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martedì 31 marzo 2015

Libia - Governo filoccidentale chiede intervento militare straniero

Il premier libico Abdullah al Thani, insediato a Tobruk e capo del governo riconosciuto da Ue, Usa e paesi arabi ma destinato a passare la mano se i negoziati per un governo di unità nazionale avranno successo, ha annunciato che «la Libia domanderà alla Lega araba un intervento in Libia per il ritorno della legittimità», esattamente sul modello di quanto avvenuto in Yemen dove Arabia Saudita, Egitto e un’altra decina di paesi stanno bombardando i ribelli sciiti per riportare al potere il governo fantoccio guidato dal sunnita Hadi. La dichiarazione di Al Thani è stata pronunciata nel corso di un'intervista ad Al Arabiya Al Hadath, una tv della catena satellitare saudita, in cui il premier di Tobruk ha sostenuto che lo Yemen ha gli stessi problemi della Libia e si è domandato perché «sia possibile sostenere la legittimità nello Yemen e non fare lo stesso in Libia dove si è verificata la stessa situazione di attentato all’ordine democratico». Del resto, ha detto ancora il premier mentre sono in corso in queste settimane negoziati Onu in Marocco, «le risoluzioni del vertice arabo conclusosi il 29 marzo, sono tutte nell'interesse della Libia».

Il capo di una delle tre fazioni presenti in Libia ha comunque lodato la decisione – adottata dai paesi membri della Lega araba riuniti a Sharm el Sheikh lo scorso fine settimana – di togliere il bando alle armi e fornire pieno sostegno politico e materiale al “governo legittimo” della Libia, sostenendo l’esercito nazionale.

Intanto il Congresso nazionale generale libico "ha licenziato" Omar Hassi, il premier del governo parallelo autoproclamato a Tripoli, espressione della Fratellanza Musulmana e di altre fazioni islamiste e tribali. Lo ha riferito la Tv del Qatar Al Jazeera. A chiedere le dimissioni di Hassi sarebbero stati 70 parlamentari dell’Assemblea parallela che minacciavano a loro volta di dimettersi, ha riferito il portavoce Omar Hemidan annunciando che l'esecutivo in carica sarà guidato provvisoriamente dal "primo vicepremier", Khalifa el-Ghowail. A reclamare il siluramento erano anche "quasi 14 ministri e sottosegretari", ha riferito il portavoce annunciando che "alcuni ministri potrebbero cambiare".

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Yemen - Sesto giorno di guerra

Gli aerei da combattimento della coalizione a guida saudita hanno bombardato per il sesto giorno consecutivo i depositi di armi dei ribelli sciiti houthi. La novità è che, questa volta, gli attacchi sono arrivati anche dalle navi da guerre situate nei pressi della città di Aden. La coalizione ha nuovamente colpito ieri notte le postazioni e i campi degli houthi nella capitale Sanaa (attaccata anche l’area vicina al palazzo presidenziale) e sostiene di essere ormai in pieno controllo dello spazio aereo yemenita. Tuttavia, i bombardamenti dell’alleanza sunnita non hanno ancora costretto alla resa i ribelli houthi che continuano a minacciare alcune aree nel sud del Paese. Secondo l’agenzia Irna stamane all’alba gli houthi avrebbero ricevuto dalla Mezzaluna rossa iraniana una nave contenente 19 tonnellate di medicine e materiale sanitario e due tonnellate di cibo.

La guerra in Yemen si fa sempre più mediatica. Gli oppositori degli houthi accusano i ribelli di essere armati dagli iraniani. Accusa che sia Teheran sia i ribelli negano fortemente. “Le affermazioni secondo cui la repubblica islamica di Teheran abbia armato i ribelli, sono delle vere e proprie menzogne” ha detto stizzita la portavoce del ministero degli Esteri, Marzieh Afkham.

Afkham ha criticato i raid della coalizione perché “hanno causato un alto numero di morti” (si sono registrate già decine di vittime tra i civili) e “provocato ingenti danni materiali”. I sauditi, intanto, ribadiscono di aver imposto un blocco navale, dopo quello aereo, così da non permettere l’arrivo di armi ai combattenti sciiti sia da fuori sia da dentro il Paese. Secondo fonti locali, l’alleanza dei paesi arabi sunniti avrebbe respinto in queste ore un tentativo degli houthi e dei loro alleati (rappresentati dal deposto presidente Ali Abdullah Saleh) di invasione di Aden. Poco fa la Reuters ha reso noto che le forze fedeli al Presidente Hadi (sponsorizzato dalla coalizione) sono riuscite a prendere il pieno controllo della città.

Proprio Hadi aveva dichiarato Aden capitale momentanea dello Yemen dopo essere riuscito a fuggire alcune settimane fa da Sanaa, da settembre in mano degli houthi. I ribelli, però, nonostante i continui bombardamenti, sono riusciti per più di cinque giorni ad assediare la città. Se dovesse essere però confermata la notizia data dalla Reuters, la loro avanzata potrebbe essere definitivamente terminata. Ad aggravare lo squilibrio di forze in campo, inoltre, da stamattina ci sono anche le navi da guerra egiziane che hanno bombardato l’aeroporto e le postazioni houthi situate nella zona orientale di Aden. E’ proprio in questa area che le forze anti-saudite avrebbero provato a radunarsi nel tentativo, al momento velleitario, di riconquistare la città, roccaforte del presidente Hadi. Secondo quanto riferisce un ufficiale del ministero della salute, il fuoco dell’artiglieria nel distretto meridionale di Khor Maksar avrebbe causato la morte di 26 persone stanotte.

L’episodio sanguinoso più grave è avvenuto ieri nel pomeriggio quando un raid aereo saudita ha ucciso almeno 40 persone nel campo rifugiati di Haradh nel nord del Paese. L’Agenzia Saba, sotto controllo dei ribelli sciiti, ha precisato che a causare il bagno di sangue sono stati gli aerei sauditi. Le vittime sarebbero tutte civili: principalmente donne e bambini.

Ha provato a giustificare l’attacco il portavoce militare saudita, il Generale Ahmed Asseri: “forse [il raid] è stato provocato da alcun jet che hanno risposto al fuoco [provocato dagli houthi] Non possiamo confermare che era un campo profughi”. Asseri ha poi promesso che Riyad indagherà sull’incidente.

Violenti combattimenti tra i ribelli e forze saudite si segnalano ancora in alcuni aree confinanti con l’Arabia Saudita. Secondo alcuni testimoni oculari, si tratterebbe dei combattimenti più violenti da quando è iniziata l’operazione “Tempesta decisiva”. Una offensiva, quella sunnita, che oggi vanta a tutti gli effetti un nuovo alleato: il Pakistan. Islamabad ha annunciato che invierà a breve un suo contingente militare in sostegno alla coalizione. “Abbiamo giurato pieno sostegno all’Arabia Saudita e alla sua operazione contro i ribelli – ha detto un ufficiale pakistano che ha preferito restare anonimo – “e, pertanto, ci uniremo alla coalizione”.

In una nota ufficiale rilasciata ieri, il re saudita Salman ha dichiarato che Riyad è favorevole ad un incontro con tutte le fazioni yemenite che vogliono preservare l’unità del Paese. Ovviamente – ha lasciato intendere il monarca saudita – a patto che esse seguano le direttive dei sei stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo in cui l’Arabia Saudita ha il ruolo guida. Il Pakistan (paese non arabo), dunque, si aggiunge agli altri stati (quelli sì arabi) che hanno giurato cooperazione e alleanza nel vertice di Sharm ash-shaykh dello scorso week end. I leader arabi, tutti o quasi, tra sorrisi e strette di mano hanno concordato a formare una forza militare unificata per far fronte alla “minaccia alla sicurezza” rappresentata dalla “marionetta dell’Iran” (gli houthi).

Continua, nel momento in cui vi scriviamo, il rimpatrio di centinaia di cittadini stranieri. Dopo la partenza di gran parte degli occidentali (nei primi giorni del conflitto), ieri è stato il turno di 500 pachistani. Oggi toccherà agli indiani. Più complesso è il rimpatrio dei 6.000 e 7.000 egiziani che risiedono ancora nel Paese. Alcuni di questi, sprovvisti di biglietto aereo, passaporto o carta d’identità, potranno recarsi nel confinante Oman. Ad affermarlo è stato il ministro degli esteri egiziani Sameh Shokri che ieri ha avuto una conversazione telefonica con il suo pari saudita, il Principe Saud el-Faisal. Shoukri ha chiesto a Riyad di aprire un valico tra Yemen e il regno wahhabita per permettere la fuga dei suoi compatrioti dall’inferno yemenita.

Qualche riflessione sulla tragedia aerea dell'airbus di Germanwings

Della tragedia dei giorni scorsi che è costata la vita a 150 persone tra passeggeri ed equipaggio ormai è stato detto tutto quel che si poteva dire in base ai dati che sono emersi sulla stampa e dalle fonti ufficiali.

E' chiaro che se la ricostruzione dell'evento corrisponde alla realtà, la prima considerazione da fare è che per quanto riguarda la sicurezza aerea, come per qualsiasi altro mezzo di trasporto, collettivo o individuale, non è possibile prevedere tutte le migliaia di variabili che portano ad un incidente. A maggior ragione quando l'imprevedibilità deriva dall'inferno della mente umana: perché proprio di questo sembra si stia parlando in questo caso.

Ciò premesso, è indispensabile che le dovute correzioni alle procedure siano studiate e poi definite come standard operativo per tutte le compagnie aeree. Anche se, è bene dirlo, la più volte richiamata presenza di un assistente di volo quando si assenta “fisiologicamente” un pilota dalla cabina di pilotaggio per pochissimi minuti, non può impedire alla follia di farsi strada. Quasi sicuramente anche in presenza del Comandante, la follia suicida/omicida si sarebbe scatenata ugualmente, magari in forma diversa, ma con le stesse conseguenze.

E allora questa triste e drammatica vicenda ci porta a fare anche alcune diverse considerazioni.

Un lavoro come quello svolto dentro un tubo metallico a 10.000 metri di quota da piloti e assistenti di volo, come quello di un minatore a 1.000 metri sotto il suolo, o quello di un macchinista di treni o di un autista di autobus, o di un operatore dentro una centrale elettrica o addirittura nucleare, produce un livello di stress molto elevato.

E allora sarebbe logico costruire intorno a tali attività un clima ed una situazione lavorativa che non aumenti ulteriormente il livello di stress ed evitare così la possibile emersione o addirittura l'esplosione di contraddizioni magari già latenti nell'intimo di un uomo o di una donna.

Purtroppo non è ciò che accade!

Per rimanere nell'ambito dell'aviazione commerciale, questo è un lavoro relativamente giovane (60 anni) che ha visto negli ultimi 30 un forte sviluppo tecnologico e dell'attività ed ha subito una liberalizzazione senza precedenti. Un lavoro che si è radicalmente trasformato: non più un'attività che aveva dei ritmi accettabili e comunque compensati da lunghi periodi di riposo e recupero psico-fisiologico, ma un vero e proprio tour de force continuo.

Tanti giorni e tante notti fuori dal proprio ambiente naturale e dai propri affetti, notti lavorate, spesso poco sonno, pasti irregolari, lavoro a 10.000 metri con problemi di scarsità di ossigeno (la quota interna della cabina equivale normalmente ad un'altitudine di 2.000 metri) ed effetti importanti sul sistema circolatorio e scheletrico, radiazioni ionizzanti, un lavoro nel quale non puoi sbagliare e che ti impone un'attenzione costante, effetti sul corpo e sulla psiche dovuti al cambio continuo di fusi orari. In più tantissime ore di volo rispetto al passato, servizi che spesso superano le 14 – 15 ore continuative ecc. ecc. ecc.

Si potrebbe continuare ma in sintesi quella sugli aerei è un'attività operativa che richiede un impegno e uno sforzo fisico e psichico eccezionale.

Negli ultimi 30 anni si è liberalizzato l'intero mercato del trasporto aereo, si è privatizzato tutto ciò che prima era sotto il controllo pubblico (non solo in Italia), si sono abbassati i costi dei biglietti e contestualmente, per mantenere inalterati i margini di guadagno, tra le altre cose si sono aumentati i ritmi di lavoro spesso al limite della sopportazione.

In un fisico e una psiche giovane e sana questa situazione produce affaticamento, stress, tante malattie che spesso portano all'inabilità al volo (che è cosa diversa dall'invalidità), ma non comportano effetti per i passeggeri, anche per la professionalità e l'esperienza dei lavoratori.

Ma ora la corda si sta tirando troppo e non è certo improbabile che tale tensione continua faccia esplodere contraddizioni latenti, sempre possibili nella psiche umana, e che in un lavoro “normale”, anche se duro e faticoso, sarebbero difficilmente emerse in modo così drammatico.

Sarebbe quindi più che opportuno, come ripetiamo ormai da quasi 30 anni, rivedere complessivamente le norme internazionali sull'impiego e le condizioni di lavoro degli equipaggi.

Sono necessarie anche norme e condizioni molto più restrittive quando si concedono autorizzazioni all'attività aeronautica a soggetti che non dimostrano caratteristiche e affidabilità tali da renderlo un vettore aereo che deve trasportare esseri umani a 10.000 metri di altezza... soprattutto in sicurezza.

In definitiva, in questa attività, come in tante altre, sarebbe proprio il caso di tornare ad aziende pubbliche che non facciano del guadagno a tutti i costi il filo conduttore che avvelena il lavoro e le sue condizioni.

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TTIP e TPP: tutto il potere alle multinazionali

La pubblicazione di alcuni contenuti del trattato TPP (Trans Pacific Partnership), che vede impegnate da qualche anno dodici nazioni in negoziazioni segrete per definire un accordo su misure di liberalizzazione commerciale, ha provocato un duro dibattito negli Stati Uniti, contribuendo a ridimensionare ulteriormente, ove possibile, il consenso e la fiducia nei confronti del ruolo “progressista” del presidente Obama.

A rendere pubblico l’accordo ha provveduto il New York Times che è venuto in possesso dei relativi documenti grazie a Wikileaks. Se e quando l’accordo entrerà in vigore, spiega il giornale, le compagnie multinazionali operanti nell’America del Nord e del Sud, oltre che in Asia, potranno fare causa al governo degli Stati Uniti (come a quelli degli altri Paesi aderenti al trattato) per ottenere l’annullamento di quelle leggi nazionali e di quei regolamenti amministrativi regionali e locali che ritengono lesive delle loro “legittime aspettative di profitto”.

Adesso si capisce, commenta un lungo articolo dell’Huffington Post, perché l’amministrazione Obama, la quale preme per ottenere una corsia preferenziale per una rapida approvazione del trattato da parte di Senato e Camera dei Rappresentanti, ha fatto di tutto per mantenerne segrete le clausole. Se il pubblico ne fosse stato a conoscenza, si sarebbe scatenata una furiosa reazione – come è infatti avvenuto negli ultimi giorni – da parte degli esponenti della sinistra Democratica, delle organizzazioni sindacali nonché delle associazioni ambientaliste e dei consumatori.

Il punto non è solo che l’accordo regala alle multinazionali l’opportunità di neutralizzare le decisioni democratiche degli stati aderenti al trattato in tema di diritti del lavoro, tutela ambientale e ogni altro “impedimento” che possa danneggiarne gli interessi. A colpire ancora di più è il fatto che i “tribunali” internazionali organizzati dalla Banca Mondiale e dall’Onu e chiamati a dirimere le eventuali controversie fra stati e imprese sarebbero formati da “esperti legali” che, nella maggior parte dei casi, svolgono già attività di consulenza per le stesse multinazionali, sollevando un clamoroso caso di conflitto di interessi.

Non basta: dalla trattativa sono stati esclusi tutti i soggetti (rappresentanti di lavoratori, consumatori e movimenti ambientalisti) che avrebbero potuto bilanciare gli interessi privati delle imprese con quelli del bene comune. Questo spiega perché è escluso a priori che davanti a quei tribunali possano essere sollevate questioni che riguardino diritti del lavoro e tutela ambientale, a meno che ciò non avvenga per iniziativa e con il consenso degli stati interessati (cioè gli stessi stati che hanno svenduto gli interessi dei cittadini a quelli del mercato!).

L’unica nota stonata, in questa meritevole campagna per difendere il potere decisionale delle istituzioni democratiche statunitensi dall’invadenza del mercato globale, sono i toni nazionalistici con cui si condanna la resa dello stato americano agli interessi delle imprese straniere. Stona perché il trattato regala analoghi poteri alle multinazionali americane nei confronti degli stati di altri paesi (discorso che ci tocca da vicino, visto che il TTIP, il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti che dovrebbe essere siglato fra Stati Uniti e la Ue e i cui negoziati procedono con la stessa opacità con cui sono stati condotti quelli per il TPP, avrebbe analoghi effetti).

Questo riflesso nazionalistico rispecchia l’illusione di poter ancora rivendicare i privilegi “imperiali” del popolo americano nei confronti del resto del mondo: più diritti, più libertà e più reddito pagati dall’altrui oppressione e povertà. Ma oggi quei privilegi imperiali spettano solo alle multinazionali (americane e non) e vengono pagati da tutti i popoli del mondo (ivi compreso quello americano). Prima se ne renderanno conto meglio sarà ai fini di una lotta comune contro TTIP, TPP e analoghe porcherie.

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Voices


Come fare informazione infame sulle pensioni

I media di regime fanno schifo, e va bene. Chi ne controlla i pacchetti azionari “sollecita” i suoi dipendenti-giornalisti a diffondere le notizie nel modo e nella misura che più si confà agli interessi del proprietario.

Ma dovrebbe esistere un limite deontologico oltre il quale il giornalista professionista o il caporedattore – in realtà un lavoratore dipendente a tutti gli effetti – anche se ancora non se n'è reso conto e coltiva antichi immaginari corporativo-artigianali, “ordine” compreso – non si dovrebbe mai spingere. E ci dispiace sinceramente che lo scivolone che stiamo analizzando sia stato compiuto sulle pagine de IlSole24Ore, organo di Confindustria (l'insieme dei padroni, non un padrone solo) che proprio della serietà dell'informazione economica ha fatto il suo marchio di fabbrica.

Sul quotidiano di oggi campeggia un incredibile “L'età della pensione? In sei anni è salita solo di sette mesi. Frenano le uscite dal mondo del lavoro”. Ci siamo guardati attorno, contando gli amici, i padri e le madri, i parenti che maledicono Dini, Maroni, Fornero, Monti fino alla settima generazione, e tutti i componenti di tutti i governi degli ultimi venti anni, diversi nelle parole e nelle “cene eleganti”, ma assolutamente uguali nel trattare le pensioni come una cassaforte di liquidità in cui mettere le mani. Semplicemente ritardando l'età pensionabile e adottando “coefficienti” più miserabili per calcolare l'assegno pensionistico. Abbiamo ripassato in rassegna le biografie di gente che pensava di andare in pensione a 57 anni, con 35 di contributi, e invece sta ancora attendendo pur avendo passato i 63 e i 40 anni di “anzianità”.

Ci deve essere un errore, ci siamo detti, magari un refuso (“mesi” al posto di “anni”, per dire). Ma quando ci siamo messi a leggere c'è salita la pressione.

L'articolo di Davide Colombo parte citando dati dell'Inps, quindi dati veri: “Tra il 2009 e i primi due mesi del 2015 sono andati in pensione 1 milione e 503.450 lavoratori, di cui 745.495 con l'anzianità (o l'anticipo) e 757.955 con la vecchiaia. Per loro l'età media non è mai stata più alta di 62 anni e sei mesi. In sei anni dunque – tenendo conto del fatto che il dato di inizio 2015 non è ancora adeguatamente popolato – l'età media effettiva di pensionamento è aumentata di sette mesi e una settimana”.

Cosa c'è di sbagliato? Che si tratta di dati a consuntivo, che prendono in considerazione soltanto coloro che in pensione sono riusciti comunque ad andarci, senza tenere peraltro conto di tutto il settore pubblico (come ammette lo stesso articolista), e tantomeno di tutti coloro che – per effetto delle “riforme pensionistiche” degli ultimo 20 anni – hanno dovuto vedere il loro “ritiro” allontanarsi di anni. Per dirne una: gli esodati, in questo calcolo, dove sarebbero finiti? Tra gli attuali pensionati, ovvio (sono rimasti sospesi tra lo scadere di ammortizzatori sociali chiesti dalle aziende e l'allungamento dell'età pensionabile). E infatti ci sono quelli per cui c'è stato un “intervento riparatore”, mentre mancano quelli per cui ancora non è stato fatto niente.

Nel corso dell'articolo, poi, Colombo dettaglia meglio le diverse posizioni, dà conto dello “scalino” creato da Maroni e Fornero, in qualche misura fa intuire che la situazione sociale effettiva è assai meno rosea di quanto detto nel titolo; spiega anche gli effetti distorsivi provocati dalle norme più punitive, che hanno convinto a "fuggire" – rimettendoci qualcosa, ma meno di quanto non sarebbe accaduto restando al lavoro – molti lavoratori "maturi". Ma ormai la frittata era fatta. E il titolista, invece di arrivare alla fine del pezzo, ha preso la frase che più si confaceva agli interessi dell'azionista. E dunque vai con quell'infame “L'età della pensione? In sei anni è salita solo di sette mesi” piuttosto che con il più corretto “tot milioni di persone non sono più potute andare in pensione”. Non era neanche difficile: in fondo basta specificare davvero cosa significa "Frenano le uscite dal lavoro"...

Chi possiede anche soltanto un minimo di conoscenza, neanche “scientifica”, del mondo del lavoro, sa che la “generazione del boom” – i nati fino all'inizio degli anni '60, insomma gli over 55 – ha avuto l'indubbia fortuna di crescere in un'economia mista (pubblica e privata), in piena esplosione di crescita da ricostruzione” dopo la guerra, in cui si trovava dunque lavoro con relativa facilità; al punto che non è difficile trovare oggi dei 58enni che hanno abbondantemente superato i 40 anni di carriera lavorativa regolare, “con i contributi” si diceva una volta. Tutta questa gente è stata attraversata peraltro da un ciclone di crisi e di cambiamento delle regole pensionistiche che hanno creato disparità inqualificabili (potersi ritirare o no per una questione di giorni o settimane di differenza, come accaduto ai “quota 96” della scuola) e situazioni insostenibili (gli “esodati” sono solo una delle tante figure di questa scena).

Se si eliminano dal conteggio tutti i “bloccati sul lavoro” (o più probabilmente in cassa integrazione o in mobilità), si possono truccare i calcoli in qualsiasi modo. Senza neppure considerare la condizione disperante cui sono state consegnate le nuove generazioni (di fatto: chiunque abbia oggi meno di 55 anni), che andranno – forse – in pensione molto più tardi e con ancora meno soldi.

Perché viene fatto?

“Quella sull'età effettiva di pensionamento è una delle statistiche prese in esame dai comitati tecnici della Commissione europea (a partire dal Working group on ageing, population e sustainability) e dall'Ocse per verificare l'impatto delle riforme. Sono dati su cui riflettere prima di introdurre le nuove misure, di cui tanto si discute, per favorire una maggior flessibilità in uscita”.

E qui tutto diventa più chiaro. Si devono mettere le mani su diversi problemi convergenti alle soglie del nodo pensioni/ammortizzatori sociali. Ci sono gli ultrasessantenni espulsi dal lavoro ma che non hanno i requisiti per la pensione; c'è la necessità di far uscire i più anziani e lasciare posto ai giovani, ma senza gravare l'Inps di oneri che si vorrebbero invece diminuire (basterebbe lasciar andare al loro destino i dirigenti d'azienda, la cui “Cassa di previdenza” è fallita a causa degli assegni troppo ricchi e che sono stati girati all'Inps senza alcuna riduzione di trattamento; a spese nostre, insomma).

La proposta che più ottiene ascolto in sede governativa è quella di favorire l'uscita volontaria di chi è vicino comunque all'età del ritiro, ma accollando a chi sceglie di andarsene prima il costo dell'operazione. Col vecchio metodo delle “penalizzazioni”, sia rispetto al calcolo della liquidazione (col solo “contributivo”, anziché con sistema misto per quanti avevano già 18 anni di anzianità lavorativa nel '95, all'epoca della “riforma Dini”), che alla determinazione dell'assegno mensile. A spese nostre, insomma...

E allora si capisce benissimo la “caduta di stile” del titolista de Il Sole...

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L'età della pensione? In sei anni è salita solo di sette mesi. Frenano le uscite dal mondo del lavoro

di Davide Colombo

Le nuove regole previdenziali introdotte negli ultimi anni, dalle finestre mobili di Maurizio Sacconi ai più stretti requisiti di età e contribuzione di Elsa Fornero, hanno avuto un effetto piuttosto modesto sull'età di pensionamento effettiva degli italiani se si guarda alla media generale alla decorrenza del primo assegno Inps. Tra il 2009 e i primi due mesi del 2015 sono andati in pensione un milione e 503.450 lavoratori, di cui 745.495 con l'anzianità (o l'anticipo) e 757.955 con la vecchiaia. Per loro l'età media non è mai stata più alta di 62 anni e sei mesi.

In sei anni dunque - tenendo conto del fatto che il dato di inizio 2015 non è ancora adeguatamente popolato - l'età media effettiva di pensionamento è aumentata di sette mesi e una settimana. L'età media all'incasso del primo assegno Inps, in particolare, è aumentata di tre anni per le pensioni di vecchiaia (dai 62,5 del 2009 ai 65,6 del 2014) e di quasi un anno per quelle di anzianità (dai 59 anni ai 59,9 anni).

I numeri sono contenuti nelle tabelle di calcolo sull'età effettiva di pensionamento nelle gestioni principali monitorate dall'Inps e ancora in fase di elaborazione per diverse categorie - a partire dal pubblico impiego che qui è escluso - e che Il Sole-24 Ore è in grado di anticipare. Quella sull'età effettiva di pensionamento è una delle statistiche prese in esame dai comitati tecnici della Commissione europea (a partire dal Working group on ageing, population e sustainability) e dall'Ocse per verificare l'impatto delle riforme. Sono dati su cui riflettere prima di introdurre le nuove misure, di cui tanto si discute, per favorire una maggior flessibilità in uscita.

I numeri in questione comprendono anche le pensioni supplementari, i prepensionamenti, gli assegni di invalidità trasformati al raggiungimento dell'età di vecchiaia e le pensioni erogate agli ex esodati. Di questi ultimi, secondo l'aggiornamento Inps del 20 marzo, già per 69.693 sono state liquidate le pensioni, a fronte delle 109.278 certificazioni su un totale di 170.230 soggetti salvaguardati.Ad abbattere l'aumento di età effettiva ci sono le numerose deroghe previste dal nostro ordinamento e che consentono il ritiro anticipato: i lavoratori usuranti, i marittimi, i minatori, le diverse gestioni speciali (dai lavoratori del trasporto alle ferrovie al volo, dove l'età di pensionamento è di 60 anni). E c'è l'effetto del regime sperimentale e transitorio riservato alle lavoratrici dalla riforma Maroni (legge 243/2004) che prevede il possibile ritiro anticipato con 35 anni di contributi a 57 anni di età se dipendenti e 58 se autonome. Ma si tratta di pochi casi.

A fare la differenza vera hanno continuato però ad essere i pensionamenti anticipati degli uomini, che con molta più facilità delle donne raggiungono il requisito contributivo minimo (42 anni e un mese nel 2012 gradualmente innalzato di un mese nel 2013 e di un altro mese nel 2014 oltre ai tre mesi della speranza di vita) grazie a carriere lavorative più lunghe e meno discontinue. Basta guardare le cifre: tra il 2010 e il 2014 si sono pensionati con l'anzianità (o l'anticipata) 443.429 uomini e solo 173.924 donne.Gli effetti più significativi delle nuove regole si osservano poi sul numero dei pensionamenti. Se i dati relativi al 2012 non si possono includere nella fase transitoria post-riforma Fornero perché sono in larga parte persone che avevano maturato i requisiti nel 2011 e sono andati in pensione con la finestra, nel 2013 lo scalino c'è: le pensioni di vecchiaia scendono da 130.727 dell'anno prima a 92.993 e quelle di anzianità da 115.674 a 99.958.

Nell'anno dello scatto in avanti di tre mesi dei requisiti di età legati all'aspettativa di vita sono state liquidate oltre 53mila pensioni in meno. E la discesa è proseguita nel 2014, con altre 40mila pensioni in meno dell'anno prima. Un “effetto blocco” generato dalla riforma Fornero, che è stata improvvisa e che nel 2012 ha inglobato la cosiddetta finestra mobile nell'età di pensionamento. A questo stop si contrappone invece il picco dei 53.601 pensionamenti in più del 2010 (in totale furono 339.955, il dato più elevato nei sei anni, contro i 286.354 del 2009). Ha avuto ragione chi, in questo caso, aveva previsto un “effetto fuga” determinato dalla manovra che ha introdotto (dal gennaio 2011) le finestre “mobili” sia per pensioni ordinarie di vecchiaia che per pensioni di anzianità, con uno slittamento di 12 mesi per i lavoratori dipendenti e di 18 per gli autonomi.

Una “fuga” che ha condizionato i previsti effetti di risparmio e di aumento dell'età di pensionamento complessivo.Tornando all'età effettiva che è salita poco - con buona pace di quanti si sono allarmati per l'annuncio del futuro adeguamento alla speranza di vita che farà crescere di quattro mesi l'età per la vecchiaia dal gennaio prossimo (66 anni e 7 mesi per gli uomini) - dalle tabelle esce infine la conferma di un trend che sarà più evidente nel 2018, anno di passaggio a regime degli ultimi requisiti: allora le pensioni di vecchiaia saranno un po' più numerose e l'età effettiva delle donne potrebbe superare quella degli uomini. Insomma, oltre ad avere più difficoltà nel concludere una carriera lavorativa piena, le donne dovranno pagare lo scotto di un pensionamento più ritardato.

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Iran - E' caos nelle ultime ore di negoziato

Restano solo 36 ore per concludere un negoziato che, negli ultimi giorni, appare sempre più sul filo del rasoio. Complici gli ultimi sconvolgimenti regionali – l’offensiva anti-sciita in Yemen guidata dall’asse sunnita anti-Iran che ha fatto quasi annullare l’ultimo round di colloqui – il dialogo tra le parti in causa si è fatto sempre più ambiguo, tra dichiarazioni ottimistiche dell’Europa e dell’amministrazione americana che vuole a tutti i costi portare a casa un accordo e smentite iraniane sul trasporto fuori dal paese degli stock di uranio arricchito.

La doccia fredda, dopo quattro giorni di colloqui intensi, è arrivata ieri da Teheran: “L’esportazione di scorte di uranio arricchito – ha detto ieri Abbas Araqchi, vice ministro degli Esteri iraniano, riportato dall’AFPnon è nel nostro programma, e non intendiamo inviarle all’estero”. Giorni prima era trapelata la notizia di un possibile invio di gran parte del materiale nucleare in Russia in base a un precedente accordo provvisorio, ma ora l’accordo sembra essere saltato: un cambio di programma che in un primo momento ha infuriato Washington, secondo la quale “non c’è dubbio che la disposizione delle scorte è essenziale per garantire che il loro programma sia esclusivamente pacifico”. Ma, con la deadline ormai prossima, l’amministrazione americana non se l’è sentita di mostrarsi troppo ferma: “Ci sono opzioni valide che sono oggetto di discussione da mesi, tra cui la spedizione delle scorte all’estero, ma la risoluzione è ancora in fase di discussione”.

Una questione spinosa e di non facile soluzione, che vedrebbe ogni passo falso della Casa Bianca utilizzato dal Congresso a maggioranza repubblicana, ostile al negoziato in corso, per prendere le misure promesse da mesi: più sanzioni, se l’accordo non venisse firmato il 31 marzo senza alcuna concessione alla Repubblica islamica. In realtà, secondo alcuni dei delegati a Losanna le cui dichiarazioni sono state riportate dal quotidiano britannico the Guardian, il vero nodo sarebbe la tabella di marcia sull’allentamento delle sanzioni. Secondo vari report della stampa presente ai colloqui in Svizzera, le potenze del 5+1 avrebbero proposto una serie di misure immediate, compreso l’allentamento delle sanzioni UE, ma si sarebbero “stancate di rinviare l’allentamento delle misure punitive del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. Le quali, secondo un diplomatico occidentale sentito dal Guardian, sarebbero “le più importanti per gli iraniani”.

Non solo spedizione degli stock e sanzioni, però. Il negoziato sembra essere incagliato anche sulle opzioni di sviluppo nucleare della Repubblica islamica dopo l’eventuale firma e persino sulla durata del possibile accordo: il 5+1 vuole che sia in vigore per 15 anni, Teheran per 11. Inoltre, come fanno sapere i funzionari presenti a Losanna, anche in caso domani venga firmato un accordo quadro in fretta e in furia, saranno necessari altri mesi di negoziato per definire bene i punti in vista di un accordo finale, il cui termine ultimo è stato fissato per il prossimo primo luglio. E nonostante allegri funzionari europei si dicano “ottimisti” perché “siamo nella fase finale” e un accordo potrebbe essere firmato “nelle prossime ore”, la verità è che nelle sale di Losanna, come in buona parte del Medio Oriente, sembra regnare un caos in cui sarà difficile raggiungere un’intesa ragionata.

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Lo sviluppo capitalista come distruzione di capitale, umano

Analizzando e adeguando l'analisi dell'imperialismo alle condizioni del XXI Secolo, il forum di Bologna del 7 marzo si è misurato anche con i fattori differenzianti tra la situazione del mondo e dello sviluppo capitalistico dell'epoca leniniana e quello attuale. La relazione svolta da Francesco Piccioni, fortemente complementare a quella di Guglielmo Crachedi, ha affrontato l'impatto delle tecnologie sul lavoro e sul capitale. In particolare la tendenza a sostituire - sicuramente nei centri imperialisti - il lavoro umano con quello delle macchine. Ne emerge uno scenario reale ma inquietante. Il capitalismo distrugge sempre le capacità produttive in eccesso, ma quando esse corrispondono al capitale "umano" (la forza lavoro variabile dal quale si ricava il plusvalore), quali prospettive vengono indicate per il futuro di una umanità fatta da uomini e donne in carne ed ossa? Pubblichiamo qui di seguito uno stralcio della relazione di Francesco Piccioni, ricordando che il testo integrale verrà pubblicato sulla rivista Contropiano di prossima uscita.

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L'intervento in video di Francesco Piccioni

Dalla relazione di Francesco Piccioni

(...) La seconda differenza (con l'epoca leniniana, ndr) è ancora più evidente, ma non molto inquadrata a livello teorico - se non per apodittiche “svolte epocali” sempre fumose e molto malleabili - per quanto riguarda l'impatto che ha lo sviluppo tecnologico sul piano concreto, ovvero su come la tecnologia incide sulla situazione materiale, sui profitti, sulla composizione e l'autopercezione delle classi (e soprattutto del lavoro dipendente), sulla dimensione delle figure sociali che ne risultano, sulla dinamica stessa del conflitto di classe. Eppure bastano poche notizie spot per cogliere la portata di un rovesciamento - questo sì “epocale” - di prospettiva.

Non è semplice addentrarsi nell'analisi globale di questa dinamica, visto che i dati sono spesso dispersi o aggregati su base nazionale oppure ancora per singoli settori; comunque a distanza temporale considerevole dall'inizio dei processi. Le note che seguono sono dunque alquanto “impressionistiche”, con poche cifre. Ma mi sembrano sufficienti ad aprire un filone di ricerca senza il quale è difficile procedere alla costruzione di un blocco sociale adeguato alla visione e alla dimensione dell'avversario.

Sul piano della tecnologia produttiva, appunto, 100 anni fa Henry Ford aveva da pochissimo (1908) ingegnerizzato la sua prima catena di montaggio, rendendo finalmente tangibile per tutti il concetto marxiano di “sussunzione del lavoro al capitale”. Era il lavoro manuale, l'unico serializzabile ai tempi, quando le concentrazioni umane con a disposizione energia elettrica e caldaie a vapore erano alquanto rare sul pianeta, la rivoluzione industriale fondata sul petrolio metteva appena le sue basi, la produzione di beni durevoli di consumo per un pubblico di massa era limitata a ben poca roba, ancora grande il ruolo della produzione artigianale, delle “cose fatte a mano”.

Ford aveva però messo a punto il concetto fondamentale del capitalismo novecentesco, nonché il meccanismo produttivo capace di renderlo realtà quotidiana “normale”: produrre merci che potevano essere acquistate dall'operaio che le produceva. Non solo per il rapporto tra prezzo e quantità di reddito, ma anche come rafforzamento del legame reciproco tra impresa e classe operaia all'interno di un determinato territorio chiamato nazione. Lo sviluppo tecnologico era dunque strettamente legato all'immagine di un paese particolare, era un suo elemento propulsivo, il collante di una popolazione, la giustificazione delle sue pretese egemoniche.

L'immagine delle prime catene “fordiste” sono però rimaste nella storia, per esempio del cinema, anche per altre ragioni: introducevano per la prima volta la possibilità di dare al processo di produzione un ritmo totalmente inumano, tale da distruggere fisicamente la forza lavoro degli uomini messi alla catena. Diventavano esempi di dove poteva arrivare lo sfruttamento capitalistico, andavano a costituire pezzi di immaginario anticapitalista, ma erano tutto sommato indicativi di settori particolari, di “pezzi di mondo” da cui si poteva restar lontani oppure tentare di infilarvisi per scatenare conflitto. Il “fuori” da quei mondi era comunque infinitamente più grande. Quasi confortevole.

Oggi abbiamo – già da alcuni anni, peraltro – catene di montaggio che prescindono quasi completamente dal lavoro umano, ridotto a mera funzione di controllo a monte e a valle, o di eventuali blocchi e guasti. Proprio nel settore automobilistico – merce-pivot dello sviluppo industriale del '900 – questo sviluppo appare quasi una precondizione perché i produttori possano “competere”. Come spiegava Sergio Marchionne nel 2009, ancora prima di adottare il modello Pomigliano, “il costo del lavoro rappresenta ormai il 5-6% dei costi industriali”. Come dire che non incideva già quasi per nulla sul fatturato, che comprimerlo era in fondo questione marginale. Come si è visto, ciò non significava escludere che si potessero adottare strategie industriali miranti a ridurlo ancora, magari solo per ottenere una manodopera più “addomesticata”.

Diciamo che oggi si possono produrre un numero infinitamente superiore di automobili, ma gli operai necessari sono infinitamente meno. Il limite assoluto di questa tendenza – produrre merci senza operai, destinate a un pubblico generico e senza alcuna connotazione, né sociale né nazionale, anonimo – è già realtà in alcuni segmenti della filiera produttiva (nel caso dell'automobile: in carrozzeria, verniciatura, presse). Il legame circolare produttore-lavoratore-consumatore è definitivamente rotto con riferimento a un territorio comunque esteso.

Girano molte immagini, ormai, di queste catene di montaggio totalmente automatizzate (le foto sono state scattate nella Kia Motors di Zelina, in Slovacchia). Ma forse è ancora più indicativa la dichiarazione fatta nello scorso ottobre dal capo del personale della Volkswagen, Horst Neumann: "Nei prossimi 15 anni andranno in pensione 32mila persone; non verranno rimpiazzate". Un robot fa lo stesso lavoro, con maggiore precisione, a velocità superiore, non si stanca, non protesta, non sciopera. Al massimo si rompe, ma questo accade assai più spesso all'essere umano. Soprattutto costa meno. “Nell’industria automobilistica tedesca il costo del lavoro è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est sono 11, in Cina 10”, scrive Neumann. “Oggi il costo di un sostituto meccanico per lavori di routine in fabbrica si aggira intorno ai cinque euro. E con la nuova generazione di robot diventerà presumibilmente ancora più economico. Dobbiamo essere in grado di sfruttare questo vantaggio economico”.

Altro esempio: alla Elektronikwerke Siemens di Amberg, in Boemia, le catene di montaggio scorrono all'interno di teche di vetro, al riparo da polvere e altri “accidenti” fortuiti, per stampare centraline di controllo utilizzate poi per guidare altri processi produttivi automatizzati, compreso quello della stessa Elektronikwerke. Dalle linee escono 50.000 pezzi al giorno, 12 milioni l'anno, grazie a pochissimi lavoratori in camice, quasi tutti ingegneri, che lavorano usando AutoCad al computer. Le centraline, infatti, possono essere personalizzate sulle necessità del cliente e sul tipo di processo produttivo, agendo su un numero non infinito di parametri già previsti e programmati. E va tenuto nel debito conto il fatto che questi milioni di pezzi sono il cuore del controllo automatico su altrettante linee di montaggio, impacchettamento, trasporto. L'indice di errore, con questo tipo di linea produttiva, è stato ridotto da 500 a 11 casi per milione di operazioni. Il lavoro umano è qui ristretto alle funzioni di progettazione e controllo, oppure amministrazione e marketing.

I tecnici elettronici di 50 anni fa, nello stesso tipo di fabbriche, maneggiavano transistor delle dimensioni di un ragno, ne saldavano le “zampe” a circuiti stampati dal disegno visibile ed elementare. Oggi se ne stampano alcune decine di milioni su chip delle dimensioni di un centimetro o anche meno. A ogni salto in avanti dimensionale – di transistor per millimetro – basta cambiare la macchina.

Potremmo andare avanti a lungo, ma questi casi bastano a tracciare le linee fondamentali: il “vantaggio economico” spinge l'automazione dei processi produttivi, l'aumento della capacità di output quotidiana, l'eliminazione di lavoro umano. Si possono produrre miliardi di pezzi di qualsiasi tipo con poco o nulla personale. Ma la riduzione generalizzata e universale del personale riduce al contempo anche la massa dei candidati acquirenti di quelle merci. È inutile però chiedere conto al singolo imprenditore di questa contraddizione sistemica: per lui “il mercato” sono tutti gli altri fuori dalla sua linea produttiva. È insomma un presupposto dato, non il risultato di una evoluzione che dipende anche da lui. È il punto di vista del singolo capitale, non del capitale.

Il limite teorico si vede già qui: si possono produrre merci senza la forza lavoro umana, ma le merci vanno vendute su un mercato fatto di esseri umani.

Henry Ford aveva risolto il problema di standardizzare la prestazione lavorativa individuale su una media dettata dalla velocità della macchina (quasi mai tirata oltre il limite costituito dalla fragilità della forza lavoro umana, peraltro).

Il passo avanti epocale è stato fatto: l'uomo non serve più in molte fasi della produzione fisica e ora anche intellettuale. E' ancora indispensabile, invece, ma in misura proporzionalmente sempre più ridotta, per tutte le fasi a monte (progettazione, ingegnerizzazione, scrittura di un software dedicato, ecc) e a valle (stoccaggio, packaging, distribuzione, vendita, manutenzione, pubblicità). La velocità del ciclo produttivo, al tempo del just in time, risente quasi soltanto dai tempi tecnici di lavorazione semiautomatizzata di merci fisiche. Pesano di più, insomma, i saliscendi della domanda, i tempi e le modalità di trasporto, che non i limiti fisiologici dell'essere umano (compresa la sua residua capacità conflittuale).

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Ucraina: arrivano i soldati e le armi di Washington


A ricordare la tragedia del Donbass, bombardato per quasi un anno dalle artiglierie pesanti di Kiev, è stata ieri la Responsabile per i diritti umani della Repubblica di Donetsk Jana Cepikova: nel corso delle operazioni definite dal governo ucraino “antiterorrismo”, nel solo territorio della Repubblica di Donetsk sono stati uccisi 60 bambini. Secondo quanto dichiarato dalla stessa Cepikova, la cifra è, purtroppo, tutt'altro che completa. Se ricordiamo che il numero ufficiale di morti di tutte le operazioni belliche nel Donbass è, secondo l'ONU, di poco inferiore alle 6.000 persone, ma che, secondo informazioni diffuse circa due mesi fa dai servizi segreti tedeschi (ma già a fine 2014, alcuni fuoriusciti ucraini ne avevano accennato) la cifra potrebbe essere di dieci volte superiore, il dato ora diffuso a Donetsk, già di per sé triste, potrebbe risultare ancora più atroce.

E, nonostante a oggi il cessate il fuoco concordato a Minsk il 12 febbraio scorso sia fondamentalmente rispettato, non sono poi così robuste le speranze che, nelle prossime settimane, le truppe governative o i battaglioni neonazisti che ne costituiscono la punta avanzata, non riprendano l'offensiva. In ogni caso, sporadiche violazioni del cessate il fuoco e sotterfugi nell'allontanamento delle artiglierie dalla linea di contatto, da parte dei governativi, si stanno verificando praticamente ogni giorno contro le milizie del Donbass.

Milizie che, per ordine del Presidente della Repubblica di Donetsk Aleksandr Zakharcenko, dovrebbero essere presto disarmate, probabilmente anche per dare un ulteriore segnale delle intenzioni costruttive da parte delle regioni “separatiste”. Ma non solo. Specificamente, Zakharcenko, ha ordinato il disarmo, entro il prossimo 4 aprile, di tutti i soggetti che non facciano parte delle strutture militari ufficiali della Repubblica. Si fa rilevare che la misura viene adottata anche per motivi di ordine pubblico e si incarica  il Ministero degli interni di adottare “le misure per il fermo, il disarmo e l'isolamento dei soggetti che non ottempereranno alla misura”. Tali persone verranno considerate “membri di formazioni criminali”: “nei loro confronti si procederà al disarmo tramite operazioni speciali e verranno chiamate a rispondere penalmente”. Oltre che un messaggio positivo lanciato a Kiev, non è escluso che il provvedimento sia dettato anche dalla necessità di dare una strutturazione più qualificata e meno “spontanea” alle forze chiamate a difendere la Repubblica, in vista della formazione di un esercito unico della Novorossija, comprendente le milizie delle due Repubbliche, di Donetsk e di Lugansk. Gli stessi fuoriusciti ucraini cui si accennava sopra avevano parlato infatti di vari episodi, a dir poco “non professionali”, da parte di alcuni comandanti in campo che, agendo di propria iniziativa (e, sembra, nel proprio privato interesse), mentre combattevano contro i battaglioni nazionalisti di Kiev, usavano le armi per scopi pressoché briganteschi.

Sull'altro fronte, di contrapposto, si attende per il prossimo 20 aprile l'arrivo di 290 paracadutisti USA al poligono di Javorov (nella regione di Lvov, a pochi chilometri dal confine con la Polonia) per manovre congiunte americane-ucraine. Ciò, quasi a voler rammentare una volta di più, a chi ne avesse ancora bisogno, che il ruolo degli Stati Uniti non è più da oltre un secolo quello di cui Marx, riportando le parole del francese “Constitutionnel”, poteva dire che “Nessuna delle potenze europee è disposta ad ammettere che il governo degli Stati Uniti abbia il diritto di proteggere la rivoluzione europea con la forza delle armi”: a meno che non ci si riferisca oggi alle “rivoluzioni colorate” sponsorizzate a piene mani dagli Stati Uniti nell'area post-sovietica.

In concreto, il Ministro degli interni ucraino Arsen Avakov ha scritto che i soldati della 173° brigata aviotrasportata USA “Sky Soldiers” (di stanza a Vicenza), in base agli accordi tra Kiev e Dipartimento di Stato di Washington, addestreranno reparti della Guardia Nazionale ucraina. L'addestramento riguarderà tre gruppi di 300 guardie l'uno, per 8 settimane ciascuno, dopo di che si procederà alle manovre congiunte; terminate queste, gran parte del munizionamento e di altro materiale rimarrà in dotazione alla Guardia Nazionale ucraina, formata come è noto non solo dai cadetti delle accademie militari di Kiev ma soprattutto dai battaglioni formati dalle varie forze ultranazionaliste e neonaziste agli ordini dei vari oligarchi.

Formalmente, le manovre con la presenza di truppe USA, sono state “legalizzate” dal progetto di legge presentato lo scorso 13 marzo alla Rada dal presidente Petro Poroshenko e approvato il 19 marzo, sull'ammissibilità dell'ingresso di reparti militari stranieri sul territorio ucraino nel 2015 per la partecipazione a manovre plurinazionali. Secondo il programma, nell'area del poligono di Javorov quest'anno si terranno manovre militari americane-ucraine e anche plurinazionali (Paesi della Nato e Paesi partecipanti al programma “Partnership in nome della pace”!!), pressoché ininterrottamente, da marzo a novembre, con la partecipazione di alcune migliaia di soldati. Nel 2015, è previsto anche l'invio di militari ucraini all'estero per programmi di addestramento della polizia militare: in Germania, Lituania, Ungheria, Spagna e Portogallo.

Ovviamente queste manovre, programmate con la durata di una gravidanza, non possono che partorire, nella mente del Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il sospetto che... “la Russia stia cercando di far rivivere il sistema delle sfere d'influenza”. Ma “noi siamo contrari a ciò, dato che ogni Paese è sovrano” ha detto Stoltenberg. Effettivamente, quanto la sovranità dell'Ucraina stia a cuore a Nato e Ue lo testimoniano le vicende dei tredici mesi trascorsi dal golpe contro il legittimo Presidente Viktor Janukovic (nell'organizzazione del quale lo stesso Obama ha ammesso pubblicamente la mano statunitense), le migliaia di morti dei dieci mesi di guerra contro il Donbass foraggiata con armi passate a Kiev dai più ultranzionalisti governi dell'Europa orientale e l'affamamento della popolazione ucraina causato dalle condizioni socio-economiche capestro imposte da Ue e Fmi per riempire di miliardi le tasche degli oligarchi locali. Condizioni che, alla lunga, rischiano di provocare una crisi intestina dello stesso regime golpista, con scontri non proprio pacifici tra i settori armati più direttamente agli ordini delle cordate oligarchiche, quelli che, bene o male, devono anche manifestare preoccupazioni di facciata per la drammatica situazione della popolazione e quelli infine che, rispondendo esclusivamente alle rispettive ambizioni, arrancano verso il potere a colpi di mitra. Da questi ultimi giunge l'ultima avvisaglia di quanto potrebbe a breve verificarsi: lasciano infatti pochi dubbi le recentissime dichiarazioni del leader dell’organizzazione neonazista Pravyj sektor, Dmitrij Jarosh, sulla reale possibilità di una “terza majdan". Commentando le parole di Jarosh, il vice presidente della frazione Russia Unita alla Duma russa, Frants Klintsevic, ha detto che l'Ucraina “è come un funambolo che si mantiene in equilibrio con molta difficoltà e che rischia di precipitare nel baratro ogni secondo”. Moltissimo dipenderà, in fin dei conti, dai diversi ordini che verranno trasmessi da Washington e Bruxelles.

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L'ambientalismo italiano collude con Israele. Inopportunamente

Da un lancio dell’ANSA del 5 febbraio in allegato, apprendiamo, con profondo sconcerto e indignazione, che i presidenti di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, del WWF, Fulco Pratesi, di Italia Nostra, Carlo Ripa di Meana e di Greenpeace, Andrea Purgatori, si sono incontrati con l’ambasciatore israeliano Naor Gilon e con il ministro Gian Luca Galletti, per promuovere “futuri gemellaggi con l’obiettivo di tutelare l’ambiente”. In prospettiva, oltre a uno specifico appuntamento in occasione di Expo 2015, anche “un viaggio in Israele per conoscere quali risorse vengono impiegate nella difesa della natura”.

Per chi conosce, anche minimamente, la tragedia della Palestina storica sottoposta nel 1948 a una feroce “pulizia etnica”, della Cisgiordania, sottoposta insieme alla Striscia di Gaza dal 1967 a un regime di Apartheid e, infine, della Striscia trasformata dal 2007 in un grande campo di concentramento a cielo aperto, fatto oggetto periodicamente di violentissime operazioni militari di natura genocidaria (da “Piombo fuso” del dicembre 2008 alla più recente operazione “Margine protettivo” del luglio 2014), le considerazioni esposte nell’articolo citato appaiono macabre.

Suona macabra l’affermazione che in Israele “è positivo il bilancio fra alberi tagliati e quelli piantati” perché è facile documentare che lo Stato di Israele ha, dal 1967, sradicato 800.000 ulivi, la principale fonte di sussistenza della popolazione palestinese dei territori occupati. Vedi Uprooted.

Suona macabra l’affermazione che “in Israele ci sono 150 riserve naturali e parchi naturali”, perché è facile documentare che molte di queste riserve e di questi parchi sono stati realizzati per occultare i resti dei villaggi palestinesi distrutti nel 1948, oltre 500.

Suona macabro il riferimento alla gestione delle acque e dei fiumi, sapendo del feroce sfruttamento delle fonti idriche a esclusivo vantaggio della popolazione israeliana e delle colonie illegali in Cisgiordania. Con il divieto per i palestinesi anche di scavare pozzi.

Suona macabro ogni riferimento alla “sensibilizzazione nelle scuole verso i temi ambientali”, sapendo che, nella Striscia di Gaza, le scuole, anche quelle gestite dalle Nazioni Unite, sono state oggetto di bombardamenti mirati.

Vedi OCHA, United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs occupied Palestinian territory, Fragmented Lives Humanitarian Overview 2014, March 2015.

Nel ribadire la nostra indignazione per il comportamento dei massimi esponenti delle vostre organizzazioni e restando a vostra disposizione per ogni ulteriore e più dettagliata informazione sui “crimini di guerra” e sui “crimini ambientali” commessi dallo Stato di Israele, vogliamo augurarci che da parte degli attivisti delle associazioni ambientalistiche si manifesti un fermo e netto rifiuto contro ogni forma di gemellaggio e di collaborazione, diretta o indiretta, con lo Stato di Israele.

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Malcolm X moriva 50 anni fa: oltre la leggenda

Il 21 febbraio 1965 ad Harlem, New York, viene assassinato il leader afroamericano Malcolm X

“Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono”.

«La rivoluzione è sanguinosa, ostile, non conosce compromessi, rovescia e distrugge tutto quello che incontra nel suo cammino. [...] Chi ha mai sentito parlare di una rivoluzione in cui ci si prende tutti per mano e si canta "We Shall Overcome"?»

Basterebbe questo passaggio estratto da un famoso intervento pubblico (conosciuto come Discorso ai quadri di base, ovvero Message to the Grass Roots) tenuto il 10 novembre 1963 per comprendere la portata del pensiero e della riflessione politica di uno dei personaggi più mitizzati, citati e quanto meno conosciuti del secondo dopoguerra: Malcolm X.

Cogliendo l'occasione del cinquantesimo anniversario del suo assassinio (sul quale non si è mai fatto ufficialmente chiarezza fino in fondo) invitiamo i nostri lettori e le nostre lettrici ad approfondire la sua storia e l'evoluzione del suo profilo politico mettendo in discussione il mito e la leggenda per cogliere invece i nessi di attualità rispetto ai processi di emancipazione politica, sociale e razziale di gruppi e minoranze e di critica e superamento di ogni forma di discriminazione.

Mito e leggenda che hanno influenzato intere generazioni di afroamericani e non negli Stati Uniti (pensiamo all'influenza di Malcom X alla genesi e sviluppo della scena rap ed hip hop ad esempio) e nel mondo, ispirando movimenti come il Black panther party.

Mito e leggenda trasmesso da quello che per decenni è stata il testo “ufficiale” su Malcolm X: Autobiografia di Malcolm X , scritto nel 1964 con la collaborazione del giornalista e scrittore nero Alex Haley. Testo su cui per altro si basò la sceneggiatura del film del 1992 diretto da Spike Lee, Malcolm X, che contribui a reiterare a livello internazionale questo immaginario mitico.

Immaginario che ha contribuito a ridimensionare, aprendo di contro nuove prospettive che rendono ancora più interessante ed attuale il personaggio, un altro importante volume, edito nel 2011 e vincitore del Premio Pulitzer 2012 come miglior saggio storico: "Malcom X. Tutte le verità oltre la leggenda" (titolo dell'edizione italiana Donzelli) di Manning Marable storico e studioso internazionale, docente presso il dipartimento di Studi afroamericani della Columbia University, dove, dal 2002, ha diretto anche il Centre for Contemporary Black History.

Autore di oltre 15 volumi sulla storia dei neri d’America, Marable ha dedicato gli ultimi vent’anni alla scrittura di questa biografia di Malcolm X, che purtroppo uscì pochi giorni dopo la sua prematura scomparsa avvenuta il 1° aprile 2011.

Come scritto da Alessandro Portelli nell'Introduzione all'edizione italiana sopracitata «Malcolm X di Manning Marable è un libro decisivo per capire il significato dei movimenti di liberazione afroamericani, attraverso la ricostruzione critica della vita e dell’azione di un protagonista di primissimo piano, e un esempio straordinario di ricerca storiografica a tutto campo». Insomma, quello di Marable è probabilmente il libro definitivo. Scavando nelle contraddizioni e nelle debolezze dell’uomo la figura di Malcolm emerge in tutta la sua grandezza: ne santo ne eroe, «ma un uomo che non smise mai di lottare per reinventare continuamente se stesso, dando voce e corpo alle istanze più profonde dell’America nera.»

A supporto del volume di Marable consigliamo anche la consultazione del parallelo blog malcolmxbio.com, promosso dallo stesso Dipartimento di Studi afroamericani della Columbia University. Tra i vari approfondimenti di questo blog troviamo anche traccia del famoso incontro tra Malcom X e Fidel Castro avvenuto all'Hotel Theresa di Harlem nel settembre 1960 (e proprio a quell'incontro si riferisce la foto scelta a corredo per questo nostro articolo), dove Castro e la sua delegazione, in Usa per partecipare all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, furono accolti calorosamente. Su come questo incontro segnaliamo anche un ulteriore volume in lingua originale, Fidel & Malcolm X: Memories of a Meeting (Paperback – May 17, 2013 di Rosemari Mealy)

Lucio Baoprati - tratto da Senza Soste cartaceo n.101 (febbraio-marzo 2015)

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Atene torna a chiedere la "ristrutturazione" del debito

Attenzione, il “caso Grecia” non sta andando come la maggioranza degli osservatori distratti andava pensando e scrivendo. La sproporzione assoluta di rapporti di forza e l'evidente irrealismo della posizione iniziale del governo Syriza (restare nella Ue e nell'euro, ma ricontrattare tutti gli accordi ormai “fissati” in trattati costituenti, come peraltro chiesto dalla maggioranza della popolazione ellenica) sembrava facilitare una previsione quasi scontata: Tsipras e i suoi, più o meno rapidamente, saranno costretti ad arrendersi.

Può ancora darsi, naturalmente, che ciò accada, ma per il momento la “resistenza oplitica” scalcia con forza sufficiente a non far richiudere la lapide e lasciar procedere la locomotiva euro-tedesca come se nulla fosse. D'altronde ciò che sta “chiedendo” la Troika (o la sua nuova forma a “quartetto”, il cosiddetto Brussels Group) è ingestibile all'interno del paese. Anche l'ultima lista di “riforme strutturali” mandata dal governo di Atene ai presunti partners europei è stata bocciata come “insoddisfacente”, in quanto fondata soprattutto su lotta alla corruzione ed evasione fiscale (dal ritorno inquantificabile preventivamente) anziché su tagli alle pensioni e alla sanità, un ulteriore massacro di tutele e salari, privatizzazioni e altre misure di “austerità, che certamente danno un risultato contabile più certo fin da subito. Ammazzando un bel po' di gente, ovvio, ma che volete che gliene freghi a quelli lassù...

Il discorso che ieri sera Alexis Tsipras ha rivolto al Parlamento greco annuncia una nuova svolta nell'atteggiamento negoziale di Atene. «La ristrutturazione del debito greco è necessaria affinché Atene possa rimborsarlo». “Ristrutturazione” significa riduzione con perdite a carico dei creditori – i paesi dell'eurozona – e ricontrattazione dei termini di pagamento del debito a quel punto residuo. Insomma: “vogliamo pagare, ma meno e in tempi più lunghi, a tassi più bassi e in proporzione alla crescita dell'economia nazionale”.

Si tratta della condizione su cui Syriza aveva vinto le elezioni del 25 gennaio, ma che era stata accantonata davanti all'Eurogruppo lo scorso 20 febbraio, per ottenere un prolungamento di quattro mesi del “programma di aiuti” siglato dal governo precedente e quindi anche le previste tranche residue di finanziamento.

Punto e a capo, dunque. Atene riparte da lì, con immaginabile gioia delle “istituzioni” che avevano già archiviato la questione tra i “non se ne parla più”. In queste ore, infatti, sono ancora in corso le trattative sulla base della “lista” di riforme inviata da Atene, con i funzionari della Troika impegnati ad indicare le misure per renderla “soddisfacente” dal proprio punto di vista. La possibilità di un accordo a breve, dunque, si allontana.

Il governo greco, nelle parole di Tsipras, cerca un «compromesso onorevole con i partner europei ma non ci sarà una incondizionata capitolazione». Qualcosa di diverso, insomma, da quanto fatto dai governi precedenti (Papandreou e Samaras, rispettivamente “socialisti” e conservatori), che non hanno realizzati «nessuna riforma utile al Paese salvo varare politiche di austerità». Di nuovo al centro dell'impegno, dunque, misure contro il «contrabbando, lotta al lavoro nero, maggiori controlli sui trasferimenti bancari, e una nuova tassazione delle licenze televisive e radiofoniche» (oggi praticamente gratuite).

La Grecia può del resto vantare buoni argomenti a favore di una ristrutturazione del debito. In una lettera del ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, pubblicata per illustrare cosa c'è dietro il falso video in cui lo si vede mostrare il dito medio mentre parlava della Merkel, c'è una ricostruzione puntigliosa della follia commessa dalla stessa Merkel (quindi da Wolfgang Schauble e Jens Weidmann, rispettivamente ministro delle finanze e presidente della Bundesbank) nel definire le modalità del “salvataggio” della Grecia.
Quando a inizio 2010, il governo greco non era più in grado di onorare il suo debito nei confronti delle banche francesi, tedesche e greche, ero contrario a chiedere un altro ingente prestito ai contribuenti europei, e per tre ragioni.

La prima: più che un salvataggio per la Grecia, il nuovo prestito era un cinico trasferimento di perdite private dei bilanci bancari che sarebbe andato a pesare sulle spalle dei greci più vulnerabili. Quanti dei contribuenti che hanno pagato quei prestiti sanno che più del 90% dei 240 miliardi prestati alla Grecia sono andati alle istituzioni finanziarie, e non allo Stato o ai greci?

La seconda ragione: era chiaro che se già così la Grecia non era in grado di restituire il debito, le condizioni di austerità poste dai “piani di salvataggio” avrebbero dato il colpo di grazia ai redditi nominali dei suoi cittadini, rendendo il debito nazionale ancora meno sostenibile. I greci non avrebbero più potuto restituire il debito vertiginoso e i tedeschi e gli altri europei sarebbero dovuti intervenire di nuovo.

La terza ragione: far passare un salvataggio bancario come un atto di “solidarietà” ingannando la gente e i Parlamenti e non aiutando i greci – oltre ad appesantire il fardello dei tedeschi – non poteva che minare la coesione dell'Eurozona. La Germania se l'è presa con i greci, i greci se la sono presa con i tedeschi e, nel momento in cui sempre più Paesi si trovavano ad affrontare le strette fiscali, l'Europa si è rivoltata contro se stessa.

Il fatto è che la Grecia non aveva il diritto di chiedere un prestito ai tedeschi – o a qualsiasi altro contribuente europeo – quando il suo debito pubblico era insostenibile: prima avrebbe dovuto intraprendere una ristrutturazione del debito e dichiarare un default parziale nei confronti dei suoi creditori privati. Ma, allora, questa posizione “radicale” fu ignorata. I cittadini europei avrebbero dovuto chiedere ai loro governi di non pensare a trasferire le perdite private su di loro; invece, non lo hanno fatto e il trasferimento è stato messo in atto poco tempo dopo.

Il risultato è stato il più grande prestito della storia che dei contribuenti abbiano mai contratto, concesso a condizione di un piano di austerità così severo da far perdere un quarto del reddito ai suoi cittadini e così è stato impossibile ripagare il debito pubblico o privato. La crisi umanitaria che ne è conseguita, ed è in corso, è tragica.
Che ora Atene torni a pretendere una ristrutturazione del debito è insomma una scelta politica fondata sulla consapevolezza che non si può arretrare oltre, pena il precipitare nel caos il paese. Una mossa obbligata.

Anche altri argomenti tirati fuori da Tsipras nel suo discorso al Parlamento puntano a “ricambiare” le accuse di inaffidabilità rivolte ai greci dalle “istituzioni” sovranazionali. Ha ricordato per esempio lo «scandalo Siemens» (mazzette distribuite in Grecia, secondo una sentenza di condanna emessa da una corte tedesca). Soprattutto ha cavalcato lo scandalo della “lista Falciani” – i grandi evasori internazionali che avevano aperto conti segreti nella filiale di HSBC in Svizzera – la quale viene chiamata ormai “lista Lagarde” (da presidente del Fondo Monetario Internazionale).

E non per semplice propaganda. Si tratta dell'elenco delle tangenti pagate in Grecia sia per le Olimpiadi del 2004 sia per le armi acquistate da Germania e Francia. In quell’elenco c’erano i nomi dei governanti di allora ad Atene, il gotha dell’imprenditoria ellenica, armatori, giornalisti e faccendieri al momento ancora impuniti. Il solo condannato, fin qui, è stato l’ex ministro della Difesa Akis Tzogatzopoulos, braccio destro di Andreas Papandreou: 8 anni per aver strutturato società off­shore da 100 milioni di euro. Solo 25 le verifiche effettuate su quella lista, in azione congiunta tra il Fmi e il governo Samaras. Per tutti gli altri, omertà totale, con il beneplacito della Lagarde, mentre la Grecia veniva sottoposta al più terribile esperimento di contrazione dei redditi in tempi di pace che si sia mai visto.

Non è il clima migliore per “arrivare a un accordo”. O, vista da Atene, è il modo migliore per non farsi schiacciare. Il problema, come ricordavamo solo tre giorni fa, è l'esistenza o meno di un “piano B”. Se le “istituzioni” sovranazionali non cambiano atteggiamento – e non ne hanno alcuna intenzione – cosa farà il governo Syriza?

Un percorso tutto da seguire, perché, comunque vada, mette in chiaro che l'Unione Europea è un dispositivo del capitale multinazionale, non la "libera associazione tra i popoli europei". E si tratta di un dispositivo che non prevede alcuna "riformabilità dal basso", ma solo "aggiustamenti flessibili" dall'alto.

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Trasporti. I tranvieri si sono fatti sentire. Forte sciopero contro Jobs Act e tagli

Ampia e determinata l'adesione degli autoferrotranvieri allo sciopero nazionale di 4 ore indetto oggi dall' Unione Sindacale di Base, contro il jobs act, i tagli ai servizi di welfare locale , il Contratto Nazionale bloccato da otto anni, il monopolio della rappresentanza sindacale del cosiddetto “testo unico”.

Fra le città in cui si è scioperato di mattina, a Bologna ha incrociato le braccia il 50% dei lavoratori del servizio urbano su gomma; a Ferrara è il 75% del servizio a fermarsi, con i lavoratori in presidio sotto il Comune per contestare la scelta di esternalizzare circa ¼ del servizio di trasporto pubblico della città. Ampia l'adesione anche dei lavoratori del trasporto su ferro della regione Emilia Romagna. A Napoli l'adesione del 70% del personale ha costretto alla chiusura le Linee ferroviarie flegree ed ente Volturno, mentre nel servizio su gomma è circa il 40% dei lavoratori delle società ANM e CTT ad incrociare le braccia. Oltre il 30% di adesioni nelle città di Mestre e Venezia. Circa il 37% delle vetture in turno della società ATAC di Roma sono rientrate negli impianti; nella società privata Roma TPL ha aderito il 30% del personale comandato in servizio e le linee della metropolitana sono state fortemente rallentate.

In Sicilia linee extraurbane a singhiozzo. Nelle linee regionali FERLOC della Calabria è il 70% del servizio a rientrare negli impianti; nella società ATAM di Reggio Calabria 30 turni soppressi su un totale di 42, con adesione anche del personale della manutenzione, impianti fissi e uffici; nella società Ferrovie della Calabria adesioni del 20%.

Ma la giornata di mobilitazione continua e in molte altre città lo sciopero si articolerà nelle ore pomeridiane e serali, come a Milano e Torino, dalle 18.00 alle 22.00.

Questo primo bilancio consegna all’USB un chiaro mandato da parte dei lavoratori, che non hanno alcuna intenzione di rimanere a guardare lo smantellamento del servizio pubblico, la precarizzazione della loro vita, la continua aggressione ai propri diritti compreso il diritto di scegliere la propria rappresentanza sindacale.

A fronte dell'importante partecipazione alla giornata di mobilitazione di categoria, l’USB non può esimersi dal denunciare la scelta della multinazionale UBER, che dopo aver innescato una vera e propria “guerra tra poveri” negli operatori del servizio taxi ha pubblicizzato la sua offerta di servizio gratuito a Milano, Roma, Torino e Genova in concomitanza con lo sciopero.

Un volgare sabotaggio, già visto in precedenza ai danni dei lavoratori autoferrotranvieri della città di Genova, che pone gli operatori della UBER in comportamenti palesemente antisindacali per i quali l’USB non rinuncerà ad intervenire al fine di difendere il già precario esercizio del diritto di sciopero.

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Yemen - Saleh con gli Houthi in marcia verso Aden

Oltre cento morti nella provincia di Aden e gli Houthi sempre più vicini alla capitale del sud: è il bilancio dei primi cinque giorni dell’operazione “Tempesta Decisiva”, lanciata in Yemen dalla coalizione capeggiata dall’Arabia Saudita che mira a eradicare la “minaccia sciita” che si nasconderebbe dietro l’avanzata della minoranza houthi nel paese. Secondo fonti citate dal network al-Jazeera, agli scontri in corso tra ribelli Houthi e detrattori del presidente Hadi nel nord di Aden si starebbero per aggiungere anche i lealisti di Ali Abdullah Saleh, l’ex dittatore yemenita deposto nel 2012 dai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che avrebbero stretto un’intesa con i ribelli sciiti.

E’ da tempo ormai che si vocifera che dietro la straordinaria avanzata degli Houthi – che in pochi mesi lo scorso anno sono riusciti a conquistare ampie regioni dello Yemen nord occidentale fino a occupare, nel gennaio scorso, la capitale Sanaa – si nasconda, più che l’Iran, il vecchio autocrate cui parte delle forze armate non avrebbero mai smesso di obbedire: Saleh, infatti, invece di subire la stessa sorte dei dittatori spodestati dalle primavere arabe, come esilio o carcere, sarebbe rimasto tranquillamente in Yemen, nel suo vecchio ufficio di Sanaa, dal quale avrebbe potuto muoversi come meglio credeva.

La resa delle forze armate a Sanaa e la relativa facilità con cui gli Houthi hanno potuto avvicinarsi, in gennaio, al palazzo presidenziale, ne è un chiaro indizio: ora i miliziani fedeli a Saleh starebbero marciando su Aden e, secondo la stampa araba, sarebbero a circa 30 chilometri dal porto meridionale yemenita, nonostante i raid della coalizione e gli scontri con i sostenitori di Hadi. Ieri, nella provincia meridionale di Shabwa, i miliziani di Saleh e gli Houthi sarebbero stati attaccati da alcune milizie tribali: il bilancio è stato di 50 morti tra i ribelli.

E mentre i raid della coalizione continuano, soprattutto – secondo l’AFP – nella zona di Marib e intorno alla costa di Hodeida, Riyadh non esclude l’offensiva via terra. Nonostante il proclama fatto ieri dal portavoce della coalizione, il Generale Ahmed Asiri, sui “progressi portati dagli attacchi aerei”, l’ambasciatore saudita a Washington Adel al-Jubeir non ha negato un possibile ingresso di truppe dai confini nord dello Yemen. Nelle dichiarazioni rilasciate alle emittenti NBC e CBS il diplomatico ha detto che “nessuna opzione è esclusa”. “Siamo determinati – ha confermato al-Jubeir – a distruggere le capacità Houthi. Siamo determinati a proteggere e preservare il legittimo governo dello Yemen. E siamo determinati a proteggere il popolo dello Yemen. Continueremo questa campagna finché tali obiettivi non saranno raggiunti”.

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lunedì 30 marzo 2015

Hollow

Giungla salariale europea, "meglio" dell'Italia anni '50

Se si vuol capire a cosa servono le istituzioni che dispongono le politiche economiche, bisogna guardare l'andamento dei salari. E a moneta unica il paragone viene molto più semplice.

E se si vuol capire cosa significhino certe politiche economiche, bisogna leggere cosa scrivono i padroni, o i loro giornalisti.

Eurostat, oggi, ha reso noti i dati relativi ai salari del Vecchio Continente, paese per paese e distinguendo tra "costo del lavoro" (salario netto più tasse e contributi previdenziali) e salario in tasca dei dipendenti. Ne viene fuori in quadro che spiega molto delle "delocalizzazioni" infraeuropee (Bulgaria e Romania sono ormai molto più convenienti della Cina, rispettivamente con 3,8 e 4,6 euro l'ora, mentre Danimarca e Germania superano o sfiorano i 40), ma anche molto delle "prescrizioni" della Troika in materia di tagli alla spesa sociale, eliminazione delle tutele del lavoro dipendente, contratti precari, in una parola "l'austerità".

Noi lo avevamo spesso denunciato che questo dispositivo dittatoriale aveva un solo obiettivo: comprimere i salari, non solo (o non tanto) ridurre la spesa pubblica per rendere la produzione di un paese "più competitiva". Il concetto di competizione ha una conseguenza precisa: si produce per esportare, a scapito del mercato nazionale (rispetto al quale il costo del lavoro è pressoché neutro). Il che, in regime di moneta unica, vuol dire produrre per i mercati extra-Ue, dove hanno corso altre monete, oltre che altre regole.

Se è così - e lo è certamente, viene persino ammesso, ora - il destino di tutti i lavoratori europei appare segnato: il costo del lavoro dovrà convergere verso il basso, tranne (forse) che per i paesi-guida dell'Unione, quelli del Grande Nord.

Per averne un'idea bisogna guardare, prima ancora che il livello assoluto dei salari, l'incremento registrato dal costo del lavoro nell'ultimo anno. Si scopre che in quattro paesi europei è diminuito (Cipro, Portogallo, Irlanda e Croazia), mentre in Italia è rimasto pressoché invariato. I primi tre paesi in retromarcia sono anche alcuni di quelli sottoposti a "salvataggio" da parte della Troika, mentre in Croazia c'è stato l'impatto durissimo ricevuto con l'ingresso nella zona euro.

Spiega seraficamente IlSole24Ore, organo di Confindustria:
Tre di questi sono Stati salvati dalla Ue e non è un caso, perché hanno subìto un processo di “svalutazione interna” legato alle dure politiche di austerità cui sono stati soggetti. La svalutazione interna è un modo di rendere più competitivo il proprio export attraverso un abbassamento dei salari e un aumento della produttività; è quindi un’alternativa alla classica svalutazione della moneta, che non è possibile all’interno di un’Unione monetaria come l’Eurozona. Il caso più emblematico è la Grecia, dove il costo del lavoro orario era nel 2014 di 14,6 euro e sei anni prima di 16,8 euro.
Spiegazione perfetta, tecnicamente parlando, che sbaraglia in un attimo tutta la propaganda di regime (sia in Italia sia nel resto dell'Unione): questa ricetta non serve a "rilanciare il paese" o a "creare nuove opportunità", ma semplicemente a rendere più competitiva l'industria continentale export oriented. E basta. Tutto il resto sono chiacchiere.

In aggiunta dobbiamo sottolineare che comunque la strategia "austera", fondata sulla svalutazione salariale, non è stata sufficiente rispetto all'obiettivo. E dunque la Bce si è presa l'incarico di far svalutare
anche la moneta varando il quantitative easing. Il che è una misura della gravità della deflazione in cui è caduta l'economia continentale.

E da cui non usciremo affatto, continuando a giocare la carta della competitività dell'export e della "giungla salariale" continentale. Vero è che una giungla non dissimile caratterizzava anche l'Italia degli anni '50, quella in cui prese avvio il "boom". Ma lo scarto tra salari "nordisti" e "sudisti" era allora assai minore di adesso (1 a 10, dalla Bulgaria alla Danimarca). E, soprattutto, era interna alla "ricostruzione" di un continente devastato dalla guerra in ogni suo centimetro.

Pensare di riprodurre quelle condizioni in un contesto praticamente opposto - quello europeo è oggi un mercato saturo, non massacrato dalla penuria - è semplicemente una follia. Puoi anche riuscire, ammazzando i lavoratori del continente, ad arrivare al costo del lavoro di un lavoratore cinese (poco più di 10€ l'ora, ormai, contro i 28,3 dell'Italia). Ma a quel punto il modello export oriented sarà comunque di fronte ad altre economie che possono sfruttare enormi quantità di forza lavoro a costi ancora minori (India, Bangladesh, Indonesia, Filippine, ma anche dell'America Latina e di alcuni paesi africani). In un vortice "competitivo" verso il basso, quasi senza fondo.

Per chi volesse verificare dati e considerazioni:

L'articolo de IlSole24Ore.

Il rapporto Eurostat, in inglese.

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Roba che fa accapponare la pelle e che spiana la strada a conflitti (armati) tra i diversi poli imperialistici che "animano" il globo ancor più capaci di togliere il sonno.

Yemen, smanie di supremazia

L’ennesimo fronte di crisi internazionale in Medio Oriente, apertosi nello Yemen con l’intervento delle forze che partecipano al “Decisive Storm”, giustifica la sua azione col secolare contrasto fra le famiglie religiose sunnita e sciita. Il richiamo è parzialmente confessionale e teologico, riguarda maggiormente l’organizzazione del potere sociale negli stati - lo Yemen è fra questi - dove i due gruppi vivono fra cento e uno contrasti. Un’organizzazione di forza non solo e non tanto interna ma regionale, che rappresenta da tempo la battaglia per la supremazia geopolitica con ampi risvolti economici fra Arabia Saudita e Iran. Primi attori d’un conflitto a distanza lungo quaranta e più anni, ora rinfocolato da propri e altrui pruriti. Quello del Califfato islamico non è poca cosa, vista l’amplissima area interessata, seppure con puntate finora solo terroristiche in Nord Africa; più la voglia di protagonismo d’un gigante frustrato qual è l’Egitto, di cui la casta militare al potere è il motore che si barcamena fra i sogni di gloria (sempre molto presunti) dei due decenni Cinquanta-Sessanta e un presente irto di difficoltà. Il presidente-generale Sisi, nell’assise sunnita che ha di recente discusso del supporto all’intervento tempestoso contro i rivoltosi Houthi, ha proposto di creare un esercito dei Paesi arabi sunniti, 40.000 uomini da sbarcare sul territorio yemenita, accanto ai raid aerei cui partecipa una coalizione di dieci alleati e al fronte navale dislocato dal Mar Rosso a tutto il Golfo di Aden e Mar Arabico.

Sisi cerca da mesi di accreditarsi come politico di riferimento in Medio Oriente, lo fa per rafforzare la posizione verso la metà degli egiziani che l’hanno votato e s’aspettano cambiamenti in una nazione rimasta economicamente ferma dopo il suo avvento. Si fa bello con idee e progetti, quasi tutti di matrice finanziaria saudita. La dinastia di Riyad fa pesare queste elargizioni che devono fare i conti con la sicurezza locale umiliata dall’escalation degli attentati, vera spina nel fianco per la credibilità di uomo forte che Sisi s’è cucita addosso. Del resto la spietata repressione degli oppositori sta diventando un boomerang e offre ai jihadisti alleanze col salafismo combattente e con quella gioventù islamista che non trova spazi in una militanza pubblica e legale. Ma la spinta di Sisi verso l’avventura yemenita non è guidata solo da un egocentrismo con cui vuole distrarre l’attenzione e rivolgerla ad altri obiettivi. Esistono precise necessità legate all’economia che deve produrre effetti positivi per le disastrate casse statali. Il divertificio dei resort del Mar Rosso è una realtà messa a repentaglio dal jihadismo diffuso nel Sinai, però potrebbe vivere un eguale sconquasso con un conflitto internazionale portato in quelle acque. Certo le coste dorate del turismo sono a duemila chilometri dal nuovo fronte, concentrato sul territorio yemenita. Fra i due pericoli il presidente egiziano sembra optare per il “male minore” della missione bellica.

Anche perché un’altra attenzione l’establishment del Cairo la rivolge a ciò che transita sul Mar Rosso: il flusso di greggio e merci varie che attraverso Suez viaggia verso Occidente. Oltre il progetto (sempre sostenuto coi petrodollari sauditi) d’un raddoppio del Canale, l’attuale  continua a registrare incrementi commerciali con relative entrate. Le statistiche d’inizio 2015 parlano d’un aumento del 3,1% di tutto il traffico marittimo e dell’8,9% di quello mercantile. Nello scorso gennaio (fonte Infomar) le merci imbarcate sui cargo in transito hanno sfiorato i 70 milioni di tonnellate. I doganieri di Suez sorridono, e con loro i militari della società che controlla e guadagna sui dazi. Rischiare una crisi destabilizzante in un’area sempre vitale per il commercio fra Oriente e Occidente è considerata da tutti una follìa. Il nemico iraniano, fronteggiato in Bahrein dalla Quinta Flotta Usa, difficilmente potrebbe comparire all’orizzonte del Golfo di Aden, dove la situazione instabile a causa delle incursioni corsare vede la presenza di fregate di molti Paesi occidentali. Però l’idea che un acuirsi dell’attuale crisi geopolitica possa mettere in pericolo i traffici mercantili, ben oltre i taglieggiamenti dei pirati somali o simili, conduce la dinastia Saud e la casta militare egiziana a soffiare sui venti di guerra. Lo spettro iraniano è agitato da entrambi come fantasma economico e strategico. Che ovviamente ripone al centro la questione del nucleare di Teheran, un nervo scoperto su cui i Grandi rilanciano il dibattito.

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Ducati e Lamborghini, ritorno al medioevo

Nel Paese in cui la disoccupazione giovanile è in media del 40%, con punte nel sud Italia che raggiungono il 70%, l’Emilia Romagna è, come sempre, all’avanguardia.

Questa volta a far da protagonista sono la Lamborighini e la Ducati, che hanno aderito al progetto DESI, inaugurato ieri dal ministro all’Istruzione Giannini.

Cos’è DESI? Dual Education System Italy. Un progetto realizzato dal gruppo Audi Wolkswagen in collaborazione con il Miur (il Ministero dell'Istruzione e della Ricerca), la Regione Emilia Romagna, e gli istituti tecnici Fioravanti e Aldini Valeriani.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione per il ritorno al medioevo in tema di politiche del lavoro, istruzione e progresso sociale. DESI infatti prevede lo sconvolgimento dei programmi scolastici, con 6 mesi di lezioni teoriche in classe, e poi... altri 6 mesi di pratica in fabbrica, davanti alle linee di montaggio, seguiti dai “tutor aziendali”. 

A partecipare al progetto sono ragazzi tra i 18 e i 22 anni, magari in procinto di abbandonare la scuola, e “recuperati” così dai magnanimi dirigenti delle grandi compagnie automobilistiche in crisi che potranno contare su manodopera a costi bassissimi.

“Con questo progetto la fabbrica diventa un pezzo della scuola, parte di un sistema formativo diffuso sul territorio e maggiormente competitivo”. Si perché in effetti questo progetto offrirà una borsa di ben... 600 euro al mese ai ragazzi che vi parteciperanno. Una soluzione che permette evidentemente all’azienda da un lato di ammortizzare i costi dei normali contratti di lavoro relativi al salario indiretto, e dall’altro di superare il problema del mantenimento di lavoratori che in caso di crisi non servono all’azienda.

In una società a capitalismo maturo come la nostra, dove l’istruzione è sempre stata almeno teoricamente al servizio del progresso della società, oggi assistiamo non solo alla distruzione di ogni meccanismo di valorizzazione della scuola stessa, ma anche al suo totale asservimento alle esigenze del mercato.

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La piazza statica

Che la manifestazione cittadina del 28 febbraio sia riuscita a portare in piazza più gente dell’apparato nazionale Fiom guidato dal lìder maximo Landini la dice lunga sulle potenzialità che avrebbe potuto generare quel metodo sommato a quelle istanze politiche, ennesima occasione sprecata da un movimento incapace di uscire da un certo minoritarismo autocompiacente. Eppure un confronto oggi tra le due piazze appare necessario, per comprenderne i limiti vicendevoli. Nonostante l’evidente sovraesposizione mediatica, la piazza di Landini non è riuscita ad aggregare altro che i “soliti noti”: pensionati, lavoratori a tempo indeterminato, operai Fiom presenti nelle grandi fabbriche, pubblico impiego, ceto medio riflessivo; una piazza al tempo stesso necessaria e statica, “passata” ma ancora decisiva. Una piazza socialmente diversa da un 28 febbraio in cui è stato evidente il protagonismo di una “trasversalità” di classe capace di organizzare tutte le varie forme sociali subalterne al capitalismo neoliberista. La dinamica che però va evitata è la contrapposizione tra la piazza “operaia” e quella “precaria”, non solo perché sarebbe fuorviante e sostanzialmente falsa, ma perché oggi c’è l’assoluta necessità della sintesi tra le due piazze, non della contrapposizione. E’ fuor di dubbio che la piazza di Landini rappresenta un’insieme di soggettività sociali tendenzialmente declinanti e legate ad una forma produttiva-lavorativa precedente all’attuale sistema di rapporti economici ma, è questo il punto, quell’insieme sociale è ancora quantitativamente determinante per ogni sinistra che punti a un discorso sul potere. Non è solo una questione numerica, ma di rilevanza politica. Se l’obiettivo di una sinistra conflittuale vuole essere quello della ricomposizione politica di un pezzo di mondo del lavoro, se dunque l’obiettivo è l’esercizio di un’egemonia politica capace di trainare in avanti le ragioni del mondo dipendente salariato (sia esso precario o presuntamente garantito), questa non è possibile attuarla senza un rapporto politico e sociale con i soggetti presenti nella piazza di Landini.

Allo stesso tempo è evidente la diversa “qualità” sociale della piazza del 28 febbraio romano. Le ragioni di quella piazza erano espressione di un insieme di soggetti sociali oggi completamente relegati alla marginalità politica ma affatto centrali nella riproduzione del capitale: quella era la piazza del precariato senza diritti sociali e politici su cui oggi il capitale fonda la propria competitività economica, l’insieme di soggetti capaci di reggere (sempre meno) la produttività internazionale, un magma sociale accomunato dall’essere il soggetto produttivo chiave dello sviluppo neoliberista europeista. La piazza di Landini descrive una fotografia sociale, quella del 28 una tendenza economica. Il fatto è che queste due piazze non possono marciare divise. L’una è capace di orientare una certa opinione pubblica di classe, l’altra è relegata all’irrappresentabilità politica. La prima risulta ancora necessaria a porre un problema di e per il potere politico, mentre la seconda ha come controparte solo l’amministrazione repressiva dell’ordine pubblico. La prima esprime ancora una questione politica, la seconda ancora non è in grado di rappresentare una novità credibile. Per tali ragioni, e per molte altre, la piazza di Landini non va banalizzata.

Detto questo, è bene chiarire che il progetto politico attorno a cui è stata chiamata quella piazza è irricevibile, e difficilmente può instaurarsi un dialogo proficuo tra le ragioni di Landini e quelle delle nuove forme di precariato escluso e politicamente marginale. Due sono gli ordini di problemi per cui il riformismo socialdemocratico di Landini non può trovare oggi ascolto. Un problema di merito e uno di metodo. Nel merito, come abbiamo espresso varie volte, in fase di recessione economica non è possibile immaginare alcuna redistribuzione del reddito che non sia conquistata attraverso cruente lotte di classe. Pensare che il ceto politico acconsenti elargizioni pubbliche in tempi di pareggio di bilancio, solo per qualche saltuaria prova di forza numerica, significa fraintendere completamente la fase politico-economica in cui siamo immersi, una fase in cui è venuto meno qualsiasi rapporto di forza. Nel metodo, non può avvenire alcun passo in avanti riciclando dirigenze politiche espressione di tempi passati. Se c’è una costante storica della lotta politica delle classi subalterne, questa è che il nuovo subentra sempre attraverso il ricambio dei ceti politici precedenti, che una nuova classe politica dovrà formarsi nelle contraddizioni attuali, non reiterare gli schemi di precedenti stagioni delle lotte di classe. Non saranno dirigenti formati in un mondo che non c’è più a organizzare le lotte del mondo attuale, per tutta una serie di ragioni che sarebbe lungo elencare. Se questo è vero per ceti politici vincenti, lo è ancor di più per una serie di dirigenze provenienti da una sequela di sconfitte politiche inenarrabili, incapaci di suscitare qualsiasi possibile simpatia.

Landini può essere un leader importante in un altro contesto, inserito in un altro paradigma, non se rappresenta solo l’espressione mediatica migliore di un ceto pluri-trombato, da Sel a Rifondazione, dalla sinistra Cgil alla “sinistra” PD. Solo attraverso la morte del padre potranno nascere figli legittimi di un nuovo ciclo di lotte di classe. Una certa sinistra ufficiale persiste nel suo errore, mentre un’eterna “nuova sinistra” persevera nel suo avanguardismo. E come la sinistra riconosciuta deve fare i conti con la sua storia riformista, anche la sinistra di movimento dovrebbe fare i conti con il suo paradigma politico, quegli anni Settanta di cui non si comprendono appieno talune miserie che ancora ne contraddistinguono certi tratti peculiari.

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