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giovedì 30 aprile 2015

Come inventarsi una crisi ai tempi del Jobs Act

Whirlpool e Auchan. La riforma non evita nuove vertenze e licenziamenti. Anzi, le facilita. La multinazionale americana ha conti record. I francesi se la prendono con la concorrenza sleale. E alla Franco Tosi siamo al Jobs act "ad personam".

La morale è sem­pre la stessa: a pagare sono sem­pre - e solo - i lavo­ra­tori. Sfrut­tando il Jobs act.

Whirl­pool, Auchan, Franco Tosi. Le crisi azien­dali post riforma hanno nomi diversi da quelle affron­tate negli anni scorsi. E - soprat­tutto - logi­che differenti.

Nel primo caso si tratta di un lea­der mon­diale degli elet­tro­do­me­stici che annun­cia esu­beri dopo aver com­prato un mar­chio (ita­liano) con­cor­rente. E già que­sto è illo­gico. Ma risulta odioso andando a leg­gere i risul­tati sban­die­rati al mondo intero pro­prio ieri. Il primo tri­me­stre 2015 per il gruppo del Michi­gan si è chiuso con un utile netto di 191 milioni di dol­lari, in cre­scita rispetto ai 160 milioni dello scorso anno (+18,8 per cento) e con ricavi record a 4,8 miliardi (+11 per cento). Il numero uno del gruppo Jeff M. Fet­tig ha poi spie­gato che il calo del cam­bio euro-dollaro non ha creato pro­blemi pro­prio per «i nostri piani di inte­gra­zione in Europa e in Cina», con l’Europa a fare la parte del leone nelle ven­dite: con 5,7 milioni di pezzi ha più che rad­dop­piato rispetto allo scorso anno por­tando l’utile ope­ra­tivo da 7 a 17 milioni di euro.

Ma ai tempi del Jobs act la glo­ba­liz­za­zione - ieri Mar­chionne ed Elkann hanno inau­gu­rato la nuova Mira­fiori (9mila posti di lavoro a Goioana, in Bra­sile) diventa una scusa per annun­ciare accor­pa­menti - come quello fra gli sta­bi­li­menti sto­rici di Inde­sit ver­sione Mer­loni di Melano ed Alba­cina, vicino a Fabriano - e spo­sta­menti di pro­du­zioni - i fri­go­ri­feri di Cari­naro (Caserta) saranno pro­dotti a Cas­si­neta (Varese).

Oggi si terrà il primo incon­tro della trat­ta­tiva. Si spera che il «non abbiamo pre­giu­dizi», pro­nun­ciato dall’ad euro­peo Davide Casti­glioni, porti a cam­biare un piano indu­striale per tutte que­ste ragioni «inac­cet­ta­bile» dai sindacati.

Ragioni ancora più para­dos­sali sono quelle addotte dal gigante della grande distri­bu­zione, la fran­cese Auchan, per annun­ciare ben 1.426 esu­beri su un totale di 12.873 lavo­ra­tori sui 57 iper­mer­cati che ha in Ita­lia. Prima tra le moti­va­zioni dei licen­zia­menti - e una di quelle addotte per le per­dite nei bilanci di Auchan Ita­lia che ha sede a Ber­gamo - è «la con­cor­renza sleale».

Secondo Auchan, soprat­tutto al Sud - zona dove erano ini­zial­mente con­cen­trati gli esu­beri - molti con­cor­renti non appli­cano ai pro­pri lavo­ra­tori i con­tratti nazio­nali del com­mer­cio oppure appli­cano con­tratti part-time men­tre il per­so­nale lavora full-time.

Ebbene, il pro­blema sarebbe facil­mente risol­vi­bile: baste­reb­bero i con­trolli degli ispet­tori del mini­stero del Lavoro a sanare la situa­zione e rista­bi­lire il rispetto dei con­tratti per i lavo­ra­tori, un equo costo del lavoro per tutti e la con­cor­renza nel mer­cato. Pec­cato che pro­prio la riforma del lavoro faci­liti i licen­zia­menti ma riduca fatal­mente ispet­tori e con­trolli con la ormai mitica Agen­zia unica, il cui decreto deve ancora arri­vare men­tre nel frat­tempo gli ispet­tori vivono nel limbo della incer­tezza totale sul loro futuro.

Anche qui i sin­da­cati hanno annun­ciato una mobi­li­ta­zione forte: assem­blee e scio­pero per il 9 mag­gio. Ma con­tro il Jobs act sem­brano tutte armi spuntate.

L’ultimo caso riguarda una fab­brica metal­mec­ca­nica. Si tratta della Franco Tosi, sto­rico mar­chio di Legnano, finito in stato di insol­venza dal luglio 2013 dopo una lunga crisi. Lunedì i lavo­ra­tori hanno votato il refe­ren­dum per appro­vare il pas­sag­gio alla Bruno Pre­sezzi. L’accordo sin­da­cale sot­to­scritto solo da Fim, Cisl e Uilm pre­ve­deva solo 170 rias­sun­zioni sui 346 addetti totali. E per di più con il con­tratto a tutele cre­scenti e quindi senza l’articolo 18. I lavo­ra­tori hanno boc­ciato l’accordo (122 voti con­trari, 97 a favore, un aste­nuto) e subito tutta la stampa ha accu­sato la Fiom (con­tra­ria all’accordo) di non volere le nuove assunzioni.

«Ma qua siamo già al di là del Jobs act, siamo al Jobs act ad per­so­nam - spiega il segre­ta­rio della Fiom Lom­bar­dia Mirco Rota - . La Franco Tosi è in ammi­ni­stra­zione straor­di­na­ria e quindi per la legge Prodi dovrebbe esserci la con­ti­nuità azien­dale per tutti i lavo­ra­tori. In que­sto caso invece l’accordo fir­mato dagli altri sin­da­cati è in deroga e pre­vede che almeno il 90 per cento dei lavo­ra­tori rias­sunti fir­mino le libe­ra­to­rie per­so­nali in cui accet­tano le nuove regole con­trat­tuali e si impe­gnano a non fare causa». Ma que­sto nem­meno il Jobs act lo può evi­tare. Almeno per ora.

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Gli studenti "movimentano" Milano, ma i giornalisti vorrebbero il sangue


Più di duemila studenti delle scuole medie sono scesi in piazza oggi a Milano nel quadro delle Cinque Giornate di lotta contro l'Expo. Numeri non enormi ma compensati dalla determinazione. Milano è ormai una città blindata e i mess media seminano allarmismo a tutto spiano cercando così di tenere i più giovani e più incerti lontano dalle manifestazioni. Ma sono stati in molti durante il corteo a sottolineare - anche con un certo disgusto - la morbosità con cui i mass media cercano e vorrebbero gli scontri, scene tragiche da immortalare prima e stigmatizzare poi. Uno stuolo di reporter pronti a "cogliere l'attimo" ha quasi asfissiato i vari momenti del corteo.

Alla partenza, in Largo Cairoli, è stato issato uno striscione sul monumento della piazza che recita: “La città è degli studenti”. Contemporaneamente sono state tracciate sull’asfalto scritte contro Expo ed issato un altro striscione sugli ExpoGate dove questa mattina due giovani attivisti si erano arrampicati esponendo striscioni contro l'Expo con su scritto “grande evento = grande bufala. No Expo: un altro mondo è possibile”.


Il corteo poi si è mosso e lungo via Broletto un ufficio dell'Enel è stato imbrattato di scritte. Sorte analoga è toccata ad alcune banche e soprattutto al consolato della Turchia per esprimere solidarietà con la resistenza del popolo kurdo a Kobane e nel Rojava. Ma l'unico momento di tensione è avvenuto alla sede dell'agenzia Manpower di via Maino, anch'essa sanzionata con vernice e qualche bastonata. L'arrivo di corsa di un contingente di polizia ha provocato qualche apprensione, ma poi il corteo ha continuato la sua strada. Dopo aver superato Porta Venezie e Porta Gioia il corteo degli studenti è arrivato sotto il grattecielo della Regione Lombardia in via Melchiorre Gioia dove si è concluso.

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Una disoccupazione voluta, programmata, esaltata

Ogni crisi economica presenta almeno due aspetti interconnessi, e l'evoluzione di un territorio governato da regole simili - un paese o una comunità di stati, che condividono anche la  stessa moneta - risulta dal combinato di questi due aspetti: entità oggettiva della crisi e gestione politico-normativa. E i dati pubblicati stamattina dall'Inps smentiscono ancora una volta clamorosamente le menzogne spudorate di questo governo.

Il tasso di disoccupazione torna a salire a marzo: cresce di 0,2 punti percentuali (da febbraio), arrivando al al 13%. Lo comunica l'Istat nei dati provvisori, precisando che la risalita arriva dopo i cali registrati a dicembre e a gennaio e la lieve crescita a febbraio. Si tratta del livello più alto dal novembre scorso (13,2%).

La disoccupazione giovanile a marzo risale oltre il 43%: il tasso segna un aumento di 0,3 punti percentuali a quota 43,1%, dal 42,8% di febbraio. Si tratta del livello più alto da agosto scorso.

Non basta: dopo la diminuzione di febbraio, a marzo 2015 gli occupati diminuiscono dello 0,3%, con 59 mila unità in meno rispetto a febbraio, tornando sul livello dello scorso aprile. Rispetto a marzo 2014, l'occupazione è in calo dello 0,3% con 70 mila unità in meno. Il tasso di occupazione scende al 55,5%.

A marzo le persone in cerca di occupazione sono 3,302 milioni, in aumento dell'1,6% da febbraio. Nello stesso mese gli occupati sono 22,195 milioni, in calo dello 0,3% su base mensile. Stabile la forza lavoro a 25,497 milioni di unità.

Il fatto che l'Italia sia diventato il paese dell'Unione Europea con più alta disoccupazione giovanile, con un aumento della percentuale di "neet" (+22%) superiore persino alla Grecia post-cura della Troika, non è insomma colpa del "destino", ma un risultato di una politica. Ovvero delle scelte adottate per affrontare la crisi, orientando la pressione oggettiva verso un obiettivo preciso. E' in parte anche il frutto di errori e miserie di una classe dirigente (e degli imprenditori ancor più dei "politici", ormai ridotti a una piccola divisione di yesman senza competenza alcuna), ma domina l'impronta delle politiche di "austerità" volute dalla Troika (Bce, Fmi, Unione europea).

Un risultato voluto, dunque, che va innanzitutto misurato quantitativamente. Prendiamo i dati dall'inchiesta condotta da OpenPolis, che certificano come la disoccupazione in questo paese, negli anni della crisi - ovvero dal 2007 alla fine del 2014 (e non è che da capodanno sia "cambiato verso"!) - sia più che raddoppiata: +108,2%.

Solo nella povera Grecia è andata peggio, mentre in diversi paesi - l'esempio clamoroso resta la Germania, che si conferma così la principale beneficiaria dell'austerità imposta agli altri - l'ha ridotta addirittura del 41%, consentendo così alle imprese di collocamento tedesche di scendere nel Bel Paese a caccia di talenti laureati e anche di un po' di "faticatori" senza grandi competenze. Non è difficile, se tra i giovani il tasso di disoccupazione supera stabilmente il 40%...

Il dato dovrebbe apparire quasi paradossale. Sono infatti oltre venti anni che tutti i governi di questo paese tolgono diritti ai lavoratori attivi, precarizzano i rapporti di lavoro e di fatto comprimono i salari attuando politiche dichiaratamente mirate "a migliorare l'occupazione giovanile". O si è stati governati per un quarto di secolo da solenni imbecilli che si davano le arie da sapienti (e più d'uno ce n'è stato...), oppure l'obiettivo non era quello.

Di fatto ora abbiamo una precarietà universale (senza l'art. 18 non c'è contratto che ti possa salvare dal licenziamento a comando dell'impresa), salari fermi da anni e occupazione in calo. Le strabilianti cifre sulle "nuove assunzioni" sbandierate dal governo si sono sistematicamente dimostrate al massimo "trasformazioni" di contratti a termine in contratti a "tutele crescenti"; ma solo grazie ad incentivi governativi che possono arrivare anche ad 8.000 euro annui di decontribuzione.

Ma nonostante queste condizioni ambientali "ottimali" per l'impresa, nessuno assume. Anzi, si chiudono impianti storici come l'ex Indesit, Agnelli e Marchionne inaugurano la "nuova Mirafiori"... in Brasile, ecc.

E infatti in questo paese i dati vanno al contrario rispetto alle dinamiche continentali. Nella Ue, infatti, la disoccupazione è diminuita o aumentata di poco nelle aree industrialmente più avanzate, mentre è andata crescendo nei paesi più deboli. Qui il Sud ha pagato come prevedibile un prezzo alto (disoccupazione in crescita del 100% circa), ma è andata ancora peggio nell'ex "triangolo industriale":  Lombardia +163%, il Piemonte +174,38 e addirittura l'Emilia-Romagna +286,06. I pilastri portanti della struttura produttiva, quindi anche occupazionale e di esistenza del movimento operaio, sono state svuotate a passo di carica. Il "modello emiliano" (ma a Giuliano Poletti nessuno mai chiede conto dei disastri operati come presidente della Lega Coop?) è adesso un esempio di declino industriale programmato.

Di conseguenza, anche il tasso di occupazione ha subito una contrazione violenta: ben il 7,1% in meno (dal 62,8 del 2007 al 55,7% nel 2014, il triplo della media europea - circa il 2 per cento in meno -). Appare così decisamente utopistico l'obiettivo europeo del 70% di occupati, considerato dai "guru" dell'austerità come il livello minimo per poter finanziare un sistema di welfare sostenibile. Anche qui, peggio di noi solo la Grecia, con una tasso di occupazione crollato di quasi il 20%.

Ma è il "potenziale di ripartenza" che appare decisamente sotto terra. Dall'inizio della crisi la capacità produttiva industriale è crollata di oltre il 25%. Significa stabilimenti, macchinari, linee produttive, reparti, che sono stati chiusi, abbandonati, lasciati arrugginire. Questi mezzi di produzione non verranno mai più rimessi in moto, perché in ogni caso sono stati tecnologicamente superati. Per ricostituire lo stesso livello di capacità produttiva ante-crisi servirebbero anni di investimenti. Ma quelli pubblici sono vietati dall'Unione Europea (non a caso qui si costruiscono solo infrastrutture e grandi opere, dove lo Stato mette i soldi e le imprese private se li prendono, sganciando la mazzetta di prammatica) e quelli privati non arriveranno mai. Come si dice in quest'altro articolo, siamo un paese in vendita.

Quindi la disoccupazione non potrà che aumentare, qualsiasi favola venga congegnata per farcela raccontare da Renzi.

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Ucraina, che succede?

Da diversi mesi è andata scemando l’attenzione verso la situazione ucraina, quel che ha ingenerato nell’opinione pubblica l’idea che un qualche accomodamento stia maturando nei fatti e che la crisi abbia imboccato la via di una soluzione. Niente di più sbagliato: in questi mesi le cose non hanno fatto che peggiorare, anche se i combattimenti sono momentaneamente diminuiti di numero ed intensità, rispetto alla fase precedente.

E’ dal punto di vista politico che la situazione è diventata sempre più compromessa. Decisivo in questo calo di attenzione è stato il diversivo della situazione in Libia e l’inconcludente dibattito “Interveniamo/Non interveniamo”. Gli italiani si sono convinti che il pericolo più immediato venga dalla “quarta sponda” ed hanno distolto lo sguardo da quella che, invece, è davvero la crisi più pericolosa.

Ci troviamo di fronte ad una riduzione secca dei margini di mediazione, il che non fa per nulla sperare in bene. Le sanzioni economiche alla Russia (unitamente al crollo dei prezzi energetici) hanno effettivamente indebolito Mosca spingendola sulla soglia del default, ma questo (oltre che far temere una nuova ondata di crolli finanziari) non ha affatto giocato a favore di una mediazione, ma, al contrario, ha spinto Putin su posizioni più intransigenti, anche perché (e l’omicidio Nemtsov lo ha segnalato) è probabile che ci siano movimenti interni che non gli consentono di fare altro. Che l’omicidio sia stato un segnale dell’ala intransigente o che si sia trattato di una fronda che vuole tornare a fare affari con l’Occidente, a Putin non resta altra soluzione che fare appello al nazionalismo russo e, di conseguenza, a non mollare un centimetro.

Dall’altro lato, Kiev, irresponsabilmente incoraggiata da americani ed europei, ha utilizzato la relativa tregua di questi mesi per riorganizzarsi a passare all’offensiva.

Da alcuni giorni, i quotidiani danno spazio agli allarmi degli ucraini che sostengono di essere prossimi ad essere invasi: guerra psicologica.

Tutto fa pensare, al contrario, che siano loro a preparare un’offensiva per giugno e non tanto contro il Donbass quanto direttamente contro la Crimea. Gioco molto pericoloso e Putin ha lasciato cadere l’affermazione di essere stato pronto, un anno fa, ad usare armi nucleari per difendere la Crimea, cosa che ora non sarebbe più necessaria per le difese nel frattempo apprestate. Come dire “Non ci provate”.

L’ipotesi di un’iniziativa militare ucraina resta lo stesso in piedi. Ovviamente, la sproporzione di forze è tale che i russi non avrebbero difficoltà a travolgere gli avversari, ma, questo è il calcolo di Kiev, a quel punto americani ed europei sarebbero obbligati ad entrare in gioco militarmente (e non solo con sanzioni economiche), per difendere il loro alleato. A proposito, non sarei affatto stupito se scoprissimo che ci sono accordi segreti che obbligano gli occidentali ad intervenire in determinati casi. Ma c’è da mettere in conto che un intervento aperto di americani ed europei potrebbe trovare una risposta russa basata su armi nucleari tattiche ed, a quel punto, saremmo davvero ad un passo da una conflagrazione di grandi dimensioni.

Come si vede, stiamo ballando sul filo del rasoio e qui il rischio di farsi male è molto serio. Il problema è che il “premio Nobel per la pace”, Barak Obama, si è tagliato i ponti alle spalle per un possibile ruolo di mediatore ed altrettanto hanno fatto gli europei, sponsorizzando le tesi più oltranziste degli ucraini, e per di più, non è neppure ipotizzabile un ruolo dell’Onu, che sarebbe immediatamente paralizzata dal veto russo. Peraltro, come negare agli abitanti del Donbass il diritto all’autodeterminazione? Il dogma dell’intangibilità delle frontiere scaturite dal 1945 non tiene più: perché mai kosovari, sloveni, croati e bosniaci avevano diritto a separarsi dalla Jugoslavia e i russofoni di Ucraina no? E la Crimea quando mai è stata Ucraina? Lo è stata per una decisione di Mosca, durata qualche decennio ed all’interno di un quadro tutto interno all’Urss, sciolto il quale, ovviamente quei confini artificiali non hanno più ragion d’essere.

Sulla base di quale diritto gli ucraini pretendono di prelevare il gas russo diretto all’Europa senza pagarlo e gli Usa pretendono che i russi non realizzino gasdotti alternativi a quello che passa per l’Ucraina?

Per dirla in due parole: gli Usa hanno solo un interesse, che coincide con la loro strategia imperiale, di isolare la Russia ed evitare che si ponga come terza potenza mondiale, perché questo romperebbe il containment verso la Cina. Gli ucraini l’hanno capito e cercano di massimizzare la loro rendita di posizione, con un gioco che sembra la parodia di quello di Cavour fra Austria e Francia.

Di fatto qui si profilano due tendenze: da un lato la nascita di una tacita intesa fra Russi e Cinesi, che attira, per ragioni e con modalità diverse Turchi, Greci ed Israeliani in funzione anti americana. I Greci sono attirati dal possibile sostegno finanziario sino-russo, ed, insieme ai Turchi, dalla prospettiva di un gasdotto variante del vecchio progetto Southstream che, peraltro, piacerebbe anche agli israeliani, che aborrono l’idea di una dipendenza europea dal gas quatariota. Dall’altra che gli eventi precipitino e si vada dritti ad uno scontro militare senza precedenti.

Non è detto che accada il peggio, ma mi sembra che questo quadro sia nettamente più preoccupante di quello libico.

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Nessun Bolivar ababo: mentre la regione implode il socialismo scompare

di Ramzy Baroud - traduzione a cura di Romana Rubeo

Tempo fa, un gruppo di studenti mi ha chiesto di parlare del socialismo nel mondo arabo, partendo dalla convinzione che esistesse un movimento in grado di superare i regimi incompetenti e corrotti attualmente al potere nella regione. La verità è che, al momento, i gruppi che si ispirano al socialismo esistono solamente in teoria, ma non di fatto. Ricordo una mia conferenza a Londra, subito dopo l’inizio del blocco imposto su Gaza, dopo la vittoria di Hamas nel 2007. “In Palestina, il movimento socialista più forte e incisivo è Hamas,” dissi, suscitando sorpresa in una parte del pubblico e espressioni di approvazione nell’altra. Non mi riferivo all’adesione di Hamas alla teoria marxista, quanto al fatto che si trattava dell’unico movimento politico attivo e radicato che era riuscito, in qualche modo, a colmare il divario tra le varie classi sociali ed economiche e a unirle nel segno di un programma politico radicale.

Inoltre, era costituito in massima parte da fellahin (contadini) e operai palestinesi, che vivevano per lo più nei campi profughi. Se paragonati alle forze “socialiste” palestinesi, distaccate, elitarie, con una forte connotazione urbana, questo movimento di massa, islamista, attivo nei territori occupati, è quanto di più vicino al socialismo possa esistere, date le circostanze. Ma cosa dovrei rispondere a questo gruppo di studenti, composto di giovani e entusiasti socialisti, in trepida attesa dell’ascesa del proletariato?

Prima di tutto, bisogna specificare che c’è una netta differenza tra il socialismo occidentale e il “Socialismo Arabo”, definizione coniata dai nazionalisti arabi nei primi anni ’50. Si avviò allora un processo di fusione tra i movimenti socialisti e quelli nazionalisti, che portò alla formazione del Partito Baath in Siria e in Iraq. L’idea fu concepita in origine da Salah al-Din al-Bitar e da Michel Aflaq, fondatori del Partito Baath.

Il socialismo, nella sua veste occidentale, non convinceva i nazionalisti. Non solamente perché era avulso dal contesto socioeconomico e culturale dei popoli arabi, ma anche perché appariva politicamente inconcludente e a tratti sciovinista. Molti socialisti occidentali, ad esempio, hanno idealizzato il significato della fondazione dello Stato di Israele, insediamento coloniale che da decenni riunisce le forze coloniali e neocoloniali contro le aspirazioni panarabe. Ma anche il nazionalismo arabo ha fallito, perché non è stato in grado di offrire una valida alternativa e non ha sostenuto attivamente una reale proposta di rovesciamento dei paradigmi esistenti. A parte le riforme agrarie in Egitto attuate nel 1952, dopo la rivolta che rovesciò la monarchia, il Socialismo Arabo non è riuscito a liberarsi dai limiti imposti da un idealismo fine a se stesso e da influenze esterne che hanno cercato di controllarlo, influenzarlo e distruggerlo.

Il fallimento è diventato ancora più evidente verso la fine degli anni ’80, con il declino dell’Unione Sovietica, e poi con il suo crollo definitivo agli inizi degli anni ’90. I socialisti arabi, sia i governi che si definivano tali, sia le organizzazioni che ruotavano intorno alla sfera di influenza sovietica, erano troppo dipendenti da quella relazione. L’uscita di scena dei Sovietici lasciava loro scarse possibilità di sopravvivenza di fronte al dominio crescente degli Stati Uniti.

Il fallimento, tuttavia, non è imputabile solo ai deludenti modelli geopolitici proposti per la regione, ma anche al fatto che i Paesi del Medio Oriente iniziavano a tirarsi indietro, per via dell’influenza, o piuttosto della pressione, esercitate delle potenze egemoniche occidentali. È in questa fase che inizia l’ascesa di un’alternativa di matrice islamica, che nasce dal tentativo di mettere a frutto le risorse intellettuali della regione, ma che è anche incoraggiata dai ricchi paesi del Golfo, che elargiscono grandi quantità di denaro, per avere il pieno controllo su questo fenomeno. Lo slogan “L’Islam è la soluzione” diventa predominante e si insinua nell’immaginario di molti intellettuali musulmani, in Medio Oriente e non solo: appare, infatti, come un tentativo di radicarsi nei riferimenti culturali e storici della regione.

L’argomentazione di fondo è questa: il modello occidentale a guida statunitense e quello sovietico hanno fallito, così come i loro paradigmi di governo, quindi c’è assoluto bisogno di un’alternativa. Il Socialismo Arabo avrebbe potuto sopravvivere, se avesse incentrato la sua azione su ampie piattaforme sociali e se avesse goduto del sostegno di una forte base popolare e di movimenti della società civile; ma le cose sono andate diversamente.

In linea generale, la sinistra nel mondo arabo aveva una forte componente intellettuale, che però è riuscita solo di rado a uscire dal dominio della teoria e delle idee, accessibile solo alle classi più istruite, per confrontarsi con il mondo del lavoro, con quello contadino, con le persone comuni. Senza un’autentica mobilitazione dei lavoratori, degli agricoltori, delle masse oppresse, la sinistra araba non aveva molto da offrire, tranne una retorica sterile e priva di esperienza pratica. Ovviamente, ogni Paese arabo presentava delle eccezioni. I primi movimenti socialisti palestinesi, ad esempio, erano molto radicati nei campi profughi e sono stati protagonisti di tutte le forme di resistenza popolare. Questa situazione, però, può essere spiegata con la singolarità del caso palestinese e non riflette una tendenza più generale nella regione.

Un altro fattore importante da considerare è che i gruppi oppressi tendono a unirsi tra loro, indipendentemente dalle differenze ideologiche che li dividono e che sulla carta possono risultare insormontabili. In effetti, è proprio questo comune sentimento di oppressione che ha avvicinato l’Islam politico e la sinistra radicale, creando una certa affinità tra gli attivisti dei due schieramenti, che condividevano la detenzione, la tortura, le umiliazioni. Ma è il crollo dell’Unione Sovietica, nei primi anni ’90, a rappresentare un punto di svolta. Si assiste allora alla liberazione di un ampio spazio politico, parallelamente a un incremento del flusso di denaro legato al petrolio. Vengono fondate molte università islamiche e decine di migliaia di studenti mediorientali iniziano a ricevere un’istruzione superiore in vari campi, dalla Sharia Islamica all’ingegneria.

Si prenda il caso di Hamas a Gaza. Molti dei suoi leader e membri hanno studiato ingegneria o medicina e questo è un tratto comune tra i militanti di tutti i gruppi di matrice islamica, in Palestina, Egitto, Marocco e altrove. L’egemonia sull’istruzione e l’articolazione del discorso politico non è più appannaggio delle élites politiche e intellettuali. Nel frattempo, si va formando un orizzonte politico fondato sugli ideali islamici.

Con il tempo, i socialisti si trovano ad affrontare una scelta drastica: vivere ai margini della scena politica, incarnando lo stereotipo dell’intellettuale comunista e anticonformista che siede in un caffè del Cairo elaborando speculazioni teoriche in ogni campo; oppure, collaborare con le ONG e con istituzioni ufficiali o semi-ufficiali, per mantenere una certa autonomia finanziaria. I gruppi che hanno intrapreso quest’ultima strada hanno dovuto accettare dei compromessi e, in molti casi, sono diventati portavoce degli stessi regimi che un tempo contrastavano.

Di conseguenza, la spinta propulsiva del potere politico dei socialisti come forza politica è diminuita notevolmente negli anni. Il maggior grado di istituzionalizzazione li ha allontanati da quelle masse di cui pretendevano di farsi portavoce. In Egitto, è difficile individuare, a sinistra, una forza realmente strutturata. Ci sono persone “di area”, che però non rivestono un ruolo attivo nello scenario politico attuale.

Per ridare vita al socialismo nel mondo arabo, non bastano le belle speranze. Non ci sono molti segnali che lascino pensare a un cambiamento di rotta, o che facciano sperare in una variante “locale” di socialismo (si pensi al successo del movimento “bolivariano” in Sud America), in grado di fondere gli ideali socialisti alle priorità nazionaliste. Ma il Medio Oriente sta attraversando il più grande cambiamento politico degli ultimi cento anni, e anche il socialismo potrà avere un suo ruolo. Sebbene il presente non sia roseo, il futuro sembra ricco di opportunità.

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“Rivoluzione reazionaria” in Arabia Saudita. Tutto il potere ai falchi

Ad appena quattro mesi dalla sua ascesa al trono, il re saudita Salman ha compiuto una vera e propria "rivoluzione" ai vertici del regno, destinata ad incidere sui futuri equilibri politici di tutto il Medio Oriente.

Ieri Salman ha sollevato dal loro incarico ben 18 esponenti di punta della gerarchia del Paese: un clamoroso cambio di rotta e di controtendenza rispetto alle decisioni e alla strada intrapresa dall’ex sovrano Abdullah che segna la presa di controllo dei punti chiave del potere da parte della cosiddetta "terza generazione" di principi, tutti appartenenti o legati all'ala della famiglia reale nota come "al Sudyeiri".

Si tratta dei sette figli del fondatore del regno Abdul Aziz al Saud nati dal matrimonio con Hussah bint Ahmed al Sudyeiri: un vero e proprio "super clan" restio a promuovere riforme democratiche anche minime ritenute "incompatibili" con una società musulmana e soprattutto con le aspirazioni del paese ad estendere il suo controllo su tutta la regione. Presumibilmente, la nuova cupola incentiverà invece il processo di modernizzazione tecnologica del paese già intrapreso dalla precedente generazione di leader e funzionale alle aspirazioni dell'Arabia Saudita a diventare una potenza regionale - e non solo regionale - incontrastata.

L'attuale sovrano Salman è uno dei sette fratelli "Sudyeiri"; gli altri sono i principi Turky, Abdul Rahman e Ahmed oltre i defunti Fahad, Nayef e Sultan. Oggi Salman ha sollevato dall'incarico il principe ereditario - il fratellastro Moqren bin Abdul Aziz bin Saud - e l'ha sostituito con il ministro dell'Interno Mohammed bin Nayef. Il sovrano ha inoltre nominato il figlio, Mohammed bin Salman, come secondo in linea per il trono cedendogli anche la sua carica di ministro della Difesa. I due Mohammed fanno appunto parte della nuova generazione ed appartengono entrambi all'ala Sudyeiri.

"Abbiamo deciso di soddisfare il desiderio espresso da sua altezza di essere sollevato dalla posizione di principe della corona", è stata la spiegazione ufficiale della rimozione di Moqren. Di fatti è la prima volta nella storia del regno che un erede al trono designato viene "rimosso". Una decisione senza precedenti se si pensa che il "principe ereditario non può essere rimosso né sostituito in nessun caso e da nessuna autorità" recita l'atto ufficiale della nomina fatta lo scorso 23 gennaio dopo un voto favorevole di due terzi dei membri di un'apposita consulta che di fatto è stata esautorata e smentita.

Moqren, 69 anni, è il più giovane figlio del defunto re Abdullah dalla sua moglie yemenita; a rimanere in un posto "delicato" è rimasto il fratello, principe Miteb, il quale ha mantenuto l' incarico di ministro della Guardia nazionale.

Il 55enne Mohammed bin Nayef diventa così la seconda personalità del regno dopo suo zio Salman. E' descritto come un campione della lotta contro Al Qaeda, che ha contribuito a indebolire nel regno. E' cresciuto all'ombra di suo padre, il principe Nayef, dal quale, dopo la sua morte nel 2012 ha ereditato il ministero dell'Interno. Il suo curriculum comprende una formazione specializzata nella lotta al terrorismo prevista dalla CIA e conseguita in una scuola d'intelligence a Taif.

E' nella veste di vice ministro dell'Interno però che, Mohammed, tra il 2003 e il 2006, ha guidato una spietata caccia ai jihadisti di Al Qaeda neutralizzando di fatto la rete di Osama bin Laden che era sfuggita al controllo della monarchia wahabita e che ne metteva in pericolo la stabilità (il principe, il 28 agosto 2009, scampò ad un attacco suicida rivendicato proprio da al Qaeda). Un po’ come sta facendo oggi la nuova potenza fondamentalista regionale, lo Stato Islamico, che accentua sempre più la propria sfida nei confronti degli ex padrini e protettori di Riad che non hanno avuto scrupoli nell'utilizzarla come testa d'ariete contro i paesi nemici ma che ora ne temono l'espansione all'interno dell'Arabia Saudita e delle altre petromonarchie.

Martedì scorso proprio il ministero guidato da Mohammed ha annunciato l'arresto di 93 terroristi e lo smantellamento di diverse cellule dell'Is che avevano pianificato numerosi attacchi, tra cui uno contro l'ambasciata degli Stati Uniti nella capitale Riad.

Mohammed ha inoltre coordinato la campagna militare aereo-navale lanciata all'inizio di questo mese da una coalizione sunnita (che comprende le petromonarchie riunite nel Consiglio di Cooperazione del Golfo ma anche l’Egitto) guidata dal suo Paese contro gli Houthi, le milizie sciite che hanno esautorato il presidente "legittimo", Abed Rabbo Mansour Hadi, e il governo fantoccio di Sana’a, da tempo nell’orbita proprio di Riad.

La strategia della nuova élite saudita sembra mirare a un ridimensionamento del potere e dell’influenza dell’Isis e di Al Qaeda – almeno nella misura in cui queste rappresentino una minaccia per l’egemonia saudita e la stabilità della gerarchia wahabita – e soprattutto ad accentuare l’offensiva in tutta la regione contro i paesi del cosiddetto asse sciita. Di fatto rappresentando una spina nel fianco per l’amministrazione statunitense che mira a una ricomposizione con l’Iran proprio per controbilanciare l’ascesa dell’asse sunnita e la minaccia costituita dal dilagare – anche per responsabilità della tolleranza iniziale di Washington – delle milizie jihadiste.

Migliore sembra essere invece il rapporto tra i nuovi padroni di Riad e le ali più reazionarie del Partito Repubblicano statunitense, e anche gli agganci con i settori più conservatori dell'establishment di Washington non mancano. Non è un caso che a dare man forte a Mohammed a livello internazionale ci sarà l'ambasciatore saudita negli Usa Adel al Jubeir, nominato ministro degli Esteri (il primo in assoluto a non appartenere alla famiglia reale).

Al Jubaeir, sostenitore convinto della guerra in Yemen contro gli sciiti, della destabilizzazione della Siria e del Libano a vantaggio delle forze sunnite e dello scontro duro con l’Iran, ha rimpiazzato dopo ben 40 anni il principe Saud al Faisal che "aveva chiesto di essere sollevato dall'incarico per le sue condizioni di salute".

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Un paese in vendita

Berlusconi si ritira e vende. O almeno cede quote rilevanti dei suoi gioielli. Mediaset e Milan sono sul mercato, anzi in fase avanzata di trattativa finale. Un tycoon thailandese (o forse uno cinese) prenderà in mano la squadra di calcio, che si porta dietro progetti multimilionari per stadio e accessori (diritti televisivi, merchandising, ecc). I più noti Rupert Murdoch e Vincent Bolloré trattano per entrare in Mediaset; e non certo da comprimari.

Non ce ne frega assolutamente nulla delle sorti del signor Caimano, qui cerchiamo semplicemente di capire - attraverso un esempio rilevante per dimensioni del capitale "movimentato" - la tendenza, le direttrici di sviluppo o decadenza del paese in cui viviamo.

L'elemento principale, evidentissimo, è che questo è un paese in vendita. Si può discutere ogni volta se il prezzo è adeguato, ma non il senso di tutte le operazioni industriali che stanno avvenendo da qualche anno a questa parte. Non esiste infatti una sola grande operazione, giocata intorno a un qualche pezzo pregiato del patrimonio industriale, che abbia visto protagonista un imprenditore "italico".

Fiat è diventata americana e non fa mistero di mantenere in Italia una presenza minima soltanto per motivi di marchio (specie per quanto riguarda i brand a più alto margine di profitto: Ferrari e Maserati). Ha cambiato nome (Fca), sede legale e fiscale (Olanda e Gran Bretagna), ha in Chrysler il suo futuro (trainato soprattutto dal marchio Jeep).

Pirelli va in buona misura ai cinesi, Alitalia agli arabi di Etihad, i treni Breda (Finmeccanica, ovvero proprietà statale) ancora ai cinesi, Indesit è stata regalata agli americani di Whirlpool che infatti ora stanno chiudendo, Lamborghini e Ducati sono da anni in mano tedesca. Potremmo fare un elenco lunghissimo, ma non cambierebbe il segno: l'imprenditore "nazionale" vende, quello multinazionale compra.

Nemmeno le società ad esclusivo valore simbolico-indentitario - come in fondo sono quelle del calcio - seguono un destino differente. La Roma è statunitense, il Milan sarà asiatico come l'Inter di Tohrir, la Juve è per ora ancora una controllata Fiat (con tutte le conseguenze legate al cambiamento di orizzonte della società madre). Vanno in mani multinazionali le squadre che hanno una notorietà internazionale per meriti sportivi o storico-culturali (Roma, per esempio). Restano per ora in mani locali le società senza appeal globale (Carpi, stai sereno!), ma devono temere incursioni - per esempio - Firenze e Napoli.

E' il mercato, bellezza! Tutto si vende e si compra, non esiste nulla di sacro e inviolabile (al massimo qualche asset strategico perché legato alla sicurezza militare, ma anche li...). Nulla che possa o debba essere "difeso" nazionalisticamente.

E noi siamo internazionalisti da sempre, dov'è lo scandalo?

Un paese la cui nervatura produttiva e anche simbolica è di proprietà delle multinazionali è un paese ributtato nel Terzo Mondo (non è un insulto, ma una constatazione), ma senza più la possibilità di diventare "emergente". E' un paese che, qualsiasi sia la sua maggioranza politica, è privato della possibilità di decidere come governarsi. L'esempio delle tribolazioni greche - la cui unica industria ancora "nazionale" è costituita dal commercio navale - dovrebbe essere illuminante. Se la "rappresentanza politica" egemone non corrisponde pienamente alle attese dell'impresa multinazionale, quell'impresa se ne va da un'altra parte, smobilita, depriva questo territorio degli strumenti per creare comunque ricchezza.

Diventa insomma un paese "irriformabile". Perché - per usare un'immagine banale e consunta - dalla "stanza dei bottoni" non si può più attivare quasi niente, tranne la polizia per reprimere le rivolte.

E' una condizione generale, sul pianeta. Fanno eccezione i paesi o le aree geostrategiche forti (Usa, Cina, Russia, in parte le filiere produttive europee che fanno capo alle multinazionali "tedesche"), che mantengono programmaticamente una capacità autonoma di "fare industria", in barba ai princìpi del libero mercato che pure a parole difendono e in nome del quale pretendono "liberalizzazioni" e "privatizzazioni" nei territori altrui. Soprattutto in quelli altrui.

E' una condizione non nuova in linea di principio, ma lo è certamente come dimensione delle dinamiche che sono in atto. E che qui da noi, tra un guitto di Pontassieve e un Caimano in disarmo, non trovano alcuna resistenza. Anzi...

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Yemen - Il govero Hadi richiederà l'adesione al Consiglio di Cooperazione del Golfo

Il governo yemenita sarebbe pronto a chiedere l’adesione al Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), il gruppo delle petromonarchie arabe del Golfo. A riferirlo è stato il portavoce del deposto presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi. Intervistato dalla Reuters, Rajeh Badi ha infatti dichiarato ieri che il Paese “presenterà il prossimo mese in Arabia Saudita un piano che mira ad inserire lo Yemen nel GCC”. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo comprende l’Arabia Saudita, gli Emirati arabi Uniti (EAU), l’Oman, Bahrain, Kuwait e Qatar.

Ancora non è chiaro però di quale Paese però Badi parli. Nonostante l’offensiva del blocco sunnita a guida saudita in Yemen, infatti, i ribelli houthi hanno continuato anche ieri la loro avanzata nella città meridionale di Aden riuscendo a conquistare alcuni quartieri. Secondo quanto riferiscono alcuni abitanti, gli oppositori di Hadi avrebbero attaccato con carri armati case e negozi nel distretto di Khormaksar. La scorsa notte, inoltre, violenti scontri tra ribelli e i lealisti hanno causato la morte di almeno 12 civili.

Proseguono contemporaneamente i raid della coalizione sunnita. Diversi attacchi aerei hanno colpito a Khormaksar appostamenti houthi. Attacchi che, stando ad alcune fonti locali, non avrebbero però causato grossi danni ai tank dei ribelli sciiti (della corrente dello zaidismo). L’obiettivo degli houthi sarebbe quello di avanzare verso il quartiere di at-Tawahi nella parte occidentale della città, dove ci sono il palazzo presidenziale, il quartiere generale della sicurezza e le stazioni televisive.

Lunedì scorso, inoltre, gli houthi avevano fatto irruzione nell’ospedale repubblicano di Aden obbligando lo staff medico dell’ospedale (tra cui anche i dottori della Croce Rossa) a lasciare la struttura sanitaria. Da settimane la seconda città del Paese è teatro di duri scontri tra le forze ribelli sciite (aiutate dall’ex presidente Ali Abdullah Saleh) e i lealisti del deposto presidente Hadi. I combattimenti continuano anche a Taiz (200 chilometri a nord di Aden) dove la coalizione sunnita ha inviato armi ai combattenti delle tribù locali nel tentativo di sconfiggere agli houthi presenti in città. Raid aerei sono stati segnalati ieri anche ad Hajja, Ibb, al-Bayda e, soprattutto, nel governatorato di Sa’ada, il fortino dei ribelli.

Ma l’aiuto dell’alleanza sunnita in chiave anti-houthi non riguarda solo gli armamenti. Secondo quanto riferisce una fonte anonima alla Reuters, a inizio settimana un gruppo di 300 combattenti provenienti da alcune tribù è stato addestrato in Arabia Saudita per poi essere dispiegato nel distretto di Sirwah (nel centro del Paese) per combattere i combattenti zayditi. Quest’ultimi, che controllano da settembre la capitale Sanaa dove aver chiesto un governo più inclusivo, continuano a rappresentare una grossa minaccia per Riyad e i suoi alleati. I sauditi e i Paesi del Golfo temono che la loro avanzata possa accrescere l’influenza del nemico Iran nella regione. Tehran, però, nega qualunque sostegno ai ribelli sciiti.

Mentre la pace continua ad essere una chimera, non cessa il numero di morti. Secondo un rapporto dell’Onu, dalla fine di marzo (data di inizio dei raid sunniti) sono morte nel Paese almeno 1.080 persone, la maggior parte delle quali a causa delle bombe della coalizione. Sono 12 milioni gli yemeniti affamati o che hanno difficoltà a trovare cibo. Un aumento del 13% rispetto a prima della guerra.

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Afghanistan, i danni collaterali dell’insorgenza

Chi attenta cosa - I due ultimi grossi attentati in Afghanistan: l’attacco al santuario Dolakai Baba e quello a una filiale della Kabul Bank, che hanno provocato 33 vittime e oltre 100 feriti nella zona di Jalalabad, stanno facendo discutere stampa e politici locali su quale sia la matrice degli stessi. La rivendicazione lanciata via Twitter dal portavoce interno dello Stato Islamico, Shahidullah Shahid, può essere autentica o simulata. Si pensa anche ai talebani del Khorasan, negli ultimi mesi avvicinatisi all’Is, oppure ai talebani di casa. L’accertamento di chi siano mente e braccio esecutivo ha una ricaduta sull’attualità politica per comprendere se nuovi attori si siano impossessati della scena dell’insorgenza terroristica. L’uso di ordigni artigianali (Improvised explosive device) riporta immediatamente alla rete dei talebani interni che dal 2007 hanno introdotto, diffuso e massicciamente utilizzato questo genere di bombe. Tesi suffragata anche dall’obiettivo colpito: fra i morti della Kabul Bank ci sono diversi uomini che erano in fila per il ritiro dello stipendio, si tratta di soldati dell’esercito, pur celati in abbigliamento comune, che da sempre sono un bersaglio. Ma il secondo obiettivo già fa cadere questa pista, visto che i talebani non attaccano i santuari, considerati luogo di fede.

Reclutamento giovanile - Invece componenti del fondamentalismo salafita, che adottano la sigla Is, potrebbero rientrare fra i realizzatori della strage che, dal loro punto di vista, va a punire luoghi blasfemi dove si perseguono pratiche idolatre. Questa linea di scontro era sostenuta da Khadem, leader dei talebani pakistani attivi nella provincia di Helmand, colpito e ucciso per mezzo d’un drone due mesi addietro (le sue vicende le abbiamo ricordate qui). Chi gli è subentrato etichetta le azioni direttamente come Stato Islamico e sta riscuotendo seguito fra le giovani generazioni, sia per simpatie di credo e pure nel reclutamento combattente. Giovanissimi con una pratica di cybertecnologie s’avvicinano alla propaganda del fondamentalismo salafita che viaggia speditamente sul web. Inoltre parecchi commentatori concordano su tale approccio tattico o sull’uso della sigla Is da parte di talebani abili nello sfruttare l’ultimo marchio jihadista per diversificare gli attacchi cui possono contribuire in base a un’acquisita esperienza militare. Secondo l’Unama è possibile che resistenti locali compiano attentati anche con sigle dell’Is per differenziare il panorama dell’insorgenza e non bruciarsi i rapporti con la cittadinanza.

Danni collaterali jihadisti - Nel 2014 i 382 attacchi talebani in Afghanistan hanno colpito in 236 casi obiettivi militari (interni, internazionali, gruppi armati pro governativi) ma hanno, altresì, causato 1682 vittime civili. Un recente episodio, sempre a Jalalabad: per uccidere due militari su un convoglio Isaf sono contemporaneamente morti 8 civili e ne sono stati feriti 15. Operazioni disordinate di questo genere diventano controproducenti per la rabbia che suscitano fra la popolazione. In tal caso la rete dei talebani di casa colpirebbe le truppe - quelle interne o della Nato -, terrebbe alto il livello di paura diffusa fra la gente senza venire additata come diffusore di morte quando provoca quei “danni collaterali”, né più né meno che gli occupanti occidentali. Certo oggi è sempre più difficile verificare l’attendibilità delle rivendicazioni mentre il termine Daesh sta creando un crescente disagio fra gli afghani. I timori più diffusi riguardano un rilancio della militanza più radicale, rivolta alla stessa tribalità etnica interna che può riproporre orrori già vissuti nel periodo della guerra civile degli anni Novanta. Ma il radicalismo jihadista trova uno splendido “alleato” nella prosecuzione delle operazioni militari statunitensi, quelle di cielo coi droni e di terra, con le truppe ufficiali della Nato e ufficiose dei contractors, come conferma anche il New York Times.

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Inchiesta: Israele bombardò le scuole dell’Onu a Gaza e fece strage


L’esercito israeliano è responsabile di sette attacchi contro altrettante scuole dell’Onu durante la tremenda offensiva militare sulla Striscia di Gaza nell’estate 2014 che causò la morte di migliaia di persone e la distruzione di innumerevoli edifici e infrastrutture: a puntare il dito contro le forze armate – e il governo – di Israele è un’inchiesta ufficiale delle Nazioni Unite presentata al Consiglio di Sicurezza secondo cui in quegli stessi attacchi hanno perso la vita 44 persone e altre 227 sono rimaste ferite. L’inchiesta ha messo in luce che su una scuola femminile dell’Onu dove si erano ammassati numerosi civili per mettersi al riparo dai raid, l’esercito israeliano sparò addirittura 88 colpi di mortaio, mentre un’altra fu squarciata da un missile anti-carro lanciato intenzionalmente dai soldati israeliani.

La commissione, guidata dall’olandese Patrik Cammaert, ritiene possibile che combattenti palestinesi abbiano utilizzato le scuole dell’Unrwa per lanciare razzi o missili in direzione di Israele, ma non riporta testimonianze o prove in tal senso. Il che di fatto smentisce le accuse rivolte da Tel Aviv nei confronti della resistenza palestinese di farsi scudo dei civili per attaccare gli occupanti mettendone così a rischio l’incolumità.

La massiccia campagna di bombardamenti denominata ‘Margine di protezione’ sferrata dall’esercito israeliano su Gaza ha causato, tra l’8 luglio e il 26 agosto 2014, oltre duemila morti e 8 mila feriti tra i palestinesi. Negli scontri, soprattutto a causa della decisione dell’esercito invasore di intervenire via terra, hanno perso la vita anche 64 soldati israeliani, cinque civili israeliani e un cittadino thailandese.

Oltre 20.000 abitazioni sono state distrutte o rese inagibili e 10.600 abitanti di Gaza sono rimasti senza casa. Le Nazioni Unite hanno stimato che il 71 per cento dei morti causati a Gaza dagli attacchi israeliani fossero civili, quasi la metà di loro donne e bambini.

Come se non bastasse i primi risultati della commissione indipendente voluta dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon hanno portato i procuratori militari israeliani a iscrivere nel registro degli indagati tre soldati di Tsahal, accusati di saccheggio ai danni dei palestinesi mentre occupavano una porzione del territorio di Gaza durante l’offensiva di terra che seguì i bombardamenti dal mare e dal cielo.

Per passare alla cronaca della quotidiana occupazione, oggi si è svolto uno sciopero indetto nelle località palestinesi di Israele per protestare contro la ''demolizione delle case'' ritenute illegali dal governo di Tel Aviv. L'astensione dal lavoro, che ha riguardato negozi, scuole e banche, è stata indetta dall''Alto Comitato di monitoraggio arabo' che ha anche convocato una manifestazione nel centro della capitale di Israele per denunciare, oltre al tema centrale dell'iniziativa, la scarsità di case nelle comunità arabe del paese, tra le quali Nazareth, Sakhnin e Umm al-Fahm. Il Comitato ha calcolato che a rischio demolizione sono circa 50.000 abitazioni e ha denunciato - secondo quanto riportato dalla stampa palestinese - ''che l'attuale governo fascista ha dichiarato la guerra delle demolizioni contro le case arabe, politica che di recente ha accelerato con il falso pretesto dell'illegalità''.

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Tormenti "dem", passeranno presto

Beh, c'è voluto qualche mese, ma la minacciata rottura interna al Pd si è infine verificata. 38 deputati non hanno risposto alla chiamata per votare la prima fiducia al governo sulla legge elettorale chiamata Italicum perché i piduisti giovani ci tengono a far capire che discendono da quelli vecchi... Se Gelli è ancora in grado di intendere e volere, starà certamente gustandosi un trionfo postumo, ma sempre trionfo è. Chi avrebbe scommesso che il "piano di rinascita democratica", marchiato a fuoco come golpista fino a qualche anno fa, sarebbe stato portato a termine proprio dal Pd?

I 38 portano spesso nomi famosi, appartenenti all'ex gotha dell'ex-Pci-Pds-Ds-Pd. Ex segretari e candidati premier (Bersani), ex candidati alla segreteria (Cuperlo), ex viceministri non indimenticabili con Monti-Fornero (Fassina), altra nomenklatura ex Pci o Psi in via di liquidazione coatta.

Questa pattuglia di ex generali senza più truppe, che dovrà affrontare la prossima settimana altri due voti di fiducia senza alcuna speranza di rovesciare la partita, porta per intero la responsabilità della propria sconfitta. Ha infatti prima aperto le porte al nemico accettando candidature "centriste" nella solita, penosa, ricerca di più consensi elettorali. Poi ha fatto assumere a questi personaggi rigorosamente provenienti dalla "società civile" (Renzi, ex giovane demitiano, figlio del distributore del giornale di Denis Verdini, "dirigente" della stessa azienda paterna; o Boschi, figlia del vicepresidente di Banca Etruria, istituto dove i membri della P2 versavano le quote di iscrizione, certi dell'assoluta segretezza garantita dalla banca) ruoli decisivi nel "partito", fino a consegnare loro le chiavi della "ditta". Pensavano, in continuità con le movenze della prima e seconda Repubblica, di poter gestire un programma di destra (privatizzazioni, pensioni, mercato e diritti del lavoro, ecc) senza pagare mai dazio, o che avrebbero potuto esercitare un ruolo decisivo anche senza apparire in prima fila, contando su regole interne scritte e non di antica data.

Hanno sempre cercato il compromesso con gente (interessi) che non ne voleva fare nessuno. Con gente che visibilmente sapeva fingere disponibilità o lealtà ("Enrico stai sereno", è il vero stile politico renziano) solo nell'attesa del momento opportuno per sferrare la coltellata finale.

In questo, Bersani &co., ci ricordano molto il bertinottismo. Stesse movenze, stesso percorso di smantellamento della struttura organizzativa, del quadro ideale di riferimento ("nessun pregiudizio ideologico", è stata la parola d'ordine degli ultimi 30 anni); stessa facilitazione per "facce nuove" il cui unico obiettivo era spesso soltanto l'accasamento personale; stessa "rottamazione" quotidiana delle colonne portanti della propria stessa storia politica. Stesso destino: l'irrilevanza politica totale e definitiva.

Ora dicono di attendere - audaci! - le "prossime mosse di Renzi" per decidere cosa fare, ma intanto garantiscono di volere "restare nei democrat". Possiamo anticipargliele noi, quelle mosse: Renzi si farà dare altri due voti di fiducia da una Camera fatta soltanto di "nominati", pronti a vendere chiunque pur di restare a galla; poi, con calma, farà finta di non espellere nessuno (anche per non alimentare comunque difficili "rifondazioni" di un "nuovo ulivo"), lascerà frollare nel proprio brodo gelatinoso questa piccola truppa di "dissidenti", che si spaccherà ogni giorno nell'individuazione di "segnali di dialogo" dalla maggioranza renziana. Poi, con tutta calma, al momento di stilare le liste per le prossime elezioni col nuovo sistema (qualsiasi sia la data delle prossime elezioni), si garantirà che questi ex protagonisti di stagioni politiche comunque decadenti e parecchio inqualificabili non trovino un posto tra i "nominati" né - volendo "salvare le forme" - un collegio sicuro.

Addio, dunque. Nel nuovo regime politico non si fanno prigionieri, non ci sono parti che debbano essere rispettati se non conviene farlo, conta solo la forza. E quella te la danno i poteri che hanno sede altrove, tra Bruxelles e Francoforte o Washington.

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Gli artigli di Usa e Ue sull’Ucraina

Con l'aperta ammissione, da parte del governo ucraino, dell'entrata in scena di alcuni dei colossi energetici occidentali, stanno assumendo contorni un po' più chiari e non certo del tutto inaspettati gli episodi che poco più di un mese fa, a Kiev, avevano visto arrivare a uno scontro quasi armato due dei maggiori magnati finanziari del paese, il Presidente Petro Poroshenko e l'allora (poi dimesso per ordine presidenziale) governatore della regione di Dnepropetrovsk Igor Kolomojskij, tra i cui titoli di merito spicca anche l'essere sponsor di Pravij Sektor.

La vicenda, ricamata con accuse reciproche di contrabbando e di intesa con gruppi malavitosi, riguardava il cambio manageriale alla direzione di “Ukrtransnaft”, la compagnia apparentemente statale che gestisce il transito del petrolio in Ucraina. L'estromissione del direttore di “Ukrtransnaft” Aleksandr Lazorko e la sua sostituzione con Jurij Miroshnik, non era rimasta gradita a Kolomojskij, che accusava Miroshnik di essere agli ordini di Poroshenko. Il ricambio alla direzione di “Ukrtransnaft” metteva tra l'altro in serio pericolo le entrate di Kolomojskij (il cui gruppo “Privat”, grazie all'allora premier Julja Timoshenko, controllava Ukrtransnafta già nel 2009) dato che, fino a quel momento, Lazorko gli aveva consentito di realizzare affari d'oro con centinaia di migliaia di tonnellate di petrolio che, invece di venir dirette verso il Donbass (sottoposto a blocco economico), finivano nei depositi dell'oligarca-governatore. Il contrasto aveva visto irruzioni armate degli uomini di Kolomojskij nelle sedi di “Ukrtransnaft” e “Ukrnafta”, e contromisure di polizia ordinate da Poroshenko, con interventi anche di reparti del neonazista “Dnepr-1”. In ogni caso, già allora era chiaro come i due contendenti si fossero mossi avendo ricevuto il via libera dai rispettivi sponsor: Obama per il Presidente e il duo Clinton-McCaine per Kolomojskij, con il finanziamento della Goldman Sachs.

Ora dunque il Ministro per l'energetica di Kiev, Vladimir Demčishin rende pubblico il fatto che alcune delle maggiori compagnie statunitensi ed europee – tra queste, secondo la Rossijskaja gazeta, Chevron, Shell, ExxonMobil, ЕNI, RWE – hanno “manifestato interesse” per il settore energetico  e il sistema di transito del gas ucraini. Demčishin ha dichiarato che gli investitori occidentali "si esprimono positivamente quanto alla possibilità di partecipare alla privatizzazione delle imprese energetiche ucraine": nello specifico, l'interesse riguarderebbe l'acquisizione di “Energoatom”, “Ucrghidroenergo” e il sistema di transito del gas. Kiev non ne prevede la vendita nell'immediato e Demčishin farebbe dipendere la decisione finale da non meglio precisate “scelte politiche”; come dire, ancora una volta, in che modo e in che misura i diversi clan che si dividono il potere governativo o che vi gravitano attorno decideranno di spartirsi le quote finanziarie ricavate dalla vendita. Tale indecisione potrebbe essere anche alla base dei dubbi che, stando ancora alla Rossijskaja gazeta, vengono espressi da Bruxelles a proposito della portata delle scelte “riformatrici” di Kiev. Si può supporre che l'Unione Europea abbia qualcosa da ridire sulla velocità con cui Kiev sta attuando proprio quelle politiche di privatizzazione pretese dalla troika per accordare all'Ucraina crediti finanziari e politici e attenda una risposta più concreta proprio sulle scelte di Kiev relative al settore economico fondamentale del paese, che coinvolge anche (per il transito del gas) i rapporti dell'Europa con la Federazione Russa.

In ogni caso, dopo il summit Ue-Ucraina dei giorni scorsi, il plenipotenziario tedesco per i rapporti con i paesi dell'ex Urss, Gernot Erler ha dichiarato che "Poroshenko ha presentato molte idee, pretese, attese. Ad esempio, sulle prospettive d’ingresso nella Ue, quanto più velocemente possibile, sull'eliminazione dei visti, ecc. Tuttavia da parte sua, ci sono state poche proposte sui cambiamenti in Ucraina e sulla politica di riforme. Ciò ha rappresentato un problema". Anche il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, stando a quanto riporta russian.rt.com, ha fatto chiaramente intendere che la possibilità di unione di Kiev alla Ue non costituisce il tema più attuale per Bruxelles, che non è pronta nemmeno a rispondere alla questione dell'eliminazione del visto. All'idea di Poroshenko, secondo cui l'Ucraina sarebbe pronta a entrare nella Ue da qui a cinque anni, l'Europa risponde che non è il caso di affrettarsi!

La “discesa in campo” dei colossi petroliferi euroamericani potrebbe costituire ora l'ago della bilancia sia per le scelte politiche di Kiev in materia economica, sia per i rapporti di forza tra gli attori che quelle scelte devono compiere e, conseguentemente, per il livello di conflittualità interna al regime golpista, già alle prese con l'aperta opposizione della popolazione e con lo scontro via via più diretto tra servizi di sicurezza e battaglioni nazionalisti e neonazisti.

Sul fronte del Donbass, intanto, il portavoce del Ministero della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk, Eduard Basurin, ha dichiarato che, sulla base dei documenti intercettati dalle milizie e dell'intensa attività delle truppe ucraine proprio in prossimità della linea di demarcazione tra le due forze, tutto lascia intravedere uno scenario simile a quello registratosi lo scorso gennaio, di una nuova e più grave escalation del conflitto. Nella dichiarazione di Basurin, riportata dall'agenzia Novorossija, si esplicita che nei documenti caduti in mano alle milizie sarebbero contrassegnati, tra l'altro, i punti del territorio del Donbass su cui concentrare i tiri delle artiglierie. Lo stesso Basurin ha detto che la DNR si attende aperte provocazioni da parte dell'esercito di Kiev in occasione delle prossime festività del 8 e 9 maggio, nel 70° anniversario della vittoria sul nazismo, che Kiev intende celebrare come Giornata delle vittime della guerra, accomunando così i soldati sovietici e i civili ucraini massacrati dai nazisti e dall'UPA di Stepan Bandera, ai collaborazionisti ucraini che combatterono nei ranghi delle SS tedesche. Mentre gli stessi osservatori dell'Osce hanno smentito nei giorni scorsi le dichiarazioni di Kiev su presunte provocazioni delle milizie a cui l'esercito sarebbe stato costretto a rispondere – le centinaia di colpi esplosi nelle ultime giornate provenivano tutti dalla parte ucraina, hanno detto gli osservatori – secondo il comando militare della DNR, si sono già verificati casi isolati di comandanti dell'esercito ucraino che hanno consigliato ai civili di abbandonare i centri abitati di Novoluganskoe e Staromikhajlovka entro il prossimo 7 maggio.

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BoT a zero, in attesa del grande botto

La notizia è da prima pagina. Ma siccome nessuno sa bene come trattarla quasi tutti spingono il tasto “ottimismo” e fanno finta di non vedere l'altra faccia della medaglia.

Partiamo dunque dalla notizia semplice semplice: ieri il ministero del Tesoro (ora accorpato a quello dell'Economia) ha collocato BoT a scadenza di sei mesi a un tasso di interesse pari a zero. In pratica, il Tesoro chiede un prestito sui mercati e tra sei mesi non pagherà nulla come “retribuzione del capitale”, limitandosi a restituire la cifra ricevuta.

L'Italia non è l'unico paese europeo a godere di questa eccezionale situazione finanziaria. Tutti i paesi del Nord Europa (Germania, Olanda, Finlandia, ecc), più paesi fuori dell'euro come Svizzera, Svezia e Danimarca, sono da qualche mese in una situazione ancora migliore perché possono addirittura restituire meno di quel che hanno ricevuto in prestito, visto che pagano interessi sia pur infinitesimamente negativi: -0,2%.

Se si spinge il tasto “evviva” il quadro è splendido: un paese in queste condizioni può rifinanziare il proprio debito gratis, o addirittura guadagnandoci, togliendo così un peso enorme dai conti pubblici (chiamato “servizio del debito”, ossia interessi).

Anche la spiegazione tecnica resta semplice: tutto merito della Bce, che da due mesi ha messo in moto il quantitative easing, cominciando ad acquistare sui mercati titoli di stato dei paesi europei (ma non della Grecia, che invece non può rifinanziarsi perché altrimenti dovrebbe pagare interessi al di sopra del 20%).

La domanda che apre la porta sul “lato oscuro” è altrettanto semplice: perché un investitore (una banca, un fondo di investimento, o persino un normale cittadino con qualche risparmio da parte) accetta di prestare i propri soldi sapendo in anticipo che non ci guadagnerà nulla o addirittura ci rimetterà qualcosina?

Qui il lettore ci deve perdonare, ma siamo obbligati – come tutti quelli che cercano la risposta a questa domanda – ad addentrarci nei “massimi sistemi”. Non lo facciamo per motivi ideologici o passione teorica, ma per le identiche ragioni addotte da uno degli editorialisti di punta de Ilsole24Ore, Alessandro Plateroti:
Per gli economisti della scuola classica, il fenomeno è scioccante: non solo è definitivamente tramontato il cosiddetto «LZB», o Level zero boundary, il livello di supporto dei tassi che si pensava non sarebbe mai stato raggiunto e infranto, ma si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche. «Nella storia d’Europa - ha commentato Ambrose Evans Pritchard, noto commentatore economico inglese - dobbiamo tornare al Quattordicesimo secolo, quando il depauperamento delle miniere d’argento provocò una lenta contrazione monetaria, seguita dal default di Edoardo III sul debito contratto con le banche italiane e dall’epidemia della Morte Nera, innescando un devastante processo deflazionistico». Frasi da apocalisse, certamente esagerate nei toni e negli obiettivi, ma anche suggestive e soprattutto indicative della confusione che regna sui mercati, dei timori sui rischi generati dalle «bolle» (ecco l’analogia con la peste in Europa...) e soprattutto della difficoltà di prevedere gli effetti collaterali della manovra della Bce.
Il “livello zero” di rendimento del denaro, in regime capitalistico, è un limite concettuale, una sorta di assioma che non necessita di dimostrazione, anzi serve ad argomentare le dimostrazioni. E le esibizioni di “competenza professionale” di pupazzi come il capo dell'Eurogruppo, Dijsselbloem. Chiunque presti soldi si attende un guadagno da questo impiego, no? Siamo nel capitalismo e dunque può funzionare solo così... O no?

Cosa significa? Che nessuno ha studiato cosa possa avvenire quando questo evento impossibile si verifica. Non è avvenuto sul piano teorico (perché era impossibile), tantomeno su quello empirico (non era mai avvenuto, se non nel Trecento, ma era il Medioevo, mica la modernità capitalistica...).

Lo stesso sconcerto provato da Plateroti è stato descritto dal più autorevole Martin Wolf, nientepopodimeno che sulla bibbia del liberismo anglosassone, il Financial Times, con un titolo che molti avrebbero definito catastrofista se scelto da un marxista: “Ecco perché l’economia globale non brillerà più”. Senza se e senza ma.

Renzi e Padoan non lo hanno letto, altrimenti non ciancerebbero di “ripresa in atto” (“ma solo dello zero virgola”).

Wolf, in particolare, indica come “stranezza incomprensibile” – oltre ai tassi di interesse sottozero – anche il fatto che la produzione reale sia mantenuta al suo livello potenziale solo al prezzo di un indebitamento finanziario crescente. Più precisamente:

La produzione è finanziariamente sostenibile quando i modelli di spesa e la distribuzione del reddito sono tali che il frutto dell'attività economica può essere assorbito senza creare pericolosi squilibri nel sistema finanziario. È insostenibile quando per generare abbastanza domanda da assorbire la produzione dell'economia si deve ricorrere a una dose eccessiva di indebitamento, o quando i tassi di interesse reali sono molto al di sotto dello zero, oppure entrambe le cose.

Possiamo anche dire che il mercato non riesce più ad allocare in modo ottimale risorse. Ovvero un altro assioma del liberismo teorico (ideologico?) che salta come un birillo davanti a una realtà impossibile. La finanza lavora per conto proprio, indipendentemente dall'andamento dell'economia reale, da molti decenni. Certamente dalla fine degli anni '90, quando Bill Clinton abolì il Glass-Streagall Act, ossia il divieto di cumulare nella stessa banca le normali attività di raccolta dei risparmi/prestiti a famiglie e imprese con quelle tipicamente speculative della “banca d'affari”. Era una legge degli anni '30, immaginata per limitare ed evitare il ripetersi del grande crack del 1929.

Ma ora la realtà della produzione - ferma, non a caso - riprende il volatile per le zampe e lo tira giù.

Il capitalismo non funziona più. I fenomeni considerati impossibili avvengono sotto i nostri occhi. I “professionisti” dell'accumulazione sono costretti ad accontentarsi di non guadagnare nulla o di rimetterci solo poco. Per quanto può durare? Non lo sa nessuno, perché si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche.

Allacciate le cinture...

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I tassi a zero aiutano ma l’euro paga il conto

Alessandro Plateroti

Il Tesoro ha venduto il BoT semestrale ottobre 2015 ad un rendimento pari a zero, collocando tutti i 6,5 miliardi di euro offerti a fronte di una domanda quasi doppia. E oggi, sfruttando l’onda lunga della liquidità fornita in abbondanza ai mercati dalla Banca centrale europea, il Tesoro collocherà i BTp a 5 e 10 anni con la ragionevole speranza di fissarne ulteriormente al ribasso i rendimenti, scesi negli ultimi mesi a livelli di minimo pluriennale.

Per il Governo italiano, cronicamente alle prese con un debito tra i più alti d’Europa e con un servizio sul debito tra i più onerosi, cavalcare l’onda della Bce è dunque un piacere quanto una necessità: con la ripresa economica in ritardo su quella degli altri, un rating sovrano da Paese arretrato (a quota BBB- è lo stesso dell’Azerbaijan, del Marocco, del Sud Africa, della Romania, del Brasile e della Federazione Russa ) e con un’agenda di riforme strutturali troppo spesso vittima di imboscate in Parlamento, già far parte dei 19 Paesi europei aderenti al «club dei tassi sottozero» è un privilegio su cui nessuno avrebbe scommesso all’inizio dell’anno.

Miracoli del Qe, l’Allentamento Quantitativo con cui la Bce sta combattendo inflazione e crisi: in meno di due mesi, Draghi è riuscito non solo a isolare i Paesi dell’Europa periferica dai rischi di un contagio immediato con la Grecia, ma anche a portare sotto zero i tassi di interesse sul debito sovrano con scadenze fino a 7 anni praticamente in tutta Europa, compresi i Paesi che non fanno parte dell’euro. Svezia, Danimarca e Svizzera hanno infatti oggi un tasso di sconto sotto zero: se si tiene conto che sono ben 19 i Paesi-euro che hanno tassi negativi di cui ben 5 hanno rendimenti a due e tre anni al di sotto del -0,2%, che rappresenta non solo il tasso sui depositi della Bce ma anche la soglia di esclusione dagli acquisti di debito del quantitative easing, si capisce bene come sia maturato non solo l’ingresso spagnolo ma anche quello italiano nel «club dei tassi negativi».

Per gli economisti della scuola classica, il fenomeno è scioccante: non solo è definitivamente tramontato il cosiddetto «LZB», o Level zero boundary, il livello di supporto dei tassi che si pensava non sarebbe mai stato raggiunto e infranto, ma si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche. «Nella storia d’Europa - ha commentato Ambrose Evans Pritchard, noto commentatore economico inglese - dobbiamo tornare al Quattordicesimo secolo, quando il depauperamento delle miniere d’argento provocò una lenta contrazione monetaria, seguita dal default di Edoardo III sul debito contratto con le banche italiane e dall’epidemia della Morte Nera, innescando un devastante processo deflazionistico». Frasi da apocalisse, certamente esagerate nei toni e negli obiettivi, ma anche suggestive e soprattutto indicative della confusione che regna sui mercati, dei timori sui rischi generati dalle «bolle» (ecco l’analogia con la peste in Europa...) e soprattutto della difficoltà di prevedere gli effetti collaterali della manovra della Bce.

Anche se tutti gli occhi e l’attenzione sono concentrati sulla caduta dei tassi di interesse e sull’esuberanza delle Borse che continuano a salire malgrado le incertezze sui profitti aziendali e sul passo della ripresa economica globale, sarà bene di qui in avanti aver ben presenti anche gli effetti collaterali della manovra Bce sulla liquidità. Il denaro della Bce sembra avere infatti un effetto moltiplicatore della liquidità che va oltre ogni aspettative. Due mesi di Qe e acquisti di bond sovrani per poco più di 130 miliardi di euro hanno fatto non solo esplodere la propensione al rischio degli investitori, ma soprattutto una frenetica corsa agli acquisti di attività denominate in euro che se da un lato spinge gli asset finanziari come le azioni e i bond, dall’altro rischia di bloccare quella benefica e auspicata caduta dell’euro sul dollaro che aveva fatto ben sperare gli imprenditori italiani che esportano fuori dall’Europa e soprattutto alzato le chance di una ripresa più rapida della nostra economia.

Le cifre disponibili sui flussi di capitale spiegano bene quanto sta accadendo: il torrente di denaro che esce dalla Bce finisce in parte sui titoli di Stato spingendo i tassi sotto zero, poi in cerca di maggiore guadagno si sposta verso le azioni delle Borse europee, che per essere acquistate hanno però bisogno di euro, che a sua volta deve essere acquistato dagli investitori. I fondi di investimento globali e gli Etf specializzati sull’azionario europeo rappresentano la prima conferma: dall’inizio dell’anno a oggi, i due veicoli hanno portato in Europa 63,6 miliardi di dollari (poi convertiti in euro), il 70% in più dello stesso periodo del 2014 (fonte Epfr Global). Se poi si aggiungono gli acquisti fuori fondi - da cui è arrivata una spinta importante al rialzo del 20% registrato a ieri dall’indice delle azioni europee - effettuati comprando euro e vendendo dollari, è ancora più chiaro l’effetto devastante provocato sull’andamento ribassista dell’euro: dopo aver raggiunto il picco di 1,40 dollari nel maggio del 2014, la valuta europea ha sfiorato la parità il mese scorso per poi ricominciare a salire. Dal momento che anche ieri ha chiuso in rialzo a 1,1 dollari, si può ora affermare che in aprile, per la prima volta in 10 mesi, l’euro segnerà un rialzo sul mese precedente.

Insomma, i tassi a zero aiutano certamente i governi delle economie deboli d’Europa a gestire meglio il proprio debito, ma da soli non bastano a far ripartire il credito, l’industria e l’economia in generale. Senza contare che gran parte di questi investimenti sugli asset finanziari europei sono privi di «coperture assicurative»: a tale scopo, per investitori e speculatori, basta la polizza del Qe della Bce. Il contagio che vediamo ora è quello esercitato dai tassi tedeschi su quelli degli altri. Già, ma se poi qualcosa va storto? Come reagirà in concreto il mercato se la Grecia crolla senza aiuti, se in Spagna vince Podemos o se qualche altra crisi fuori programma dovesse esplodere tra il Medio Oriente e la Russia? Una cosa sola è certa: sui mercati come nella vita, il pasto gratis diventa sempre più difficile.


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È l’era della grande stagnazione? Ecco perché l’economia globale non brillerà più

di Martin Wolf

A un primo sguardo è uno scenario che lascia perplessi, e viene da chiedersi se sia possibile: una produzione al suo potenziale, eppure ancora insostenibile. Ma un capitolo dell'ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale getta luce proprio su questo scenario: anzi, forse ci siamo dentro.
La produzione è al suo potenziale quando non genera pressioni inflattive o deflattive. La sostenibilità (e qui parlo di sostenibilità finanziaria, non di sostenibilità ambientale) è un concetto completamente diverso.

La produzione è finanziariamente sostenibile quando i modelli di spesa e la distribuzione del reddito sono tali che il frutto dell'attività economica può essere assorbito senza creare pericolosi squilibri nel sistema finanziario. È insostenibile quando per generare abbastanza domanda da assorbire la produzione dell'economia si deve ricorrere una dose eccessiva di indebitamento, o quando i tassi di interesse reali sono molto al di sotto dello zero, oppure entrambe le cose.
Per capire come possa venirsi a creare una situazione del genere, cominciamo con l'immaginare un'economia in equilibrio, nel senso che la quantità di denaro che famiglie e imprese vogliono risparmiare coincide esattamente con la quantità di denaro che vogliono spendere per investimenti in capitale fisico. Fin qui tutto bene.

Ma supponiamo che successivamente la crescita della produzione potenziale cali bruscamente. In questo caso scenderebbe anche il livello di investimenti auspicati, poiché lo stock di capitale necessario sarebbe inferiore. Ma non è detto che la quantità di denaro che le persone desiderano risparmiare si riduca, quantomeno non nella stessa misura: anzi, se le persone prevedono che saranno più povere in futuro, potrebbero addirittura desiderare di risparmiare ancora di più. In questo caso potrebbe rendersi necessario un drastico calo dei tassi di interesse reali per ripristinare l'equilibrio tra investimenti e risparmi.

Questo calo dei tassi di interesse reali potrebbe innescare anche un aumento dei prezzi delle attività a lungo termine, con relativa impennata del credito. Questi effetti offrirebbero un rimedio temporaneo alla stentatezza della domanda. Ma se poi il boom del credito dovesse sgretolarsi, i prestatari si troverebbero in difficoltà a rifinanziare il loro debito e la domanda si troverebbe quindi gravata di un duplice fardello. Le conseguenze nel medio termine dell'eccesso di debito e di un settore finanziario avverso al rischio aggraverebbero le conseguenze a lungo termine della crescita potenziale più debole.
Il World Economic Outlook fa luce su un aspetto importante di questa faccenda. La produzione potenziale, sostengono gli economisti del Fondo, in effetti cresce più lentamente di prima. Nei Paesi avanzati, il calo è cominciato all'inizio degli anni 2000; nelle economie emergenti, dopo il 2009.

Prima della crisi, la causa principale del rallentamento nelle economie avanzate era un calo della crescita della «produttività totale dei fattori», una misura della produzione generata da una data quantità di capitale e lavoro. Una spiegazione stava nell'attenuarsi del benefico impatto economico della Rete. Un’altra spiegazione era il calo del tasso di miglioramento delle competenze umane. Dopo la crisi, la crescita potenziale è scesa ulteriormente, in parte a causa del tracollo degli investimenti; anche l'invecchiamento della popolazione ha giocato un ruolo importante.
Pure nelle economie emergenti i fattori demografici si fanno sentire: il declino della crescita della popolazione in età lavorativa è particolarmente accentuato in Cina. Inoltre, sta diminuendo la crescita del capitale dopo il colossale boom degli investimenti negli anni 2000, e anche in questo caso soprattutto in Cina.

La crescita della produttività totale dei fattori potrebbe frenare anch'essa nel lungo periodo, man mano che rallenterà la rincorsa di Pechino alle economie avanzate.
Questo declino della crescita potenziale ci conduce direttamente al dibattito su eccesso di risparmi e stagnazione secolare. Emergono due importanti distinzioni, fra locale e globale e fra temporaneo e permanente. Il rallentamento mondiale della crescita potenziale permette di far luce su entrambe.

Locale e globale
Ben Bernanke, ex presidente della Federal Reserve, sostiene giustamente che non possono essere soltanto condizioni locali a determinare i livelli estremamente bassi dei tassi di interesse reali. In un'economia dove il desiderio di risparmio è superiore al desiderio di investimento, dovrebbe essere possibile esportare i risparmi in accesso attraverso un surplus nel saldo con l'estero: è quello che ha fatto finora la Germania.
Ma insorgono difficoltà. Innanzitutto, come osserva il premio Nobel Paul Krugman, il tasso di cambio reale potrebbe non calare a sufficienza: in questo caso, l'economia potrebbe trovarsi a soffrire di una stagnazione permanente. Secondo, il resto del mondo potrebbe non riuscire a sostenere disavanzi speculari nella bilancia delle partite correnti. È quello che è successo nella fase che ha preceduto il 2007: i deficit degli Stati Uniti, della Spagna e di una serie di altri Paesi, come contrappeso ai surplus della Cina, dei Paesi esportatori di petrolio, della Germania e di altre economie ad alto reddito, si sono rivelati spaventosamente insostenibili.

Temporaneo e permanente
Ora concentriamoci sulla distinzione, non meno fondamentale, tra eccedenze temporanee ed eccedenze permanenti del desiderio di risparmio rispetto al desiderio di investimento. La principale divergenza tra Bernanke e Lawrence Summers, l'ex segretario al Tesoro statunitense, sta proprio qui.
Bernanke ipotizza che le condizioni che generano tassi di interesse reali ultrabassi siano temporanee. Esempi ovvi in questo senso sono i surplus, ormai svaniti, dei Paesi esportatori di petrolio. Anche l'attivo che aveva la Cina nel saldo con l'estero prima della crisi in gran parte è evaporato. Perciò, anche la recessione indotta dalla crisi dovrebbe essere temporanea.
Summers sostiene invece che almeno alcune delle condizioni di cui sopra preesistevano la crisi, e probabilmente dureranno più a lungo: tra queste, la debolezza degli investimenti del settore privato nelle economie ad alto reddito.

La tesi del Fmi sul rallentamento della crescita potenziale supporta la posizione di Summers. Una crescita potenziale più bassa potrebbe essere quindi anche una crescita meno sostenibile. Se così fosse, potremmo trovarci a scoprire che l'economia mondiale è caratterizzata da investimenti fiacchi, tassi di interesse reali e nominali bassi, bolle creditizie e un debito ingestibile nel lungo periodo.
Questo scenario futuro tanto deprimente non è inevitabile, ma non possiamo dare per scontato che sarà più roseo di così. Servono riforme nazionali, regionali e globali per imprimere spinta alla crescita potenziale e ridurre l'instabilità. Quale forma potrebbero assumere queste riforme, è un argomento che rimando a un'altra occasione.

Copyright The Financial Times Limited 2015
(Traduzione di Fabio Galimberti)


Fonte

mercoledì 29 aprile 2015

La destra europeista

Come la Lega qualche giorno fa, anche Alba Dorata s’incarica di smentire da sé la prosopopea mediatica che continua a dipingere certa estrema destra come contraria agli interessi europeisti, presuntamente anti-euro, in realtà perfettamente integrata al sistema economico neoliberista. Oggi è Artemios Matthaiopoulos, deputato del partito nazista, a svelare la direzione di marcia del partito in un’intervista al Corriere della Sera di sabato 25 aprile: “Veniamo all’euro. Meglio fuori o dentro? Dentro. Perché? Abbiamo già pagato a caro prezzo l’ingresso. Sarebbe assurdo pagare anche l’uscita”. Questo passaggio, apparentemente espresso di sfuggita e senza spiegazioni esaustive, risulta però essere centrale all’interno di un ragionamento più generale (e infatti il giornalista lo coglie in pieno, titolando il pezzo: Anche Alba Dorata vuole restare nell’eurozona. “Assurdo uscire”). Perché certa estrema destra, dalla Lega Nord al Front National passando per Alba Dorata, Jobbik o l’Ukip, guadagna voti quasi esclusivamente grazie a sponsor politico-mediatici interessati a descrivere questi come unica alternativa all’euro e alla Ue. Sebbene Renzi et similia non siano i migliori governanti possibili, sebbene l’euro non abbia portato quei vantaggi che ci aspettavamo – sembrano dirci i commentatori più accreditati – meglio loro che l’alternativa neofascista à la Alba Dorata. Il problema è che Alba Dorata, e ancor di più Lega Nord e Fn, non sono “alternativi” al sistema produttivo, economico e politico attuale, ma solo una degenerazione di quel modello. Non c’è insomma ipotesi di una Grecia o una Francia “fascistizzate” fuori dalla Ue, ma perfettamente compatibili dentro i meccanismi comunitari, una volta smussata certa retorica razzistoide non consona al politicamente corretto europeista.

Non è un discorso massimalista. Anche noi crediamo sia “meglio” Tsipras che Alba Dorata, così come sia meglio fare politica con Renzi o Berlusconi al governo che con Salvini o Casapound. Per un semplice fatto di agibilità, di formalità democratiche in un certo senso “garantiste”, meglio inchiodare la liberaldemocrazia alle sue contraddizioni che formazioni neofasciste che di queste contraddizioni se ne sbatterebbero allegramente. Il problema politico però è un altro. A differenza del racconto generalista, tali formazioni di estrema destra non rappresentano un’alternativa, seppur capitalistica, al dominio del capitale transnazionale europeista, quello guidato da una borghesia internazionale globalizzata che punta alla costruzione di un polo imperialista europeo. Insomma, con la Lega Nord al governo non ci sarebbe alcuna uscita dall’euro, nessun ritorno ad una borghesia nazionale “produttivista”, nessuna inversione di rotta con la dinamica finanziaria, nessun ritorno in auge del modello piccola-media impresa attraverso cui garantire una crescita economica “bloccata” dalle direttiva comunitarie. E’ bene evidenziarlo, visto che certo “anti-europeismo” viene affibbiato a tali formazioni che tutto sono tranne che anti-europeiste.

Oggi la piccola-media borghesia impoverita, tanto socialmente quanto nelle sue espressioni politiche, non ha alcuna possibilità di imporre un ordine del discorso; di “stringere alleanze” con settori di classe diversi dal suo; di muoversi autonomamente nello scenario politico europeo. Se storicamente è sempre così, oggi più che mai questa categorizzazione spuria risulta impossibilitata ad agire da sé, perché l’unico obiettivo economico che si pone, quello di salvaguardare il proprio tenore di vita, può avvenire cercando di agganciarsi al carro del capitalismo vincitore, non quello di salvaguardare “interessi nazionali” con pezzi di proletariato (altro discorso si avrebbe in presenza di forti rappresentanze del lavoro dipendente salariato capaci di attrarre quote di borghesia impoverita). Dunque, le espressioni politiche di tale borghesia, a cominciare da Alba Dorata, non possono immaginarsi altrove se non nel grande capitale.

Ciò che invece potrebbe in teoria essere possibile è scegliere un capitalismo avverso agli interessi Ue, come quello russo o cinese. Un discorso irreale per paesi troppo legati alla storia europea, come Spagna o Italia, ma che potrebbe essere realistico se immaginato per la Grecia. Ma questo significherebbe la rottura con la Ue, e abbiamo visto come tale scenario non sia realizzabile da queste forze politiche. A meno di una “metabolizzazione” del distacco greco da parte dello stesso grande capitale, come sembra stia avvenendo da parte della Germania. A quel punto non sarebbe più la Grecia ad uscire, ma il resto della Ue ad espungerla dal corpo europeista. Non più una rottura allora, gravida di potenzialità positive, ma un'espulsione che ne decreterebbe la definitiva marginalizzazione. Uno scenario che sta venendo pensato dal cuore della Ue.

Un premier acerbo

Se tutti, dentro un parlamento di soli “nominati”, gridano al fascismo allora è certo che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso.

È più che evidente, da quando l'Italicum ha ricevuto la sua prima stesura per mano del prof. Roberto D'Alimonte, che si tratta di una legge elettorale fatta per eliminare le rappresentanze politiche “scomode” e i grumi d'interessi particolari che hanno per decenni generato “cespugli” la cui unica funzione era quella di pesare marginalmente nella formazione di una maggioranza di governo. La sua incostituzionalità – in combinato disposto con l'abolizione del Senato elettivo – risiede nel rovesciare strutturalmente il rapporto tra Parlamento ed esecutivo, in violazione non solo della Carta del 1947, ma anche dei princìpi teorici del liberalismo borghese.

Basta questo per instaurare il fascismo? Solo se si vive con la testa voltata all'indietro e non si conoscono altre forme di autoritarismo capitalistico. Quanti ieri a Montecitorio evocavano Mussolini in realtà stavano protestando contro la propria espulsione dal novero dei papabili alle prossime legislature e ai futuri governi. Vale per i Brunetta come per i Bersani, o i più giovani – quindi più preoccupati – Fassina e Civati.

Ma è assolutamente vero che la decisione di imporre il voto di fiducia sulla legge elettorale è un atto costituente di un nuovo regime politico. Non a caso i due precedenti storici rappresentano altrettanti tentativi di instaurazione di un potere assoluto: quello, riuscito, con la legge Acerbo del 1923 (che dava al Partito Fascista una maggioranza parlamentare a prescindere) e quello – fallito – della “legge truffa” democristiana del 1953.

In entrambi i casi, bisogna però ricordare, a decidere del successo o del fallimento del progetto reazionario furono i rapporti politici tra le classi sociali, non i numeri in Parlamento. Nel '53 fu la fortissima opposizione popolare che impedì alla Dc (e i suoi alleati) di raccogliere nelle urne l'agognato 50% dei voti, decretando la morte preamatura di quella legge. Nel '23, invece, il movimento operaio era già stato spianato nelle strade e nelle sedi dalle squadracce fasciste, e nessuno riuscì a provocare mobilitazione popolare contro il regime nascente.

Oggi non ci sono, e non ci sono state, le squadracce del Pd renziano a svuotare sedi politiche e rappresentanza d'opposizione. Le istituzioni della rappresentanza politica – anche di quella “antagonista” – hanno smobilitato da sole, pur fingendo di darsi molto da fare per “rigenerarsi”.

Renzi arriva a tirare le fila di uno svuotamento già avvenuto nel corso degli ultimi 25 anni, durante tutto il percorso della cosiddetta “seconda Repubblica”. Mette in fila tutte le forzature contro la Costituzione (da quelle diessine sul Titolo V nel 2001 a quelle berlusconiane), utilizza nel più spregiudicato dei modi la demolizione culturale – ampiamente condivisa anche dai leader della cosiddetta “sinistra” – dei valori della società post-resistenziale e dei diritti, in nome del taglio della spesa pubblica e del “decisionismo” contrapposto alla “palude” generata dai compromessi.

Arriva quando è stato metabolizzato senza scandalo il fatto che il governo italiano potesse essere scelto dalla Troika – come avviene tranquillamente dal novembre 2011, con la miracolosa ascesa di Mario Monti – perché soltanto l'adesione completa alle indicazioni provenienti dalle “istituzioni sovranazionali” poteva garantire la sopravvivenza di un esecutivo. En passant, è quello che sta sperimentando la Grecia in questi mesi, con la Troika che esplicitamente parla della necessità per cui “Atene deve cambiare il governo”.

Come diceva Marchionne, rivendicandone il merito senza essere smentito, “Renzi è stato messo lì” da una cerchia non estesissima di poteri, tutti rigorosamente sovranazionali o addirittura “apolidi” (come il capitale finanziario), dopo una lunga e defatigante ricerca nel parco buoi della classe politica di questo paese, condotta con i criteri tipici della pubblicità televisiva e dotandolo di una robusta squadra di manipolatori da social network.

Renzi, dunque, incarna un progetto politico chiaro, potente, indifferente agli spasmi del sistema passato che – anzi – è stato chiamato a distruggere. Le patetiche divisioni della minoranza bersaniana davanti al “voto di fiducia” ne sono l'ultima testimonianza prima della morte.

Tutti gli altri rappresentano grumi di interessi, non un progetto politico alternativo. Nel sistema dei trattati costitutivi dell'Unione Europea non ci possono essere progetti o programmi alternativi. E anche quando “disgraziatamente” emergono, come in Grecia, debbono essere ricondotti a forza entro i limiti dell'ordoliberalismo imperante in Europa. L'Unione Europea non è insomma “riformabile” perché non è stata costruita per rispondere a interessi popolari, ma unicamente al “funzionamento ottimale dei mercati”. Il solo evocare un referendum su cosa un governo nazionale dovrebbe fare – ancora una volta l'esecutivo Tsipras fa da esempio sperimentale – viene visto come “una minaccia” per l'ordine continentale.

Questo nuovo assetto istituzionale orientato dalla Troika e incarnato, in questo paese, da Renzi deve ancora venir battezzato con un nome appropriato. Non è fascismo, ma probabilmente qualcosa di peggio. Anche se ancora molto "acerbo".

Fonte