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venerdì 31 luglio 2015

Il Pkk intensifica gli attacchi, Ankara si vendica: indagati i portavoce dell’Hdp

E’ una vera e propria guerra quella in corso dal fine settimana scorso tra la guerriglia curda del Partito dei Lavoratori del Kurdistan e le forze di sicurezza di Ankara. L’ultimo episodio risale a questa mattina quando due poliziotti turchi sono morti in conseguenza di un attacco del fronte combattente del Pkk realizzato contro un commissariato a Pozanti, nella regione meridionale di Adana. Secondo notizie non confermate nel violento scontro a fuoco sarebbero morti uno o due guerriglieri curdi. Dall’inizio delle operazioni militari turche contro le basi del Pkk nel nord dell’Iraq e nelle regioni anatoliche della Turchia la reazione armata della guerriglia ha causato la morte finora di 13 tra agenti di polizia e militari, tra i quali alcuni ufficiali.

Intanto continuano massicci e senza sosta i bombardamenti dell’aviazione turca – 30 i caccia F-16 utilizzati da Ankara e altrettanti gli F-4 – contro le postazioni del Pkk e i villaggi curdi sulle montagne che segnano la frontiera tra Turchia e Iraq. Per ora non esiste un bilancio ufficiale delle perdite militari inflitte alla guerriglia e dei civili uccisi nel corso dei raid, anche se ieri il quotidiano Hürriyet, riportando alcune dichiarazioni di esponenti anonimi dei servizi segreti (Mit) parlava addirittura di 190 militanti curdi uccisi e di altri 300 feriti nei bombardamenti degli ultimi giorni. Sicuramente si tratta di cifre gonfiate per dare in pasto all’opinione pubblica interna alcuni risultati nella “lotta al terrorismo” dichiarata dal regime nei confronti del nemico curdo e dell’estrema sinistra e non certo nei confronti dei jihadisti che dopo i primi raid del 24 luglio non sono più stati colpiti in territorio siriano. Però certamente l’aviazione turca sta intensificando la potenza e il numero dei raid su Qandil e su altre località dove si concentrano i combattenti curdi e il bilancio delle vittime non può che essere alto.

E’ anche sul fronte interno che il regime liberista e islamista turco è all’offensiva contro i curdi. Continuano in tutto il paese gli arresti nei confronti di militanti delle formazioni politiche curde Hdp e Bdp e contro i membri dei partiti marxisti turchi (principalmente il Fronte Rivoluzionario Dhkp-C). A fronte di 1200 arresti di curdi e militanti dell’estrema sinistra, solo alcune decine sono coloro che sono stati fermati e arrestati perché accusati di sostenere lo Stato Islamico e altre organizzazioni jihadiste.

D’altronde il nemico principale della campagna repressivo-militare dell’accoppiata Erdogan-Davutoglu sembra essere diventato quel Partito Democratico dei Popoli che il 7 giugno scorso, a sorpresa, ha ottenuto il 13% dei voti, portando ben 80 deputati in parlamento dopo aver superato inaspettatamente la draconiana soglia di sbarramento fissata al 10%, scippando all’Akp la maggioranza assoluta dei voti. Forte per ora di una parziale complicità da parte dei due partiti nazionalisti laici – il socialdemocratico Chp e lo sciovinista Mhp – i liberal-islamisti puntano sembra a togliere letteralmente di mezzo il partito nato lo scorso anno dalla confluenza delle formazioni della sinistra curda e di alcuni movimenti della sinistra radicale turca rafforzati dalla contestazione di massa ai tempi di ‘Occupy Gezi’.

Alla via repressiva e militare Ankara associa ora, come d’altronde in passato – non si contano i partiti curdi messi fuori legge negli ultimi decenni – quella giudiziaria. Ieri l’ufficio della procura di Diyarbakir ha avviato un’inchiesta contro i co-presidenti dell’HDP (Partito democratico dei popoli) Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, accusandoli di “armare e provocare una parte della popolazione contro un altra parte” in linea con l’articolo 241/2 del codice penale turco. Le accuse contro Demirtaş, accusato anche di "disturbo dell'ordine pubblico" e "incitamento alla violenza" sono in realtà relative a fatti che risalgono al 6 ottobre del 2014, quando i sostenitori del partito vennero esortati nel corso di un comizio a scendere in piazza contro le politiche del governo turco di sostegno allo Stato Islamico. E’ quindi evidente quanto l’avvio dell’inchiesta rappresenti una mossa del tutto strumentale all’attuale strategia del regime. Il portavoce e volto pubblico del Partito Democratico dei Popoli, se riconosciuto colpevole, rischia fino a 24 anni di reclusione.

Anche l’ufficio della procura di Urfa ha avviato un’inchiesta contro la co-presidente di HDP Figen Yüksekdağ,con l’accusa di “diffusione di propaganda di una organizzazione terroristica” in relazione alla sua dichiarazione “Noi appoggiamo le YPG, le YPJ ed il PYD”, cioè il partito curdo siriano e le Unità di Protezione del Popolo e delle Donne che combattono i jihadisti nel Rojava. La Yüksekdağ aveva pronunciato queste frasi in una manifestazione che si era svolta a Suruç, all’inizio di luglio, in occasione della celebrazione dell’anniversario della proclamazione del Confederalismo Democratico nei cantoni curdi del nord della Siria. Nel mirino della magistratura anche il deputato di Sirnak, Faysal Sarıyıldız, indagato perché accusato di aver partecipato alla fornitura di armi alle milizie popolari dell’Ypg.

L’iniziativa della magistratura segue di pochissimi giorni le dichiarazioni del presidente Recep Tayyip Erdogan che nel corso di una conferenza stampa aveva annunciato la rimozione dell’immunità parlamentare per quegli esponenti politici che sostengano “il terrorismo”. "Ritengo che i dirigenti del partito debbano pagare un prezzo. Coloro che si appoggiano ai gruppi terroristici devono essere privati dell'immunità parlamentare e pagare", aveva detto il ‘sultano’.

Minaccia alla quale i leader dell’Hdp avevano reagito affermando la disponibilità da parte degli 80 deputati della formazione a rinunciare all’immunità nel caso in cui gli eletti di tutti gli altri partiti avessero fatto lo stesso. Nel frattempo i nazionalisti di destra dell’Mhp (ex Lupi Grigi) hanno presentato presso la Corte Suprema una richiesta di messa fuori legge dell’Hdp “a causa dei suoi legami con gruppi terroristi”.

Nel tentativo di diffondere confusione tra la popolazione curda e di screditare l’Hdp, il governo turco uscente è arrivato ad affermare che il partito stia addirittura agendo contro la volontà del leader curdo Abdullah Ocalan, incarcerato nell’isola prigione di Imrali. Il vice premier Yalçin Akdogan, figura influente delle trattative di pace, ha affermato che "l'Hdp mente quando dice che Ocalan è contrario al sistema presidenziale" auspicato dall’Akp e frustrato per ora dal mancato raggiungimento di una maggioranza assoluta in parlamento tale da permettere all’Akp di riformare la Costituzione. "L'Hdp si è fatto manipolare, ha fatto saltare il processo di pace, è ormai chiaro. Come dice lo stesso Ocalan, quando si vuole risolvere la questione curda, scatta un meccanismo per fermarlo. Nell'ultimo periodo abbiamo assistito ad un meccanismo inteso a contrapporsi a Erdogan, quale principale artefice e attore della risoluzione. L'Hdp ha impostato il proprio piano d'azione sull'opposizione a Erdogan", ha aggiunto il vice premier.

Selahattin Demirtaş ha risposto alle incredibili e fantasiose accuse affermando in un'intervista che Erdogan era a favore del processo negoziale ma "ha cambiato idea nel momento in cui ha visto i risultati dei sondaggi che indicavano un calo dei voti dell'Akp".

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L'occupazione diminuisce e sbugiarda Renzi

La politica dei falsari dovrebbe impallidire davanti ai numeri. Ma abbiamo a che fare con delle pure macchine da dichiarazione al momento, quindi non c'è nessun dato - ai loro occhi - che possa dimostrare nulla. Hanno un valore solo se sembrano dar loro ragione, altrimenti non esistono o sono - come in questo caso - "oscillanti".

Occupiamoci prima dei fatti e poi dei falsari.

L'Istat ha pubblicato stamattina i numeri relativi all'occupazione (e alla disoccupazione) nel mese di giugno. E ha registrato che la crescita di aprile (+0,6%), già dimezzata dal calo di maggio (-0,3%), ha continuato a scendere (-0,1). Nessuna spiegazione sulle cause, che ovviamente non competono - specie su tratti così brevi - all'Istat. Però, se si ha un po' di internità ai luoghi di lavoro reali, si sa benissimo che una serie di posizioni "in nero" erano state "regolarizzate" in conseguenza dell'entrata in vigore del Jobs Act. Nulla di "benefico" per i lavoratori coinvolti: in fondo restavano minacciati di licenziamento immediato come prima, quando erano "cladestini" (indipendentemente dal passaporto), prendevano gli stessi soldi, lavoravano lo stesso numero infinito di ore... ma ora è diventato tutto "legale". Anzi, il governo regala tre anni di contributi gratis alle imprese che "assumono", senza stare a guardare se si tratta appunto di "emersione" dal nero o di nuove assunzioni reali.

Fin qui nessuna sorpresa, dunque. Finito l'effetto, si torna al trend normale.

Il tasso di occupazione, infatti, pari al 55,8%, cala nell'ultimo mese di 0,1 punti percentuali. Rispetto a giugno 2014, un anno prima, l'occupazione è in calo dello 0,2% (-40 mila), mentre il tasso di occupazione rimane invariato. La vogliamo mettere in politica? Un anno di governo Renzi (16 mesi, per l'esattezza) ha fatto diminuire l'occupazione di 40.000 unità. Punto.

Naturalmente, aumenta il numero dei disoccupati: +1,7% (+55 mila) su base mensile. E naturalmente cresce anche il tasso di disoccupazione: +0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente, tornando così al 12,7%. Nei dodici mesi il numero di disoccupati è aumentato del 2,7% (+85 mila) e il tasso di disoccupazione di 0,3 punti percentuali. Tutto a conto del governo attuale e della sua gestione della crisi, spiaccicata sui diktat della Troika.

Un saldo negativo incontestabile che però non ha scoraggiato il ceto dei mentitori di professione. Dovendo per forza trovare qualcosa di "positivo", sia Renzi e che il scudiero economico - quel Filippo Taddei che si era già meritata la nostra "torta in faccia" di ieri - ha puntato tutto sulla "diacronia" tra crescita economica e crescita dell'occupazione: «L’occupazione segue la crescita economica, difficilmente accade il contrario», quindi secondo lui «va sottolineato quanto velocemente sia calato il numero dei lavoratori in cassa integrazione tra l’inizio del 2015 e il 2014: si tratta di più di 110mila occupati effettivi in più al lavoro. È normale che sia così: quando l’economia si rimette in moto prima tornano al lavoro i cassaintegrati, poi si aprono gli spazi per i disoccupati. È ingiustificato emettere giudizi definitivi sugli effetti della riforma del lavoro o della politica economica del Governo in questo momento». «Nelle economie avanzate - ne ricava - gli aumenti dell’occupazione seguono con un ritardo di 6 mesi la crescita economica. Per l’economia italiana, dove la crescita è ripartita nei primi sei mesi del 2015, questo significa che vedremo gli effetti più forti sull’aumento dell’occupazione nella seconda metà del 2015».

Più ruspante e terra terra il suo capoufficio, Matteo Renzi, che preferisce bearsi col numero degli "inattivi". Il loro numero (individui tra i 15 e i 64 anni) diminuisce nell'ultimo mese (-0,1%, pari a -18 mila). Il tasso di inattività, pari al 35,9%, diminuisce di 0,1 punti percentuali rispetto a maggio. Su base annua gli inattivi sono diminuiti dello 0,9% (-131 mila) e il tasso di inattività di 0,2 punti. 

Gli esperti di statistica spiegano il calo degli "inattivi" - quelli che non hanno un lavoro e neanche lo cercano, iscrivendosi ai centri per l'impiego - nel modo più naturale: il numero degli anziani che esce dall'"età lavorativa" (sopra i 64 anni, per convenzione statistica) è da decenni superiore a quello dei giovani che vi entrano (over 15 anni). Il fenomeno è arcinoto: "invecchiamento della popolazione".

Come se lo spiega invece quella "testa fine" in economia a nome Renzi? «Quelli che sono gli sfiduciati tornano a crederci, aumenta il numero delle persone di chi ha trovato il posto di lavoro, ma anche di chi lo sta cercando. Questo è il segnale di una piccola ripartenza». Se poi morissero un po' più di persone in età da lavoro saremmo veramente al colmo della "fiducia"!

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Bimbo palestinese muore in casa data alle fiamme da coloni israeliani

Un bimbo palestinese di un anno e mezzo, Ali Dawabsha, è morto carbonizzato nell’incendio doloso della sua abitazione causato dal lancio, questa mattina all’alba, di bottiglie molotov da parte di un gruppo di quattro coloni israeliani entrati nel villaggio di Kfar Douma, nella provincia di Nablus. I suoi genitori e un fratellino di 4 anni, Ahmad, sono stati ricoverati in ospedale per gravi ustioni, secondo quanto riferiscono fonti locali.

Secondo quanto raccontato da testimoni, i coloni avrebbero agito poco prima dell’alba. Sui muri delle abitazioni prese di mira hanno lasciato scritte come “Vendetta” e “Lunga vita al Messia”, poi hanno lanciato delle bottiglie incendiarie. Le fiamme hanno subito avvolto le case. Chi era all’interno ha avuto pochi attimi per scappare.

Il padre è riuscito a mettere in salvo la moglie e un figlio di quattro anni ma non il piccolo Ali Dawabsha a causa delle fiamme e del fumo. Qualcuno ha poi raccontato di aver visto i quattro fuggire in direzione della colonia di Maale Efraim.

Lo stesso esercito israeliano parla di atto di terrorismo e l’attacco è stato condannato anche dal primo ministro Benyamin Netanyahu e dal ministro dell’istruzione Naftali Bennett, leader del partito ultranazionalista Casa Ebraica che rappresenta il movimento dei coloni.

Gli attentatori potrebbero aver colpito per vendicare le demolizioni di due edifici nella colonia di Bet El, vicino Ramallah, ordinata due giorni fa dalla Corte suprema israeliana.

“Israele è responsabile ”di questo crimine odioso” ha protestato Nabil Abu Rudeina, portavoce del presidente palestinese Abu Mazen. L’Autorità nazionale palestinese accusa il governo Netanyahu di aver aiutato in ogni modo la colonizzazione, di aver garantito impunità ai coloni e per questo intende rivolgersi alla Corte penale internazionale.

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Renzi va sotto sulla Rai. Ma la spartizione avanza

Il governo va sotto nonostante i “responsabili” di Denis Verdini. È accaduto al Senato e su un provvedimento importante – in chiave di controllo dei media – come il rinnovo delle cariche del consiglio di amministrazione della Rai.

L'emendamento su cui è avvenuto il “fattaccio” sembra secondario – la delega al governo per la riforma del canone – ma mette in discussione l'esistenza stessa di una maggioranza stabile. La Commissione di Vigilanza, con la blindatura offerta dai verdiniani, aveva approvato infatti il punto centrale del provvedimento: la nomina di sette dei nove consiglieri di amministrazione con le modalità previste dalla teoricamente aborrita “legge Gasparri” (un nome, una garanzia), compresi i nuovi poteri per l'amministratore delegato, ahi noi previsti da una norma che non è stata ancora approvata.

Procedura piuttosto originale, sul piano costituzionale, e che dovrebbe trovare l'opposizione del presidente della Repubblica, se si sentisse investito – come dovrebbe essere – della funzione di “guardiano della Carta”.

È evidente che tanta fretta – quei poteri diventeranno effettivamente esercitabili solo quando quell'altra legge verrà approvata, se mai lo sarà – è giustificata da un intento indicibile: la spartizione delle poltrone ai vertici della Rai tra Pd e Forza Italia, soprattutto per quanto riguarda la statutaria maggioranza dei due terzi necessaria ad eleggere l'a.d. Scopo esplicito: tener sotto controllo la principale fonte d'informazione del paese in vista delle sempre più probabili elezioni politiche nel 2016.

L'”incidente” del finire in minoranza, sembra evidente, è merito della minoranza “dem”, che ha fatto blocco con Cinque Stelle, Sel e Lega contro il provvedimento. Ma quel "coraggio" non è stato sufficiente a mettere in discussione il punto centrale del provvedimento (nomine e poteri). Testo che oggi approda comunque in aula a palazzo Madama e che, se approvato in questa forma, dovrà necessariamente essere rivisto alla Camera per poi tentare, in un secondo e obbligatorio passaggio al Senato, l'ennesimo blitz con voto di fiducia.

Dalla prossima settimana i giochi si sposteranno tra Palazzo San Macuto e Palazzo Chigi. Il premier dovrebbe indicare nei prossimi giorni il nome del dg e del presidente. Secondo i rumors, non è escluso un tandem tutto al femminile. Per la guida aziendale circolano i nomi di Marinella Soldi di Discovery e Tinni Andreatta, attuale direttore della fiction della tv pubblica, ma sarebbero in corsa anche uomini di prodotto come Andrea Scrosati di Sky o Andrea Castellari di Viacom. Per la presidenza si fa il nome di Luisa Todini, imprenditrice che è stata anche parlamentare di Forza Italia (anche se la loro prima scelta è Antonio Pilati), ma pare più probabile che si opti per un volto noto della Rai (probabilmente un ex, come ad esempio il sempre disponibile Giovanni Minoli).

Quanto ai consiglieri, la maggioranza dovrebbe averne quattro, due il centrodestra. Circolano, tra gli altri, i nomi di Antonio Campo Dall'Orto, Ferruccio De Bortoli, Marcello Sorgi, Bianca Berlinguer. Al M5S, in questo schema, dovrebbe andare un solo rappresentante: la figura in pole position è quello di Carlo Freccero. Prestigioso, competente (l'unico, nel mazzo di nomi che circola) e certamente indipendente. Ma solo.

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Tsipras vuole una ‘Syriza 2.0’, di governo. Il Koe fuori dal Comitato Centrale

Va avanti decisa la strategia per la rapida normalizzazione di Syriza portata avanti da Alexis Tsipras allo scopo di eliminare o rendere ininfluente il dissenso interno rispetto alla nuova linea di capitolazione nei confronti della Troika, che nei giorni scorsi il primo ministro ha definito ‘una ritirata strategica’.

Dopo molti rinvii, giovedì si è finalmente tenuto il Comitato Centrale di Syriza, il primo dopo la firma del terzo memorandum, preceduto (come da insegnamento bertinottiano, verrebbe da dire) da un’intervista giornalistica in cui il Primo Ministro metteva già le carte in tavola e indirizzava la discussione all’interno del parlamentino del partito. Dai microfoni della radio “Kokkino” il suo intervento è stato chiaro, netto e di segno ultimativo, preconizzatore di un cambio totale di modello di organizzazione politica e di cultura politica: “Il modello Syriza non è fatto per governare”, ha affermato in un passaggio, “quel modello pluralista e polifonico è fallito…. Syriza non si è mai trasformato in un partito unitario e la responsabilità è solo mia” e, continuando sulla falsariga dei tristemente noti richiami alla cultura di governo “c’è una sinistra nella società che si esprime a milioni, mentre Syriza rimane ancora il partito dei 30 mila militanti”.

Sui parlamentari dissidenti, una quarantina, che non hanno votato le misure imposte dal memorandum si è espresso così: “Non posso capirli. Abbiamo deciso tutti insieme di fare di tutto per cercare di salvare le banche e quei cittadini che hanno scelto di non portare i loro risparmi all’estero. Poi torno indietro e mi sento dire: sosteniamo il governo ma votiamo contro l’accordo ottenuto. Non è possibile andare avanti così”. Il Primo Ministro, pertanto, afferma per la prima volta dopo il voto parlamentare di non essere disposto ad andare avanti con un governo di minoranza (anche se prima di tale voto aveva fatto balenare la possibilità di dimettersi nel caso in cui il gruppo parlamentare di Syriza non lo avesse sostenuto in maniera compatta) e vorrebbe che i deputati dissidenti adempiano all’obbligo statutario di dimettersi in caso di dissenso con il voto deciso dalla maggioranza del gruppo parlamentare. Ovviamente, nel suo ragionamento il leader ellenico omette di dire che i parlamentari, come tutto il corpo dirigente e militante di Syriza, sono stati messi di fronte da un giorno all’altro al fatto compiuto della firma del terzo memorandum, nei confronti del quale ci sono state espressioni di dissenso ad ogni livello organizzativo, dalla segreteria al Comitato Centrale passando per la direzione; in questo quadro, pertanto, non si capisce a quale disciplina di partito possa appellarsi.

Il discorso indirizzato da Tsipras alla platea del Comitato Centrale, convocato, giova ripetere, a babbo morto, è stato del medesimo tenore, secondo quanto filtra. “Se qualcuno crede che un altro governo, un altro primo ministro avrebbe ottenuto qualcosa di meglio può dirlo e da questa sede. Se qualcuno crede che Syriza ha abbandonato il popolo venga a dirlo. Se qualcuno crede che Syriza deve abbandonare il governo lo dichiari. Se qualcuno crede che l’accordo che abbiamo è il peggiore dei tre memorandum che lo spieghi con argomenti”, “Non è possibile che alcuni considerano che si possa andare avanti all’infinito con i voti degli altri partiti e una parte del gruppo parlamentare dichiara che l’accordo è una catastrofe per il paese con l’assurdità che sostiene il governo”. Queste affermazioni sono state seguite da un riferimento esplicito ad elezioni anticipate nel caso in cui il dissenso non rientrerà e da una serie di considerazioni improntate sullo schema di ragionamento secondo il quale non c’era alternativa alla firma del memorandum, perché sarebbe impensabile uscire dall’eurozona, pena una catastrofica svalutazione della nuova moneta e la necessità di rivolgersi di nuovo al FMI, oltre che sul fatto che comunque l’accordo firmato lasci margini di manovra.

Durante l’intervento, il Premier ha, inoltre, formulato due proposte: convocare un congresso straordinario per il mese di settembre, nel quale chiarire la nuova linea strategica del partito nelle nuove condizioni date (ovvero, alla luce della linea di capitolazione già intrapresa e rispetto alla quale l’ex segretario non accetta alcun cambiamento di rotta) e tenere un referendum interno al partito sul tema del proseguimento delle trattative con i creditori (ovvero, se rimanere al governo oppure ritirarsi).

La strategia di Tsipras sembra chiara: tenere un congresso di normalizzazione nel mese di settembre, potendo rivendicare la vittoria di aver conseguito un prestito-ponte di 86 miliardi dalla troika (ma la conclusione positiva di tali trattative, prevista per il 20 agosto, è tutt’altro che scontata, viste le posizioni di FMI, Schaeuble e Parlamento Tedesco), per poi andare a nuove elezioni in autunno, sfruttando i sondaggi che gli danno un gradimento personale alle stelle, con probabile conseguimento della maggioranza assoluta, e la possibilità offerta dalla legge greca di poter presentare liste bloccate in caso di elezioni anticipate. In tal modo, egli si ritroverebbe in sella, rafforzato rispetto ad ora sia sul fronte parlamentare, con l’espulsione dalle liste e quindi dall’Assemblea legislative dei deputati critici, sia sul fronte interno al partito con la normalizzazione degli organi dirigenti, prima che le misure draconiane di austerità che ha già cominciato a far approvare possano dispiegare completamente i propri effetti sulle fasce sociali deboli e minare il vasto consenso di cui tuttora gode tra gli elettori e tra i militanti. La scarsa credibilità dei partiti filo-troika, d’altronde, fa sì che al momento l’operazione mirante a dar vita a una “Syriza 2.0” non debba preoccuparsi di competitori elettorali all’altezza.

A tale disegno, la Piattaforma di Sinistra, la quale fino ad ora ha avuto un atteggiamento ancora ambiguo sul sostegno o meno al governo (del tipo “lo appoggiamo, ma non votiamo le misure del memorandum”)  ha risposto con la richiesta della convocazione non di un Congresso Straordinario, bensì della Conferenza Permanente, cioè con la stessa composizione del congresso precedente; tale convocazione dovrebbe avvenire ai primi di agosto, quindi prima della fine prevista delle trattative per ottenere il prestito promesso dalla troika e dell’approvazione delle conseguenti misure di austerità e controriforme da votare in Parlamento. Anche in questo caso la strategia è chiara: la riconvocazione della platea congressuale “pre-capitolazione” farebbe emergere in maniera più netta il dissenso interno alla maggioranza del partito nei confronti del memorandum e smonterebbe la tattica del Premier di mettere il partito di fronte al fatto compiuto sulla nuova linea.

Al termine di un’accalorata discussione, le votazioni si sono concluse con una vittoria a metà da parte di Tsipras, che ha prevalso per quanto riguarda la convocazione del Congresso Straordinario a settembre, ma che si è visto bocciare (secondo alcune fonti l’ha ritirata all’ultimo per evitare di certificare il voto negativo nei suoi confronti) la richiesta di referendum interno sull’azione del governo. “Quanti referendum dobbiamo fare ancora? – ha polemizzato il portavoce della Piattaforma di Sinistra, Panagiotis Lafazanis – ne abbiamo fatto già uno e abbiamo preso il 62%”.

L’ago della bilancia nelle votazioni è stato rappresentato dai membri dall’ala sinistra della (ex) maggioranza, il cosiddetto ‘Gruppo dei 53’, nell’ambito del quale si deve registrare la defezione della componente proveniente dal KOE (Organizzazione Comunista di Grecia), che ha deciso di ritirare i propri 17 membri del Comitato Centrale, i quali hanno già presentata una lettera di dimissioni dall’organismo affermando che non hanno intenzione di partecipare ad un congresso predeterminato e che servirà solo a sancire la trasformazione di Syriza in un ‘partito del Memorandum’.

Al di là delle dichiarazioni di facciata e dei richiami all’unità, lo scontro interno a Syriza si va polarizzando sempre di più, in particolare intorno al tema principale: è possibile opporsi alle politiche di austerità restando nell’eurozona e nell’UE? Può un’opzione di governo riformista e di sinistra reggere e svolgere una funzione all’interno della gabbia rappresentata dalle compatibilità della troika? Su tali temi vi sono risposte differenti e opposte, oltre ad una vasta fascia di indecisi che la realtà dei prossimi mesi si incaricherà di orientare.

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Tsipras fa orma il paio con Bertinotti. Se le sue strategie andassero in porto si registrerà l'ennesimo epitaffio della sinistra.
L'unica cosa di cui non mi capacito è il gradimento che ancora riscuote tra la popolazione, onestamente non me lo spiego nemmeno tirando in ballo lo smarrimento (che però cozza col famoso 62% al referendum) o la narrazione mediatica a senso unico.
Un primo ministro del genere era da prendere a calci nel culo a partire dalla mattina del 13 luglio.
In ogni caso, i riformisti si stanno dimostrando, per la Grecia, il medesimo cancro che furono i socialisti per l'Italia negli anni '80.

Il caos di Fiumicino? Risultato delle smanie di grandezza e profitti

Il calvario al quale sembra sottoposto da mesi il principale scalo aeroportuale di Roma, Fiumicino (l'altro è Ciampino diventato l'hub delle compagnie low cost), potrebbe sembrare l'effetto di una “monumentale sfiga”. Alcuni adombrano qualche manina dietro i due incendi – uno, tre mesi fa, interno al Terminal 3, l'altro tre giorni fa alle pinete che circondano le piste, infine il guasto elettrico di ieri ad una cabina Enel che fornisce energia allo scalo.

Eppure se c'è un nesso tra quanto accaduto e le funzioni assegnate all'aeroporto della Capitale, occorrerebbe infilare il naso nei meandri delle scelte che negli ultimi cinque anni, una parte del capitale finanziario ha riversato sullo scalo. La suicida scelta della privatizzazione, la nascita della cordata d'investitori improbabili e del tutto avulsi dalla materia e che diedero vita alla Cai, il tira e molla con l'Air France fino al ritiro dell'interesse della compagnia francese e alla comparsa degli arabi della Etihad come azionisti e proprietari di riferimento di quella che fu l'Alitalia.

Da gennaio l'Alitalia è di proprietà per il 51% della Midco (la cordata di “prenditori” italiani) e per il 49% della Etihad, la compagnia aerea di Abu Dabhi. A presiedere la baracca è stato posto Luca Cordero “Prezzemolo” di Montezemolo, appena defenestrato da Marchionne dalla Ferrari.

Ma un aeroporto è qualcosa di più complesso di una semplice compagnia aerea, è una infrastruttura che richiede servizi, funzionalità, strutture di emergenza in grado di intervenire lì dove si presentano problemi e imprevisti che si ripercuotono immediatamente sul traffico aereo.

A Fiumicino invece hanno voluto fare, come si dice, “le nozze con i fichi” cioè creare una struttura con vocazioni da gigantismo ma riducendo al lumicino i lavoratori occupati, i servizi forniti e le strutture di emergenza.

I “capitani coraggiosi” della Cai sono infatti imprenditori inclini all'affarismo e che vogliono rientrare rapidamente dell'investimento fatto, quindi più “prenditori” che imprenditori. Le conseguenze non potevano tardare anche nel contratto di servizio tra Alitalia e Aeroporti di Roma, la società che gestisce lo scalo, privatizzata tra il 1997 e il 1999 dai governi di centro-sinistra. Nel 2005 la società era stata ceduta alla spagnola Flightcare SL, ma le attività italiane dell'aeroporto sono state rilevate successivamente da Groundcare.

Per allargare il giro di affari, Fiumicino è diventato l'hub anche delle compagnie low cost, per le quali il solo scalo di Ciampino era diventato insufficiente rispetto alle rotte messe a disposizione e che avevano visto le proteste dei residenti contro i voli notturni. Attualmente il Terminal 2 è quello destinato alle compagnie low cost, sul quale per mesi si sono riversati anche i voli e i servizi del Terminal 3 andato a fuoco mesi fa costringendo i lavoratori a operare con mascherina e in un clima di alta nocività ambientale certificata anche dall'Istituto Superiore di Sanità. Eppure la società Areoporti di Roma ricorda in una nota diffusa ieri che “negli ultimi tre mesi la crescita del sistema aeroportuale romano è stata del 5,6%, nonostante gli effetti dell’incendio, e che oggi l’aeroporto di Fiumicino è in una situazione di piena ed efficiente operatività con punte giornaliere di oltre 140mila passeggeri”.

Cosa è accaduto ieri e nei giorni scorsi? E' accaduto che la congestione si è accumulata sul Terminal 2, quello delle compagnie low cost che – in nome del contenimento dei costi – “brillano” per l'assenza di servizi ai loro passeggeri abbandonati a se stessi dentro l'aeroporto. Ogni imprevisto, piccolo o grande che sia, produce un effetto a cascata su una struttura inadeguata a gestire un volume di traffico di questa portata.

Il traffico aereo nell'aeroporto di Fiumicino è cresciuto notevolmente. Al momento i passeggeri che transitano per Fiumicino in un anno sono 38 milioni ma gli azionisti vogliono portare il traffico a ben 51 milioni di passeggeri all'anno. Lo scalo deve così diventare un altro tempio di un fenomeno devastante come il turismo di massa completamente deregolato. "Adesso chiunque può volare a basso costo e visitare il mondo" ci risponderanno i liberisti e i templari del libero mercato. Ma siamo sicuri che questo sia un modello sostenibile dalle infrastrutture esistenti? E come si vuol far si che Fiumicino sia in grado di sopportare questo impatto di milioni di persone in carne ed ossa che arrivano e transitano? Non solo “stressando” le strutture, i servizi e i lavoratori esistenti ma allargando l'aeroporto con nuove piste e servizi. Qui entra in campo uno degli azionisti della Cai/Alitalia adesso Migdo: Benetton. E qui si apre un altro capitolo dell'affarismo vorace che stressa Fiumicino.

Quando l'Iri privatizzò tutte le sue società, una di queste era l'azienda agricola modello di Maccarese. Gran parte dei terreni furono comprati dai Benetton (800 ettari su 1300) ma non certo per farci pascolare animali da cui ricavare poi i tessuti per i loro costosissimi maglioni, ma perché avevano in cantiere proprio l'idea che quei terreni agricoli a ridosso dell'aeroporto di Fiumicino – con un lucroso cambio di destinazione d'uso – sarebbero diventati quelli su cui si sarebbero allargate le piste dello scalo in nome del gigantismo infrastrutturale. Investimenti previsti: dodici miliardi di euro per piste, terminal, servizi, centri commerciali e quant'altro. Ma un aereoporto, come abbiamo detto, è una struttura complessa che richiede personale, servizi adeguati, se si vogliono fare le "nozze con i fichi" al massimo ne guadagnano azionisti che vogliono rientrare presto dei loro soldi ignorando il fatto che si tratta di infrastrutture con funzioni di servizio pubblico.

Il problema dell'aeroporto di Fiumicino dunque non è la "jella" ma la voracità degli affaristi, in tutti i sensi e su tutte le rotte.

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Dall’Iraq al vicario di Aleppo “Ankara continua a sostenere l’Isis”

Mentre appare ormai evidente a tutti – tranne ad alcuni media embedded e naturalmente ai complici di Ankara nel mondo – che la cosiddetta ‘guerra all’Isis’ intrapresa dal regime turco altro non è che la continuazione della strategia di destabilizzazione della Siria intrapresa anni fa con l’inizio del sostegno ai jihadisti e di annichilimento della resistenza curda, il primo ministro uscente Ahmet Davu­to­glu ha incredibilmente pun­tato il dito con­tro il governo di Damasco respon­sa­bile secondo lui di aver faci­li­tato l’avanzata dello Stato Islamico.

Ma nei giorni scorsi dure accuse sono state lanciate contro il partito islamista turco da più parti.

In un'intervista a Tv2000, il vicario cattolico di Aleppo, mons. Georges Abou Khazen ha accusato la Turchia e la grandi potenze di aver prima creato l'Isis e ora di continuare ad addestrarne i militanti e di comprare dai terroristi petrolio e reperti archeologici saccheggiati in Siria. "La gente teme che i turchi vogliano combattere i curdi sotto la scusa dell'Isis", ha spiegato inoltre, commentando le operazioni militari che la Turchia sta realizzando contro le postazioni del Pkk in Iraq e in Turchia.

"Se è una scusa della Turchia per creare una zona indipendente dalla Siria - ha detto - allora diventa un po’ pericoloso. Se è una scusa per combattere i curdi e aumentare la confusione e la violenza, allora non è un segnale positivo. Sappiamo bene che la Turchia ha permesso all'Isis di entrare, di armarsi e avere il loro addestramento". "L'Isis - ha proseguito l’alto esponente cattolico - è uno strumento nelle mani delle grandi potenze, da loro sono stati creati, armati e sostenuti. Invece di combatterli sul terreno comprano da loro il petrolio e i reperti archeologici rubati in queste terre".

"Sappiamo bene chi sta comprando queste cose dall'Isis - ha aggiunto mons. Khazen - Non bisogna dare agli uomini dell'Isis le armi e non li devono addestrare. Nei paesi limitrofi della Siria, tra cui anche la Turchia, ci sono dei veri e propri campi d'addestramento".

"Gli uomini dell'Isis - ha aggiunto il vicario di Aleppo - hanno preso le zone dove c'è il petrolio, l'hanno cominciato a vendere a 10 dollari al barile e adesso a 30 dollari. E chi sta comprando petrolio e reperti archeologici? Sicuro non sono i somali o quelli della Mauritania". Mons. Khazen ha inoltre sottolineato che "con l'Isis non trafficano solo le compagnie occidentali. E chi ci rimette la vita è questa povera gente. Noi in Siria abbiamo 23 gruppi religiosi-etnici diversi che costituivano un bel mosaico. E adesso cosa stanno diventando? E ci parlano di diritti dell'uomo".

Contemporaneamente anche Hadi al-Ameri, comandante delle Unità di Mobilitazione Popolare, la coalizione di milizie sciite irachene impegnate contro i miliziani jihadisti dell’Isis, ha affermato che la tanto sbandierata offensiva della Turchia contro lo Stato Islamico non è il frutto di un cambiamento di linea politica bensì serve a coprire le connivenze di Ankara con i fondamentalisti e nel contempo a giustificare i duri attacchi contro il Pkk.

«Penso che gli attacchi turchi servano ad aiutare il Daesh, e non siano invece quello che qualcuno ha immaginato», ha dichiarato Ameri. «La Turchia non ha modificato la sua posizione. Queste operazioni le ha condotte contro il Pkk, che pure insieme agli altri curdi sta combattendo il Daesh in Siria. Ankara continua ancora adesso ad appoggiare l’Isis». “La Turchia ha sempre appoggiato lo Stato Islamico, come dimostrano i suoi bombardamenti nel nord dell’Iraq contro le basi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan e quelle delle Ypg (Unità di Protezioen del Popolo, ndr) nel nord della Siria, entrambi nemici della cordata wahabita” ha insistito il capo della forze Hashid Shaabi.

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Con i soldi USA Poroshenko vorrebbe comprarsi le milizie del Donbass

Prima o poi l'argent de poche che i padrini statunitensi elargiscono al proprio pargolo finirà e allora Kiev dovrà metter mano – e in svariate occasioni lo sta già facendo, perché la guerra costa – agli “aiuti” che Bruxelles e Washington gli fanno balenare, ufficialmente a puri fini salvifici, per un'economia perennemente sull'orlo del default.

Ma, per ora, la “paghetta” mensile d'oltreoceano continua ad arrivare e Porošenko ne approfitta per tentare la mano del diavolo in una partita che, sul campo di battaglia, ha da tempo capito di non poter vincere.

E' di ieri la notizia secondo cui il presidente ucraino avrebbe deciso di mettere temporaneamente da parte le minacce di fucilazione nei confronti delle milizie del Donbass e di tentare invece l'adescamento dei combattenti di DNR e LNR, offrendo loro amnistia, benefici e incentivi materiali nel caso decidano di passare dalla parte dell'esercito ucraino. Petro il Magnanimo offre appartamenti, capitali per l'avvio di imprese, assistenza materiale per trasferirsi dalle regioni di Donetsk e di Lugansk; ai giovani sotto i 30 anni “promette” la possibilità di studiare in istituti superiori ucraini, cechi e polacchi; ai militari che combattono per le Repubbliche Kiev assicura un posto nelle forze armate ucraine o nella Guardia nazionale.

Diffondendo la notizia, l'agenzia Novorossija, ovviamente, si pone la domanda: dove troverà Kiev i soldi per assicurare tutto ciò che promette, dato che già ora non è in grado di assicurare né studi superiori, né aiuto materiale alla stessa popolazione ucraina? Ci sarà da attendersi nuove majdan, da parte degli ucraini che stringono la cinghia, con linciaggio di coloro che si trasferiranno dall'est del paese? Non saranno per caso, quelle di Porošenko, promesse rivolte in realtà a quei giovani che ogni successiva mobilitazione vede rifugiarsi all'estero, pur di non andare a morire in una guerra voluta da Washington e condotta ormai senza nessun entusiasmo dalle forze armate regolari ucraine? E infine, scrive Novorossija, se davvero, tra i combattenti delle milizie ci saranno dei traditori che passeranno dall'altra parte, “quella è veramente la loro strada e che non contaminino più con la loro presenza l'esercito della Novorossija”.

E dunque: i soldi. I soldi per rilanciare al buio in questa mano di poker (il progetto si chiama effettivamente “Mano tesa”) dovrebbero arrivare dall'USAID, l'Agenzia USA per lo sviluppo internazionale, creata da Kennedy nel 1961, che dispone annualmente del 1% del bilancio federale, la maggior parte del quale, naturalmente, destinato allo “sviluppo della democrazia” in giro per il mondo: di recente, ne hanno “tratto vantaggio” Afghanistan, Iraq, Kirghizija e Georgia. 500mila dollari saranno destinati, per cominciare, all'allestimento di un migliaio (!) di campi di “adattamento sociale, per coloro che rientrano nell'ambito del programma” e in cui dovranno fare quarantena i “beneficiari”. Si pianifica inoltre l'apertura di una “linea calda” per condurre agitazione tra le milizie, glorificando i vantaggi del passaggio dalla parte di Kiev. Il Direttore del Centro di ricerche euroasiatiche, Vladimir Kornilov, intervistato da LifeNews, giudica la sparata un bluff e ritiene che gli USA non concederanno mai un soldo per simili iniziative. In ogni caso, Aleksej Albu, coordinatore del movimento di sinistra “Borotba” e specialista finanziario della brigata “Prizrak” (quella che era diretta, fino al suo assassinio, dal compianto comandante Mozgovoj), non pensa che i miliziani possano essere comprati così facilmente: .

Intanto, sul campo di battaglia, si continua a morire, soprattutto tra i civili del Donbass. L'agenzia Dan-news scrive che, nella sola Repubblica Popolare di Donetsk, dall'inizio del conflitto 72 bambini sono rimasti uccisi e 306 feriti, senza contare le migliaia di vittime di maggiore età. Nella sola cittadina di Gorlovka, per i bombardamenti ucraini, dall'inizio dell'anno sono rimaste uccise 164 persone, tra cui 16 bambini; 501 i feriti, di cui 42 bambini. Al momento, scrive Dan-news, Gorlovka è il punto più “caldo” sull'intera linea del fronte del Donbass, insieme ai villaggi di Marinka e Krasnogorovka, nelle vicinanze di Donetsk. A Gorlovka, circa duemila edifici civili sono andati completamente o parzialmente distrutti nei bombardamenti e nei combattimenti.

Ma a Kiev ci si preoccupa di ben altro. Il sindaco della capitale – l'ex beniamino della Germania, nel 2014, nella disputa con Washington su chi dovesse diventare premier: lui o Jatsenjuk, all'epoca in cui la vice Segretario di Stato Usa Victoria Nuland risolse l'enigma con il semplice – Vitalij Kličko, ha dato disposizioni affinché entro il prossimo 21 novembre le strade della città siano sgombre da ogni ricordo della simbologia comunista.

E mentre i neonazisti di Pravyj sektor, apparentemente ridotti a più miti consigli, dopo le sparate antigovernative e antipresidenziali dei giorni scorsi, hanno iniziato l'annunciata raccolta di firme per il referendum sulla sfiducia al potere, i loro degni compari del battaglione Ajdar lamentano di essere stati traditi. Ritirati dalla linea del fronte e acquartierati in accampamenti nella regione di Dnepropetrovsk, temono di veder “diluito” il loro raggruppamento magari nella Guardia nazionale. D'altronde, come scrive Novorossija, Ajdar si è reso noto nella Repubblica Popolare di Lugansk . Coloro che, nello stile dei fascisti di ogni epoca, hanno depredato le abitazioni delle famiglie sterminate nel Donbass, costituiscono l'opposto dei “ladri gentili e briganti cortesi” del giullare Wamba e ad essi potrebbe essere diretta l'offerta di una “Mano tesa” dell'USAID.

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Quando gli “spioni” vengono spiati scoppia il casino

L'attacco degli hacker contro l'azienda di spionaggio informatico Hacking Team di Milano, reso noto lo scorso 9 luglio, ha comportato un "grave danno" per alcune inchieste in corso: alcune delle quali, "soprattutto di terrorismo", hanno subito uno stop. Ad ammetterlo è lo stesso capo della polizia, Alessandro Pansa, nel corso di un'audizione davanti al Copasir, il comitato parlamentare di controllo. Nei prossimi giorni verranno ascoltati anche il comandante dei carabinieri, generale Tullio Del Sette, e quello della Guardia di Finanza, generale Saverio Capolupo. Infatti, oltre alla Polizia postale, anche i Carabinieri e la Guardia di Finanza Gdf, e l'Aise (ma anche diversi governi di stati repressivi), si servivano del software della Hacking Team creato dal 2004 per le loro indagini. La polizia nel 2004 aveva firmato un contratto in esclusiva per tre anni con la Hacking Team, rinnovato successivamente anche se non più in esclusiva.

Nell'audizione al Copasir, il prefetto Pansa era accompagnato anche dal capo della Polizia postale. Molte inchieste, ha spiegato il prefetto secondo quanto si è appreso, sono state bloccate in modo duraturo dopo la pubblicazione in Rete del codice sorgente del software della Hacking Team, l'ormai famigerato Galileo, il cui uso è stato dismesso dopo l'attacco subito dalla società.

Tra i problemi emersi c'è che anche società esterne al ministero della Giustizia utilizzavano il software dell'azienda milanese. Il Copasir, la prossima settimana ascolterà in audizione su questo aspetto anche il ministro Andrea Orlando per valutare la realtà del danno, per capire nel dettaglio quali siano le indagini interessate e quali le società che per Via Arenula hanno utilizzato il software della Hacking Team. Dopo l'attacco degli hacker che hanno “sputtanato” i codici dell'azienda di spionaggio informatico, la stessa società aveva emesso un comunicato piuttosto esplicito: “Abbiamo perso la capacità di controllare chi utilizza la nostra tecnologia. Terroristi, estorsori e altri possono implementarla a volontà. Crediamo sia una situazione estremamente pericolosa, è oramai evidente che esiste una grave minaccia”.

Sui giornali emergono poi clamorose contraddizioni temporali nella ricostruzione della vicenda. Secondo le veline ufficiali l'attacco degli hacker contro la Hacking Team sarebbe avvenuto il 6 luglio, secondo altre il 9 luglio, per altre ancora sarebbe avvenuto a marzo ma reso pubblico solo nella prima decade di luglio. Diventa clamorosa allora la contraddizione della versione fornita da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera di oggi, quando, a proposito di una indagine su due presunti jihadisti a Brescia che sarebbe stata compromessa dalla fuga dei codici scrive:
“L’arresto dei due stranieri residenti a Brescia e accusati di terrorismo è scattato il 22 luglio, prima che l’indagine fosse «svelata». Le intercettazioni sui computer del tunisino Lassad Briki e del pachistano Muhammad Waqase - sospettati di voler colpire la base militare di Ghedi e compiere altre azioni in nome dell’Isis - erano infatti effettuate con le apparecchiature di «Hacking Team srl», l’azienda milanese finita sotto attacco due settimane fa. E dunque si è deciso di far scattare i provvedimenti prima che fosse troppo tardi e dunque per scongiurare il rischio che potessero scoprire di essere «pedinati» e fuggire”.
Ma se il casino era stato reso pubblico nei primi dieci giorni di luglio (o il 6 o il 9 che sia) come si fa a dire che gli arresti sono scattati il 22 luglio “prima che l'indagine fosse svelata?”.

Insomma l'azienda che aveva creato i troyan e i malware che si sono infiltrati nei nostri computer, telefonini, smartphone per catturarne e schedarne contenuti, i siti a cui ti colleghi, indirizzi cui scrivi o che hai in agenda, le parole che usi etc, è stata a sua volta ripagata della stessa moneta. Sicuramente alcune indagini ne verranno compromesse, ma è anche doveroso dire che chi semina vento raccoglie tempesta. Se fai il lavoro sporco per servizi segreti e apparati a loro collaterali, alla fine qualcuno che fa il lavoro più sporco del tuo lo trovi sempre.

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Eurodittatura e nuova Resistenza

Un sondaggio commissionato dalla CGIL delinea il porto delle nebbie ove si è incagliata la democrazia italiana. Una maggioranza schiacciante della popolazione esprime un giudizio senza appello sulla Unione Europea e sull'Euro. Essi ci hanno danneggiato economicamente e ci impongono regole che distruggono le nostre libertà. L'80% degli intervistati la pensa in questo modo e la vicenda greca ne ha rafforzato le convinzioni. Nello stesso tempo però si è anche rafforzata la maggioranza di chi non vuole cambiare nulla e teme il salto nel buio di ogni rottura con le istituzioni europee e con la moneta unica. Stiamo perdendo e continueremo a perdere sia sul piano delle condizioni di vita che della stessa democrazia, ma non abbiamo alternative alla resa. La rassegnazione alla inevitabilità del peggioramento delle proprie condizioni di vita e di libertà, assieme al timore di reagire, sono il brodo di coltura di ogni operazione autoritaria. Operazione a cui il sistema economico politico che chiamiamo Europa è perfettamente funzionale.

Oramai è evidente che nella Unione Europea un solo parlamento è sovrano, cioè può decidere sulla base dei mandati ricevuti da chi lo ha eletto, ed è ovviamente quello della Germania. Tutte le altre assemblee dei rappresentanti, seppure in diversa misura, sono sottoposte al vincolo della compatibilità delle proprie decisioni con quelle delle istituzioni europee.

Spesso gli europeisti ingenui spiegano che il male dell'Europa sarebbe l'unione monetaria in assenza di una unione politica. È una sciocchezza. L'attuale sistema europeo è prima di tutto un sistema politico ove si prendono decisioni politiche. La scelta di affamare e poi sottomettere la Grecia ad un memorandum devastatore e anche antieconomico, come ricorda l'insospettabile Fondo Monetario Internazionale, è stata squisitamente politica. Il sistema di potere europeo doveva punire il governo che aveva osato contrastarlo e ancora di più il popolo, che con oltre il 60% aveva detto no ai suoi diktat.

Giusto quindi il paragone con il trattato di Versailles, che per ragioni politiche nel 1919 impose alla Germania dei vincoli insostenibili sul piano economico. Non è dunque vero che l'Europa politica non esista e che bisognerebbe costruirla per contrastare lo strapotere dei mercati. L'Europa politica esiste, è quella che ha schiacciato la Grecia e che le ha imposto un governo coloniale. L'Europa politica esiste: è un protettorato della Germania che adotta le politiche di austerità prima di tutto perché esse servono all'interno del paese guida. I salari dei lavoratori tedeschi sono compressi da anni, se c' è un paese dove ingiustizie sociali e corruzione son cresciuti a dismisura questo è proprio la Germania. Le classi dirigenti tedesche han bisogno come il pane dell'austerità, prima di tutto per controllare il proprio popolo e per questo devono poi imporla a tutta l'Europa.

Le istituzioni, i trattati, la gestione concreta del potere europeo sono la costituzionalizzazione delle politiche liberiste di austerità in tutto il continente. La moneta unica a sua volta è il veicolo materiale delle politiche di austerità, non è separabile da esse, come ci ha ricordato il ministro tedesco Schauble.

Ma la moneta unica ha anche una enorme funzione ideologica. Se nel sistema autoritario europeo vediamo delinearsi il più pericoloso attacco alla democrazia dal 1945 ad oggi, nell'ideologia della moneta unica vediamo risorgere i mostri dell'identità razziale.

L'euro è sempre più venduto come una moneta razzista. Chi la possiede o, anche senza possederne, sta in uno stato che l'adotta, vive nella parte giusta del mondo. L'euro è la moneta dei ricchi e austeri popoli del Nord, non vorranno i fannulloni e corrotti meridionali abbandonarla per finire in Africa? Questo il messaggio subliminale della minaccia di Grexit rivolta al governo Tsipras, che di fronte ad essa, invece che raccogliere la sfida, si è arreso.

L'Euro è la moneta dei popoli superiori e quelli inferiori devono perciò meritarla. Come stupirci che di fronte a questo eurorazzismo distillato dalle élites e dai mass media, poi ci siano coloro che fanno i pogrom contro i migranti? Tutto si tiene. Il ricatto contro i popoli, o euro e austerità o l'Africa, finora ha funzionato anche perché le principali correnti politiche di governo se ne sono fatte portatrici. Le grandi famiglie democristiana e socialdemocratica sono al governo in tutta Europa e l'unico governo estraneo ad esse, quello di Syriza, è stato per l'appunto umiliato.

D'altra parte le borghesie nazionali non esistono più, in particolare nei paesi debitori come Italia, Spagna, Grecia. I resti dei vertici delle classi imprenditoriali di questi paesi sono oramai parti e appendici del sistema finanziario multinazionale.

Si delinea così la vera Troika che governa l'Europa, che si regge su tre gambe. Quella della Germania, quella delle borghesie europee transnazionali, quella del sistema di potere dei partiti popolare e socialdemocratico. È un potere ed un progetto politico europeo quello che ha massacrato e usato come cavia la Grecia. Un potere che vuol governare l'Europa con austerità e liberismo e per questo è disposto a cancellare molto della democrazia.

Non tutto? Certo sino ad ora, ma come insegna la storia quando si imbocca la via autoritaria non si sa mai dove ci sia il punto di arresto. Un fascismo bianco liberaleggiante e tecnocratico, o uno brutale e apertamente razzista? Nella Germania del 1930 non si poteva prevedere cosa sarebbe successo. Ma i mostri son già tutti in campo e la loro fabbrica sta nell'umiliazione della democrazia contenuta in ogni atto del sistema politico europeo.

La vicenda greca ci consegna un lezione chiarissima. Questa Europa non è riformabile, o la si accetta così come è sperando che non esageri in dittatura. Oppure si organizza la resistenza per rompere la moneta unica e tutto il sistema politico UE e ricostruire su nuove basi la democrazia e lo stato sociale. Tertium non datur.

Proprio di questa sua irriformabilità il sistema di potere europeo a trazione tedesca ha finora fatto largo uso per vincere tante battaglie. O mangi questa minestra o salti dalla finestra sta oramai scritto nella bandiera azzurra stellata che sventola nei pubblici edifici. Ma se, come sempre è avvenuto nel passato, fosse proprio l'irriformabilità del potere la causa della sua sconfitta finale? Su questo devono contare le resistenze alla Troika che si stanno organizzando in ogni paese.

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Mi sembra trascorsa un'era geologica dall'uscita di questo singolo, ed in effetti è così.

Il Fmi si sfila e apre la strada alla Grexit

Il Fondo Monetario Internazionale si sfila dal negoziato per il nuovo “piano di salvataggio” della Grecia. E lo fa nel modo lurido che è tipico di chi si sente padrone del mondo.

L'istituto economico con base a Washington e presieduto dalla fedelissima di Sarkozy, Christine Lagarde, ha fatto filtrare prima un documento interno e poi la chiacchierata anonima di un funzionario con la stampa specializzata, per spiegare che non parteciperà concretamente a nessun nuovo piano di aiuti se prima Atene non avrà fatto le “riforme strutturali” e contemporaneamente l'Unione Europea – a cui sono intestati ora i debiti greci, dopo il loro trasferimento dalla banche private ai bilanci pubblici – non avrà deciso una sostanziale riduzione di quel debito, per renderlo “sostenibile”.

Nel complicato gioco a tre (Fmi, Unione Europea-Bce, Grecia), dunque, il Fondo intende premere sia sulla Germania che sulla Grecia perché “facciano ognuno la propria parte”.

«Per assicurare la sostenibilità del debito in una prospettiva di medio termine, sono necessarie decisioni difficili da entrambe le parti. Per la Grecia dal lato delle riforme, per i suoi partner europei dal lato del debito ellenico». Più precisamente, «Inutile illudersi che solo una delle parti possa risolvere il problema. È chiaro che ci vorrà del tempo prima che le parti siano pronte a prendere queste decisioni».

Nel frattempo il Fmi parteciperà alle discussioni sul “piano” da 86 miliardi, ma non prenderà nessuna decisione operativa – e impegnativa finanziariamente – finché il debito non sarà stato ridotto con il consenso della Ue.

Questo atteggiamento poggia su un dato di fatto indiscutibile, sollevato più volte dalla delegazione greca fin quando – nella notte tra il 12 e il 13 luglio – Alexis Tsipras non ha alzato bandiera bianca. Il debito greco – salito “grazie” ai diktat e agli “aiuti” della Troika dal 120 al 180% del Pil, nonostante un massacro sociale di dimensioni belliche, è assolutamente non restituibile. Insostenibile, in gergo finanziario.

Quindi potrebbe sembrare una posizione di buon senso, sostenuta peraltro anche dallo statuto del Fmi, che impedisce di erogare finanziamenti a chi si sa non potrà restituirli. Ma a questo punto dell'evoluzione della crisi greca è di fatto uno staccare la spina dopo aver portato il malato in condizioni terminali.

C'è infatti anche l'assoluta certezza che il Bundestag di Berlino – l'ultimo Parlamento sovrano ancora esistente nella Ue, l'unico che possa impedire decisioni “europee” – ben difficilmente potrà dare l'ok all'esborso di 86 miliardi, complessivamente, senza la partecipazione del Fmi. Quindi il tirarsi indietro dell'istituto di Washington diventa un assist per chi, come Wolfgang Schaeuble, ritiene la Grexit l'unica soluzione.

È inutile che vi chiediate “ma allora perché avete costretto Atene ad accettare misure socialmente impossibili per cercare di ripagare un debito impossibile?”

Come abbiamo spiegato ogni giorno, il problema non è economico, ma esclusivamente politico. Il governo targato Syriza era dirazzante rispetto alla governance europea. Peggio, rischiava di diventare contagioso per paesi che stanno per andare ad elezioni politiche (Spagna, Portogallo, Irlanda, con qualche probabilità anche l'Italia, il prossimo anno). Quindi andava stroncato, cambiato, stravolto. La resa di Tsipras era il preliminare a una maggioranza più “europea” ad Atene, e un monito per quanti ancora si potevano illudere che ci potesse essere “un'altra Europa”, riformista e riformabile.

Questo obiettivo è stato raggiunto e ora la Grecia è alle prese con rebus sociali politicamente irrisolvibili per il governo uscito dalle urne a gennaio. Ora il Fmi si sfila e lascia affondare un paese.

Ma non si tratta di una decisione che ha per obiettivo soltanto la Grecia. L'istituto di Washington, creando le condizioni per la Grexit (temporanea o definitiva) nei prossimi mesi, colpisce contemporaneamente anche la credibilità globale dell'euro, che a quel punto non sarebbe più “irreversibile” e si trasformerebbe di fatto in un regime di cambi fissi e a geometria variabile. Un sistema dove si può entrare e uscire, a seconda delle fasi economiche, com'era lo Sme negli anni '80.

La decisione del Fmi, come ultima conseguenza, rende la “capriola” di Tsipras completamente inutile. Il suo penoso “non c'era alternativa” viene infatti smentito da una delle controparti. Che ora gli presenta come condanna quella stessa situazione che avrebbe potuto esser presa come scelta di rottura e liberazione, se adeguatamente preparata: la Grexit, appunto.

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Ho l'impressione che il FMI si sia mosso a tutela degli interessi statunitensi, ovviamente all'interno della competizione tra imperialismi che vede quello americano puntellare la propria tramontante egemonia mettendo i bastoni tra le ruote all'alleato/competitore europeo, che pare avere una visione strategica ancor più miope di quella a stelle e strisce.

La protesta dei lavoratori Atac, la creazione del capro espiatorio e la strada verso la privatizzazione del trasporto pubblico

Un mese fa, in un invito alla discussione collettiva sulla giunta Marino e la situazione che si sta determinando a Roma (leggi), scrivevamo che il sistema di malaffare emerso con l’inchiesta di Mafia capitale – ma da anni intuito da tutti i romani – era il prodotto proprio di un galoppante processo di privatizzazione, che ha portato il Comune a esternalizzare gran parte dei suoi servizi essenziali e a dar vita a una guerra per gli appalti di cui oggi si intravede il risultato. Trascorso meno di un mese, sul fronte delle privatizzazioni la situazione è, se possibile, peggiorata: sono, infatti, iniziate le danze che porteranno – prevedibilmente – alla privatizzazione di Atac, la società di proprietà comunale concessionaria del trasporto pubblico nel comune di Roma in cui sono occupati circa 12mila lavoratori (di cui gli autisti sono circa 5.800). Si tratta, evidentemente, di una delle principali aziende nel tessuto produttivo romano: dietro la sua privatizzazione – anche tralasciando (e non è nostra intenzione farlo) ogni discorso sul diritto alla mobilità – si celano evidentemente degli interessi enormi.
 
Si è trattato di un mese difficile, per il trasporto pubblico romano. Anzi, difficilissimo. Per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica l’imminente privatizzazione del trasporto pubblico e una prevedibile compressione dei diritti sindacali di tutti – esemplare, in questo senso, la contemporanea e insensata polemica contro l’assemblea sindacale dei lavoratori degli scavi di Pompei (leggi), come se il problema non fosse invece il totale abbandono a se stessa dell’area archeologica da parte dello Stato –, infatti, si è dovuta montare una campagna mediatica senza esclusione di colpi contro i lavoratori dell’azienda municipalizzata, in mobilitazione – come vedremo – contro l’abolizione unilaterale, da parte dell’azienda, della contrattazione di secondo livello, che prevedeva un aumento dell’orario di lavoro a fronte di una diminuzione della retribuzione. Una decisione che provocherebbe l’opposizione di qualsiasi lavoratore.
 

I macchinisti Atac, però, sono stati accusati di non voler lavorare, di opporsi all’introduzione del badge elettronico per verificarne l’effettiva presenza sul luogo di lavoro, di lavorare meno ore dei loro colleghi di Milano e – udite, udite – di Napoli, la città più frequentemente portata ad esempio come habitat naturale dei lavoratori più lavativi del mondo. I precedenti delle campagne contro i lavoratori delle municipalizzate e degli enti locali romani, del resto, hanno una lunga tradizione e, anche in questo caso, tutti i quotidiani e i telegiornali, oltre che il solito reazionario romafaschifo,  sono stati in prima linea in questo attacco contro i macchinisti Atac e contro le ragioni della loro mobilitazione, istigando indirettamente le aggressioni fisiche contro di loro che si sono registrate in tutto il periodo.
 
Il risultato è quasi scontato. Il 15 luglio, Marino è intervenuto con un video, affermando chiaramente che «nelle prossime ore dovrebbe arrivare la firma dell’accordo fra l’azienda Atac e i lavoratori, ma sento ancora resistenze al cambiamento. Che sia chiaro, il mio impegno è per migliorare il servizio per i romani. E per raggiungere questo obiettivo sono pronto ad aprire ai privati» (vedi). Del resto Marino non ha mai fatto mistero delle sue intenzioni: solo poco mesi fa, parlava di contatti con un imprenditore cinese pronto a investire in Atac (leggi). Ancora più chiare le dichiarazioni del sindaco di sabato 24 luglio, quando ha annunciato di aver deciso, insieme a Zingaretti, «che da oggi Comune-Regione-Atac si impegneranno a cercare un partner industriale mantenendo la maggioranza pubblica dell’azienda. In questo modo anticipiamo l’avvio di un processo nazionale che impone di non gestire più il servizio in house a partire dal 2019» (leggi e leggi). Marino non ha dato ulteriori dettagli sulla privatizzazione di Atac, prendendosi ulteriori dieci giorni  per farlo. Ciò, quindi, avverrà prevedibilmente all’inizio di agosto, quando la maggior parte dei cittadini sarà in vacanza.

Intanto ha imbellettato le sue scelte azzerando i vertici dell’Atac e richiedendo all’assessore alla Mobilità e ai Trasporti Guido Improta di formalizzare le sue dimissioni, già annunciate da tempo. Si tratta, evidentemente, di uno stratagemma per fingere un ripulisti che farà da preludio alla privatizzazione. Come nuovo assessore, è stato scelto Stefano Esposito, il pasdaran dell’Alta Velocità in Val di Susa noto alle cronache per il costante impegno nel criminalizzare il movimento No-Tav – fece scalpore il suo tweet contro una militante che aveva subito molestie da parte della polizia: «Parte da Pisa per andare a fare la guerra allo Stato, prende giustamente, qualche manganellata e si inventa di essere stata molestata #bugia”» – e indagato per diffamazione nei confronti di quattro attivisti (leggi). Insomma, una nomina che non costituisce effettivamente una garanzia.


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Marino e la sua giunta non sono, ovviamente, gli unici responsabili e ideatori del processo di privatizzazione dei servizi pubblici cittadini. Tutt’altro. Come sosteniamo da tempo (leggi), anzi, negli ultimi anni si è assistito alla quasi totale perdita di peso e di funzioni – in una parola di sovranità – di parlamenti ed enti locali, con un progressivo spostamento verso entità sovranazionali di quote rilevanti dei suoi poteri.
 

In altre parole, Marino o un altro, alla luce di questi rapporti di forza tra le classi come si danno oggi, compirebbero gli stessi passi. Sia sufficiente pensare che nella nota lettera della Bce al governo italiano dell’estate 2011, si affermava testualmente che era «necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala». Si aggiungeva, poi, che «l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione». La tentata ristrutturazione di Atac, come vedremo nelle prossime righe, segue pedissequamente questo diktat.
 

Lo smantellamento dello Stato sociale, le estese privatizzazioni, l’aumento delle ore lavorative a fronte di una diminuzione di salari e diritti in tutte le categorie sono, del resto, le tendenze unitarie emerse negli ultimi anni in tutti i paesi capitalistici occidentali.  I piani di privatizzazione imposti – negli ultimi anni e, in misura drammatica, nelle ultime settimane – alla Grecia non lasciano certo ben sperare circa il futuro. È impossibile, infatti, mantenere il pareggio di bilancio previsto dalle politiche europee se non attraverso le politiche di austerity, che abbattono la spesa per lo stato sociale (trasporti, sanità, istruzione, previdenza, ecc.), e la privatizzazione dei servizi pubblici: si tratta dell’odierna versione della lotta di classe delle classi dirigenti contro le classi lavoratrici. Le parole sono importanti e non è un caso se, nel campo del welfare, non si parla più di «diritti» garantiti a tutti dallo Stato, ma di «servizi»: i cittadini sono diventati «clienti», che pagano per avere un servizio da una azienda che ne ricava un beneficio economico. Per quanto riguarda Atac, il passaggio ideologico è lampante: negli avvisi, negli annunci, sul sito, nei documenti ufficiali non si parla neanche più di «utenti», ma direttamente di «clienti».
 
Ovviamente il Pd – il partito che rappresenta ed esprime gli interessi del grande capitale finanziario nazionale e internazionale, sostenitore convinto della costituzione e del rafforzamento del polo imperialista europeo – è stato l’alfiere di tutte le politiche di privatizzazione degli ultimi anni. Una delle principali linee di intervento del governo Renzi è proprio quella delle privatizzazioni dei beni e dei servizi pubblici (leggi e leggi): chiaro, in questo senso, il contenuto del piano Cottarelli del 2014 intitolato Programma di razionalizzazione delle partecipate locali, che prevede la privatizzazione di 7mila di esse sulle 8mila esistenti. Per questi motivi, non bisogna credere alla finta contrapposizione tra Marino e Renzi all’interno del Pd: si tratta, evidentemente, del solito gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo. Da capire chi interpreti l’uno, chi l’altro.
 

Dicevamo che anche un altro, al posto di Marino, sarebbe costretto a seguire gli stessi diktat europei: ma lui è l’attuale sindaco – colui che sta promuovendo la privatizzazione, impegnandosi in tutti i modi per giustificarla agli occhi dei cittadini – e, nel qui ed ora, la nostra battaglia politica deve rivolgersi contro la sua giunta.


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Veniamo, ora, ai fatti di Atac e all’accurata preparazione, negli ultimi mesi, della sua privatizzazione. Una preparazione che, visto i precedenti fallimentari, era necessaria. Un’identica cancellazione unilaterale di tutta la contrattazione di secondo livello era già stata tentata, infatti, nel 2011: i lavoratori avevano risposto con una mobilitazione spontanea presso il deposito di via Prenestina e il pericolo della cancellazione era stato momentaneamente sventato per il personale viaggiante (autisti e macchinisti). Anche questo tentativo era stato preceduto da una campagna stampa contro i lavoratori dell’Atac, accusati in quel frangente di parlare al cellulare e scrivere sms mentre erano alla guida: “la Repubblica” aveva invitato quotidianamente i suoi lettori a filmare gli autisti intenti in questa attività a mandare i video al giornale online, ma evidentemente la campagna non era stata abbastanza efficace.
 
Serviva qualcosa di più. Già il 19 aprile scorso, dunque, sul “Corriere della Sera” è uscito un articolo in cui si parlava della «casta» dei macchinisti, categoria «odiata» dagli utenti, che percepirebbe stipendi fino a 3.000/4.500 euro al mese (l’articolo stesso dice che il 40% sarebbero costituiti da straordinari, ma probabilmente chi ripete questa cifra considererebbe più normale che essi non venissero pagati). Si scriveva, inoltre, che già al momento dell’apertura della metro B1 nel 2012 i macchinisti avevano  protestato contro l’imposizione di turni a straordinario, rifiutando di condurre «i treni (dicevano che erano sporchi, o che puzzavano)» (in realtà, anche in questo caso, avevano rifiutato di condurre i treni in non perfette condizioni). Un articolo il cui contenuto (compresa la parte – a dir poco grottesca – dei treni rifiutati a causa del cattivo odore), dopo qualche mese, è diventato un mantra ripetuto da buona parte dei romani e si è fatto narrazione dominante.
 
A far deflagrare la situazione, l’abolizione unilaterale, il 26 giugno, da parte dell’Atac di tutta la contrattazione di secondo livello, dal 1962  al 2014 (leggi e leggi). In pratica, sono stati azzerati oltre cinquanta anni di lotta di classe, di scioperi, di contrattazione in Atac, attraverso cui i lavoratori avevano ottenuto miglioramenti salariali e lavorativi (ad esempio, le gratifiche in occasione dei giubilei): questo azzeramento, comportava una diminuzione fino al 40% sulle buste paga (500-600 euro per chi ne guadagna 1.300, per capirci) e un aumento dell’orario di lavoro da 37 a 39 ore settimanali.
 

Si trattava di un provvedimento di non poco conto, anche alla luce del fatto che gli autoferrotranvieri  hanno costituito uno dei settori forti (a volte fortissimi) della classe operaia romana, insieme agli edili e, fino a un certo periodo, ai tipografi. Anche in periodi di bassa conflittualità sociale – come quello iniziato nella seconda metà degli anni ’50 –, infatti, gli autoferrotranvieri, grazie al potere contrattuale che gli deriva dal fatto di poter bloccare l’intera città, hanno proseguito le loro battaglie per i miglioramenti salariali e per la difesa dei loro diritti.
I lavoratori Atac – e in particolare i macchinisti – hanno subito reagito a questa decisione dell’azienda sospendendo gli straordinari e rimandando in deposito i convogli in condizioni di efficienza non perfette .
 

Le corse, così, sono cominciate irrimediabilmente a saltare, con tempi di attesa medi di 15 minuti sulla linea B e di 40 sulla Roma-Lido, mentre si iniziava a parlare di «sciopero bianco»: esso, chiamato in inglese «work to rule» («lavorare secondo le regole») è stato rappresentato come una forma illegittima di mobilitazione, quando invece il sabotaggio, il rifiuto del lavoro straordinario e l’applicazione alla lettera delle norme contrattuali costituiscono delle modalità di azione tradizionali del movimento operaio (basti pensare che fu l’arma della classe operaia durante la Repubblica di Salò, oltre che quella dei lavoratori nel corso dei 22 mesi continuativi di lotta per ottenere, tra il 1954 e il 1956, il conglobamento e la perequazione della contingenza). Nel caso specifico, prima di iniziare il servizio, infatti, i macchinisti e gli autisti sono tenuti a testare il corretto funzionamento dei mezzi e, da regolamento, se vengono ravvisati problemi, il convoglio deve tornare in deposito per essere riparato: la responsabilità penale di un eventuale incidente, del resto, sarebbe proprio dell’autoferrotranviere.
Come anche il “Messaggero” è stato costretto ad ammettere, «per dichiarare un mezzo “guasto” e rimandarlo in deposito basta una spia spenta in cabina o la suoneria di un allarme giudicata troppo bassa. I convogli di cui dispone la municipalizzata dei trasporti sono, in molti casi, degli anni ’90, trovare un difetto non è difficile» (leggi): in seguito a questa mobilitazione dei lavoratori, quindi, i treni rimandati in deposito sono aumentati del 200%.
 
I primi comunicati dell’Atac, il 1° e il 2 luglio, addebitavano tutte le colpe dei rallentamenti e delle corse perse ai macchinisti e alla loro opposizione all’introduzione del «badge» (definita come «l´estensione, in conformità con le previsioni di legge in materia di orario di lavoro, anche al personale operativo della sperimentazione di sistemi automatici di rilevazione delle presenze, peraltro già in uso per il restante personale dell´azienda»). In modo quasi paradossale, contestualmente Atac “ricordava” ai viaggiatori di essere «fortemente impegnata in un processo di cambiamento organizzativo e di normalizzazione volto a migliorare l´affidabilità nelle prestazioni di servizio erogate ed a conseguire livelli di efficienza e produttività in linea con gli standard dei migliori operatori del settore». Nessuno, a dire il vero, se ne era accorto.
 

Dopo pochi giorni faceva eco all’Atac, nell’attacco ai lavoratori, il sindaco Marino (leggi):

Oggi, ed è accaduto anche nelle giornate passate, c’è stato un servizio molto scadente sulle nostre metropolitane che ha danneggiato la vita delle romane, dei romani e dei tanti turisti che vengono nella nostra bella città ogni giorno. Io temo che si tratti di comportamenti individuali di singoli macchinisti, che danneggiano con il loro comportamento l’immagine dell’azienda e la vita delle persone. Questo, probabilmente, accade perché ho preteso che da poche settimane i macchinisti della metropolitana timbrino il cartellino in entrata e in uscita, così come fanno tutte le persone che nella nostra città vanno a lavoro la mattina e tornano a casa la sera. […] Noi abbiamo diritto di avere una metropolitana, anzi tre metropolitane, che funzionino come quelle di una capitale di un Paese del G7. Trovo anche inaccettabile che a Milano i macchinisti guidino 1100 ore l’anno, a Napoli 950 e a Roma solo poco più di 700 ore l’anno. Questo va cambiato, nell’interesse della città.
La questione non riguardava, come già spiegato, l’introduzione del badge, ma anche essa assume, in realtà, un aspetto preoccupante, come spiegato dal sindacato autorganizzato Cambia-menti (leggi). Ad esempio, sulla Roma –Lido:

usualmente il servizio della ferrovia più utilizzata dai romani in estate viene spesso assicurato solo quando il lavoratore aggiunge al proprio turno ordinario un secondo a straordinario. Da sempre la contabilizzazione del lavoro effettuato è stata realizzata mediante la rilevazione delle corse svolte dal singolo lavoratore nell’arco della giornata. Questo sistema assicurava la copertura dei due turni in un tempo compreso tra le 10 e le 12 ore. Con il sistema di attestazione della presenza introdotto da atac in questi giorni, la prestazione del singolo si misura in ore di presenza sul luogo di lavoro e non più in corse effettuate. Questo implicherebbe che per effettuare lo stesso numero di corse servirebbero dalle 13 alle 15 ore. Quindi stessa produttività in più tempo. Tempo di certo insostenibile perché lederebbe il giusto, ed obbligatorio per legge, recupero psicofisico del personale mettendo così a rischio la sicurezza del servizio e l’incolumità dell’utenza e dei lavoratori stessi. Naturalmente questo fenomeno è esteso a tutte le ferrovie concesse e le metropolitane. Il disagio che si sta verificando in questi giorni a Roma è ciò che succede quando i lavoratori fanno unicamente il loro turno ordinario e decidono di attenersi scrupolosamente ai regolamenti ed alla sicurezza.
Come chiarito poi nella lettera a Marino di un altro macchinista della Roma-Lido, in realtà nelle 37 ore di lavoro settimanale, «il tempo macchina medio sulla Roma-Lido è di 4 ore e 13 minuti al giorno (non si tratta di un mio calcolo ma di dati contenuti in documenti ufficiali stranamente ignorati) per 271/272 giorni lavorativi nell’arco dell’anno, al netto dei giorni di riposo e delle ferie. Il risultato, 1142/1147 ore di tempo macchina è molto molto lontano da quello che lei ha fornito alla cittadinanza “solo poco più di 700 ore l’anno”». I calcoli, del resto, sono ufficiali: basta leggere i contratti in vigore.
 
La mobilitazione dei lavoratori – e i conseguenti continui ritardi dei mezzi pubblici – hanno prevedibilmente esasperato i passeggeri, già costretti solitamente a lunghi tempi di attesa sotto il sole cocente (o sotto la pioggia battente) e a viaggi in condizioni disagiate, su treni malandati e affollati, spesso senza aria condizionata (e, nel caso dei CAF, senza finestrini!). A questo punto, però, la narrazione mediatica dell’azienda, preparata dai media nei mesi e negli anni precedenti e basata sulla retorica del dipendente pubblico fannullone, ha preso il sopravvento. I viaggiatori – ripetiamo, comprensibilmente esasperati e sfiniti – hanno accettato in toto il punto di vista di Atac e di Marino che accusavano i macchinisti di non voler l’introduzione del badge. Invece di prendersela con l’azienda, che appunto da anni costringe i lavoratori romani a quotidiani viaggi della speranza in convogli affollati e poco sicuri, i «macchinisti» sono stati identificati con «mostri» contro cui scagliarsi. Le aggressioni sono iniziate subito, il 1° luglio, portando alla paradossale situazione di stazioni presidiate dalla polizia e di convogli in cui i macchinisti erano affiancati dai carabinieri (leggi). E sono continuate per quasi venti giorni, in un crescendo di rallentamenti, aggressioni, risse sfiorate, passeggeri a piedi sui binari e interventi di polizia e carabinieri (leggi). Tra le aggressioni, anche quella di un macchinista, fermatosi alla metro Tiburtina in seguito a un malore e non creduto dai passeggeri (leggi) e quella contro i macchinisti di un treno fermo per un guasto nella stazione di Vitinia, sulla Roma-Lido, che sono stati presi a sassate (leggi e leggi). Un’esasperazione comprensibile, ma assolutamente non giustificabile quando essa assume la forma della guerra tra lavoratori: quelli che vogliono tornare a casa o andare a lavorare contro quelli che già stanno lavorando alla guida di un treno.
 
Anche in un contesto di deserto politico e di difficoltà collettiva di analisi, appare quasi stupefacente che il problema, per i giornali, per l’Atac, per il sindaco Marino, per buona parte dell’opinione pubblica e soprattutto per gli stessi viaggiatori non sia il fatto che buona parte dei treni e dei bus abbia dei guasti pericolosi per l’incolumità dei passeggeri (come una spia spenta, ad esempio: «spenta», cioè «non funzionante», che non indica malfunzionamenti), ma che gli autisti e i macchinisti li segnalino. Come è evidente da alcuni screenshots del sistema interno dell’Atac, infatti, i macchinisti vengono solitamente invitati a proseguire il servizio anche in caso di guasti (vedi). Del resto, il video sul vagone della metro B che ha viaggiato con una porta aperta è stato rilanciato da tutti i media come spia di un malfunzionamento dell’Atac che renderebbe necessaria la privatizzazione (vedi): evidentemente, invece, ha solo dato ragione ai macchinisti che bloccano i treni non sicuri.
 

Neanche i frequenti interventi dei lavoratori sui social network sono riusciti a bucare la narrazione dominante che li rappresenta come mostri. Negli ultimi giorni, ad esempio, è stato diffuso su youtube il video di un autista Atac, Christian Rosso, in cui spiega perché, quando gli autobus non passano, la colpa non sia degli autisti (vedi). Rosso, nonostante qualche ingenuità, ha ben spiegato infatti come agli autisti capiti di andare in rimessa per prendere servizio e di non trovare la vettura che devono condurre, a causa di guasti: nella sua esperienza, gli era appena capitato di dover prendere servizio alle 14 e di dover aspettare, per farlo, fino alle 18, quando l’Atac considerava la temperatura abbastanza fresca per poter far viaggiare i passeggeri su bus con l’aria condizionata guasta. Questo video è molto importante, anche perché dimostra come sia del tutto falsa la contrapposizione che qualcuno ha cercato di avvalorare tra gli «autisti» e la presunta «aristocrazia operaia» costituita dai macchinisti. L’inconsistenza di questa divisione – e chi l’afferma, spesso, in realtà la auspica – è evidente anche dalla mobilitazione del sindacato autorganizzato Cambia-menti, guidato dall’autista Micaela Quintavalle, che ha sempre (come ovvio) sostenuto una lotta che è in primo luogo dei macchinisti (leggi).
 

Anche su facebook sono circolati molti appelli dei lavoratori, tra cui questo, che ben spiega la situazione: 

Cari amici, mi trovo a scrivere questo post, lungo ma concentrato, perché io e mio marito ci siamo veramente stancati di leggere stronzate in giro su cose di cui poco si sa, e speriamo quindi di chiarire almeno un po’ la faccenda. Parliamo di macchinisti Atac e di quello che sta accadendo alla metro di Roma.

1. In che consiste il lavoro del macchinista di Roma? Il macchinista fa turni di 6,10 ore giornaliere e 37 ore settimanali, esattamente come i suoi colleghi di Milano e Napoli, ma trasportando il quintuplo dei passeggeri.

2. Quanto guadagna il macchinista? Che ci crediate o meno, al contrario di quanto vogliono far credere il caro sindaco Marino e il dirigente stesso Atac, il macchinista non guadagna 4000-5000 € al mese (magari!), ma 1500€.

3. Come mai d’improvviso la metro si è fermata? La metro finora ha potuto funzionare solo grazie alla professionalità e all’impegno del macchinista, perché, checché se ne dica, la colpa dei trasporti che funzionano male a Roma non è certo loro, che sono semplici lavoratori come tutti noi, ma di chi siede al governo. Spieghiamo perché: i turni giornalieri di servizio sono in media 250, mentre i macchinisti sono soltanto 170 (e si riducono a 150 effettivi se togliamo riposi, ferie e malattie). Come ha potuto finora una tale mancanza di personale non incidere sul servizio? Semplice: i macchinisti facevano lo straordinario, per non lasciare a piedi i pendolari. Turni doppi per garantire la mobilità della città.

4. Come funziona lo straordinario del macchinista? Il macchinista non è libero di scegliere se restare a lavoro 1 o 2 ore in più, ma deve fare per forza un altro turno di altre 6,10 ore.

5. Perché adesso non continuano a fare lo straordinario? Perché ora la metro è così rallentata? La risposta c’è, ma nessuno ve la dice. L’azienda Atac da poco tempo a questa parte ha deciso giustamente che devono essere rispettate le regole sul servizio, e quale è la più importante se non quella sulla sicurezza? Ora, la normativa europea in materia di sicurezza prevede che la distanza temporale tra un turno e l’altro di un macchinista debba essere di 7 ore (comunque non meno di 5), cioè il macchinista deve avere almeno 5 ore di riposo tra un turno e l’altro per non rischiare di addormentarsi e causare una strage. […] Se per fare lo straordinario il macchinista deve aspettare minimo 5 ore dopo il suo turno, ne consegue che a fine giornata avrà fatto 6,10+5 + 6,10= 18 ore circa minimo fuori casa. Vi sembra normale? Voi lo fareste? Ecco perché i macchinisti non fanno più lo straordinario! Perché si stanno attenendo alla lettera alle regole. Ed ecco perché la metro di Roma è rallentata. […]

6. Perché stanno protestando poi i macchinisti? Perché l’azienda Atac […] ha deciso senza interpellare nessuno di disdire gli accordi di 2^ livello, accordi firmati a partire dal lontano 1962 dopo lotte e scioperi dei lavoratori dell’epoca, comportando una riduzione sulla busta paga fino a ben 500€. Voi non protestereste?

7. Questo benedetto badge. Il badge, cioè il cartellino elettronico che si timbra, è stato introdotto a forza nel lavoro del macchinista. Perché dico a forza? Perché nel sistema ferroviario non è previsto un badge, poiché il badge è il treno stesso, coi suoi orari di partenza e fine corsa. […]

8. Per tutti quelli che continuano a chiedersi come possa uscire un treno senza aria condizionata, sfatiamo una volta per tutte il mito del macchinista sadico che spegne l’aria apposta per far morire qualcuno o alza al massimo il volume della diffusione sonora per far impazzire i pendolari. Comandi del genere non esistono all’interno della cabina. Semplicemente può succedere che ci sia un guasto durante il servizio, specie quando la metro è più affollata e il condizionatore non ce la fa a raffreddare le carrozze.

Dopo due settimane di mobilitazione, alla metà di luglio, si è giunti all’accordo tra Atac e sindacati sulla contrattazione di secondo livello, che prevede 950 ore di guida all’anno per i macchinisti, l’introduzione di turni a nastro per gli autisti (6 ore e 20 minuti di guida e due ore di customer care e recupero mezzi al giorno), l’accesso al salario di produttività solo al raggiungimento di ben individuati standard in termini di presenza e qualità del servizio erogato.


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È necessario, a questo punto, aprire una parentesi sulle vicende dell’Atac degli ultimi anni, aiutandoci nel reperimento di dati con un’approfondita inchiesta pubblicata l’anno scorso dal collettivo Clash City Workes e con una scheda informativa diffusa in questi giorni dai Cobas. Da oltre dieci anni, i bilanci di Atac sono continuamente in rosso: non per i continui miglioramenti del servizio (anzi), o per un miglioramento delle condizioni contrattuali dei lavoratori, ma soprattutto a causa delle assunzioni indiscriminate effettuate dai principali dirigenti delle amministrazioni capitoline. Sia sufficiente ricordare lo scandalo «parentopoli» che coinvolse Gianni Alemanno che, durante il suo mandato, assunse come quadri e amministrativi nelle municipalizzate amici e parenti, oltre che camerati politici (leggi): in Atac, si parla un totale di 854 persone, senza alcuna qualifica, assunte quasi tutte come amministrativi. Quasi il doppio del numero totale dei macchinisti che lavorano in Atac.
 

Nel 2011, per far fronte a questa situazione di crisi, fu approvato un piano industriale che prevedeva, tra l’altro, di aumentare la produttività del personale viaggiante, considerata troppo bassa, e diminuire l’eccesso di personale amministrativo. Oltre a una riduzione dell’organico, mirante a risparmiare sul personale, si decise inoltre di aumentare il prezzo del biglietto (da 1 a 1,5 euro) e quello degli abbonamenti mensili e annuali, abolendo contestualmente molte agevolazioni per le fasce economicamente più deboli. Queste misure, tuttavia, non servirono a migliorare la situazione, anche a causa della continua diminuzione dei finanziamenti statali per il trasporto pubblico locale e della crescente obsolescenza degli automezzi utilizzati, che costringe a continue spese di manutenzione per far fronte ai guasti e a comprare pezzi di ricambio costosi e difficili da trovare (quando si trovano: più spesso i mezzi non vengono aggiustati per «mancanza materiali»).
 
La situazione non è migliorata con la giunta di Ignazio Marino, che invece di pensare a come risolvere la situazione di un’azienda sull’orlo del fallimento, ha preferito occuparsi della finta pedonalizzazione dei Fori imperiali e di progetti favolistici di creazione di ampie zone pedonali nel centro di Roma. Intanto, il suo assessore per la mobilità Improta cominciava ad accusare dell’imminente fallimento di Atac i dipendenti, troppo numerosi e assenteisti, i sindacati e i premi di produzione. Le uniche due «idee» che ebbero per migliorare la situazione furono i tagli del personale – e il servizio di trasporto pubblico a Roma cominciò così a essere basato, per il 20-30%, sugli straordinari – e di alcune linee di autobus considerate sottoutilizzate: poco importava che un servizio pubblico debba garantire il diritto alla mobilità di tutti, anche di chi prende mezzi utilizzati da poche persone, e non pensare a quanto una linea sia redditizia o «in perdita». Si procedette così a quella che è stata definita «razionalizzazione» – termine che sembra più presentabile rispetto a «tagli» – delle linee di autobus, in ossequio a una campagna in questo senso che già da anni, lo scrivevamo nel 2012 (leggi), quotidiani come «Repubblica» stavano sostenendo.
 

Nello stesso periodo emerse inoltre lo scandalo dei «falsi biglietti», fatti stampare proprio all’interno di Atac tra il 2010 e il 2013, per un ammanco totale annuale di circa 80 milioni di euro: per questo fatto sono indagati  molti ex dirigenti dell’azienda. La lista degli scandali, tuttavia, è lunghissima e per questo rimandiamo alla lettura della scheda dei Cobas già citata.
 

In questa situazione paradossale, era davvero difficile poter accusare i lavoratori di avere qualche responsabilità nella crisi. Tuttavia, l’Atac tentò nuovamente di farlo, prima affermando che non avrebbe versato, in virtù della Spending Review, i 300 euro a essi ancora dovuti per il rinnovo del contratto 2009-2011, e poi precettando i lavoratori che, come protesta contro questa decisione, avevano deciso di attuare l’astensione dagli straordinari, assimilandola ad una “forma anomala di sciopero”. Fu in questo frangente che fu organizzata la prima manifestazione, il 20 dicembre 2013, contro le privatizzazioni del servizio pubblico, che vedeva uniti tanto i dipendenti dell’Atac – autorganizzati e aderenti all’Usb – quanto i movimenti sociali romani. Negli stessi giorni, a Genova, gli autisti di AMT iniziavano una durissima mobilitazione contro la privatizzazione dell’azienda.

Intanto la qualità del servizio offerto è continuata a peggiorare. Come affermato da una capotreno intervistata dai CCW all’inizio del 2014, quasi tutti i giorni viaggiava in condizioni di scarsa sicurezza: «La linea non risulta in totale sicurezza e l’80 per cento dei treni non dovrebbe circolare. 
La turnazione in totale carenza di personale, fa si che non rispettiamo riposi e ore di recupero stabilite per legge». E, in effetti, i dati sull’obsolescenza dei mezzi si facevano sempre più preoccupanti: secondo il bilancio del 2013, 2.447 autobus avevano un età media di circa 10 anni, 190 metropolitane un’età media di 29.6 anni (13.4 Metro A / 24.5 Metro B), la Roma-Lido fino a 25.5 anni, la Roma-Giardinetti fino a 59 e la Roma-Viterbo fino a 39. La stessa giunta Marino, nel 2013, ha dichiarato che «ad effettuare il servizio, infine, è appena il 71% del parco mezzi contro l’ 87% previsto per garantire il regolare servizio di linea» (leggi).
 

Le cifre sono impietose: nel triennio 2007-2009 le vetture ferme per guasto in rimessa erano in media 30-40 al giorno; nel triennio 2010-2012 sono salite a 90-100. In tre anni, sono dunque triplicate. Nel frattempo sono aumentati costantemente i guasti in linea (ovvero, durante il servizio su strada) per bus e tram: nel 2007 era il 13,8%, nel 2012 il 24,8 con punte fino al 50. Non migliore il servizio su rotaia: nel primo quadrimestre del 2013 risultavano perse il 10% delle corse della metro B e della Roma-Viterbo, il 13% della Roma-Giardinetti, il 5% della Roma-Lido, il 4% sulla metro A.
 

Questa situazione è peggiorata drammaticamente negli anni successivi, fino a giungere a oggi. Un anno fa il sindacato autorganizzato Cambia-Menti parlava di quasi 20mila corse perse ogni giorno fra bus, tram e filobus (il 30% del totale giornaliero sulle 309 linee presenti), a causa della scarsità di vetture funzionanti (ne escono appena 1.400 sui 2.281 a disposizione), di fattori dovuti alla «città» (manifestazioni, cortei, doppie file, ostacoli vari) e, soprattutto, dell’esiguo numero di autisti impiegati e dei tempi di percorrenza pianificati, da capolinea a capolinea, eccessivamente ridotti (leggi). Ad oggi si parla di «ben 900 bus fermi su 2.300 totali a causa dell’assenza di manutenzione e dell’impossibilità di acquistare i pezzi di ricambio nuovi: quando va bene, vengono “cannibalizzati” i bus vecchi, ridotti ormai a carcasse nei depositi. Anche sui treni la situazione è grave: al netto dell’ultimo mese di protesta (quindi da dati invernali) circa il 20% delle corse delle metro A e B vengono soppresse per guasti e mancanza di materiali. A questo si aggiungono anche i 60 bus elettrici fermi nel deposito di Trastevere ormai da quasi 2 anni in quanto non ci sono i soldi per acquistare le batterie» (leggi).


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Questa è la situazione. A uno sguardo critico è davvero difficile accettare la vulgata che incolpa di tutto ciò i presunti privilegi o la «pigrizia» del personale viaggiante di Atac. Ma qual è, effettivamente, la loro situazione nell’azienda?
 

A causa del blocco delle assunzioni iniziato nel 2009, si è venuto a creare un deficit di circa mille autisti. Quelli presenti, in media, non godono dei giorni di ferie per un numero di 30-40 giorni ciascuno e sono costretti a fare straordinari per garantire il servizio. Come affermato dalla capotreno intervistata dai CCW, il personale viaggiante giunge a effettuare fino a 120 ore mensili di straordinario: quanto è stabilito, dalla legge, come tetto massimo annuale. A questi straordinari i lavoratori sono spesso soggetti in modo forzoso, anche perché in alcuni comparti sono strutturali nell’organizzazione dei turni. Per far fronte a questa situazione, dal 2011 Atac ha iniziato ad assumere con contratto a tempo determinato (45 giorni prorogabili per altri 45 giorni), decine di lavoratori, selezionati per mezzo di agenzie interinali. Nel novembre 2014, tuttavia, è stata annunciata una ulteriore diminuzione del personale pari a circa 454 autisti. Tra essi, i 350 autisti assunti nei mesi precedenti a tempo determinato e un centinaio di lavoratori che sarebbero andati in pensione (leggi).
 
E quanto guadagna, veramente, il personale dell’Atac? Davvero gli stipendi dei macchinisti, come affermano i giornali, toccano i 4.500 euro? I macchinisti – come è ovvio – non hanno dei privilegi eccezionali, ma sono inquadrati nel contratto collettivo nazionale di lavoro degli autoferrotranvieri, al parametro 190, come i tecnici di bordo: si parte, quindi, da una retribuzione minima di circa 1.700 euro, che poi aumenta con gli straordinari o con gli scatti di anzianità. Anche in articoli contro i lavoratori pubblicati negli anni scorsi su giornali non certo rivoluzionari come il “Messaggero” (leggi), si parla di retribuzioni pari in media (e quindi comprensive degli scatti di anzianità, in una situazione il cui il personale, a causa del blocco delle assunzioni, non è esattamente giovanissimo) a 2.300 euro al mese. Non poco, quindi, ma neanche troppo alla luce del lavoro usurante a cui sono sottoposti (lavorano in galleria, per dire), al fatto che si tratti di un’attività altamente qualificata e alla responsabilità (anche penale) che hanno per la vita e la salute di migliaia di persone: soprattutto, non sono i 4.500 euro di cui si favoleggia. Dagli articoli dei giornali in cui si parla di «privilegi», poi, non si capisce perché le 3 ore che i macchinisti non guidano ma stanno sul posto di lavoro «in attesa» delle emergenze o a movimentare i treni non dovrebbero essere considerate ore di lavoro a tutti gli effetti. Il discorso delle «3 ore di lavoro al giorno» è ovviamente strumentale, oltre che inconsistente anche alla luce delle informazioni contenute nell’articolo stesso. Notare, inoltre, come nell’articolo del «Messaggero» del 2012, già si facesse un velato riferimento a quello che oggi viene chiamato «sciopero bianco»: «Se vogliono tirano la leva e scendono dalla locomotiva per un nonnulla: un estintore troppo carico, una cabina maleodorante, un bulloncino allentato, un vetro opaco». Ancora una volta sembra l’olfatto dei macchinisti il principale problema del trasporto pubblico romano.
 

Gli autisti e gli operatori di stazione non raggiungono in molti casi i 1.500 euro al mese. Gli stipendi dei principali dirigenti, invece, sono altissimi, e per dodici di essi (su cinquantaquattro totali) si aggirano intorno ai 200mila euro l’anno: secondo una vulgata piuttosto diffusa, guadagnerebbero più del presidente statunitense Obama.


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Sono queste le tappe principali che hanno permesso di giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, la richiesta di privatizzazione del trasporto pubblico locale.
A ben vedere, però, la privatizzazione è già in corso. Da anni, infatti, l’Atac è affiancata, nell’erogazione di bus su 83 linee periferiche, dalla privata Tevere Tpl/Roma Tpl che copre circa il 20% del servizio su gomma della città.
 

Le prime linee private – le otto linee J – furono istituite in vista del Giubileo del 2000. L’esperimento non ebbe molto successo e, nel 2001, esse diventarono linee effettive e furono affidate a una ATI (Associazione temporanea di imprese). Nel 2006, Roma Capitale affidò poi alla ATI Tevere Tpl (dal 2010, Roma Tpl) oltre settanta linee periferiche e il servizio notturno. Si trattò di un vero e proprio regalo dell’amministrazione Alemanno ai privati: la sua giunta prima abolì alcune linee di bus nel IV Municipio – affermando che l’apertura della diramazione della metro B1 le avrebbe rese sottoutilizzate – e poi, dovendole reintrodurre a causa del caos che la loro dismissione aveva determinato, le affidò al privato, dopo una gara d’appalto da 800 milioni di euro – una delle più grandi mai bandite in Europa – in cui la Roma Tpl fu – misteriosamente – l’unica concorrente.

Si è trattato di un risparmio? Il servizio è migliorato? I lavoratori hanno condizioni contrattuali migliori? Ovviamente, come in ogni altro caso di privatizzazione mai tentato al mondo, la risposta a queste domande è negativa. Le linee private, infatti, costano al comune di Roma più di quelle pubbliche (leggi) e gli autisti che vi sono impiegati – stretti in una condizione contrattuale incerta, in quanto le aziende che, per conto della società consortile, esplicano materialmente il servizio, affermano di non essere obbligate a garantire ai propri dipendenti i trattamenti economici e normativi vigenti per la categoria – sono sottoposti a turni massacranti (fino a 11-12 ore di lavoro al giorno) e, a parità di mansioni e lavoro, percepiscono una retribuzione inferiore anche del 30% rispetto agli autisti Atac (pari in media a 200-300 euro al mese). Ciò li spinge a scioperare senza preavviso (leggi).
 

Esternalizzate, inoltre, sono anche le mansioni di pulizia di tutti i siti aziendali, del comparto metro-ferroviario, delle vetture e delle sedi: nel novembre 2013, 128 lavoratori delle cooperative appaltatrici si videro improvvisamente dimezzate le ore di lavoro e costretti a un contratto di solidarietà.
 

Questi precedenti lasciano presagire quale sarà la situazione di tutto il trasporto romano una volta che verrà avviata la loro privatizzazione. Del resto, i privati mirano al profitto: chi considererà mai redditizio investire su linee periferiche, magari notturne, frequentate da poche persone? Nessuno. E tali linee spariranno, ghettizzando e rendendo sempre più la vita impossibile a quanti vivono nelle zone periferiche.


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Il prefetto Gabrielli, intanto, ha adottato una linea dura, precettando i lavoratori in modo da impedirgli ogni sciopero dal 28 luglio al 3 agosto. In particolare, è stata così proibita l’astensione dal lavoro promossa dall’Ugl (!) per lunedì 28: nel pomeriggio della giornata, comunque, si sono avuti ritardi su tutta la linea su rotaia.

Gli autisti e i lavoratori e i pendolari della Roma-Lido (che chiedono investimenti, risorse, treni e assunzioni)  si sono invece dati appuntamento per oggi – mercoledì 29 – , dalle 9 alle 20, al Campidoglio (leggi e leggi).


Stante le ineludibili politiche europee, è sul fronte delle privatizzazioni – come anticipato drammaticamente dal caso greco – che si impegneranno il governo e gli enti locali nel prossimo futuro. Può diventare, però, una dura battaglia, se ci prepariamo a combatterla a partire dal prossimo autunno.

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