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lunedì 31 agosto 2015

Sinistra, la lezione di Sanders e Corbyn

È possibile che la lotta di classe, espulsa dal linguaggio e dalla prassi di partiti e sindacati (ex)socialdemocratici europei, riacquisti diritto di cittadinanza proprio in quell’area angloamericana da cui le controrivoluzioni di Reagan e Thatcher – e dei loro epigoni di destra e di “sinistra” sembravano averla definitivamente bandita? Non vorrei sembrare troppo ottimista, ma pare che dalla scena politico-sindacale di Stati Uniti e Inghilterra arrivino segnali incoraggianti in tal senso.

Partiamo dagli Stati Uniti. Dopo che le leggi punitive nei confronti del diritto di organizzazione e di sciopero e le pratiche antisindacali delle imprese avevano ridotto quasi a zero il tasso di sindacalizzazione dei dipendenti privati e pubblici, da qualche anno stiamo assistendo a una vivace ripresa di lotte per ottenere aumenti salariali, ritmi di lavoro meno stressanti e un parziale recupero dei diritti sociali massacrati dalle politiche anti welfare.

I protagonisti di questa ondata non sono né quel che resta della classe operaia industriale, falcidiata dalle delocalizzazioni, né quei “lavoratori della conoscenza” che i teorici postoperaisti insistono a considerare come l’avanguardia del proletariato globale. A smuovere le acque di una società ingessata dalla disuguaglianza fra super ricchi e working poor (la massa di coloro che non guadagnano a sufficienza per vivere dignitosamente) sono soprattutto gli addetti ai servizi: catene commerciali, logistica, ristorazione, servizi di cura, ecc.

Molti sono giovani, afroamericani o immigrati (moltissimi i latinos) che hanno imparato a creare nuove, combattive organizzazioni sindacali, mentre i loro interessi appaiono spesso in conflitto con quelli della middle class (vedi le proteste dei conduttori degli autobus che portano al lavoro i nerd della Silicon Valley, o quelle degli abitanti di quartieri colonizzati e “gentrizzati” dai quadri della New Economy). E cominciano a ottenere risultati significativi: dall’aumento del salario minimo in alcuni importanti Stati e città, alla recente sentenza del National Labor Relations Board che stabilisce un principio importantissimo: quando negoziano con imprese che svolgono attività di subappalto, i sindacati possono coinvolgere nella trattativa le società appaltatrici. In settori dove il franchising è la regola, la decisione è destinata ad avere notevole impatto  (non a caso è ferocemente contestata da lobby, associazioni imprenditoriali e politici di destra).

Gli effetti del cambiamento di clima sindacale sono venuti a sommarsi a quelli delle mobilitazioni del movimento Occupy Wall Street , il quale – finché è durato – aveva tentato di saldare le lotte di questi strati sociali con quelle di una massa studentesca indebitata e senza prospettive di mobilità sociale, contribuendo al successo della campagna elettorale di Bernie Sanders, che potrebbe diventare il primo candidato socialista a sfiorare la nomination Democratica.

All’ascesa di Sanders fa riscontro quella di Jeremy Corbyn, l’anziano esponente della sinistra laburista che potrebbe fra poco diventare il nuovo segretario del partito. Corbyn non si afferma grazie a una nuova ondata di lotte, ma è a sua volta espressione di crescenti tensioni sociali che potrebbero invertire la dinamica che ha trasformato i laburisti in neoliberisti di centro. La base sindacale e la struttura territoriale dei militanti, esasperati da decenni di politiche filo padronali, privatizzazioni, tagli al welfare, ecc. condotte con la complicità o con l’avvallo esplicito del loro stesso partito, hanno trovato in Corbyn il campione di una rivoluzione “restauratrice” (come la definiscono i media mainstream). Se il colpo riuscisse, interromperebbe quella logica del “pendolo”, in base alla quale, dopo la sconfitta elettorale di un leader “di sinistra” come Miliband, s’imporrebbe un ritorno alle posizioni della destra blairiana.

Se Corbyn la spuntasse regalerebbe nuove vittorie ai Conservatori, ammoniscono i media inglesi, ai quali fa eco Paolo Mieli in un recente editoriale sul “Corriere”,  in cui fustiga il “masochismo” delle sinistre radicali (i fuorusciti di Syriza, la Linke tedesca, gli oppositori di Renzi e lo stesso Corbyn) che “fanno il gioco” delle destre, impedendo l’affermazione di una sinistra “moderna” (leggi liberista!). Ma l’inedita lezione che oggi ci viene da Occidente è che la sinistra non rinasce puntando a governare (né Sanders né Corbyn realisticamente ci arriveranno) bensì ricostruendo la rappresentanza degli interessi di classe.

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Cosa c’è dietro la crisi cinese?

A quanto pare i rimedi adottati a giugno e la svalutazione dello yuan non sono riusciti a fermare la crisi borsistica cinese. Già a luglio c’erano state altre due ondate, dopo una tregua, la borsa di Shanghai perdeva oltre l’8% subito seguita da quella di Shenzhen con meno 7 e Hong Khong con un meno 3.

Chia-Liang Lian, manager del gruppo Legg Mason, dichiarava che “non è possibile ignorare i rischi che una prolungata contrazione dei prezzi azionari può avere sulla crescita del Pil cinese, nella seconda metà dell’anno, alimentando episodi speculativi che amplificano la volatilità dei mercati e rendono più arduo il percorso di stabilizzazione intrapreso dalle autorità cinesi”.

Chia-Liang Lian è stato servito molto prima del previsto e lunedì 24 si verificava un nuovo picco del -8% che, questa volta, si è portato appresso le borse del resto del mondo, con flessioni nell’ordine del 4-6%. Roba che non si vedeva dal 2008 e che è stata subito definita “lunedì nero” della finanza mondiale.

Poi la decisione di abbassare il costo del denaro da parte della Pboc, con una iniezione da 150 miliardi di yuan, ha provocato un momento di ottimismo con recuperi sia a Shanghai che nelle altre borse mondiali. Nulla di cui esaltarsi, però: è quello che, in gergo tecnico si chiama il “salto del gatto morto” (come ebbe a dire un economista una ventina di anni fa: anche un gatto morto se lanciato da sufficiente altezza, poi rimbalza”).

Probabilmente, ci sarà una nuova tregua, ma tutto lascia intendere che assisteremo ancora per mesi a questo “stop and go”, come già accadde fra il 2007 ed il 2008, prima del botto di settembre che lasciò a terra la Lehman Brothers, ed, entro gli inizi del prossimo anno, ci troveremo di fronte ad un nuovo grande episodio della crisi che dura ininterrottamente da 7 anni: la terza ondata.

Fra cinque mesi circa, scadranno le misure di blocco di vendita delle azioni imposte dal governo alle aziende di Stato ed altri soggetti correlati e, quindi, bisognerà rifare seriamente i listini di borsa. E se il governo procrastinasse il blocco? Non cambierebbe molto, al massimo guadagnerebbe un po’ di tempo, ma potrebbe anche essere peggio perché la misura potrebbe far sorgere il dubbio di una situazione molto più grave del previsto e, di conseguenza, scatenare una ondata di panico anche più violenta.

Il problema è che stanno venendo al pettine i nodi strutturali dell’economia cinese: in primo luogo le dimensioni reali del debito pubblico, che non sono quelle del debito statale, che è stato vigilato costantemente, ma quello dovuto in gran parte alle amministrazioni locali che, invece, sono lievitati senza freni. In secondo luogo,  è finita la “luna di miele” dell’economia cinese nel suo “trentennio glorioso” e  ci stiamo avvicinando alla scadenza che vedrà il sorpasso della popolazione non attiva su quella attiva, per effetto della stretta demografica. Adesso sta arrivando all’incasso la cambiale del “figlio unico” sottoscritta negli anni ottanta.

In terzo luogo, la crisi delle “forbici” fra città e campagna ha toccato il suo punto massimo, dopo il quale il paese si sfascia: in questi trenta anni c’è stato un processo di modernizzazione industriale e delle città, mentre il mondo rurale ha avuto pochissime innovazioni. Ora è arrivato il momento di modernizzare l’agricoltura, ma questo potrebbe lasciare senza lavoro oltre 200 milioni di contadini, da ricollocare in qualche modo. Dunque, già tutto questo esige una programmazione di spesa ingentissima. Questo sta incidendo fortemente sulla credibilità cinese sui mercati hot money, i capitali erratici alla ricerca del massimo profitto e che, in questi anni avevano costituito una bella fetta dei $4 trilioni  di valuta estera accumulata nei forzieri cinesi (avevano toccato un massimo di $3,99 trilioni a giugno 2014) ma dopo il livello delle riserve ha iniziato a ridursi, con un’inversione di rotta molto pericolosa.

La valuta accumulata aveva le più diverse provenienze: avanzi commerciali, rimesse degli immigrati, movimenti della criminalità organizzata come il contrabbando, investimenti stranieri ed, appunto, hot money. Ora i capitali stanno defluendo dalla Cina a ritmo serrato e già da quattro trimestri di seguito: secondo l’analista Charles Dumas di Lombard Street Research il deflusso di capitali in un anno è stato di circa $800 miliardi, mentre, secondo Zhu Haibin, capo economista cinese di JP Morgan, il flusso in uscita è stato di 450 miliardi di dollari  tenendo conto dei cambiamenti nella valutazione delle riserve estere.

Comunque sia, la tendenza non è da sottovalutare. In parte essa dipende da investimenti cinesi all’estero (aumentati negli ultimi tre anni), in parte dal calo delle esportazioni che, ovviamente, riduce il surplus commerciale. Poi ci sono spiegazioni meno “fisiologiche”: il crollo immobiliare, la riduzione dei profitti aziendali e le oscillazioni della valuta nazionale. Soprattutto, gli altissimi rendimenti che premiavano gli investitori che scommettevano sulla Cina, ormai sono un ricordo del passato.

Poi ci sono altre ragioni più occulte ed inquietanti: l’esportazione di capitali dei “funzionari nudi” che stanno dando vita ad un vero sciopero dei capitali per rispondere alla campagna di Xi Jinping contro la corruzione. Oppure le difficoltà del contrabbando (soprattutto di terre rare) che probabilmente sono un riflesso della lotta alla corruzione (per capirlo occorrerà tenere d’occhio i prezzi dei lantanoidi nei prossimi mesi).

Questi movimenti in buona parte sono illegali, ma in parte sfruttano i margini offerti dalla relativa liberalizzazione degli spostamenti di capitale decisi da Pechino per ottenere lo status di “economia di mercato”.

In ogni caso, questa tendenza sta destando allarmi sulla stabilità finanziaria e ostacolando le misure della banca centrale che cerca di sostenere l’economia in fase di rallentamento, abbassando i tassi di interesse. E, dunque, ingenti flussi di capitale lasciano la Cina, perché cercano rendimenti superiori altrove.

Come si vede inizia a profilarsi il fenomeno del “cane che si morde la coda” per cui ogni rimedio innesca dinamiche che riproducono la crisi. Non è detto che debba necessariamente accadere, ma tutto lascia intendere che non siamo di fronte ad un incidente di percorso ma ad una tendenza di lungo periodo che produrrà dinamiche per ora imprevedibili ma sicuramente con effetti mondiali molto importanti.

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Palestina - La Resistenza nei gesti quotidiani



Se ti siedi sulle colline che circondano At' Twani puoi ascoltare le molte storie di una comunità resistente.

Una comunità che prova a strappare ogni ambito della propria quotidianità subita all'orrore infinito dell'occupazione, alle umiliazioni, alla prepotenza, ai soprusi, all'oppressione.

Se la storia è il corso degli eventi, delle tragedie, degli accadimenti, di vittorie e sconfitte da ricordare, le storie, come scriveva Portelli qualche anno fa, sono ciò che lega inscindibilmente l'uomo alla storia.

Ce ne sono tante di storie da ascoltare in Palestina.

Stupefacenti, tristi, divertenti, tragiche, grottesche, comiche, animate da donne e uomini che spesso con una caparbietà disarmante ambiscono a vivere una vita degna e praticano sia negli spazi politici concessi, che in quelli non concessi, la ricerca dei propri desideri.

La Palestina è anche la storia di un sedicenne che trascorre tre anni di vita nelle carceri Israeliane senza aver commesso nessun crimine.

Sono gli anni della prima Intifada, dei comitati popolari, della disobbedienza civile, della capacità di un'intera comunità di connettersi con il mondo evitando di auto ghettizzarsi in una spirale imposta fatta di azione e reazione.

Sono gli anni dei coprifuoco, della repressione brutale, dello sciopero fiscale di Beit Sahour, la cui popolazione rifiutò di pagare le tasse agli occupanti.

Sono gli anni in cui nacquero quei soggetti, al tempo informali ed auto organizzati, che costituiscono oggi l'ossatura del mondo associativo Palestinese.

In un villaggio del distretto di Betlemme qualcuno lancia sassi contro un veicolo militare Israeliano cosa abbastanza frequente.

Gli Israeliani non avevano nel villaggio, tra la popolazione Palestinese, una rete di informatori tale da indicare i nomi dei responsabili.

L'esercito deve dare un segnale, dimostrare che un lancio di pietre fatto da adolescenti non resta impunito, e così di notte entra in alcune abitazioni ed arresta alcuni sedicenni sulla base delle testimonianze dei soli militari del veicolo fatto oggetto del lancio di pietre.

Tre anni di reclusione per non avere fatto nulla, tre anni di vita rubati, il percorso scolastico interrotto, il primo distacco, forzato, dalla famiglia.

Il ragazzino esce dal carcere dove nel frattempo è diventato uomo, ha imparato un po' di ebraico, torna a casa, si sposa, inizia a lavorare e costruisce assieme alla moglie una splendida famiglia.

La Palestina è anche la storia di una ragazza Palestinese dai lineamenti occidentali che, per non rinunciare ad una borsa di studio in una scuola privata straniera a Tel Aviv, per un anno si finge Israeliana.

Sale sugli autobus che dalle colonie del distretto di Betlemme vanno a Tel Aviv, parla solo in inglese, trova un alloggio in nero e torna a casa (a meno di sessanta chilometri) un fine settimana al mese.

Quella ragazza si diploma, la famiglia, per quanto non facoltosa ha compreso che l'istruzione è uno strumento di emancipazione straordinario ed ha fatto sacrifici enormi per consentire alle proprie figlie di completare il proprio percorso di studi.

Il giorno della consegna del diploma, a Tel Aviv, in Israele, solo una parte della famiglia riceve il permesso di ingresso per 14 ore.

Il padre, a cui il permesso viene negato, decide di entrare clandestinamente, di notte, a rischio dell'arresto per poi rientrare, sempre clandestinamente, la notte successiva.

Due passaggi notturni, a piedi, per percorsi impervi e a rischio di venire arrestati o feriti dalle guardie di frontiera per assistere al diploma della figlia.

Non so se ha senso chiedersi quanti padri lo avrebbero fatto in condizioni analoghe, credo che sia un gesto d'amore straordinario per chi ha incoraggiato le figlie ad istruirsi ed emanciparsi.

In Palestina, sulle colline a sud di Hebron, nel villaggio di At'Twani puoi incontrare anche l'Italia migliore, quella di giovani realisti capaci di sognare l'impossibile.

Puoi incontrare persone che con rispetto e coraggio si mettono a servizio di una lotta e di una comunità, che si mettono in discussione, compartecipano ad un sacrificio.

Dal 1996 ad oggi in Palestina sono arrivati, tramite i molti canali della Cooperazione Internazionale, fiumi di denaro, che hanno creato danni pari a quelli dell'occupazione.

Hanno contribuito a rompere i legami solidali in seno alla società Palestinese incrementando la divisione in classi della società.

Centinaia di cooperanti ed espatriati si sono trasferiti in massa tra Ramallah ed il distretto di Betlemme, in molti casi portandosi dietro il proprio mondo in maniera invasiva in un contesto dagli equilibri sociali sempre più fragili e precari.

In buona misura hanno semplicemente redistribuito denaro, in misura minore generato clientele, in rari casi dato vita a progettualità virtuose e riconosciute come tali dalla comunità locale.

Ad At' Twani c'è senza dubbio l'Italia migliore, quella di cui non si parla sui media nazionali, quella che mette a disposizione degli altri la propria umanità, per una comunità per cui la semplice esistenza coincide con la forma più potente e persuasiva di resistenza, mettendo a nudo l'orrore dell'occupazione, non fornendo alibi all'occupante e creando relazioni solidali ed auto mutuo aiuto.

È' bello, sotto un vecchio pino marittimo, sedersi ed ascoltare, rubando tempo alla vita e provando a connettersi con la semplicità è la radicalità di una lotta che crea vincoli e legami solidali.

Sulle colline a sud di Hebron succede anche questo accanto alle violenze dei coloni, alle aggressioni dell'esercito, alle demolizioni, alle restrizioni della mobilità ed all'istituzionalizzazione, qui nei Territori Occupati, di un apparato discriminatorio che permea ogni aspetto della vita.

In Palestina c'è il mondo, ci sono anche le nostre storie, le nostre paure e le speranze di quante e quanti, nel mondo, provano a costruire quotidianamente l'altro mondo possibile.

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Scuola. La notte prima delle "assunzioni"

La notte prima degli esami è diventata film, canzoni, must per intere generazioni. Ma adesso ci sono quasi due generazioni che affronteranno una notte di attesa, ansia e tensione. Sarà la notte tra l’1 e il 2 settembre, dunque tra domani e dopodomani, quella che deciderà la sorte di tanti precari della scuola, soprattutto nel Meridione. Stiamo parlando di giovani insegnanti ma anche di docenti ormai da tempo in età adulta e rimasti precari per anni.

Il Miur ha emanato ieri un avviso con cui precisa che le proposte di assunzione di cui all'articolo 1, comma 102, della legge 13 luglio 2015, n. 107, verranno effettuate, per la fase di cui alla lettera b) del comma 98 della medesima legge, alle ore 00.01 del giorno 2 settembre 2015 attraverso il sistema informativo Istanze OnLine raggiungibile mediante apposito link sul sito www.istruzione.it.

Da questo momento scatteranno i fatidici 10 giorni per accettare o meno la proposta. Il termine ultimo è fissato alle ore 24.00 del giorno 11 settembre 2015, esclusivamente attraverso le apposite funzioni disponibili nel sistema informativo.

Per quanto riguarda poi l’eventuale mancata accettazione, il Miur, per ovviare alla formulazione della legge 107, precisa che “i soggetti che non accettano la proposta di assunzione eventualmente effettuata nella citata fase b), non partecipano alle fasi successive del piano di assunzioni e sono definitivamente espunti dalle graduatorie di merito e ad esaurimento in cui sono iscritti".

Dunque, secondo il Ministero, chi, vista la sede assegnata, rifiuta, per mille motivi contingenti, perde i diritti acquisiti in quindici, vent’anni di precariato e vanifica anche i risultati ottenuti con l’eventuale concorso a cattedra. Un meccanismo autoritario che ha suscitato reazioni e proteste da parte di moltissimi insegnanti precari che si vedranno costretti ad accettare per anni sedi molto spesso lontanissime dalla città di residenza. La lettera di una insegnante ingabbiata da questo meccanismo, nelle settimane scorse, aveva suscitato polemiche che abbiamo documentato e commentato anche sul nostro giornale.

Dai dati diffusi dal Miur si legge che sono state oltre 14mila le domande presentate per la scuola dell’infanzia, la maggior parte provenienti da Sicilia e Campania. Si tratta, tra l’altro, di un numero considerevole di domande che potrebbero condurre solo a pochissime immissioni in ruolo e quasi esclusivamente come insegnanti di sostegno. Per le scuole superiori la maggior parte di domande sono di accesso al ruolo per la classe di concorso A019 (discipline giuridiche ed economiche), di cui solo 1.019 provenienti dalla Campania, 663 dalla Puglia e 623 dalla Sicilia. Delle 10.780 domande relative ai docenti specializzati che chiedono l’assunzione come insegnanti di sostegno, quasi 6.500 giungono da sole tre regioni: Sicilia, Campania e Puglia.

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Russia, proteste contro le diseguaglianze sociali e i privilegi

Manifestazioni organizzate dal Partito comunista della Federazione Russa contro la politica socio-economica del governo di Mosca si sono svolte sabato scorso un po' dappertutto nel paese. Nella capitale il leader Ghennadij Zjuganov ha sottolineato come il suo partito abbia “appoggiato le scelte presidenziali in occasione della vicenda della Crimea e in altre circostanze”, che hanno visto il Cremlino difendere gli interessi nazionali della Russia contro attacchi politici esterni, ma non ha mancato di denunciare gli indirizzi di politica interna che, secondo i comunisti russi, continuano a favorire esclusivamente gli interessi dell'oligarchia finanziaria.

Qual è in effetti, a grandi linee, la situazione sociale della Russia? Cosa pensano i russi del proprio paese e dei suoi dirigenti? Secondo un sondaggio condotto a luglio dalla società Romir e di cui Interfax ha dato notizia lo scorso 26 agosto, i russi sono oggi molto più orgogliosi del proprio paese e delle sue conquiste rispetto a qualche anno fa. Se nel 2003 il 25% degli intervistati dichiarava di non vedere nulla di cui andare orgogliosi, oggi la stessa risposta è data dal 6% soltanto e il 34% (era il 12% nel 2003) si dice orgoglioso di Vladimir Putin. Cresciuto anche il riconoscimento per i progressi nella cosmonautica (dal 1 al 10%), scientifici (dal 1 al 8%) e nel settore degli armamenti (dal 1 al 19%).

Ma, a fronte di questi dati, che possono testimoniare dell'umore “sovrastrutturale” dei russi, quanto favore riscuote oggi la politica governativa, in particolare quella sociale? Ancora una volta, se la linea di riaffermazione del peso internazionale della Russia, perseguita da Vladimir Putin, continua a godere dell'appoggio dei dirigenti del PC, non è così per quanto riguarda il corso di politica interna, a proposito del quale, ha detto Zjuganov, “ho l'impressione che nel governo ci siano alcuni autentici sabotatori. Non si sono trovati 140 miliardi di rubli per l'assistenza ai 12 milioni di “bambini della guerra” (i nati tra il 1928 e il 1945), ma si sono trovati 2 trilioni per i banchieri”. E' così che gli slogan che hanno scandito le manifestazioni dei comunisti sono stati “Dimissioni del governo liberale!”, “Abbasso il potere del capitale e dell'oligarchia!”. “Il nostro partito ha difeso e difenderà sempre gli interessi del popolo lavoratore” ha detto Zjuganov; “abbiamo detto molte volte e lo ripetiamo che il capitalismo, soprattutto nella fattispecie dei truffatori e dei liberali, è fatale per la nostra nazione. Abbiamo dichiarato e dichiariamo: solo una svolta verso il socialismo e il governo del popolo può correggere una situazione così difficile e critica”.

Dunque, la situazione sociale, stando al vice premier Olga Golodets, ripresa da Interfax, vede un numero ufficiale di disoccupati, al 19 agosto scorso, prossimo al milione di persone. Poco o tanto? Per fare un sommario raffronto con l'Ucraina, l'Istituto ucraino di analisi e management stima che, entro l'inverno, la disoccupazione, aperta o mascherata, potrebbe raggiungere il 50%. In Russia, il Comitato per le statistiche registrava a gennaio 4,2 milioni di disoccupati, vale a dire il 5,5% della popolazione attiva; a giugno erano 4,1 milioni (5,4%). Secondo una ricerca del VTsIOM, le previsioni per l'occupazione non hanno subito sensibili variazioni tra gennaio e giugno. Il 31% degli intervistati nel sondaggio è convinto, in caso di perdita del posto di lavoro, di poter trovare una nuova occupazione nella stessa mansione, dandosi un po' da fare; ma il 30% teme di trovare non poche difficoltà e il 12% non spera di trovare nuova occupazione, senza subire perdite di salario o di mansione. Il 30% degli intervistati ha dichiarato di avere almeno un conoscente o un parente che ha perso il lavoro negli ultimi 2-3 mesi; il 9% ha più di quattro conoscenti disoccupati; il 22% ne ha due o tre. Al VTsIOM ricordano come, dopo la drammatica crisi del 2008, il 60% degli intervistati avesse dichiarato di avere più di un conoscente disoccupato.

All'interno dello stesso governo russo non c'è unanimità nel definire quale, tra la crisi attuale e quella di 7 anni fa, sia la più grave.

Anche se non manca chi si diletta a lamentare la retrocessione di ben 5 (!) russi da miliardari a “semplici” milionari nel giro della settimana del crollo mondiale delle borse, è chiaro che i problemi della popolazione russa sono quelli della realtà quotidiana, con i prezzi dei prodotti alimentari cresciuti in media del 30-35% rispetto al 2014, complici soprattutto le sanzioni occidentali e il continuo calo del prezzo del petrolio. Secondo l'agenzia Bloomberg, la popolarità di Putin (89% di consensi allo scorso giugno che, al momento, rappresenta l'apice del suo successo) comincerà a calare se il prezzo del greggio, da cui deriva il 45% delle entrate russe e il cui andamento è apertamente pilotato da USA e Arabia Saudita, scenderà fino a 30 $ al barile e ci sarà il crac economico se precipiterà a 22,5 $. Ma già con un prezzo intorno ai 40 $ - stamattina il Brent era quotato a 49,08 $, dopo il minimo di 43 $ raggiunto nei giorni scorsi – la massa di riserve valutarie comincerà a risentirne, per la necessità di sostenere il rublo in caduta.

In questa situazione, denunciava nelle scorse settimane il PC russo, a fronte di circa 23 milioni di persone considerate ufficialmente sotto la soglia di povertà e di altri 30 milioni che arrivano a malapena a fine mese, la Banca centrale russa occupa il 19° posto tra i più grossi detentori di titoli di stato statunitensi, con 72 miliardi di $ a fine giugno. “Quali miracoli! Non investiamo nella nostra economia, i nostri cittadini diventano sempre più poveri, ma continuiamo a comprare titoli americani”. E come scriveva pochi giorni fa Sovetskaja Rossija, citando il Times, a causa della crisi, del crollo del prezzo del petrolio, delle sanzioni occidentali, dei bassi salari, cade la natalità, aumenta la mortalità per suicidi e alcolismo: secondo il direttore dell'Istituto di demografia e sviluppo, Jurij Krupnov, “nel 2050 dai 143 milioni attuali saremo scesi a 80 milioni”. Secondo il Ministero della sanità, nei primi 6 mesi del 2015 la mortalità è cresciuta del 5,2% rispetto al 2014, soprattutto tra le persone di età dai 30 ai 45 anni o anche più giovani. Secondo l'OMS, l'aspettativa di vita tra le donne è di 75 anni, ma tra “gli uomini è di appena 63 anni, un anno meno che nel Ruanda”. In ogni caso, il corso liberal-oligarchico, per ora, non sembra subire grandi scosse: è di questi giorni la firma presidenziale al decreto sul consolidamento delle quote private nel controllo di uno dei tre aeroporti internazionali moscoviti, quello di Šeremetevo, dopo che la USM Advisors di Ališer Usmanov (il primo miliardario russo, secondo Forbes, con un patrimonio che raggiunge i 20 miliardi di $), attraverso delle sue affiliate offshore, si era già assicurato il controllo del 60% di un altro aeroporto internazionale moscovita, quello di Vnukovo. I comunisti denunciano l'affitto di vasti territori (soprattutto investitori cinesi nella Russia orientale), la svendita delle risorse naturali, con i profitti dalla vendita del petrolio che ammontano a 16 trilioni di $ ma di cui solo 6 finiscono nelle casse dello stato; denunciano 40 milioni di ettari di seminativo lasciati incolti, con la produzione agricola caduta del 50%; e poi tagli alla spesa sociale; istruzione e medicina non più gratuite; innalzamento dell'età pensionabile...

E va ancora bene che, in Russia, ci sia comunque una qualche organizzazione politica che ricorda a chi giovino tali delizie a noi ben conosciute.

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I cellulari di re Yannick

Hanno ucciso i suoi genitori a Abidjan-Cocody durante la guerra del 2011. Le elezioni in Costa d’Avorio si erano concluse come molti temevano. Una lotta per il potere senza esclusione di colpi. I genitori di Yannick si sono trovati dalla parte dei perdenti, quella di Laurent Gbagbo, attualmente detenuto alla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Yannick, da buon figlio unico, si occupava della vecchia nonna materna. Per questo ha deciso di lasciare il suo paese per andare in Algeria e forse un giorno in Europa. Coi cellulari si arriva dappertutto, basta comporre il prefisso giusto.

A Abidjan Yannick vende cellulari. Nokia e Samsung, naturalmente fabbricati in Cina, con un piccolo margine di guadagno su ogni pezzo venduto a seconda della prestazione. Non è molto, appena il necessario per mantenere la nonna, tra l’altro ammalata e dunque senza lavoro. I contatti telefonici e col net l’hanno convinto a partire con lo scopo di tentare il suo futuro. Abbandona la Costa d’Avorio per il Ghana, il Togo, il Benin e il Niger. Dopo un anno di transito raggiunge Algeri. Una volta sul posto si accorge che nulla era come gli avevano raccontato. Gli amici di sempre erano scomparsi.

Aveva portato con lui alcuni cellulari e un po' di soldi. Pensava di continuare il suo commercio ad Algeri, la capitale. Niente di tutto ciò. Yannick è nero, senza documenti, cristiano e soprattutto povero. Ciò gli basta per capire in fretta che non c’è posto per lui e l’eventuale commercio di telefoni. Non gli rimane altro che fare il manovale in un cantiere edile. Dopo qualche settimana un blocco gli frantuma un dito della mano. Passa qualche giorno all’ospedale per curare la ferita. Trova il tempo propizio per riflettere. Decide di tornare alla casella di partenza, la Costa d’Avorio.

Un’associazione con sede ad Algeri gli paga il viaggio di ritorno. I soldi finiscono prima del previsto e Yannick non si scoraggia. Vende l’ultimo cellulare che gli rimane. Alla frontiera col Niger, non ha nulla da dare ai poliziotti e allora comincia a vendere i vestiti che aveva nella borsa. Lo fermano due giorni al confine finché altri migranti come lui non organizzano una raccolta di soldi per lui. Il viaggio per Agadez è ancora lungo e Yannick ha fame. Non ricorda quando ha mangiato per l’ultima volta. Ha persino dimenticato cosa sia una vita normale per un comune cittadino. La libertà è tutto quanto gli resta.

Yannick vende anche la borsa con gli ultimi vestiti che aveva serbato per il ritorno alla capitale del suo paese. Possiede appena il biglietto che gli hanno acquistato e niente di più. Sua nonna l’aspetta così come le nuove elezioni presidenziali il prossimo mese di ottobre. Gli stessi candidati di sempre e i suoi genitori che non ci sono più per la prossima campagna elettorale. Li hanno uccisi entrambi a Cocody nei pressi della Grande Moschea adiacente all’Hotel del Golfo. L’attuale presidente della Costa d’Avorio ne era diventato il capo. E’ nell’Hotel in questione che si era autoproclamato presidente della repubblica, aspettando il seguito della saga elettorale.

Giunto a Niamey Yannick diceva di voler tornare al suo paese. Sostiene che nel proprio paese ognuno è re. Non si è re che nel proprio paese, affermava. Altrove non si è che schiavi. Yannick era stanco del viaggio. Era stanco per le violenze della polizia di frontiera del Niger. Era stanco del disprezzo della gente di Algeri. Era stanco di essere stato sfruttato sul cantiere. Si sentiva una nullità da quando dormiva sul luogo di lavoro come la maggior parte degli stranieri. Yannick non possiede nulla da proteggere o da difendere, Yannick è come un re vestito da migrante. Porta in lui la libertà.

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Vertice europeo per un "muro comune" contro le migrazioni

L'Unione Europea è talmente sorda ai problemi non strettamente contabili che ha bisogno di vedere camion pieni di migranti morti, sulle strade delle civilissime Austria e Gran Bretagna, per fissare una riunione con al centro il tema della migrazione epocale messa in moto da guerre, crisi economica, carestie.

E' stata fissata per il 14 settembre la riunione ministeriale d'emergenza dell'Ue sull'immigrazione "per rafforzare la risposta europea", auspicata dai ministri dell'interno di Francia e Gran Bretagna. Lo ha annunciato la presidenza lussemburghese.

Ma si tratterà fondamentalmente di una risposta “di polizia” (non a caso i promotori sono in ministri dell'interno, non i presidenti del consiglio). Le "misure immediate" che verranno discusse dal Consiglio Interni e Giustizia (JAI) sono quelle già proposte altre volte: allestimento di 'hot spot' in Grecia e in Italia per registrare i migranti e identificare i richiedenti asilo, l'individuazione di una lista dei "paesi d'origine sicuri" per completare il regime di asilo comune, selezionando i rifugiati (da far restare e distribuire tra i diversi paesi Ue) dagli immigrati “per motivi economici”, che invece si vorrebbe rispedire rapidamente nei paesi di provenienza. In pratica, la costruzione di un "muro comune" meno visibile delle barriere nazionali che alcuni governi – soprattutto di destra – vanno costruendo (Ungheria, la stessa Gran Bretagna, ecc).

Il compromesso securitario è abbastanza esplicito: per un verso mostrare un volto meno “incivile” dell'Unione Europea, stigmatizzando (fino ad un certo punto) i movimenti xenofobi di estrema destra, dall'altro rassicurare la parte più impaurita delle opinioni pubbliche nazionali riducendo al minimo il numero di rifugiati da ospitare.

Una vera strategia comune è però altamente improbabile. Senza neanche attribuire alcuna serietà alle chiacchiere di Renzi sul “diritto d'asilo comune” (che rivela una crassa ignoranza del diritto internazionale per come rappresentato dall'Onu), è evidente che l'approccio “intergovernativo” al problema delle migrazioni rende molto facile evidenziare le differenze nazionali.

Se ne è avuta una prova già ieri, quando il ministro degli interni britannico Theresa May, nel mentre chiedeva un vertice europeo per una “risposta comune”, con un editoriale sul Sunday Times ha messo in discussione il trattato di Shengen sulla libertà di spostamento delle persone all'interno dell'Unione Europea. In altri termini, per il governo conservatore inglese sono da limitare non solo le migrazioni extracomunitarie, ma persino quelle dei cittadini comunitari, azzerando l'unico “vantaggio universalmente visibile” della stessa Ue.

E questa volta sono anche gli italiani al centro delle preoccupazioni xenofobe inglesi. Nel corso dell'ultimo anno, infatti, sono stati addirittura 57.000 i connazionali trasferitisi in Gran Bretagna per cercare lavoro; il doppio dell'anno precedente. Ma l'economia inglese – Borsa di Londra a parte – zoppica come tutte le altre; quindi non può garantire l'assorbimento né di professionalità di alto livello, né quelle “tipiche” dell'emigrazione italica (ristorazione, alberghiero, ecc).

Come si fa a bloccare i ”cittadini comunitari” senza chiamarsi fuori dagli obblighi europei? La burocrazia offre migliaia di marchingegni utili a raggiungere l'obiettivo facendo finta di non mettere in discussione i diritti. Il primo, è già molto strombazzato dalla comunicazione governativa inglese, riguarda il diritto al welfare. Basta negare l'accesso ad una serie di prestazioni (in primo luogo all'assegno di disoccupazione), ed ecco che migliaia di europei senza lavoro sul suolo britannico saranno costretti a prendere la strada del ritorno a casa.

Ma il ministro inglese ha ipotizzato anche misure più radicali, come la libertà di accesso soltanto per quanti dispongono già di un contratto di lavoro. “L’immigrazione netta in questa misura è semplicemente insostenibile”, scrive il ministro May sul Sunday Times. “Perché causa pressione sulle infrastrutture, come l’edilizia e il sistema dei trasporti, e sui servizi pubblici, come le scuole e gli ospedali”. Ovvero proprio quei servizi che la stessa Unione Europea chiede di tagliare ai paesi indebitati (i Piigs, ovvero i paesi del sud Europea).

Ma il problema dei problemi è proprio questo: in un sistema caratterizzato dall'assoluta libertà di movimento di merci e capitali, così come dall'assoluta differenziazione dei sistemi politici (assistenza, welfare, diritti, ecc.), è assolutamente inevitabile che le popolazioni siano sottoposte alle stesse sollecitazioni. E quindi che tendano a seguire “la scia del benessere”, lasciando territori entrati in crisi (per la ragioni più diverse, ma tutte riconducibili al saccheggio delle risorse e/o alla compressione delle condizioni di vita (disoccupazione, livelli salariali, ecc) per indirizzarsi verso quelli che mantengono o migliorano i propri standard vitali.

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Il gas mette l’Egitto al centro del Mediterraneo

Lo chiamano Zohr, è un pozzo esplorativo di risorse energetiche prospiciente le coste egiziane, frutto dell’attività di ricerca dell’Eni in collaborazione con l’Egyptian Natural Gas Holding Company. Nella perforazione ha raggiunto oltre 4000 metri di profondità rivelando un vero tesoro: un giacimento stimato fino a 850 miliardi di metri cubi di gas. Secondo il parere dei tecnici si tratta d’una scoperta sensazionale, vera manna per i bisogni energetici del grande Paese arabo, per il suo rilancio economico, per il desiderio, in più occasioni propagandato dal presidente-generale Al Sisi, di riacquisire una centralità nella travagliata area mediorientale. Manna anche per gli affari dell’azienda energetica italiana, che nella persona dell’amministratore delegato De Scalzi ha ricevuto un immediato plauso dal premier Renzi per la raffinata tecnologia del ‘Cane a sei zampe’. Fra le due nazioni già da alcuni mesi si sono intrecciati strettissimi rapporti che fanno dell’Italia un partener di punta nell’attività imprenditoriale sull’altra sponda del Mediterraneo.

Di tali accordi l’esplorazione di un’ampia area marina off-shore era un elemento centrale con investimenti pari a 5 miliardi di dollari; il ritorno si prospetta sensazionale in virtù anche d’una flessione di produzione in aree nuove e vecchie, quest’ultime, come la Libia, soggette ai durevoli venti d’instabilità politica. Negli ultimi anni le scoperte di gas nell’area orientale mediterranea sono state molteplici, i già noti giacimenti Leviathan e Tamar hanno visto Israele in prima linea per beneficiare di fonti energetiche fuori dalla morsa dei Paesi dell’Opec. Coinvolte anche Cipro e la Grecia, entrambi in contrasto con la Turchia per la giurisdizione di tratti del locale mare Egeo dove s’allungano le cosiddette ‘Zone economiche esclusive’, in quel caso riguardante il minore, ma non insignificante, giacimento Afrodite. Su tutti questi attori, ora l’Egitto può far pesare la sua ombra, e chi guarda al concreto come il ministro israeliano dell’energia Steinitz già pensa a patti. Il fronte energetico potrebbe rappresentare un primo passo verso un rimescolamento delle carte sul tavolo di alleanze pro business fra varie sponde del Mediterraneo.

Con Zohr, il Cairo farebbe la parte del leone e per far dimenticare le critiche mosse da più parti verso un regime a dir poco autoritario, il raìs del nuovo Egitto sembra dopo tre rinvii voler regolarizzare anche la facciata di rappresentanza riavviando le funzioni parlamentari. Così per il 18 e 19 ottobre sono previste le elezioni politiche per eleggere 568 deputati, divisi fra 448 eletti individuali e 120 legati a liste di partito. Sono state definite quote percentuali di rappresentanza per donne, cristiani e giovani. Un busillis riguarderà la presenza d’una lista legata alla Fratellanza Musulmana, formazione posta fuorilegge, accusata di terrorismo dall’attuale presidente che ha defenestrato il suo predecessore Mohammed Mursi. Quest’ultimo, esponente della Confraternita, era stato  regolarmente eletto nel giugno 2012. La vecchia leadership islamica è totalmente incarcerata, nomi noti come Mursi e Badie, sono stati condannati a morte e sono ricorsi in appello. Lo scontro aperto fra la popolazione che sostiene la casta militare e quella che segue la Fratellanza aveva sensibilmente ridotto la presenza alle urne, a causa del boicottaggio operato dai filo islamisti in occasione del passaggio elettorale che ha dato a Sisi la patente di presidente eletto. Ma soprattutto produce da mesi un’opposizione armata con attentati diffusi, a fianco e oltre i miliziani dello Stato Islamico insediati nel Sinai.

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domenica 30 agosto 2015

Londra - Vincono i macchinisti della metro, perde l'arroganza del sindaco Johnson

Il sindaco di Londra è stato costretto a fare marcia indietro. Per il momento non parte la 'rivoluzione' della Night Tube, la metropolitana di Londra che dal 12 settembre avrebbe dovuto funzionare anche di notte. London Underground, l'agenzia dei trasporti pubblici cittadini, ha annunciato ufficialmente il rinvio del servizio. La decisione, sottolineano i dirigenti, è stata presa per facilitare le trattative sulla vertenza in corso con i sindacati che, anche attraverso una serie di scioperi molto duri, hanno chiesto condizioni migliori per il lavoro notturno dei dipendenti. In realtà, Boris Johnson, pur cercando di mostrarsi ottimista alla fine ha dovuto ripiegare rispetto al progetto iniziale.

Per l'8 e il 10 settembre, il sindacato di categoria Rmt, una sigla che già si era messa in vista nella battaglia contro le privatizzazioni, aveva programmato alcune agitazioni. Evidentemente sarebbe stato troppo rischioso per la città, visto le paralisi della mobilità registrate a luglio e ad agosto. "Lo avevamo detto più volte che sarebbe stato pericoloso e sciocco andare avanti coi piani per la Night Tube sino a quando non ci fosse stato un accordo sul personale e sulla sua sicurezza", ha detto il segretario di Rmt, Mick Cash. I punti sollevati dai sindacati sono sostanziali. Per far fronte ad un servizio che porterebbe Londra al livello della Grande Mela, Johnson aveva chiesto ai dipendenti il massimo della flessibilità senza alcun adeguamento salariale. Cioè avrebbe voluto gestire il tutto senza impiegare nuovo personale e sorvolando alla grande sulla sicurezza degli impianti. Questo ha trovato una decisa opposizione di sindacati e lavoratori fin dall’inizio. E dopo qualche mese di fronteggiamento è arrivata la capitolazione. I sindacati hanno chiesto anche precise garanzie su un uso non spregiudicato della flessibilità. Ma la società che gestisce i trasporti della metropolitana si è rifiutata di fornirle.

Una vittoria che non si vedeva da tempo in Gran Bretagna, coi sindacati in continua ritirata, incapaci, ad esempio, di contrastare con efficacia le misure di austerità introdotte dal governo conservatore che, fra l'altro, ha annunciato a luglio una serie di novità per limitare il potere sindacale.

Il piano prevede che di notte ci sia un treno ogni dieci minuti lungo le principali linee che attraversano il centro: Piccadilly, Victoria, Jubilee, Central e Northern.

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Fascismo, anticomunismo, russofobia

Quello della toponomastica stradale e delle sue variazioni al mutare delle congiunture politiche o, ancora più spesso, dei rivolgimenti sociali, positivi e negativi, è un tema abbastanza comune alle varie epoche moderne e alle varie latitudini dell'emisfero. In Russia, il fenomeno ha visto momenti di frenesia non sempre coincidenti con le fasi più accese delle trasformazioni politiche.

Nei lustri immediatamente susseguenti la Rivoluzione d'Ottobre, con i bolscevichi impegnati su ben più complessi fronti, la ridenominazione dei luoghi ha interessato per lo più alcune città e cittadine dell'Unione Sovietica, il cui nome originario è stato cambiato in onore di protagonisti defunti della rivoluzione o di eroi caduti nelle battaglie della guerra civile. La rivisitazione della toponomastica viaria è stata invece più accentuata, per lo più, negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. A Mosca, ad esempio, molte delle vie più centrali hanno conservato, fin quasi agli anni '60, il vecchio nome prerivoluzionario, per riacquistarlo nuovamente negli anni '90, a controrivoluzione eltsiniana già affermata.

Così, pare anche in Ucraina. Nel quadro della “legge sulla decomunistizzazione”, entro il prossimo 21 novembre dovranno cambiar nome – perché l'attuale è in qualche modo legato al passato sovietico – qualcosa come (per ora) 908 tra città, cittadine, villaggi e borghi più o meno grandi. Ma intanto, è di questi giorni la decisione del Consiglio municipale di Kiev di cambiare il nome della via “degli Eroi Panfilovtsev” in quello via “dei Battaglioni volontari”. La decisione, è detto nella delibera municipale riportata da RT, “consente di onorare la memoria dei combattenti dei battaglioni volontari che hanno dato un contributo determinante nella lotta per l'indipendenza, ecc". Ora, gli Eroi Panfilovtsev erano 28 soldati dell'Armata Rossa – Kazakhi e Kirghizi - che nel novembre del '41, a prezzo della vita, riuscirono a fermare un reparto di 50 carri armati tedeschi alle porte di Mosca, distruggendone 18; vengono così ricordati in onore del loro comandante, Ivan Panfilov. Sui battaglioni neonazisti ucraini che terrorizzano da un anno e mezzo la popolazione del Donbass, non è il caso di spendere troppe parole. Dunque, un po' come se, mutatis mutandis, a Firenze (ma, purtroppo, non ci sarebbe da meravigliarsi se avvenisse) qualcuno decidesse di ridenominare Largo Bruno Fanciullacci, il gappista che giustiziò Giovanni Gentile e che trovò la morte tra le mani degli aguzzini di Villa Triste, in Largo Mario Carità, il repubblichino che di quella stazione di tortura era il massimo esponente.

Sempre a Kiev, “attivisti” di Pravyj sektor hanno ora installato una targa in onore ai due ucraini accusati di aver assassinato, lo scorso aprile, il giornalista, scrittore, storico e conduttore televisivo Oles Buzina. A inizio luglio, alla parete dell'abitazione del giornalista ucciso, era stata affissa una targa in sua memoria, smontata però già il giorno successivo. Una nuova targa, che ricordava “l'uomo colpevole di dire la verità”, era stata quindi apposta a cura del Komsomol (l'organizzazione dei giovani comunisti) ucraino ed è stata ora distrutta da Pravy sektor e sostituita con quella a celebrazione dei sospettati del suo omicidio. Il leader del Komsomol (i giovani comunisti), Mikhail Kononovič, ha commentato "gli assassini tornano sempre sul luogo del delitto. E' questa una sfida a tutta la società civile, un guanto in faccia alla democrazia in Europa. Con ciò, il regime vuol dimostrare che i reparti punitivi sono sempre all'opera e ogni persona che la pensi diversamente può diventare loro vittima. Questo non è un paese; è un campo di concentramento. E l'amministrazione del campo (la junta) decide chi possa vivere e chi no".

In Russia, il comitato moscovita del PC ha proposto di mettere una moratoria di 25 anni sulla ridenominazione delle strade e sullo smantellamento di monumenti e targhe alla memoria di protagonisti del passato sovietico. Spunto per l'iniziativa dei comunisti moscoviti è stato il progetto di ridenominare un intero quartiere della capitale (compresi stazione della metropolitana e snodo ferroviario rionale), finora dedicato al bolscevico Pëtr Vojkov, ritenuto, forse a torto, protagonista, insieme a Jakov Jurovskij, della fucilazione della famiglia imperiale a Ekaterinburg, nel 1918 e, successivamente, ambasciatore sovietico a Varsavia, dove fu assassinato da controrivoluzionari nel 1927. Dunque, da parte del PC si afferma che "da quasi un quarto di secolo, lasciati ai margini della storia politica, i liberali e gli antisovietici di tutte le risme, con l'acquiescenza e il sostegno di alcuni rappresentanti del potere, sono costantemente impegnati a denigrare il passato della nostra Patria e della sua capitale Mosca. Alcuni rappresentanti della chiesa ortodossa (che, per la legge russa, è separata dallo stato) cercano di rilanciare una nuova spirale di isteria antisovietica". Secondo il PC, la richiesta della chiesa di eliminare la denominazione di Vojkov sarebbe legata proprio alla sua partecipazione alla fucilazione dell'ultimo zar e della sua famiglia, sebbene i documenti - Vojkov partecipò alla seduta del Comitato esecutivo del soviet degli Urali, in cui si decise di giustiziare la famiglia imperiale, ma non faceva parte del presidium - a sostegno di tale partecipazione, venuti alla luce una trentina di anni fa per mano statunitense (!), siano tutt'altro che probanti.

Ma il PC considera “strana” anche la posizione del Ministero degli esteri russo, che non pare interessato a difendere la memoria di un proprio esponente, quale fu Vojkov in qualità di ambasciatore sovietico; carica in virtù della quale gli è intitolato il rione moscovita e per cui fu ucciso, mentre il suo assassino, scarcerato poco dopo, ricevette la cittadinanza degli Stati Uniti e là visse fino alla morte.

Lungo questa linea, continua il PC, si muove anche il Consiglio per i diritti dell'uomo, che dirige la propria attività nell'aizzare l'antisovietismo e la russofobia; il Consiglio tenta, con l'appoggio del potere, di riempire il paese di monumenti dedicati “alle vittime delle repressioni politiche” del periodo sovietico. "I comunisti non sono contrari a innalzare un tale monumento a Mosca; ma questo deve simboleggiare tutte le vittime dell'arbitrio del potere: da quelle di Ivan Groznyj, a quelle di Nicola II, fino ai deputati del Parlamento russo fucilati da Boris Eltsin nell'ottobre 1993". Al contrario, il documento in merito firmato dal premier Dmitrij Medvedev, "per forma e contenuto ideologico, non si distingue" secondo il PC "da analoghi documenti ucraini relativi al genocidio e al golodomor” (la carestia che colpì indistintamente molte regioni dell'Urss all'inizio degli anni '30 e di cui i fascisti ucraini continuano a incolpare il potere sovietico e non invece i kulaki che sterminarono decine di milioni di capi di bestiame, pur di sottrarli alla collettivizzazione) e conduce la società russa "sulla stessa via che ha portato il popolo ucraino a Majdan e alla negazione del proprio passato". A questo proposito, il vice Presidente del CC del PC russo, Dmitrij Novikov nota come il governo russo abbia già elaborato un vasto programma per commemorare i cento anni dalla nascita di Solženitsyn, che invece "dovrebbe essere celebrato dall'Occidente per il suo contributo alla lotta della “comunità internazionale” contro l'Urss. Mentre non si fa parola dello storico Viktor Zemskov" che, negli anni '90 aveva dimostrato, documenti alla mano, come “le ingiustificate repressioni di massa” degli anni '30 siano in gran parte un mito. Al tempo stesso, si installano "targhe alla memoria di generali bianchi della guerra civile e di collaborazionisti cosacchi filonazisti".

Su questa scia, poca meraviglia suscita il convegno, denunciato in questi giorni dal segretario del CC del PC e deputato della Duma, Kazbek Tajsaev, organizzato a Tallin il 23 agosto, col pretesto del 76° anniversario della firma del patto di non aggressione tedesco-sovietico del 1939. Nella capitale estone si sono riuniti rappresentanti di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania e Georgia, che si sono accordati per mettere in piedi un gruppo di ricerca che indaghi sui “crimini del comunismo”. Sul piano storico, scrive Tajsaev, la Georgia, fino agli anni '90, grazie al socialismo, è stata una delle Repubbliche sovietiche industrialmente più sviluppate; altri Paesi dell'Europa orientale, grazie all'integrazione nel Comecon, hanno goduto di stabilità dei mercati e sviluppo dinamico, usufruendo di gas, petrolio e altre materie prime di cui non dispongono. Per quanto riguarda la Polonia, continua Tajsaev, stupisce che i suoi leader dimentichino che devono l'odierno assetto del paese proprio al “principale comunista sovietico”, Josif Stalin che, "alla conferenza di Potsdam, a dispetto delle pretese di Winston Churchill, assicurò la rinascita della Polonia quale stato sovrano indipendente nelle frontiere attuali".

Tajsaev riporta in conclusione le parole di Aleksandr Zinovev: "miravano al comunismo ma hanno colpito la Russia". Il filosofo e sociologo russo, in gioventù per poco non fucilato per aver progettato un attentato contro Stalin, in una delle ultime interviste prima della morte, più di quindici anni fa, aveva affermato di essere cresciuto negli ideali del comunismo ed era convinto che la lotta dell'Occidente contro il socialismo coprisse in realtà il desiderio di annientare la Russia: "l'Occidente non mi è estraneo, ma guardo a esso come a una potenza nemica" aveva detto e prediceva la rovina della Russia per la perestrojka gorbačëviana. "L'Occidente temeva non tanto la potenza militare dell'Urss" disse in quell'intervista a Le Figaro nel 1999 "quanto il suo potenziale intellettuale, artistico e sportivo. Nell'epoca sovietica era stata creata una cultura elevatissima, molto più grande di qualsiasi altra in occidente. Tutto questo è crollato; lo hanno semplicemente distrutto".

Se si può in parte accettare la tesi di Zinovev, per quanto indicativa di una visione “patriottica” della “potenza russa”, cui non è estranea buona parte dell'ideologia attuale del PC russo; appare vera però anche la proposizione reciproca: continuano a sparare contro la Russia avendo per obiettivo il comunismo, di cui l'Unione Sovietica ha rappresentato, per vari decenni, il laboratorio sperimentale più avanzato o, prendendo a prestito quanto scritto 78 anni fa dai coniugi Webb, “una nuova civiltà, diversa da qualunque altra finora esistente”.

In attesa che quel laboratorio si rimetta in moto in un'altra parte del mondo.

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I volenterosi amici dei torturatori israeliani

E' difficile smentire un filmato girato in presa diretta, dove un soldato israeliano armato e col passamontagna insegue un bambino palestinese di 12 anni, per di più con un braccio ingessato, la prende per il collo, lo sbatte sui massi e piacevolezze del genere per lunghi minuti.

E' difficile, ma qualche volenteroso complice di un torturatore si trova sempre. Sottoponiamo perciò alla vostra attenzione questo lancio dell'agenzia Ansa, la "matrice" da cui quasi tutti i giornalisti apprendono una notizia e la "inquadrano" dentro un certo contesto.

Noterete che, riprendendo un articolo altrettanto infame del britannico Daily Mail, il video viene definito "controverso", come se ci potesse essere un equivoco di fondo su quello che si vede.

Si parla di "provocazione palestinese", come se qualcuno avesse buttato il bambino addosso al "povero soldato" che, non sapendo come reagire alla "provocazione", fa quello che fa avendo una qualche "giustificazione".

Non basta. Intervengono diverse donne palestinesi, tra cui una ragazzina di 15 anni. La quale cerca come altre donne di sottrarre il bambino alla morsa strangolatrice del soldato israeliano. Il quale perde la testa, tira cazzotti, brandisce il fucile mitragliatore mentre siede sul corpo del bambino. La ragazzetta ha ovviamente una famiglia e una storia. E quindi se la sua famiglia è di "attivisti", diventa giocoforza "ovvio" che se la vanno a cercare, no?

Peggio. La ragazza è stata protagonista di altre proteste antioccupazione militare, tanto da guadagnarsi un riconoscimento internazionale. Quindi, fa capire l'ignoto estensore del testo che dovrà influenzare tutta la stampa nazionale, non dovete commuovervi vedendo la violenza che subisce, perché gli "attivisti palestinesi", ancorché minorenni e di sesso femminile, "meritano" di essere trattati in quel modo. Se poi, addirittura, mentre il soldato le tira un cazzotto, la ragazzina morde la mano che la picchia, ecco che - come fate a non capirlo - si dimostra che è la ragazza la vera "violenta". Non il soldato, no?

Anzi, tutta la sequenza sarebbe una messinscena dei palestinesi, autori di una "aggressione" nei confronti del "povero soldato".
Si prosegue dunque ironizzando sulla ragazza, utilizzando a piene mani le informative dell'esercito occupante.

Ci sembra dunque utile proporvi sia il video che il lancio Ansa, perché possiate liberamente trarre le vostre conclusioni sull'attendibilità di questo modo di fare disinformazione.

 
Un controverso video sulle violenze in Cisgiordania, diventato virale sul web, scatena le polemiche.

Nelle immagini, un ragazzino palestinese con un braccio ingessato viene bloccato duramente da un soldato israeliano, nel villaggio di Nabi Saleh, in Cisgiordania. Poco dopo, un gruppo di palestinesi, incluse diverse donne e una ragazzina si scagliano sul militare, aggredendolo. La giovane, di circa 15 anni, finisce col mordere il soldato.

A questo punto, il comando israeliano decide di soprassedere e sospendere il fermo del ragazzino, di cui in precedenza era stato deciso l'arresto, "perché lanciava sassi contro i militari". Il tutto si è svolto davanti a operatori e fotografi dei media internazionali.

Il britannico Daily Mail, pubblicando foto e video della vicenda esprime "dubbi" sull'autenticità della scena, e accusa i palestinesi di "aver orchestrato" l'aggressione.

In particolare, si spiega, la ragazzina che morde il soldato a una mano "è Ahed Tamimi" la teenager ribattezzata nel 2012 la "piccola pasionaria" palestinese, quando divenne celebre per essere stata ripresa mentre si lanciava a pugni chiusi contro una pattuglia israeliana in Cisgiordania. Tanto celebre che il presidente turco Recep Tayyp Erdogan le consegnò il 'Premio Handala' per il coraggio.

E' figlia di attivisti palestinesi nel villaggio di Nabi Saleh, "in passato finiti in carcere per aver istigato i giovani a lanciare pietre contro i soldati e organizzare marce senza permesso", scrive ancora il Daily Mail. I blogger israeliani l'hanno ribattezzata "Shirley Temper", 'Shirley la furia', e la definiscono una "Pallywood star", un termine coniato da Richard Landes per descrivere le presunte manipolazioni dei media da parte palestinese.

Il portavoce dell'Esercito israeliano ha confermato che la vicenda si è svolta nell'ambito di violenti scontri, e che il ragazzino con il braccio rotto lanciava sassi contro i militari.
Dopo l'intervento delle donne e della ragazzina, "è stato deciso di non procedere al fermo".

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Turchia - Anche due ‘curdi’ nel governo elettorale. Ancora scontri e morti

Sembra davvero un paradosso che nel governo che dalla fine di luglio sta bombardando le postazioni della guerriglia curda e facendo arrestare migliaia di militanti e dirigenti – sindaci compresi – delle formazioni politiche curde siedano da ieri anche due ministri del Partito Democratico dei Popoli. Se ne parlava da qualche giorno, anche se in pochi ci credevano, e alla fine ieri anche due esponenti del partito nato dalla confluenza della sinistra curda e di alcuni spezzoni della sinistra turca hanno giurato nel nuovo esecutivo guidato dall’islamista ed erdoganiano di ferro, Ahmet Davutoglu, che dovrà portare il paese verso le elezioni già fissate per il primo novembre. Elezioni che nella strategia del partito Akp dovrebbero far recuperare ai liberal-islamisti quella maggioranza assoluta persa all’appuntamento di giugno, quando il calo del partito di governo e l’exploit dell’Hdp avevano reso impossibile la formazione di un esecutivo politico. E così ieri Muslum Dogan è stato designato ministro dello sviluppo economico ed Ali Haydar Konca ministro per le relazioni con l’Unione Europea.

Il governo elettorale è stato battezzato all’insegna delle polemiche e del caos, dopo che l’ex leader del Partito del Lavoro (Emep) ed attuale deputato dell’Hdp, Levent Tuzel, aveva rifiutato di far parte dell’esecutivo, e anche i due suoi colleghi designati ministri hanno disertato la cerimonia di insediamento in solidarietà con le vittime della repressione turca. Di fatto i due ministri dell’Hdp - è la prima volta in assoluto che esponenti di una formazione che sostiene i diritti nazionali della popolazione curda partecipano ad un governo, anche se nessuno dei due neoministri è di origine curda - fanno parte di un esecutivo svuotato completamente di autorità e relegato all’amministrazione corrente, in un paese in cui da sempre sono gli apparati paralleli dello Stato a comandare, prima all’interno di un regime nazionalista, autoritario e laico nell’orbita Nato e poi, dall’affermazione di Erdogan e dei suoi, nella nuova versione turbo liberista, islamista e altrettanto autoritaria dell’Akp.

Del governo transitorio fanno parte altri 12 ministri designati dal Partito Giustizia e Sviluppo, 11 definiti indipendenti ed un deputato del partito nazionalista di destra Mhp, che pure osteggia apertamente i curdi e da tempo chiede a Davutoglu ed Erdogan di inasprire la già feroce repressione contro la guerriglia e i fronti urbani del movimento di liberazione e di mettere fuori legge l’Hdp. L’esponente degli ultranazionalisti, Tugrul Tyrkes, (tra l’altro figlio del fondatore del movimento) designato alla carica di vice premier, è stato infatti disconosciuto dal suo partito che lo ha minacciato di espulsione se non rinuncerà all’incarico. Nel governo elettorale c’è anche una donna ministro che indossa il velo, ed anche in questo caso si tratta di una ‘prima volta’; si tratta di Aysen Gurcan, responsabile della Famiglia e delle Politiche Sociali. Docente all'Università (privata) del commercio di Istanbul, la donna fa parte del Consiglio di amministrazione di una fondazione islamista, “Il servizio dei giovani e dell'istruzione” (Turgev), di cui Bilal Erdogan - figlio del presidente turco - è uno dei principali responsabili. La fondazione è stata tra l’altro al centro di una inchiesta per corruzione e malversazione di fondi che nell’inverno del 2013 aveva travolto l’allora primo ministro Erdogan prima che le indagini fossero bloccate dall’esecutivo.

Da segnalare che, allo strategico incarico di Ministro degli Interni è andato il capo della polizia di Istanbul, Selami Altinok.

Da parte loro i nazionalisti socialdemocratici del Partito Repubblicano del Popolo (Chp) sembrano osteggiare l’esecutivo dopo il fallimento delle trattative per la formazione di un governo di unità nazionale con l’Akp naufragate nelle scorse settimane. Dopo il fallimento delle trattative seguite alle elezioni del 7 giugno la legge turca impone un ‘governo del presidente’ con la teorica partecipazione di tutte le forze politiche rappresentate in parlamento. Non sarà così, ma comunque il via libera del presidente Recep Tayyip Erdogan permette all’esecutivo elettorale di entrare in carica senza neanche chiedere ed ottenere la fiducia dell’assemblea legislativa.

La formazione del nuovo governo non ha impedito alle forze di sicurezza di Ankara di proseguire le operazioni militari contro la guerriglia curda e di attaccare villaggi e città dove più forte è il radicamento del movimento curdo che da parte sua ha intensificato di nuovo i blitz contro polizia ed esercito. A Tunceli si registrano cinque morti tra guerriglieri e poliziotti in conseguenza di un attacco ad un edificio governativo, mentre a Kiziltepe nel distretto di Merdin la polizia ha sparato contro una macchina uccidendo il 16enne Mazlum Turan e ferendo altre due persone dopo che un’esplosione aveva colpito un veicolo delle forze di sicurezza a poca distanza dalla moschea di Seyda. Due agenti sono stati invece uccisi in un attacco contro la polizia che stazionava nei pressi di un ospedale a Urfa.

Nel frattempo migliaia di abitanti hanno abbandonato le loro case nella città curda di Hakkari dopo l’ennesimo attacco della polizia contro alcuni quartieri.

Ieri invece due giornalisti britannici del network “Vice News”, Jake Han­ra­han e Phi­lip Pendle­bury, sono stati arrestati insieme al loro traduttore a Diyarbakir; l’accusa nei loro confronti è di aver filmato gli scontri tra polizia e militanti del Pkk “senza la necessaria autorizzazione delle autorità”.

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Russia - Comunisti in piazza contro la politica liberal-oligarchica del governo


Secondo un sondaggio condotto a luglio dalla società Romir e di cui Interfax ha dato notizia lo scorso 26 agosto, i russi sono oggi molto più orgogliosi del proprio paese e delle sue conquiste rispetto a qualche anno fa. Se nel 2003 il 25% degli intervistati dichiarava di non vedere nulla di cui andare orgogliosi, oggi la stessa risposta è data dal 6% soltanto. Il 34% si dice orgoglioso di Vladimir Putin e il 32% dello stesso popolo russo.

In realtà, quanto favore riscuote oggi in Russia la politica governativa, in particolare, quella sociale? A giudicare dalle manifestazioni indette ieri dal Partito Comunista della Federazione Russa, un po' in tutto il paese, se la linea di “rinascita nazionale” e di riaffermazione del peso internazionale della Russia, perseguita da Vladimir Putin, continua a godere dell'appoggio della popolazione (con un 89% allo scorso giugno che, al momento, rappresenta l'apice della sua popolarità) e degli stessi dirigenti del PC, non è così per quanto riguarda gli indirizzi interni che, secondo i comunisti russi, continuano a favorire esclusivamente gli interessi dell'oligarchia finanziaria.

La manifestazione organizzata a Mosca dai comunisti di Ghennadij Zjuganov, si è svolta all'insegna dello slogan “Dimissioni del governo liberale! Abbasso il potere del capitale e dell'oligarchia!”. Altre parole d'ordine, di contenuto più immediato, sono state “La crisi non a spese nostre”, “Prezzi e tariffe sotto controllo popolare”. “Il tentativo del governo di proseguire nel suo corso liberale è mortalmente pericoloso e criminale” ha detto Zjuganov, presentandosi come leader delle forze popolari-patriottiche russe. “Il nostro partito ha difeso e difenderà sempre il prestigio e la dignità della potenza russa” - ha in effetti esordito, ricordando come il partito abbia appoggiato le scelte presidenziali in occasione delle vicende della Crimea, di Sebastopoli e altre, aggiungendo però anche che “il nostro partito ha difeso e difenderà sempre gli interessi del popolo lavoratore. Abbiamo detto molte volte e lo ripetiamo che il capitalismo, soprattutto nel corso dei truffatori e dei liberali, è fatale per la nostra nazione. Abbiamo dichiarato e dichiariamo: solo una svolta verso il socialismo e il governo del popolo può correggere una situazione così difficile e critica”.

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sabato 29 agosto 2015

Le morti opportune nella storia d’Italia

La storia del nostro paese abbonda di morti improvvide quanto provvidenziali. Qualche anno fa il figlio di Vito Ciancimino espresse il sospetto che il padre fosse stato assassinato: il vecchio aveva detto “Parlerò se Andreotti sarà condannato” e, due giorni dopo la condanna in primo grado di Andreotti, moriva. Una morte tempestiva.

Di morti just in time è costellata tutta la nostra storia nazionale e tanto per cominciare, opportuna fu la morte del comandante generale dei Carabinieri Hazon (bombardamento) a due settimane dal 25 luglio 1943. Il 24 agosto, Ettore Muti era falciato da una raffica, durante un improbabile tentativo di fuga e, il 14 settembre, il generale Ugo Cavallero, si suicidava con un colpo alla tempia destra, pur essendo mancino (nella fretta…). Questo genere di decessi di solito avviene a grappoli, in due o tre per volta, come i cardinali, secondo il noto detto popolare.

Non sempre, però, le scomparse opportune avvengono a breve distanza. Si pensi al bandito Salvatore Giuliano (5 luglio 1950) preceduto da Salvatore Ferreri (26 giugno 1947) e seguito da Gaspare Pisciotta (9 febbraio 1954): tutti caduti – chi per piombo chi per “caffè corretto” – quando sembrava stessero diventando troppo loquaci sullo stesso tema.

E poi il colonnello Renzo Rocca, “suicidatosi” il 27 giugno 1968, a venti giorni dalla costituzione della Commissione di inchiesta sul caso Sifar, davanti alla quale morirà di infarto il generale Giorgio (25 giugno 1968), mentre stava deponendo.

In attesa di testimoniare (sulla cellula nera di Padova) era il portiere Alberto Muraro, ma due giorni prima (13 settembre 1969) cadde nella buca dell’ascensore e morì. E poi altri noti e meno noti: Armando Calzolari, Dante Baldari, Vittorio Ambrosini, Luigi Calabresi, Gianni Nardi, Bruno Rieffeser, Giancarlo Esposti per limitarci alla strategia della tensione. E poi, altri “gruppi collegati”: come Mino Pecorelli, Antonio Varisco e Giorgio Ambrosoli, o i fratelli Bisaglia e Ugo Niutta o, ancora Roberto Calvi e Graziella Corrocher; o, Giovanni Casillo e Vincenza Matarazzo: impossibile fare l’elenco completo.

Registriamo una preoccupante monotonia: infarti, fughe stroncate, incidenti d’auto e suicidi coprono circa il 75% dei casi. Rari i botti di fantasia, come quello che fece saltare in aria Vincenzo Casillo nei pressi della sede del Sismi. Almeno, una cosa un po’ originale.

C’è sempre una occasione vicina a rendere quella morte auspicabile: una deposizione in tribunale, la minaccia di una conferenza stampa (come non ricordare Luigi Tenco?), più raramente qualche particolare scadenza politica.

Mi è capitato di lavorare su una morte tempestiva, quella di Junio Valerio Borghese: che delusione! C’era tutto per pensare al solito lutto provvidenziale: a luglio Andreotti aveva fatto predisporre dal Sid il “malloppo” per la riapertura dell’inchiesta sul tentato golpe dell’8 dicembre 1970, ma, occorrendo “alleggerirlo” prima di darlo alla magistratura, dispose un rinvio al 15 settembre. Borghese spirava il 24 agosto 1974; da tre settimane aveva iniziato a dettare un memoriale convocando, per settembre, gli ex capi della X Mas, per spiegare come era andata “la notte della Madonna”. Più tempestivo di così il suo decesso non poteva essere. C’erano anche i casi collegati: il 12 novembre il tenente colonnello Giuseppe Condò – che teneva i contatti fra Sid, Borghese e Sogno – moriva di infarto a 42 anni. “Esperti” della materia, come Ambrogio Viviani, Demetrio Cogliandro o Mino Pecorelli, parlarono di “felice coincidenza” o simili. Vi dico: c’era tutto. Poi, interpellando diversi medici (tossicologi compresi), scoprii che: i sintomi descritti dai testi (compresi gli amici convinti della tesi omicida) era perfettamente compatibile con una pancreatite acuta, all’epoca, difficilmente diagnosticabile, per cui, spesso i medici pensavano a casi di suggestione ipocondriaca. E le pillole di acqua e zucchero, prescrittegli dal primo medico, che lo visitò ne sono una conferma indiretta.

Il decorso clinico era da manuale e compatibile con l’anamnesi del paziente. Per di più: difficilmente quei sintomi (come ad esempio l”addome a barca”) possono mascherare altre patologie ed è escluso che essa possa essere provocata tossicologicamente. La vita a volte è crudele: un cosi bel caso di morte ad horas sprecato! Una coincidenza vera. Un caso sfortunato.

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USA e NATO ai confini russi: dimostrazioni di forza o minaccia reale?

A Khabarovsk, nell'estremo oriente russo e confinante con la punta nordorientale della Cina, si è celebrato questa mattina (la città è avanti di otto ore rispetto all'Italia) con una parata militare, il 70° anniversario della fine della seconda guerra mondiale.
Infatti se l'8 maggio è la data della conclusione del conflitto in Europa, le ostilità con il Giappone terminarono ufficialmente solo il 2 settembre, con l'atto di capitolazione del Sol levante dopo che le operazioni militari erano cessate a fine agosto.

Ma in Europa, oggi, e proprio tutt'intorno alle frontiere russe, le manovre militari dimostrative si stanno tutt'altro che esaurendo. Uomini e mezzi della Nato vengono sempre più massicciamente dislocati nei paesi dell'Europa orientale. Esercitazioni Nato si fanno sempre più frequenti, di durata maggiore, impiego sempre più consistente di truppe e sempre minore distanza dalle frontiere con la Russia. Si infittiscono anche gli “effetti collaterali”. Sull'esempio dell'Estonia, anche la Lettonia ha intenzione di costruire una linea rinforzata lungo buona parte della frontiera con la Russia. Il pretesto, senza nemmeno discostarsi per inventiva dai vicini estoni, sarebbe, secondo il Ministro degli interni di Riga, Richard Kozlovskis, il gran numero di migranti (soprattutto vietnamiti: 250 (!) in tutto il 2015) che passano illegalmente il confine provenienti dalla Russia. Ovviamente, dato il carattere “difensivo” delle nuove opere, chiamate a proteggere i confini europei dalle “aggressioni russe”, gran parte dei costi sarà a carico dell'UE; dei 71 milioni di $ previsti per il muro estone, ad esempio, 35 saranno elargiti da Bruxelles. Più modesta la spesa prevista per il “vallo” lettone: appena 15 milioni di $ per una linea protetta di 12 metri di profondità, equipaggiata con “i più moderni mezzi tecnici” di controllo.

La realtà è che i Paesi baltici, mentre mettono a disposizione dell'Ucraina le proprie strutture difensive, si stanno da tempo attrezzando a ospitare diversi quartier generali per il dislocamento delle forze Nato di pronto intervento, con i relativi mezzi militari: carri armati, artiglierie, trasporti truppe. Ed è una pura formalità che, come scrive la russa Vzgljad, il Centro informazioni Nato di Riga si sia dimostrato, per ora, nient'altro che un “villaggio Potëmkin” (i finti villaggi di cartone che, secondo la leggenda, il principe Potëmkin aveva fatto erigere lungo il Dnepr per impressionare Caterina la Grande durante il suo viaggio in Crimea alla fine del 1700). I media lettoni hanno infatti scritto che il Centro per le comunicazione strategiche della Nato, inaugurato a Riga alla presenza dei Presidenti di Lettonia e Lituania e una delegazione di senatori statunitensi (tanto per ribadire chi comanda nella Nato) e destinato a “contrastare la linea di informazione russa sulle vicende ucraine”, si è rivelato per ora solo un locale privo addirittura del mobilio, nonché delle attrezzature tecniche necessarie.

Più di sostanza, invece, altri fatti. E senza bisogno che il premier ucraino Arsenij Jatsenjuk faccia ridere gli ascoltatori con un hegeliano “l'Ucraina deve entrare nella Nato prima di entrare nella Nato” – in realtà intendeva che l'adesione di fatto dovrebbe precedere di molto quella formale – sono ormai diversi mesi che istruttori militari Nato e statunitensi stanno addestrando le truppe ucraine, quando non prendono parte direttamente al conflitto nel Donbass. E, ora, Washington ha deciso di “fare sul serio”: il Ministro della difesa polacco Tomaš Šemonjak ha annunciato che gli USA, a partire dalla metà del 2016, cominceranno a dislocare carri armati e artiglierie semoventi in due basi, nella Polonia occidentale e nordorientale. Alla vigilia della sua visita a Berlino, il Presidente polacco Andrzej Duda aveva detto di voler discutere con Angela Merkel ulteriori modi di pressione sulla Russia e ha ricordato ancora una volta che la Polonia è felice di poter ospitare forze Nato ancora maggiori sul territorio polacco e si prepara ad aumentare il proprio budget militare, come d'altronde espressamente richiesto dalla Nato a tutti i paesi membri dell'Alleanza. Già a luglio il Segretario alla difesa USA, Ashton Carter, aveva annunciato il prossimo dislocamento di 250 tra carri armati M1A2 Abrams, blindati trasporto truppe M2 Bradley e artiglierie pesanti in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Polonia e Germania. A Mosca sottolineano come tale passo violerebbe il trattato Russia-Nato del 1997 sulla dislocazione di nuove forze stazionanti in Europa.

Ma se i mezzi di terra devono ancora arrivare, quattro caccia F-22 Raptor di quinta generazione dell'aviazione statunitense sono già atterrati alla base USA di Spangdahlem, in Germania occidentale. Sul sito della base è scritto che l'arrivo dei 4 caccia (i più costosi al mondo: quasi 150 milioni di $ ciascuno), accompagnati da 60 militari della 95° Squadriglia USA e dal velivolo da trasporto strategico C-17 Globemaster, è destinato a “rafforzare la sicurezza degli alleati e dei partner della Nato”. Lo scorso 24 agosto, il Segretario all'aviazione militare USA Deborah Lee James aveva dichiarato che il dislocamento degli F-22 in Europa è teso a rassicurare i paesi Nato di fronte a una presunta “aggressione militare russa”. La stessa James, in giugno, aveva commentato il ridislocamento in Europa di missili USA a testata nucleare con parole su “la gravissima minaccia” rappresentata dalla situazione in Russia invitando i paesi Nato ad aumentare le spese militari.

Il caccia multifunzione F-22 Raptor, messo a punto a metà anni '80 dalla Loockheed Martin-Boeing e dotato di tecnologia stealth di difficile intercettazione sui radar, nel 2005 è entrato in linea nell'USAF, che oggi dispone di 178 esemplari. Ufficialmente è uscito di produzione nel 2011, ma la sua tecnica è talmente sofisticata e segreta che, pare, gli USA non ne consentano tuttora la vendita nemmeno agli alleati più stretti; tant'è che gli Stati Uniti “raccomandano” l'acquisto degli altrettanto costosi F-35. Caccia F-22 sono già dislocati nella base statunitense di Thule, in Groenlandia, “come risposta” alla modernizzazione della base russa di Murmansk. Il velivolo sarebbe stato impiegato per la prima volta nel 2014 contro l'Isis in Irak e Siria. Armato con bombe e razzi (aria-aria e aria-terra), ha un raggio d'azione di 5.500 chilometri e una velocità massima di 2.500 Km/h: dislocato in una base britannica, ad esempio, fanno notare a Mosca, potrebbe raggiungere la capitale russa in un'ora. Già prima dell'arrivo degli F-22 in Germania, il canale televisivo Vesti.ru notava come, in ogni caso, lo stealth Usa troverebbe pronto ad accoglierlo il nuovo stealth russo Sukhoj T-50, la cui entrata in servizio è prevista per il 2016. Da terra, ci sarebbero i complessi missilistici S-400 Triumf (in servizio dal 2007) e l'S-500 Prometeo, atteso tra due anni.

In ogni caso, anche se, da parte russa, si tende a qualificare le mosse USA soprattutto come pure “dimostrazioni di forza”, per quanto provocatorie, c'è da stare tranquilli?

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Grecia, si vota il 20 settembre. Fuga da Syriza

Da ieri la Grecia ha un primo ministro donna, Vassiliki Thanou, presidente della Corte di Cassazione di Atene. Sarebbe una notizia di natura storica se il magistrato considerato vicino alla posizioni della Syriza in versione moderata non avesse il triste compito di traghettare il paese verso le elezioni convocate ufficialmente per il prossimo 20 settembre. A capo di un esecutivo ‘balneare’ e pieno di cosiddetti tecnici di 14 ministri, la prima donna premier del paese non avrà né il tempo né l’autorità per decidere alcunché, anche se il governo elettorale avrà un ruolo sicuramente importante nel tentativo di orientare il voto dei greci in vista dell’appuntamento del 20 settembre. Dietro la facciata dei cosiddetti ‘tecnici’ si celano in realtà esponenti della ‘vecchia politica’ e di alcuni dei partiti filo troika, tra i quali lo stesso Pasok e anche Sinistra Democratica, scissione di destra di Syriza scomparsa dal parlamento alle elezioni del 25 gennaio dopo aver governato insieme a socialisti e conservatori. Non ci sono invece esponenti riconducibili direttamente a ciò che rimane del partito di Tsipras, nel tentativo forse di restituire una certa verginità ad una forza politica che nel giro di sei mesi ha tradito promesse e aspettative generate fino allo storico appuntamento di fine gennaio. Di fatto l’esecutivo Thanou avrà l’ingrato compito di garantire l’applicazione senza ritardi e ostacoli di quanto imposto ad Atene dall’Unione Europea, dalla Banca Centrale e dal Fondo Monetario, il che non lo renderà certo simpatico a quei cittadini che si stanno pian piano accorgendo dell’impossibilità di rimanere membri di serie A della federazione continentale senza subire politiche lacrime e sangue. Chiaro il messaggio inviato ad Atene dal capo dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem: "Dovrà continuare a prepararsi al salvataggio fino alle elezioni".

La campagna elettorale è partita, con Alexis Tsipras che un giorno rispolvera le antiche promesse – lotta all’austerità – anche se con una credibilità sempre più debole e l’altro pronuncia dichiarazioni che chiedono al popolo e alla classe politica “responsabilità” e “realismo”.

Fioccano intanto i sondaggi, con risultati assai distanti a seconda degli istituti promotori. Quello pubblicato dal quotidiano Efi­me­rida ton Syn­tak­ton sancisce sì il vantaggio di Syriza, ma con solo il 23%, tallonata a pochissimi punti da Nuova Democrazia data al 19.5%. I neonazisti per ora vengono dati stabili al 6.5% – il timore di molti è che l’incapacità e la mancanza di determinazione da parte del governo Tsipras aprano la strada ad un boom dell’estrema destra – mentre i comunisti del Kke non schiodano dal loro 5%. Stabili – nella loro disgrazia – anche il Pasok, accreditato di un non certo entusiasmante 4.5% a pari merito con To Potami, il partito centrista guidato dal presentatore Stavros Theodorakis che si attesterebbe solo al 4%, appena sopra lo sbarramento del 3%. D’altronde lo spazio politico di centrosinistra è ormai totalmente occupato da una Syriza 2.0 depurata dalle correnti più radicali che hanno dato vita a Unità Popolare, data nei sondaggi tra il 3.5 (il più recente) e il 6%. I sondaggi valgono quello che valgono, e tutto potrebbe decidersi all’ultimo momento, anche tenendo conto del fatto che il sondaggio promosso dal quotidiano citato registra un 25% di indecisi.

Un altro sondaggio, pubblicato poco prima da Metron Analysis, dà Syrizia al 29% contro il 27,8% di Nuova Democrazia, i neonazisti di Alba Dorata all’8,3%, i liberali di To Potami al 6,7% e Unità Popolare al 4,1%.

Ma difficilmente è prevedibile un boom di Syriza pari a quello che ha portato l’ex sinistra radicale alla vittoria, seppur monca, del 25 gennaio. Inoltre tutte le rilevazioni danno i Greci Indipendenti, la destra nazionalista alleata di Syriza nel governo dimessosi pochi giorni fa, in caduta libera, addirittura sotto al 3% e quindi fuori dal prossimo parlamento. Tsipras ha affermato in una intervista che non accetterà di “guidare” un governo insieme al Pasok e a Nuova Democrazia – che pure  gli hanno assicurato la maggioranza per approvare le draconiane misure imposte da Bruxelles quando tra 30 e 40 deputati della formazione hanno votato contro il Terzo Memorandum o si sono astenuti – ma che potrebbe sostenere dall’esterno per non costringere il paese a votare di nuovo gettandolo nel caos.

La disillusione sembra prevalere. Secondo il sondaggio di Efi­me­rida ton Syn­tak­ton ben il 64% dei potenziali elettori è in disaccordo con la decisione di Tsipras di dimettersi, uno su due sembra invece non dar credito alla promessa di alleggerire le misure di austerity se l'ex premier fosse rieletto.

Mentre la formazione di sinistra radicale e antieuro fondata dall’ex ministro Panagiotis Lafazanis conquista l’ex viceministra delle finanze, Nadia Valavani, la presidente della Camera Zoe Konstantopoulou pare sia intenzionata a fondare un nuovo movimento politico che potrebbe contare sull’adesione dell’ex partigiano ed icona della sinistra greca, l’ex europarlamentare Manolis Glezos e di altri settori critici del partito che si va lentamente sfilacciando, mettendo in cantiere una possibile federazione con il partito fondato dalla ex Piattaforma di Sinistra sul modello di ciò che era l’alleanza tra le varie formazioni della sinistra radicale prima della normalizzazione operata al fine di apparire coesi e credibili in vista dell’accesso al governo.

L’ex ministro e picconatore Yanis Varoufakis da parte sua ha affermato che non intende partecipare a quelle che ha definito ‘elezioni tristi’ e che si occuperà di creare una fondazione di carattere europeo e internazionale che recuperi i valori ‘tradizionali’ di Syriza e conservi l’illusorio impegno a ‘cambiare l’Unione Europea’, marcando così le distanze dalle posizioni antieuro dell’Unità Popolare che intanto invece sembra convincere altri settori dell’estrema sinistra ellenica. Tra questi l’ex presidente del Synaspismos Alekos Alavanos e anche il movimento “Piano B”, mentre dentro Antarsya la disponibilità a far parte della partita registra ancora qualche stop and go.
Da vedere cosa decideranno alcuni dei ‘dissidenti’ rimasti ancora dentro Syriza che intanto appronta lo stringente meccanismo che porterà alle elezioni – con liste bloccate decise dagli organi dirigenti e senza preferenze – del 20 settembre che certo non premieranno gli esponenti critici. L’attenzione è puntata soprattutto sul cosiddetto ‘Gruppo dei 53’, la sinistra dell’ex maggioranza congressuale, e anche sull’ex segretario del partito Tasos Koronakis che si è dimesso in polemica con la svolta moderata di Tsipras. Alcuni, compresi deputati ed ex ministri e viceministri, probabilmente resteranno a casa saltando un turno, tentando di capire verso quale direzione evolverà lo scenario politico ellenico nei prossimi mesi.

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venerdì 28 agosto 2015

Five to one


Roma è “anemica” e il governo la commissaria

Marino fa buon viso a cattivo gioco, oppure è fatto proprio così, tutto contento di suo. "Le parole del ministro Alfano e le decisioni del Consiglio dei Ministri spazzano via il chiacchiericcio e i rumors di un commissariamento di fatto del Campidoglio che non è mai esistito". Così il sindaco di Roma Ignazio Marino, dopo un lungo silenzio, ha commentato in una nota le decisioni assunte dal Consiglio dei Ministri sulle sorti della Capitale e soprattutto sulla gestione del Giubileo straordinario che comincerà l’8 dicembre prossimo. "Non posso che dirmi soddisfatto per le decisioni importanti, attese e positive che arrivano oggi dal Governo” ha aggiunto Marino. Nel frattempo il Ministero degli Interni ha provveduto a sciogliere il consiglio del X Municipio, quello di Ostia (il presidente era il giovane e rampante piddino Tassone), per infiltrazioni mafiose.

Il governo era intervenuto a gamba tesa sul Comune di Roma per il Giubileo affidando al Prefetto gran parte delle competenze e all'autorità anticorruzione la supervisione sulle procedure per i lavori infrastrutturali della Capitale. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, in conferenza stampa ha illustrato le decisioni assunte dal Consiglio dei ministri affermando che: "Non c'è nessun commissariamento". De Vincenti ci ha tenuto a precisare: "Attenzione, non c'è nessuna deroga sulle procedure, ma la possibilità di ridurre i tempi". A questo proposito, "abbiamo fatto riferimento alla metodologia utilizzata per l'Expo di Milano, dove all'autorità anticorruzione è stato affidato compito di supervisione delle procedure, in modo da rafforzare l'azione della giunta capitolina per la realizzazione delle opere necessarie". "Le risorse - ha aggiunto - vengono da quelle già a disposizione del comune e da quelle del piano di rientro di Roma Capitale”. In sostanza, come dice l’assessore Sabella, con l’Expo "L'unica differenza purtroppo sono i soldi... che per Roma non ci sono”. Insomma nozze con i fichi per il Giubileo voluto da Papa Francesco con dieci anni di anticipo sulla sua convocazione canonica (ogni 25 anni). "Roma oggi è una città anemica spiritualmente e questo dà il via a tutte quelle conseguenze morali negative; perciò c'è bisogno di una nuova linfa vitale che la percorra” dice l'appello lanciato da Lourdes dal cardinale vicario di Roma Agostino Vallini. Con monsignore occorrerebbe però intendersi sulla linfa.

In sostanza al Comune di Roma resta in mano solo il cerino di assicurare la mobilità e l’accoglienza in occasione del Giubileo, alla Regione quello di garantire l’assistenza sanitaria ai pellegrini, tutto il resto finisce nelle mani del Prefetto. Negative le reazioni dei consiglieri del M5S: “Questa invenzione di Renzi/Alfano in Consiglio dei Ministri è totalmente inammissibile perché "mettere sotto tutela una città" non esiste nel nostro ordinamento: il TUEL (Testo Unico degli Enti Locali), infatti, prevede una serie di misure ma non "mettere sotto tutela un comune": questo provvedimento deriva dalla loro paura di andare ad elezioni” – hanno dichiarato i consiglieri M5S in Campidoglio – “Dunque viene attuato un "commissariamento morbido" per cui il nostro nuovo sindaco (non eletto) è Gabrielli, sindaco di una città al collasso. Pertanto noi accogliamo questa decisione con estremo sfavore e grandissima preoccupazione”.

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In Turchia attacchi e repressione, decine di morti

Si fa sempre più pesante la situazione in Turchia dove ormai da molte settimane il regime ha scatenato una vasta e capillare campagna militare contro la guerriglia del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, accompagnata da una feroce repressione nei confronti dei dirigenti e dei militanti delle formazioni politiche curde.
Nelle ultime ore la Commissione diritti umani del Partito Democratico dei Popoli (HDP) ha diffuso un bilancio del periodo tra il 17 giugno ed il 26 agosto che purtroppo è destinato a crescere vista l’intensificazione degli attacchi alle postazioni del Pkk e alle zone del Kurdistan che hanno dichiarato l’autogoverno contestando l’occupazione di Ankara.

Secondo il rapporto sono finora 78 le persone che hanno perso la vita dalle elezioni fino alla metà di agosto e nello stesso periodo ben 1.628 persone sono state arrestate e di queste 298 sono state incarcerate per motivi politici. Circa 220 tra gli incarcerati sono dirigenti e militanti dell’Hdp e del Partito delle Regioni (Bdp), in altri casi si tratta di esponenti della sinistra rivoluzionaria turca. In totale i rappresentanti politici curdi arrestati finora e denunciati, ha dichiarato la parlamentare di Diyarbakir dell’Hdp, Sibel Yigitalp, sono stati 1464.

All’alba di oggi la polizia ha perquisito un certo numero di abitazioni all’interno di una campagna di contrasto alle recenti dichiarazioni di autogoverno da parte di alcune località. La co-sindaca della municipalità di Nusaybin e i co-presidenti del DBP  Ziynet Algan e İdris Yavuz, il dirigente del DBP Alaveddin Aslan e alcuni lavoratori dell’amministrazione locale di Nusaybin sono stati arrestati. In carcere erano già finiti nei giorni scorsi per motivi analoghi i co-sindaci di Hakkari, di Sur, di Silvan, di Lice, di Edremit, di Eleşkirt.

Inoltre tra il 4 e il 19 agosto, nove uffici della formazione politica che unisce curdi e alcune sinistre turche sono stati attaccati in varie parti del paese da gruppi riconducibili all’estrema destra nazionalista e al fondamentalismo religioso.

Ma cresce soprattutto il conteggio delle vittime di quella che ormai va considerata una vera e propria guerra, con battaglie campali, scontri e attacchi della guerriglia e feroci rappresaglie contro i civili da parte delle forze armate turche.

Solo nelle ultime ore le operazioni militari di Ankara hanno provocato 11 morti, inclusi tre minorenni, e fatto 24 feriti. Nella città di Yuksekova quattro persone hanno perso la vita e 20 sono rimaste ferite a causa del blitz dell’esercito contro alcuni quartieri della città.

A Cizre, nel distretto di Sirnak, vicino alla frontiera con la Siria, gli attacchi dell’esercito hanno fatto altri 4 morti, compresi un ragazzo minorenne e un bambino di soli 7 anni, Baran Çağlı, che è rimasto intrappolato sotto un muro crollato durante gli scontri con gli abitanti della zona. Morto anche un guerrigliero.

Nella città di Sirnak un civile è morto a causa delle ferite riportate durante la notte, colpito da un proiettile nella schiena.

Anche un sedicenne ha perso la sua vita dopo essere stato colpito ieri sera alla gola da un proiettile durante gli scontri tra insorti e forze armate.

A Bazid, nel distretti di Agri, ieri sera è morto un 28enne, ucciso dalla polizia che ha sparato contro la sua automobile ad un posto di blocco.

Alla lista vanno aggiunti sei guerriglieri del Pkk uccisi e quattro soldati turchi feriti nel corso degli scontri avve­nuti nella pro­vin­cia sudo­rien­tale di Bitlis.

Dall’inizio dei bombardamenti su alcuni villaggi e cittadine curde del sud est della Turchia sono ormai circa 100 mila gli abitanti sfollati che hanno dovuto abbandonare le proprie case. A Silvan, distretto della provincia di Diyarbakir, dove la scorsa settimana è stato dichiarato il coprifuoco, circa 6 mila persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni. Per l’occasione il regime di Ankara – senza governo ma con il potere saldamente in mano in attesa delle elezioni convocate per il prossimo primo novembre – ha rispolverato di fatto la legislazione d’emergenza che concede mano libera ai militari utilizzata ininterrottamente dal 1987 al 2002 in tutte le province a maggioranza curda.

Ben 15 province del sud-est sono già state dichiarate “zone di sicurezza militare temporanea” e le residue garanzie costituzionali che resistono al giro di vite di Erdogan e dell’Akp sono state sospese.

Dall’inizio delle operazioni militari e dei bombardamenti, fa sapere il governo turco, sarebbero 771 i combattenti della guerriglia curda ad essere stati uccisi. Un bilancio probabilmente gonfiato, ma certo il numero delle vittime della repressione turca sembra essere comunque consistente.

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