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23/06/2015

Tsipras cede molto, ma non è mai abbastanza

Un accordo, alla fine, si farà. Probabilmente, forse. Sul contenuto nessuno appare disposto a mettere la mano sul fuoco. Ma i “i mercati” festeggiano lo scampato pericolo, perché una rottura che avrebbe messo Atene sulla via della “grexit” avrebbe significato, contemporaneamente, la certificazione che l'Unione Europea è una nave che non sa o non può navigare.

Sembra evidente che Tsipras stavolta ha avanzato una proposta “in perdita”, che fa grandi concessioni alla Troika in cambio di quasi nulla sul piano strategico – nessuno, a Bruxelles o Francoforte, vuol sentir parlare di ristrutturazione del debito ellenico – e di un nuovo piano di aiuti da 30-40 miliardi sul piano immediato. Fiato nell'immediato in cambio di una corda più saldamente stretta al collo per il futuro.

Crediamo che in Syriza lo abbiano capito meglio di noi e il rischio di uno scontro interno, potenzialmente devastante anche per la tenuta dell'esecutivo, è ora decisamente più alto. Qualcosa è giù iniziato a uscire, con la dura critica di Stathis Koulevakis, membro del Comitato centrale ed esponente di punta della sinistra, di cui daremo conto a parte.

Molti analisti mettono in luce la “capriola” compiuta con l'ultima proposta avanzata ieri mattina all'Eurogruppo e sottoscritta personalmente dallo stesso Tsipras. Il tentativo – davvero disperato – è quello di dare qualcosa di sostanzioso in pasto alla Troika in cambio di una diversa distribuzione dei carichi sociali delle misure che dovranno prima o poi esser prese.

Sembra quindi il caso di vederle da vicino, almeno per quanto lasciato trapelare a margine delle due riunioni di ieri (di documenti ufficiali neanche l'ombra, solo “note” più o meno ottimistiche).

Com'è noto, i “creditori” della Troika pretendevano una sforbiciata alle pensioni, tagli al numero e agli stipendi dei dipendenti pubblici, aumento dell'Iva (e quindi dei prezzi interni) a due sole aliquote (13 e 23%, eliminando quella al 6,5% applicata per esempio ai farmaci), nonché abolizione delle agevolazioni fiscali per gli abitanti delle oltre mille isole.

La proposta Tsipras su cui si è aperta la discussione blocca i prepensionamenti a partire dal prossimo anno e promette di prolungare l'età pensionabile a 67, come nel resto d'Europa, ormai, con una progressione da qui a qualche anno. Ma promette di salvaguardare il livello degli assegni pagati mensilmente ai 468.422 pensionati pubblici attuali e a quelli che ci andranno nei prossimi anni (per una spesa totale di circa 6 miliardi annui). Di contro, viene indicato un aumento del 3,9% dei contributi pensionistici, nonché un aumento dal 4 al 5% dei contributi sanitari per aziende e dipendenti. In totale, la mini-manovra sulle pensioni dovrebbe valere lo 0,4% del Pil quest'anno e l'1% nel 2016.

Un taglio minore del richiesto dalla Troika, ma che prevede comunque una maggiore spesa da compensare con maggiori entrate. Allo scopo, viene indicata una speciale tassa del 12% sulle aziende che realizzano un utile annuale di oltre 500mila euro ed una “tassa di solidarietà” per chi guadagna oltre 30mila euro l'anno (che in Grecia è attualmente un reddito alto, non medio come da noi). Anche la tassazione sui redditi di impresa aumenta dal 26 al 29% a partire dal 2016. Prevedibile che su questo punto la Troika condurrà un'offensiva serrata nei prossimi giorni, su tutti i tavoli tecnici, perché contravviene – seppure in piccola misura – le indicazioni generali: stangare il lavoro, agevolare le aziende per “aumentare la competitività” dell'economia ellenica. L'intento in effetti è trasparente: spostare il peso delle tasse dai dipendenti e pensionati ai benestanti e alle imprese.

Sull'Iva nulla di importantissimo, ma qualcosa anche qui si concede: la disponibilità ad aumentare il numero dei prodotti su cui far gravare l'aliquota massima (si tratterà di vedere quali). Da questo rimaneggiamento si pensa di ricavare quasi 600 milioni per l'anno in corso e il doppio per il successivo.

Le banche elleniche, in difficoltà per la corsa al ritiro dei depositi negli ultimi mesi, scampano un aumento della tassazione ma dovranno acquistare i titoli di stato che Atene emetterà a giorni per poter ripagare la rata in scadenza con il Fmi: 1,6 miliardi entro il 30 giugno.

Ma fin qui siamo solo al contrappunto delle proposte, ed è chiaro che senza contropartite sulla riduzione-ristrutturazione del debito Tsipras non può ottenere nessun via libera; o perlomeno non potrebbe evitare una battaglia durissima all'interno di Syriza (dove la sinistra pesa ormai per il 44%). Ma dall'altra parte nessuno dei “creditori” può ammettere un'eccezione così grande alle “regole” fissate dai trattati europei o alle norma del Fmi.

I democristiani che reggono quasi tutte le cancellerie dispongono però di sufficienti escamotage verbali per “alludere” a una possibilità di trattativa senza prendere alcun impegno preciso, né quanto a tempi né quanto a dimensioni. Per ora, si parla al massimo di allungamento delle scadenze e ulteriore riduzione dei tassi d'interesse pretesi, in modo d'alleggerire il “servizio del debito” (quelli che un normale mutuatario sono gli interessi passivi senza minimamente toccare l'ammontare del capitale).

Mai presa in considerazione neanche l'ipotesi avanzata fin da febbraio da Yanis Varoufakis, ministro delle finanze di Atene, per uno swap (scambio) tra obbligazioni esistenti e detenute dalla Bce con altre da emettere, ma indicizzate al Pil (se cresco ti pago qualcosa, se no nisba); oppure con “obbligazioni perpetue”.

Ieri ha fatto capolino una proposta simile ma diversa, sempre avanzata dal governo greco: uno spostamento del debito detenuto dalla Bce, pari a 27 miliardi di euro, all'European Stabilization Mechanism, l'Esm, il Fondo salva-stati europeo. In questo modo Atene potrebbe almeno godere dei benefici del quantitative easing attuato dalla Bce, che però non può acquistare titoli di stato ellenici perché ne possiede anche troppi. Se venisse accettata, lo spread ellenico – e quindi la quota di risorse pubbliche da destinare al pagamento degli interessi sul debito – calerebbe drasticamente, anche se non nella misura ad esempio goduta dall'Italia o dalla Spagna.

Per ora, l'unica contropartita effettiva ha continuato a metterla sul piatto la Bce. Che stamattina ha alzato la liquidità d'emergenza (Ela), fornita dalla banca centrale greca agli istituti ellenici, a circa 89 miliardi di euro.

Del resto ormai tutti riconoscono che le le “ricette” imposte dalla Troika hanno avuto l'effetto opposto a quello dichiarato: il debito greco che, dopo cinque anni di cura di austerità, è cresciuto a 315 miliardi di euro, pari al 180% del Pil. Le manovra recessive in tempi di crisi economica – non sorprendentemente: se devi pagare i debiti mentre non ti entrano soldi, sei rovinato – hanno ridotto il Pil ellenico del 27%, fatto esplodere la disoccupazione al 27%, ma soprattutto ha portato i “crediti inesigibili” al 40% del totale. Uccidendo l'economia greca invece di renderla “competitiva”.

Nonostante il “grande passo avanti” fatto da Tsipras, oltrepassando molte “linee rosse” da lui stesso tracciate in campagna elettorale ma anche in questi mesi di duro scontro con i “creditori”, il Fondo Monetario Internazionale (con la complicità di Rajoy, premiar conservatore spagnolo che trema all'idea che Atene possa comunque “strappare qualcosa” prima delle elezioni politiche di novembre, dando così fiato alle opposizioni di sinistra anti-austerità) sembra intenzionato a stringere di più il cappio fin da subito.

Forte di un regolamento interno che vieta di erogare prestiti a stati che non garantiscono pienamente la sostenibilità del proprio debito, Christine Lagarde ha gelato tutti spiegando che «C'è ancora molto, moltissimo lavoro da fare sulla Grecia».

È certa gente che dovrebbe far capire a tutti che non c'è una soluzione “riformista” o un “compromesso” accettabile. Vogliono il sangue, lo pretendono, puntano a sbranarti.

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