solo alle uccisioni di cittadini sovietici – e questo poteva passare: anzi, per questo aveva avuto una medaglia – ma anche alle stragi di ebrei. Dopo quindici anni che Pranas Končius, combattente antisovietico della cosiddetta Unione dei partigiani per la libertà della Lituania (attiva dal 1944 fino a metà anni '50) era stato insignito dell'ordine della Croce di Vytis, la presidente Dalja Gribauskajte si è vista costretta a cancellare il provvedimento, “in considerazione dell'appello del Centro per il genocidio e la resistenza”, che accusava Končius di aver partecipato ad almeno tre fucilazioni in massa di donne e bambini ebrei lituani. Sottufficiale dell'esercito lituano, con l'occupazione tedesca Končius entrò a far parte della polizia al servizio dei nazisti; nel '44, con il ritorno del potere sovietico, si dette alla macchia nelle file dei cosiddetti “fratelli dei boschi”. Accerchiate le bande più volte dai reparti del Ministero degli interni, Končius riuscì sempre a sottrarsi alla cattura, fino al 1965, allorché fu ucciso in un ultimo scontro a fuoco con la polizia sovietica.

Proprio a quei “fratelli dei boschi”, che agivano non solo in Lituania, ma in tutti i paesi baltici, è dedicato il monumento inaugurato lo scorso 11 settembre a Ile, in Lettonia, alla presenza di alte cariche militari ed esponenti della repubblica, tra cui lo speaker della Sejm, il parlamento lettone. Attivi dalla fine della guerra fino a buona parte degli anni '50, i “fratelli dei boschi” erano composti per lo più di ex legionari baltici delle Waffen SS e si resero responsabili dell'uccisione di alcune migliaia di civili sovietici. Di recente, una pubblicazione del Ministero degli esteri di Riga – in Lettonia, nel 1935, gli ebrei costituivano il 5% della popolazione – contiene una perla del tipo: “solo dopo l'indipendenza, nel 1991, si è cominciato a studiare la storia dell'olocausto in Lettonia, durante l'occupazione nazista e sovietica, dal 1940 al 1956” e si sono portati alla luce “aspetti prima distorti dalla propaganda e disinformazione nazista e sovietica”. Bontà sua, si ammette che “alcuni elementi locali” aiutarono i battaglioni di sterminio delle SS anche in Lettonia, per essere poi trasferiti in Russia e Bielorussia; nel massacro di 25mila ebrei del ghetto di Riga, la polizia lettone, secondo la pubblicazione, svolse “solo”(!) il lavoro di sorveglianza, nelle cosiddette “Schutzmannschaften”.

Nei tre paesi baltici, l'odio per le nazionalità diverse si è sempre manifestato sotto forma della loro estraniazione ufficiale dalla vita sociale e pubblica. Se in Estonia, sin dagli anni '20 si sottoposero a emarginazione, discriminazione e saccheggio quelle decine di migliaia (di quel milione di emigrati bianchi russi dopo la rivoluzione d'Ottobre) di “fratelli di classe” russi fuggiti alla “peste bolscevica”, solo per il fatto di non essere estoni puri, ecco che oggi addirittura il preambolo della Costituzione lettone sancisce ufficialmente il principio per cui chi non è lettone è “non cittadino”, e in tale categoria rientra quasi il 15% della popolazione. Vi si parla infatti esclusivamente di “terre lettoni storiche”, “nazione lettone”, “lingua e cultura lettoni”. Nessuna menzione del 27% di popolazione russa, 3,5% bielorussa, 2,2% ucraina e altrettanto polacca; semplicemente, non esistono: non votano, non hanno lingua propria, insomma, come anticipava 90 anni fa il bulgakoviano Poligraf Poligrafič “alla persona senza documenti è severamente vietato esistere”.

Ma tant'è, in nome della “indipendenza”! Recentemente, Oleg Nazarov, del Club Zinovev, scriveva che “il 10 ottobre 1939 fu firmato il trattato sovietico-lituano di mutua assistenza, secondo cui l'Urss passava alla Lituania la città di Vilna (l'attuale capitale Vilnius) e la regione di Vilna. Su tale conseguenza della cosiddetta "occupazione sovietica" (la cui negazione è punibile per legge) i politici lituani tacciono. Non ricordano che durante "l'occupazione" la popolazione della Lituania era in crescita e ora invece si riduce. Tale silenzio non è un caso. La Lituania, che era nell'Urss la vetrina delle conquiste del socialismo, nei 24 anni dalla sua indipendenza non ha ottenuto prosperità, ma si è trasformata in una colonia dell'UE”. Nel complesso, a partire dal 1920 e durante la guerra civile scatenata dagli eserciti bianchi e dalle potenze straniere contro la giovane Repubblica sovietica russa, la Lituania è passata attraverso l'occupazione polacca di vasti territori, mire bielorusse su altri, dittatura fascista e “lituanizzazione” di territori e popolazione e, infine, invasione nazista. Alla fine della guerra il paese riacquistò i territori persi e inoltre, scrive Nazarov – non certo imputabile di simpatie staliniane – si allargò grazie a Stalin con altre aree, in precedenza tedesche o bielorusse. Nel 1990, in occasione del 50° dei trattati sottoscritti dall'Urss con le repubbliche baltiche, “Meždunarodnaja Žizn”, pubblicava alcuni rapporti inviati nel 1939 a Mosca da fiduciari o plenipotenziari sovietici. In tali rapporti si evidenziava come quei vari patti (di mutua assistenza, commerciali o di non aggressione) facessero sorgere forte apprensione nelle classi dominanti di quei paesi: apprensione per la possibile “bolscevizzazione” che sarebbe seguita all'arrivo di reparti dell'Armata Rossa a difesa delle basi concesse all'Urss e che erano invece salutati con entusiasmo dalle forze rivoluzionarie, convinte della prossima fine dei regimi fascisti locali.

Dunque, ancora una volta, si rileva come il nucleo centrale di ogni contrapposizione – nazionale, culturale, religiosa, ecc. – abbia una radice di classe e come l'odierna canea attorno alla presunta “minaccia russa” o a qualunque tema che abbia a che fare con l'esperienza sovietica, risponda a precisi interessi di classe. Gli atti di contrizione per l'olocausto nazista tacciono di fronte alle odierne sfilate degli ultimi avanzi di quelli che Der Spiegel, nel 2009, definiva “Die Komplizen”, se si tratta di abbattere le frontiere di fronte ai capitali occidentali; le genuflessioni quotidiane dinanzi all'icona della democrazia liberale passano in secondo piano allorché sono in gioco gli interessi del polo imperialista europeo, che ha bisogno di allargare il proprio mercato interno e la propria riserva di forza lavoro. Così che, ben vengano gli eredi delle Waffen SS a irrobustire la UE e a cedere territori alle esigenze dell'Alleanza atlantica contro la “minaccia russa”: dopo tutto, si tratta di repubbliche democratiche, anche se la democrazia è limitata a una fetta sola della popolazione.

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