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martedì 30 giugno 2015

God Bless America

Da venerdì scorso, se sei un omosessuale statunitense può sposarti con il tuo partner. Se sei un giovane nero omossessuale statunitense, però, non è detto che raggiungerai l’età in cui ti verrà il desiderio (o avrai la possibilità) di sposarti: già il tasso di mortalità infantile dei bambini nati da madri afroamericane, infatti, è doppio rispetto a quelli nati da genitrici bianche, mentre la terza causa di morte tra i neri afroamericani è l’omicidio (9,7%; 14,1% se si considerano solo i giovani maschi neri).

Se sei un giovane omosessuale nero statunitense e raggiungi l’età per il matrimonio, forse non potrai comunque contrarlo: in un quarto degli stati degli Usa, infatti, il 10% dei giovani afroamericani è rinchiuso in carcere. Secondo altre stime, un terzo dei ventenni di colore statunitensi è in prigione o in libertà vigilata: il tasso d’incarcerazione dei giovani neri è di 12.603 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.666. I neri delinquono di più? Probabilmente no, se è vero che pur essendo il 13% dei consumatori di stupefacenti, essi sono il 35% degli arrestati, il 55% dei processati e il 75% di quelli che stanno scontando una pena per possesso di droga.

Se sei un giovane nero omosessuale statunitense e ti sposerai, dovrai comunque tenere presente che la tua aspettativa di vita è di 5 e anni e mezzo inferiore a quella di un tuo coetaneo bianco: avrai, dunque, molto meno tempo per testare gioie e dolori del matrimonio.

Se sei un giovane omosessuale statunitense, inoltre, devi sapere che hai molte più possibilità di trovarti un partner bianco, piuttosto che un partner nero tuo coetaneo. Un recente articolo di Glen Ford, il direttore esecutivo di Black Agenda Radio, ha parlato della letterale “sparizione” di oltre un milione e mezzo di uomini neri statunitensi: mentre, nella fascia d’età 25-54 anni, tra i bianchi si contano 99 uomini ogni 100 donne, infatti, tra i neri le donne sono circa un milione e mezzo in più degli uomini. Di essi, secondo gli analisti, circa 600mila sono in carcere, mentre gli altri sono morti prematuramente, a causa di malattie, incidenti e, circa 200mila, omicidio. Come scrive Ford,
la vita delle persone di pelle nera negli Usa non inizia con bizzarri squilibri tra i sessi. Non c’è un divario di genere tra i neri durante l’infanzia. Nascono circa lo stesso numero di ragazzi e di ragazze e il rapporto rimane stabile fino all’adolescenza, quando inizia una spietata guerra di logoramento ai danni dei maschi neri. In quali termini è possibile descrivere questo fenomeno se non come una guerra, in cui 600.000 persone sono detenute in carcere durante gli anni più produttivi della loro vita, altre 200.000 periscono per cause violente, mentre la maggior parte giace sotto terra, falciata da incidenti e malattie che colpiscono con molta più clemenza i bianchi?
Tra le cause violente, non va dimenticata l’alta probabilità di essere uccisi dalla polizia. Solo nei primi cinque mesi di quest’anno, infatti, le forze dell’ordine negli Usa hanno già ucciso 385 persone: i due terzi degli uccisi tra le persone disarmate sono nere. Eclatanti i casi dell’ultimo anno, tanto a Ferguson quanto a Baltimora, che sono stati all’origine di una forte reazione delle comunità afroamericane, con giorni e giorni di proteste e guerriglia urbana.

Se ciò non bastasse, si può gettare uno sguardo alla situazione patrimoniale e lavorativa dei bianchi e dei neri: il numero dei disoccupati tra i secondi è il doppio di quello dei primi, che inoltre guadagnano in media oltre il 21% in più e che sono 4,3 volte più ricchi (leggi).

La disuguaglianza, tuttavia, non riguarda solo gli afroamericani: è sufficiente dare un’occhiata all’agile volumetto del 2013 di Bruno Cartosio, La grande frattura. Concentrazione della ricchezza e disuguaglianze negli Stati Uniti (Ombrecorte 2013). I dati in esso contenuti mostrano una situazione allarmante: uno statunitense su sei vive in condizioni di povertà e, in base ai criteri recentemente elaborati dall’Ufficio del censimento, nel 2010 i poveri statunitensi erano quasi 50 milioni (16% della popolazione; tra gli afroamericani e gli ispanici si sale fino al 25%). Secondo uno studio del 2012 del National Poverty Center dell’Università del Michigan, tenendo presenti i criteri che individuano la povertà estrema nel mondo (un reddito di due dollari al giorno per ciascun componente del nucleo familiare), ben 1.460.000 famiglie e 2.800.000 bambini vivevano in queste condizioni negli Usa nel 2010 (p. 54). Di contro, tra il 1979 e il 2007, al 10% più ricco della popolazione statunitense è andato il 91,4% della crescita dei redditi, di cui il 60% all’1% dei superircchi (p. 55). I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri: la polarizzazione prevista da Marx trova negli Usa una delle sue più aderenti realizzazioni.

Gli effetti di queste disuguaglianze sociali sono, ovviamente, tragici, tanto più in un paese con un sistema sanitario in mano ai privati: gli Usa, infatti, sono uno dei pochi paesi a non offrire ai suoi cittadini una copertura sanitaria universale, nonostante la tanto sbandierata riforma del 2010 promossa da Obama. Essa, ben lontana dal tendere verso la costruzione di un sistema sanitario universale, conteneva anzi misure come le sanzioni per i cittadini che non acquistano una polizza assicurativa. Se teniamo presente che, nel 2008, il 46% delle famiglie con reddito al di sotto del doppio della soglia di povertà erano privi di assicurazione, mentre sopra la stessa soglia lo era il 16%, capiamo come questa riforma sia un esempio come un altro di come negli Usa i poveri vengano puniti in quanto tali e i loro comportamenti sociali criminalizzati. Secondo i dati più recenti, il 37% dei pazienti statunitensi ha difficoltà a pagare le prestazioni mediche e spesso rinuncia alle cure a causa dei costi, anche tra coloro che hanno un reddito alto (17% rispetto al 39% dei più poveri).

Alla luce di questi dati dovrebbe essere chiaro come l’«apertura» – per sentenza della corte suprema e non per decisione politica o iniziativa legislativa o risultato di un percorso di lotte – ai matrimoni gay costituisca una chiaro tentativo di pinkwashing, al pari dell’organizzazione del Gay Pride di Tel Aviv promossa dal ministero degli esteri israeliano all’interno di un’operazione di marketing in cui ricevette suggerimenti dagli esperti statunitensi. Tra il 2011 e il 2012 questa iniziativa – di cui in Italia fu alfiere il solito Roberto Saviano – aveva suscitato molte polemiche e in diversi articoli (leggi) si era denunciata «la cooptazione dei bianchi gay da parte delle forze politiche anti-immigrati e anti-musulmane in Europa occidentale e in Israele»: oggi, estendo il discorso, vi possiamo aggiungere anche gli Usa. Il termine pinkwashing, del resto, deriva dall’inglese whitewash, «imbiancare, coprire, mascherare», che in senso figurato indica i tentativi di nascondere la verità su argomenti, persone, organizzazioni o prodotti per farli apparire migliori di quanto siano: nonostante la nuova facciata – però – dentro il sepolcro imbiancato permane il problema. Problemi che rimangono anche quando la coloritura della nuova facciata è pink, «rosa», grazie all’attenzione per i diritti di donne e omosessuali.

Stati che promuovono la discriminazione sociale all’interno e l’oppressione e lo sfruttamento all’esterno, in questo modo, ripuliscono la loro immagine grazie alla presunta attenzione prestata ai diritti civili: per la maggior parte dei casi, quelli degli omosessuali o delle donne (ad esempio, attraverso l’introduzione di meccanismi «anti-discriminazione» come le quote rosa). Il timing della sentenza della corte suprema, del resto, non lascia adito a dubbi: essa è stata pronunciata il 26 giugno, appena due giorni prima del 28, la giornata mondiale dell’orgoglio LGBTQ che ricorda i moti di Stonewall del 1969. Il tentativo di pinkwashing, evidentemente, ha funzionato: sia sufficiente contare quanti su Facebook – il più rapido ed efficace strumento per capire gli umori delle persone – hanno tinto la propria immagine del profilo con i colori della bandiera arcobaleno usata dal movimento di liberazione omosessuale: si è trattato, del resto, di un’iniziativa promossa dallo stesso social network, che ha reso disponibile un servizio per colorare le proprie foto in questo modo, e non di una spinta spontanea proveniente dai suoi utenti. Ed è così che anche il ricordo di un momento di rottura come la rivolta di Stonewall – quando a New York si ebbero dei violenti incidenti, che durarono giorni, tra gli omosessuali e la polizia che aveva fatto ingiustificata irruzione in uno dei loro locali – è stato depotenziato integrandolo e sovrapponendolo con l’odierna politica degli Usa di Obama e con la sua narrazione mediatica. La memoria di quella giornata, quindi, è stata confusa con l’esaltazione di una sentenza della corte suprema: come a dire che, anche se con ritardo, gli Usa arrivano alle conquiste democratiche e garantiscono i diritti a tutti i loro cittadini. «God bless America», dunque, la nazione democratica più democratica di tutti, il faro della modernità che anche questa volta ha dimostrato la superiorità morale e civile sua e – perché no? – di tutto il mondo occidentale liberale e liberista, soprattutto nella contrapposizione con un mondo islamico rappresentato sempre in termini di sessismo e omofobia. O forse no?

Già nel 2007, la studiosa Jasbir K. Puar ha evidenziato una normalizzazione e una nazionalizzazione dei gay e delle lesbiche messa in atto dal liberalismo, accusando così una parte importante del movimento omosessuale statunitense di aver contribuito alla riconfigurazione dell’imperialismo dopo l’11 Settembre e al rafforzamento di una nuova carta geopolitica del mondo, in cui da un lato ci sarebbe un Occidente tollerante e liberale e dall’altro un Islam sessista e omofobo.

Sia chiaro: i diritti civili è meglio che ci siano, piuttosto che non ci siano. La sentenza della corte suprema migliora indubbiamente la vita di milioni di persone, garantendo il riconoscimento di un diritto fondamentale: quello all’uguaglianza al di là dell’orientamento sessuale. Quello che bisogna chiedersi, tuttavia, è cosa significhi vedersi garantiti i diritti civili in una società tanto diseguale a livello sociale e se ha davvero senso festeggiare – elogiando di fatto la «democraticità» del paese – la sentenza della corte suprema. Si può parlare di «vittoria» dei diritti in una società tanto escludente? Si può pensare che il riconoscimento dei diritti di qualcuno possa avere senso se non avviene all’interno di una battaglia per i diritti di tutti? È giusto ed efficace separare la lotta per i diritti civili dalla lotta di classe e da quella antirazzista?

A ben guardare, non solo non è giusto né efficace, ma è anche controproducente. La pubblicità e l’attenzione mediatica su questo tema – che dimostrano ancora una volta la subalternità culturale rispetto agli Usa: del resto, sono 21 i paesi che, con molto meno clamore e senza profili di Facebook arcobaleno, già riconoscono giustamente questo diritto – non fanno altro che migliorare l’immagine internazionale degli Stati Uniti, al pari della guerra pretestuosamente condotta per consentire alle donne afghane di togliersi il velo o dell’elezione di un presidente nero come Obama o, ancora, del ruolo di potere «concesso» ad alcune donne, da Madeleine Albright a Condoleezza Rice (donna e nera) a Hillary Clinton, prossima candidata democratica alle presidenziali. Una versione estesa – concedeteci la metafora – di quelli che Malcom X definiva «negri da cortile» che, integrando pochi esponenti provenienti dalle classi agiate dei gruppi storicamente oppressi, fa passare in secondo piano le politiche imperialiste e oppressive – verso l’interno e verso l’esterno – di cui gli Usa sono fautori. Politiche che, tuttavia, non sono scomparse ma, anzi, si sono aggravate. Anche qui è forse utile richiamare un passo di Cartosio, che ben descrive la società statunitense:
Quando la razza e il sesso hanno smesso di essere gli ostacoli più immediatamente riconoscibili alla partecipazione, altre forme di esclusione le hanno progressivamente integrate o hanno preso il loro posto […]. Gli esclusi di una volta rimanevano esclusi e discriminati; non più per motivi scopertamente razziali, ma per quelle ragioni di collocazione sociale che l’appartenenza razziale (e, meno, sessuale) avevano comunque contribuito a determinare. […] La novità degli ultimi decenni è stata l’assimilazione nei ranghi degli emarginati di percentuali sempre più alte di uomini e donne bianchi. La società dei “due terzi” di cui si discuteva negli anni del neoliberismo di Reagan, in cui il terzo inferiore della piramide sociale viene lasciato al suo destino dalla politica e dall’economia, ha cambiato in parte la sua composizione e la sua estensione, ma non ha mai cessato di esistere. (p. 72)
La chiave della questione è probabilmente proprio nel concetto di «riconoscibilità»: quando un problema non è più riconoscibile perché velato dagli effetti di operazioni di maquillage politico come il cosiddetto pinkwashing la situazione non può che peggiorare.

Il problema non è la giustezza – indiscutibile – della legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, quanto piuttosto la scala di priorità e il contesto di lotte e rivendicazioni in cui essa viene inserita. Il riconoscimento dei diritti civili – per quanto apprezzabile – non comporta da solo alcun automatico avanzamento dei rapporti tra le classi: quando è la manifestazione esteriore di un tentativo di pinkwashing, anzi, è un ostacolo a ogni prospettiva conflittuale, perché appiattisce la possibilità di critica e di opposizione alle politiche del paese che la promuove. Del resto, come ha scritto Cartosio nel volume citato, il capolavoro politico delle classi dirigenti statunitensi è stato quello di «togliere redditi, servizi, protezioni sociali e rappresentanza politica e sindacale alle fasce deboli della società riuscendo a impedirne la sollevazione» (p. 15). Difficile pensare che il riconoscimento della legittimità dei matrimoni tra persone dello stesso sesso non faccia parte di una campagna propagandistica mirante a evitare, per il maggior tempo possibile, questa sollevazione.

Non c’è niente di male, dunque, a ritenere un passo in avanti l’estensione di un diritto civile. Bisogna però stare attenti a valutare tutte le conseguenze di questo progresso: subordinare la lotta di classe e di razza a quella per i diritti civili, pensare che l’ottenimento dei secondi senza partire dalla prima, è il più grande favore che si può fare agli stati oppressivi e imperialisti. «Think before you pink» era l’invito rivolto da uno dei movimenti contro un’altra forma di pinkwashing, quello che metteva in discussione la validità e l’efficacia di alcune campagne contro il cancro al seno basate sulla vendita di nastrini rosa, impropriamente utilizzati da alcune grandi aziende per legare i propri prodotti alla lotta al tumore al seno e migliorare in questo modo la loro immagine. Oggi non possiamo far altro che dire «think before you rainbow» (su facebook).

Juncker ci ripensa e cambia l'"offerta". Merkel no

Ora che la partita è diventata serissima, e rischia di sfuggire di mano a tutti, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, fa "la mossa" che fino a due giorni fa era esclusa: rivede la "proposta" della Troika per ammorbidirla. E naturalmente il governo greco non può che rispondere: "la esaminiamo".

Il giorno dopo una conferenza stampa in cui aveva indicato il governo Syriza come il nemico da abbattere, addebitandogli la responsabilità esclusiva di non aver raggiunto un accordo autodefinito "generoso" per la Grecia, invitando la popolazione ellenica a liberarsene, Juncker veste i panni di una poco credibile "colomba".

Così poco credibile che Tsipras l'avrebbe in un primo momento respinta, per poi prendere tempo per "valutare". Si può dire che in entrambi i campi sta prevalendo la tattica, in vista del referendum di domenica. E ognuno fa le mosse, o dice le cose, che meglio possono influenzare gli elettori chiamati a decidere del futuro di quel paese.

L'Eurogruppo dovrebbe di nuovo essere convocato per oggi, in riunione di emergenza, dopo che sabato scorso il ministro greco - Varoufakis - era stato allontanato al momento di dover decidere - come Unione Europea - il "piano B" per affrontare la prevedibile tempesta sui mercati. E forse la tempesta scatenatasi ieri ha fatto intravedere le streghe della rottura della Ue anche ai "falchi" ordo-liberisti di fede teutonica. Non a caso, dopo l'annuncio della nuova "proposta", tutte le borse continentali hanno ripreso i colori.

Ma la riunione stessa, secondo fonti di Bruxelles, sarà convocata solo se Tsipras risponderà per iscritto dichiarando l'accettazione piena, senza se e senza ma, dei termini proposti dai creditori per il varo di un nuovo piano di aiuti.

Ma cosa c'è di nuovo, oltre alla ripetizione del ricatto in forme ancora più ultimative? Le solite indiscrezioni parlano della "promessa" di un riscadenzamento del debito di Atene se al referendum vinceranno i sì. In questo modo il paese rimarrebbe nell'eurozona.

Se così stanno le cose, possiamo tranquillamente dire che è una "proposta elettorale", in piena continuità con la conferenza stampa di ieri. In pratica, Juncker sta dicendo ancora una volta ai greci: "liberatevi di questo governo, poi vi proporremo condizioni meno gravose".

«L'ufficio del primo ministro ha comunicato a Bruxelles che sta valutando la nuova proposta di ieri del presidente della Commissione Ue», che dovrebbe includere un alleggerimento del carico del debito in ottobre e nuove concessioni sul fronte delle integrazioni ai redditi più bassi.

Lo stesso Tsipras, parlando ancora una volta in tv, dopo una grandissima manifestazione in suo sostegno, ha promesso che «Se vince il sì, non saremo noi a fare l’austerità», legando indissolubilmente il destino del suo governo alla vittoria del "NO". «Se il popolo greco vuole procedere con i piani di austerità in eterno, piani che ci impediranno di risollevare la testa, noi lo rispetteremo, ma non saremo noi a darvi attuazione».

Ma ha dato anche una lettura precisa dell'atteggiamento ricattatorio della Troika: «Non credo che i creditori ci vogliano cacciare dall'Euro. I costi sarebbero enormi». Ma sicuramente «vogliono cacciare un governo che ha il sostegno popolare: la loro è una scelta politica». Per questo «Abbiamo detto no agli ultimatum» e abbiamo preferito «dare la parola al popolo greco». Ma coltiva ancora un'illusione: «Più forte sarà il fronte del no, più forti saranno le chance di un miglior negoziato dopo il referendum». Comprensibile che sia lui a dirlo, ma non sembra esista proprio alcuno spazio...

Tant'è vero che Angela Merkel ha praticamente annullato la presunta "apertura" di Juncker: "Per la Grecia la porta è aperta, ma l'attuale programma degli aiuti finanziari scade a mezzanotte". Ovvero il solito prendere o lasciare, ma con riferimento non alla "proposta Juncker", ma al documento reso noto domenica sera. Per non lasciare spazio a interpretazioni, ha tenuto a precisare  che "Questa sera esattamente a mezzanotte ora centrale europea scade il programma. Non sono a conoscenza di alcune concrete indicazioni che non sia così"; e quindi "Tutto quello che so è che l'ultima offerta da parte della Commissione di cui sono a conoscenza è di venerdì scorso". Della serie: Juncker parla a nome suo, quindi non si tratta di una proposta che noi tedeschi condividiamo.

Difficile dunque pensare che possa essere una "buona base di discussione" o che possa addirittura valere come "ultimatum", pur avendone la forma verbale.

In ogni caso, resta stabilito che la Grecia non pagherà oggi la rata dovuta al Fmi (1,6 miliardi), che è il primo passo - lungo un iter che può durare anche un mese - verso la dichiarazione d'insolvenza di Atene.
Ultim'ora (15.20). Tsipras avrebbe risposto all'"offerta" di Juncker con una "controproposta". Secondo le prime notizie ufficiali, il governo greco chiede un programma di salvataggio di due anni al fondo europeo Esm, assieme a una ristrutturazione del debito. Lo riferisce l'ufficio del premier Alexis Tsipras.

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Grecia-Unione Europea. La rottura è sul debito


Da quando è arrivata Syriza al governo, con l'intenzione di "ridiscutere" i termini dei programmi di "aiuti" concessi ad Atene, andiamo scrivendo che il vero problema è che il debito greco non può essere ripagato. Né ora, né mai.

Non siamo dei geni incompresi. Lo dicono tutti quelli che non siedono sulle poltrone della "Troika", altrimenti detti "le istituzioni" o anche "i creditori". Il vero mistero è come facciano, quei signori, a far finta che il debito sia ripagabile purché Atene accetti di fare le "riforme strutturali" che loro pretendono di imporle. Tanto più che i precedenti governi ellenici le avevano accettate e messe in pratica, ottenendo lo straordinario - e previsto - risultato di far aumentare il debito pubblico rispetto al Pil, anziché diminuirlo.

Anche in questo caso non ci riteniamo dei geni. Basta uno studente del primo anno per spiegare che imponendo misure recessive (tagli di spesa e aumenti di tasse) a un paese in crisi, il Pil è obbligato a diminuire; mentre il debito, se pure diminuisce di poco, ha una dinamica molto più lenta. E quindi la proporzione aritmetica debito/Pil non può che dare un risultato in crescita. Dal 125 al 180%, "grazie" ai diktat della Troika.

Soprattutto, la Troika si è trovata davanti una delegazione di economisti raziocinanti, guidata da Yanis Varoufakis, che fin dal primo giorno aveva messo sul tavolo l'obiettivo della ristrutturazione-riduzione del debito ellenico. Banalmente, un cosa è stilare un "piano di rientro" per un debito - poniamo - del 100%; cosa del tutto diversa è fare calcoli a partire da quasi 200... Ne vengono fuori "rate" fuori dalla grazia di dio, inconcepibili per un debitore che sta cercando gli spiccioli per mangiare oggi.

L'"offerta" ultimativa della Troika si riduce in sintesi a questo: noi ti prestiamo (una tantum) altri 15 miliardi, ma tu fai una lista di ""riforme strutturali" per metterti in condizione di rilanciare l'economia e ripagarci l'intero debito che di devi. In pratica, però, avverrebbe l'opposto: ti facciamo aumentare il debito (di altri 15 miliardi) e ti mettiamo in condizione di perdere altri pezzi importanti della tua struttura economica (spesa pubblica compresa). Wolfgang Munchau, analista del Financial Times, aveva qualche settimana fa calcolato nel 12,5% l'ulteriore calo del Pil ellenico in soli quattro anni, se Tsipras avesse accettato quelle condizioni.

Senza ristrutturazione-riduzione del debito, insomma, nessun governo riuscirebbe a riportare la Grecia a livelli tali da poter stare dignitosamente dentro il recinto definito dalla moneta unica. Ma proprio questo punto è tabù per i vari Schaeuble, Dijsselbloem, Markel, Tusk, Draghi, Juncker, ecc.

Se nè infine accorto anche IlSole24Ore, come poetete leggere qui di seguito.

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Il realismo che manca sul nodo del debito

di Giuseppe Chiellino

Dalle dieci slides pubblicate domenica dalla Commissione europea per rendere pubbliche le richieste formulate al Governo greco ne manca una. La più importante, probabilmente avrebbe dovuto essere la prima. È la slide in cui la troika si sarebbe dovuta impegnare a cancellare una parte consistente di quei 350 miliardi di debito che stanno schiacciando l’economia del Paese e che rischiano di mettere a repentaglio l’intero progetto europeo.

Questo è il nodo vero su cui si è incagliato il negoziato: il debito. Lo aveva già riconosciuto dieci giorni fa il capo economista del Fondo monetario, Olivier Blanchard, definendolo un «trade off», uno scambio con le riforme. Lo ha ripetuto ieri il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, forse fuori tempo massimo e comunque rinviando la discussione all’autunno. È alla ricerca della “prova inconfutabile” che il governo greco è intenzionato davvero a fare le riforme. E non gli si può dar torto, visto l’atteggiamento negoziale tenuto da Alexis Tsipras e dai suoi ministri. Tsipras, invece, ha chiesto di invertire l’ordine temporale, per portare a casa il trofeo dell’haircut e poter chiedere agli elettori di sopportare i sacrifici imposti dalla troika. È il tentativo di mascherare una perdita di sovranità ineluttabile per un Paese così indebitato. Anche questo è comprensibile.

Ciò che invece non è comprensibile all’uomo comune europeo, cittadino ed elettore, è l’assoluta incapacità della politica di trovare - in mesi di negoziati - un punto di incontro, un compromesso, nella consapevolezza reciproca che i creditori e i loro contribuenti non possono continuare a versare risorse «in un secchio bucato» - come è stato definito il bilancio di Atene - ma che allo stesso tempo l’austerity imposta in questi anni ai greci non ha funzionato e il rapporto debito/Pil ha continuato a crescere in modo inesorabile.

Senza scomodare Bismarck (guarda il caso, un tedesco) si è dimenticato che la politica è l’arte del possibile, soprattutto in una Unione giovane, cresciuta troppo in fretta e perciò gracile. E inesperta. Il dubbio, fondato, è che sin dall’inizio ci sia stata da una parte e dall’altra la volontà di arrivare al punto di rottura, spinti anche da profonde divergenze ideologiche.

L’esposizione dei creditori nei confronti della Grecia è destinata ad aumentare e solo un bambino ingenuo può illudersi che l’ennesimo piano lacrime-e-sangue consenta di recuperare tutti i quattrini da un debitore nelle condizioni della Grecia. Tanto vale prenderne atto, prima possibile e con una buona dose di realismo, per cercare una via d’uscita che metta al primo posto l’interesse comune dell’Unione monetaria e, forse, dell’Europa. È ancora possibile evitare di infliggere umiliazioni troppo pesanti ai greci e ulteriori perdite ai creditori.

30 Giugno 2015

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L'esercito turco pronto ad entrare in Siria

di Chiara Cruciati – il Manifesto

Dopo aver tuonato contro la potenziale nascita di uno Stato kurdo al confine, il presidente Erdogan avrebbe ordinato la creazione di una zona cuscinetto dentro il territorio siriano. Non per combattere l’Isis, ma per cancellare il confederalismo democratico di Rojava.

Il novello sul­tano Erdo­gan è pronto a tutto e non lo nasconde. Pronto a inviare in Siria 18mila sol­dati, pronto a creare la zona cusci­netto tanto ago­gnata lo scorso autunno e nega­ta­gli dall’alleato Usa, pronto a com­bat­tere per­ché nes­suna entità sta­tale kurda nasca al con­fine con la Turchia.

Uno Stato kurdo sul pia­nerot­tolo di casa è l’incubo dell’Akp, il par­tito del pre­si­dente. Per que­sto, ieri durante il gabi­netto di sicu­rezza, avrebbe auto­riz­zato la modi­fica delle regole di ingag­gio dell’esercito turco. Quelle truppe (a cui durante l’assedio di Kobane il mondo chiese di inter­ve­nire per soste­nere la bat­ta­glia kurda con­tro lo Stato Isla­mico) non saranno inviate per fre­nare l’avanzata del califfo, ma quella dell’autonomia kurda, del con­fe­de­ra­li­smo demo­cra­tico teo­riz­zato da Oca­lan, del modello di società imma­gi­nato dal Pkk e oggi realtà a Rojava.

«Non per­met­te­remo mai la crea­zione di uno Stato [kurdo] nel nord della Siria e nel nostro sud», ha tuo­nato Erdo­gan nel fine set­ti­mana. Così, ieri, secondo quanto ripor­tato dai gior­nali tur­chi, il gabi­netto ha discusso della crea­zione di una zona cusci­netto tra Siria e Tur­chia che impe­di­sca al modello Kobane di con­ta­giare il Kur­di­stan turco e magari eviti anche l’arrivo di altri rifu­giati. Che ver­reb­bero presi e tra­sfe­riti di forza den­tro il ter­ri­to­rio siriano, libe­rando Ankara dal peso di due milioni di profughi.

Secondo i media tur­chi, all’esercito è stato ordi­nato di pre­pa­rare 18mila sol­dati da inviare, forse già venerdì, al con­fine. Con un com­pito chiaro: con­fi­scare e occu­pare un cor­ri­doio di ter­ri­to­rio lungo 110 km e largo 33 all’interno del ter­ri­to­rio siriano, e che com­prenda lo stra­te­gico valico di con­fine di Jara­blus (in mano all’Isis). In que­sto modo Erdo­gan coro­ne­rebbe un sogno finora fre­nato dalla stre­nua resi­stenza kurda: sepa­rare i can­toni di Kobane (a est verso l’Iraq) e Afrin (a ovest) e can­cel­lare quasi tre anni di pro­getto demo­cra­tico kurdo.

Non man­che­reb­bero gli osta­coli: una simile misura, priva dell’approvazione del par­la­mento, vio­le­rebbe la costi­tu­zione turca, soprat­tutto per­ché presa in com­pleta auto­no­mia, senza una riso­lu­zione Onu. Ma soprat­tutto pro­vo­che­rebbe un ter­re­moto nell’instabile spet­tro poli­tico turco: alle ele­zioni del 7 giu­gno l’Akp è uscito vin­ci­tore a metà, non avendo otte­nuto la mag­gio­ranza assoluta.

Fermo al 40,8%, l’Akp è alla cac­cia di una coa­li­zione che lo sostenga ma le dif­fi­coltà sono con­si­stenti: due dei prin­ci­pali par­titi di oppo­si­zione non inten­dono soste­nere un nuovo governo gui­dato dal del­fino del pre­si­dente, Davu­to­glu. Non lo vogliono i kema­li­sti (con il loro 25%) e non lo vuole l’Hdp, la sini­stra pro-kurda, sor­presa dell’ultima tor­nata elet­to­rale (13%). A tenere i piedi in due staffe sono i nazio­na­li­sti dell’Mhp (18%), che non inten­dono entrare in un governo con i kurdi dell’Hdp. Ma allo stesso tempo, pre­ten­dono da Erdo­gan di fare un passo indie­tro e rien­trare nei limiti del suo man­dato pre­si­den­ziale, un vestito che al sul­tano sta troppo stretto.

Senza dimen­ti­care la rea­zione kurda in Tur­chia: «Un attacco a Rojava sarà con­si­de­rato un attacco a tutto il popolo kurdo – ha com­men­tato il coman­dante del Pkk, Murat Karay­i­lan – Un simile inter­vento tra­sci­nerà la Tur­chia in una guerra civile».

Ad appa­rire ormai chiaro è il ruolo desta­bi­liz­za­tore che Ankara gioca da anni in Medio Oriente: Erdo­gan punta al ruolo di lea­der regio­nale, obiet­tivo che ha cer­cato di rag­giun­gere distrug­gendo l’ex amico Assad. Per farlo ha garan­tito libertà di movi­mento e armi al califfo, non ha soste­nuto la resi­stenza kurdo-siriana, ha pre­muto per mesi sulla coa­li­zione gui­data dagli Usa per­ché auto­riz­zasse una zona cusci­netto al con­fine con la Siria e una no-fly zone in chiave anti-Damasco. Ha fal­lito e ora ritenta, men­tre Kobane si libera per la seconda volta dalla minac­cia jiha­di­sta e l’esercito del pre­si­dente Assad avanza den­tro la città di Hasa­kah, comu­nità kurdo-araba tra Iraq, Tur­chia e Siria: ieri le truppe gover­na­tive hanno ripreso la più ampia zona resi­den­ziale della città.

Un qua­dro ter­ri­fi­cante per Erdo­gan: con la libe­ra­zione di Tal Abyad, i kurdi si sono por­tati a soli 50 km da Raqqa, la “capi­tale” del calif­fato, e creato un col­le­ga­mento diretto con Kobane. Il ter­ri­to­rio oggi con­trol­lato dalle Ypg è lungo 180 km, da Ras al-Ain a Jara­blus, la cui even­tuale presa per­met­te­rebbe di lan­ciare la con­trof­fen­siva verso i can­toni ovest di Azez e Afrin, al di là dell’Eufrate. E a quel punto i 180 km diver­reb­bero 300, la fron­tiera con la Tur­chia quasi per intero.

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Grecia. I conti della storia

La vicenda greca è il punto di non ritorno di una storia europea durata due generazioni, quella del secondo dopoguerra, del confronto bipolare, del piano Marshall, della nascita della CEE. Si tratta di una storia particolare che scaturisce da una congiuntura geopolitica specifica: il confronto, ad ogni livello, del modello di sviluppo capitalistico e di quello socialista.

Eric Hosbawm, il grande storico che vedeva nel crollo dell’URSS la fine di un’epoca, ci aveva avvisato del fatto che, grazie a quell’evento, si sarebbe aperta un’era del tutto diversa dalla precedente. Oggi questa nuova età sta presentando il conto, mettendo fine al modello europeo di sviluppo, fondato su welfare, pace tra le nazioni, integrazione e condivisione delle risorse.

È logico e naturale che le cose vadano in questo verso: il modello europeo è stato concepito come una risposta di soft power alle democrazie popolari dell’Est e si è retto per decenni sull’interclassismo portato avanti dai partiti cristiano – sociali e socialdemocratici. La logica strategica sottesa a queste politiche d’integrazione e di welfare è riassumibile nel tentativo di mostrare che può esistere un “capitalismo dal volto umano”, che il capitale può convivere con la giustizia sociale e con i diritti dei lavoratori.

Nei primi quarant’anni del secondo dopoguerra, la realizzazione di un minimo di uguaglianza sostanziale in Europa ha rappresentato una scelta obbligata: si trattava, infatti, di smorzare la dialettica sociale e di sottrarre consenso ai partiti comunisti occidentali che guardavano oltrecortina, di stabilizzare, in ultima analisi, il sistema capitalistico, non solo con l’hard power NATO, ma anche garantendo diritti, benessere e prospettive di mobilità sociale.

Una volta venuta meno la minaccia del socialismo reale in Europa e in Asia, la borghesia ha smesso l’abito democratico – sociale precedente, ormai non più necessario, per assumere quello, più consono ai tempi, dell’oligarchia sfruttatrice, oppressiva e autoritaria. Che bisogno c’è ormai del welfare, se non esiste più il pericolo che le masse possano aspirare a un modello alternativo a quello capitalistico?

Alla borghesia europea costa meno la repressione del mantenimento dello Stato sociale, senza contare che lo smantellamento di sanità, pensioni, scuola e servizi rappresentano un mercato enorme nel quale tuffarsi e fare profitto. Le strategie di mistificazione utilizzate dal nuovo corso liberista per distruggere quel poco che rimane dei diritti sociali, sono le più diverse: retorica dell’inefficienza statale, conflitto tra generazioni (si mettono i figli contro padri e nonni, facendo credere loro che non hanno prospettive perché i primi hanno diritti o, meglio, “privilegi” nella neolingua liberista), insostenibilità finanziaria...

La Grecia è la cavia che ha sperimentato fino in fondo il nuovo modello europeo di società autoritaria di mercato, ma è anche la dimostrazione lampante del fatto che ogni riformismo votato all’equità sociale è impossibile nella UE. La vicenda ellenica mostra, in ultima analisi, che le istituzioni europee non sono in grado di convivere con quelle democratiche: a Bruxelles vigono forme di democrazia delegata debole, funzionali alla cooptazione elitaria e lobbistica, ad Atene sarà il popolo, entità sconosciuta a banchieri e mercati, ad avere l’ultima parola sul proprio futuro.

Stare con la Grecia significa stare con la democrazia.

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Poroshenko parla di guerra, ma per i media occidentali le sue sono 'parole di pace'

“Le truppe di Kiev con rinnovata forza si scatenano contro la martoriata Donetsk” titola oggi NTV. Di nuovo bersagliati vari rioni della città; distrutti alcuni edifici. Secondo le notizie diffuse dall'amministrazione comunale di Donetsk, i più colpiti nelle ultime 24 ore sono i quartieri Kujbyševskij, Kievskij e Petrovskij. Non ci sarebbero vittime. Uno dei punti più caldi lungo la linea di demarcazione tra le posizioni delle milizie e quelle dei governativi sarebbe l'abitato di Oktjabrskij, a Donetsk, colpito diverse volte con tiri di mortaio pesante.

Il Ministero della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk ha così accusato le forze di intervento ucraine di aver violato il cessate il fuoco almeno quindici volte nell'ultima giornata, colpendo centri abitati della Repubblica. Il portavoce del Ministero ha dichiarato a RIA Novosti che le truppe di Kiev avrebbero bersagliato con tiri di carri armati, mortai e lanciagranate i centri di Gorlovka, Širokino (a est di Mariupol), Jasinovataja, Spartak e, a Donetsk, l'abitato di Oktjabrskij e la zona dell'aeroporto.

Più a sud, nell'area di Telmanovo, i governativi hanno continuato a bersagliare, per tutta la notte di ieri e nella giornata di oggi, il villaggio di Grigorevka. Data la sua posizione, afferma il responsabile dell'amministrazione municipale, il villaggio è fatto costantemente segno dei tiri delle truppe governative, dalle cui postazioni sono facilmente individuabili alcune strade dell'agglomerato e lungo le quali i civili non possono transitare, senza pericolo di venir presi a mitragliate.

Nella zona di Gorlovka, l'agenzia Novorossija riferisce di un'azione di sabotaggio che, lo scorso 27 giugno, avrebbe interrotto la linea ferroviaria sul tratto Sentjanovka-Šipilovo, che collega le regioni di Donetsk e Lugansk, e di tiri di artiglieria, il 28 giugno, che hanno bersagliato l'area della stazione di Skotovataja, nelle vicinanze della linea di contatto tra Gorlovka e Jasinovataja, a nordest di Donetsk. La linea ferroviaria è stata ripristinata nel giro di alcune ore, ma Novorossija sottolinea come, a partire dallo scorso aprile, i sabotaggi lungo le linee ferroviarie siano divenuti drammaticamente regolari; l'obiettivo sarebbe quello di disturbare il trasporto di carbone dalla regione di Donetsk in Ucraina. Nonostante questo, secondo i dati forniti oggi dal Ministero dei trasporti della DNR, la Repubblica Popolare di Donetsk avrebbe inviato in Ucraina, dal 1 al 28 giugno, oltre 6.000 vagoni di carbone, per un totale di 422.000 tonnellate di materiale; il numero complessivo di vagoni inviati dallo scorso marzo a oggi è di circa 20.600 unità, pari a poco meno di 1.500 tonnellate di carbone.

Intanto l'intelligence militare della Repubblica di Donetsk registra lo spostamento di gruppi di carri armati e truppe ucraine da Kurakhovo (30 km a sudovest di Donetsk) verso Marynka, uno degli agglomerati dell'area di Donetsk che l'attuale linea del fronte, stando alle mappe militari fornite da RIA Novosti, taglierebbe in due, lasciandone una parte in territorio occupato dalle forze governative. Marynka è infatti una delle località, insieme a Krasnogorovka, poco più a nord, da cui lo scorso 3 giugno era iniziata la nuova offensiva scatenata dalle truppe di Kiev e, sempre nell'area di Marynka, l'intelligence della DNR registrerebbe anche postazioni protette per obici semoventi.

Ma tutto questo, insieme alle dichiarazioni belliciste di Petro Porošenko, come ha dichiarato ieri il Presidente del Consiglio popolare della DNR, Andrej Purghin, viene accuratamente obliato da media quali BBC o CNN, che diffondono invece minuziosamente le assicurazioni presidenziali sul rispetto degli accordi di Minsk. Purghin ha affermato che le esternazioni di Porošenko vengono suddivise tra quelle destinate all'estero e quelle a uso interno: l'Europa non ascolterà mai ciò che il Presidente predica all'interno dell'Ucraina. Queste ultime, ha detto Purghin, non finiranno mai su . E' forse il caso di ripetere a quei media che gelosamente custodiscono sotto teca insonorizzata gli appelli di guerra di Porošenko, l'ammonimento del coro antico a Deianira .

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Portorico in default. Anche gli Usa hanno la loro Grecia

Economie deboli strizzate dentro una moneta forte che non controllano. Il risultato - dicono i manuali di macroeconomia più seri - è deciso in partenza: fallimento assicurato, ma dopo esserti svenato fino alla morte per restare dentro quella gabbia.

Stiamo parlando della Grecia? Sì, ma anche di Portorico, isola caraibica considerata "il 51° stato dell'Unione" (ovvero gli Stati Uniti), che usa il dollaro come moneta normale.

Il governatore dell'isola (che formalmente fa parte del Commonwealth britannico, ma vive come dependance statunitense), Alejandro Garcia Padilla, ha comunicato di non essere più grado di onorare debiti saliti a oltre 72 miliardi di dollari. Questo debito «non è ripagabile»; è una questione, ha concluso, «non di politica ma di matematica». In altro linguaggio si può dire: "non si cava sangue dalle rape".

Naturalmente, dopo aver dichiarato di essere di fatto insolvente, il povero governatore ha chiesto aiuto "ai creditori", così come fatto dalla Grecia. Gli Stati Uniti di Obama, che un giorno sì e l'altro pure raccomandano agli europei e ai greci di trovare un accordo, ha fatto immediatemnte orecchie da mercante. «Nessuno sta contemplando un salvataggio federale di Porto Rico», ha detto il portavoce della Casa Bianca Joshn Earnest.

Ma chi detiene il debito di Portorico? Fondi pensione e hedge fund, quasi tutti statunitensi. Insomma: Portorico è un problema consistente per la finanza statunitense, un detonatore che può far esplodere diverse "bolle" e nicchie di mercato fin qui protette dalla Federal Reserve o dall'amministrazione federale. Per esempio tutto il comparto dei titoli obbligazionari emessi da enti municipali e locali, con cui sono stati fin qui finanziati "optional" come scuole e strade. Un settore già eroso nella "fiducia" a causa del fallimento dichiarato da Detroit e da mezza California.

Alcune cifre, riportate da IlSole24Ore, danno il quadro disperante della situazione: "Il fardello del debito è diventato insostenibile [...] ognuno dei suoi 3,7 milioni di residenti ha una cambiale da 20.000 dollari sulla testa, un record assoluto tra gli stati americani. In termini di proporzioni con l'economia, ormai in recessione dal 2007, l'indebitamento rappresenta il 70% del Pil dell'isola".

La condizione istituzionale di Portorico è un problema nel problema. E' classificata come un "territorio"; se fosse una città potrebbe far ricorso al "chapter 11" e chiedere l'amministrazione controllata. Ma non può. Non può neanche svalutare, perché non batte una moneta propria, dipende in tutto e per tutto dal dollaro.

Propria la dollarizzazione ha reso "non competitive" le industrie locali, un tempo quasi floride. Anche il venir meno del "bloque" contro Cuba ha avuto lì solo ripercussioni negative. Le basi militari statunitensi sono state infatti chiuse o fortemente ridimensionate, tagliando un'altra fonte di reddito "quasi turistico" (dalla ristorazione alla prostituzione, allo spaccio di droga).

La speculazione di Wall Street ha fatto il resto, con prestiti giganteschi rilasciati senza garanzie grazie alla politica dei "tassi zero" gestita a lungo dalla Federal Reserve. E' quasi la fotocopia del dramma greco.

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La Francia ferma Uber Pop

La Francia è un paese che ha uno Stato e una sua politica economica. Discutibilissima, naturalmente. Ma non permette di usare il proprio territorio e la propria popolazione come terreno di caccia libero per il primo capitalista multinazionale e rampante che passa.

Nei giorni scorsi Parigi era stata teatro di spettacolari proteste dei traxisti contro la presenza di UberPop, una "non impresa" che si limita a far incontrare la necessità di un mezzo di trasporto privato con la disponibilità occasionale di privati cittadini, grazie a una tecnologia da social network.

Il prefetto di Parigi ha in un primo momento deciso di vietare UberPop per decreto, come peraltro richiesto direttamente dal governo. Poi i due capi della filiale francese di UberPop, Thibault De Saint-Phalle e Pierre-Dimitri Gore-Coty, sono stati fermati dalla polizia in seguito alle indagini sulla controversa applicazione statunitense che il prefetto di Parigi ha vietato nei giorni scorsi dopo le manifestazioni dei tassisti. I due capi di Uber France in stato di fermo stanno ora subendo l'interrogatorio della polizia nel quadro delle indagini su "servizi illegali e dissimulazione di dati informatici".

Non basta: sono stati dispiegati sul territorio, presumibilmente in borghese, duecento agenti in più per individuare e fermare gli autisti clandestini. Ad occuparsene sarà la brigata 'Boers' della polizia parigina, specializzata nel controllo e nell'attività dei taxi. Già da settimane, la brigata moltiplica i controlli per smascherare gli UberPop, un'attività ritenuta "illegale" dallo stesso ministro dell'Interno, Bernard Cazeneuve.

Su UberPop si scontrano direttamente due logiche capitalistiche opposte, che ne evidenziano il carattere assolutamente contraddittorio.

Una è quella "classica", del capitalismo regolato da leggi, norme, contratti, con lo Stato a verificare di volta in volta il rispetto di quanto stabilito. E' la logica del tener conto delle diverse classi sociali, della loro necessità di riproduzione, dell'equilibrio tra le diverse classi. E la Francia, come la Germania e altri paesi del "grande Nord", stano bene attenti a che questi equilibri non vengano rotti, creando conflitti indesiderati. Basta andarci per vedere che i grandi centri commerciali - Auchan e  Carrefour, proprio quelli che da noi spuntano come funghi dapperutto - non hanno spazio all'interno dei centri cittadini. E' visibile e tangibile la volontà di mantenere la struttura dei piccoli negozi, per esempio, che non ha una grande efficienza economica ma garantisce un reticolo sociale "intermedio" tra grande impresa, lavoratori dipendenti, migranti, ecc. Un reticolo utilizzabile magari anche in chiave di "controllo sociale", fonte di informazioni e schedatura di soggetti sotto mira, ecc. Insomma, il bello e il brutto di un insieme sociale "inclusivo", pervasivo, da "politica dei redditi", welfaristico e anche un po' poliziesco.

Quella di UberPop è invece la logica multinazionale, svincolata da qualsiasi visione di "tenuta sociale", dove i contratti sono "ad hoc" (a cottimo, praticamente) e senza alcuna continuità di rapporti con i prestatori occasionali di prestazioni. Gli unici dipendenti sono quelli necessari a far funzionare l'infrastruttura informatica, la gestione delle lamentele dei clienti, l'amministrazione contabile. Non vuole alcun rapporto con il territorio utilizzato; incassa e basta, paga le tasse nel paese d'origine (e di domiciliazione fiscale), non versa contributi previdenziali, ecc.

Le due logiche capitalistiche si ritrovano anche dal lato della clientela e da quello della concorrenza. Per il "cliente" è quasi un sogno double face: prezzi bassi, ma nessuna garanzia reale in caso di problemi (non è detto, per esempio, che la macchina che ti viene a prendere sia coperta da assicurazione). Per la concorrenza - i tassisti - è naturalmente l'incubo della disoccupazione.

Ma chi "lavora" per Uber? Chiunque abbia una macchina, tempo libero al momento della chiamata. Un "lavoretto" occasionale, quasi quanto fare babysitting. Che magari va bene per "arrotondare", ma non può costituire "il lavoro" con cui ti mantieni in vita.

Ma è questo il futuro del lavoro "dipendente" reso possibile dalle tecnologie. A meno che...

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Iran, trattative alla stretta finale

di Michele Paris

Il raggiungimento di un accordo definitivo sul nucleare iraniano sembra dovere slittare almeno di qualche giorno rispetto alla scadenza originariamente fissata per la mezzanotte di martedì 30 giugno. Il prolungamento delle discussioni in corso a Vienna è dovuto alle difficoltà nell’arrivare a un’intesa su una manciata di questioni ritenute cruciali dai governi occidentali che fanno parte del gruppo dei P5+1 (USA, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania), anche se la laboriosità delle trattative indica soprattutto l’assenza della volontà politica da parte americana di riconoscere la piena legittimità delle aspirazioni di Teheran, non solo nell’ambito del nucleare.

Il fine settimana appena concluso ha fatto registrare fitti incontri tra il capo della delegazione iraniana, il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, con i rappresentanti di USA, Francia, Gran Bretagna, Germania e Unione Europea. Lo stesso diplomatico iraniano è poi tornato a Teheran nella giornata di domenica per consultazioni con il governo e l’entourage della guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, ma sarà di ritorno a Vienna già martedì.

Il segretario di Stato USA, John Kerry, è rimasto invece nella capitale austriaca, mentre i suoi omologhi Laurent Fabius (Francia), Philip Hammond (GB) e Frank-Walter Steinmeier (Germania) torneranno nelle ore immediatamente precedenti la scadenza, assieme ai ministri degli Esteri di Russia e Cina.

Domenica, la responsabile della politica estera UE, Federica Mogherini, aveva affermato che vi erano speranze sul rispetto del termine del 30 giugno, anche se molti giornali hanno riportato i preparativi delle varie parti per prorogare le trattative e delineare un accordo nei giorni successivi.

I punti sui quali sono arenati i negoziati riguardano in particolare le modalità e i tempi con cui dovrebbero essere cancellate o sospese le sanzioni che gravano sulla Repubblica Islamica e la natura delle ispezioni internazionali nei siti nucleare iraniani. Particolarmente controverse sono poi le ispezioni presso le installazioni militari, teoricamente utili per verificare ipotetici programmi condotti dall’Iran in passato per giungere alla costruzione di armi nucleari.

Il governo francese si è fatto carico nei giorni scorsi di “proporre” condizioni più stringenti in questi due ambiti, nonché di imporre limiti alle attività iraniane di ricerca e sviluppo sul nucleare. Come hanno spiegato molti analisti, l’iniziativa di Parigi è stata chiaramente coordinata con gli Stati Uniti e Israele.

Singolarmente, tutte queste condizioni erano state respinte da Khamenei nel corso di un discorso pubblico tenuto la scorsa settimana e destinato in larga misura a placare i timori degli oppositori dell’accordo sul fronte domestico.

L’ayatollah, il quale ha dato tempo fa la propria approvazione ai negoziati, era ricorso a una retorica combattiva, criticando gli Stati Uniti - sostanzialmente in maniera corretta - per volere la “resa” dell’Iran, escludendo tra, l’altro, l’accettazione di restrizioni alla propria attività nucleare per un periodo di “10 o 12 anni”.

Khamenei, inoltre, ha invocato la fine di tutte le sanzioni economiche, sia quelle imposte dal Consiglio di Sicurezza ONU sia quelle del Congresso USA o della Casa Bianca, immediatamente dopo la firma dell’accordo, mentre le altre - cioè in ambito energetico o militare - potrebbero essere smantellate in un periodo di tempo ragionevole. Washington, al contrario, intende imbrigliare l’Iran in un lungo processo di graduale allentamento delle sanzioni, le quali potrebbero in ogni caso essere riapplicate automaticamente in caso di mancato rispetto dell’accordo.

Qualsiasi ispezione dei siti militari, infine, è stata esclusa da Khamenei, vista anche la risaputa fragilità delle presunte prove presentate in passato all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) circa gli esperimenti iraniani sul nucleare in questo settore.

L’insistenza degli Stati Uniti e dei loro alleati su condizioni che difficilmente possono essere accettate dal governo di Teheran senza capitolare e subire pericolosi contraccolpi interni riflette in parte le pressioni esercitate da più parti sull’amministrazione Obama per fare marcia indietro sull’accordo o, quanto meno, per costringere l’Iran a fare concessioni ancora maggiori.

Alle manovre del Congresso di Washington e all’isteria di Israele continuano ad aggiungersi voci esterne, come quelle di cinque ex consiglieri del presidente americano, i quali hanno messo in guardia dal firmare un accordo che non conterrebbe nemmeno gli standard minimi fissati dal governo USA per sventare la minaccia nucleare iraniana.

Da parte sua, Obama intende finalizzare un accordo nel più breve tempo possibile, sia pure cercando di ottene il massimo da Teheran. Un eventuale sforamento della scadenza prevista dall’intesa preliminare raggiunta il 2 aprile scorso a Losanna dovrebbe essere al massimo di pochi giorni, anche perché se la Casa Bianca non presenterà un accordo al Congresso per ottenerne l’approvazione entro il 9 luglio, il periodo di tempo a disposizione di quest’ultimo per analizzarlo passerà da 30 a 60 giorni.

Ciò è quanto previsto da una legge recentemente approvata dal Congresso stesso e firmata da Obama come compromesso per superare le resistenze di deputati e senatori di entrambi i partiti ai negoziati con la Repubblica Islamica.

Il calcolo di Obama appare dunque parzialmente differente da quello dei “falchi” di Washington, interessati in maniera pura e semplice al cambio di regime a Teheran. La Casa Bianca, puntando sulla disponibilità della leadership “moderata” in Iran e sul desiderio di veder cessare le sanzioni economiche punitive, auspica un accordo che preservi un meccanismo volto a fare pressioni sul regime anche nei prossimi anni, sia attraverso la minaccia della reimposizione delle stesse sanzioni o la richiesta dell’apertura dei siti militari alle ispezioni internazionali.

In questo modo, gli Stati Uniti contano di ottenere concessioni utili ai propri interessi strategici in Medio Oriente o di limitare l’integrazione economico-politico-militare dell’Iran con la Russia e la Cina, veri obiettivi di Washington nella guerra per l’egemonia planetaria. Parallelamente, sulla politica iraniana di Obama agiscono anche gli interessi economici del business americano, stimolato, come i propri rivali europei, a tornare su un mercato enorme e in un paese con ingenti risorse energetiche.

La disposizione all’accordo dell’amministrazione Obama per risolvere una crisi fabbricata e dai contenuti quasi esclusivamente politici non ha perciò nulla a che vedere con il rispetto dei diritti dell’Iran a sviluppare un programma nucleare pacifico e a giocare un ruolo di spicco su scala regionale.

Infatti, anche durante le trattative dei mesi scorsi non sono mai mancate le minacce militari da parte americana nei confronti della Repubblica Islamica e, nel caso un accordo definitivo dovesse uscire dall’ultimo round di negoziati a Vienna, c’è da scommettere che non mancheranno nemmeno in futuro.

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Cassa Depositi e Prestiti tra risiko, competizione e svendita del patrimonio

L’imporsi della Cassa depositi e Prestiti (Cdp) negli scenari economici e finanziari del paese ha destato un’attenzione mediatica nei suoi confronti ormai sistematica. Sembra, infatti, impossibile ogni operazione di politica economica che in vario modo non si relazioni con qualcuna delle articolazioni interne alla Cdp, il cui raggio d’azione investe molteplici interessi spaziando dalle infrastrutture alla sicurezza, dal finanziario all’innovazione tecnologica, dall’agroalimentare al turismo, e oltre ancora. Una gamma vastissima di settori che la pone come l’istituto di  riferimento della finanza pubblica nei confronti dei soggetti finanziari e/o industriali privati nazionali e internazionali oppure fondi sovrani interessati al business nei settori strategici del paese. Infatti non appare concepibile ad esempio, per restare all’attualità, un piano d'intervento privatistico o infrastrutturale che non ponga la Cdp come referente obbligato.

La distanza dalla funzione originaria della Cdp, istituto addirittura pre risorgimentale, quale strumento di raccolta del risparmio attraverso la rete degli sportelli postali per il finanziamento degli enti territoriali è ormai siderale. Anzi, la stessa storia della Cdp potrebbe tranquillamente proporsi come espressione delle trasformazioni economiche e sociali del nostro paese, analizzate attraverso il ruolo e le funzioni della finanza pubblica. Procedere lungo questa strada potrebbe certamente risultare illuminante per comprendere le ragioni della “ribalta” economico e finanziaria assunta dalla Cdp, e l’approdo finale ci condurrebbe inevitabilmente nei reticoli degli incroci finanziari, spesso di difficile interpretazione, che rappresentano il carattere proprio dei sistemi finanziari negli scenari della competizione globale.

 Allora, per cercare di cogliere l’essenza dell’attuale strategicità della Cdp, partiamo dalla data della sua privatizzazione il 2003 realizzata dal ministro dell’economia Tremonti che nel pieno della sua stagione di finanza creativa, trasforma la Cdp in SpA conferendone il 30% delle azioni nelle mani di 65 fondazioni bancarie. Ciò modifica strutturalmente la natura dell’Istituto di via Goito, in primo luogo perché privatizza il sistema di finanza pubblica elevando il mercato e la redditività d’impresa a guida della sua funzione, anche per la necessità di remunerare l’azionista bancario che si cela sotto le spoglie delle fondazioni, a cui nel corso degli anni, a dispetto di crisi e stagnazioni, sono stati riconosciuti dividendi spesso a due cifre per importi pari a centinaia di milioni; in secondo luogo, il patrimonio della Cdp che nel frattempo si è arricchito di parte rilevanti del sistema infrastrutturale a rete, non solo Poste ma Eni, Terna, Snam ecc, è anch’esso a fortiori sottoposto alla stessa logica di gestione, in sostanza ciò che residua dal forsennato piano di privatizzazione degli anni ’90 è comunque interno alle dinamiche di mercato e investito dai processi di finanziarizzazione dell’economia; in terzo luogo, la longa manus delle banche per tramite delle fondazione entra con un ruolo strategico nello statuto imponendosi di fatto come soggetto decisionale degli assetti di potere interni e delle scelte gestionali.

E questi aspetti, pur rilevanti, sarebbero ancora insufficienti a spiegare l’importanza del ruolo assunto della Cdp che deriva dalle caratteristiche del suo patrimonio, in origine pubblico ma gestito con criteri privatistici, che afferisce a valore reale, circa 18 miliardi ad attivi di 300 e liquidità fresca drenata dagli sportelli postali di oltre 200, e non a processi di  ingegneria finanziaria. L’articolazione interna della Cdp  svela il ventaglio impressionante di rami d’attività, oltre alle menzionate reti energetiche, l’immobiliare, gestione e partecipazione a processi di privatizzazione Fintecna, assicurazioni con Sace, F2i società gestione risparmio, fondo strategico Italia per l’internazionalizzazione, ecc , a loro volta titolari di pacchetti azionari distribuiti, è il caso di dirlo, in ogni dove dai ponteggi Dalmine a porti ed aeroporti alle relazioni con i fondi sovrani del Kuwait e del Qatar.

La dimensione della Cdp sembra quindi essere prossima alla banca d’affari, con un portafoglio di beni nazionali consistente, posto al crocevia dei flussi di investimento degli investitori istituzionali, strumento di attrazione del capitale finanziario in cerca di valorizzazione.

La gestione e la crescita del patrimonio della  Cdp non è tuttavia l’orizzonte strategico deciso dall’esecutivo Renzi, come avvenuto con la trasformazione in Spa, l’istituto di via Goito si appresta ad un nuovo cruciale passaggio, in nome delle riforme strutturali.

Gli impegni assunti dal governo in sede UE sul piano di contenimento del debito pubblico prevedono piani di dismissioni del patrimonio pubblico per complessivi 18 miliardi da conseguirsi entro il 2015. La road map delle cessioni intacca in modo rilevante proprio il patrimonio della Cdp nelle componenti di maggior pregio: oltre alla vendita già avvenuta ai colossi cinesi di State Grid Corporation del 35% del Cdp Reti, si delineano le cessioni di quote di Sace, Eni, Enav e Poste. Il patrimonio e la redditività della Cdp sono messe pesantemente in discussione e il cambio dei vertici della Cdp SpA con l’avvento dell’uomo di Salini-Impregilo Claudio Costamagna già rappresentante per l’Italia della banca d’affari Goldman Sachs, indicano chiaramente l’accelerazione dei progetti di dismissioni chiesti dalla troika.

La scelta effettuata chiarisce gli orizzonti internazionali del processo di dismissione del patrimonio della Cdp e la necessità di trovare acquirenti oltre l’asfittico mercato dei capitali nostrano. Lo shopping del patrimonio industriale italiano effettuato a mani basse dai paesi dominanti dell’Unione si arricchisce della possibilità di acquisire parti rilevanti del patrimonio infrastrutturale nazionale, indubbiamente una ghiotta opportunità di investimento e valorizzazione dei loro surplus di bilancio.

Le fondazioni bancarie, pur riconvertendo le loro azioni da privilegiate ad ordinarie e portando la loro quota al 20% circa, sono comunque statutariamente decisive per le designazioni ai vertici e hanno contrattato il loro assenso chiedendo garanzie sugli utili dei prossimi due anni, chiarendo che per il 2015 non dovranno essere inferiori ai 159 milioni ricevuti nel 2014 e 2013.

L’atteggiamento di basso profilo delle Fondazioni, leggasi banche, che si sono “limitate” alla richiesta di un prolungamento biennale della loro “mano morta” come ristoro per la perdita dell’investimento, senza animare alcuna polemica sulla dismissione di componenti strategiche del patrimonio nazionale, fornisce la misura della sussunzione delle componenti dominanti della nostra borghesia nelle tecnostrutture sovranazionali e chiarisce ulteriormente l’inconsistenza delle ipotesi sovraniste nelle politiche nazionali in ambito UE.

Intanto un tassello fondamentale della struttura della Cdp, Poste Italiane, per mezzo del suo ad Francesco Caio, ha presentato nella City a fondi sovrani, fondi pensione e fondi di investimento anglosassoni il piano di privatizzazione. Per  attuare il piano di ristrutturazione interna, Poste Italiane ha dovuto attendere il disco verde dell’Authority delle comunicazioni alla consegna della posta a giorni alterni sul 25% del territorio nazionale, alla reintroduzione della posta ordinaria con tariffa a partire da 0,95, mentre per la prioritaria la tariffa iniziale sarà presumibilmente di 3 euro, mentre si è già provveduto alla chiusura di numerosi uffici collocati in piccoli centri e ritenuti poco redditizi.

Come evidente la privatizzazione non si coniuga più neanche propagandisticamente con efficienza ed economicità, al contrario il taglio dei servizi e l’aumento dei costi sono organici alla privatizzazione. Allora un buon numero di esuberi e il ridimensionamento delle modalità di accesso ai servizi universali possono rappresentare il miglior viatico possibile per l’ingresso sul mercato di Poste Italiane.

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Grecia, barconi, Isis: è orgia di panico tra disastri veri e invenzioni reali

Circa quattro anni fa in un testo comunque simpatico, The Martians Have Landed! A History of Media-Driven Panics and Hoaxes (McFarland, 2011), Robert Bartholomew, un sociologo della medicina, si prese, tutto sommato allegramente, la responsabilità scientifica di definire i lineamenti storiografici di quattro secoli di panico mediale. In un lavoro non profondissimo, ma di respiro storico e ricchissimo di aneddoti, dove – dalle primissime gazzette del’600 fino a youtube – emergevano episodi spontanei o generati, governati o impazziti di panico mediale che risultavano aver effetto sulla popolazione e sulla politica. Come si vede dal testo di Bartholomew, che la veridicità dei media possa esser stata controllata da pochi – come quando le radio locali americane annunciarono che gli Usa erano sotto attacco nucleare nei primi anni ’80 – oppure verificata da molti – come gli eventi dell’uragano Katrina avvenuti in piena epoca digitale – il panico di massa si intreccia naturalmente con i media. Da prima ancora della rivoluzione industriale. Spesso in maniera estremamente pervasiva nel momento in cui episodi, e disastri, realmente drammatici si intrecciano con voci incontrollate o immesse nei circuiti di comunicazione con l’intelligenza, e tramite la logistica, della propaganda.

Se si mettono a confronto le dinamiche di panico generate dalle più recenti ondate di notizie (barconi, Grecia, Isis) con il testo di Bartholomew si vede proprio che è l’intreccio tra fatto reale ed invenzioni vere a creare delle vere e proprie ondate di terrore mai del tutto metabolizzate sui social network o nella microfisica dell’interazione sociale. Guardiamo ai barconi il cui terrore atavico dell’invasione da uno spazio indefinito, il mare, finisce ormai per regolare i ritmi, e i conflitti, della vita politica istituzionale da oltre un ventennio. Eppure se leggiamo statistiche vediamo che la stragrande maggioranza dell’immigrazione residente in Italia non è approdata con i barconi. In 20 anni, e più, di sbarchi di ogni tipo il paese non è stato attraversato poi da nessuna epidemia. Eppure anche recentemente gli autisti dei mezzi pubblici milanesi hanno chiesto pubblicamente la disinfestazione dei pullman prima di mettersi al lavoro. Da grandi consumatori di Facebook, infatti, avevano letto di tutto sulla diffusione istantanea di malattie immaginarie in Italia. I barconi non hanno dato poi occasione di formarsi a nessuna cellula del radicalismo islamico eppure – dal Gia algerino ad Al-Qaeda poi all’Isis – ogni generazione della Jihad è stata vista su quelle barche. Non solo: la produzione di panico sui barconi, intesi come mezzi da sbarco del califfato, non cessa mai. Mescolando notizie del mainstream, notizie di facebook, mondo del vero e mondi di ciò che è ritenuto come verosimile. Il panico si diffonde: sgradito persino allo stesso ceto politico, quando non sa come governarlo, segna però il potere di ogni tipo di media nella costruzione del discorso politico. I media, e ciò che viene chiamata “la politica”, trattano, confliggono, si alleano, si comprano e sciolgono patti continuamente. Quando nel discorso politico domina il panico i fatti sono due: o il media è completamente in mano ai dispositivi della propaganda o, al contrario, le dinamiche di potere mediale, che si accumulano tanto più il panico si diffonde, mettono in difficoltà governance e politica. Invece, e si tratta di qualcosa da non trascurare, panico mediale e finanza seguono un altro genere di rapporto. Il panico favorisce la volatilità degli scambi, e quindi è ottimo per chi sa governare la speculazione a breve. E, come dicono gli osservatori attenti alle dinamiche di scambio di borsa, un evento eclatante genera panico tra gli operatori solo se non è stato scontato da ribassi o prodotti finanziari assicurativi. Se l’aleatorietà delle condizioni meteo ha finito per creare le condizioni per la nascita di prodotti finanziari altamente speculativi, il panico in fondo è solo un terreno per offrire qualcosa di nuovo in questo genere di prodotti. Salvo quando il terreno ti si apre sotto i piedi.

Che dire allora della Grecia? La corsa frenetica a far vedere le file ai bancomat ormai è una sorta di gioco stagionale della rappresentazione, che si svolge tra media europei. Fa tanto panico ottobre 1929. Eppure, per le banche francesi e quelle tedesche, vere testate nucleari del debito, il panico Grecia è stato risolto lungo gli ultimi 5 anni. Scaricando la questione greca sul debito sovrano di una serie di stati, sulla Bce e sul Fmi. L’uso del panico, nei servizi mainstream, suggerisce invece Tsipras come responsabile di quanto sta accadendo. “Tsipras il vigliacco” come tuonano in coro sia le gazzette tedesche che qualche gazzetta italiana che ha il marchio storico del servilismo. Ma l’adrenalina da panico delle file, peraltro ordinate, ai bancomat greci non prelude al botto di fine di mondo, magari con Tsipras responsabile, come invece maliziosamente suggeriscono i media. Piuttosto ad una lenta, altamente complessa sul piano della governance amministrativa e finanziaria, ristrutturazione, se non eutanasia, della zona euro. Peccato però che il vero panico, quello da urlo di Munch, si raggiungerebbe se le dimensioni della bolla finanziaria costruita da Fmi e banche centrali di tutto il mondo fossero chiare sugli schermi delle tv globali. Ma quella non si fa vedere mescolando fatti reali ad episodi che gonfiano il petto dal panico. In Grecia il panico si costruisce giocando su un vecchio terrore del ‘900, quello dell’ottobre ’29, quando quella dimensione è persino artigianale rispetto a quello che sta accadendo. Certamente la Grecia passerà brutti momenti ma il gioco del panico avrà sempre lo scopo di indirizzarla come responsabile di tutto questo.

Per quanto riguarda gli attentati del venerdì di Ramadan, tratta di tre episodi diversi tra loro. Il primo in ordine di tempo, quello francese è legato al quel genere di spontaneismo armato generato nelle banlieue francesi, in questo caso di Lione. Nonostante la bandiera dell’Isis sventolata sul luogo della decapitazione della vittima, la confessione del responsabile, che nega di essere il classico detenuto politico, fa definire come affrettata la scelta di Hollande di lasciare il vertice Ue, e tornare in Francia, “causa terrorismo”. Vicenda drammatica, specie per chi ci lascia la testa, ma è inimmaginabile che episodi del genere minaccino la Francia quanto la guerra lampo dell’estate del ’40. Eppure il flusso di adrenalina del venerdì francese, unito a quello tunisino, ha fatto pensare questo. Con tanto di esperti di terrorismo pronti a spergiurare, in diretta, di essere di fronte ad un attacco globale. Oltretutto non è neanche chiaro se gli attentatori tunisini della spiaggia del resort facciano parte di Ansar-al-Sharia. E oltretutto, nonostante i più recenti avvicinamenti, è ancora da dimostrare che Ansar-al-Sharia sia affiliata oggi ad Isis perlomeno nelle sue maggiori componenti. Non a caso ci sono osservatori sul posto che ritengono che tutto questo stia favorendo non chissà quale mutazione politica ma il cambio di gestione del più importante vettore di riciclaggio della Tunisia: proprio il turismo. Quanto alla vicenda degli scontri tra sciiti e sunniti in Kuwait è talmente legata a fattori locali che pensare di legarla a una vicenda francese non chiara, e ad una tunisina molto opaca, è pura ciarlataneria. Oppure il panico, il terrore che lega tanti fatti tra loro, spiegandoli col linguaggio della paura, è merce pregiata nel mondo mediale, specie quando travolge la stessa politica (con Hollande che quasi urla “non facciamoci prendere dalla paura” dovendo governare le ondate di panico) con i media ancora più protagonisti e intrecciati così nella comunicazione sociale.

Borsa, migranti, Isis. Non importa cosa accade l’importante è inserirlo nel format del panico. Il resto agisce in stato di emergenza, come le ondate di affermazioni sull’inesistenza del “contagio” greco, tentativi di governo del panico da parte delle istituzioni. Se il linguaggio, come cantava Laurie Anderson, è un virus, l’informazione è un’epidemia. Da circoscrivere.

Redazione, 29 giugno 2015

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NATO-Russia, aria di guerra

di Michele Paris

Il vertice NATO andato in scena questa settimana a Bruxelles si è trasformato nell’ennesimo prevedibile festival dell’ipocrisia, con i paesi dell’Alleanza impegnati a dipingere la Russia come il pericolo principale per la sicurezza europea, vista la presunta aggressività mostrata nella questione ucraina. Per esigenze strettamente “difensive”, gli Stati Uniti e i suoi 27 fedeli partner militari hanno così annunciato, tra l’altro, l’avvio di discussioni sulle contromisure da adottare anche nell’ambito degli armamenti nucleari.

Nei racconti relativi ai contenuti del summit apparsi sui media ufficiali in Occidente si sono sprecate le citazioni di anonimi funzionari NATO che hanno riportato le preoccupazioni dei vari paesi membri e dei vertici militari per le decisioni prese recentemente dal presidente russo, Vladimir Putin.

In particolare, l’incontro di mercoledì e giovedì nella capitale belga sarebbe stato motivato dal recente annuncio del Cremlino di volere aggiungere altri 40 missili balistici intercontinentali al proprio arsenale. Washington, inoltre, ha insistentemente puntato il dito contro la Russia - in larga misura senza fondamento - per avere violato il Trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio (INF), siglato tra USA e URSS nel 1987.

Quest’ultima accusa dovrebbe portare i membri della NATO a formulare una nuova “dottrina nucleare” già nei prossimi mesi, ad esempio incorporando in essa nuove direttive riguardanti il ruolo delle armi nucleari nell’ambito delle esercitazioni militari dell’Alleanza e un’interpretazione aggiornata delle posizioni russe in merito all’uso di questi stessi ordigni.

In altre parole, secondo la versione occidentale, poiché la “dottrina nucleare” NATO attualmente in vigore risale almeno a un decennio fa, quando la Russia era considerata un possibile partner, essa non riflette più la nuova realtà strategica venutasi a creare a causa della rinnovata aggressività di Mosca.

Nelle parole del segretario generale della NATO, l’ex premier laburista norvegese Jens Stoltenberg, “le attività nucleari, gli investimenti nelle proprie capacità nucleari e le esercitazioni in ambito nucleare della Russia fanno parte di un quadro globale nel quale è possibile osservare un paese più risoluto” nella proiezione dei propri interessi.

Lo stesso Stoltenberg giovedì ha messo anche in guardia dal rischio di una ripresa dei combattimenti in Ucraina sud-orientale, ribadendo senza fondamento come la Russia continui a fornire armi e soldati ai separatisti che combattono contro il regime golpista installato a Kiev dall’Occidente.

La responsabilità del clima bellico che si respira in Europa, in sostanza, secondo la NATO sarebbe da attribuire interamente al governo di Vladimir Putin, intento a pianificare una qualche riconquista delle aree sotto la sfera d’influenza sovietica.

Vista la situazione, perciò, diventa legittima praticamente ogni genere d'iniziativa militare volta a contrastare questo fantomatico tentativo di espansione russo che sembrerebbe incombere in primo luogo sui paesi dell’Europa orientale.

Durante il vertice di questa settimana sono stati così confermati alcuni progetti per rispondere all’arroganza di Mosca. Il numero di uomini da assegnare alla cosiddetta Forza di Reazione Rapida è ad esempio salito a 40 mila dai 4 mila previsti inizialmente e in un secondo momento già aumentati fino a 13 mila.

In maniera chiaramente provocatoria nei confronti della Russia, queste forze stazioneranno in vari paesi dell’Europa orientale, come Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania. Inoltre, la NATO dovrebbe istituire una forza di circa 4 mila uomini in grado di mobilitarsi contro ipotetiche manovre russe in maniera ancora più rapida, cioè entro 48 ore.

Nella giornata di martedì, il segretario alla Difesa americano, Ashton Carter, aveva assicurato che gli Stati Uniti forniranno centinaia di veicoli militari, aerei da guerra, droni, carri armati e artiglieria pesante da posizionare in questi stessi paesi. Da qualche mese, poi, dal Pentagono viene avanzata l’idea di stazionare in Europa missili Cruise con testate nucleari, ovviamente puntati verso la Russia.

I preparativi in atto confermano dunque come la NATO stia portando a compimento un vero e proprio riorientamento strategico e militare contro la Russia. Ciò non è dovuto alla crisi in Ucraina - peraltro creata dall’Occidente - ma è bensì un progetto in cantiere da tempo, e accelerato dalla crisi in Ucraina, che non può che essere percepito a Mosca come un’aperta minaccia di guerra e provocare una risposta adeguata.

Le implicazioni degli scenari creati in Europa sono state suggerite da una recente dichiarazione del ministro della Difesa polacco, Tomasz Siemoniak, il quale ha affermato che “il periodo di pace seguito alla Seconda Guerra Mondiale è finito”, lasciando intendere come la classe dirigente occidentale sia pronta per un nuovo conflitto, questa volta potenzialmente combattuto con armi nucleari.

A fronte delle provocazioni e dell’ostentato atteggiamento di unità, in Occidente e all’interno della stessa NATO vi sono divisioni e conflitti sulla strategia da perseguire nei confronti della Russia. I disaccordi, evidenti anche dallo scarso entusiasmo con cui alcuni paesi hanno sacrificato i propri interessi economici dando il proprio assenso al recente prolungamento delle sanzioni contro Mosca, restano per il momento in secondo piano nei confronti del rispetto formale dell’alleanza strategica che li lega agli Stati Uniti.

Sanzioni e minacce militari, d’altra parte, invece di isolare la Russia la stanno spingendo sempre più a guardare a Oriente, in particolare verso la Cina, e ai paesi emergenti (BRICS), nel quadro di una crescente integrazione, soprattutto economica, da cui è un’Europa già in affanno che rischia di essere esclusa.

Con l’evoluzione di queste dinamiche, a Londra come a Parigi, a Berlino come a Roma, i governi occidentali saranno chiamati a scegliere fra la cooperazione pacifica e il percorso di guerra e distruzione preparato dall’impero in declino.

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Grecia: il gioco che si profila


Quella che si apre, in questa settimana, è una partita a scacchi a mosse obbligate per entrambi i contendenti. E’ evidente che Tsipras ha bisogno di una squillante vittoria dei No all’accordo. Se vincessero i si a lui non resterebbe che dimettersi, la troika avrebbe vinto e i partiti di centro cercherebbero di fare una coalizione “europeista” (magari con una scissione fra i deputati di Syriza) per un governo di servizio (di servizio alla Merkel, naturalmente).

Per Syriza sarebbe una disfatta e per la Grecia inizierebbe un calvario ancora peggiore di quello attuale, perché il referendum legittimerebbe qualsiasi misura, anche la più aberrante. Magari non da subito, anzi la Troika potrebbe mostrarsi inizialmente più comprensiva con un governo “moderato” e fare anche qualche regalino, magari sino a novembre, giusto il tempo di far affondare (o addomesticare) Podemos, ma dopo sarebbe un crescendo, sino all’inevitabile default.

Si capisce quindi, l’apertura della Merkel (che tiene d’occhio anche lo slittamento di Atene in campo sino-russo) alla Grecia, ma non al suo governo attuale e il rinvio della questione a dopo il referendum. Questa sarà la campagna elettorale della Troika e, per essa, della Merkel: sbarazzatevi di Tsipras e Varoufakis e ragioniamo.

Fratoianni ha scritto che, anche in quel caso, Tsipras avrebbe comunque vinto, perché avrebbe dimostrato il ritorno a metodi di governo democratico; si: peccato che si tratterebbe di una “vittoria morale” e che il vincitore morale sia sempre quello che ha perso.

Ma a Tsipras andrebbe molto male anche se a vincere fossero i No, ma di stretta misura: avrebbe una legittimazione limitatissima, dovrebbe fare i conti con un default, nessuno sottoscriverebbe più alcun titolo greco e quindi, per far fronte alla situazione, dovrebbe emettere moneta propria, altrimenti non saprebbe come pagare neppure gli stipendi dei dipendenti statali, e questo significherebbe implicitamente l’uscita dall’Euro. Ovviamente in condizioni disastrose, con una moneta debolissima e una Ue e Bce scatenate per punire i ribelli greci.

Per di più, una vittoria di misura significherebbe che Alba Dorata è stata determinante e questo lo obbligherebbe, di fatto, ad una qualche intesa su quel lato (allegria!).

Di fatto, l’unica speranza di non affondare sarebbe quella di un rapidissimo soccorso russo e cinese.

Unica via d’uscita relativamente più agevole, una forte vittoria dei No, che lo incoraggerebbe a tener duro ed, in qualche modo, scaricherebbe una parte delle tensioni sulla Ue, costringendola su posizioni meno oltranziste. Sarebbe comunque un momento difficilissimo, perché ugualmente si prospetterebbe il default e l’uscita dalla moneta, ma sarebbe più facile gestire le cose con un popolo greco compatto dietro le sue spalle.

Per ora i sondaggi sono sfavorevoli al No (e gioca evidentemente la paura di cosa accadrebbe tornando alla Dracma), ma non è detto che in questi giorni non ci sia un recupero: i greci sono un popolo orgoglioso e questo potrebbe bilanciare le paure.

Ovviamente, noi facciamo il tifo per il No, ma la partita, bisogna dircelo, per ora è abbastanza compromessa e qui si capisce perché la “furbata” di aver promesso l’Euro e la fine dell’austerità non è stata una grande idea.

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